Intorno a Torino: le ville sabaude della vita a Corte

Intorno a Torino: le ville sabaude della vita a Corte

Viaggio fra le bellissime e sontuose residenze che vennero costruite per creare una raffinata “Corona di Delizie” intorno alla capitale, a testimonianza della magnificenza di Casa Savoia.
La Reggia di Venaria e la Palazzina di Caccia di Stupinigi, maestosi complessi barocchi, nacquero come residenze di caccia e di piacere.
Hanno origini difensive i castelli di Rivoli – oggi Museo di Arte Contemporanea – e di Moncalieri inizialmente edificati come roccaforti e successivamente trasformati in accoglienti maisons de plaisance. Il Castello della Mandria, all’interno dell’omonimo Parco, divenne residenza e luogo prediletto del primo re d’Italia.


Reggia di Venaria

La Reggia di Venaria costituisce uno dei più riusciti esempi della “Corona di Delizie”, il sistema di residenze progettate intorno a Torino nelle quali il sovrano fra Seicento e Settecento abitava circa sei mesi l’anno, durante la stagione più calda.
Visitando i magnifici ambienti della Reggia e passeggiando nel suo vasto parco si respira un’atmosfera sospesa tra passato e futuro. Costruita a partire dal 1658 dall’architetto Amedeo di Castellamonte per Carlo Emanuele II, la Venaria Reale comprende il borgo, il parco e i boschi destinati all’attività venatoria. A questa pratica rimandano anche gli affreschi che decorano le stanze, raffiguranti Scene di cacce infernali e Scene di cacce acquatiche entro bizzarre cornici in stucco e le tele del pittore fiammingo Jan Miel nella grande Sala dedicata alla dea Diana, che rappresentano i principali tipi di cacce praticati dal duca e dai suoi cortigiani.
Fra fine Seicento e inizio Settecento Vittorio Amedeo II trasformò il complesso da residenza di caccia a vera e propria reggia, affidando i lavori prima a Michelangelo Garove e poi al siciliano Filippo Juvarra, che rese Venaria un gioiello del Barocco. L’architetto l’arricchì con gli immensi spazi della Scuderia Grande, che poteva ospitare fino a duecento cavalli, della Citroniera, destinata alla conservazione delle piante da frutto durante i mesi invernali, e della Regia cappella di corte (poi detta di Sant’Uberto), un suggestivo ambiente a croce greca modellato dalla luce che raccorda pittura, scultura ed architettura, con pale d’altare di grandi pittori italiani (Sebastiano Conca, Francesco Trevisani e Sebastiano Ricci) e sculture in marmo del toscano Giovanni Baratta. Ma è con la Galleria Grande (1718-72) che Juvarra realizzò il suo capolavoro. Lunga 80 metri, nella galleria è la luce l’assoluta protagonista. Essa filtra dalle finestre su entrambi i lati e dagli oculi aperti sull’imposta della volta e anima le ricche decorazioni a stucco in un costante e mutevole gioco di luci e ombre. A completare la Reggia fu poi Benedetto Alfieri, cui si devono le nuove scuderie e le gallerie di collegamento fra le parti juvarriane.
Per tutto il Settecento, Venaria fu il principale teatro del potere politico e della magnificenza artistica di Casa Savoia. Nell’Ottocento, poi, fu trasformata in caserma, progressivamente abbandonata al degrado e privata dei suoi arredi. Dal 1999 è stata oggetto d’un pionieristico e impegnativo intervento di restauro che ha permesso, nel 2007, la sua restituzione al pubblico e l’allestimento di un articolato percorso di visita, arricchito ogni anno da importanti mostre internazionali di arte antica e moderna.
Il dialogo tra memoria del passato e contemporaneità prosegue anche nei suoi ampi giardini, nel 2019 vincitori del premio “Parco più bello d’Italia”, dove si possono ammirare esposizioni di arte contemporanea, il Giardino delle sculture fluide di Giuseppe Penone, le installazioni di Giovanni Anselmo e di Mimmo Paladino e il complesso della Fontana dell’Ercole, capolavoro seicentesco di Amedeo di Castellamonte.


Castello di Rivoli

Il Castello di Rivoli sorge in un punto di controllo strategico a 15 km da Torino, sull’anfiteatro morenico che si apre all’imbocco della Val di Susa, a ovest rispetto la città.
Le origini, come roccaforte militare, risalgono al XI secolo. Proprietà sabauda dal 1247, dalla seconda metà del Cinquecento l’edificio iniziò ad assumere l’aspetto attuale. Prima residenza in Piemonte del duca Emanuele Filiberto, venne trasformato in palazzo di loisir grazie agli interventi dell’architetto Ascanio Vitozzi e di Carlo e Amedeo di Castellamonte. Il complesso si arricchì in quel momento della Manica Lunga, pinacoteca ducale, di oltre 140 metri.

All’inizio del Settecento divenne uno dei luoghi più importanti per la vita della corte sabauda. Poco dopo aver acquisito il titolo reale (1713), Vittorio Amedeo II incaricò Filippo Juvarra di ricostruire il castello, il quale progettò un maestoso edificio che tra 1717 e 1727 convogliò gli investimenti artistici della corte. Per la quadreria furono selezionate le opere dei migliori artisti del tempo, come Gaspar van Wittel, Sebastiano Conca, Francesco Solimena, Sebastiano Ricci, Francesco Trevisani.
A seguito della prigionia di Vittorio Amedeo II, dal 1731 al 1732, il monumentale progetto juvarriano ebbe una battuta di arresto rimanendo incompiuto visto che il nuovo re, Carlo Emanuele III, convogliò altrove gli sforzi economici e progettuali, preferendo altre residenze come la Palazzina di Caccia di Stupinigi. Il Castello di Rivoli, edificato solo per metà, fu ancora oggetto di interventi a fine Settecento ad opera di Carlo Randoni, cui va attribuita la regia delle decorazioni delle sale al secondo piano, fra cui il salotto cinese (1793).
Con la Restaurazione, l’arredo mobile fu in gran parte disperso. Venduto al comune di Rivoli nel 1883, il castello diventò una caserma militare. Colpito dai bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale, fu oggetto di un progetto di demolizione, fortunatamente mai realizzato.
Un primo tentativo di recupero dell’edificio fu avviato in occasione dei festeggiamenti per il centenario dell’Unità d’Italia, nel 1961. Dal 1979, grazie alla decisione della Regione Piemonte di acquisirlo in comodato per 29 anni, fu avviato un lungo cantiere di restauro guidato dall’architetto Andrea Bruno che pose fine al degrado dell’edificio, creando una suggestiva linea di continuità tra passato, presente e futuro.
Nel 1984 vi fu inaugurato al suo interno il primo Museo d’Arte Contemporanea d’Italia. Il Museo possiede tre piani espositivi nell’Edificio Castello e quello, unico nel suo genere, al terzo piano della Manica Lunga. La Collezione annovera opere dagli anni Sessanta ad oggi, con particolare riguardo verso l’Arte Povera, la Transavanguardia, Minimal, Body e Land Art, oltre che le mostre temporanee. Grazie all’accordo stipulato nel 2017 tra la Fondazione Cerruti e il Castello di Rivoli, dal 2019 è aperto uno spazio ad essa destinato, con una raccolta che spazia dalle opere del Rinascimento ai grandi maestri dell’arte contemporanea come Bacon, Picasso, Modigliani, Warhol, Klee e Kandinskij.


Castello di Moncalieri

Il Castello di Moncalieri, che si erge imponente sulla collina a sud-est di Torino è una delle più antiche e grandi residenze sabaude costituenti il sistema della “Corona di delizie”.
Il primo nucleo venne edificato nel XIII secolo con funzione difensiva; risalgono invece al tardo quattrocento le due torri a pianta circolare oggi inglobate nella facciata rivolta verso la città. Nel Seicento venne trasformato da Cristina di Francia e da suo figlio Carlo Emanuele II in residenza di svago per la corte. La struttura a C con possenti torrioni angolari si apre verso il retrostante parco collinare vasto circa 5 ettari.
Nel Castello di Moncalieri Vittorio Amedeo II fu arrestato nel 1732 per aver tentato di revocare la sua abdicazione e tornare al potere, morendovi poco dopo.
Intorno al 1775 fu Vittorio Amedeo III ad incaricare l’architetto Francesco Martinez (nipote di Juvarra) di ampliare gli spazi e di crearne di nuovi, come la scenografica Cappella Regia.
Tra il 1788 e il 1789, vennero riallestiti da Leonardo Marini gli appartamenti al primo piano per i principi di Piemonte, mentre Giovanni Battista Piacenza e Carlo Randoni si occuparono di quello al piano terra, destinato ai duchi d’Aosta.
Le complesse vicende del XIX e XX secolo segnarono il destino della residenza. Durante l’occupazione francese divenne caserma e ospedale militare, perdendo gran parte degli allestimenti e degli arredi. Cancellato il passaggio delle truppe, il Castello tornò ad essere abitato, amato dalle donne di Casa Savoia, in particolare la regina Maria Adelaide e le principesse Maria Clotilde e Maria Letizia. Di questa fase tardo ottocentesca, allestita dall’architetto Domenico Ferri secondo uno stile eclettico di gusto francese, rimane come esempio l’appartamento del primo re d’Italia Vittorio Emanuele II e della sua consorte Maria Adelaide, con lo spettacolare Salotto Blu sfarzosamente arredato e decorato in stile neobarocco.
Alla fine della prima guerra mondiale Vittorio Emanuele III cedette allo Stato alcuni castelli della Corona, fra essi Moncalieri, all’interno del quale era comunque stata garantita la permanenza della principessa Maria Letizia fino alla morte, avvenuta il 25 ottobre 1926. Due anni dopo fu inaugurata al suo interno la Scuola di reclutamento per gli Ufficiali di complemento del Corpo d’Armata di Torino. Divenne caserma dell’Arma dei Carabinieri dal 1945 e oggi ospita il 1° Reggimento Carabinieri “Piemonte”.
Nel 2008 un incendio, divampato nel torrione sud-est, ha distrutto parte dell’appartamento di Vittorio Emanuele II, incluso nel percorso di visita, causando gravi danni ed una irreparabile perdita per il patrimonio storico e culturale italiano, come la sala nella quale il 20 novembre 1849 il re firmò il Proclama di Moncalieri, determinante per la futura unità della nazione.
I complessi restauri, conclusisi nel 2017, hanno restituito al pubblico questi spazi con un allestimento evocativo che, tramite un sistema di pannelli e velari, mostra “in trasparenza” il loro aspetto prima dei danneggiamenti.


Palazzina di caccia di Stupinigi

La Palazzina di Caccia di Stupinigi è un gioiello architettonico immerso nella campagna torinese, a soli 10 km da Piazza Castello a Torino, cui fa da cornice lo strepitoso panorama delle Alpi. Considerata il capolavoro dell’architetto Filippo Juvarra – che ne fece un modello internazionale per le residenze di loisir – e voluta da Vittorio Amedeo II per gli svaghi della corte sabauda, fu edificata dal 1729 al centro di una vasta riserva di caccia, instaurando un rapporto privilegiato con l’ambiente circostante.
La razionale gestione del territorio emerge nella progettazione di un vero e proprio agglomerato urbano al servizio della Palazzina, completo di scuderie, magazzini, cascine, canili e abitazioni. Dal 1754, il complesso divenne facilmente raggiungibile dalla capitale attraverso una strada alberata.
Per l’edificio principale, Juvarra concepì una struttura a forma di croce di sant’Andrea nei cui bracci, proiettati verso i giardini, trovavano spazio gli appartamenti destinati alla famiglia reale. Al centro della croce, perno dello schema geometrico su cui è impostata la planimetria, sorge l’ampio salone ellittico ideato come uno spettacolare spazio per le feste. Interamente dipinto a finte architetture dai quadraturisti bolognesi Domenico e Giuseppe Valeriani, il salone coinvolge lo spettatore in uno scenografico dialogo tra pittura, scultura e architettura, amalgamate dalla luce che entra dalle ampie finestrature. Il tema della caccia, scelto per il centrovolta del salone con l’Apoteosi di Diana, è, insieme a quello della natura, il filo conduttore per gli affreschi, gli arredi e le sculture che ornano gli ambienti della residenza.
Su richiesta di Carlo Emanuele III (successore di Vittorio Amedeo II) dal 1740 Benedetto Alfieri ampliò la palazzina con due appartamenti destinati ai figli del nuovo re, il duca di Savoia e il duca di Chiablese. Gli interni si caratterizzarono per la decorazione rococò incentrata sul fascino degli specchi e sul gusto per l’esotismo, con salotti rivestiti di carte importate dalla Cina. Con il 1798 e l’occupazione francese si conclusero gli ampliamenti, durati tutto il secolo; durante l’Ottocento la palazzina fu riarredata più volte per ospitare i sovrani che la scelsero come luogo di villeggiatura, come Carlo Felice e Maria Cristina di Borbone e, ancora nel Novecento, Margherita di Savoia.
Dal 1919 la Palazzina di Caccia di Stupinigi, affidata all’Ordine Mauriziano, divenne sede del Museo di Arte e ammobiliamento. Importanti lavori di restauro sono stati condotti recentemente e dal 2016 il percorso di visita ripristinato prevede la quasi totalità degli appartamenti aulici. La conservazione e valorizzazione di questo patrimonio si deve oggi alla Fondazione Ordine Mauriziano.

A Torino arriva una “Mole di panettoni”

A Torino arriva una “Mole di panettoni”

Il 25 e il 26 novembre all’Hotel Principi di Piemonte torna “Una Mole di Panettoni”, vetrina d’eccellenza che da oltre 12 anni riunisce a Torino per un dolcissimo week-end i migliori lievitisti della pasticceria italiana.
Anche per questa edizione la società organizzatrice
Dettagli Eventi di Laura Severi e Matilde Sclopis ha selezionato soltanto gli artigiani che rispettano rigorose regole di qualità: l’utilizzo di lievito madre e l’esclusione di conservanti, mono e digliceridi, emulsionanti, additivi chimici, aromi artificiali e semilavorati.

L’Italia di panettone

Dalla Campania al Piemonte, dalla Toscana alle Marche, ogni territorio italiano sforna per le Feste un numero sempre crescente di panettoni artigianali, che profumano dei prodotti della regione, della provincia e delle località del nostro Bel Paese.
Le due fondatrici stanno ancora selezionando i migliori lievitisti d’Italia che quest’anno parteciperanno a “Una Mole Panettoni”.

I tre consorsi

Come da tradizione, il concorso anche quest’anno per la premiazione prevede tre categorie: il Miglior panettone tradizionale scuola milanese (alto senza glassa); il Miglior panettone tradizionale scuola piemontese (basso con glassa) e il Miglior panettone creativo.

Il pubblico potrà degustare e acquistare al prezzo speciale di 32€ al kg il protagonista dei dolci natalizi, declinato nelle preparazioni classiche, con glassa o senza, o vestito in modo creativo. L’ingresso singolo, dalle 10 alle 20, ha un costo di 5 euro (+ commissioni di servizio, se l’acquisto è online). I bambini sotto i 12 anni, invece, accedono gratuitamente alla manifestazione.

Secondo NielsenIQ, il mercato del panettone artigianale conquista sempre nuovi estimatori. In Italia, il valore economico complessivo del settore si attesta infatti a 251.6 milioni di euro, di cui il 53% generato dal segmento artigianale e il restante 47% da quello industriale. Per quanto riguarda la domanda, il numero delle famiglie acquirenti è aumentato di 400mila unità quest’anno rispetto all’anno precedente, raggiungendo la cifra totale di 11.3 milioni. Di queste, ben 3,4 milioni arrivano a scegliere la qualità artigianale (+17.2% rispetto al 2020).

A Firenze torna il Sake Day’s

A Firenze torna il Sake Day’s

Torna a Firenze il “Sake Days”, oramai giunto alla sua terza edizione, l’evento che porta in Italia tutta la storia e la cultura del bere giapponese.

Degustare il bere giapponese

Il viaggio tra cantine e distillerie della Terra del Sol Levante Organizzato dalla Scuola Italiana Sake, un’esperienza aperta ad appassionati e professionisti.
Oltre agli stand dei migliori importatori, dove potrete assaggiare ed acquistare le più importanti selezioni di Sake, Shochu, Awamori, Whisky e tutte le bevande giapponesi, la giornata sarà ricca di tasting, masterclass e talk con relatori del calibro di come Daniele Cancellara (Bar Manager di Rasputin, Firenze, e autore e conduttore di Whisky for Breakfast), Gaetano Cataldo (premiato Sommelier dell’anno 2022 al Merano Wine Festival), Giovanni Baldini (Sake Scouting e fondatore Scuola Italiana Sake), Luca Rendina (importatore di distillati con Bere Giapponese) e molti altri.


Nasce la scuola italiana Sake

La Scuola Italiana Sake si pone l’obbiettivo di far conoscere in Italia tutta la cultura legata ai fermentati e ai distillati nipponici, con corsi ed eventi aperti a tutti, appassionati, addetti al settore ma anche semplicemente curiosi.
Questa edizione del Sake Days sarà la prima dopo la fondazione della scuola, e all’evento ci saranno ospiti produttori di Awamori direttamente da Okinawa, e distributori di prodotti mai importati in Europa.
Tra gli eventi speciali di questa seconda edizione immancabili saranno la prima degustazione di Vino Giapponese e di Umeshu mai realizzate in Italia!


Cos’è il Sake?

Il sake è una bevanda alcolica prodotta principalmente da riso, acqua, lievito e koji (un fungo che aiuta nella fermentazione).
Viene spesso chiamato “vino di riso”, ma la sua produzione e il suo sapore sono molto diversi da quelli del vino poichè il sake ha una gamma di sapori che possono essere da dolci e morbidi a secchi e complessi.
La sua produzione è un processo complesso che coinvolge diverse fasi. Il riso viene prima pulito, ammorbidito e poi fermentato con il lievito per produrre alcol e aromi; questo processo di fermentazione è diverso da quello del vino, perché avviene contemporaneamente alla conversione degli amidi del riso in zuccheri.
La fermentazione avviene in vasche di acciaio o botti di legno, e il prodotto finale viene filtrato e talvolta diluito con acqua prima dell’imbottigliamento.
Il sake è un’icona della cultura giapponese. Le regioni centrali del Giappone, come Niigata, Hiroshima, e Kyoto, sono famose per la produzione di sake di alta qualità ma ogni regione può produrre sake con caratteristiche di sapore uniche a causa delle differenze nella varietà di riso utilizzata, nelle fonti d’acqua e nei metodi di produzione; un terroir e non solo che determina il gusto.
Profondamente radicato nella tradizione nipponica è spesso associato a celebrazioni religiose e culturali e viene consumato in una varietà di occasioni, dall’accompagnamento a pasti tradizionali giapponesi a cerimonie speciali come matrimoni e rituali religiosi.
Bevanda versatile che può essere gustata in modi diversi, a temperatura ambiente, freddo o riscaldato, a seconda della preferenza personale e del tipo di sake.
Parte integrante della cultura orientale il sake continua a guadagnare popolarità in tutto il mondo grazie alla sua varietà di sapori e al suo legame con la tradizionee il Sake Days di Firenze ne è un esempio.

Sushi. Foto drawsandcooks
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Con cosa abbinare il sake a tavola? Alcuni consigli

Il sake è una bevanda molto versatile anche quando si tratta di abbinamenti culinari. Può essere esaltato con una vasta gamma di piatti giapponesi e internazionali.
Di seguito ci permettiamo di darvi alcune idee su quali cibi possono essere abbinati al meglio.
Ovviamente non possiamo che iniziare dalla cucina giapponese. Abbinamento perfetto per sushi e sashimi grazie alla leggera acidità e freschezza che completano bene il pesce crudo
e i sapori delicati del sushi. Perfetto compagno a tavola anche per la tempura dato che la sua croccantezza e la pastella leggero si sposa benissimo con il sake che bilancia anche l’olio della frittura e migliora il sapore dei gamberetti o delle verdure immerse nell’impasto.
Ottimo da bersi anche con l’yakitori un piatto giapponese meno noto in occidente. Trattasi di
spiedini di carne alla griglia (solitamente pollo) perfetti con il sake poiché il suo sapore leggermente affumicato e il dolce della salsa teriyaki si armonizzano bene con il gusto complessivo del sake.
Perfetto anche con piatti a base di frutti di mare, come zuppe di vongole o piatti di pesce alla griglia. Il sapore pulito e fresco del sake può esaltare i sapori dei frutti di mare.
Tutto da provare e sicuramente sorprendente l’abbinamento con formaggi cremosi, come il formaggio di capra o il formaggio brie. L’acidità della bevanda può contrastare il grasso del formaggio. Ottimo compagno anche per piatti piccanti come quelli della cucina thailandese o messicana dato che la sua freschezza può lenire il calore dei cibi piccanti. Perfetto ovviamente con tutta la gamma di dolci nipponici fra cui il mochi (pasta di riso glutinoso) o i dorayaki (pancake ripieni).

 

 

Al via la Torino cocktail week. C’è tempo fino al 25 settembre

Al via la Torino cocktail week. C’è tempo fino al 25 settembre

migliori Bartender nazionali e internazionali ospiti sotto la Mole, e non solo. Dal 15 al 25 settembre, dieci giorni di degustazioni e divertimento aperti al pubblico di appassionati del settore e non, vedrà protagonisti i  migliori locali e cocktail bar di Torino e – per la prima volta – anche del Piemonte. 


I numeri importanti di un grande evento

Sfide fra bartender, masterclass, degustazioni di cocktail innovativi, spirits nights ed eventi all’interno di oltre 40 cocktail bar della città insieme ai bartender di fama internazionale in arrivo. Alla sua sesta edizione Torino Cocktail Week coinvolge oltre 30 brand di spirits e per la prima volta si estende anche al Piemonte, con la partecipazione di 10 cocktail bar scelti, tra cui Radici di Asti, Green Beach, Officine Pulp e tanti altri.
Dopo il grande successo della quinta edizione, durante la quale sono stati serviti un totale di 19mila cocktail con la presenza di oltre 25mila partecipanti, Torino Cocktail Week diventa anche Piemonte Cocktail Week, pronta ad inebriare il pubblico dell’intera regione e puntando a inserirsi nel palinsesto di appuntamenti nazionali dedicati al mondo del bere bene e di qualità. 


Un programma sontuoso

Un ricco calendario di eventi, degustazioni, masterclass e night esclusive, in aggiunta alla creazione di nuovi cocktail dedicati e creati per l’occasione.
Da Quadrilatero a Vanchiglia, fino a Sansalvario ogni locale proporrà il suo personalissimo e distinto signature cocktail, trasformandosi per una settimana nella location di guest bartending, con masterclass e degustazioni di prodotti promossi dai brand partecipanti all’evento, con una vera e propria competizione dove verrà premiato il miglior cocktail di Torino,  fra gli  oltre 40 locali della Città coinvolti.
Un’occasione unica per scoprire gli ultimi trend del settore con momenti dedicati alla scoperta delle nuove frontiere del gusto, fra Spirits&Beverage e della Liquoristica, come della sostenibilità e alla ricerca di idee sempre più internazionali e innovative.
L’unica regola è lasciarsi sorprendere dal gusto dei cocktail più iconici e insoliti come quelli proposti da alcune delle migliori firme in arrivo a Torino, come Federico Mastellari, Andrea Dracos, Giuseppe Mancini, Livio Buscaglia, fra i principali formatori sul tema del bartending e delle professioni legate alla bar industry.


Le novità 2023

Non solo spirits.
Novità di quest’anno
 rispetto alle passate edizioni è anche il food pairing con i principali ristoranti di Torino: uno spirit in abbinamento a un piatto nei tantissimi ristoranti della città come Osteria Rabezzana, San Giors e Cubique.
Torino Cocktail Week cambia e si rinnova infatti, anno dopo anno, presentando un format in continuo divenire per andare incontro alle esigenze dei brand e del pubblico.
Un intinerario che coinvolge quindi  l’intera città, anche attraverso un contest.
Il 
percorso ‘mixology’ si snoda attraverso i migliori cocktail bar della città con il ‘Cocktail Grand Tour’, il contest diffuso creato dalla Torino Cocktail Week. Durante tutta la settimana il pubblico potrà quindi votare – attraverso un QR Code – le originali creazioni dei locali aderenti ed eleggere il vincitore della gara di miscelazione.

Durante le speciali One Night verrà inoltre proposta una drinklist selezionata di brand corrispondenti allo spirits protagonista della serata. Scopri prodotti di alta qualità, e divertiti con l’intrattenimento proposto in sinergia con i principali locali e cocktail bar della città.
Fra i nomi della giuria, un comitato tecnico composto quest’anno dal torinese Andrea Dracos, che si è aggiudicato il titolo di Campari Barman of The Year con il suo cocktail Torino – Milano Via Novara, e Branka Vukasinovic barlady con esperienza internazionale e titolare del Civico 1 di Torino, insieme al Direttore della Torino Cocktail Week e responsabile commerciale del Salone del Vino Emanuele Romagnoli.


Gli appuntamenti più attesi

Tanti gli appuntamenti attesi di questa sesta edizione, a partire dal Grand Opening da Eataly venerdi 15 settembre, con cocktail e tapas al tramonto per salutare l’estate: una grande festa in terrazza per dire arrivederci alla bella stagione, ricordando i cocktail sulla spiaggia con le fresche proposte di cocktail e le tapas ideate dall’Executive Chef Patrik Lisa.
Da non perdere anche l’evento Vanchiglietta Mixology Night sabato 16, la serata in cui tre locali Lumeria, Il Monomono e Ca’ Maìs, si uniscono per creare un’esperienza unica di intrattenimento. Mixology, dj-set e tante altre sorprese coinvolgeranno e animeranno Vanchiglietta tutta la notte.
Si prosegue domenica 17 con Spritz Sunday all’Imbarco Perosino. Fresco di riapertura, Al Pero – Imbarco sul Po aspetta il pubblico per una domenica di fine estate in riva al Po tra Select Spritz, live band, dj-set e tante altre sorprese. Ai giradischi la selezione musicale di Discomoderni per godersi il tramonto sul fiume tra bella musica, good vibes e freschi drink.
Da Porto Urbano in programma lunedi 18 una delle giornate principali della Cocktail Week: con Cocktail Academy Day una giornata dedicata agli operatori del settore e ai protagonisti della mixology, fra bartender internazionali, masterclass e competition, per svelare tutti i segreti della mixology raccontati direttamente dai protagonisti internazionali. A seguire, anche un tour dei cocktail bar e serata di networking per la bar industry. Fra gli ospiti: Federico Mastellari e la sua Drink Factory, Beppe Mancini, Flavio Esposito, Andrea Dracos e molti altri.
Martedi 19, nel cortile di Combo anche l’esclusiva Cocktail Olympic Game, una sfida a colpi di cocktail dei migliori bartender della città, per vederli all’opera nella fase di miscelazione dei drink. I cocktail bar proporranno inoltre una creazione studiata appositamente per la serata, e la presenteranno in un’autentica maratona.
Al centro del programma di Torino Cocktail Week anche il sakè, con la serata di giovedì 21 in una Sake Night da Azotea che dà il via a una speciale serata in compagnia di Sake Company insieme ad Andrea Dracos.
Gran finale, per chiudere e festeggiare insieme questa sesta edizione ricca di ospiti, giovedì 21 la Festa Stock di Fine Estate a cura di Pazza Idea al Perosino, per seguire il giorno dopo, venerdì 22, con l’apertura straordinaria del Castello di Moncalieri a cura di Ozio Intelligente insieme ai prodotti di Cocchi, e il grand closing di Una Notte a Casa Martini a cura di Club Silencio sabato 23 settembre.

 

Un grande settembre per il Consorzio del Vermouth di Torino

Un grande settembre per il Consorzio del Vermouth di Torino

Il Vermouth di Torino sarà protagonista dei più importanti eventi piemontesi del mese settembre, con molti momenti di convivialità e imperdibili degustazioni.
Si inizierà con la celebre manifestazione astigiana Douja d’Or. Tutti i Vermouth di Torino
tutelati dal Consorzio saranno presenti per l’intera durata della manifestazione nella rassegna dei
Vermouth che sarà realizzata in collaborazione con l’Unione Industriale di Asti in uno stand
dedicato, nella storica Piazza Roma.


Fra Asti e Bra per farsi conoscere anche in maniera insolita

In particolare, il Consorzio del Vermouth di Torino, insieme a Unione Industriale di Asti e “Associazione Le Terre dei Savoia” organizza il 15 settembre alle ore 20 ad Asti, in Piazza Roma, l’evento Olfatto, con l’obiettivo di preparare il pubblico alla degustazione del Vermouth di Torino, con un’introduzione alla sensorialità e con un training olfattivo.
Ci sarà anche la partecipazione a Cheese, la rassegna di Slow Food e Comune di Bra.
In questa
grande kermesse dedicata ai formaggi provenienti da tutto il mondo, tutti i Vermouth di Torino del Consorzio saranno presenti per la degustazione nella Gran Sala dei formaggi.
Il 15 settembre, alle ore 14, il Consorzio del Vermouth di Torino darà vita a un Laboratorio del
Gusto, una masterclass che vedrà specialissimi abbinamenti del Vermouth di Torino con
intriganti formaggi: il Bleu de Queyras, un formaggio a pasta erborinata prodotto con latte crudo
vaccino di razza Tarine e Abondance, proveniente dagli alpeggi della zona del Queyras, nelle
Hautes Alpes; Toma di pecora brigasca, razza diffusa in Piemonte, Liguria e Provenza; il Persillé
de Tigne, estremamente raro, che si prepara prevalentemente con latte caprino intero; il Bleu de
Termignon, un formaggio vaccino prodotto artigianalmente nel cuore del parco naturale della
Vanoise.
Il Vermouth di Torino sarà inoltre presente in accurate cene di degustazione organizzate

nell’ambito di Cheese, presso il Ristorante Garden dell’Albergo dell’Agenzia di Pollenzo.

Roberto Bava


Ad Asti nasce il museo del Vermouth

L’intenso programma continuerà ad Asti, presso Palazzo Mazzetti, dove il 16 settembre alle ore
17, curerà la presentazione del futuro Museo del Vermouth, del Vino e delle Erbe officinali.
Il
museo, che sarà realizzato nel 2024, rientra nel rilancio del complesso di Palazzo Ottolenghi, da
parte del Comune di Asti.
Il progetto del Museo, realizzato dal gruppo di lavoro del Consorzio del
Vermouth di Torino, approfondirà il percorso che porta a una esperienza multimediale sul Vermouth di Torino, sulle erbe e spezie che lo compongono e sui vini del Piemonte. L’iniziativa è gratuita e aperta al pubblico, ma è consigliata la prenotazione presso: vermouth@vermouthditorino.org


Un convegno internazionale per i vini aromatizzati

Un altro importante evento che vedrà in primo piano il Consorzio del Vermouth di Torino sarà il
convegno internazionale “Vermouth di Torino IGP e Barolo chinato DOP: passato, presente e
futuro dei vini aromatizzati tra denominazioni di origine e marchi collettivi” che si terrà il 23
settembre 2023 dalle 9 alle 18, al Castello di Grinzane, presso l’Enoteca regionale piemontese
Cavour.
Continuano intanto le attività di promozione e tutela del Vermouth di Torino sui mercati
internazionali.

Vermouth di Torino: l’aromatizzato amato a Corte

Il Vermouth di Torino è il più famoso vino aromatizzato italiano, già apprezzato alla corte reale dei Savoia. Il suo nome deriva dal termine tedesco wermut che definisce l’Artemisia absinthium (assenzio maggiore), base aromatica principale nella sua preparazione.
Dal 1400 i liquoristi torinesi iniziarono a distinguersi per la perizia nell’arte della distillazione

fino a ottenere, già nel Settecento, grande fama anche oltre i confini italiani. Nell’Ottocento e Novecento il Vermouth divenne famoso anche all’estero nelle sue due varianti bianco e rosso. Proprio dal capoluogo piemontese ha inizio lo sviluppo del Vermouth di Torino come lo conosciamo oggi, affascinante aperitivo conviviale. Nel corso degli anni si è assistito all’evoluzione delle tecniche di lavorazione: le nuove hanno affiancato le più antiche e la loro coesistenza continua ancora oggi a preservare e valorizzare la tradizionale produzione di questo prodotto.
Il Vermouth di Torino viene classificato in base al colore (Bianco, Ambrato, Rosato o Rosso) e alla quantità di zucchero impiegata nella sua preparazione. Il disciplinare prevede anche la tipologia Vermouth di Torino Superiore che si riferisce a prodotti con un titolo alcolometrico non inferiore a 17% vol., realizzati con almeno il 50% di vini piemontesi e aromatizzati con erbe – diverse dall’assenzio – coltivate o raccolte in Piemonte.

Foto di Catalin Stefan da Pixabay


Il Consorzio del Vermouth di Torino

Il Consorzio ha per scopo principale la tutela, la promozione, la valorizzazione della denominazione, tutelandone l’informazione al consumatore finale e fornendo assistenza tecnica e formazione professionale alle aziende e ai produttori.
Tra i principali compiti, anche l’attività di vigilanza per garantire la corretta applicazione della
denominazione Indicazione Geografica ai prodotti consorziati. Tra gli obiettivi c’è anche la collaborazione con istituti e scuole per promuovere iniziative legate alla valorizzazione, all’educazione alimentare e al consumo corretto e responsabile del vermouth. Dopo oltre vent’anni di lavori, il Consorzio si costituisce nel 2019 per volontà dei produttori di Vermouth di Torino che, consapevoli della necessità di una regolamentazione, definiscono insieme un disciplinare di produzione approvato dal Decreto del 22 marzo 2017 con cui il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ha regolamentato l’indicazione geografica Vermouth di Torino/Vermut di Torino.
Attualmente il Consorzio, presieduto da Roberto Bava, comprende 35 aziende storiche che producono e distribuiscono in tutto il mondo il Vermouth di Torino: Antica Cantina di Calosso, Antica Distilleria Quaglia – Bèrto, Antica Torino, Arudi, Bosca, Cav. Pietro Bordiga, Calissano – Gruppo Italiano Vini, Carlo Alberto, Carpano – Fratelli Branca Distillerie, Chazalettes, Cinzano – Davide Campari–Milano, Giulio Cocchi, Coop. Erbe Aromatiche Pancalieri, D.co Ulrich, Del Professore, Drapò – Turin Vermouth, Ducato, Franco Cavallero Spirits, Gancia & C., Karminia, Isolabella
della Croce, La Canellese, Luigi Vico, Mainardi, Mancino, Martini & Rossi, Antonio Parigi, Peliti’s, Distilleria Revel Chion, Scarpa, Sibona, Sperone, Starlino, Tosti1820, Vergnano.