Dic 22, 2018 | Arte e cultura, Firenze
[:it]
Il ricco programma della Galleria dell’Accademia di Firenze del 2019 si inaugura con una piccola ma importante esposizione che ha come fil rouge la tutela del patrimonio culturale.
Ideata e curata dal direttore della Galleria Cecile Hollber la mostra Nuove Acquisizioni 2016-2018 sarà visibile dal 22 gennaio al 5 maggio 2019 e presenterà alcuni capolavori che, in maniere diverse, sono giunti ad arricchire le collezioni permanenti, grazie all’impegno e alla dedizione di diversi Enti sapientemente coordinati dalla Direzione del Museo.
La provenienza delle opere ha seguito iter diversificati: alcune sono state acquistate sul mercato antiquario, altre sono pervenute grazie a generose donazioni, altre da confische in seguito all’esportazione illecita ad opera del Nucleo Patrimonio dei Carabinieri, altre, infine, sono giunte in Galleria dai depositi della Certosa di Firenze.
Le tavole acquisite nel 2017 con i fondi ordinari della Galleria dell’Accademia sono due raffinati sportelli provenienti da un tabernacolo disperso di Mariotto di Nardo.
I pannelli frammentati sono stati comprati da due diversi proprietari e
ricomposti dopo l’acquisto. Il tabernacolo, impreziosito da raffinate decorazioni in pastiglia dorata che racchiudono le figure dei santi, è sicuramente frutto di una committenza prestigiosa ed è stato eseguito da Mariotto di Nardo intorno al 1420. I pannelli che in origine erano certamente di dimensioni maggiori, includevano molto probabilmente altre due coppie di santi, purtroppo perdute o fino ad oggi non ritrovate. I quattro frammenti oggi ricomposti si trovavano, alla fine dell’Ottocento, esposti in sale diverse della raccolta Corsini, nell’omonimo palazzo fiorentino in riva all’Arno.
Ben quattro opere sono giunte nel 2016 al Museo da un deposito situato presso la Certosa di Firenze. Si tratta di una Incoronazione della Vergine e angeli di Mariotto di Nardo; di una SS. Trinità del Maestro del 1419; di una Madonna col Bambino in trono fra angeli del Maestro del 1416 e di una Madonna col Bambino e santi di Bicci di Lorenzo. A causa di una cattiva condizione di conservazione, l’Incoronazione di Mariotto di Nardo e la SS. Trinità del Maestro del 1419, sono stati recuperati nei loro valori pittorici da un accurato lavoro di restauro.
Due strepitose opere come I due santi di Niccolò di Pietro Gerini, in origine scomparto destro di un trittico disperso, e la Madonna dell’Umiltà del raro Maestro della Cappella Bracciolini, sono state assegnate alla Galleria dopo il brillante recupero da parte del Reparto Operativo dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Roma.
Il bellissimo piccolo busto del drammaturgo Giovan Battista Niccolini (1782-1861) di Lorenzo Bartolini era esposto all’ultima edizione della Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, è stato generosamente acquistato e donato al Museo dall’Associazione Amici della Galleria dell’Accademia di Firenze. La scultura non era ancora presente nello studio del maestro in un elenco redatto al momento della morte dell’artista mentre un ritratto del letterato fu presentata pochi anni dopo a Firenze, dagli eredi dell’artista pratese, all’Esposizione Italiana agraria, industriale ed artistica del 1861. Ricomparsa qualche anno fa nel mercato antiquario, grazie a questa donazione, la scultura in marmo e il modello in gesso, già custodito nella gipsoteca, saranno riuniti nel Museo.
Una piccola grande mostra – afferma il direttore Cecilie Hollberg – che ci riempie d’orgoglio poiché ci da la possibilità di presentare al pubblico veri e propri capolavori che sono stati recuperati, restaurati e salvati da una sicura dispersione grazie alla dedizione di molte persone che lavorano, come noi della Galleria dell’Accademia di Firenze, per la salvaguardia del patrimonio culturale e artistico.[:]
Ott 26, 2018 | Arte e cultura, Firenze
[:it]
Con il restauro della fontana di Ganimede e della grotticella torna a risplendere il Kaffehaus di Boboli.

Chi è meno giovane magari ricorda di essere stato, magare facendo forca a scuola, a bere un buon caffè nei suoi tavolini con vista spettacolare.
Era bello sognare nella magia di una costruzione unica nel suo genere, fra i lampadari e gli arredi mitteleuropei di essere a corte a ballare un bel valzer viennese insieme a un elegante cavaliere. Poi il declino e l’oblio.
Era la fine degli anni ottanta quando il Kaffehaous di Boboli, così difficile da raggiungere dall’ingresso di Piazza Pitti per chi non ha gamba, ma facile da conquistare per chi conosce Firenze ed accede a Boboli dal Forte Belvedere chiudeva le sue porte.
Un oblio a cui è stato condannato per almeno due decenni questa bellissima opera voluta dal Granduca Pietro Leopoldo e realizzata su disegno di Zanobi del Rosso nel 1776 circa.
Lo vollero e sognarono per vedere tutta Firenze e poterne godere l’immagine a 180 gradi fra un buon caffè e una sacher torte.
Un punto di ristoro magico e privilegiato che oggi sta tornando ad avere un futuro. E’ finalmente pronto il progetto definitivo che riguarda interni ed esterni, illuminazione e quant’altro di questo gioiello architettonico unico in Toscana ispirato al barocchetto viennese e al gusto orientaleggiante in voga ai tempi alla corte asburgica.
Ad oggi sono terminati i lavori nel giardino, un primo passo necessario per la messa in sicurezza in attesa dei lavori (dal costo di 600 mila euro di cui 100 mila frutto di una generosa donazione di un visitatore svizzero).
“Quando da ragazzo – racconta il direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt – e con mia nonna visitavo per le prime volte il Giardino di Boboli, la sosta al Kaffeehaus per prendere qualche bevanda davanti al panorama di Firenze era tra i momenti più emozionanti delle nostre escursioni. Dopo una prima campagna di restauri, condotta dal 2004 al 2005, che ha messo in sicurezza la struttura e recuperato il colore originale – il ‘verde lorenese’ della facciata – adesso vogliamo dare nuova vita all’edificio ripristinandone la funzione di luogo di ristoro.”
I
l primo passo è compiuto e la monumentale fontana di Ganimede, posta all’inizio della salita che porta alla struttura, è tornata a vivere e l’acqua a zampillare dal becco dell’aquila. Così come splende a nuova vita la grotticella incassata al centro del muro di sostegno alle due rampe di scale a “tenaglia” che portano all’edificio concepita per dare senso di frescura e piacere prima di entrare al caffè con le sue oltre 110 canne – che ormai era ridotte a un timido zampillo e quasi invisibili a causa delle erbe infestanti – e il perenne rilassante suono dell’acqua.
L’augurio è che possano partire presto i restauri degli interni e degli esterni anche se temiamo che date le lungaggini burocratiche italiche forse solo fra due/tre anni se tutto va bene, potremmo tornare a bere un buon caffè e a degustare una buona sacher nei tavolini del Kaffeehaus.
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Ott 13, 2018 | Enogastronomia, Eventi, Monte Amiata, Siena
Funghi e castagne protagonisti delle feste che animano i borghi amiatini nei prossimi weekend di ottobre
Borghi in festa pieni di gusto: prosegue #AmiatAutunno, la rassegna di appuntamenti dedicata ai prodotti tipici del Monte Amiata. Castagne, funghi ma anche vino e olio sono il fil rouge di un itinerario che – fino a novembre – attorno ai piaceri del palato riunisce ben otto comuni: Abbadia San Salvatore, Arcidosso, Castel del Piano, Castell’Azzara, Castiglion d’Orcia, Piancastagnaio, Roccalbegna e Santa Fiora.
Quattro le località in cui il bello e buono si mette in mostra nei prossimi due week end.
Il 12-13-14 e il 19-20-21 ottobre nel borgo medioevale di Abbadia San Salvatore si rinnova la “Festa d’Autunno”.
Protagonista principale la castagna, prodotto che da sempre riempie le madie con la sua preziosa farina, con la quale spesso si è riusciti a sostituire il pane in una terra non abbondante di grano. Mentre si cuociono caldarroste degustazioni, musica, mercatini e spettacoli rendono unica l’atmosfera nel borgo medioevale.
Previste anche visite guidate alle bellezze medioevali della città e visite guidate al Museo Minerario (per informazioni Consorzio Terre di Toscana tel. 0577 778324; info@terreditoscana.net), all’Abbazia del Santissimo Salvatore e al Museo di Arte Sacra (info: museoabbaziasansalvatore@gmail.com tel: 0577 777352). Per gli appassionati di mountain bike, un’escursione naturalistica nei boschi del Monte Amiata (info: Associazione MTB Amiata, tel: 3315784886).
#AmiatAutunno prosegue poi con la “Sagra del Fungo e della Castagna” a Vivo d’Orcia (comune di Castiglione d’Orcia) nelle giornate del 14 e 20-21 ottobre.
Qui a farla da padrone sono le pietanze a base di funghi e tra una degustazione e l’altra si snoda un fitto calendario di spettacoli che culmina nel curioso e divertente Palio del Boscaiolo (21 ottobre), un confronto curioso e divertente tra le due contrade del paese, il “Pian delle Mura” e le “Caselle”, impegnate nel tagliare in sei parti un tronco del diametro di circa 60 centimetri, per la realizzazione di sei sedie, ed un altro tronco del diametro di circa 25 centimetri, per la realizzazione di sei scodelle nelle quali dovrà essere versata la polenta che nel frattempo verrà preparata dagli altri concorrenti.
Previste anche escursioni naturalistiche con “Le stagioni del Castagno con visita alle Sorgenti dell’Ermicciolo” (Info: Pro-Loco tel. 0577/873830 – 3381761817).
Il 20-21 ottobre si festeggia anche nella frazione di Cana (comune di Roccalbegna) con la “Biondina”: così è chiamata la caldarrosta, alludendo al colore che assume dopo essere stata cotta nei tipici bracieri.
Ma non solo le castagne saranno protagoniste di questa due giorni durante i quali si potranno degustare i piatti della tradizione come la polenta di castagne con ricotta, la zuppa di funghi, i biscotti salati, il castagnaccio. Inoltre saranno aperte le “frasche”, ovvero le cantine del paese dove si potranno degustare vini locali.
“Castagna in Festa” anche ad Arcidosso dove per due fine settimana (19-20-21 e 26-27-28 ottobre) si celebra il frutto a cui si sono legate le sorti di tante donne e uomini dell’Amiata.
Una festa fatta dalla gente: sono tante le associazioni di volontariato del territorio che collaborano alla buona riuscita, allestendo stand con prodotti a base di castagne e birra di castagne. Sono aperte anche le cantine nel centro storico mentre un ricco programma di spettacoli e concerti anima il paese dove si svolgono originali mercatini dell’artigianato e antiquariato.
Ma il calendario di #AmiatAutunno è ancora lungo e tutto da gustare.
Il 28 ottobre riflettori accesi su Campiglia d’Orcia (comune di Castiglione d’Orcia) per la “Festa del Marrone” che unisce gusto a folklore. Si gustano i piatti della tradizione e soprattutto, i marroni preparati in ogni modo. Intanto i tre Rioni in cui è suddiviso il paese danno vita alla festa. Le strade e le viuzze si riempiono di scenografie dove personaggi in costume raccontano di antiche leggende o cantano stornelli. La storia torna a vivere.
Il 20 e il 21 ottobre, #AmiatAutunno si sposta a Santa Fiora con la “Sagra del Marrone Santafiorese” dedicata ancora una volta alla pregiatissima castagna del Monte Amiata.
Due giorni di degustazioni di piatti a base di castagne, visite guidate nei boschi di Santa Fiora e nei seccatoi, i luoghi tradizionali della lavorazione dei marroni.
Nato per celebrare la fine del raccolto della castagna e l’inizio della stagione invernale, dal 31 ottobre al 4 novembre a Piancastagnaio è tempo di Crastatone.
Il termine Crastatone deriva dal verbo dialettale “crastare”, ovvero l’atto di tagliare la castagna prima di metterla sul fuoco, da qui la “crastata” (caldarrosta). I chiassi delle Contrade diventano percorsi tutto da scoprire: l’aria profuma di caldarroste e legna bruciata mentre cantine e locande offrono menù tipici conquistando i visitatori con specialità a base di castagne, monne, brodolose, vecchiarelle e suggioli. Mostre d’arte, mercatini, musica e visite guidate arricchiscono la manifestazione.
Sabato 3 novembre il borgo di Castell’Azzara si tuffa nella tradizione con “Zucche in festa” appuntamento che racconta un’antica usanza toscana.
Organizzata dall’Associazione Pro Loco, dagli Amici dell’Orso, con il patrocinio del Comune di Castell’Azzara è questa la festa delle “morti secche” ovvero delle zucche svuotate e trasformate in teschi da illuminare con una candela.
Nulla a che fare con Halloween: questa usanza accompagnava l’autunno, quando le zucche ormai mature, in compagnia delle pannocchie di granturco con cui avevano condiviso il terreno di semina, arrivavano nelle case dei contadini per essere usate come alimento per uomini e maiali.
Un raccolto celebrato da queste sculture rurali che giocando a raffigurare la morte, si proponevano come oggetti portatori di luce e quindi di vita. E così, per una sera, le suggestive vie del borgo storico di Castell’Azzara vengono rischiarate da giocose lanterne mentre si delizia il palato dei visitatori con menù a base di zucca (da non perdere i tortelli di zucca al tartufo, le carni di maiale ed i dolci), tra musica e attrazioni.
Per informazioni: www.amiatautunno.it. Facebook Amiatautunno; Instagram: Amiatautunn
Lug 26, 2018 | Enogastronomia, Firenze
[:it]
Metti una giornata di mezz’estate, una storica fiaschetteria fiorentina e un emergente spumante veneto.
Ingredienti perfetti per una giornata un po’ speciale dove l’estro creativo di Stefano Bottega distillatore e vinificatore veneto di seconda generazione e fatturato a molti zeri incontra quello dei fratelli Paolo e Andrea Gori, rispettivamente in cucina e in sala per una presentazione insolita, ma sicuramente riuscita.
Bottega con la sua contagiosa allegria del nord-est vincente è sbarcato nella città del giglio per presentare la sua ultima creatura il Pas Dosé.
Un vino spumante di tendenza sempre più apprezzato anche dal pubblico giovane; un vino spumante con un contenuto zuccherino limitato prodotto con il tradizionale metodo Martinotti che unisce ai delicati e raffinati aromi, un gusto unico e accattivante. Un vino che non pensa ai mercati ma al territorio da cui si origina.
Un vino sincero espressione autentica che si contraddistingue per eleganza,
raffinatezza e freschezza.
E del resto Stefano Bottega in quanto ad eleganza e raffinatezza anche nel packaging ne ha ben donde, basta guardare la bottiglia del Pas Dosé e le sue altre fra cui l’inconfondibile Bottega Gold ormai icona di stile italiano che l’ha portato in poco tempo ad essere nei canali duty free il terzo brand del mondo.
Ma tornando all’incontro fiorentino di Bottega in… bottega, facile il gioco di parole, tutto ci potevamo aspettare per un vino da aperitivo, ottimo su pesce, carni bianche e verdure ma non l’azzardo osato fra i tavoli di Burde.
Nessun passo indietro per i Gori brothers dalle tradizioni di famiglia.
Pas Dosé o no in tavola va solo la tradizione toscana più autentica ed ecco che così il Pas Dosé va a braccetto con un’insalatina di lesso, la pappa al pomodoro, il sugo svelto con fegatini di pollo e pomodoro di nonna Irene, la scottiglia e il peposo.
Abbinamenti sul filo del rasoio perché la parte amara rischiava di tirar fuori la nota metallica sgradevole, ma tutto è stato perfetto, anche se a onor del vero ad accompagnare la scottiglia e il peposo era possibile optare per un alternativa altrettanto all’altezza, ovvero l’Amarone 2015 della casa e la chiusura con il dessert tradizionale fiorentino per eccellenza, lo zuccotto, si è accompagnato col Moscato.
Lode prima di tutto al coraggio e poi al magico liquore che ha supportato (e sopportato) nell’insieme molto bene (qualche abbinamento meglio riuscito qualche altro meno) anche la robustezza della cucina tradizionale toscana.
Del resto solo un “visionario” che in pochi anni ha scalato le vette dell’enologia mondiale servendo ben 140 paesi e vincendo oltre 280 premi poteva cogliere il guanto di sfida dei fratelli Gori.
[:en]
Metti una giornata di mezz’estate, una storica fiaschetteria fiorentina e un emergente spumante veneto.
Ingredienti perfetti per una giornata un po’ speciale dove l’estro creativo di Stefano Bottega distillatore e vinificatore veneto di seconda generazione e fatturato a molti zeri incontra quello dei fratelli Paolo e Andrea Gori, rispettivamente in cucina e in sala per una presentazione insolita, ma sicuramente riuscita.
Bottega con la sua contagiosa allegria del nord-est vincente è sbarcato nella città del giglio per presentare la sua ultima creatura il Pas Dosé.
Un vino spumante di tendenza sempre più apprezzato anche dal pubblico giovane; un vino spumante con un contenuto zuccherino limitato prodotto con il tradizionale metodo Martinotti che unisce ai delicati e raffinati aromi, un gusto unico e accattivante. Un vino che non pensa ai mercati ma al territorio da cui si origina.
Un vino sincero espressione autentica che si contraddistingue per eleganza, raffinatezza e freschezza.
E del resto Stefano Bottega in quanto ad eleganza e raffinatezza anche nel packaging ne ha ben donde, basta guardare la bottiglia del Pas Dosé e le sue altre fra cui l’inconfondibile Bottega Gold ormai icona di stile italiano che l’ha portato in poco tempo ad essere nei canali duty free il terzo brand del mondo.
Ma tornando all’incontro fiorentino di Bottega in… bottega, facile il gioco di parole, tutto ci potevamo aspettare per un vino da aperitivo, ottimo su pesce, carni bianche e verdure ma non l’azzardo osato fra i tavoli di Burde.
Nessun passo indietro per i Gori brothers dalle tradizioni di famiglia. Pas Dosé o no in tavola va solo la tradizione toscana più autentica ed ecco che così il Pas Dosé va a braccetto con un’insalatina di lesso, la pappa al pomodoro, il sugo svelto con fegatini di pollo e pomodoro di nonna Irene, la scottiglia e il peposo.
Abbinamenti sul filo del rasoio perché la parte amara rischiava di tirar fuori la nota metallica sgradevole, ma tutto è stato perfetto, anche se a onor del vero ad accompagnare la scottiglia e il peposo era possibile optare per un alternativa altrettanto all’altezza, ovvero l’Amarone 2015 della casa e la chiusura con il dessert tradizionale fiorentino per eccellenza, lo zuccotto, si è accompagnato col Moscato.
Lode prima di tutto al coraggio e poi al magico liquore che ha supportato (e sopportato) nell’insieme molto bene (qualche abbinamento meglio riuscito qualche altro meno) anche la robustezza della cucina tradizionale toscana.
Del resto solo un “visionario” che in pochi anni ha scalato le vette dell’enologia mondiale servendo ben 140 paesi e vincendo oltre 280 premi poteva cogliere il guanto di sfida dei fratelli Gori.[:]
Lug 1, 2018 | Enogastronomia, Firenze, Mugello | Val di Sieve
[:it]
Metti un gin artigianale più unico e raro, un bel casolare della campagna toscana con una micro distilleria, una serata estiva malandrina con l’orizzonte che promette pioggia e sei giornalisti ingannati a tavola.
Cronaca di una serata speciale voluta e sceneggiata da Podere Castellare con Kitchen Wishes e la complicità di una giornalista che, beffardamente ha ingannato altri colleghi.
Una cena speciale ad occhi chiusi per immergersi in altra dimensione.
Una dimensione dove, escludendo la vista, si sviluppano ed esaltano gli altri quattro sensi.
Sensazioni tattili, uditive, odorose e soprattutto emozionali che hanno trasportato dei professionisti abituati a lavorare con la vista alla totale oscurità per oltre due ore.
Tutto inizia sulla splendida aia terrazzata di questo eco resort
incastonato sul crinale che risalendo dalla vallata dell’Arno già profuma di foresta in direzione Consuma e Casentino.
La regia è perfetta e gli attori protagonisti della serata dopo il ciack e un girotondo giocoso e allo stesso tempo propiziatorio come in un rito pagano, bendano gli ospiti. Giornalisti compresi.
Quasi uno schock, ma la sfida è intrigante. Stare in silenzio e cercare di raccontare ad occhi chiusi.
Sento subito i sospiri di paura di alcuni, le mani insicure che cercano la spalle del vicino per trovare sicurezza, l’alito di
vento che profuma di pioggia che si insinua fra bende e capelli, i chiacchiericci forzosi per darsi coraggio e le scuse incredibili per sbendarsi.
Ma stare al gioco è la scelta migliore, sapendo bene che una cena al buio è davvero impegnativa.
Cerchiamo di tacere.
Avverto l’ampiezza degli spazi subito sopra le mie spalle come se si aprisse la campagna portandosi con se quel venticello che promette pioggia, profumi di cipresso, di lavanda e di paglia.
I rumori sono quelli del tramonto quando la nostra “guida”
sbendata prende (immagino) per mano il primo componente del nostro impacciato trenino. Ma i rumori del tramonto sono un invenzione della mia mente che mescola odori, sensazioni di calore e suggestioni oniriche.
Saliamo e scendiamo per terreni instabili e di pendenze diverse. Sotto i piedi ora pietra, ora sasso, ora brecciolino e poi scalini.
Si fa presto a dire scalini ma quanti e poi. In alto o in basso. Davvero complicato anche solo fare due passi bendati seppur guidati.
Mentre sono immersa nel mio pensiero mi ritrovo fra le mani un cucchiaino dall’odore intenso di ceci e la consistenza di una mousse. Intuisco sia humus di ceci mentre in bocca mi si avvicina anche una sottile e croccante porzione di pane Carasau e nell’altra un bicchierino profumato e fresco: è il gin di casa Peter of Florence facile intuirlo, meno lo è scovare nell’aromatizzazione il miele che smorza l’intensità dell’ananas.
Poi si riparte, si gira, si scende si sale e continuando a fidarci solo dal compagno di ventura avanti a noi che avverte “spigolo a destra, spostati a sinistra” fino a che dopo qualche urto e livido ci troviamo al tavolo e sediamo.
Il silenzio avvolge la sala. Doveroso per cogliere sensazioni.
Leggere folate di vento indicano il passaggio di qualcuno e il leggero rumore di qualche suono sconosciuto amplificato dall’oscurità sembra chissà cosa.
La scena principale parte.
Azzardo allungare le mani davanti a me e intuisco un sottopiatto naturale di foglie essiccate, lo alzo lo porto al naso scoprendo che, animalascamente, in certe situazioni il naso è il compagno più fidato e non avverto odori particolari. Poi le mie mani si allargano oltre il piatto a destra e sinistra per scovare se nell’apparechiatura è previsto il bicchiere. Urto le spalle del compagno sconosciuto alla mia sinistra e ci salutiamo mentre
il suo sorriso lo avverto a pochi centimetri dal mio braccio; a destra trovo il braccio e le mani della collega fidata compagna di tante avventure e ci rassicuriamo a vicenda. Trovo la base e il gambo di un flute, lo faccio ondeggiare per intuirne il peso e capisco che dentro c’è del vino. La stessa scoperta la facciamo più o meno tutti nello stesso monento al mio tavolo ed azzardiamo un brindisi.
Ridiamo per sdrammatizzare senza avvertire schizzi. Forse non ci siamo neanche macchiati, ma certamente portare lindi al dessert gli abiti non sarà facile.
Tanti odori compaiono e scompaiono vicino alle nostre narici. Un marchio di fabbrica della casa dato che il gin di casa è un
enciclopedia di essenze anche strane e poco praticate e la cena sarà tutta così. Conoscere, riconoscere e perchè no scoprire il bergamotto, il coriandolo, la rosa canina, i grani del paradiso, il ginepro, l’iris, l’angelica, la lavanda, le mandorle amare e il carcamono.
Iniziamo con una mousse di ricotta fresca dove dentro sentiamo qualcosa di forte e boscoso. E’ ginepro azzarda qualcuno, indovinandoci.
I protagonisti avverto che girano fra i nostri tavoli toccandoci, sfiorandoci, massaggiandoci e annusandoci con leggiadria. Ora
sotto il naso un odore, ora sulle mani la carezza fatta con qualche foglia e poi la mano viene tuffata in un cesto pieno di pour to pourri dove sono tante bacche. Ne prendiamo alcune portandole al naso, ma il loro odore mi è sconosciuto. Sulla strada giusta mi porta la leggera bucatura di una piccola spina. E’ un bocciolo di rosa, lo sfoglio lo apro, cerco i semi al suo interno per schiacciarli coi denti ben sapendo che se sento una sensazione acida simile al limone sarà rosa canina e così è.
Un sapore pungente ma delicato che ritrovo subito nella zuppa tiepida e dolce di patate che assaggio. Difficilissimo però mangiare una zuppa, in una piccola ciotola con un cucchiaio al buio!
Passa il tempo ma lentamente. Fra una portata e l’altra il tempo si
dilata. Solo una sensazione. Stare seduti a un tavolo senza vedere, senza sapere dove mettere le mani e possibilmente tacendo è davvero dura.
Un collega è lì vicino che sbuffa, sospira, si agita e poi sbotta. Lui non ce la fa, si alza e si sbenda…
Ma io resisto anche se l’invocazione al silenzio per vivere sensazioni e rumori impercettibili che chiedo alla sala si perde nelle chiacchiere da pizzeria di famiglia fra una discussione sull’asilo di Leonida e la scelta su quale delle due strade per le vacanze è più comodo percorrere.
Mi disturbano. Non stanno godendosi l’esperienza indimenticabile di una sera speciale e soprattutto con la loro caceria becera non permettono di viverla agli altri.
Poi arrivano nel piatto dei chicchi caldi e profumati di cipolla delicata. Ma anche qui sono certa si nasconde qualche spezia o
erba che non riconosco…
E così si va avanti fra improvvisi brusii, aria calda vicino alle orecchie, foglie che ti accarezza ti toccano e ti avvolgano; cibi scoperti con le mani e il naso e sapori resi speciali dall’oscurità.
Una serata difficile da dimenticare splendidamente orchestrata dal cast perfetto di Kitchen Whishes. Non una cena ma un esperienza sensoriale ed emozionale vera nonostante Leonida e la statale.
Una cena speciale che insegna anche a noi che per mestiere usiamo molto la vista che è bello e incredibile pote raccontare anche solo con le emozioni percepite.
E se in esse c’era anche paura e disagio tanto meglio.
A cena finita e sbendatura avvenuta scoppiamo a ridere, ci guardiamo in faccia con il trucco colato e l”espressione del risveglio mattutino e ci guardiamo con occhi diversi.
Scopriamo il mondo accanto a noi, la sala, la faccia degli altri commensali, cerchiamo di intuire chi possa aver detto e cosa e chiediamo il menù completo nella certezza che almeno abbiamo beccato tutti i vini!
Abbiamo mangiato:
carasau croccante
hummus di ceci
drink al cocco e gin con miele
crostino con mousse di ricotta al ginepro
crema di patate con rosa canina al gin
orzotto con base cipolla e pecorino, spolverato di radice di iris
pane caldo alla lavanda con olio
uovo poché con spinaci in tre modi (crudi, saltati e in crema) e pane fritto al cardamomo
crumble al rosmarino e cucchiaino di gin
creme caramel alla cassia
foto: Luca Managlia[:en]
Metti un gin artigianale più unico e raro, un bel casolare della campagna toscana con una micro distilleria, una serata estiva malandrina con l’orizzonte che promette pioggia e sei giornalisti ingannati a tavola.
Cronaca di una serata speciale voluta e sceneggiata da Podere Castellare con Kitchen Wishes e la complicità di una giornalista che, beffardamente ha ingannato altri colleghi.
Una cena speciale ad occhi chiusi per immergersi in altra dimensione.
Una dimensione dove, escludendo la vista, si sviluppano ed esaltano gli altri quattro sensi.
Sensazioni tattili, uditive, odorose e soprattutto emozionali che hanno trasportato dei professionisti abituati a lavorare con la vista alla totale oscurità per oltre due ore.
Tutto inizia sulla splendida aia terrazzata di questo eco resort
incastonato sul crinale che risalendo dalla vallata dell’Arno già profuma di foresta in direzione Consuma e Casentino.
La regia è perfetta e gli attori protagonisti della serata dopo il ciack e un girotondo giocoso e allo stesso tempo propiziatorio come in un rito pagano, bendano gli ospiti. Giornalisti compresi.
Quasi uno schock, ma la sfida è intrigante. Stare in silenzio e cercare di raccontare ad occhi chiusi.
Sento subito i sospiri di paura di alcuni, le mani insicure che cercano la spalle del vicino per trovare sicurezza, l’alito di
vento che profuma di pioggia che si insinua fra bende e capelli, i chiacchiericci forzosi per darsi coraggio e le scuse incredibili per sbendarsi.
Ma stare al gioco è la scelta migliore, sapendo bene che una cena al buio è davvero impegnativa.
Cerchiamo di tacere.
Avverto l’ampiezza degli spazi subito sopra le mie spalle come se si aprisse la campagna portandosi con se quel venticello che promette pioggia, profumi di cipresso, di lavanda e di paglia.
I rumori sono quelli del tramonto quando la nostra “guida”
sbendata prende (immagino) per mano il primo componente del nostro impacciato trenino. Ma i rumori del tramonto sono un invenzione della mia mente che mescola odori, sensazioni di calore e suggestioni oniriche.
Saliamo e scendiamo per terreni instabili e di pendenze diverse. Sotto i piedi ora pietra, ora sasso, ora brecciolino e poi scalini.
Si fa presto a dire scalini ma quanti e poi. In alto o in basso. Davvero complicato anche solo fare due passi bendati seppur guidati.
Mentre sono immersa nel mio pensiero mi ritrovo fra le mani un cucchiaino dall’odore intenso di ceci e la consistenza di una mousse. Intuisco sia humus di ceci mentre in bocca mi si avvicina anche una sottile e croccante porzione di pane Carasau e nell’altra un bicchierino profumato e fresco: è il gin di casa Peter of Florence facile intuirlo, meno lo è scovare nell’aromatizzazione il miele che smorza l’intensità dell’ananas.
Poi si riparte, si gira, si scende si sale e continuando a fidarci solo dal compagno di ventura avanti a noi che avverte “spigolo a destra, spostati a sinistra” fino a che dopo qualche urto e livido ci troviamo al tavolo e sediamo.
Il silenzio avvolge la sala. Doveroso per cogliere sensazioni.
Leggere folate di vento indicano il passaggio di qualcuno e il leggero rumore di qualche suono sconosciuto amplificato dall’oscurità sembra chissà cosa.
La scena principale parte.
Azzardo allungare le mani davanti a me e intuisco un sottopiatto naturale di foglie essiccate, lo alzo lo porto al naso scoprendo che, animalascamente, in certe situazioni il naso è il compagno più fidato e non avverto odori particolari. Poi le mie mani si allargano oltre il piatto a destra e sinistra per scovare se nell’apparechiatura è previsto il bicchiere. Urto le spalle del compagno sconosciuto alla mia sinistra e ci salutiamo mentre
il suo sorriso lo avverto a pochi centimetri dal mio braccio; a destra trovo il braccio e le mani della collega fidata compagna di tante avventure e ci rassicuriamo a vicenda. Trovo la base e il gambo di un flute, lo faccio ondeggiare per intuirne il peso e capisco che dentro c’è del vino. La stessa scoperta la facciamo più o meno tutti nello stesso monento al mio tavolo ed azzardiamo un brindisi.
Ridiamo per sdrammatizzare senza avvertire schizzi. Forse non ci siamo neanche macchiati, ma certamente portare lindi al dessert gli abiti non sarà facile.
Tanti odori compaiono e scompaiono vicino alle nostre narici. Un marchio di fabbrica della casa dato che il gin di casa è un
enciclopedia di essenze anche strane e poco praticate e la cena sarà tutta così. Conoscere, riconoscere e perchè no scoprire il bergamotto, il coriandolo, la rosa canina, i grani del paradiso, il ginepro, l’iris, l’angelica, la lavanda, le mandorle amare e il carcamono.
Iniziamo con una mousse di ricotta fresca dove dentro sentiamo qualcosa di forte e boscoso. E’ ginepro azzarda qualcuno, indovinandoci.
I protagonisti avverto che girano fra i nostri tavoli toccandoci, sfiorandoci, massaggiandoci e annusandoci con leggiadria. Ora
sotto il naso un odore, ora sulle mani la carezza fatta con qualche foglia e poi la mano viene tuffata in un cesto pieno di pour to pourri dove sono tante bacche. Ne prendiamo alcune portandole al naso, ma il loro odore mi è sconosciuto. Sulla strada giusta mi porta la leggera bucatura di una piccola spina. E’ un bocciolo di rosa, lo sfoglio lo apro, cerco i semi al suo interno per schiacciarli coi denti ben sapendo che se sento una sensazione acida simile al limone sarà rosa canina e così è.
Un sapore pungente ma delicato che ritrovo subito nella zuppa tiepida e dolce di patate che assaggio. Difficilissimo però mangiare una zuppa, in una piccola ciotola con un cucchiaio al buio!
Passa il tempo ma lentamente. Fra una portata e l’altra il tempo si
dilata. Solo una sensazione. Stare seduti a un tavolo senza vedere, senza sapere dove mettere le mani e possibilmente tacendo è davvero dura.
Un collega è lì vicino che sbuffa, sospira, si agita e poi sbotta. Lui non ce la fa, si alza e si sbenda…
Ma io resisto anche se l’invocazione al silenzio per vivere sensazioni e rumori impercettibili che chiedo alla sala si perde nelle chiacchiere da pizzeria di famiglia fra una discussione sull’asilo di Leonida e la scelta su quale delle due strade per le vacanze è più comodo percorrere.
Mi disturbano. Non stanno godendosi l’esperienza indimenticabile di una sera speciale e soprattutto con la loro caceria becera non permettono di viverla agli altri.
Poi arrivano nel piatto dei chicchi caldi e profumati di cipolla delicata. Ma anche qui sono certa si nasconde qualche spezia o
erba che non riconosco…
E così si va avanti fra improvvisi brusii, aria calda vicino alle orecchie, foglie che ti accarezza ti toccano e ti avvolgano; cibi scoperti con le mani e il naso e sapori resi speciali dall’oscurità.
Una serata difficile da dimenticare splendidamente orchestrata dal cast perfetto di Kitchen Whishes. Non una cena ma un esperienza sensoriale ed emozionale vera nonostante Leonida e la statale.
Una cena speciale che insegna anche a noi che per mestiere usiamo molto la vista che è bello e incredibile pote raccontare anche solo con le emozioni percepite.
E se in esse c’era anche paura e disagio tanto meglio.
A cena finita e sbendatura avvenuta scoppiamo a ridere, ci guardiamo in faccia con il trucco colato e l”espressione del risveglio mattutino e ci guardiamo con occhi diversi.
Scopriamo il mondo accanto a noi, la sala, la faccia degli altri commensali, cerchiamo di intuire chi possa aver detto e cosa e chiediamo il menù completo nella certezza che almeno abbiamo beccato tutti i vini!
Abbiamo mangiato:
carasau croccante
hummus di ceci
drink al cocco e gin con miele
crostino con mousse di ricotta al ginepro
crema di patate con rosa canina al gin
orzotto con base cipolla e pecorino, spolverato di radice di iris
pane caldo alla lavanda con olio
uovo poché con spinaci in tre modi (crudi, saltati e in crema) e pane fritto al cardamomo
crumble al rosmarino e cucchiaino di gin
creme caramel alla cassia
foto: Luca Managlia
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Giu 14, 2018 | Chianti Classico, Enogastronomia
[:it]
Tutto pronto a Mercatale Val di Pesa per un evento imperdibile. Un evento assolutamente vietato a vegani e vegetariani che celebra la regina di Firenze: l’inimitabile bistecca alla fiorentina.
Maestri braciaioli, cuochi, macellai e soprattutto insaziabili buone forchette si sfideranno a Mercatale fra una folla di appassionati ed estimatori del
succulento taglio alla toscana.
E’ la settima edizione quella in arrivo per il Campionato toscano della Bistecca, promosso dal Comune di San Casciano e dalla Pro Loco con il contributo di ChiantiBanca.
Una due giorni che promette scintille e non solo dalle braci quella in programma nella piazza Vittorio Veneto venerdì 15 e sabato 16 giugno con un programma di performances culinarie a colpi di
cooking show e non solo.
Tanto spazio, e non potrebbe essere altrimenti, per le dimostrazioni di preparazione e cottura della carne a cura dei mastri braciaioli che sveleranno ad aspiranti e appassionati l’arte e i segreti della cottura sulla griglia.
Il momento clou del campionato sarà poi ovviamente la disfida fra i più grandi mangiatori di bistecca provenienti da ogni parte della Toscana.
“La manifestazione – spiega l’assessore all’Associazionismo Roberto Ciappi – è caratterizzata da un’ampia partecipazione della cittadinanza e dalla collaborazione dei macellai, dei commercianti e delle aziende locali; per l’occasione abbiamo messo a punto una ricetta inedita, la “mercatalina”, che presenta la bistecca sotto forma di corposo involtino tenuto fermo da rami di cipresso, disteso su crosta di pane e insaporito da pepe nero e noci; anche in questo caso il segreto è la cottura e l’altezza della bistecca che non deve superare i due centimetri”.
Il alto le forchette e l’invito a “carnivori” e appassionati della regina toscana della tavola è di correre a Mercatale per imparare vizi (pochi), virtù (tante) e segreti (alcuni) dell’inimitabile bistecca alla fiorentina.[:en]
Tutto pronto a Mercatale Val di Pesa per un evento imperdibile. Un evento assolutamente vietato a vegani e vegetariani che celebra la regina di Firenze: l’inimitabile bistecca alla fiorentina.
Maestri braciaioli, cuochi, macellai e soprattutto insaziabili buone forchette si sfideranno a Mercatale fra una folla di appassionati ed estimatori del
succulento taglio alla toscana.
E’ la settima edizione quella in arrivo per il Campionato toscano della Bistecca, promosso dal Comune di San Casciano e dalla Pro Loco con il contributo di ChiantiBanca.
Una due giorni che promette scintille e non solo dalle braci quella in programma nella piazza Vittorio Veneto venerdì 15 e sabato 16 giugno con un programma di performances culinarie a colpi di
cooking show e non solo.
Tanto spazio, e non potrebbe essere altrimenti, per le dimostrazioni di preparazione e cottura della carne a cura dei mastri braciaioli che sveleranno ad aspiranti e appassionati l’arte e i segreti della cottura sulla griglia.
Il momento clou del campionato sarà poi ovviamente la disfida fra i più grandi mangiatori di bistecca provenienti da ogni parte della Toscana.
“La manifestazione – spiega l’assessore all’Associazionismo Roberto Ciappi – è caratterizzata da un’ampia partecipazione della cittadinanza e dalla collaborazione dei macellai, dei commercianti e delle aziende locali; per l’occasione abbiamo messo a punto una ricetta inedita, la “mercatalina”, che presenta la bistecca sotto forma di corposo involtino tenuto fermo da rami di cipresso, disteso su crosta di pane e insaporito da pepe nero e noci; anche in questo caso il segreto è la cottura e l’altezza della bistecca che non deve superare i due centimetri”.
Il alto le forchette e l’invito a “carnivori” e appassionati della regina toscana della tavola è di correre a Mercatale per imparare vizi (pochi), virtù (tante) e segreti (alcuni) dell’inimitabile bistecca alla fiorentina.[:]