Il cuore verde della Valle d’Aosta

Il cuore verde della Valle d’Aosta

Una passeggiata nel bosco, lo scricchiolio dei rami secchi ad ogni passo; tutt’attorno timide primule, il viola della fioritura dell’erba trinità in compagnia di qualche anemone e delle violette, spiccano nel verde profumato del sottobosco, potente e vivace, fieramente protetto dall’ombra di chiome e cime avide di raggi solari: è subito primavera, ci riempiamo il petto di ossigeno e l’energia pervade il tutto.
Sì, perché c’è chi associa la montagna alla neve, alle sciate su e giù per i pendii, c’è chi invece, la riscopre all’annuncio della primavera e non vede l’ora di apprezzarla tra passeggiate nei boschi, di immergersi nella potenza silenziosa degli alberi.
La Valle d’Aosta quanto a flora e specie arboree ha davvero molto da raccontare: circa 2000 specie diverse di piante e alberi (su un totale di 5600 varietà catalogate per l’intera flora italiana) e il 33 % della superficie è ricoperta da boschi: circa 1.080 km² su 3.261 totali. La quasi totalità dei boschi si trova nei piccoli comuni, la vera anima della Regione, dove natura e comunità convivono in equilibrio.


Il parco nazionale del Gran Paradiso

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso, fondato nel 1922, offre un affresco completo della flora alpina. Nel fondovalle crescono betulle, frassini, pioppi tremuli e sorbi degli uccellatori, mentre sopra i 1.200 metri dominano pini cembri e abeti bianchi.
Particolarmente suggestiva è la visita al Giardino Alpino Paradisia, situato a oltre 1.700 metri di quota a Valnontey, dove centinaia di specie alpine, tra cui il fiore che dà il nome al giardino stesso, la Paradisea liliastrum (lilium bianco), offrono uno spettacolo di biodiversità e colore che rende omaggio alla ricchezza vegetale del Parco.


Il bosco di Sylvenoire

A Cogne, il Bosco di Sylvenoire è un altopiano boscoso che sembra uscito da un racconto di montagna. Tra abeti bianchi e maestosi larici, il sentiero serpeggia come un nastro nel verde, invitando a una passeggiata lenta e rigenerante attraverso atmosfere che cambiano con la luce del giorno.
La varietà vegetale crea habitat ideali per stambecchi, camosci, marmotte e, negli ultimi anni, anche per il ritorno dei lupi.
Oltre ai parchi, molti boschi hanno funzione di protezione: difendono piccoli villaggi da valanghe e frane. Esempi millenari? Il bosco di larici di Artalle, a Rhêmes-Notre-Dame, protegge il paese dalle valanghe da oltre quattro secoli, mentre la Flotta di Bien, a Valsavarenche, custodisce cento esemplari secolari in un equilibrio perfetto tra natura e uomo.


Il parco naturale del Mont Avic

Se il Gran Paradiso è il cuore storico della tutela alpina, il Parco Naturale del Mont Avic è la sua anima più segreta e intatta. Istituito nel 1989, è il primo parco naturale regionale della Valle d’Aosta e oggi si estende su oltre 7.300 ettari tra Champdepraz, Champorcher e Fénis, abbracciando paesaggi che paiono scolpiti da mani antiche e silenziose.
Mont Avic non è solo un nome: è una promessa di spazi aperti, acqua che riflette il cielo e foreste che raccontano il tempo. Qui i boschi di pino uncinato, pino silvestre, larice e faggio dominano i pendii, dando vita alla più estesa foresta di pino uncinato della Valle d’Aosta, una formazione che non ha eguali per estensione e suggestione.
L’elemento caratteristico del parco sono le zone umide alpine, un tesoro spesso invisibile ai più: laghi, torbiere e acquitrini punteggiano il territorio con decine di specchi d’acqua che ospitano flora relitta e rara, dalle piante carnivore, come la Drosera rotundifolia, alle boreali carici e muschi che sembrano raccontare storie di ere climatiche lontane.
Nel Parco del Mont Avic si percepisce qualcosa di raro: un equilibrio delicato tra selvatico e domestico, dove la natura mantiene il suo respiro più autentico e dove il visitatore è chiamato non solo a vedere, ma a capire, sentire e rispettare un paesaggio in cui ogni lembo di foglia e ogni pozza d’acqua hanno una storia da raccontare.


Riserve naturali: micro-ecosistemi di grande fascino

Oltre ai grandi parchi – dal Gran Paradiso al Mont Avic – la Valle d’Aosta custodisce diverse riserve naturali, gemme di biodiversità, ciascuna con un carattere unico e un ruolo di tutela ambientale fondamentale. Queste aree, istituite soprattutto negli anni ’90, proteggono biotopi rari e delicati: stagni e torbiere, versanti aridi di origine glaciale, laghi alpini e zone riparie, spesso insospettabili ma ricchissime di specie vegetali e animali.
Alla testata del vallone del torrente Pacoulla, nei dintorni di Fontainemore, si estende la più ampia riserva naturale istituita in Valle d’Aosta, la riserva naturale del Mont Mars tra  boschi, pascoli alpini, zone umide, pareti rocciose e laghetti glaciali che arrivano fino ai 2.600 metri dell’omonima cima. Qui si incontrano foreste di larici e arbusti di mirtillo e rododendro, pascoli fioriti dove spiccano genziane, arnica e negritella, e zone umide della conca del Lei Long dove prosperano piante come il ranuncolo acquatico e il coltellaccio natante. La fauna è altrettanto ricca e variegata: dalle rane e salmerini delle zone umide agli uccelli alpini come la pernice bianca e il fringuello alpino, passando per marmotte, camosci e volpi, fino alla vipera comune e a rapaci che solcano i cieli.
A Gressan, la Riserva Naturale Côte de Gargantua è un piccolo scrigno di natura steppica in pieno cuore valdostano: dominata da uno sperone morenico modellato dai ghiacciai che un tempo occupavano la valle, qui i pendii aridi esposti al sole ospitano piante aromatiche rare come Artemisia vallesiaca e Telephium imperati.
Queste riserve rappresentano punti di osservazione privilegiati per chi ama scoprire la natura nei suoi dettagli più sottili — dai colori delle stagioni alle strategie di sopravvivenza delle specie rare — e testimoniano come la Valle d’Aosta, pur piccola di superficie, sia grande per varietà di ambienti naturali e biodiversità.


Alberi monumentali: la memoria verde della Valle

Nei piccoli comuni valdostani crescono 109 dei 107 alberi monumentali della regione. Il larice domina, testimone di secoli di storia, cambiamenti climatici e vita alpina. Tra tutti, quello di Bionaz, soprannominato brenva foula (“larice matto”), è un gigante di 500 anni, primo a rinverdire e ultimo a perdere gli aghi, sul pendio dove un tempo lambiva il ghiacciaio des Grandes Murailles.
Altri esempi affascinanti includono i due platani secolari di Donnas, cresciuti fianco a fianco lungo via Roma, le cui chiome intrecciate sembrano un unico albero ma raccontano storie distinte di resilienza e tempo. Ad Aosta, il maestoso tiglio di quasi 500 anni in Piazza dei SS. Pietro e Orso ha visto riunirsi sotto le sue fronde il consiglio degli anziani per risolvere le dispute locali, diventando simbolo della città e della sua storia.

Cascata delle Marmore: la cascata più spettacolare d’Italia tra natura, storia romana e sentieri panoramic

Cascata delle Marmore: la cascata più spettacolare d’Italia tra natura, storia romana e sentieri panoramic

Nel cuore dell’Umbria esiste un luogo dove la potenza della natura incontra l’ingegno dell’uomo. È la Cascata delle Marmore, uno degli spettacoli naturali più affascinanti d’Italia e una meta imperdibile per chi ama paesaggi mozzafiato, trekking e fotografia.
Situata nei pressi del Parco Fluviale del Nera, a pochi chilometri da Terni, questa cascata non è soltanto una meraviglia naturale: è anche un capolavoro di ingegneria idraulica che risale a oltre duemila anni fa. Qui storia e natura convivono in un equilibrio sorprendente, regalando ai visitatori un’esperienza unica.
L’Italia è ricca di scenari straordinari: coste selvagge, montagne imponenti, foreste silenziose e vallate verdi. Tra questi tesori, le cascate occupano un posto speciale, perché uniscono energia, bellezza e spettacolarità. E tra tutte, la Cascata delle Marmore è spesso indicata come la più scenografica del Paese.

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L’origine della Cascata delle Marmore

La cascata si trova in provincia di Terni, nella frazione di Marmore, e con i suoi 165 metri di altezza complessiva, suddivisi in tre salti, è tra le più alte d’Europa.
Ciò che la rende davvero unica è la sua origine. Non si tratta infatti di una cascata naturale, ma di un’opera realizzata dall’uomo. Nel 271 a.C. il console romano Manio Curio Dentato fece deviare il corso del fiume Velino per bonificare le paludi della conca reatina. L’intervento diede vita a una spettacolare caduta d’acqua che ancora oggi rappresenta una delle più antiche opere idrauliche funzionanti al mondo.
Nel corso dei secoli la cascata ha incantato viaggiatori, artisti e poeti. Tra i suoi visitatori più celebri ci furono Lord Byron e Giosuè Carducci, che ne celebrarono la forza e la bellezza nei loro scritti.
Oggi la cascata si inserisce in uno scenario naturale suggestivo: l’acqua precipita nella gola scavata dal fiume Nera, creando nuvole di vapore e arcobaleni nelle giornate di sole. Lungo i sentieri del parco è possibile raggiungere diversi punti panoramici, dal Belvedere Inferiore ai percorsi più alti, da cui si aprono viste spettacolari sulla valle.

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Cosa fare alla Cascata delle Marmore

Visitare la Cascata delle Marmore non significa solo ammirare il salto d’acqua. L’intera area è un vero paradiso per chi ama la natura e le attività all’aria aperta.
Il Parco Fluviale del Nera offre una rete di sentieri che attraversano boschi e punti panoramici, adatti sia a escursionisti esperti sia a chi desidera una passeggiata tranquilla immersa nel verde. Camminando lungo questi percorsi è possibile osservare la flora locale, ascoltare il rumore dell’acqua e godersi panorami spettacolari.
Per chi vuole approfondire la storia del luogo sono disponibili visite guidate, che raccontano l’ingegneria romana e le trasformazioni che la cascata ha subito nel corso dei secoli.
Gli amanti dell’avventura possono invece esplorare l’area in mountain bike o dedicarsi alle attività sportive lungo il fiume.

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Cosa vedere nei dintorni

Una visita alla cascata può facilmente trasformarsi in un piccolo viaggio alla scoperta dell’Umbria.
A pochi minuti si trova Terni, città ricca di storia e tradizioni.
Qui si possono visitare piazze storiche, musei e chiese, oppure fermarsi in uno dei ristoranti locali per assaggiare la cucina umbra, fatta di sapori autentici e prodotti del territorio.
Tra natura, cultura e paesaggi spettacolari, la Cascata delle Marmore resta uno dei luoghi più suggestivi d’Italia: una destinazione capace di sorprendere in ogni stagione e di lasciare senza fiato chiunque la visiti.

I 9 vitigni rari della Toscana e i 9 vini da provare

I 9 vitigni rari della Toscana e i 9 vini da provare

Anche nella Toscana, celebre dei grandi vini dal Chianti Classico al Brunello di Montalcino passando per il grandi Super Tuscan ci sono vini poco conosciuti tutti da scoprire.
Rarità preziose figlie degli archeologi del vino che hanno recuperato e fatto rinascere vitigni storici e tradizionali spesso abbandonanti solo perché con poca resa. Il Crea di Arezzo ci restituisce dieci gioielli.
Il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, ente ministeriale spalmato su dodici sedi è un istituzione ultracentenaria (nacque nel 1903 come “Regio Istituto”) attivissima sia nella ricerca d’avanguardia applicata alla viticoltura, sia nella conservazione della biodiversità.
È infatti titolare della più grande collezione italiana di vitigni antichi e rari: A Pratantico, alle porte della città, sono sei gli ettari di vivaio gestiti direttamente, con oltre 550 “accessioni” tra cloni, vitigni e perfino viti silvestri recuperate nei boschi.


Pollera Nera

Vitigno autoctono ligure a bacca nera dalle origini incerte sarebbe nato nell’Alta Lunigiana per poi diffondersi nella Valle Magra dove veniva coltivato con una certa intensità.
Alcuni documenti indicherebbero la sua presenza anche in alcune zone a confine con la Toscana, ma si tratta di informazioni non del tutto attendibili.
Dopo anni di abbandono rivive una nuova giovinezza e mantiene ancora la sua funzione di salvaguardia del territorio e dell’agricoltura.
Durlindana 2021 Igt Toscana
La Pollera della Lunigiana è un’uva rossa non troppo convinta di esserlo, quindi per assecondare questo suo carattere viene vinificata in bianco e in rosato. Breve la macerazione e fermentazione in acciaio per mantenere freschezza e sapidità.
Un vino bianco molto minerale e sapido con sentori di fiori bianchi. Buona acidità e pronta beva in bocca è lungo e persistente.


Nocchianello nero

Il Nocchianello nero rappresenta un’autentica gemma enologica dell’Italia centrale con caratteristiche che lo rendono unico e affascinante.
Questo vitigno ha origini antiche e viene principalmente coltivato nella regione dell’Umbria, in particolare nelle zone collinari e montane.
I vitigni autoctoni e un ambiente per certi versi estremo con il tufo (viene in questo caso coltivato a Sorano) che affiora ovunque producono vini fini ed eleganti, naturalmente concentrati, sapidi e speziati.
Quasi introvabile, assai localizzato e scarsamente documentato, è una varietà molto vigorosa e piuttosto resistente.
Monte Rosso nocchianello nero Igt Toscana 2020
Riportato alla coltivazione nel 2010 a partire dalla collezione Crea che lo aveva a suo tempo recuperato dai vecchi vigneti della zona, innestandolo su qualche filare.
Il vino è di colore rosso rubino, limpido, di media intensità. L’aroma presenta note speziate , di pepe bianco, cassis e noce moscata, con una leggera nota selvatica.
Al gusto evidenzia una buona acidità, tannini non aggressivi, persistenza aromatica, rotondità e tanto pepe.f


Foglia tonda

Foglia Tonda è un antico vitigno di Toscana oggi fra i protagonisti del suo nuovo risorgimento vinicolo. Vitigno secondario per tutto l’800 molto diffuso (fino al 10% della superficie) nel Chianti senese, nel 2000 si era ridotto in tutta la Toscana a soli 3,1 ettari.
Più precoce del sangiovese e piuttosto resistente alle malattie, dà vini robusti e ricchi di colore.
Furfantin 2020 foglia tonda Igt Toscana
Vino elegante, dall’eccezionale piacevolezza di beva, stupisce per il colore rosso rubino luminoso, il profumo ricco di piccoli frutti rossi e lampone, Al palato spicca per freschezza e morbidezza e un leggero sentore ferroso.


Vermentino nero

Dopo anni di abbandono rivive una nuova giovinezza e mantiene ancora la sua funzione di salvaguardia del territorio e dell’agricoltura.
Di origini oscure e diffuso principalmente tra Toscana e Liguria, oggi in meno di 100 ettari, è incostante e difficile da coltivare.
Pepe Nero 2020 Igt Toscana
Il Vermentino Nero, vitigno molto raro in questo podere dona al vino una speziatura insolita. Una guida celebre nel 2015 scriveva: “Questa versione è riuscita ad amalgamare spezie e frutto. Bocca agile e corroborante. Interpetazione magistrale che accende i riflettori su un vitigno autoctono”.
Vibificato  e affinato in acciaio per sei mesi colpisce per il suo sentore di tabacco, pepe nero e frutto rosso, In bocca è lungo pieno e intenso.

Mammolo

l Mammolo è uno dei vitigni storicamente più diffusi in Toscana. A fine Seicento il botanico Micheli in “Istoria delle Viti ne descrive vari biotipi che si coltivano nella Toscana.
Da sempre presente al fianco del Sangiovese e del Canaiolo, il Mammolo è ancora sporadicamente diffuso nelle vecchie vigne toscane: è parte integrante del tipico uvaggio dei migliori Nobile di Montepulciano.
Il Legato 2020 Igt Mammolo Toscana
Le vigne di mammolo atte alla produzione di Legato si estendono per un ettaro, l’età media dell’impianto è di 15 anni. La raccolta in vigneto avviene esclusivamente a mano con cassette forate da 15 chilogrammi. Le cassette trasportate in cantina e l’uva caricata poi manualmente nella pressa per la spremitura. La vinificazione avviene in piccoli fermentini con affinamento in botte grande.
Il colore è decisamente scarico, il naso rilascia aromi di tabacco, frutti rossi e miele d’acacia. La bocca e intensa e corta sul finale.

Pugnitello

Il Pugnitello è un antico vitigno autoctono toscano a bacca nera, considerato tra i più antichi. Si coltiva principalmente nella provincia di Grosseto e Siena, e dai suoi grappoli si producono vini rari e intensi.
L’origine del termine “Pugnitello” pare sia da riscontarsi nella forma del grappolo che, essendo di piccole dimensioni e con acini sferici molto compatti tra loro, ricorda la forma di un pugno chiuso. Le sue dimensioni ridotte e la scarsa produttività sono le caratteristiche che lo rendono uno dei vitigni a rischio estinzione.
Dalle origini molto antiche è stato comunemente trascurato, a causa dei grappoli di piccole dimensioni e della bassa produzione. Non si conosce esattamente il luogo di origine, ma la maggior parte dei vigneti di Pugnitello sono stati ritrovati nella provincia di Grosseto e di Siena, in Toscana.
Pugnirosso 2021 Igt Toscana
Dopo qualche prova di vinificazione alla ricerca dell’essenza del vitigno, il Pugnirosso è ora vinificato in modo da privilegiare le note giovanili tipiche dell’uva. Il vino risulta così vigoroso, fruttato e fresco con note speziate e balsamiche.
Fermentazione spontanea con macerazione di soli tre giorni in barriques aperte. La fermentazione prosegue in acciaio.
Naso di frutti di bosco, ciliegia, tabacco e liquirizia, Intenso l’ingresso in bocca con un fruttato che si trasforma in confettura d’amarena e pepe nero. Buona l’acidità cche li pronostica anni di bella evoluzione.


Gralima

La Lacrima del Valdarno, varietà miglioratrice un tempo diffusa e poi quasi sparita e salvata solo grazie alla passione di un vecchio vivaista di Montevarchi, è un vitigno molto tardivo, di media vigoria e di media capacità produttiva che ha un’ottima tolleranza ai marciumi
Amircal 2014 Igt Toscana
Colore rosso rubino intenso con profumi di frutta matura e note speziate anche molto intense. Al palato mantiene sempre una trama tannica importante e una discreta acidità.
Un vino dotato di buona longevità in bottiglia che non viene prodotto tutti gli anni perchè se l’uva non matura molto bene i risultati sono modesti.
Fermentato in serbatoio d’acciaio e affinato in legno per 12/16 mesi in barrique e tonneaux di rovere francese di secondo paesaggio.
Colpisce per il suo sentore intenso di frutta anche troppo matura e confettura.


Colorino

L’azienda che lo produce si trova nel comune di San Miniato in provincia di Pisa con la sfida di produrre vini di alta qualità utilizzando esclusivamente vitigni autoctoni travati all’interno del podere già presente nel Catasto Leopoldino del 1830.
Colorino 2017 Igt Toscana
Più unico che raro un altro vitigno autoctono che si è rivelato di grande interesse anche in purezza per le sue caratteristiche legate al territorio.
Il vino si presenta rosso porpora con sentori di frutta matura, mirto, ribes, lampone, erbaceo, peperone, alloro, floreale, liquirizia, ,cacao e note tostate.
Al gusto è caldo e sostenuto da una buona acidità con tannini decisi e raffinati il finale è armonico e persistente.

Morellone

Vitigno rinvenuto nell’Alto Casentino in vigneti spesso più che centenari. Ammesso al registro nazionale delle varietà nel dicembre del 2016, non è ancora inserito tra e varietà coltivabili in Toscana.
Vitigno “da colore” già diffuso dal Casentino alla Maremma e riscoperto in vecchi vigneti nell’area di Bibbiena (Arezzo), è stretto parente del sangiovese e dà un vino di colore scurissimo, quasi impenetrabile
I vini che si ottengono sono di colore rosso rubino molto intenso con ottima tonalità. L’odore è di frutti rossi di marasca e floreali di viola con elevate note di frutta matura.
Il sapore è molto strutturato e persistente con ottimo corpo, ricco di acidità e tendenzialmente tannico.
Morellone 2021 Vinificazione sperimentale
Il vino prodotto con e uve di questa varietà tardiva proviene dai campi sperimentali impiantati dal Crea nelle colline di Montalcino nel 2017.

 

L’Abbazia di Novacella racconta nove secoli di viticoltura, arte e spiritualità

L’Abbazia di Novacella racconta nove secoli di viticoltura, arte e spiritualità

Tra le cantine attive più antiche al mondo, il complesso monastico altoatesino è oggi una destinazione enoturistica d’eccellenza dove patrimonio storico-artistico, produzione vitivinicola di montagna e vocazione all’accoglienza convivono da quasi un millennio.

I vigneti Novacella. Foto Albert Ceolan

Una delle cantine più antiche al mondo

Fondata nel 1142 a pochi chilometri da Bressanone e nel cuore della Valle Isarco, l’Abbazia di Novacella rappresenta uno dei complessi monastici più prestigiosi dell’Arco Alpino ed è al tempo stesso una delle cantine attive più antiche al mondo.
Ancora oggi abitata dai Canonici Agostiniani, si presenta come una vera e propria cittadella fortificata in cui convivono spiritualità, arte, cultura, accoglienza e produzione enologica. Il complesso custodisce un patrimonio architettonico che attraversa i secoli, dove stili diversi – dal romanico al gotico, dal barocco al rococò – si fondono armoniosamente.
In questo contesto, l’attività vitivinicola rappresenta da secoli uno dei pilastri economici e identitari dell’Abbazia di Novacella, oggi tra le principali eccellenze del panorama vinicolo altoatesino.
La sua posizione geografica privilegiata ha favorito nei secoli una viticoltura di montagna, caratterizzata da forti escursioni termiche, suoli morenici e vigneti che raggiungono i 900 metri di altitudine, condizioni ideali per i grandi bianchi dell’Alto Adige.
La produzione si esprime infatti prevalentemente nelle varietà a bacca bianca più rappresentative del territorio – in particolare Sylvaner, Kerner e Riesling – provenienti dai vigneti di Novacella, che costituiscono circa l’80% della produzione complessiva. Il restante 20% è rappresentato dai vini rossi della Tenuta Marklhof a Cornaiano, a pochi chilometri da Bolzano, vocata alla coltivazione di Lagrein, Schiava, Pinot Nero e Moscato Rosa. La qualità della produzione, confermata ogni anno da prestigiosi premi e riconoscimenti nazionali e internazionali, è frutto anche di una gestione sostenibile perseguita da decenni: Novacella è infatti tra le prime realtà vitivinicole altoatesine ad aver adottato un approccio a impatto climatico zero già dal 1992.
Accanto alla produzione vinicola, l’Abbazia di Novacella si configura anche come una destinazione enoturistica unica nel suo genere, con un complesso museale visitabile tutto l’anno che offre un ricco percorso tra arte, storia e vino: dal chiostro gotico affrescato alla basilica barocca, dalla Biblioteca in stile rococò alla cantina vinicola, fino al giardino abbaziale, aperto nella stagione da maggio a ottobre. All’interno del complesso si trovano inoltre l’Osteria dell’Abbazia, una struttura ricettiva con camere in stile monastico e il wine shop.

I vini dell’abbazia, le singole vigne

I vini dell’abbazia 

La tradizione vitivinicola dell’Abbazia di Novacella è antica quanto il monastero stesso e documentata già nel XII secolo, quando il pontefice Alessandro III ne riconobbe la proprietà dei vigneti circostanti. Nei secoli, acquisizioni e donazioni hanno consolidato un ampio patrimonio vitato, ampliato nel Seicento con terreni nei pressi di Bolzano e nel 1938 con il podere Marklhof a Cornaiano, destinato ai vitigni a bacca rossa. Oggi la tenuta comprende circa 100 ettari di vigneti, tra proprietà diretta e soci conferitori.
La cantina, diretta da Werner Waldboth, responsabile vendite e marketing, con l’enologo Lukas Ploner responsabile della produzione, esporta oggi circa il 25% dei vini in oltre 40 Paesi. La produzione annua della cantina è di circa 800.000 bottiglie e si articola in diverse linee.
La linea Praepositus rappresenta l’eccellenza qualitativa: vini cru provenienti da vigneti selezionati situati a diverse altitudini, dotati di grande profondità e longevità. A questa visione si affianca Perlaetus, Metodo Classico da Sylvaner, che ne traduce in chiave spumante freschezza e identità. La Linea Classica offre una lettura fresca e immediata dei vitigni provenienti dalle due tenute di Novacella e Cornaiano, mentre la Linea Insolitus esplora nuove possibilità stilistiche e varietali, nate dalla volontà di rispondere alle sfide del cambiamento climatico e di perseguire una viticoltura sempre più sostenibile, nel solco di una tradizione in continua evoluzione.

Le due vigne singole

Il vertice qualitativo della produzione si esprime nei due vini con menzione di vigna, esito del lavoro di ricerca e selezione condotto negli ultimi decenni tra i siti storici di Novacella e della Tenuta Marklhof. Il Sylvaner Stiftsgarten nasce dal vigneto adiacente all’Abbazia, impiantato oltre cinquant’anni fa su suoli ricchi di sedimenti glaciali: una sintesi identitaria del vitigno coltivato a Novacella da oltre un secolo. Il Pinot Nero Riserva Vigna Oberhof proviene invece dal podere Marklhof a Cornaiano, su terreni ghiaioso-morenici particolarmente vocati alla varietà, massima espressione del terroir e vino di grande carattere.
Con queste due etichette, l’Abbazia di Novacella valorizza per la prima volta nella sua storia millenaria la menzione di vigna, portando in bottiglia l’identità più profonda dei propri terroir storici.

La sala barocca della biblioteca. Foto Richard Groener

Il complesso museale fra storia, arte ed enoturismo

L’Abbazia di Novacella rappresenta un polo culturale e artistico di primaria importanza nell’area alpina, scrigno di stili e opere che raccontano quasi un millennio di storia. Il complesso offre un percorso tra architettura, arte e paesaggio, affacciato sui vigneti e sul corso del fiume Isarco, dove la dimensione spirituale e quella enologica convivono da secoli.
Nel cortile interno, il Pozzo delle Meraviglie – realizzato nel 1669 – raffigura le sette meraviglie del mondo antico affiancate dall’Abbazia stessa; all’interno del complesso si trovano inoltre il chiostro gotico affrescato, e il Museo abbaziale, diretto da Peter Natter e curato da Hanns-Paul Ties, che custodisce collezioni dal Medioevo all’età barocca, tra pale d’altare, dipinti, oggetti liturgici e strumenti scientifici esposti nella Sala delle Scienze, affiancate oggi anche da esposizioni di arte contemporanea.
All’ingresso del complesso si erge la Cappella di San Michele, che ricorda Castel Sant’Angelo di Roma e risalente alla fine del XII secolo. La sala barocca della Biblioteca, considerata una delle più belle dell’area germanica meridionale, conserva circa 20.000 volumi nelle 40 scaffalature intagliate; recenti restauri hanno inoltre riportato alla luce, nell’anticamera, un ciclo di affreschi tardo-settecenteschi a soggetto cinese, oggi nota come “Sala Cinese”.
La chiesa abbaziale, con impianto romanico e rielaborazioni gotiche e barocche, presenta ricchi cicli decorativi e stucchi scenografici. All’esterno, il Giardino abbaziale di origine barocca, con padiglione e voliera, si articola tra parterre ornamentali, erbe officinali e frutteti storici, particolarmente suggestivi durante la stagione estiva.
Il complesso accoglie ogni anno circa 60.000 visitatori e propone diverse modalità di visita che integrano patrimonio artistico e cultura del vino. L’esperienza enoturistica si completa con proposte immersive come la visita guidata ai vigneti attorno all’Abbazia e la Visita Guidata Deluxe, che consente l’accesso a spazi esclusivi e si conclude con degustazioni dei vini della cantina in abbinamento ai prodotti del territorio.

L’abbazia di Novacella. Foto Werner Waldboth

Accoglienza e attività nel segno della tradizione monastica

Sin dalla sua fondazione, l’Abbazia di Novacella ha svolto un ruolo centrale nell’accoglienza e nella diffusione della cultura lungo le vie di transito alpine, rappresentando nel Medioevo un riferimento per i pellegrini diretti a Roma dal Nord Europa.
Questo spirito di ospitalità continua a caratterizzare la vita abbaziale, sotto la guida dell’abate Eduard Fischnaller, insieme all’impegno nella formazione. La comunità dei Canonici Agostiniani – oggi composta da 13 membri – svolge attività pastorale in 25 parrocchie tra Alto Adige e Tirolo orientale e cura il mantenimento e lo sviluppo dell’Abbazia.
La vocazione educativa risale al XII secolo, con l’istituzione di una scuola interna; oggi il convitto accoglie circa 95 studenti tra gli 11 e i 19 anni, mentre il centro di formazione permanente organizza ogni anno circa mille appuntamenti tra seminari, corsi ed eventi culturali.
L’Abbazia gestisce inoltre un ampio patrimonio agricolo e forestale e servizi di accoglienza connessi alle proprie attività culturali ed enoturistiche. Nel complesso si trovano la struttura ricettiva con camere in stile monastico, l’enoteca – con tutti i vini della cantina, prodotti di produzione propria e di altri produttori regionali – e l’Osteria abbaziale, con specialità alpine in abbinamento ai vini e alle produzioni dell’Abbazia. Oggi l’Abbazia impiega circa 100 persone, numero che sale a 120 durante i periodi stagionali.

Viaggiare in Europa senza folla: 5 destinazioni poco turistiche da scoprire

Viaggiare in Europa senza folla: 5 destinazioni poco turistiche da scoprire

C’è un’altra Europa, lontana dalle file infinite, dai selfie a gomitate e dai biglietti esauriti mesi prima.
È l’Europa dei numeri piccoli, delle città vivibili, delle esperienze autentiche.
Secondo i dati Eurostat 2024 (aggiornati a gennaio 2026), queste sono le 5 destinazioni europee con meno pernottamenti turistici.
Tradotto: meno folla, più spazio, più tempo per godersi il viaggio.
Se cerchi mete anti-overtourism, segnati questi nomi.


Liechtenstein: p
iccolo, alpino, sorprendente

Con poco più di 228.000 pernottamenti, il Liechtenstein è uno dei Paesi meno visitati d’Europa. Ed è proprio questo il suo punto di forza.
La capitale, Vaduz, è ordinata, silenziosa, incorniciata dalle Alpi. Il castello domina la valle, i vigneti salgono sulle colline, i sentieri partono senza clamore.
Perché scegliere di andarci? Per dedicarsi al t
rekking alpino senza folla, per visitare musei curati e mai affollati e per l’atmosfera rilassata e autentica.
Una mea ideale se ami montagna, natura e ritmo lento.


North Macedonia; i
l segreto meglio custodito dei Balcani

Con poco più di 2 milioni di pernottamenti, la Macedonia del Nord resta fuori dai radar del turismo di massa. E per fortuna.
Ohrid, affacciata su uno dei laghi più antichi d’Europa, è pura poesia: chiese medievali, acqua limpida, tramonti infuocati.
La capitale Skopje è invece caotica, contraddittoria, vivace. Un mix sorprendente.
Perché andarci? Per i prezzi bassi, per provare l’eccellente c
ucina balcanica, per l’accoglienza genuina e per la sua natura selvaggia.
Perfetta per chi ama scoprire prima degli altri.


Lussemburgo, e
leganza in formato mini

Con circa 3,6 milioni di pernottamenti, il Lussemburgo è una meta compatta e sorprendente.
La capitale unisce natura e architettura: canyon urbani, ponti spettacolari, quartieri storici.
Nei dintorni spuntano castelli fiabeschi e villaggi immersi nel verde.
E poi un bonus unico: i trasporti pubblici sono gratuiti.
Una meta da scegliere per un week end perfetto, per visitare splendidi castelli senza folla, per la mobilità gratuita e per la sua cucina
franco-tedesca.
Ottima meta  per chi ama viaggi comodi e raffinati.


Lettonia,
Nord Europa senza stress

La Lettonia, con circa 4,6 milioni di pernottamenti, è una delle perle meno sfruttate del Nord Europa.
Riga vanta uno dei centri Art Nouveau più belli del continente, mercati giganteschi e quartieri creativi. A pochi chilometri trovi le spiagge di Jūrmala, foreste infinite e silenzio.
Una meta ideale per chi ama la c
ultura nordica.. ma a prezzi accessibili, per la sua natura ovunque, per essere una città vivibile per le scene creative emergenti.
Ideale per city break alternativi.

Montenegro, mare, montagne e monasteri

Con circa 5,2 milioni di pernottamenti, il Montenegro resta sorprendentemente vivibile.
Le Bay of Kotor sono tra i panorami più belli d’Europa. Ma basta spostarsi di pochi chilometri per trovare villaggi, laghi, montagne e monasteri. Qui il turismo convive ancora con la vita reale.
Perchè andarci? Per vivere m
are e montagna insieme, per i prezzi contenuti, per i paesaggi spettacolari e per la cucina semplice e autentica
Meta ideale per viaggi on the road.

Il nuovo lusso? Viaggiare senza ressa

Non serve andare dall’altra parte del mondo per sentirsi esploratori. A volte basta scegliere una destinazione fuori moda.
Liechtenstein, Macedonia del Nord, Lussemburgo, Lettonia e Montenegro sono la prova che esiste ancora un’Europa da vivere, non da consumare.
Silenziosa. Accogliente. Autentica.

Malvasia delle Lipari. Il “nettare degli dei” della viticoltura eroica

Malvasia delle Lipari. Il “nettare degli dei” della viticoltura eroica

Vigneti terrazzati che sembrano sfiorare l’acqua del mare, sostenuti da antichi muretti in pietra lavica e radicati in suoli sabbiosi di matrice pomicea: nasce da questo incanto, nel cuore delle Isole Eolie, la Malvasia delle Lipari Doc di Tenuta di Castellaro, che firma l’essenza della viticoltura eroica mediterranea.  

Foto Benedetto Tarantino

Le vigne che sfiorano il mare

Estesa su una superficie di 7.000 metri quadrati, la Vigna Cappero, sul versante sud-orientale dell’isola di Lipari, a soli 80 metri sul livello del mare, ospita un equilibrio perfetto tra i due vitigni autoctoni protagonisti della denominazione: Malvasia delle Lipari (95%) e Corinto Nero (5%). Un patrimonio agricolo recuperato grazie a un importante lavoro di selezione massale condotto insieme ai consulenti della storica maison francese Pépinières Guillame, con l’obiettivo di preservare la biodiversità genetica e valorizzare le caratteristiche più nobili di queste varietà ancestrali.
La vendemmia avviene esclusivamente a mano, secondo ritmi rispettosi della natura e della tradizione. “Le uve di Malvasia vengono lasciate appassire naturalmente al sole per circa quindici giorni direttamente in vigna, su appositi graticci – spiega l’enologo di Tenuta di Castellaro, Emiliano Falsini – in un processo che concentra aromi, struttura e identità territoriale. La successiva vinificazione, condotta con pressatura soffice, consente al vino di sviluppare una complessità raffinata, seguita da un affinamento in bottiglia di almeno 18 mesi”. 

Un passito unico

Il risultato è un passito che supera la definizione convenzionale del vino dolce. Al naso emergono intense note di albicocca matura, fichi, sambuco e uva passa, accompagnate da eleganti richiami alla macchia mediterranea. Al palato, la dolcezza è bilanciata da una sorprendente freschezza minerale e da una vibrante sapidità marina, che conferiscono profondità, equilibrio e straordinaria bevibilità.
La nostra Malvasia delle Lipari è il riflesso del nostro impegno nella tutela dei vitigni autoctoni e nella valorizzazione della viticoltura eroica – sottolinea Massimo Lentsch della Tenuta di Castellaro che ha dato origine alla cantina siciliana – ed è anche il risultato di un lavoro rigoroso in vigneto e in cantina, fatto di selezioni attente, rese contenute e vinificazioni mirate a preservare equilibrio e precisione aromatica. È un progetto che richiede tempo, competenze tecniche e una gestione puntuale di ogni fase produttiva, dalla raccolta all’affinamento”.
La Malvasia delle Lipari Doc di Tenuta di Castellaro si presenta così come un nettare degli dei capace di avvolgere con la sua dolcezza e sorprendere con la sua freschezza, raccontando in ogni sorso la forza del vento, la luce del sole e l’anima vulcanica delle Eolie. 

Emiliano Falsini Consulente Enologo

La tenuta di Castellaro

Lì dove il sole cala a picco sul mare e si trasmette la millenaria tradizione della coltivazione ad alberello, sorge su terreno vulcanico Tenuta di Castellaro, un monumento dedicato alla natura, alla cultura, all’architettura.
Il progetto enologico, strettamente legato all’ambito storico e paesaggistico, racconta un territorio unico come quello di Lipari, la principale delle isole Eolie.
Sono 24 ettari vitati per circa 70mila bottiglie l’anno e una moderna cantina all’avanguardia, oltre a un wine resort e al parco geominerario delle Cave di Caolino, ripulito e bonificato per metterlo a disposizione della collettività: Tenuta di Castellaro è una realtà unica e articolata, che vive da sempre un approccio naturale alla viticoltura, utilizzando protocolli biologici e vegan. Il fascino selvaggio di questo angolo di mondo, incontaminato, remoto e magnetico ha stregato la famiglia bergamasca Lentsch, che nel 2005 ha deciso di intraprendere un grande progetto vitivinicolo e paesaggistico: preservare, valorizzare e far conoscere la bellezza di questo luogo, custodendone le tradizioni e le peculiarità, dando vita a vini realizzati da uve autoctone isolane, a partire dalla Malvasia delle Lipari e il Corinto Nero, che siano puro estratto di un territorio.