Giu 30, 2026 | Enogastronomia
“Il vino non è scienza è arte”.
Potremmo partire da quest’affermazione decisa e precisa per descrivere lo spirito quasi ancestrale con cui nascono i vini di Cantina Le Pietre, una realtà ancora piccola – sia come bottiglie prodotte che come fama – ma che si sta preparando a un futuro ambizioso con i suoi vini che si affinano e fermentano in una piccola e deliziosa cantina in bioarchitettura che guarda il bosco di Vallombrosa ascoltando la musica di Bach e che si vestono di etichette firmate da grandi artisti, primo fra tutti il bisnonno di Zeno Primo Conti.
Se il buongiorno si vede dal mattino c’è tanto da aspettarsi da questi novelli viticoltori.

il colle di Vallombrosa che domina i vigneti della Fattoria Le Pietre
Il vino che nasce ai piedi della pieve millenaria
Nei giorni scorsi l’amico wine scouter Riccardo Chiarini insieme al divulgatore di fama mondiale Andrea Gori hanno condotto un piccolo e spero selezionato gruppo di giornalisti di settore, blogger e sommelier alla scoperta di questa piccola grande realtà del vino toscano che si trova poco fuori l’abitato di Donnini, comune di Reggello e terra nota per il grande extra vergine d’oliva.
Un’azienda che si sviluppa vigneti compresi sotto lo sguardo maestoso della millenaria abbazia di Vallombrosa che oltre a regalare un’aurea di misticità dona a questi vini qualcosa di speciale nel terroir.
L’azienda è guidata dal giovane Zeno Cavallari che con l’aiuto del padre, l”artista Andrea Cavallari dal 2021, data della nascita ufficiale dell’azienda cerca di far scoprire una serie di vini diversi, giovani e freschi seguendo i gusti più di tendenza, ma tenendo comunque i piedi ben saldi nella tradizione della zona.

La degustazione guidata da Andrea Gori
L’assaggio
La scelta aziendale fatta di voglia di emergere, ambizione ed entusiasmo ci consegna ben sei etichette tutte monovarietali.
Una scelta decisa ma che forse necessariamente nei prossimi anni dovrà ridimensionarsi, magari consegnando ai degustatori anche un blend.
La nostra degustazione condotta dal grande Andrea Gori sempre preciso e narrativo al punto giusto senza scadere in quei girigogoli linguistici in cui spesso cadono i divulgatori di vino che vogliono far sapere che sanno ci ha condotto alla scoperta di Aria un grande bianco perfetto anche nelle giornate più calde nato da un viognier in purezza e da una sola vigna che sorprende per la freschezza e quel tocco salino che rimanda al passato del grande lago del Valdarno.
Un vino fresco, sorprendente ma allo stesso tempo che si lascia assaggiare sorso dopo sorso.
Interessante anche il Magnificat il gran cru di Caberbet Sauvignon che nasce anch’esso da un vigneto solo dedicato. Elegante e con struttura anche se mantiene il fil rouge della grande freschezza.
Lascia decisamente il segno anche il merlot in purezza della casa Preludio. Elegante, fresco e personale da bersi con piacevolezza anche nelle serate più calde magari per un pic nic alla luce delle stelle.

Ci ha sorpreso anche il foglia tonda che da essere una rarità ultimamente finisce per essere uno dei più “tentati”.
Molto territoriale e come sappiamo difficile da gestire fin dalla vigna anche se ha un cuore antico Quello della Catina Le Pietre – che compare per la prima volta in una mappa catastale del 1711- riesce ad essere allo stesso tempo anch’esso elegante e fortemente territoriale.
Da rivedere a nostro avviso le due versioni di Sangiovese in purezza. Sia Lora è il primo prodotto che Terraia pur rappresentando una buona versione del vino toscano per eccellenza non lasciano troppo il segno. La freschezza c’è, la toscanità pure, ma forse manca ancora l’anima, nonostante l’ascolto di Bach in cantina.
Comunque lode alla cantina Le Pietre, ai suoi vini che profumano di Toscana e che tornando alla chiosa iniziale vogliono vivere d’arte
Giu 28, 2026 | Enogastronomia
Continuiamo il nostro viaggio alla scoperta degli straordinari prodotti del mare italiano e dopo il mosciolo selvatico di Portonovo (Ancora) e la necessità di tutelarlo ecco che ci spostiamo a sud.
Ci sono città che hanno un monumento simbolo. Altre un panorama, una piazza o una cattedrale. Taranto, invece, custodisce uno dei suoi tesori più preziosi sotto il pelo dell’acqua.
È la cozza tarantina, un piccolo capolavoro della natura che da oltre duemila anni cresce nelle acque uniche del Mar Piccolo e che racconta, meglio di qualsiasi libro di storia, il rapporto indissolubile tra la città e il suo mare.
Assaggiarla significa fare un viaggio nella Magna Grecia, nella tradizione marinara e nella cultura gastronomica di una delle città più sorprendenti del Sud Italia.

Perché la cozza di Taranto è così speciale?
Il segreto è tutto nell’acqua. Taranto è una delle pochissime città europee ad affacciarsi su due mari: il Mar Grande e il Mar Piccolo ed è proprio quest’ultimo a creare un ecosistema irripetibile.
Qui sgorgano dal fondale i celebri citri, sorgenti di acqua dolce che si mescolano naturalmente con l’acqua marina, creando una salinità perfetta per la crescita dei mitili.
Il risultato è una cozza dal gusto delicato ma intenso, con una polpa carnosa, profumata e naturalmente dolce, considerata da molti chef una delle migliori del Mediterraneo.
Una storia che inizia con gli Spartani
La mitilicoltura a Taranto affonda le radici nell’antichità. Secondo la tradizione furono già gli Spartani, fondatori della colonia di Taras nell’VIII secolo a.C., a intuire la straordinaria ricchezza del Mar Piccolo. Ma è tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento che nasce la moderna coltivazione delle cozze grazie ai maestri mitilicoltori tarantini, che sviluppano un sistema ancora oggi utilizzato.
Le cozze vengono allevate sospese nell’acqua mediante lunghe corde, le cosiddette reste, dove crescono lentamente seguendo il ritmo delle stagioni. È un mestiere antico, duro e affascinante, tramandato di padre in figlio.

Un viaggio tra i pali del Mar Piccolo
Visitare Taranto significa anche scoprire questo mondo. Sempre più cooperative organizzano escursioni in barca nel Mar Piccolo accompagnando i visitatori tra gli allevamenti.
Si naviga lentamente tra centinaia di pali in legno che emergono dall’acqua e sostengono le corde dove maturano migliaia di cozze. È un paesaggio insolito e quasi sospeso nel tempo.
Durante la visita i mitilicoltori raccontano tecniche, curiosità e tradizioni, mostrando come vengono raccolti, puliti e selezionati i mitili.
Il momento più atteso arriva quando una cozza appena pescata viene aperta davanti ai visitatori.
Il mare, letteralmente, finisce nel piatto.
Come si mangia la vera cozza tarantina
A Taranto la cozza è quasi una religione. Il modo più autentico per gustarla è cruda, appena aperta, accompagnata soltanto da qualche goccia di limone.
Ma la cucina locale la celebra in decine di ricette.
Impossibile non assaggiare le cozze gratinate, cotte al forno con pangrattato, prezzemolo e olio extravergine. Oppure la tradizionale impepata di cozze.
E naturalmente la celebre tiella tarantina, uno dei piatti simbolo della Puglia: riso, patate e cozze cotti lentamente in forno fino a creare una crosta dorata e irresistibile.
Ogni famiglia custodisce la propria ricetta.

La tiella tarantina, il piatto che profuma di mare
Se c’è una ricetta che racchiude l’anima della cucina tarantina, è senza dubbio la tiella di riso, patate e cozze, conosciuta anche come tièdde nel dialetto locale.
Nata come piatto della tradizione contadina e marinara, unisce ingredienti semplici e genuini in una preparazione capace di raccontare l’incontro tra terra e mare, uno dei tratti distintivi della gastronomia pugliese.
La ricetta prevede uno strato di patate tagliate sottili, ricoperte con cipolla, pomodorini, prezzemolo, aglio e abbondante pecorino grattugiato. Sopra vengono adagiate le cozze tarantine aperte a metà, che durante la cottura rilasciano il loro prezioso liquido, regalando al piatto un sapore intenso e inconfondibile. Si aggiunge quindi il riso, ancora pomodorini, patate, olio extravergine d’oliva e una spolverata finale di formaggio, prima della lenta cottura in forno.
Il risultato è un piatto profumato, cremoso all’interno e con una leggera crosticina dorata in superficie, capace di conquistare al primo assaggio.
Ogni famiglia tarantina custodisce la propria versione: c’è chi aggiunge zucchine, chi preferisce un pizzico di pepe, chi abbonda con il pecorino e chi lascia che sia soltanto il sapore delle cozze a dominare la scena. Ma una regola accomuna tutti: le cozze devono essere rigorosamente freschissime e provenire, quando possibile, dal Mar Piccolo.
Sedersi in una trattoria del centro storico o in un ristorante affacciato sul mare e ordinare una tiella significa vivere una delle esperienze gastronomiche più autentiche di Taranto, un piatto che, più di ogni altro, racconta la storia, la cultura e l’identità della città.

veduta aerea di Taranto
Breve focus: cosa vedere dopo aver assaggiato le cozze
Una giornata dedicata alla cozza tarantina è anche l’occasione perfetta per esplorare la città. Il centro storico, costruito sull’isola tra Mar Grande e Mar Piccolo, conserva vicoli antichi, palazzi nobiliari e chiese barocche.
Da non perdere il Castello Aragonese, ancora oggi gestito dalla Marina Militare, il Ponte Girevole, simbolo della città, e il Museo Archeologico Nazionale (MArTA), che custodisce una delle più importanti collezioni della Magna Grecia.
Al tramonto il lungomare regala scorci spettacolari, mentre i ristoranti affacciati sul mare propongono menù dedicati proprio alla regina della tavola tarantina.
Il periodo ideale per visitare Taranto va da aprile a ottobre.
La tarda primavera e l’inizio dell’autunno offrono temperature piacevoli e permettono di vivere il mare senza l’affollamento dell’alta stagione. In estate la città si anima di eventi, concerti e manifestazioni dedicate al mare e alla gastronomia.
Un piccolo mollusco che racconta una grande città
La cozza tarantina non è soltanto un ingrediente della cucina pugliese. È il simbolo di una città che ha imparato a vivere in simbiosi con il mare, trasformando un’antica tradizione in un patrimonio culturale e identitario. Per questo, chi visita Taranto dovrebbe iniziare proprio da qui: da una barca nel Mar Piccolo, dal racconto di un mitilicoltore e da una cozza appena aperta. Perché, a volte, il modo migliore per conoscere una città è assaggiarla.
Giu 26, 2026 | Enogastronomia
Il cibo è diventato una delle principali motivazioni di viaggio. Secondo GetYourGuide, il 68% dei viaggiatori mangia di più in vacanza rispetto a casa, e il 12% arriva a consumare cinque o più pasti al giorno quando è all’estero.
I biglietti per attività con “food tour” nel titolo sono cresciuti del 20% anno su anno, e l’81% dei viaggiatori desidera vivere esperienze gastronomiche autentiche all’estero, con la scoperta della scena ristorativa locale in cima alla lista delle priorità.
Il cibo: una scelta che vale un viaggio
Ma se si chiedesse a dieci persone di nominare la migliore destinazione culinaria d’Europa, si otterrebbero dieci risposte diverse.
Per fare chiarezza, abbiamo realizzato uno studio che ha analizzato 100 tra le città più grandi e popolari del continente, classificandole in base a cinque fattori: il numero di piatti per cui sono rinomate a livello locale e nazionale, il numero di food tour e corsi di cucina disponibili su TripAdvisor e il numero di ristoranti Michelin nella categoria ‘Eat Like A Local’. Il risultato è la classifica delle capitali culinarie d’Europa, con qualche sorpresa.

Roma – Roma © Federico Di Dio by Unsplash
La top ten

una veduta di Venezia
Le top 5 destinazioni europee per il turismo culinario
1 – Roma, Italia
Roma conquista il primo posto come capitale culinaria d’Europa.
La capitale italiana primeggia nello studio per numero di corsi di cucina disponibili (302) e si piazza terza per food tour (112).
Ben 12 piatti locali superano il rating 4 su Taste Atlas, tra cui Cacio e Pepe, Bruschetta alla Romana e Supplì, con altri 63 piatti italiani nazionalmente rinomati disponibili in città. Nove ristoranti figurano nella categoria ‘Eat Like A Local’ della Guida Michelin, più di qualsiasi altra città italiana fuori da Venezia.
2 – Venezia, Italia
Venezia si aggiudica il secondo posto grazie soprattutto alla sua straordinaria presenza sulla Guida Michelin: la città lagunare vanta 18 ristoranti nella categoria ‘Eat Like A Local’ — il dato più alto di tutto lo studio, il doppio di Roma, un risultato che smentisce la reputazione di città dalle trappole turistiche. Sette piatti locali superano la soglia 4+ su Taste Atlas, tra cui le Capesante alla Veneziana e il Carpaccio. La vocazione di Venezia è la cultura dei cicchetti, i piccoli assaggi serviti nei caratteristici bàcari.
3 – Napoli, Italia
Napoli completa un podio tutto italiano, guidando l’intera classifica per specialità locali: ben 17 piatti raggiungono il rating 4+ su Taste Atlas, più di qualsiasi altra città.
Non sorprende, essendo la patria della pizza, uno degli alimenti più amati al mondo. La città conta 105 corsi di cucina su TripAdvisor, terzo dato tra le città italiane dopo Roma e Firenze, e otto ristoranti Michelin ‘Eat Like A Local’.
4 – Istanbul, Turchia
Istanbul è la città non italiana più alta in classifica, e registra il punteggio più alto dell’intero studio per piatti nazionalmente rinomati: 70 piatti turchi da assaporare nella capitale, tra cui Kunefe, Lahmacun, Döner e Shish Kebab.
Con 64 food tour su TripAdvisor e 10 ristoranti Michelin ‘Eat Like A Local’, Istanbul supera Parigi su tutti e due i fronti.
5 – Parigi, Francia
La capitale francese chiude la top 5. Parigi guida lo studio per numero di food tour (123 su TripAdvisor) ed è seconda per corsi di cucina (135).
Sei piatti locali superano il rating 4+ su Taste Atlas, con altri 50 piatti francesi che raggiungono la stessa soglia a livello nazionale. Tuttavia, conta solo quattro ristoranti Michelin ‘Eat Like A Local’, meno di Genova, Marsiglia e Nizza.

genoa lanterna lighthouse city symbol on cloudy sky background
Il dominio italiano: 9 città nella top 20
Il dato più eclatante che emerge dallo studio è il dominio assoluto dell’Italia: ben 9 delle prime 20 città nella classifica europea sono italiane.
Oltre al podio con Roma, Venezia e Napoli, troviamo anche Bologna, Milano e Firenze in top 10, ma anche Torino all’11° posto, Genova al 16° e Palermo al 19°. Nessun altro Paese si avvicina a questo risultato.
6 – Bologna, Italia
Bologna, la “grassa” per antonomasia, si conferma una delle più importanti città gastronomiche d’Europa. Con 8 piatti locali che superano il rating 4 su Taste Atlas e 34 food tour disponibili su TripAdvisor, la capitale dell’Emilia-Romagna vanta anche 8 ristoranti Michelin nella categoria ‘Eat Like A Local’ e 60 corsi di cucina. Tortellini, ragù e mortadella sono solo alcuni dei suoi simboli gastronomici più celebri.
7 – Milano, Italia
Milano si piazza settima grazie soprattutto all’offerta formativa: con 86 corsi di cucina disponibili su TripAdvisor, è seconda solo a Roma tra le città italiane. La metropoli lombarda conta 26 piatti nazionali con rating 4+ su Taste Atlas e 5 ristoranti Michelin ‘Eat Like A Local’. Risotto alla Milanese e cotoletta rimangono i suoi simboli gastronomici più iconici.
10 – Firenze, Italia
Firenze chiude la top 10 con un primato assoluto: è la vera capitale europea dei food tour, con 129 tour disponibili su TripAdvisor, il dato più alto di tutto lo studio, quasi tre volte il numero di Barcellona e Londra. Il numero di corsi di cucina (250) è secondo solo a Roma. Un risultato che riflette la vocazione di Firenze come punto di riferimento per chi vuole imparare l’arte culinaria toscana.
11 – Torino, Italia
Torino si conferma una delle città gastronomiche più sottovalutate d’Europa. Con 7 piatti locali che superano il rating 4 su Taste Atlas — tra cui la bagna cauda e i tajarin — la città piemontese vanta un patrimonio culinario di grande ricchezza. Conta 5 ristoranti Michelin ‘Eat Like A Local’ e un’offerta di corsi di cucina (17) che riflette una tradizione gastronomica autentica e radicata.
16 – Genova, Italia
Genova sorprende piazzandosi 16ª, battendo città ben più note come Londra (17ª), Porto (18ª) e persino Lisbona (12ª) per certi parametri. Il dato più significativo è il numero di ristoranti Michelin ‘Eat Like A Local’: ben 9, più di Parigi. Con 6 piatti locali con rating 4+ su Taste Atlas — a cominciare dal pesto alla genovese e dalla focaccia — la capitale della Liguria si conferma una destinazione gastronomica di primo livello.
19 – Palermo, Italia
Palermo chiude la rappresentanza italiana nella top 20 con un profilo gastronomico molto vivace. La città si distingue soprattutto per l’offerta di corsi di cucina: 52 disponibili su TripAdvisor, il quarto dato tra le città italiane nello studio.
Con 8 piatti nazionali con rating 4+ su Taste Atlas e 3 ristoranti Michelin ‘Eat Like A Local’, Palermo è la porta d’accesso alla straordinaria cucina siciliana.
Altre tendenze emerse dallo studio
Alcune scoperte inaspettate arricchiscono il quadro complessivo. Istanbul supera Parigi, classificandosi 4ª contro il 5° posto della capitale francese, grazie all’ampiezza del repertorio gastronomico turco. Monaco batte Berlino in Germania, Cracovia supera Varsavia in Polonia e Ginevra si posiziona nettamente davanti a Berna in Svizzera, una dimostrazione che le capitali non sono sempre la scelta gastronomica più ovvia. Zagabria (15ª) si afferma come sorpresa dell’Europa orientale, superando città più note come Barcellona (13ª) e Vienna (14ª). Infine, Vienna si distingue come la città non italiana con il maggior numero di specialità locali: 9 piatti con rating 4+ su Taste Atlas.
Metodologia
Holidu ha preso in esame 100 tra le città europee più grandi, popolari e conosciute e le ha analizzate in base a cinque fattori per determinare quali siano le vere capitali culinarie del continente:
- Numero di piatti locali per cui la città è rinomata: specialità associate alla città con rating Taste Atlas pari o superiore a 4.
- Numero di piatti nazionali per cui la città è rinomata: piatti del paese di appartenenza con rating Taste Atlas pari o superiore a 4.
- Numero di food tour disponibili: annunci con tag ‘food tour’ su TripAdvisor.
- Numero di corsi di cucina disponibili: annunci con tag ‘cooking classes’ su TripAdvisor.
- Numero di ristoranti Michelin nella categoria ‘Eat Like A Local’: tag della Guida Michelin che segnala i ristoranti che esprimono la cucina e la cultura locale.
Giu 23, 2026 | Enogastronomia
Dal 2 al 5 luglio la Val di Cembra ospita la 39° edizione di Müller Thurgau: Vino di Montagna, rassegna internazionale che celebra uno dei vini simbolo di questo territorio tra degustazioni libere, incontri tecnici ed esperienze immersive nel territorio, organizzata dal Comitato Mostra Valle di Cembra in collaborazione con Associazione Turistica Val di Cembra, ApT Fiemme Cembra, Trentino Marketing, Consorzio Vini del Trentino, e con la partecipazione di Strada del Vino e dei Sapori del Trentino, Istituto Tutela Grappa del Trentino e associazione Le Donne del Vino Trentino Alto Adige.

E’ festa grande per il “vino di montagna”
Cuore della manifestazione sarà Palazzo Maffei, elegante edificio del 1600, dove sarà possibile degustare decine di etichette di Müller Thurgau provenienti da diversi territori produttivi italiani e stranieri.
A disposizione del pubblico, una squadra di sommelier AIS per informazioni e consigli di degustazione, affiancati da un gruppo di giovani del territorio.
Ad arricchire il programma per enoappassionati, anche la premiazione e la degustazione dei vini vincitori del 23° Concorso Internazionale, il cui panel di degustazione si svolgerà due settimane prima, ovvero venerdì 19 giugno. A valutare i vini in competizione, un team di 18 giurati suddivisi in tre commissioni di assaggio, composte ognuna da enologi, giornalisti e sommelier con degustazioni alla cieca secondo il Metodo Union Internationale des Oenologues che prevede la valutazione di vista, olfatto, gusto e gusto-olfatto.
Non manca una masterclass di approfondimento: il sommelier e giornalista Giuseppe Carrus condurrà gli ospiti in un viaggio tra vini della Val di Cembra e di zone produttive italiane per scoprire come territori estremi, sapidità, tempo e verticalità si traducono nel bicchiere.

Un programma ricchissimo
Spazio anche alla mixology con un appuntamento dedicato alla grappa: il barman Leonardo Veronesi accompagnerà il pubblico alla scoperta dell’arte della miscelazione attraverso una lezione speciale in cui i partecipanti potranno misurarsi con la realizzazione di cocktail personalizzati.
Con Heroes si passeggia tra i vigneti, con tappe enogastronomiche lungo il percorso e, novità di quest’anno, una grigliata finale immersa tra i filari. Chi preferisce le due ruote può optare per Cantine in sella, itinerario in e-bike con sosta presso alcune cantine del territorio per scoprire da vicino il lavoro e la passione che si celano dentro ogni bottiglia prodotta su questi ripidi pendii. Tra le iniziative, anche uno spettacolo comico dell’attrice Loredana Cont “The ironic Wine Women – Le done ironiche del vim”, accompagnato da una degustazione a cura delle Donne del Vino Trentino Alto Adige.
A tavola, invece, il festival gioca la carta della sorpresa. Torna Il giro del mondo in 80 Müller, showcooking di cucina etnica per mostrare la versatilità di questo vino: dopo Giappone, Sri Lanka e Thailandia, quest’anno è il turno della Nigeria, con tre ricette proposte in degustazione da Tracy Eboigbodin, vincitrice di MasterChef Italia 11. E poi la cena sul viale sotto le stelle, che celebra il connubio tra i territori di Cembra e Fiemme con un menù a base di specialità enogastronomiche delle due vallate, arricchita dalla emozionante performance dei ballerini professionisti della scuola di ballo Ritmomisto.
Completano l’offerta un ricco programma di iniziative a tema, organizzate nelle cantine del territorio, in programma dal venerdì alla domenica, dalle 15.00 alle 18.00, e la proposta gastronomica delle Donne Rurali, che ogni giorno saprà deliziare gli ospiti con piatti della tradizione.
Info e programma completo su mostramullerthurgau.it
Giu 21, 2026 | Enogastronomia
Corre lungo il lago Trasimeno la ciclovia più bella d’Italia per il 2026 che conquista il gradino più alto del podio del Green Road Award 2026, l’Oscar italiano del cicloturismo che viene assegnato ogni anno alle “vie verdi” delle Regioni che promuovono la vacanza su due ruote con servizi per il turismo lento.
Il secondo premio va alla Regione Puglia per il Gag, Giro ad Anello del Gargano, mentre al terzo posto ex aequo si posizionano la Regione Piemonte con la ciclovia Via del Mare e la Regione Lazio con la Ciclovia Etruria.

Lago Trasimeno. Image by Claudio Vannucci from Pixabay
Menzioni speciali e non solo
Tra le menzioni speciali, dell’undicesima edizione, che ha ricevuto ben 33 candidature, la Calabria vince quella per i “Cammini” con il Cammino del Normanno mentre il riconoscimento per le “Ippovie” – novità 2026 – va alla Regione Abruzzo per l’Ippovia Gran Sasso.
Ed ancora, la Menzione “Silenzio” – tema dell’Oscar del Cicloturismo 2026 – va alla Regione Toscana per il Grand Tour Costa degli Etruschi. Alla Regione Sardegna la menzione speciale della Stampa per la Shardana Bikeventure.
Infine, la Francia si è aggiudicata il riconoscimento quale destinazione straniera bike friendly. La proclamazione del premio, ideato da Ludovica Casellati, ieri sera a Sanremo in onore della Cycling Riviera della Regione Liguria – salita lo scorso anno sul gradino più alto del podio – che oggi viene completata con l’inaugurazione dell’ultimo tratto mancante, da Imperia a Diano Marina.

Fügen Sommer 2021
La classifica
Ecco in dettaglio gli itinerari premiati:
La Ciclovia del Trasimeno, circa 58 km, corre tutto intorno al lago omonimo, attraversando borghi sospesi, paesaggi d’acqua e natura protetta.
Il Giro ad Anello del Gargano, 350 km, è un itinerario panoramico che attraversa il promontorio pugliese tra foresta, altipiani e tratti costieri, collegando borghi storici e punti naturalistici iconici.
La Ciclovia Via del Mare, 470 km, scorre da nord a sud seguendo paesaggi fluviali, risaie, borghi e campagna che lentamente cambiano volto fino a incontrare l’orizzonte ligure.
La Ciclovia Etruria, 430 km, attraversa l’entroterra laziale tra campi aperti, vie rurali, siti archeologici disseminati nel paesaggio e borghi che conservano un ritmo antico.
La Shardana Bikeventure, 102 km di itinerario in una Sardegna sorprendente e poco battuta, tra natura potente, altipiani silenziosi ed echi di civiltà antiche che affiorano lungo il percorso.
Il Cammino del Normanno, 163 km tra Tirreno e Ionio, segue le antiche vie interne di crinale, borghi in pietra e paesaggi che custodiscono memorie medievali e natura autentica.
L’Ippovia Gran Sasso è una vastissima rete di 687 km che attraversa l’Abruzzo interno tra altipiani, pascoli d’alta quota, borghi in pietra e sentieri che seguono il passo lento dei cavalli.
Il Grand Tour Costa degli Etruschi segue per 347 km la costa toscana e il suo entroterra tra pinete, colline morbide, tratti di macchia mediterranea e borghi gioiello.
La Francia, spiega infine la motivazione, ha trasformato la bici in un linguaggio culturale, con migliaia di chilometri di itinerari che uniscono città in trasformazione, campagne curate e paesaggi iconici. Un modello maturo e accogliente.
Giu 21, 2026 | Enogastronomia
Dalle Eolie alle Egadi, dalle Pelagie a Ustica e Pantelleria: ogni isola racconta un modo diverso di vivere il Mediterraneo, tra turismo slow, diving, benessere naturale, cultura del mare e ospitalità d’eccellenza.
C’è una Sicilia che comincia quando la costa si allontana e la terraferma cede il passo all’orizzonte.
È la galassia delle isole minori: frammenti di roccia, luce e storia che non si assomigliano tra loro, eppure condividono una radice mediterranea viscerale.
Vulcani attivi, borghi di pescatori, fondali di rara complessità, vigneti eroici, riserve naturali integre: ogni isola è un universo compiuto, capace di rispondere a un tipo preciso di viaggiatore. Per la nuova stagione, l’Assessorato del Turismo lancia una mappatura basata sulle esperienze — non sulle spiagge.
L’energia della terra e del mare: trekking, vulcanologia e archeologia subacquea
Nelle isole di origine vulcanica, il viaggio abbandona la comoda staticità della sdraio per farsi esplorazione primordiale, dove il paesaggio è modellato da forze che lavorano ancora apertamente ogni giorno.

Lipari e Vulcano. Archivio Regione Siciliana. Ph Mathia Coco
Lipari
Capoluogo dell’arcipelago eoliano, è il punto di accesso e di orientamento.
Il suo castello normanno, i musei vulcanologici e i vicoli del centro storico la rendono la bussola culturale da cui tutto il resto si misura, fondendo la storia millenaria con la geologia dell’arcipelago.

Stromboli- Archivio Regione Siciliana_PH JM
Stromboli
Il vulcano che gli eoliani chiamano “Iddu” erutta con cadenza regolare da secoli. Le escursioni guidate al cratere si fanno al tramonto o di notte, quando la Sciara del Fuoco illumina il buio con una luce arancione magnetica.
Le spiagge di sabbia lavica nera e il silenzio tra un’eruzione e l’altra insegnano che l’avventura è un incontro continuo con l’imprevisto.
Vulcano
Qui il benessere è un’eredità geologica che precede di millenni qualsiasi spa. Le fumarole, le sorgenti termali sottomarine e i fanghi sulfurei offrono una rigenerazione naturale.
Salire al cratere o percorrere i sentieri di Vulcanello e Capo Grillo rimanda a un contatto diretto con un ambiente vivo e minerale.

Ustica, Torre di Santa Maria. Archivio Regione Siciliana_Ph JM
Ustica
I suoi fondali sono un museo vivo e rappresentano la prima Area Marina Protetta istituita in Italia. L’isola vulcanica offre a sub e snorkeler un labirinto di grotte, pareti e siti di archeologia subacquea in un mare cristallino.
Fuori dall’acqua, i sentieri panoramici e i tramonti sull’isolotto di Colombara completano un’esperienza legata alla pietra e all’esplorazione.
Il ritmo lento della terra: enogastronomia d’autore e memoria mediterranea
Un modo di viaggiare che misura la qualità del tempo in sapori memorizzati, conversazioni con i produttori e soste prolungate davanti a un panorama rurale.
Salina
È l’isola che si mangia, dove paesaggio e tavola raccontano la stessa identità. La Malvasia nasce nei vigneti terrazzati a picco sul mare,
i capperi di Pollara sono presidio Slow Food e il pani cunzatu di Lingua è un rito. Camminare verso la Fossa delle Felci o fermarsi a Pollara completa un’autenticità sensoriale colta e misurata.

Favignana, cala Rossa. Archivio Regione Siciliana_Ph JM
Favignana
Nelle Egadi, Favignana reinterpreta il turismo lento a colpi di pedale. Isola pianeggiante costruita in tufo giallo, è perfetta da esplorare in bicicletta tra le vecchie cave a cielo aperto e calette iconiche come Cala Rossa e Cala Azzurra.
L’Ex Stabilimento Florio, legato alla mattanza del tonno, è oggi un museo straordinario in cui il rito della tonnara diventa racconto antropologico e industriale.
Il lusso della disconnessione e della wilderness assoluta
Uscire dal rumore del mondo attraverso il silenzio radicale, la lontananza dalla costa e la totale immersione in una natura non addomesticata.
Alicudi
Non ha strade, auto, movida o segnale stabile. Ha solo scalinate di pietra, asini e un mare blu profondo. Il “digital detox” qui è una conseguenza geografica naturale.
Il suo silenzio è una presenza da ascoltare, ideale per chi vuole ritrovare il contatto con il tempo primitivo.
Filicudi
Condivide lo spirito selvaggio di Alicudi, tra borghi di pescatori e sentieri che salgono verso la Fossa delle Felci.
I suoi fondali incontaminati custodiscono la Torre della Borgia e grotte marine spettacolari. L’isolamento geografico ne fa un avamposto di quiete, dove l’antico insediamento preistorico di Capo Graziano dialoga con un mare geologicamente intatto, amato dai subacquei di tutto il mondo.

Levanzo, Cala Dogana- Archivio Regione Siciliana_Ph JM
Levanzo
La più piccola delle isole Egadi custodisce nelle sue grotte alcune delle pitture rupestri preistoriche più antiche e importanti del Mediterraneo, come quelle della Grotta del Genovese.
Lontana dai flussi turistici di massa, Levanzo è un tempio del silenzio: un pugno di case bianche raccolte attorno al porto, dove l’assenza di auto permette di riscoprire il valore del camminare lento lungo sentieri profumati di macchia mediterranea.

Punta sottile con vista Marettimo- Archivio Regione Siciliana-Ph Mathia Coco
Marettimo
La più selvaggia e lontana dalla costa siciliana è una vera e propria montagna dolomitica che emerge dal mare. Paradiso incontaminato per velisti, escursionisti e subacquei, vanta una rete eccezionale di grotte marine e fondali protetti tra i più integri dell’intero Canale di Sicilia.
L’assenza di strade carrabili e l’imponenza delle sue vette la rendono l’isola perfetta per una disconnessione totale, dove il silenzio è interrotto solo dal vento e dalle onde.
I santuari della biodiversità tutelata e del turismo responsabile
In queste isole la salvaguardia ambientale e il rispetto dei ritmi imposti dalla natura sono diventati un modello che attrae il turista consapevole.

Lampedusa, sola dei Conigli. Archivio Regione Siciliana_Ph JM
Lampedusa
Nelle Pelagie, la tutela ambientale è una priorità. L’Isola dei Conigli, all’interno della Riserva Naturale, prevede accessi regolamentati e prenotazioni obbligatorie per proteggere il sito dove la tartaruga marina Caretta caretta nidifica ogni estate.
Lampedusa si propone così come un vero e proprio laboratorio di turismo responsabile.
Linosa
Più appartata e sorprendente, Linosa è l’anima vulcanica delle Pelagie. Caratterizzata da antichi crateri, falesie scure e flora endemica, ospita una delle colonie di berta maggiore più importanti del Mediterraneo ed è anch’essa un sito cruciale per l’ovodeposizione della Caretta caretta.
L’ampliamento delle sue tutele l’ha resa una meta d’eccellenza per l’escursionismo naturalistico: un’isola dove l’agricoltura tradizionale e la salvaguardia della fauna marina cooperano per offrire un’esperienza di viaggio ecologica e memorabile.
L’esclusività dell’identità: architettura, design e lusso discreto
Destinazioni che esprimono l’eleganza non attraverso l’ostentazione, ma filtrandola attraverso la storia, le tradizioni secolari e l’architettura vernacolare.
Panarea
Esprime l’esclusività con una discrezione che le grandi mete mondane faticano a imitare. La più piccola delle Eolie abitate filtra la propria eleganza attraverso architetture bianche, terrazze fiorite e calette come Cala Junco. Tra yachting e accoglienza d’eccellenza,
i suoi fondali nascondono fumarole sottomarine e il relitto di un mercantile inglese, unendo la vita notturna sobria alla profondità della storia.
Pantelleria
Isola scolpita dal vento, senza spiagge di sabbia ma ricca di cale frastagliate, dammusi di pietra lavica e fanghi termali allo Specchio di Venere.
La vite ad alberello (Patrimonio Unesco) resiste al maestrale producendo lo Zibibbo e il Passito. Pantelleria rappresenta il lusso essenziale: le sue case in pietra e i giardini panteschi sono risposte millenarie alla siccità che oggi il mondo chiama design, ideali per viaggiatori consapevoli che cercano solo vento, pietra, vite e mare.