La cipolla dell’acqua di Santarcangelo di Romagna  è un nuovo Presidio Slow Food

La cipolla dell’acqua di Santarcangelo di Romagna è un nuovo Presidio Slow Food

La chiamano zvòla da aqua, perché in passato veniva coltivata nei terreni attraversati da canali e fossi d’acqua, e oggi diventa Presidio Slow Food: stiamo parlando della cipolla dell’acqua di Santarcangelo di Romagna.
Una varietà di cipolla (è la sedicesima in Italia a diventare Presidio, un dato che meglio di qualsiasi definizione spiega che cosa significa il termine biodiversità) «dalla pezzatura importante, che può arrivare anche al chilo di peso, di colore bianco e buccia dorata, e soprattutto caratterizzata da una dolcezza che ne consente il consumo anche a crudo, in insalata» spiega Fabio Polidori, il referente dei quattro produttori che aderiscono al progetto.

Il fiore della cipolla dell’acqua . Foto Anna Maria Nanni

Il mito della cipolla

Nella prima metà del Novecento, nella zona di Santarcangelo di Romagna la produzione della cipolla era fiorente.
«Nei terreni, tra una aiuola di cipolle e l’altra, venivano scavati dei piccoli fossi e l’irrigazione avveniva per scorrimento: l’acqua, prelevata dal fiume Marecchia, scorreva abbondante – prosegue Polidori –. Ma oggi quei fossi non sono più gli stessi: quelli che ancora ci sono portano molta meno acqua, ma molti non esistono nemmeno più.
Nella zona in cui ho l’azienda io, ad esempio, un tempo correva una fossa che assicurava l’acqua a cinque mulini: è scomparsa.
Questo fa capire quanto le scelte politiche possono cambiare la morfologia di un territorio».
Decennio dopo decennio, poi, la coltivazione ha subìto un progressivo abbandono: oggi resistono pochi contadini, che hanno ereditato la semenza e lavorano per conservarla e tramandarla.
Se l’irrigazione avviene necessariamente in modo diverso e la coltivazione si pratica su superfici ridotte, ciò che non è cambiato è il calendario dei lavori nell’orto: la semina avviene a gennaio, il trapianto delle piantine in primavera, la raccolta tra metà luglio e fine agosto: «Ho sempre avuto il mito della cipolla dell’acqua – ricorda Polidori –. I miei zii erano agricoltori e io, che ne sentivo parlare come di uno dei fulcri della cucina locale, rimanevo impressionato vedendo cipolle così grandi. Così otto anni fa ho iniziato anch’io».

Cipolla dell’ acqua di Santarcangelo di Romagna, Presidio Slow Food. Foto Anna Maria Nanni

In cucina, dalla piadina al dolce

Agli abitanti di Santarcangelo di Romagna l’appellativo di zvùléun, cioè cipolloni, è stato dato dai vicini riminesi: un soprannome che racconta bene un passato legato a doppio filo con il dolce e buonissimo ortaggio.
In cucina, la cipolla dell’acqua si presta a diversi utilizzi: oltre a venir consumata cruda, un tempo veniva cotta sulla stufa a legna oppure avvolta nella stagnola e messa nella brace.
Oggi la si ritrova in molte preparazioni, a cominciare dalla piadina per arrivare fino ad alcune pietanze dolci.
«È un vero e proprio tesoro per i santarcangiolesi, che la amano. – 
conclude Serena Boschi, referente Slow Food del Presidio – Ma siccome si conserva poco, due o tre mesi, oggi il tentativo è quello di usarla anche per fare trasformati e renderla sempre più appetibile sul mercato».

Catalogna in fiore. 4 idee per una visita primaverile unica

Catalogna in fiore. 4 idee per una visita primaverile unica

Con l’inizio ufficiale della primavera la Catalogna rivela il suo profilo migliore.
Quello del primo tuffo in mare, del ritorno ai piedi degli scarponcini da montagna e dei weekend e delle gite lontano o fuori porta.
Qui, nei mesi di aprile e maggio, il modo migliore per accogliere l’arrivo della prima stagione dell’anno è esplorare i suoi giardini botanici che separano il cielo dal mare Mediterraneo, passeggiare tra i fotogenici frutteti in fiore e partecipare agli eventi che celebrano il risveglio della natura.
Ecco qualche idea per uno spring break originale tra Barcellona, Montblanc, Girona, Aitona e la Costa Brava.

Foto pcsfish from Pixabay

Rose e libri per Sant Jordi a Barcellona e Montblanc

A Barcellona e nel resto della Catalogna, a Sant Jordi i petali dei fiori si confondono con le pagine dei libri. Il 23 aprile, infatti, nel giorno dedicato al patrono della Catalogna, le strade sono affollate di bancarelle che vendono libri e rose rosse.
La leggenda narra che a Montblanc, un paese nei pressi di Tarragona, il valoroso Jordi salvò il regno sconfiggendo un drago dal cui sangue germogliò uno splendido roseto.
Come il valoroso cavaliere prese una rosa per offrila alla sua principessa così oggi gli uomini regalano una rosa rossa all’amata e in cambio ricevono un libro.
Perché il 23 aprile è anche la Giornata mondiale del libro (dichiarata dall’Unesco) e l’occasione si fa ghiotta per scovare, tra gli scaffali, i classici della letteratura e le ultime novità della narrativa contemporanea catalana.
Dove? A Montblanc e poi a Barcellona, lungo le Ramblas, su Passeig de Gràcia e Rambla de Catalunya ma soprattutto a Casa Batlló, il capolavoro di Gaudí che, dal 21 al 23, si veste di rose.


A Girona è tempo di fiori

Dall’11 al 19 maggio Girona si riempie di colori, petali e profumi con Temps de Flors, la 69 esima edizione del festival che dal 1954 invade la cittadina catalana di installazioni floreali.
Da un piccolo concorso organizzato nel Saló de Descanso del teatro municipale di Girona, negli anni l’evento è diventato di richiamo internazionale arrivando a coinvolgere oltre cento location emblematiche tra giardini, chiostri, piazze, vie, chiese, biblioteche, case e spazi espositivi in un flusso continuo di visitatori dentro e fuori dal Barri Vell, l’antico centro storico che ruota attorno alla Catedral.
A riempirsi di meraviglia, qui non sono soltanto gli occhi e le memorie di smartphone e macchine fotografiche ma anche i piatti apparecchiati con le ricette speciali a base di fiori eduli (commestibili) grazie all’iniziativa #Gastroflors che coinvolge i ristoranti con proposte creative da gustare.
E per contorno ci sono la musica e i castells, le “torri umane” patrimonio immateriale dell’Unesco.


Nel mare rosa dei pescheti di Aitona

Se la Provenza offre l’arcinota fioritura della lavanda, Aitona è famosa per i suoi fiori di pesco.
Lo sanno bene i turisti e gli abitanti di questa località immersa tra i frutteti non lontano da Lleida, sulle rive del fiume Segre, che ogni primavera si tinge di rosa acceso con lo sbocciare dei fiori di pesco, trasformandosi in uno dei luoghi più instagrammabili di tutta la Catalogna.
Con il progetto e le guide di Fruiturisme, nelle campagne intorno ad Aitona si possono provare esperienze uniche sorvolando i campi in mongolfiera per un colpo d’occhio spettacolare oppure “attraversarli” più da vicino, in sella a una bicicletta o a bordo di un piccolo autobus, con l’accompagnamento dei frutticoltori locali.
Per non perdersi neanche una sfumatura di rosa. Chi viaggia in estate, invece, può sperimentare la raccolta delle deliziose pesche gialle e rosse, le nettarine, le pesche piatte e la platerina, degustarne la bontà e lasciarsi tentare dalle antiche ricette local a base di frutta dolce.


Andar per giardini in Costa Brava

Non solo spiagge, paesini e movida, la Costa Brava ha molto da offrire anche agli amanti del verde. E non per caso, i più importanti giardini botanici della Catalogna si trovano proprio lungo il tratto di litorale che corre da Blanes fino al confine francese.
Più di 100.000 visitatori all’anno ammirano le oltre 4.000 specie botaniche provenienti dai cinque continenti del Jardí Botànic Marimurtra di Blanes.
A picco sul litorale della Costa Brava, questo eden di quattro ettari divisi in tre giardini è il sogno di una vita di Carl Faust, l’uomo d’affari tedesco che un secolo fa progettò un universo verde tra il cielo e il mare.
Ci si può districare da soli lungo il percorso consigliato o esplorare il giardino con i tour guidati e le attività di divulgazione scientifica della Fundació Carl Faust. E in primavera, si pratica yoga outdoor tra i fiori e le piante esotiche!
A una manciata di chilometri da Blanes, tra Cala Boadella e Platja de Fenals, Lloret de Mar culla gli eleganti Jardins de Santa Clotilde, progettati nel 1919 secondo il modello rinascimentale italiano dall’architetto e urbanista catalano Nicolau Maria Rubió i Tudurí. Anche qui, il panorama sul mare dalle tante terrazze, rampe, scale e sentieri labirintici è unico, così come le sculture e le specie botaniche, prevalentemente autoctone, che s’incontrano passeggiando con il naso un po’ all’insù e un po’ all’ingiù.
Tra Palafrugell e Mont-ras, infine, i Jardins de Cap Roig sono tra i protagonisti del podio dei tre più importanti giardini botanici che s’incontrano viaggiando in Costa Brava. Con oltre ottocento specie botaniche e ventuno sculture opera di artisti internazionali tra i quali i catalani Jaume Plensa e Santi Moix, la “magia” naturale su diciassette ettari creata nel 1927 dai coniugi Nicolau Woevodsky e Dorothy Webster ancora oggi cattura chi la respira a pieni polmoni. Nel periodo delle fioriture primaverili, Cap Roig si anima con pic-nic, reading letterari e laboratori di scoperta per le famiglie.

Dal Friuli-Venezia Giulia ecco due nuovi Presìdi Slow Food: il malon e la bianchera

Dal Friuli-Venezia Giulia ecco due nuovi Presìdi Slow Food: il malon e la bianchera

Si allarga la famiglia dei Presìdi Slow Food in Friuli-Venezia Giulia: gli ultimi due, in ordine di tempo, a venire presentati sono l’oliva Bianchera, nella zona di Trieste e del Carso, e il malon, una zucca a pasta bianca da lungo tempo coltivata nelle valli del Natisone. 

Fulvio E. Bullo

L’olio pirotecnico del Carso

«L’olio di Bianchera io lo definisco pirotecnico, nel senso che in bocca restituisce una sensazione piccante e amara molto importante. Un olio acceso, che scalda il cuore».
Con queste parole Stelio Smotlak, referente Slow Food del neonato Presidio dell’oliva Bianchera, ci introduce alla scoperta di quest’angolo d’Italia a due passi dalla Slovenia e alla cultivar originaria della zona di San Dorligo della Valle e di Muggia.
«Si tratta di una pianta rustica e vigorosa – spiega Smotlak – perfettamente adattata al clima rigido e ai terreni calcarei e maroso-arenaici. Una zona sferzata dal vento di bora, caratterizzata da una forte escursione termica e da inverni freddi.

Fulvio E. Bullo

L’adattamento naturale ha fatto sì che la pianta sviluppasse polifenoli per proteggersi e sostenersi: sostanze che, per noi che godiamo dei suoi frutti, rendono l’olio estremamente interessante».
Gli olivi di varietà Bianchera sono caratterizzati da lunghi rami fruttiferi, con foglie di media grandezza, strette, lunghe e lanceolate.
«E il peduncolo è veramente robusto – prosegue Smotlak – tanto che la raccolta, fatta a mano, richiede una certa forza». In tutta la regione Friuli-Venezia Giulia, la superficie destinata all’olivicoltura si aggira intorno ai 300 ettari, di cui circa 45 nella provincia di Trieste.
Numeri ridotti, oltre che per le dimensioni contenute del territorio, anche a causa di due annate particolarmente rigide, il 1929 e il 1985, nelle quali le gelate danneggiarono molte piante. «Abbiamo piccoli appezzamenti, che amo definire veri e propri orti di famiglia – conclude il referente Slow Food del Presidio –, perché vengono curati e coccolati proprio come fossero degli orti. Ho amici che vanno nel proprio oliveto ogni giorno e conoscono ogni pianta: qualcosa che, in aziende da cento ettari, naturalmente non si potrebbe fare».
In cucina, la Bianchera si abbina bene ai piatti tipici della tradizione gastronomica locale: dalla carne al pesce, fino ai piatti a base di funghi e le zuppe. L’unica accortezza è usarlo con parsimonia sulle pietanze dal sapore particolarmente delicato, per evitare che la forza dell’olio ne sovrasti il gusto. 

Fulvio E. Bullo

La zucca della valle del Natisone

Cinquanta chilometri più a nord di Trieste è tutto un altro mondo: le valli del Natisone, che da Cividale del Friuli si sviluppano a ventaglio in direzione nord-est, sono un assaggio delle Alpi.
È da qui che arriva il malon, una zucca a pasta bianca dalla forma cilindrica-tondeggiante e la buccia liscia, può raggiungere una lunghezza di circa 40-50 centimetri e un diametro di 30-40.
Un alimento che, da queste parti, è da sempre una risorsa per tutti, non solo gli esseri umani: «Storicamente il malon veniva coltivato prevalentemente per l’alimentazione degli animali» racconta Caterina Dugaro, referente dei produttori del Presidio Slow Food.
«Veniva data da mangiare ai maiali e ai bovini, oppure tagliata in pezzi e lasciata a disposizione delle galline e delle anatre affinché la beccassero». Ma il malon sa rivelarsi prezioso anche in cucina: «Per l’alimentazione umana, il frutto si utilizza quando la buccia è ancora verde e la polpa tenera» aggiunge.
Le ricette della tradizione vedono il malon utilizzato in una minestra chiamata briza o zupa malonova, nella quale la polpa viene grattugiata e messa a macerare nella batuda (cioè il latticello, il latte vaccino appena munto lasciato inacidire) con l’aggiunta di fagioli e, a seconda delle varianti, patate e farina di mais abbrustolita nello strutto o nel burro.
Lo si può trovare anche grattuggiato e stufato in un tegame con aglio, alloro e una base grassa, per accompagnare la carne, oppure come ingrediente dello stakanje, un pestato a base di verdure e patate.

Fulvio E. Bullo

Un ingrediente povero ma versatile, il malon, ma con una lunga storia contadina alle spalle.
«Un tempo era di uso comune: ricordo bene che, a casa mia, la nonna e la mamma lo usavano abitualmente» aggiunge Gianfranco Topatigh, referente Slow Food del Presidio del malon.
«Ai tempi non c’era niente di eroico nell’usare il malon in cucina. Poi, lo spopolamento e il depauperamento del tessuto sociale di questa zona, come è successo in molte altre aree interne del nostro Paese, hanno fatto sì che la coltivazione andasse perdendosi. La logica di avviare un Presidio Slow Food è quella di ridare dignità a qualcosa che stava scomparendo, ma non come puro e semplice ricordo dei bei tempi andati: significa riconoscerne le potenzialità economiche, benché piccole, ad esempio nella filiera della ristorazione».
Una potenzialità concreta, conferma Dugaro: «Nella cucina del nostro agriturismo, in una stagione utilizziamo quasi una ventina di maloni. Siamo molto contenti della nascita del Presidio Slow Food e di contribuire a stimolare la ristorazione a non dimenticarsi di prodotti che rappresentano un valore aggiunto: quello di portare in tavola pietanze che altrove non si possono gustare. E, da quando abbiamo cominciato a parlare di Presidio, abbiamo già notato più interesse».

 

Carbonara day. Compie  70 anni il (falso) piatto italiano più amato al mondo

Carbonara day. Compie 70 anni il (falso) piatto italiano più amato al mondo

Ci sono ricette mito e la Carbonara è sicuramente il caso più eclatante, tanto da meritarsi addirittura una giornata tutta sua.
Oggi 6 aprile è il #CarbonaraDay, la spaghettata social più amata al mondo che giunge quest’anno alla sua ottava edizione.
L’evento, voluto dai pastai di Unione Italiana Food, unisce professionisti, appassionati e buongustai sul piatto di pasta più amato, replicato e discusso al mondo che, quest’anno, ha un motivo in più per essere celebrato dato che festeggia i 70 anni dalla sua prima ricetta italiana uscita nel 1954 sulle pagine del periodico La Cucina Italiana.
Un compleanno impossibile da non festeggiare, con uno sguardo al passato, uno al futuro e, più in generale, al rapporto tra tradizione e contaminazione fusion in cucina.

70 anni di un mito italiano per caso

Sulla carbonara sono stati versati fiumi di inchiostro e addirittura è stata la protagonista di un (serioso) convegno finito a spaghettata all’Università della Cucina Italiana di cui vi abbiamo parlato (articolo qui)
ma impossibile non tornare sul tema dato che, quando si dice Carbonara oggi si parla di migliaia di interpretazioni diversi che non possono non mettere in dubbio l’origine italiana di una ricetta nata per gli americani….
Una ricetta italianissima, anzi un simbolo dell’Italia nel mondo nata per caso, ma sulle cui origini fumose si è alzato il mito.
Per conoscere tutte le informazioni su questo piatto vi rimandiamo all’articolo che abbiamo citato sopra, troverete anche una ricetta per farla in casa e partecipare così alla maratona a cui ricordiamo che lo scorso anno ha coinvolto oltre 1 miliardo di pasta lovers nel mondo che hanno condiviso la “loro” carbonara in rete.

Photo credit: Photos & Food Blog on Visualhunt

Carbonara fra cinema e miti

Una domanda a cui è difficile dare una risposta univoca anche se seguendo le tracce della storia quella che oggi definiamo la ricetta classica dovrebbe essere quella che prevede pasta, guanciale, uova, pecorino e pepe.
Tante le citazioni letterarie fra cui citiamo “La Carbonara non esiste” di Alessandro Trocino e “La Carbonara perfetta” di Eleonora Cozzella.
La prima citazione in assoluto di questo piatto trovata negli archivi ci riporta al 1950 in un articolo del quotidiano torinese La Stampa che paprla della “Festa de’ Noantri di Trastevere che ospitò papa Pacelli, Pio XII. L’autore dell’articolo, tra i tanti ristoranti cita “Ceseretto alla Cisterna”, il cui oste accolse per primo gli ufficiali americani giunti in Trastevere in cerca degli spaghetti alla carbonara.
Nel 1951 si parla di carbonara nel film italiano, “Cameriera bella presenza offresi” quando il protagonista Aldo Fabrizi fa un colloquio di lavoro con Maria (Elsa Merlini) e le chiede: “Scusi un momento, senta un po’, ma lei li sa fare gli spaghetti alla carbonara?”. Maria scuote la testa sconsolata ma è la prova che gli spaghetti alla carbonara sono già conosciuti e considerati un piatto d’eccellenza.
Le cronache del 1952 del Corriere della Sera invece narrano della della passione per questo piatto dell’attore Gregory Peck, stabilitosi ad Anzio per le riprese di “Vacanze romane”.

photo credit: Wine Dharma on VisualHunt.com

Classica, tradizionale o alternativa? 400 le varianti nel mondo!

Per i puristi ne esiste solo una versione ma per i fantasiosi e innovatori invece non ci sono limiti alla fantasia.
La carbonara è in effetti anche il piatto al mondo che il maggior numero di imitazioni nella storia della gastronomia recente tant’è che secondo un articolo del New York Times di Ian Fisher pare che ne esistano oltre 400 in giro per il mondo!
Secondo l’Unione Italiana Food, la Carbonara risulta il laboratorio della pasta che intercetta nuovi stili di vita alimentare e modalità di consumo, tra rielaborazioni e improvvisazioni dell’ultimo minuto e ingredienti nuovi e non convenzionali.
Da un’indagine condotta da AstraRicerche su un campione di 1.000 italiani  di età compresa fra 18 e i 65enni emerge che 7 su 10 conoscono gli ingredienti necessari, considerando come imprescindibili, ma se 6 italiani su 10 si dichiarano fedeli alla ricetta classica, non manca un certo estro interpretativo: 1 italiano su 5 (soprattutto uomini) si avventura nelle “diversamente carbonare” con un ingrediente fuori dagli schemi: panna (6.5%) o latte (3.1%), peperoncino (5.2%), prezzemolo (4.4%), pomodoro (3.8%). Non solo: c’è chi utilizza il prosciutto al posto del guanciale (3.5%) o componenti ‘veg’ (funghi 2.5%, pisellini 2.2%, zucchine 2.1%).
Non mancano, infine, le declinazioni regionali di (non) Carbonara, utilizzando le eccellenze del territorio.

Maratona social il 6 aprile: come partecipare

Per partecipare all’evento virtuale le regole sono semplici: il 6 aprile, a partire dalle ore 12 (CET) basterà seguire gli hashtag #CarbonaraDay e #Carbonara70 e cimentarsi nella propria versione in dirette video, condividere opinioni, foto e consigli su Instagram, Facebook e Twitter. In qualità di eccellenza italiana celebre nel mondo, il Carbonara Day anticipa la Giornata Nazionale del Made in Italy (15 aprile), istituita quest’anno dal MIMIT e dedicata alla promozione della creatività e dell’eccellenza italiana, coinvolgendo Istituzioni, scuole e imprese, con eventi dedicati. Unione Italiana Food aderisce alla Giornata e sono numerose le iniziative sul territorio che le aziende associate hanno attivato nella settimana dal 15 al 21 aprile.

Mauritius, insolita terra di castelli e fortezze

Mauritius, insolita terra di castelli e fortezze

Mauritius, la perla dell’Oceano Indiano di cui vi abbiamo già parlato raccontandovi della sua cucina (articolo qui) e dei suoi paesaggi più maestosi e affascinanti (articolo qui) non smette mai di stupire anche i visitatori più affezionati.
Una vacanza sola non basta per scoprire tutti i tesori che custodisce: le spiagge da sogno, l’entroterra lussureggiante, le deliziose pietanze da accompagnare a soft drink, birra o rum, i siti patrimonio Unesco, le eccellenti strutture ricettive con servizi di qualità e le molteplici tradizioni, che testimoniano una storia tanto ricca quanto varia, ancora tangibile nella stessa essenza dell’isola e nelle persone che la abitano.
L’incontro “diacronico” tra Africa, Asia ed Europa (attraverso flussi migratori e domini coloniali) ha contribuito significativamente a dare forma a Mauritius in termini sia culturali che paesaggistici.
Tanto che, al fascino dell’isola tropicale si aggiungono elementi, che a prima vista, parrebbero estranei al contesto: chi si aspetterebbe, infatti, di trovare dei castelli a Mauritius?
Naturalmente, non si parla di torri merlate e passaggi segreti ma del senso più ampio della parola francese Château, che si riferisce non solo alle dimore di re e regine, ma anche lussuose proprietà legate alla produzione di vino o altri alcoolici.
Più specificamente, a Mauritius, queste dimore erano spesso le abitazioni dei possidenti che gestivano la coltivazione di canna da zucchero, per la produzione di zucchero e rum. Ecco quali sono. 


Le Domaine de Labourdonnais

Questa proprietà è nota per l’omonimo castello (Château de Labourdonnais, appunto), costruito tra il 1856 e il 1859 e abitato per oltre 150 anni.
L’accesso alla villa è spettacolare, con un ombreggiato viale alberato che conduce all’ingresso dello Chateau. L’edificio è in stile neoclassico, con il piano terra rialzato e un’ampia veranda che lo avvolge.
La carta da parati meravigliosamente dettagliata della sala da pranzo è intervallata da grandi mobili in teak e legno nero, su cui campeggiano enormi barattoli usati per marinare il pesce e la carne nella dispensa; entrando nelle varie stanze il profumo delle spezie e quello del legno ammantano gli ambienti e rendono l’atmosfera ancora più inebriante.
Al piano superiore, oltre ad ammirare l’elegante camera da letto, è possibile scoprire più a fondo la storia della proprietà.
La tenuta è circondata da frutteti e giardini paesaggistici da scoprire passeggiando. Per riprendere le forze, La Table du Château (proprio a fianco dell’edificio principale, serve piatti preparati con frutta e verdura raccolta nella tenuta. In alternativa, la caffetteria La Terrasse offre opzioni per pranzi più leggeri. È possibile, inoltre, acquistare marmellate e rum preparati con i frutti della tenuta. 


Le Château de Bel Ombre

Questa iconica dimora coloniale (XIX secolo) oggi riconvertita in hotel e ristorante è costruita nello stesso stile dello storico Treasury Building di Port Louis ed evoca scene di altri tempi.
Accedendo alla tenuta ciò che colpisce maggiormente lo sguardo è il maestoso albero di baniano adiacente alla veranda, testimone silenzioso della storia della regione: si racconta che abbia 200 anni.
L’interno della dimora rispecchia la regalità preannunciata dal baniano: è infatti caratterizzato da mobili antichi e tavoli con raffinati servizi in porcellana, che trasmettono un senso di accoglienza ed eleganza, in sintonia con la storia dell’edificio e il suo attuale uso.
Tutto intorno, il verde rigoglioso dei magnifici giardini alla francese abbraccia questa meravigliosa proprietà. 

foto Grey Fox

Cittadella di Port Louis

Un altro sinonimo di castello è fortezza, e a Mauritius non manca neanche questo. Adagiata in cima a una collina che domina la città e il porto, la Cittadella di Port Louis (Fort Adelaide o La Citadel) è una fortificazione costruita durante il dominio britannico tra il 1834 e il 1840 per assicurare il controllo della città in caso di disordini dovuti all’abolizione della schiavitù.
Il nome Fort Adelaide è in onore della moglie del re Guglielmo IV. Oggi vi si tengono concerti locali e internazionali e spettacoli artistici. Vale la pena salire fin qui per godersi il meraviglioso panorama, che include anche lo Champ de Mars, il campo per le corse dei cavalli. Ma questa è un’altra storia…

Il mischiglio, in Basilicata, è un nuovo Presidio Slow Food

Il mischiglio, in Basilicata, è un nuovo Presidio Slow Food

È un mix di cereali e di legumi, le cui farine, unite in proporzioni variabili, vengono da secoli usate per preparare i tradizionali rascatielli, una pasta ottenuta lavorando a mano acqua e farina: l’ultimo Presidio Slow Food in ordine di tempo a venire presentato arriva dalla Basilicata ed è il mischiglio.
Siamo nella valle del Serrapotamo, in provincia di Potenza, ai piedi del Parco Nazionale del Pollino.
Qui, per secoli, i contadini hanno fatto di necessità virtù: siccome la farina di grano scarseggiava, essendo la moneta con cui i contadini pagavano le gabelle al regno dei Borboni, perché non unire al rimanente quella di fave e ceci?


Una storia di privazione che diventa memoria di una comunità

«Il mischiglio, nato da una storia di privazioni e di subalternità, è diventata una storia di comunità, di valore, di riappropriazione, una memoria che prende forma e si fa attiva per continuare a narrarsi» spiega Anita Ferrari, referente Slow Food del Presidio del mischiglio.
Seppur frutto di necessità, il mischiglio è tutt’altro che una farina povera: «A  livello energetico è piuttosto sostanziosa, capace di assicurare energia a chi lavorava tutto il giorno nei campi» aggiunge Giuseppe Arleo, che del Presidio è il referente dei produttori.
La zona di produzione del Presidio comprende le località di Chiaromonte, Teana, Fardella e Calvera e i comuni confinanti e in ogni paese il mischiglio si fa a modo proprio: se a Teana e a Fardella è composto per metà da grano Carosella (da tempo sull’Arca del Gusto) e per metà da farina di fave, a Chiaromonte e Calvera si usa un terzo di grano duro Senatore Cappelli, un terzo di grano tenero Carosella e un terzo di legumi, orzo e, quando necessario, avena.
Ciò che accomuna tutti è la ricetta della tradizione: i rascatielli, che vengono conditi con una salsa di pomodoro, aglio e basilico, detta scind scind.
Quasi una zuppa, a cui talvolta si aggiunge del peperone crusco a scaglie, che può anche essere mangiata con il cucchiaio o con il pane. 


Dal campo alla tavola, una filiera completa

«Nella nostra zona, come in molti altri angoli d’Italia, la popolazione invecchia perché i giovani se ne vanno, a volte per lavorare e altre per studiare, ma senza poi far ritorno a casa» prosegue Arleo.
Ma chi rimane sa come fare rete: «Al Presidio Slow Food del mischiglio aderiscono cinque coltivatori, due mulini che trasformano la farina e tre pastifici: per fortuna abbiamo una filiera chiusa, intera».
Una piccola ma significativa storia di economia locale che, valorizzando «un prodotto identitario profondamente espressivo della dimensione socio-culturale ed etno-antropologica della Basilicata, con specifico riferimento all’area del Pollino», come lo definisce Ferrari, guarda al futuro: perché il mischiglio «è un unicum, un capolavoro di biodiversità, anche culturale».
«Abbiamo fortemente sostenuto il Presidio Slow Food del Mischiglio, prevedendo anche un contributo economico per la candidatura, poiché queste azioni ben si coniugano con l’azione di tutela e di valorizzazione delle biodiversità proprie di ogni area protetta – conclude la presidente del Parco Nazionale del Pollino, Valentina Viola –. Siamo anche certi che questo percorso sarà un’occasione di aiuto e di reale valorizzazione che coinvolgerà direttamente i territori con gli operatori del settore insieme ai Comuni dell’areale già impegnati con la Via del Miskiglio con azioni di animazione e recupero di questo antico prodotto».