Ago 12, 2026 | Enogastronomia
Quando il termometro supera i 35 gradi, la vacanza ideale cambia volto.
Le spiagge affollate lasciano spazio ai boschi di conifere, ai laghi alpini, ai borghi di montagna e alle vallate attraversate da torrenti cristallini. L’Italia offre numerose destinazioni dove il caldo estivo diventa un ricordo, regalando giornate all’aria aperta, escursioni e serate da vivere con una felpa sulle spalle.
Ecco dieci località dove trovare refrigerio senza rinunciare a paesaggi straordinari e tradizioni autentiche.

Livigno. Foto di Stevan Aksentijevic da Pixabay
1 – Livigno (Lombardia)
A oltre 1.800 metri di quota, Livigno è una delle località più fresche d’Italia anche in piena estate. Le temperature diurne sono piacevoli e le notti spesso scendono sotto i 10-12 °C.
Tra sentieri, piste ciclabili, laghi alpini e il Parco Nazionale dello Stelvio, è la meta ideale per chi ama la montagna attiva.
2 – Cortina d’Ampezzo (Veneto)
Le Dolomiti Patrimonio Unesco sono uno dei migliori rifugi naturali contro il caldo.
Passeggiare tra le Tre Cime di Lavaredo, il Lago di Sorapis o le Cinque Torri significa respirare aria fresca anche nei mesi di luglio e agosto.
Curiosità: le Dolomiti assumono sfumature rosa al tramonto, il celebre fenomeno dell’Enrosadira.
3 – Bormio (Lombardia)
Conosciuta per le terme, Bormio offre anche una delle estati più gradevoli dell’arco alpino.
Qui si alternano escursioni nel Parco dello Stelvio, passeggiate nel centro storico e relax nelle acque termali.

Trekking a Sappada. Foto Fabrice Gallina, FvG
4 – Sappada (Friuli Venezia Giulia)
Piccoli chalet in legno, boschi e prati fioriti fanno di Sappada una delle destinazioni più rilassanti delle Alpi orientali.
Le temperature raramente raggiungono valori elevati e il torrente Piave regala angoli perfetti per una pausa rinfrescante.
5 – Campo Tures (Alto Adige)
Tra cascate, boschi e castelli medievali, Campo Tures è uno dei luoghi più verdi dell’Alto Adige.
Le spettacolari Cascate di Riva sono una meta perfetta anche nelle giornate più calde.
6 – Abetone (Toscana)
A poco più di un’ora da Firenze, l’Abetone rappresenta uno dei rifugi estivi preferiti dai toscani.
Boschi di faggio e abete, sentieri panoramici e temperature decisamente più miti rispetto alla pianura rendono questa località ideale per un weekend all’insegna del relax.
7 – Pescasseroli (Abruzzo)
Nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, Pescasseroli è una delle capitali italiane del turismo naturalistico.
Qui è possibile avvistare cervi, camosci e, con un po’ di fortuna, anche l’orso marsicano.

Castelluccio di Norcia. Photo credit: bygdb – Gianni Del Bufalo (CC BY) on Visualhunt
8 – Castelluccio di Norcia (Umbria)
Anche dopo la celebre fioritura, Castelluccio conserva un fascino unico.
Situato a oltre 1.400 metri, offre giornate ventilate, cieli limpidi e panorami che si estendono fino ai Monti Sibillini.
9 – Monte Limbara (Sardegna)
Chi pensa alla Sardegna solo come meta balneare rimarrà sorpreso. Sul Monte Limbara, a oltre 1.300 metri, il clima cambia completamente.
Boschi di sughere, sentieri e aria fresca rappresentano una piacevole alternativa alle spiagge.
10 – Etna (Sicilia)
Anche la Sicilia può regalare un’estate sorprendentemente fresca.
Salendo sul versante dell’Etna si attraversano boschi, colate laviche e vigneti fino a quote dove le temperature risultano decisamente più basse rispetto alla costa.
Un’esperienza unica è osservare il tramonto dal vulcano più alto d’Europa.
I consigli per una vacanza “anti-caldo”
Per godersi al meglio queste destinazioni è consigliabile:
scegliere strutture immerse nella natura;
privilegiare passeggiate al mattino e nel tardo pomeriggio;
esplorare laghi, torrenti e cascate;
assaggiare la cucina locale, spesso basata su prodotti di montagna e ricette tradizionali;
portare sempre con sé una giacca leggera: sopra i 1.500 metri le serate possono essere sorprendentemente fresche anche ad agosto.
Il fresco come esperienza di viaggio
Sempre più viaggiatori scelgono la montagna e le aree interne non solo per sfuggire alle alte temperature, ma anche per vivere un turismo più lento e sostenibile. Le chiamano coolcations ovvero viaggi in luoghi al alta latitudine o altitudine con temperature miti.
Camminare in un bosco, ascoltare il rumore di una cascata, cenare all’aperto senza il caldo afoso e dormire con le finestre aperte rappresentano piccoli lussi che rendono speciale una vacanza.
Perché il vero antidoto all’estate non è soltanto trovare qualche grado in meno, ma riscoprire un modo diverso di viaggiare, a contatto con la natura e con il ritmo autentico dei territori.
Ago 11, 2026 | Enogastronomia
Dalle trincee di Caporetto alle vigne del Collio, dal Carso a Trieste: un viaggio a piedi lungo il fronte della Grande Guerra..
Venticinque tappe, 420 chilometri e un confine che oggi non divide più. Ci sono confini che si attraversano con un documento e altri che si attraversano con la memoria.
Sul Walk of Peace, il Cammino della Pace tra Slovenia e Friuli Venezia Giulia, basta invece mettere un piede davanti all’altro.
Per oltre 400 chilometri, dalle Alpi Giulie di Log pod Mangartom fino al mare di Trieste, il percorso attraversa alcuni dei luoghi più spettacolari e drammatici del fronte dell’Isonzo.
È un viaggio fra montagne e vallate, boschi e vigneti, borghi e città, ma soprattutto fra trincee, fortificazioni, sacrari e musei a cielo aperto.
Qui la Prima guerra mondiale non è confinata alle pagine dei libri. È sotto i piedi. È nelle gallerie scavate nella roccia, nei camminamenti nascosti dal bosco, nei resti delle postazioni militari e nei grandi monumenti ai caduti. Ma è anche nelle strade che oggi attraversano liberamente una frontiera un tempo sorvegliata, nei vigneti del Collio, nei ristoranti delle Valli del Natisone e nelle piazze di Gorizia e Nova Gorica.
È questo il paradosso affascinante del Walk of Peace: seguire le tracce di una guerra per arrivare a scoprire la pace.

Ossario italiano a Caporetto. Foto Schirra / Giraldi
Dove nasce il Walk of Peace
Il viaggio comincia in Slovenia, a Log pod Mangartom, nella valle della Soča. In Italia il fiume è conosciuto come Isonzo.
Già il suo doppio nome racconta la natura di questo territorio: una terra di confine dove lingue, culture e identità si sono incontrate, scontrate e mescolate per secoli.
La valle è spettacolare. Le acque color smeraldo della Soča scorrono fra le montagne, mentre sentieri e strade militari conducono verso Bovec e Kobarid.
È difficile immaginare che questo paesaggio oggi associato al trekking, al rafting e al turismo outdoor sia stato uno dei teatri più sanguinosi della Prima guerra mondiale. Eppure le montagne conservano ancora le tracce di quel conflitto.

Il museo della Grande Guerra di Kobarid (Caporetto)
Kobarid. La Caporetto che racconta la storia
Arrivare a Kobarid, la Caporetto italiana, significa entrare nel cuore della memoria del fronte dell’Isonzo.
Il Museo di Kobarid è una delle tappe fondamentali per comprendere la storia della Grande Guerra in questa parte d’Europa. Ma la visita non finisce nelle sale del museo.
Il territorio circostante è un vero archivio a cielo aperto: l’ossario italiano, il ponte di Napoleone, la cascata Kozjak e i sentieri lungo la Soča permettono di unire memoria, natura e paesaggio. Ed è forse questa la caratteristica più sorprendente del Walk of Peace.
Non bisogna scegliere fra storia e natura. Qui le due cose convivono.

Misticismo
Javorca, la chiesa costruita in guerra
Tra le montagne della Slovenia appare un edificio che sembra quasi impossibile trovare in un simile contesto: la Chiesa commemorativa dello Spirito Santo di Javorca. Fu costruita durante la Prima guerra mondiale dai soldati austro-ungarici. Al suo interno la memoria dei caduti supera le appartenenze nazionali.
È un luogo piccolo, raccolto, quasi sospeso nel paesaggio. E rappresenta uno dei primi segnali del messaggio che accompagnerà il viaggiatore per tutto il percorso: la guerra appartiene alla storia, ma la memoria può diventare uno strumento di riconciliazione.

museo all’aperto
Kolorovrat, quando la montagna diventa museo
Poi arriva uno dei luoghi più spettacolari del percorso: il Kolovrat. Qui non servono grandi edifici per raccontare la guerra. Le trincee sono ancora sulla montagna.
I camminamenti seguono il profilo del terreno. Le postazioni emergono fra la vegetazione. Le gallerie penetrano nella roccia. È un museo senza porte e senza soffitti. Un museo nel quale si cammina.
Dal crinale lo sguardo corre verso la valle dell’Isonzo e sulle montagne che furono attraversate dai soldati durante la ritirata di Caporetto.
È difficile trovare un modo più concreto per capire cosa significhi “camminare nella storia”.

Matajur e valli del Natisone: il volto più autentico del confine
Il percorso continua verso il Monte Matajur, altro luogo legato agli eventi del 1917. Ma superate le montagne, il viaggio cambia progressivamente volto.
Entrano in scena le Valli del Natisone, uno dei territori più affascinanti e meno conosciuti del Friuli Venezia Giulia. Qui il confine è soprattutto culturale.
Tradizioni friulane e slovene convivono da secoli. I piccoli borghi conservano lingue, riti, architetture e sapori che raccontano una storia molto più antica delle moderne frontiere nazionali.
È il momento ideale per dimenticare per qualche ora la guerra e lasciarsi conquistare dalla cucina.
Frico, gubana, jota, salumi e formaggi sono soltanto alcuni dei protagonisti di una gastronomia che, proprio come il territorio, non ama essere rinchiusa dentro una sola identità.

Cividale del Friuli: una parentesi nella storia
Chi ha tempo dovrebbe concedersi una deviazione verso Cividale del Friuli. Perché il Walk of Peace permette anche questo: passare dalla Grande Guerra all’epoca longobarda nel giro di pochi chilometri.
Il Tempietto Longobardo, il Ponte del Diavolo, il Museo Archeologico Nazionale e il centro storico raccontano una città che appartiene a una storia europea molto più antica delle frontiere contemporanee.
È una tappa che arricchisce il viaggio e ricorda che questo territorio non è nato con la Prima guerra mondiale.
La guerra è soltanto uno dei capitoli.

piazza Transalpina
Gorizia e Nova Gorica: la frontiera che oggi non divide
Poi il cammino arriva al suo punto forse più simbolico. Gorizia e Nova Gorica. Due città che per gran parte del Novecento sono state separate da una frontiera. Oggi quel confine è diventato uno dei simboli della nuova Europa.
Il luogo più emblematico è Piazza della Transalpina, dove la linea che divideva Italia e Jugoslavia è diventata una testimonianza della storia.
Camminando da una parte all’altra si comprende forse meglio di qualsiasi libro quanto sia cambiato questo pezzo d’Europa. Un tempo il confine era una barriera. Oggi è una fotografia.
E il Walk of Peace lo attraversa trasformandolo in una parte del viaggio.

Sabotin, dove la guerra guarda la pace
Sopra Gorizia si trova il Sabotin, una delle montagne più importanti del fronte dell’Isonzo. Le sue trincee e gallerie sono oggi parte del Parco della Pace. Il panorama è spettacolare.
Sotto il monte si apre il territorio di Gorizia, mentre il confine fra Italia e Slovenia diventa quasi invisibile.
È una delle immagini che meglio riassumono il senso dell’intero itinerario: una montagna che fu teatro di guerra trasformata in un luogo dedicato alla pace.

Dalle trincee ai vigneti: il Collio che unisce Italia e Slovenia
Dopo la memoria arriva il vino. Le colline del Collio e del vicino Brda sloveno sono una delle sorprese più piacevoli del viaggio.
Filari, cantine, piccoli borghi e strade panoramiche accompagnano il camminatore verso il cuore di una delle grandi aree vitivinicole del Nord-Est.
Qui il confine politico sembra davvero perdere consistenza.
Da una parte e dall’altra si producono vini, si coltivano le stesse colline e si tramandano tradizioni gastronomiche molto simili. La Ribolla Gialla diventa così quasi un altro filo conduttore del viaggio.
E il Walk of Peace si trasforma, almeno per qualche chilometro, in una strada del vino.

Monte San Michele, il Carso della Grande Guerra
Il paesaggio cambia nuovamente quando si entra nel Carso. Rocce, boschi, doline e vegetazione bassa sostituiscono le montagne alpine.
Ma le tracce della guerra diventano ancora più evidenti. Il Monte San Michele è uno dei luoghi simbolo del fronte dell’Isonzo. Trincee e gallerie raccontano la brutalità della guerra di posizione.
Qui il paesaggio sembra quasi conservare la memoria di ciò che è successo.
Il silenzio dei boschi rende ancora più evidente il contrasto con quello che avvenne in queste stesse montagne oltre cento anni fa

Gorizia e Nova Gorica
Doberdò del Lago, il Carso naturale
Il viaggio attraversa anche la Riserva naturale dei Laghi di Doberdò e Pietrarossa. È una delle tappe ideali per chi ama la natura.
Il paesaggio carsico, le zone umide e la biodiversità offrono un’altra chiave di lettura del territorio. Il Walk of Peace diventa così anche un itinerario naturalistico. E ancora una volta la storia sorprende.
Le stesse montagne che oggi sono habitat di specie animali e vegetali erano un tempo attraversate da trincee e soldati.

Il sacrario di Redipuglia
Redipuglia, il silenzio della memoria
Poi arriva Redipuglia. Il Sacrario militare è uno dei monumenti più imponenti dedicati ai caduti della Prima guerra mondiale.
La grande scalinata bianca domina il paesaggio carsico.
Dopo giorni trascorsi a camminare fra piccoli resti e testimonianze disseminate nella natura, Redipuglia restituisce alla memoria una dimensione monumentale. È una tappa da affrontare senza fretta.
Perché qui il viaggio non racconta più soltanto la storia di un fronte.
Racconta la dimensione umana di una guerra che coinvolse milioni di persone.

Monfalcone, dove la storia diventa lavoro
Il tratto verso Monfalcone permette di cambiare nuovamente prospettiva. La città è legata alla grande storia della cantieristica navale.
Il MuCa racconta il rapporto fra la città, il cantiere e il lavoro industriale. È una tappa importante perché ricorda che i territori attraversati dal Walk of Peace non sono rimasti immobili dopo la guerra. Sono cambiati.
Hanno ricostruito città, industrie, comunità e relazioni.
Monte Ermada e l’ultimo tratto verso Trieste
Prima del mare c’è ancora il Monte Ermada, con le sue fortificazioni e le testimonianze della Grande Guerra. È uno degli ultimi grandi capitoli del percorso.
Poi il paesaggio comincia ad aprirsi. Il Carso lascia progressivamente spazio alla vista dell’Adriatico.
La meta si avvicina.

Trieste, il finale perfetto
Il Walk of Peace termina a Trieste. E forse non avrebbe potuto scegliere un finale migliore.
Trieste è da sempre città di confine, porto, crocevia di popoli e culture.
Qui il viaggio che era iniziato fra le montagne slovene arriva davanti al mare. Il camminatore può fermarsi sul Molo Audace, guardare il golfo e ripensare ai chilometri percorsi.
Dalle Alpi Giulie all’Adriatico. Da Caporetto a Gorizia. Dal Carso a Trieste. Dalle trincee ai vigneti. Dalla guerra alla pace. È difficile immaginare una conclusione più simbolica.
Non solo trekking: il Walk of Peace è un viaggio nella cultura di confne
Il vero punto di forza del Cammino della Pace è proprio la sua capacità di mettere insieme esperienze diverse.
È un itinerario per chi ama camminare, ma anche per chi cerca storia. Per chi fotografa paesaggi, ma anche per chi vuole visitare musei.
Per chi ama i borghi, ma anche per chi parte alla ricerca di sapori.
E soprattutto per chi vuole scoprire un’Europa diversa, quella dei territori di confine dove le identità non si cancellano ma si mescolano.
La Grande Guerra è il filo rosso. Ma non è l’unico.
Cosa mangiare lungo il cammino
Un viaggio come questo merita anche un itinerario gastronomico. Tra Slovenia e Friuli si incontrano preparazioni che raccontano secoli di contaminazioni.
Da assaggiare: jota, frico, gubana, štruklji, formaggi delle valli alpine, salumi friulani, prosciutto del Carso, piatti a base di trota della Soča, vini del Collio e del Brda, Ribolla Gialla, Vitovska, Terrano, prodotti delle osmize carsiche
È una cucina di frontiera nel senso migliore del termine: ricca, contaminata, sorprendente.
Le 10 curiosità
1. Un fiume, due nomi. In Slovenia è la Soča, in Italia l’Isonzo.
2. Un museo senza soffitto. Il Kolovrat conserva trincee e fortificazioni direttamente sul terreno.
3. Caporetto è oggi una meta turistica. La città che dà il nome alla disfatta italiana del 1917 è oggi uno dei centri del turismo outdoor della valle.
4. Un confine diventato piazza. A Gorizia la frontiera attraversa la storica Piazza della Transalpina.
5. Due città, due Paesi. Gorizia e Nova Gorica rappresentano uno dei casi più interessanti di città transfrontaliere d’Europa.
6. La montagna della guerra è oggi un Parco della Pace. È il caso del Sabotin.
7. Il vino non conosce frontiere. Le colline del Collio e del Brda appartengono a due Stati ma condividono ambiente, storia e tradizioni vitivinicole.
8. Il Carso è anche natura. La Riserva dei Laghi di Doberdò e Pietrarossa mostra l’altra faccia di questo territorio.
9. La memoria arriva fino al mare. Il percorso termina a Trieste, collegando simbolicamente il fronte alpino all’Adriatico.
10. Il vero protagonista è il confine. Non quello che separa, ma quello che racconta la storia di territori che oggi hanno scelto di incontrarsi.
Quando partire e quanti giorni servono
Il periodo migliore dipende dal tratto scelto. Per le sezioni alpine della Slovenia e del Friuli è particolarmente interessante la stagione compresa fra la tarda primavera e l’inizio dell’autunno, tenendo sempre conto delle condizioni meteorologiche e dell’altitudine.
Primavera e autunno sono invece particolarmente suggestivi per il Collio e il Carso, quando il paesaggio cambia colore e il turismo è generalmente meno intenso.
Prima di partire è fondamentale verificare sempre condizioni dei sentieri, eventuali modifiche del percorso, aperture dei musei, accessibilità delle strutture e indicazioni locali aggiornate.
Percorrere integralmente il tracciato richiede un progetto di viaggio articolato. Ma non è necessario affrontare tutti i 420 chilometri.
Il bello del Walk of Peace è proprio la possibilità di costruire un viaggio su misura. Un weekend lungo può concentrarsi su Gorizia, Nova Gorica e il Collio.
Un viaggio di alcuni giorni può seguire il tratto Kobarid-Kolovrat-Valli del Natisone.
Chi ha più tempo può invece trasformarlo in un vero grande trekking transfrontaliero, dalla Slovenia fino a Trieste.
Un cammino che cambia il significato della parola frontiera
Forse è questo il motivo per cui il Walk of Peace lascia un’impressione diversa rispetto a molti altri cammini. Non attraversa semplicemente un territorio.
Attraversa la sua memoria.
Ogni salita porta a una trincea.
Ogni valle racconta una battaglia.
Ogni borgo conserva una lingua o una tradizione.
Ogni vigneto ricorda che la vita ha continuato a scorrere anche dopo la guerra.
E ogni volta che si supera il confine fra Slovenia e Italia ci si rende conto di quanto sia cambiata l’Europa.
Un tempo servivano soldati per controllarlo.
Oggi basta un paio di scarponi.
Il Walk of Peace nasce dalla memoria della Prima guerra mondiale, ma guarda al futuro.
E dopo 420 chilometri, dalle montagne della Soča al mare di Trieste, il messaggio diventa quasi inevitabile: per arrivare alla pace, qualche volta, bisogna prima avere il coraggio di ripercorrere le strade della guerra.
Ago 6, 2026 | Enogastronomia, Territori
L’Italia è un Paese che si racconta anche attraverso i suoi sapori.
Dalle coste alle montagne, dai piccoli borghi alle città d’arte, ogni territorio custodisce un patrimonio gastronomico unico fatto di prodotti stagionali, antiche lavorazioni e tradizioni tramandate di generazione in generazione.
Durante l’estate questo straordinario mosaico di eccellenze torna protagonista con sagre, festival e appuntamenti dedicati ai prodotti simbolo delle diverse regioni: dal pesce dell’Adriatico e del Mediterraneo ai grandi vini, dai salumi ai formaggi di montagna, fino alle specialità della terra che raggiungono in questo periodo il massimo della qualità.
Ma questi eventi non sono soltanto occasioni per degustare. Sono vere esperienze di viaggio, capaci di portare il visitatore alla scoperta di borghi, paesaggi e comunità locali. Dietro ogni prodotto c’è infatti una storia: quella di un territorio, dei suoi produttori e di un sapere artigianale che continua a resistere al tempo.
Dal Piemonte all’Emilia Romagna e dalla Campagna alla Sicilia il fine estate diventa così la stagione ideale per mettersi in cammino seguendo una nuova geografia del gusto: un itinerario fatto di profumi, incontri e sapori autentici che raccontano l’anima più vera dell’Italia.

Festa del Peperone di Carmagnola
La 77ª fiera nazionale del peperone di Carmagnola si svolgerà da venerdì 28 agosto a domenica 6 settembre, per dieci giorni di eventi nel centro storico della cittadina piemontese.
Si tratta della più grande manifestazione italiana dedicata a un singolo prodotto agricolo, con oltre 250 appuntamenti tra enogastronomia, spettacoli, cultura e intrattenimento.
Tra gli eventi più attesi dell’edizione 2026 ci saranno il grande mercato del Peperone di Carmagnola, con i produttori locali; show cooking e degustazioni con chef e ristoratori; il Peperone Day, dedicato ai menu speciali nei ristoranti aderenti, la tradizionale Festa di Re Peperone e della Bela Povronera, con la sfilata delle maschere storiche e il Foro Festival, che ogni sera propone concerti, spettacoli e ospiti del mondo della musica e dello spettacolo.
Per il programma completo e gli aggiornamenti puoi consultare il sito ufficiale della manifestazione.

Festival del Prosciutto di Parma
Il Festival del Prosciutto di Parma si svolgerà da venerdì 4 a domenica 6 settembre 2026, con la XXIX edizione della manifestazione dedicata al Prosciutto di Parma Dop.
L’evento si tiene principalmente a Langhirano, nel cuore della zona di produzione del prosciutto di Parma, e coinvolge anche altri comuni del territorio parmense con un ricco calendario di iniziative all’insegna dell’enogastronomia, della cultura e del turismo.
Tra gli appuntamenti più attesi ci sono: finestre aperte, l’iniziativa simbolo del festival, durante la quale i prosciuttifici aprono eccezionalmente le porte ai visitatori per mostrare tutte le fasi della lavorazione del Prosciutto di Parma DOP, dalla salagione alla stagionatura. Ci saranno poi degustazioni guidate e laboratori dedicati agli abbinamenti con vini e prodotti tipici del territorio, show cooking, incontri con produttori, mercati gastronomici e spettacoli che animano il centro di Langhirano e le colline parmensi. Infine itinerari tra castelli, caseifici del Parmigiano Reggiano e aziende agricole, per scoprire uno dei distretti gastronomici più importanti d’Italia.

Gragnano città della pasta
Nel 2026 la manifestazione Gragnano Città della Pasta è in programma da sabato 12 a lunedì 14 settembre 2026 nel centro storico di Gragnano (Napoli).
L’evento celebra la Pasta di Gragnano Igp, trasformando per tre giorni la città in un grande percorso del gusto tra tradizione, cultura e spettacolo.
Tra gli appuntamenti più attesi ci sono: le degustazioni della Pasta di Gragnano IGP preparata dai pastifici storici e dagli chef campani; gli show cooking con cuochi, pizzaioli e maestri della cucina italiana; il percorso enogastronomico nel centro storico con stand dedicati ai prodotti tipici campani; visite ai pastifici e incontri con i mastri pastai per scoprire le tecniche di lavorazione e l’essiccazione tradizionale; talk, convegni e momenti culturali dedicati alla storia della pasta e del territorio; spettacoli, musica dal vivo e il Premio Culturale “Gragnano Città della Pasta”, assegnato ogni anno a una personalità del mondo della cultura e dello spettacolo.
L’evento rappresenta anche un’ottima occasione per visitare uno dei luoghi simbolo della gastronomia italiana.
Situata tra i Monti Lattari e la Costiera Sorrentina, Gragnano è conosciuta nel mondo come la Città della Pasta grazie a una tradizione che risale al XVI secolo. Le particolari condizioni climatiche, la qualità dell’acqua sorgiva e l’antica esperienza dei pastai hanno reso celebre la Pasta di Gragnano IGP, oggi esportata in tutto il mondo.

Cous Cous Fest
Nel 2026 il Cous Cous Fest di San Vito Lo Capo si svolgerà dal 18 al 27 settembre, per dieci giorni di eventi dedicati al cous cous, alla cucina mediterranea e all’incontro tra culture.
L’edizione di quest’anno sarà la 29ª dalla nascita della manifestazione.
Il festival, nato nel 1998, è oggi uno dei più importanti appuntamenti enogastronomici del Mediterraneo e richiama ogni anno migliaia di visitatori da tutto il mondo. Il programma comprende: il Campionato del Mondo di Cous Cous, con chef provenienti da diversi Paesi; cooking show con cuochi italiani e internazionali; degustazioni nelle Case del Cous Cous, dove è possibile assaporare oltre venti interpretazioni del piatto simbolo del Mediterraneo; masterclass, wine tasting e incontri dedicati alla cultura gastronomica; l’Expovillage, con produttori siciliani e mediterranei; concerti gratuiti e spettacoli serali sul lungomare e in Piazza Santuario.
Ago 5, 2026 | Enogastronomia
In Liguria il pesto non è soltanto un condimento, ma un vero patrimonio culturale che racconta il legame tra il territorio, il mare e le colline ricoperte di basilico.
Il suo profumo accompagna da secoli la cucina ligure e durante l’estate diventa uno dei simboli gastronomici più amati dai visitatori che scelgono questa regione per le vacanze.

La partenza naturale? Genova
Il viaggio alla scoperta del pesto parte naturalmente da Genova, la città, capitale del cibo di mare italiana con il suo slow Fish ha dato i natali alla ricetta originale del pesto preparata secondo tradizione nel mortaio di marmo con basilico genovese Dop, pinoli, aglio, Parmigiano Reggiano, pecorino, olio extravergine di oliva e sale.
Qui il pesto si incontra nei vicoli del centro storico, nelle trattorie tradizionali e nei laboratori artigianali dove ancora oggi viene preparato seguendo gesti antichi.
La cultura del pesto è profondamente legata anche ai territori collinari alle spalle del capoluogo, dove il basilico cresce grazie al clima mite e alla particolare esposizione al sole.

Fra Prà e le colline
Uno dei luoghi simbolo è Pra’, quartiere di Genova considerato la patria storica del basilico genovese, dove questa pianta aromatica viene coltivata in serra e raccolta nel momento ideale per ottenere il massimo del profumo e dell’intensità.
Durante l’estate molte località liguri celebrano il pesto attraverso sagre, serate gastronomiche e appuntamenti dedicati ai prodotti tipici.
Nei borghi dell’entroterra e lungo la costa non mancano occasioni per assaggiare piatti della tradizione come le trofie al pesto, le trenette con patate e fagiolini, le lasagne al pesto e molte altre ricette che raccontano una cucina semplice ma ricca di sapore. Tra gli appuntamenti gastronomici estivi si trovano anche sagre che abbinano il pesto ad altri prodotti simbolo della Liguria, come quelle dedicate alle trofie al pesto nell’entroterra genovese.

Dai carrugi alle Cinque Terre
Il pesto diventa così il filo conduttore di un itinerario che porta alla scoperta di alcuni dei paesaggi più belli della regione.
Dopo una passeggiata tra i carruggi di Genova, il viaggio può proseguire verso i borghi marinari della Riviera di Levante, da Camogli a Sestri Levante, fino alle celebri Cinque Terre, dove il profumo del basilico incontra quello del mare.
La gastronomia ligure offre naturalmente molto altro: la focaccia genovese, la focaccia di Recco, la farinata, i pansoti con salsa di noci, il pesce azzurro e i vini prodotti sui terrazzamenti affacciati sul Mediterraneo. Il pesto diventa così il punto di partenza per scoprire una cucina profondamente legata alla natura e alla stagionalità.
Un’esperienza imperdibile per chi visita la Liguria in estate è partecipare a una degustazione o a un laboratorio dedicato alla preparazione del pesto: imparare a dosare gli ingredienti, utilizzare il mortaio e conoscere la storia di questa ricetta permette di trasformare un semplice assaggio in un vero viaggio nella cultura ligure.
Tra mare cristallino, borghi colorati e colline profumate di basilico, la Liguria dimostra che anche una salsa può raccontare un intero territorio. Il pesto alla genovese non è soltanto una specialità gastronomica, ma il simbolo di una regione capace di trasformare ingredienti semplici in un patrimonio conosciuto e amato in tutto il mondo.

La ricetta: trofie al pesto
Ago 4, 2026 | Enogastronomia
Negli ultimi anni la Norvegia è entrata nell’immaginario collettivo anche grazie allo sport.
I gol di Erling Haaland, il talento di Martin Ødegaard e la crescita di una nazionale sempre più competitiva hanno acceso i riflettori su un Paese che, fino a poco tempo fa, molti associavano quasi esclusivamente ai fiordi e all’aurora boreale.
Oggi, invece, la Norvegia è diventata una delle destinazioni più desiderate da una nuova generazione di viaggiatori, attratti da paesaggi spettacolari, esperienze outdoor e da uno stile di vita profondamente legato alla natura.
Ma chi pensa di conoscere la Norvegia soltanto attraverso Oslo, Bergen o i celebri fiordi si sbaglia. Esiste un’altra Norvegia, più remota e sorprendente, dove il sole d’estate sembra non tramontare mai e dove vive uno dei popoli più antichi d’Europa: i Sami.

Un Paese dalle mille identità
Non potrebbe essere più fuori strada chi immagina la Norvegia come un Paese uniforme. Da sud a nord cambiano i paesaggi, le tradizioni, il clima e persino le identità culturali.
Superato il Circolo Polare Artico si entra in un mondo completamente diverso, fatto di immense distese di tundra, foreste, laghi cristallini e altopiani che sembrano infiniti.
È qui che si sviluppa il territorio storico dei Sami, popolazione indigena presente tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Penisola di Kola, in Russia. Ancora oggi vengono spesso chiamati impropriamente “lapponi”, un termine ormai superato che non rappresenta l’identità di questo popolo.

Karasjok, la capitale della cultura sami
Il cuore della cultura sami in Norvegia è Karasjok, una cittadina nel Finnmark dove tradizione e modernità convivono ogni giorno.
Qui hanno sede il Parlamento Sami, la Biblioteca Sami, il Museo dedicato alla loro storia e un suggestivo parco tematico che permette ai visitatori di immergersi nelle tradizioni di questo popolo.
La visita a Karasjok è anche un viaggio nella storia contemporanea della Norvegia. Per molti decenni, infatti, i Sami furono vittime di una rigida politica di assimilazione che limitò l’uso della loro lingua e delle loro tradizioni. Soltanto nel 1999 il governo norvegese presentò ufficialmente le proprie scuse, riconoscendo gli errori compiuti e avviando un percorso di tutela della cultura sami che oggi rappresenta uno dei patrimoni più preziosi del Paese.

Il fascino dell’Artico autentico
Visitare la terra dei Sami significa vivere una Norvegia lontana dalle rotte più turistiche. Qui è possibile incontrare allevatori di renne, conoscere antiche tecniche di artigianato, ascoltare i tradizionali canti joik e scoprire uno stile di vita profondamente legato ai ritmi della natura.
Durante l’estate il sole di mezzanotte regala giornate infinite, ideali per trekking, escursioni in kayak, pesca nei fiumi artici e safari fotografici alla ricerca della fauna locale.
In inverno, invece, il paesaggio si trasforma nel regno dell’aurora boreale, con cieli che si accendono di verde e viola sopra distese innevate.
Un viaggio che parla ai giovani esploratori
La Norvegia del Nord è la destinazione perfetta per chi cerca qualcosa di diverso dal turismo tradizionale. È il luogo ideale per chi ama i grandi spazi, la sostenibilità, le esperienze autentiche e i viaggi che lasciano qualcosa in più di una semplice fotografia.
Qui non ci sono soltanto panorami spettacolari da condividere sui social, ma storie da ascoltare, culture da conoscere e persone che custodiscono tradizioni antichissime con uno sguardo rivolto al futuro.

Oltre i fiordi c’è un’altra Norvegia
La popolarità internazionale di Haaland e della nuova generazione del calcio norvegese ha contribuito a riportare la Norvegia al centro dell’attenzione mondiale. Ma il vero viaggio inizia quando si decide di andare oltre i luoghi più famosi.
La terra dei Sami racconta una Norvegia meno conosciuta ma forse ancora più affascinante: un territorio dove la natura detta ancora il ritmo della vita, il silenzio diventa un lusso e ogni esperienza permette di entrare in contatto con una delle culture indigene meglio conservate d’Europa.
Per chi è alla ricerca di una destinazione capace di unire avventura, cultura, sostenibilità e paesaggi mozzafiato, il Grande Nord norvegese rappresenta una delle esperienze di viaggio più sorprendenti che il continente possa offrire.
Ago 3, 2026 | Enogastronomia
Esiste un filo invisibile che attraversa la provincia di Verona da nord a sud, che modella borghi e città, che ha dettato leggi al commercio e all’agricoltura, che ha ispirato leggende e alimentato intere civiltà.
Questo filo è l’acqua.
Fiumi impetuosi e quieti canali, laghi cristallini e sorgenti sotterranee: ogni angolo del veronese custodisce un rapporto ancestrale con l’elemento liquido per eccellenza.

Verona città. L’Adige racconta
Verona non avrebbe mai potuto diventare la città che conosciamo senza l’Adige.
Il fiume, che compie un’ampia ansa abbracciando il centro storico, non è soltanto uno sfondo panoramico: è la ragione stessa dell’esistenza di Verona. I Romani lo capirono subito, scegliendo questo punto strategico dove il fiume rallentava e si poteva guadare, per fondare una delle città più importanti della Venetia.
L’Adige ha fatto la fortuna di Verona, ma le ha anche insegnato la paura. Le sue piene hanno scritto pagine drammatiche nella storia cittadina, e i segni sono ancora leggibili sulle facciate delle case del quartiere di Filippini, nel cuore del rione popolare che si specchia nel fiume.
Su molti palazzi si possono ancora vedere le targhe delle piene — piccole lapidi in pietra o marmo che segnano la quota raggiunta dall’acqua durante le alluvioni più catastrofiche.
La più devastante rimane quella del 1882, quando l’Adige ruppe ogni argine e sommerse quasi interamente la città. Cercarle, camminando lungo le vie del rione, è un modo straordinario per capire quanto questo fiume abbia plasmato non solo il paesaggio ma anche la psicologia collettiva dei veronesi.
La Diga del Chievo: sentinella silenziosa
A monte della città, dove l’Adige entra nel territorio urbano dopo aver attraversato la Valpolicella, si erge la Diga del Chievo. Costruita nel secondo dopoguerra come opera di regolazione idraulica, questa imponente struttura è diventata il simbolo moderno del “patto” tra la città e il suo fiume.
È grazie alla diga che le alluvioni catastrofiche appartengono oggi in larga parte al passato: il manufatto regola le portate, protegge gli abitati a valle e, non da ultimo, crea quel particolare paesaggio fluviale — con le sue distese d’acqua tranquilla — che tanto affascina chi arriva in bicicletta o a piedi lungo le rive dell’Adige.

Itinerario lungo le rive e tra i ponti
I ponti di Verona sono capitoli di storia. Il Ponte Pietra, romano e medievale insieme, è il più antico e il più fotografato; il Ponte Scaligero che si protende da Castelvecchio con i suoi merli merlati è uno dei capolavori dell’architettura militare del Trecento; il Ponte Navi e il Ponte Nuovo completano questa galleria di architetture sospese sull’acqua.
Percorrere le Lungadige da una sponda all’altra, attraversando i ponti e scendendo lungo le banchine, è uno degli itinerari più belli e gratuiti che Verona possa offrire: un percorso che cambia volto a ogni ora del giorno, dorato all’alba e rosato al tramonto.

Urban Rafting & Dogana di Fiume
Per chi vuole davvero cambiare prospettiva, c’è un modo unico di vedere Verona: salire su un gommone e scendere lungo l’Adige.
L’imbarco avviene dal molo vicino a Castelvecchio e da lì ha inizio una discesa guidata che trasforma completamente il punto di vista sulla città. I ponti storici, visti dal basso e dall’acqua, rivelano proporzioni e dettagli che dalla strada non si possono nemmeno immaginare.
Le arche medievali si specchiano nell’Adige, le facciate dei palazzi affiorano tra la vegetazione, e la città appare in tutta la sua straordinaria armonia tra pietra e natura.
La discesa include una sosta alla Dogana di Fiume, uno dei luoghi meno conosciuti ma più affascinanti di Verona. Qui, in epoca scaligera e poi veneziana, confluivano le merci che risalivano e scendevano lungo il corso del fiume: spezie, legname, cereali, tessuti. La Dogana era il cuore pulsante dell’economia fluviale veronese, il luogo dove si incrociavano commerci e culture, dove l’Adige cessava di essere un fiume e diventava una via di comunicazione internazionale.
Dopo l’esperienza sul fiume, il quartiere di San Zeno o le Regaste offrono una serie di locali con terrazze affacciate sull’Adige — il posto perfetto per un pranzo rilassato con vista d’acqua.

Borghetto sul Mincio, il borgo dei mulini
Borghetto sul Mincio è un piccolo borgo vicino Valeggio, nato in posizione strategica lungo il fiume Mincio, importante fin dall’epoca longobarda per il controllo di commerci e passaggi.
Nel Medioevo si sviluppa attorno al Ponte Visconteo, una grande diga fortificata che sfruttava l’acqua come elemento difensivo.
Con la dominazione veneziana diventa un centro di mulini ad acqua, molti dei quali ancora visibili oggi nelle sue caratteristiche case affacciate sul fiume, che creano un’atmosfera suggestiva.
Oltre alla storia, il borgo è legato alla romantica leggenda del Nodo d’Amore, da cui derivano i tortellini di Valeggio. Questa tradizione rivive ogni anno in una festa scenografica sul Ponte Visconteo, con una lunga tavolata sull’acqua.
Oggi Borghetto è considerato uno dei borghi più belli d’Italia, da visitare soprattutto al mattino per apprezzarne la magia con più tranquillità.

Peschiera del Garda, la fortezza sull’acqua
Peschiera del Garda si trova nel punto in cui il Lago di Garda diventa il fiume Mincio: un luogo di passaggio unico tra lago e pianura, natura e storia.
La città è celebre per le sue imponenti mura veneziane a forma di stella, patrimonio UNESCO, progettate per sfruttare l’acqua come difesa naturale e rendere la fortezza praticamente inespugnabile, poi potenziata dagli Austriaci.
Per capirne davvero la grandezza, però, va vista dal lago: navigando intorno alle mura si percepisce tutta la loro imponenza e il ruolo strategico dell’acqua, elemento centrale sia nella difesa militare che nell’identità stessa della città.
Tour in canoa lungo le mura
Per chi cerca un’esperienza ancora più intima e diretta con l’acqua, il tour in canoa lungo le mura di Peschiera è semplicemente imperdibile.
Pagaiando lungo i canali che costeggiano i bastioni veneziani, ci si trova letteralmente all’interno della geometria difensiva della fortezza: l’acqua scorre silenziosa tra le mura, le anatre nuotano indifferenti tra turisti e cigni, e la scala umana della canoa permette di avvicinarsi ai dettagli architettonici in modo impossibile da qualsiasi altro mezzo.

La pianura dei Dogi. Nil sine aqu
In principio era l’acqua
Scendendo verso sud da Verona, il paesaggio si trasforma. Le colline lasciano spazio alla pianura, e la pianura veronese — quella vasta distesa che si estende tra il corso dell’Adige a est e i confini con Mantova a ovest — rivela una complessità nascosta che pochissimi visitatori sospettano.
Questa terra apparentemente piatta e silenziosa è in realtà il prodotto diretto dell’acqua: non dell’acqua dei grandi fiumi alpini, ma di qualcosa di più misterioso e affascinante — le risorgive, chiamate anche fontanili nel dialetto locale — sono luoghi dove le acque piovane, filtrate per anni attraverso gli strati ghiaiosi del sottosuolo alpino, risalgono spontaneamente in superficie.
Una magia idrogeologica che regala alla pianura veronese una serie di sorgenti dalla temperatura costante tutto l’anno (intorno ai 12 gradi), che alimentano fiumi di pianura come il Tartaro, il Tione, il Menago, il Bussè e il Tregnon: cinque corsi d’acqua che si irradiano nella pianura come le dita di una mano, per confluire poi tutti nel Canal Bianco e raggiungere insieme il mare Adriatico.
La fascia delle risorgive è uno dei paesaggi più rari e preziosi d’Italia: un ecosistema di straordinaria biodiversità, dove convivono piante e animali adattati alla costante disponibilità di acqua fresca.
Cinque paesaggi, cinque storie d’acqua
La pianura veronese è tutt’altro che uniforme: è un insieme di cinque paesaggi diversi, tutti modellati dall’acqua.
Si passa dalle aree di bonifica, dove l’uomo ha trasformato zone paludose in campi coltivabili grazie a grandi opere idrauliche, alle risaie, dove l’acqua è protagonista della coltivazione e della vita rurale. C’è poi la campagna ordinata della “piantata”, segnata da filari e canali d’irrigazione.
Le cave raccontano la presenza dell’acqua anche nel sottosuolo, spesso trasformate oggi in laghi naturali, mentre il paesaggio agro-industriale mostra come, nel Novecento, l’acqua sia diventata anche una risorsa energetica e industriale.
L’Ecomuseo Aquae Planae: visitare per capire
L’Ecomuseo Aquae Planae è il filo conduttore che unisce i diversi paesaggi della pianura veronese: non un museo tradizionale, ma un sistema diffuso su 19 comuni, con più sedi che raccontano il rapporto tra territorio e acqua.
Il cuore è l’Antico Manufatto del Gangaion, esempio di archeologia industriale che mostra come l’uomo abbia gestito e trasformato le acque nel tempo. Da qui partono itinerari e visite tra natura, corsi d’acqua e architetture rurali.
Le altre sedi, tra cui la Casa Museo Dino Coltro, completano l’esperienza offrendo uno sguardo sulla cultura contadina locale. Il risultato è un viaggio autentico nella storia e nell’identità di un territorio ancora poco conosciuto, ma capace di sorprendere.