Ciauscolo, il gusto delle Marche da spalmare: viaggio a Sarnano tra borghi, Sibillini e tradizioni

Ciauscolo, il gusto delle Marche da spalmare: viaggio a Sarnano tra borghi, Sibillini e tradizioni

C’è un salume che nelle Marche non si limita a finire sul tagliere. Si spalma, si accompagna al pane, entra nelle ricette della tradizione e soprattutto racconta un territorio.
È il ciauscolo, uno dei prodotti più identitari della gastronomia marchigiana, protagonista di una tradizione norcina che affonda le proprie radici nella cultura contadina dell’Appennino.
Per conoscerlo davvero, però, bisogna mettersi in viaggio. Destinazione Sarnano, elegante borgo ai piedi dei Monti Sibillini, dove il ciauscolo diventa protagonista di una festa che trasforma per qualche giorno strade e piazze in una grande tavola dedicata ai sapori delle Marche.
E così quella che potrebbe sembrare una semplice sagra diventa l’occasione per scoprire un angolo d’Italia dove gastronomia, paesaggio e storia camminano ancora insieme.


Ciauscolo, il salume che non si affetta: si spalma

La prima sorpresa arriva al momento dell’assaggio.
Il ciauscolo non è il classico salume da affettare e sistemare ordinatamente su un tagliere. La sua caratteristica più curiosa e riconoscibile è proprio la consistenza morbida e cremosa, che lo rende perfetto da spalmare direttamente sul pane.
Il suo impasto, ottenuto dalla lavorazione della carne suina e del grasso e aromatizzato secondo la tradizione, regala un sapore intenso ma equilibrato e un profumo immediatamente riconoscibile.
Il modo più semplice per gustarlo?
Una fetta di pane rustico, una generosa spalmata di ciauscolo e, possibilmente, un bicchiere di vino marchigiano.
Pochi ingredienti, nessuna complicazione e tutto il carattere di una cucina che ha fatto della semplicità uno dei suoi punti di forza.


A Sarnano la festa

A Sarnano il ciauscolo diventa il protagonista di una manifestazione che richiama appassionati di gastronomia e curiosi da diverse parti d’Italia.
Durante la Sagra del Ciauscolo, il borgo si anima di degustazioni, stand gastronomici e proposte dedicate alle specialità locali.
Il salume viene presentato nelle sue forme più tradizionali, ma anche utilizzato per preparazioni più elaborate. Dai panini per uno spuntino veloce ai piatti della cucina locale, ogni assaggio diventa un modo diverso per conoscere questo prodotto.
Accanto al ciauscolo trovano spazio altri protagonisti della tavola marchigiana: formaggi, salumi, pane, prodotti della tradizione contadina e vini del territorio.
È una festa del gusto, ma soprattutto una festa della comunità.

Non chiamatela soltanto sagra

Il valore di appuntamenti come questo va infatti oltre la gastronomia. Una festa dedicata a un prodotto tradizionale diventa anche un’occasione per custodire e raccontare una memoria fatta di gesti antichi, ricette tramandate, produzioni locali e conoscenze che rischierebbero altrimenti di perdersi.
A Sarnano, dunque, il ciauscolo è il punto di partenza.
Il resto lo fanno la musica, gli spettacoli, il folklore e le iniziative che accompagnano la manifestazione, creando quell’atmosfera familiare e genuina tipica delle feste marchigiane. Per chi arriva da fuori regione è un piccolo viaggio dentro l’identità di una terra.

Sarnano, il borgo da scoprire dopo l’assaggio

E dopo aver assaggiato il ciauscolo arriva il momento di camminare. Sarnano merita infatti di essere visitata con la stessa calma con cui si assapora un prodotto della tradizione.
Il borgo conserva un centro storico ricco di testimonianze architettoniche e atmosfere medievali, con vicoli, piazze e palazzi che invitano a rallentare.
Alle sue spalle si apre poi il paesaggio dei Monti Sibillini, uno degli scenari naturali più affascinanti dell’Italia centrale.
Qui il turismo gastronomico può trasformarsi facilmente in un weekend nella natura: passeggiate, escursioni, borghi, panorami e tavole imbandite.
Una combinazione perfetta per chi cerca un’Italia lontana dalle destinazioni più affollate e vuole scoprire territori autentici.

Il ciauscolo incontra il vino

Un viaggio nel gusto marchigiano non può naturalmente fermarsi al cibo. Il ciauscolo è ideale per costruire un percorso di degustazione insieme ai vini regionali. A seconda delle preparazioni e dell’intensità del salume, si possono esplorare diverse espressioni della viticoltura marchigiana, dai bianchi freschi e minerali ai rossi più strutturati.
Tra i grandi protagonisti regionali c’è naturalmente il Verdicchio, mentre per chi preferisce i vini rossi il territorio offre numerose possibilità di abbinamento.
Il consiglio è lasciarsi guidare dai produttori e dai ristoratori locali: spesso sono proprio loro a conoscere gli abbinamenti capaci di raccontare meglio il carattere della zona.

Una tavola che racconta la storia

Il ciauscolo nasce da una cultura nella quale nulla doveva essere sprecato e la lavorazione del maiale rappresentava un momento fondamentale della vita rurale.
Dietro quel gesto apparentemente semplice di spalmarlo sul pane c’è dunque una storia fatta di stagioni, lavoro, conservazione degli alimenti e convivialità. È questa la vera forza dei prodotti tipici.
Non sono soltanto buoni.
Il ciauscolo è uno di questi piccoli ambasciatori delle Marche: un prodotto apparentemente umile che nel tempo è riuscito a conquistare un posto importante nella gastronomia regionale.


Un weekend nel cuore delle Marche

La Sagra del Ciauscolo può quindi diventare il pretesto perfetto per organizzare un piccolo itinerario nell’entroterra marchigiano.
Si parte da Sarnano, si passeggia nel centro storico, si assaggia il ciauscolo, si scoprono i prodotti dei piccoli produttori e si brinda con un vino del territorio.
Poi si riparte verso i Sibillini, magari seguendo strade panoramiche e fermandosi nei piccoli borghi che costellano questa parte delle Marche.
Perché il bello del turismo enogastronomico è proprio questo: un sapore può diventare una destinazione.
E nel caso del ciauscolo il viaggio conduce dritto nel cuore delle Marche, tra montagne, borghi e tavole dove la tradizione non è una parola da museo, ma qualcosa che ancora oggi si può assaggiare.
A volte, per scoprire un territorio, non serve una guida. Basta una fetta di pane, una buona spalmata di ciauscolo e la voglia di partire.

Lombardia segreta: settembre a Scanzo, dove il vino racconta una collina

Lombardia segreta: settembre a Scanzo, dove il vino racconta una collina

Nel cuore delle colline bergamasche, settembre ha il colore del rubino. È il mese del Moscato di Scanzo, un vino raro e prezioso che nasce da appena 31 ettari di vigne e che da secoli lega il proprio destino a quello di Scanzorosciate. La festa è soltanto il punto di partenza: per conoscere davvero questo piccolo territorio bisogna salire sulle colline, entrare nelle cantine, camminare tra i filari e ascoltare le storie di chi questa terra la coltiva.
C’è un momento dell’anno in cui Scanzorosciate cambia ritmo.
Arriva settembre e le colline che circondano il paese cominciano a profumare di vendemmia. Le vigne si caricano degli ultimi giorni di sole, l’uva raggiunge lentamente la maturazione e il paese si prepara a celebrare il suo vino più identitario.
È il Moscato di Scanzo, passito rosso dalla storia antica e dalla produzione minuscola, una delle espressioni più singolari del patrimonio vitivinicolo lombardo.


Un vino piccolo, quasi segreto

Dal 3 al 6 settembre 2026, la 18ª Festa del Moscato di Scanzo (di cui vi avevamo già ampiamente parlato in questo articolo) e dei Sapori Scanzesi porta nel paese degustazioni, produttori, cucina, musica, laboratori e appuntamenti dedicati al vino. Ma la festa è soltanto l’inizio: per tutto settembre il territorio diventa una sorta di grande itinerario enogastronomico, con visite in cantina, escursioni tra le vigne, percorsi a piedi e in bicicletta.E forse è proprio questo il modo migliore per conoscere Scanzo: non fermarsi al calice, ma andare a vedere dove quel calice nasce.
Il Moscato di Scanzo ha una caratteristica che lo rende immediatamente speciale: è un vino prodotto in una porzione di territorio piccolissima.
La zona della DOCG comprende infatti soltanto i terreni vocati del comune di Scanzorosciate, per una superficie complessiva di circa 31 ettari. Il vino viene ottenuto esclusivamente dal vitigno Moscato di Scanzo, un’uva a bacca rossa autoctona. Non è dunque semplicemente un vino “prodotto a Scanzo”. È un vino che appartiene a Scanzo. La differenza è sostanziale.
Qui il rapporto tra denominazione e territorio è quasi fisico: pochi ettari, un vitigno locale, colline precise, una tradizione tramandata nel tempo e una produzione necessariamente limitata.

Il rito della vendemmia

La vendemmia che non ha fretta

Il Moscato di Scanzo non nasce dalla fretta. La vendemmia si svolge generalmente tra la fine di settembre e la metà di ottobre. I grappoli vengono selezionati con attenzione e destinati all’appassimento per almeno 21 giorni, su graticci o in cassette, in ambienti ventilati o termocondizionati. È qui che il tempo diventa ingrediente.
L’uva perde parte della propria acqua, concentra zuccheri e aromi e si prepara a trasformarsi in quel vino dolce, intenso e profumato che ha fatto conoscere il nome di Scanzo ben oltre i confini bergamaschi.
Il disciplinare prevede poi un affinamento di almeno due anni. Insomma, per bere un Moscato di Scanzo occorre accettare una regola semplice: aspettare.
È una parola quasi controcorrente nel turismo contemporaneo, dove tutto deve essere immediato. A Scanzo, invece, il vino ricorda che alcune cose hanno bisogno di tempo.

le colline di Scanzorosciate

Una storia che comincia molto lontano

Sulle origini del Moscato di Scanzo si intrecciano tradizione, storia e memoria locale. Il Comune di Scanzorosciate fa risalire alla tradizione le prime coltivazioni all’epoca romana, mentre le fonti storiche documentano con maggiore certezza la presenza del vino nel Medioevo. Un documento del 27 gennaio 1398 racconta di un’incursione guelfa durante la quale furono depredati numerosi carri di “moscatello”.
È una testimonianza preziosa perché racconta, indirettamente, quanto la viticoltura fosse già importante per l’economia locale e la storia del Moscato non si è fermata alle colline bergamasche.
Secondo la documentazione storica riportata dal Comune, nell’Ottocento il vino era conosciuto anche fuori dall’Italia: arrivò alla corte degli zar e sul mercato di Londra, dove nel 1850 sarebbe stato quotato una ghinea alla bottiglia.
Una piccola vigna di provincia, dunque, aveva già trovato la strada per il mondo.


Scanzorosciate, un paese nato dall’incontro di due storie

Per capire il vino bisogna capire anche il paese. Scanzorosciate è il risultato dell’unione di due realtà storiche, Scanzo e Rosciate, definitivamente riunite nel 1927.
È un territorio di colline alle porte di Bergamo, dove la dimensione urbana lascia progressivamente spazio a quella agricola e vitivinicola.
Il paesaggio non è quello delle grandi vallate alpine né quello delle campagne infinite. È una terra più raccolta, fatta di pendii, strade di collina, piccoli nuclei abitati e vigne. Un paesaggio che invita a rallentare.
Tra i luoghi da vedere ci sono la chiesa di San Pietro Apostolo a Scanzo, con opere di artisti come Andrea Talpino, detto il Salmeggia, e la chiesa di Santa Maria Assunta a Rosciate. A Negrone, nella località Valbona, merita attenzione anche la chiesa di San Pantaleone, di origine quattrocentesca, costruita sopra un antico romitorio.
Sono tappe che permettono di scoprire un volto diverso da quello della festa: quello di un territorio dove il vino non è una semplice attrazione turistica, ma una parte della storia locale.

Le vigne: il vero museo di Scanzo

Se il centro del paese racconta la storia, sono le colline a raccontarne l’identità.
La Strada del Moscato di Scanzo e dei sapori scanzesi, nata nel 2006, è stata pensata proprio per collegare vino, paesaggio, aziende agricole e patrimonio culturale. È qui che il turismo del vino può diventare esperienza.
Si può arrivare in cantina, parlare con un produttore, vedere i vigneti, capire come viene raccolta l’uva e assistere al racconto dell’appassimento e poi degustare. Non semplicemente bere.
Degustare significa capire da dove viene quello che abbiamo nel bicchiere.
Durante il settembre 2026 il programma propone, tra gli altri appuntamenti, tour in e-bike lungo la Strada del Moscato, passeggiate tra le colline, itinerari nella conca di Tribulina e percorsi dal borgo di Scanzo al Monte Bastia con degustazione in cantina.
È un modo intelligente di fare turismo: muoversi lentamente, attraversare il paesaggio e lasciare che sia il territorio a dettare il ritmo.


Il calice: rosso, dolce, profumato

E finalmente arriva il momento dell’assaggio.
Il Moscato di Scanzo è un vino passito a bacca rossa. Nel bicchiere si presenta con tonalità rubino intense, mentre il profilo aromatico richiama note fruttate e speziate, con sentori che possono ricordare la rosa appassita, il miele e il sottobosco. È dolce, ma non dovrebbe essere semplicemente “un vino dolce”. La sua particolarità sta nell’equilibrio tra dolcezza, profumi, struttura e persistenza ed è proprio per questo che può accompagnare il cibo con una sorprendente versatilità.

Con cosa berlo?

Il matrimonio più classico è quello con i formaggi, soprattutto quelli dalla personalità marcata. Ma il Moscato di Scanzo trova una sintonia naturale anche con il cioccolato fondente, con i dolci lievitati e con preparazioni a base di frutti di bosco. È interessante anche l’abbinamento con dolci tradizionali come panettone e pandoro. La sfida, per chi visita Scanzo, è provare il vino non soltanto alla fine del pasto ma anche accanto a prodotti locali e formaggi del territorio.
La dolcezza del passito, infatti, può diventare un contrappunto sorprendente alla sapidità e alla struttura.

La festa, dove il vino diventa comunità

A settembre tutto questo esce dalle cantine e scende nelle strade. Le storiche casette in legno dei produttori diventano il cuore del percorso degustativo della festa. Nel programma 2026 ci sono anche il Palio del Moscato, la tradizionale gara di pigiatura, laboratori, showcooking, mostre e appuntamenti culturali. Ci sono naturalmente musica e intrattenimentoma il valore della festa è altrove.
È nel fatto che il vino riesce ancora a mettere insieme agricoltori, produttori, famiglie, ristoratori, associazioni e visitatori. È una festa del vino, certo ma prima ancora è una festa del paese e forse è questo che rende il Moscato di Scanzo interessante anche per chi non è un appassionato di enologia.
Qui il vino diventa una porta d’ingresso per conoscere una comunità.

Un settembre da vivere lentamente

Il consiglio, dunque, è di non limitarsi alla festa. Arrivare a Scanzorosciate significa concedersi almeno una giornata. Una mattina per camminare sulle colline. Una visita a una cantina. Una passeggiata nel borgo. Un pranzo con i sapori bergamaschi e infine un calice di Moscato, quando il sole comincia a scendere sui filari.
Durante il mese sono previste esperienze molto diverse: dalla bici alle passeggiate, dalle degustazioni in cantina agli itinerari storico-naturalistici.
È un turismo che non ha bisogno di grandi monumenti per funzionare. Ha bisogno di paesaggio, storie e persone e Scanzo li possiede tutti.

Il valore di un vino che non vuole diventare grande

In un mondo del vino sempre più dominato dai grandi numeri, il Moscato di Scanzo rappresenta quasi un’anomalia.
Trentuno ettari, una denominazione strettamente legata a un solo comune, un vitigno autoctono.
Una produzione necessariamente limitata. Il riconoscimento DOC è arrivato nel 2002; nel 2009 il Moscato di Scanzo ha ottenuto la DOCG, diventando la prima e tuttora unica DOCG della provincia di Bergamo e la quinta della Lombardia.
È una storia di tutela prima ancora che di promozione, perché quando un territorio è piccolo, il rischio è che scompaia, salvare una vigna significa allora salvare un paesaggio, salvare un vitigno significa conservare una memoria e conservare un vino significa, in fondo, impedire che una parte della storia locale diventi soltanto una fotografia.

Tre ristoranti per mangiare con vista, al mare o al lago, prima che finisca l’estate

Tre ristoranti per mangiare con vista, al mare o al lago, prima che finisca l’estate

Le giornate si accorciano, ma la bella stagione non è ancora finita. Tra la Toscana e il Lago di Garda, tre indirizzi restano aperti per chi vuole allungare l’estate ancora per qualche settimana. C’è chi propone aperitivo al tramonto e cucina di mare con i piedi quasi nella sabbia, chi porta avanti dal 1972 la tradizione della cucina versiliese, e chi, in riva al lago, continua a reinterpretare il pesce d’acqua dolce con una stella Michelin sulle spalle. Tre modi diversi di vivere gli ultimi scorci di bella stagione, uniti dalla stessa attenzione alla materia prima e al territorio.


La Tana del Pirata, marina di Castagneto Carducci: l’ultimo aperitivo in spiaggia a tramonto

Da questa stagione Francesca Mauri e Cristian Fagone, chef e patron del ristorante stellato Impronte di Bergamo, hanno portato sulla costa livornese la loro idea di ospitalità.
A settembre, con le giornate ancora lunghe e la spiaggia meno affollata, la scenografica terrazza affacciata sul mare di Marina di Castagneto Carducci resta il posto giusto per l’aperitivo serale, con il sole che tramonta sul mare e il ritmo della spiaggia che si fa lento, o per una cena da ricordare.
In cucina si continua a lavorare sui classici della tradizione costiera, riletti con la tecnica maturata da Fagone in anni di alta ristorazione, mentre la carta dei vini attinge da relazioni dirette con piccoli vigneron tra Toscana, Borgogna, Sicilia e Champagne.  


La Risacca, Lido di Camaiore: la cucina versiliese fino a fine stagione

Ristorante storico del Bagno La Perla, stabilimento di famiglia dal 1927, La Risacca porta avanti dal 1972 la tradizione della cucina di mare versiliese, oggi guidata dalla famiglia Tosi.
Con la nuova brigata di quattro cuochi, il menu ha guadagnato pulizia ed essenzialità senza rinunciare agli evergreen della casa, come le storiche Linguine alla Risacca o la Gran Frittura di mare.
Fino a settembre resta attiva anche la linea bistrot per il pranzo, legata alla stagione dello stabilimento balneare: un’occasione in più per chi vuole godersi le ultime giornate di sole in riva al mare prima che il lido chiuda la stagione. La cantina, curata dal sommelier Lorenzo Tosi, resta particolarmente attenta alle etichette toscane.  


Vecchia Malcesine, lago di Garda: l’ultima luce dell’estate sul Garda

Affacciato sulle acque del Garda, Vecchia Malcesine è dal 1998 uno dei laboratori più originali della cucina italiana, guidato dalla visione dello chef patron Leandro Luppi e insignito di una stella Michelin ininterrottamente dal 2004.
Settembre sul lago porta luci più morbide e tavoli in terrazza ancora aperti fino a sera: il momento ideale per scoprire la nuova fase del ristorante, che libera l’esperienza da formalismi e codici rigidi, con percorsi degustazione che convivono con una carta libera.
Il pesce di lago, lavarello, trota, persico reale, anguilla, resta il linguaggio identitario di una cucina essenziale e diretta, costruita su processo e pulizia più che su perfezione formale.  

L’Italia che si scopre a piedi: 8 borghi dove l’auto si ferma e comincia il viaggio

L’Italia che si scopre a piedi: 8 borghi dove l’auto si ferma e comincia il viaggio

Ci sono luoghi in Italia che non si lasciano attraversare di fretta. Per raggiungerli bisogna lasciare l’auto, imboccare un sentiero, affrontare una mulattiera o semplicemente mettersi in cammino.
È proprio allora che il viaggio cambia ritmo: il paesaggio si avvicina, i rumori si fanno più discreti e i borghi appaiono poco alla volta, spesso dopo una salita o alla fine di un percorso.
Da nord a sud, l’Italia custodisce piccoli paesi appartati, costruiti in luoghi spettacolari e spesso difficili da raggiungere. Borghi di montagna, villaggi sospesi su speroni di roccia e antichi insediamenti che hanno conservato intatta la loro dimensione raccolta.
Sono destinazioni ideali per chi cerca un modo diverso di viaggiare: più lento, più essenziale, fatto di passi e di paesaggi. In alcuni casi le automobili sono del tutto assenti; in altri, l’ultimo tratto per arrivare al borgo deve essere necessariamente percorso a piedi.
Ecco alcune tappe per un viaggio attraverso l’Italia dei borghi più appartati.


Civita di Bagnoregio, il borgo sospeso sulla valle dei Calanchi

Nel Lazio, in provincia di Viterbo, Civita di Bagnoregio appare quasi irreale. Il borgo sorge su uno sperone di tufo e sembra galleggiare sulla Valle dei Calanchi, in un paesaggio segnato da profonde incisioni e forme modellate dall’erosione.
Il collegamento con il resto del territorio è affidato a un lungo ponte pedonale. È qui che comincia davvero la visita: si lascia l’auto e si percorre il ponte a piedi, mentre il borgo si avvicina lentamente davanti agli occhi.
Il percorso diventa così parte integrante dell’esperienza. Da una parte la valle, dall’altra l’antico abitato, con le sue case in pietra e le strade raccolte. Un paesaggio che sembra appartenere a un’altra epoca e che rende 

Cornello dei Tasso, sulle tracce della Via Mercatorum

In provincia di Bergamo, nella Val Brembana, Cornello dei Tasso conserva l’aspetto di un antico borgo di montagna.
L’isolamento ha contribuito a preservarne l’architettura: case in pietra, tetti in legno, vicoli e scorci che restituiscono l’immagine di un paese rimasto a lungo lontano dalle trasformazioni della modernità.
Qui l’automobile non arriva. Il borgo si raggiunge attraverso antiche mulattiere e lungo il tracciato della Via Mercatorum, storica via commerciale che attraversava le montagne bergamasche.
Arrivare a Cornello significa quindi tornare a una dimensione più lenta del viaggio, quando le strade erano sentieri e gli spostamenti avvenivano a piedi o con gli animali da soma.


Stavoli di Moggio Udinese, il paese che si raggiunge nel silenzio

Nel cuore delle Prealpi Carniche, in Friuli Venezia Giulia, Stavoli è una piccola frazione appartata di Moggio Udinese.
Per arrivare al borgo bisogna seguire un sentiero di montagna che parte da Campiolo Alta e costeggia il torrente Glagnò. Il percorso richiede circa 35 minuti e conduce progressivamente lontano dalle strade e dai rumori della vita quotidiana.
È una passeggiata breve, ma sufficiente per cambiare prospettiva: il bosco, l’acqua e il paesaggio delle Prealpi accompagnano fino a un piccolo insediamento dove la dimensione rurale è ancora protagonista.
Stavoli è uno di quei luoghi in cui il viaggio conta quanto la destinazione. Il borgo non si raggiunge semplicemente: ci si arriva camminando.


Chamois, il paese senza automobili a 1.815 metri

In Valle d’Aosta, a 1.815 metri di quota, Chamois rappresenta uno dei casi più particolari di borgo alpino senza automobili.
Il paese può essere raggiunto a piedi, in bicicletta oppure in funivia. Per chi sceglie di camminare, una possibilità è seguire la vecchia mulattiera che collega Chamois al fondovalle o arrivare dal vicino comune di La Magdeleine.
Una volta nel borgo, il viaggio continua lungo i sentieri che conducono alle piccole frazioni circostanti. È un territorio da esplorare lentamente, tra prati, boschi e panorami alpini.
Qui l’assenza delle auto non è soltanto una caratteristica: diventa parte dell’identità del luogo e contribuisce a creare un’atmosfera particolarmente tranquilla.


Pentedattilo, il borgo fantasma ai piedi dell’Aspromonte

Scendendo fino alla Calabria, il viaggio conduce a Pentedattilo, uno dei borghi più suggestivi e singolari dell’Aspromonte.
Il paese è incastonato tra le guglie del Monte Calvario, una formazione rocciosa dalla caratteristica forma di una gigantesca mano con cinque dita. Proprio da questa particolare conformazione deriva il nome Pentedattilo.
Abbandonato nel corso del Novecento, il borgo conserva oggi il fascino particolare dei luoghi in cui la natura ha lentamente ripreso spazio. Per raggiungerlo si lascia l’auto e si prosegue a piedi da Melito San Paolo.
Tra le case e i vicoli ormai silenziosi, la visita assume quasi i contorni di un’esplorazione. Non è soltanto un viaggio nella storia di un paese, ma anche un incontro con un paesaggio aspro e spettacolare.


Savogno, 2.800 gradini sopra le cascate

In Valtellina, in provincia di Sondrio, Savogno è un altro borgo in cui arrivare fa parte della scoperta.
Il piccolo abitato, caratterizzato da vicoli e antiche case in legno e pietra, si trova in posizione panoramica sopra le cascate dell’Acquafraggia.
Per raggiungerlo bisogna affrontare una ripida mulattiera composta da circa 2.800 gradini. Una salita impegnativa, ma capace di trasformare l’arrivo in una vera conquista.
Una volta raggiunto il borgo, la fatica lascia spazio al paesaggio e alla sensazione di essere entrati in un luogo fuori dal tempo, dove l’architettura tradizionale racconta ancora il rapporto stretto tra le comunità alpine e la montagna.


Monteviasco, il borgo dei 1.600 gradini

Sempre in Lombardia, questa volta nella provincia di Varese, Monteviasco si trova nella Val Veddasca, in una posizione appartata che ne ha preservato il carattere.
Il borgo è raggiungibile attraverso una mulattiera di circa 1.600 scalini oppure, quando disponibile, con la funivia. Per chi sceglie il percorso a piedi, la salita diventa un itinerario nella natura prima ancora dell’arrivo alle abitazioni.
Nel paese, le case sono raccolte lungo stretti passaggi e alcune pareti sono decorate con scene religiose. È un luogo da visitare senza fretta, lasciandosi guidare dalla curiosità tra architettura, dettagli e scorci sulla valle.

Melezzone

Cammino dei Borghi Silenti, quattro giorni tra i paesi dell’Umbria

Non sempre il borgo da scoprire a piedi è una singola destinazione. In Umbria esiste un itinerario che trasforma il cammino stesso nella meta: il Cammino dei Borghi Silenti.
Il percorso si sviluppa sul versante settentrionale dei Monti Amerini, tra sentieri di montagna e strade sterrate, attraversando alcuni dei centri meno conosciuti dell’Umbria.
L’itinerario è articolato in quattro tappe e può essere percorso in quattro giorni. Lungo il cammino si incontrano Toscolano, Melezzole, Morruzze, Morre, Acqualoreto, Scoppieto, Civitella del Lago, Cerreto, Baschi, Montecchio e Tenaglie.
È un modo diverso di conoscere il territorio: non attraverso una sequenza di soste raggiunte in automobile, ma seguendo un unico filo fatto di sentieri, piccoli centri, paesaggi rurali e borghi dove il tempo sembra avere un passo più lento.

Quando la strada finisce, comincia il viaggio

Questi borghi raccontano un’Italia che si scopre meglio senza fretta. A volte servono pochi minuti di cammino, altre volte centinaia o migliaia di gradini; in alcuni casi si può scegliere tra un sentiero e una funivia, in altri l’unico modo per arrivare è affidarsi alle proprie gambe.
Il punto, però, non è soltanto raggiungere una destinazione senza automobile. È riscoprire il piacere dell’attesa, guardare il paesaggio cambiare passo dopo passo e arrivare in luoghi che, proprio perché più difficili da raggiungere, hanno conservato una parte della loro autenticità.
In questi angoli d’Italia il viaggio comincia nel momento in cui si parcheggia. E prosegue lungo il sentiero.

Il 12 settembre il click day per entrare nella giuria popolare della Tiramisù World Cup 2026

Il 12 settembre il click day per entrare nella giuria popolare della Tiramisù World Cup 2026

320 tiramisù da assaggiare e ancora più concorrenti. Nel test online, domande sul regolamento di gara, sul territorio e sulla cultura dell’amato dolce al cucchiaio.

Il grande giorno è fissato.

 


Il click day

Per entrare a far parte della giuria popolare delle Selezioni della Tiramisù world cup TWC 2026, i buongustai dovranno superare il test che sarà online il 12 settembre, dalle ore 10,00 del mattino (CEST).
Un quiz da superare, 15 domande sulla ricetta, sul regolamento di gara, sulla cultura e sul territorio di Treviso che oltre al celebre radicchio rosso ha in questo dolce il suo simbolo.
Per una volta, “giudicare è una buona cosa”. La Tiramisù World Cup sta arrivando e, come ogni anno, si apre la ricerca di coloro che fanno parte della giuria popolare durante le Selezioni di gara, venerdì 9 e sabato 10 ottobre.
Superando il test a pieni voti, i “giudici buongustai” arrivano a Treviso per assaggiare e valutare le ricette (creativa oppure originale) che vengono preparate al tavolo a cui sono assegnati.
Come accade per gli iscritti alla competizione, anche la partecipazione alla giuria è aperta a tutti: i golosi si possono candidare da ogni parte del mondo! E quest’anno ne servono anche di più: i posti disponibili sono saliti a 130!

Qui il link al test che sarà attivo dal 12 settembre, iscriviti subito!


Tutte le novità della decima edizione

P«Viste le tante richieste ricevute, abbiamo dovuto aumentare il numero dei posti per i partecipanti alle gare e, di conseguenza, anche il numero dei giurati – spiega Francesco Redi, ideatore e organizzatore della TWC – . Attraverso la giuria popolare abbiamo potuto vedere come, in dieci anni, siano cambiati i gusti della gente. Rispetto al passato, per esempio, ora si preferiscono ricette meno grasse e con sapori più leggeri; resta, però, fondamentale l’armonia e l’equilibro dei sapori. Non dimentichiamo, inoltre, che “il Tiramisù deve sapere di Tiramisù”, come diceva proprio chi l’ha inventato».
Coloro che intendono partecipare possono trovare tutte le informazioni utili sul sito www.tiramisuworldcup.com, incluso un test di prova in preparazione a quello di sabato 12 settembre.
Con la decima edizione della TWC, ci sono tante novità che attendono i concorrenti e il pubblico che arriva a Treviso per fare il tifo o per assaggiare i Tiramisù dei Campioni del Mondo che sono in vendita presso la Loggia dei Cavalieri.

Per restare informati sul programma dell’evento e avere tutti gli aggiornamenti (inclusi i consigli per il test) sulle gare, basta seguire i canali social di Facebook e di Instagram della TWC.

Settembre: dalla culla del riso ai vigneti del Supervulcano: un viaggio nell’Alto Piemonte tra gusto

Settembre: dalla culla del riso ai vigneti del Supervulcano: un viaggio nell’Alto Piemonte tra gusto

Esperienze enogastronomiche che preservano l’unicità della cucina locale centenaria e scoperta del patrimonio culturale sono gli ingredienti per un settembre ricco di iniziative che riflettono una visione di turismo sostenibile nell’Alto Piemonte.
Una destinazione turistica unica per vivere tra novarese, vercellese, biellese e Laghi Maggiore e d’Orta un viaggio tra cultura secolare del riso e grandi vini Nebbiolo, nati sulle rocce dell’antico Supervulcano della Valsesia.
Questi sono alcuni degli appuntamenti che riflettono la filosofia del Progetto Interreg Sustainevents promosso dalla Camera di Commercio Monte Rosa Laghi Alto Piemonte.
“Sustainevents Urappresenta il trait d’union tra le destinazioni e gli eventi del territorio accomunati da una visione orientata alla sostenibilità ambientale, sociale e di governance. Grazie alla collaborazione tra istituzioni, operatori e associazioni, il progetto promuove un modello di turismo consapevole e responsabile, capace di valorizzare le eccellenze locali e di offrire benefici concreti sia per chi vive il territorio sia per chi lo sceglie come meta di viaggio”, dichiara Angelo Santarella, Presidente della Camera di Commercio Monte Rosa Laghi Alto Piemonte.

Arch. Fot. Risò – Festival Internazionale del Riso 

La culla del riso

La provincia di Vercelli e i Borghi delle Vie d’Acqua ospitano Risò, il festival internazionale del riso in un palcoscenico permanente di promozione territoriale, dove il chicco piemontese unisce paesaggio, storia e innovazione.
Dall’11 al 13 settembre inizia un viaggio tra curiosità, sapori, incontri e talk, storie e momenti da condividere con showcooking e degustazioni, attività per famiglie e tour dedicati al riso.
La tre giorni nasce per valorizzare la cultura risicola e dare voce a chi ogni giorno la custodisce, la fa evolvere e la porta nel mondo. Un’occasione per scoprire i luoghi attraverso le sue radici e le sue eccellenze, anche attraverso la partecipazione a tour guidati di “immersione” nelle Terre del Riso, destinazione perfetta per un turismo lento, enogastronomico e paesaggistico, al riparo dai circuiti più frequentati.
L’edizione di quest’anno assume inoltre un particolare valore simbolico grazie alla concomitanza di tre importanti anniversari: i 160 anni dall’inaugurazione del Canale Cavour, i 120 anni dalla conquista delle otto ore lavorative da parte delle mondine e gli 80 anni dalla selezione della varietà Arborio, valorizzati attraverso tre mostre e tre talk dedicati all’interno del festival.
A 160 anni dalla sua nascita, il Canale Cavour, opera idraulica rivoluzionaria nata dalla visione politica di Camillo Benso per modernizzare il Piemonte, continua ancora oggi a raccontare la forza dell’ingegno umano. Realizzato in soli 1.045 giorni grazie al lavoro di 14.000 operai, il canale rappresenta un capolavoro tecnico lungo 82,2 chilometri, capace di trasportare ben 110.000 litri d’acqua al secondo dal Po al Ticino. Ancora oggi questa imponente rete idrica irriga 170.000 ettari di pianura, dimostrandosi un organismo vivo fondamentale per il territorio e per lo sviluppo dell’eccellenza risicola.
La mostra “120 Anni delle 8 Ore delle Mondine” racconta il coraggio di cambiare celebrando i 120 anni dalla storica conquista delle otto ore lavorative, una lotta che ha segnato una svolta per la dignità del lavoro agricolo.
“80 anni di riso Arborio” è un omaggio al riso nato nel 1946 nel Vercellese dall’intuizione dell’agronomo Domenico Marchetti, diventato uno dei simboli della cultura gastronomica italiana. Il percorso espositivo ne racconta la storia, l’origine botanica, il ciclo di coltivazione e i segreti della cottura, rendendo omaggio alla terra, all’acqua e alla tradizione che hanno fatto dell’Arborio un’eccellenza italiana.
Tra le altre mostre, si segnala “Riflessi di riso”, che offre un viaggio tra acqua e memoria che svela come un chicco custodisca tradizioni, biodiversità e innovazione.

Cantina Gattinara – Nervi_Arch. Fot. CCIAA Monte Rosa Laghi Alto Piemonte

Una gemma tra le più antiche del Piemonte

Spostandosi a Novara, una gita in giornata consente di scoprire una delle gemme più autentiche del Piemonte, attraverso un’esperienza che unisce sapori tradizionali, patrimonio artistico e conoscenza del territorio.
Si inizia con una dolce esperienza al Biscottificio Camporelli, storico laboratorio dove nascono i celebri biscotti novaresi, per proseguire con la salita alla Cupola di San Gaudenzio, capolavoro di Alessandro Antonelli, da cui si potrà godere di una vista spettacolare sulla città e sul panorama circostante.
Il pomeriggio prosegue poi con una visita guidata nel cuore di Novara, tra vicoli storici, piazze eleganti e angoli ricchi di fascino, che permetterà di scoprire il volto più autentico di questa città sorprendente.

Da Le Notti del Vino ai vigneti del Supervulcano

L’Alto Piemonte offre alcune zone particolarmente rinomate per il vino. Tra novarese, vercellese e biellese tornano Le Notti del Vino tra degustazioni, musica e borghi. Il festival alla sua seconda edizione è promosso dall’Associazione Nazionale Città del Vino e presenta diversi appuntamenti nel mese di settembre.
Si tratta di un’occasione per valorizzare le colline e le produzioni locali, le cantine, i borghi e le comunità che custodiscono una tradizione vitivinicola profondamente legata all’identità dei luoghi, promuovendo una conoscenza più consapevole del paesaggio e delle sue risorse.
Il calendario coinvolge diversi Comuni: nel centro storico di Gattinara, presso l’Enoteca Regionale di Gattinara e dell’Alto Piemonte, ospitata nell’ottocentesca Villa Paolotti,  l’appuntamento è dal 4 al 6 settembre; nel centro storico di Boca e a Curino il 5 settembre; a Borgomanero il 6 settembre a Villa Marazza; a Barengo il 12 settembre in piazza Travaglini; a Cavaglio d’Agogna e a Suno il 19 settembre con un evento condiviso tra camminata, vigneti e degustazioni e a Bogogno il 20 settembre presso l’azienda Cà Nova.
Per gli appassionati di vini rossi, le tappe imprescindibili sono Ghemme e Gattinara dove vengono prodotti gli omonimi DOCG, a base di uva Nebbiolo, che si distinguono per eleganza e struttura, in grado di affinare per molti anni e perfetti da abbinare a piatti a base di carne. A Gattinara, da vedere anche l’ecomuseo locale, e a Ghemme il castello-ricetto
Sempre in tema rossi, spostandosi tra i Laghi Maggiore e d’Orta – celebri per la bellezza dei paesaggi, delle ville e dei parchi, e la lunga vallata scavata dal Sesia e dai suoi affluenti, che sale fino al massiccio del Monte Rosa – è possibile passeggiare tra i filari dei vigneti radicati sulle rocce del Supervulcano della Valsesia. Tra le cantine della zona, alcune risultano particolarmente improntate al rispetto per l’ambiente naturale. In certi casi è infatti possibile vedere le attrezzature per la lavorazione della terra, la vinificazione e la cantina di invecchiamento con le grandi botti, seguendo il racconto delle tradizioni e innovazioni del ciclo produttivo del vino. Tipici della zona, i porfidi dal caratteristico colore rosso-violaceo donano eleganza e mineralità ai nebbioli.
Mentre per gli amanti dei vini bianchi, tra le colline biellesi e vercellesi nasce l’Erbaluce di Caluso.