Autunno alternativo in Italia: 15 esperienze insolite per viaggiatori curiosi

Autunno alternativo in Italia: 15 esperienze insolite per viaggiatori curiosi

Dimenticate per un momento il foliage, le castagne arrostite e la fila davanti allo stand della sagra. L’autunno italiano può essere molto più curioso di così.
È la stagione in cui la campagna cambia ritmo, i boschi diventano luoghi da ascoltare, le cantine aprono le porte, gli ulivi si riempiono di reti e nei piccoli borghi tornano gesti che per il resto dell’anno sembrano appartenere a un altro mondo.
Per chi non ama semplicemente guardare un paesaggio, ma vuole entrarci dentro, sporcarsi le mani, imparare qualcosa e possibilmente tornare a casa con una storia da raccontare, ecco allora un piccolo atlante dell’autunno alternativo.


1 – Raccogliere lo zafferano prima che sorga il sole

Altro che colazione vista lago. Una delle esperienze più singolari dell’autunno è svegliarsi quando è ancora buio e andare nei campi a raccogliere lo zafferano.
Il rito dura pochissimo: la fioritura è breve e i delicati fiori vengono raccolti nelle prime ore del giorno, quando sono ancora chiusi. Poi arrivano la separazione manuale degli stimmi e l’essiccazione.
In Sicilia, nelle Marche, in Abruzzo, in Toscana e in Piemonte esistono esperienze che permettono di partecipare alla raccolta.
È un viaggio per chi ha capito che qualche volta il lusso non è dormire fino a tardi, ma avere un motivo per puntare la sveglia alle cinque.


2 – Seguire un cane da tartufo, senza sapere dove si andrà a finire

Il tartufo si può mangiare. Ma cercarlo è tutta un’altra storia.
Si entra nel bosco con un tartufaio e il suo cane, si cammina lentamente, si osservano il terreno e gli alberi e si aspetta che sia il cane a decidere quando fermarsi.
Nella Valdichiana Aretina, per esempio, la cerca del tartufo è diventata una vera esperienza territoriale: non una degustazione confezionata, ma una passeggiata nei boschi accompagnata dalla conoscenza di chi quella terra la frequenta da sempre.
La parte migliore? Il tartufo non si trova mai dove lo aveva immaginato il turista.


3 – Andare al frantoio quando l’olio è ancora verde

Il vero appuntamento gastronomico dell’autunno potrebbe essere molto più semplice di una cena stellata: pane caldo, olio appena franto e un pizzico di sale.
Tra ottobre e dicembre alcuni agriturismi e frantoi permettono di partecipare alla raccolta delle olive, assistere alla spremitura e assaggiare l’olio nuovo.
È l’oleoturismo, fratello meno mondano dell’enoturismo e forse proprio per questo ancora più interessante.
Si può raccogliere l’oliva, seguirla fino al frantoio e capire finalmente perché tra un olio appena nato e uno conservato per mesi possa esistere un abisso di profumi e sensazioni.
Il 25 ottobre 2026, inoltre, la «Camminata tra gli Olivi» porterà in numerose Città dell’Olio percorsi a piedi, visite ai frantoi, degustazioni e attività legate alle cultivar locali.


4 – Fare una vacanza seguendo un treno del gusto

Perché scegliere tra viaggio e pranzo quando si possono avere entrambi?
Una delle formule più interessanti dell’autunno 2026 è quella dei treni gastronomici: convogli storici o speciali che attraversano territori produttivi e trasformano lo spostamento stesso in parte dell’esperienza.
Si sale a bordo, si attraversa il paesaggio, si scende per incontrare produttori, cantine, formaggi, miele, mele o tartufi e si riparte.
È il ritorno di un’idea di viaggio quasi cinematografica: il finestrino al posto della tangenziale e il territorio che arriva direttamente nel piatto.


5 – Ascoltare il cervo innamorato

Non serve vedere un animale per vivere un incontro con la natura.
Tra settembre e ottobre, nei boschi italiani, il protagonista è il bramito del cervo. Le escursioni al tramonto o dopo il calare del buio permettono di entrare nei boschi e ascoltare il richiamo degli animali durante la stagione degli amori.
È un’esperienza completamente diversa dal safari fotografico: qui il protagonista è un suono.
E soprattutto richiede una virtù che il turismo contemporaneo sembra avere dimenticato: stare zitti.


6 – Seguire una transumanza

C’è chi organizza un tour per vedere un monumento e chi decide di seguire una mandria.
La transumanza è una delle esperienze più sorprendenti per chi vuole scoprire l’Italia rurale attraverso i suoi movimenti antichi: pastori, animali, tratturi, malghe, formaggi e paesaggi.
Dall’Alto Adige all’Appennino esistono ancora appuntamenti e percorsi legati alla discesa degli animali dagli alpeggi.
L’idea interessante è non limitarsi alla festa finale: dormire in zona, camminare lungo i vecchi percorsi, visitare una malga e assaggiare il formaggio prodotto dove le mandrie hanno trascorso l’estate.
Un viaggio che non segue una strada. Segue un gregge.

7 – Dormire senza Wi-Fi

Il nuovo lusso potrebbe essere non avere campo.
Sempre più viaggiatori cercano luoghi isolati, soggiorni senza connessione e destinazioni lontane dai circuiti sovraffollati. L’autunno è perfetto per trasformare questa tendenza in un’esperienza.
Un casale nel bosco, un rifugio, un borgo quasi vuoto, una casa di pietra sulle montagne.
La regola è semplice: niente notifiche, niente riunioni, niente «intanto controllo una cosa».
Si ascolta la pioggia, si cucina, si cammina e si scopre che il telefono, contrariamente a quanto sostiene lui, può tranquillamente stare spento.


8 – Fare il «supermarket safari»

Questa è forse la tendenza più curiosa.
Il viaggio gastronomico non passa più necessariamente dal ristorante. Può iniziare in un mercato, in una bottega o persino in un supermercato.
Il cosiddetto grocery tourism trasforma scaffali e negozi alimentari in una sorta di museo della vita quotidiana: biscotti mai visti, conserve improbabili, formati di pasta sconosciuti, bevande locali, confezioni eccentriche.
Per un viaggiatore curioso è un modo straordinario per capire un Paese.
E funziona anche in Italia: entrare in un piccolo alimentari di provincia può raccontare più di una destinazione di quanto faccia qualche monumento fotografato mille volte.

9 – Mangiare dove il cibo nasce

Non una cooking class, non una degustazione. Piuttosto: andare dal produttore e lavorare con lui.
Fare i pici con una cuoca di paese, raccogliere le olive, preparare il formaggio, impastare il pane, seguire la trasformazione dell’uva o imparare a conservare i funghi.
La differenza è sottile ma importante: non si compra soltanto un’esperienza, si impara un gesto.
In Valdichiana, per esempio, alcune esperienze uniscono la cerca del tartufo a laboratori di cucina dedicati ai pici e ai prodotti del territorio.
Il souvenir, questa volta, è una capacità.


10 – Cercare un borgo quando tutti se ne sono andati

Il vero viaggio alternativo non ha sempre bisogno di una nuova destinazione.
A volte basta tornare in una destinazione conosciuta nel momento sbagliato per il turismo di massa e giusto per chi viaggia.
Ottobre e novembre trasformano molti borghi italiani: le piazze si svuotano, i ristoranti tornano a parlare con gli abitanti del luogo, i negozianti hanno tempo per raccontare storie.
È il viaggio del «dopo».
Dopo agosto. Dopo i pullman. Dopo le fotografie. Dopo la stagione e spesso è proprio allora che un paese comincia finalmente a mostrarsi.


11 – Andare sottoterra a cercare il vino

C’è un’Italia gastronomica che non si trova in superficie.
Cantine scavate nella roccia, infernot, grotte, antiche cantine ipogee, miniere trasformate in luoghi di produzione e conservazione.
In autunno diventano una destinazione perfetta: fuori piove, sopra la collina tira vento e sotto terra la temperatura resta quasi immobile.
Nel Monferrato, per esempio, gli infernot sono parte di un patrimonio vitivinicolo e architettonico unico.
Il viaggio enogastronomico, insomma, può anche essere verticale.


12 – Fare un picnic in vigna durante la vendemmia

La vendemmia turistica non è più soltanto una fotografia con il cestino d’uva.
Sempre più cantine costruiscono esperienze intorno alla raccolta: una giornata nei filari, pranzo all’aperto, visita alla cantina, degustazione e incontro con chi produce il vino.
Per renderla davvero alternativa, però, la parola d’ordine è piccolo.
Pochi partecipanti, niente folla, niente animazione da villaggio turistico. Una cesta, un vignaiolo e il rumore delle forbici che tagliano i grappoli.



13 – Cercare il fungo, ma con chi sa dove mettere i piedi

Il bosco autunnale è una dispensa naturale, ma non è un supermercato.
Per questo la ricerca dei funghi può diventare una splendida esperienza di viaggio se fatta con guide esperte e nel rispetto delle regole locali.
Si impara a riconoscere habitat, alberi, tracce, odori e specie e soprattutto si scopre che il vero protagonista non è il porcino fotografato sul tavolo del ristorante, ma il bosco che lo ha fatto nascere.

14 – Visitare un museo mentre intorno si raccoglie

Una combinazione decisamente insolita è quella tra arte e lavoro agricolo.
Un esempio interessante arriva dalla Toscana: il Giardino di Daniel Spoerri, nel territorio di Seggiano, propone nell’ottobre 2026 un’esperienza che unisce raccolta delle olive, workshop, escursioni e cucina stagionale.
È una formula che meriterebbe di essere copiata: non visitare un museo e poi andare a pranzo, ma mettere insieme arte, paesaggio, lavoro e cibo in un unico viaggio.

15 – Inventarsi un «autunno dopo cena»

Ed eccoci all’idea più semplice e forse più bella. L’autunno non finisce quando tramonta il sole.
Si può costruire un viaggio intorno alle esperienze notturne: ascoltare il bramito dei cervi, osservare le stelle da un agriturismo isolato, cenare in una vecchia cantina, partecipare a una raccolta all’alba dopo aver dormito vicino ai campi, camminare nei boschi con una guida naturalistica.
È un altro modo di concepire la vacanza: non accumulare luoghi, ma accumulare sensazioni.

L’autunno che non ti aspetti

Forse il vero trend del prossimo autunno non è una destinazione, ma un atteggiamento. Il viaggiatore curioso non cerca più necessariamente il posto che tutti hanno già fotografato. Cerca quello che gli permette di fare qualcosa che a casa non potrebbe fare.
Raccogliere uno stimma di zafferano. Seguire un cane nel bosco. Assaggiare l’olio poche ore dopo la spremitura. Camminare dietro a un gregge. Ascoltare un cervo senza riuscire a vederlo. Salire su un treno per andare a cercare un formaggio. Spegnere il telefono per due giorni.

Sono esperienze piccole, spesso stagionali e qualche volta quasi invisibili.

Ma forse è proprio questa la nuova idea di lusso nel viaggio: non arrivare dove sono arrivati tutti, ma riuscire ad arrivare un po’ più vicino a ciò che normalmente non vediamo.

Ottobre in tavola: i 10 eventi del gusto da non perdere nel weekend del 3 e 4 ottobre

Ottobre in tavola: i 10 eventi del gusto da non perdere nel weekend del 3 e 4 ottobre

Dalla vendemmia ai funghi porcini, dal vino che sgorga dalle fontane alle feste nei borghi: il primo weekend di ottobre porta in viaggio tra i sapori più autentici d’Italia
Se settembre è il mese della vendemmia, ottobre è quello in cui l’Italia comincia a mettere in tavola l’autunno.
È il momento delle sagre che profumano di legna e castagne, dei funghi raccolti nei boschi, del vino nuovo, delle feste dell’uva e dei borghi che per un fine settimana tornano a celebrare riti, ricette e prodotti che appartengono alla loro storia.
Per chi sta cercando una destinazione per il prossimo weekend, quello di sabato 3 e domenica 4 ottobre 2026, la scelta è tutt’altro che difficile. Da nord a sud sono numerosi gli appuntamenti che permettono di unire un viaggio alla scoperta di un territorio a una tavola imbandita di tradizioni.
Ecco alcuni degli eventi da mettere in agenda.


Bardolino, dove il lago brinda al vino

Sul lago di Garda il weekend profuma di uva e vino. A Bardolino, dall’1 al 5 ottobre, torna la storica Festa dell’Uva e del Vino, arrivata alla 95ª edizione.
Il centro storico e il lungolago diventano una grande festa dedicata al Bardolino, con degustazioni, stand gastronomici, musica, spettacoli e appuntamenti dedicati alle tradizioni del territorio.
È una buona occasione per arrivare sul Garda non soltanto per ammirarne il paesaggio, ma per scoprire il territorio attraverso il suo vino e per chi arriva da fuori, quest’anno il Comune ha predisposto anche servizi navetta per collegare Bardolino con le località vicine e facilitare gli spostamenti durante la manifestazione.

A Marino il vino scende dalle fontane

Nel Lazio c’è una festa che non ha bisogno di presentazioni. A Marino, nei Castelli Romani, il 3, 4 e 5 ottobre prosegue la 102ª Sagra dell’Uva, una delle manifestazioni più celebri dedicate al vino e alla tradizione popolare laziale.
Il momento più curioso rimane quello che ha reso Marino famosa ben oltre i confini regionali: la tradizione delle fontane dalle quali sgorga vino.
Ma la festa è molto più di una curiosità gastronomica. Il programma comprende cortei storici, percorsi turistici, spettacoli e un’area food dedicata alle produzioni del territorio. Domenica 4 ottobre è previsto anche il corteo storico.
È il classico appuntamento nel quale il cibo diventa un modo per raccontare la storia di un paese.


Cinigiano, nel cuore della Maremma del vino

In Toscana il viaggio porta invece nel Grossetano, a Cinigiano, dove il primo weekend di ottobre coincide tradizionalmente con la Festa dell’Uva.
Qui il protagonista è il Montecucco DOC, vino profondamente legato al territorio della Maremma meridionale.
La festa permette di scoprire il borgo, assistere alla sfilata dei carri allegorici delle contrade e visitare le cantine della zona, trasformando la vendemmia in un’occasione per conoscere anche il paesaggio e la cultura rurale della Maremma.
È una destinazione ideale per chi vuole unire vino, borghi e campagna toscana, magari prolungando il fine settimana tra Monte Amiata e Val d’Orcia.


Albareto, il weekend profuma di porcino

Dalla vigna al bosco il passo è breve.
In Emilia-Romagna, ad Albareto, nel Parmense, dal 2 al 4 ottobre torna la Fiera Nazionale del Fungo Porcino, uno degli appuntamenti autunnali più interessanti della Food Valley.
Tre giorni dedicati al re del sottobosco con degustazioni, pranzi e cene a base di funghi, street food, dimostrazioni di cucina, esposizioni, escursioni e iniziative dedicate alla natura. L’edizione 2026 ha come filo conduttore «Cèpe · Forêt · Passion».
Per chi ama camminare, domenica 4 ottobre è prevista anche un’escursione guidata nel sottobosco accompagnata da un micologo, con possibilità di concludere la mattinata a tavola con prodotti tipici e piatti a base di funghi.
Qui il viaggio diventa quasi una lezione di gastronomia: prima si va nel bosco, poi si va a tavola.


Cupramontana, l’uva diventa festa

Nelle Marche, a Cupramontana, il primo weekend di ottobre è dedicato alla tradizionale Sagra dell’Uva, appuntamento che celebra la vendemmia e il patrimonio vitivinicolo del territorio.
È una destinazione da scegliere soprattutto se al vino si vuole abbinare la scoperta di un paesaggio fatto di colline, piccoli borghi e cantine.
Il consiglio è quello di non fermarsi alla festa: il viaggio può diventare un itinerario attraverso le terre del Verdicchio, trasformando una sagra in un vero weekend enogastronomico.

Trento, l’autunno va in scena

Per chi preferisce un evento più articolato, Trento propone Autumnus – I frutti della terra, in programma dall’1 all’11 ottobre.
Il festival porta nel cuore della città prodotti, tradizioni e cultura gastronomica del territorio, con un programma che accompagna il visitatore alla scoperta dell’autunno trentino.
Il weekend del 3 e 4 ottobre è quindi l’occasione per unire gastronomia, città e paesaggio alpino, magari approfittando delle prime atmosfere autunnali del Trentino.


Dal Piemonte alla Basilicata, il gusto non conosce confini

Il primo fine settimana di ottobre non si ferma qui.
In Piemonte è già tempo di funghi, tartufi e prodotti del sottobosco, con appuntamenti come la Sagra del Fungo di San Pietro Val Lemina, in programma il 4 ottobre.
In Umbria il calendario propone vendemmie e feste dedicate ai prodotti del territorio: tra gli appuntamenti del weekend ci sono la Festa della Vendemmia di Penna in Teverina, Amerino Tipico e Corciano Castello di Vino.
In Basilicata, a Barile, il 3 e 4 ottobre è in programma Tumact me Tulez, festival dedicato all’Aglianico e ai prodotti tipici, mentre a Chiaromonte il White Truffle Day accompagna il weekend del gusto con il tartufo.
E anche il Sud partecipa alla grande festa autunnale: in Sicilia, per esempio, Menfi ospita dal 2 al 4 ottobre Inycon, la Festa del Vino, mentre a Leonforte il 3 e 4 ottobre si celebra la pesca di Leonforte IGP insieme ai prodotti tipici.


Un weekend per tornare a viaggiare con i sensi

Il bello di queste feste è che non sono semplicemente occasioni per mangiare. Sono porte d’ingresso nei territori.
Dietro un bicchiere di vino c’è una collina coltivata. Dietro un fungo c’è un bosco. Dietro una ricetta c’è una famiglia, una comunità, una storia. E dietro una sagra, quando è autentica, c’è ancora quella voglia tutta italiana di ritrovarsi attorno a una tavola per celebrare ciò che una terra sa produrre.
Per questo il primo weekend di ottobre può diventare un piccolo viaggio gastronomico attraverso l’Italia: dalla vendemmia al porcino, dal vino del Garda alla Maremma, dai prodotti del sottobosco alle antiche feste di paese.
Perché quando arriva l’autunno, in Italia, non cambia soltanto il paesaggio. Cambia anche il profumo delle strade.

Cupramontana, dove il Verdicchio racconta le colline delle Marche

Cupramontana, dove il Verdicchio racconta le colline delle Marche

Ci sono luoghi che si comprendono davvero soltanto quando si smette di attraversarli in fretta. Cupramontana, nel cuore delle colline marchigiane, è uno di questi.
Qui il paesaggio non è soltanto lo sfondo di un viaggio, ma una parte essenziale della storia del borgo. Le colline si susseguono morbide, disegnate dai vigneti e dai campi, mentre strade e piccoli centri abitati conservano ancora il ritmo di una campagna profondamente legata alle proprie tradizioni.
Siamo nell’entroterra della provincia di Ancona, in un territorio dove cultura, agricoltura ed enogastronomia si incontrano intorno a un protagonista assoluto: il Verdicchio dei Castelli di Jesi ed è proprio attraverso il vino, ma non soltanto attraverso il vino, che Cupramontana racconta la propria identità.

Un borgo tra storia e colline

L’attuale Cupramontana affonda le proprie origini nell’antica Cupra, centro legato al culto della dea Cupra, divinità venerata dalle popolazioni italiche della zona.
Nel corso dei secoli il territorio ha conosciuto trasformazioni e vicende che hanno lasciato tracce nell’architettura e nella struttura urbana. Passeggiando nel centro storico si incontrano edifici religiosi e civili che restituiscono l’immagine di un borgo profondamente legato alla storia dell’entroterra marchigiano.
Ma è soprattutto il rapporto con il paesaggio a colpire il visitatore. Cupramontana sorge infatti in una posizione privilegiata sulle colline che guardano verso la valle dell’Esino. È un paesaggio tipicamente marchigiano, ordinato e insieme sorprendentemente vario, nel quale la presenza dell’uomo ha modellato nei secoli campi, vigne e strade.


La città del Verdicchio

Per comprendere Cupramontana bisogna però parlare di vino. Il paese è considerato uno dei luoghi simbolo della produzione del Verdicchio dei Castelli di Jesi, uno dei grandi bianchi italiani e una delle espressioni più riconoscibili della viticoltura marchigiana.
Qui la vite non rappresenta soltanto una risorsa economica. È cultura del territorio, memoria familiare, lavoro agricolo e occasione di incontro.
Il Verdicchio nasce da un vitigno, il Verdicchio, che trova nelle colline marchigiane condizioni particolarmente favorevoli. Nel calice porta spesso profumi floreali e agrumati, note vegetali e una caratteristica freschezza, accompagnate da una struttura che gli permette di dialogare con una cucina molto più ampia di quanto suggerisca l’etichetta di semplice vino bianco.
Visitare Cupramontana significa quindi anche entrare nel paesaggio del vino: osservare i vigneti, conoscere le cantine, incontrare i produttori e capire quanto il carattere di un vino sia legato al luogo da cui proviene.


La cultura del vino come cultura popolare

A Cupramontana il vino non appartiene soltanto alle cantine. Una delle manifestazioni più rappresentative della tradizione locale è la Sagra dell’Uva, appuntamento che da decenni celebra la vendemmia e il rapporto tra la comunità e la viticoltura.
La festa diventa così una sorta di racconto collettivo: ci sono i carri allegorici, le degustazioni, la musica, le tradizioni popolari e soprattutto l’idea di una comunità che si ritrova intorno a un prodotto capace di rappresentarla.
È un aspetto importante per chi viaggia alla ricerca di esperienze autentiche. L’enogastronomia, infatti, diventa interessante quando smette di essere soltanto degustazione e permette di comprendere la storia sociale di un luogo.



Un museo dedicato all’etichetta

Tra le esperienze culturali più curiose da inserire nella visita c’è il Museo Internazionale dell’Etichetta del Vino. La raccolta racconta il vino attraverso uno degli elementi apparentemente più semplici della bottiglia: l’etichetta. Nel corso del tempo, questa piccola superficie di carta è diventata infatti uno spazio nel quale grafica, pubblicità, arte e cultura popolare si sono incontrate.
È un modo originale per guardare alla storia del vino da una prospettiva diversa e per capire come il mondo della produzione vinicola sia cambiato anche nella sua comunicazione.

Una cucina che parla marchigiano

Dopo aver conosciuto il vino, arriva naturalmente il momento della tavola. La cucina del territorio è quella schietta e sostanziosa dell’entroterra marchigiano: pasta fatta in casa, carni, salumi, formaggi, legumi e prodotti dell’orto sono protagonisti di una gastronomia nella quale la stagionalità ha ancora un ruolo importante.
Il Verdicchio trova qui uno dei suoi abbinamenti naturali. La sua freschezza può accompagnare primi piatti della tradizione, carni bianche, formaggi e preparazioni a base di pesce, creando quel ponte ideale tra l’entroterra collinare e la costa adriatica e proprio questa varietà è uno degli aspetti più interessanti del territorio marchigiano: in pochi chilometri si passa dalle colline alle montagne, dalle vigne al mare, con una cucina che cambia ma conserva una forte identità regionale.


Quando andare a Cupramontana

Cupramontana può essere visitata in diversi periodi dell’anno, ma è soprattutto tra la fine dell’estate e l’autunno che il rapporto con il vino diventa protagonista.
È il tempo della vendemmia, quando le colline assumono colori nuovi e le cantine entrano nel momento più intenso dell’anno.
L’autunno è inoltre una stagione ideale per chi ama il turismo lento: le temperature sono generalmente più favorevoli alle passeggiate, la campagna cambia volto e il calendario delle iniziative legate ai prodotti del territorio offre numerose occasioni per incontrare produttori e comunità locali.
Per chi arriva in cerca di un’esperienza gastronomica, può essere anche il momento giusto per costruire un itinerario tra cantine, ristoranti e piccoli borghi della zona.
Alla fine, ciò che rimane di Cupramontana non è soltanto il ricordo di un buon bicchiere di Verdicchio.
Rimane un paesaggio collinare, il profilo del borgo, una tradizione agricola che continua a vivere e una cultura gastronomica che non ha bisogno di reinventarsi per essere contemporanea.
Cupramontana è un luogo da attraversare lentamente, lasciando che siano le colline a dettare il ritmo. Un viaggio può cominciare dalla storia e dall’arte, proseguire tra i vigneti e le cantine, fermarsi davanti a una tavola imbandita e concludersi con lo sguardo rivolto verso la campagna. Perché qui il vino non è soltanto ciò che si trova nel bicchiere.
È il paesaggio che lo circonda, il lavoro che lo produce, la festa che lo celebra e la memoria di una comunità che, generazione dopo generazione, ha imparato a riconoscersi nelle proprie colline.

I prodotti da salvare. Il pestith delle Dolomiti friulane: la rapa fermentata che racconta la Val Cellina e la Val Vajont

I prodotti da salvare. Il pestith delle Dolomiti friulane: la rapa fermentata che racconta la Val Cellina e la Val Vajont

C’è un Friuli Venezia Giulia gastronomico che non si trova nelle vetrine dei negozi di souvenir e nemmeno nei menu dei ristoranti più alla moda.
È quello dei piccoli paesi di montagna, degli orti familiari, delle ricette tramandate di generazione in generazione e di quei prodotti che sono sopravvissuti quasi per miracolo all’omologazione dei sapori.
È qui che bisogna andare per incontrare il Pestith, una delle espressioni più curiose e rare della tradizione alimentare delle Dolomiti friulane e oggi Presidio Slow Food.
Una rapa fermentata, si potrebbe dire. Ma sarebbe riduttivo. Perché dietro quella parola difficile da pronunciare e dalle tante varianti locali c’è una storia fatta di inverno, povertà, ingegno contadino e capacità di conservare ciò che la terra offriva.
Il Pestith nasce infatti dalla fermentazione della rapa tonda dal colletto viola (Brassica rapa rotunda), una coltura un tempo fondamentale per l’alimentazione delle comunità della Val Cellina e della Val Vajont.
Un prodotto umile, nato dalla necessità, diventato oggi una testimonianza preziosa della biodiversità agricola e gastronomica di queste montagne.


Che cos’è il Pestith, la rapa che sfida il tempo

Per secoli il Pestith ha rappresentato un alimento importante del pasto invernale degli abitanti della Val Cellina e della Val Vajont.
Si ottiene dalla macerazione della rapa tonda dal colletto viola (Brassica rapa rotunda), una varietà che appartiene a quel patrimonio di colture locali che raccontano il rapporto stretto tra agricoltura e territorio.
La sua storia comincia nell’orto, dove ancora oggi la coltivazione segue pratiche tradizionali.
Secondo la tradizione, le rape si seminano tra il 20 e il 26 luglio oppure tra il 10 e il 15 agosto, a seconda che si voglia privilegiare lo sviluppo della radice o quello delle foglie.
C’è già, in questo calendario agricolo apparentemente semplice, una prima lezione sulla cultura contadina: non esiste una sola maniera di coltivare, ma una conoscenza costruita osservando il clima, la terra e il comportamento delle piante.
La semente è autoprodotta dai coltivatori ogni anno, selezionando e mandando a fiore le rape migliori.
Le lavorazioni in campo sono ridotte al minimo e le giovani piantine vengono protette dai parassiti con cenere o macerato di ortiche.


Dall’orto alla fermentazione: quando conservare significa sopravvivere

La raccolta arriva tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, in un periodo che può variare in base all’altitudine del campo.
Una volta raccolte e lavate, le rape più grosse vengono tagliate in tre o quattro pezzi e sbollentate per circa un minuto. Poi comincia la vera trasformazione.
Le rape vengono disposte a strati in un contenitore insieme a sale grosso, una spruzzata di aceto e qualche chicco di mais. Si aggiunge quindi l’acqua di cottura, facendo attenzione che le rape non rimangano a contatto con l’aria.
Il contenitore viene chiuso con un coperchio e sopra viene posta una pietra, necessaria a mantenere la massa pressata.
Dopo alcuni giorni si verifica che la macerazione sia iniziata e, se necessario, si rabbocca l’acqua. Il contenitore viene quindi richiuso e sistemato in un luogo freddo, ma al riparo dal gelo, dove rimane fino al periodo natalizio.
È una tecnica antica che oggi potremmo chiamare fermentazione controllata. Per chi viveva in montagna era, prima di tutto, un sistema ingegnoso per trasformare un ortaggio stagionale in una riserva alimentare capace di accompagnare l’inverno.


La pestassa: il momento in cui nasce il Pestith

Terminata la macerazione, le rape vengono nuovamente lavate e arriva il momento che dà il nome stesso al prodotto.
Vengono infatti pestate sulla pestassa o pestatha, un grosso tagliere realizzato in legno duro. È qui che la rapa fermentata assume la consistenza e la forma necessarie per entrare nella cucina quotidiana e da questo momento cominciano le tante interpretazioni del Pestith.


Come si mangia il Pestith

La ricetta di base parte da un soffritto nel quale vengono utilizzati burro, oppure olio extravergine di oliva o una fetta di lardo, insieme a cipolla, sale e pepe.
Dieci minuti prima del termine della cottura si aggiunge una polenta di mais liquida chiamata brout, suf o scot, ma non esiste una sola ricetta.
In alcune preparazioni al soffritto vengono aggiunti salsiccia, speck o pancetta sbriciolati, trasformando il Pestith in un piatto ancora più ricco e sostanzioso e poi c’è il modo più semplice e forse più autentico per apprezzarlo: servirlo come accompagnamento della polenta, del musetto, delle costine di maiale oppure del salame tagliato a fette spesse.
Una cucina di montagna senza fronzoli, nella quale ogni ingrediente ha una funzione e nulla viene sprecato.


Pestith, pestiç, pestìf o pastì: la cucina cambia insieme alla valle

Una delle caratteristiche più affascinanti di questo prodotto è che, risalendo le valli, cambiano le ricette e cambia anche il nome.
Ad Andreis è chiamato pestiç, a Claut, Cimolais ed Erto si parla di pestìth e a Casso diventa pestìf. A Vajont vengono utilizzate entrambe le ultime due denominazioni, mentre a Barcis la variante più utilizzata è pastì.
Non sono soltanto differenze linguistiche. Sono la testimonianza di una cucina profondamente legata ai luoghi, nella quale anche pochi chilometri possono modificare una ricetta, un nome, una tecnica di preparazione.


Alla scoperta della Val Cellina e della Val Vajont

Conoscere il Pestith significa inevitabilmente mettersi in viaggio.
La Val Cellina è una delle porte d’accesso alle Dolomiti friulane e offre un paesaggio fatto di montagne, gole, boschi e piccoli borghi.
È una terra nella quale il paesaggio non è semplicemente lo sfondo della vacanza, ma diventa parte integrante dell’esperienza. Andreis, Barcis, Claut, Cimolais ed Erto sono luoghi nei quali il viaggio può alternare escursioni, borghi, natura e gastronomia e poi c’è Casso, piccolo abitato arroccato sopra la valle, legato indissolubilmente alla storia del Vajont.
Qui il viaggio gastronomico diventa anche un viaggio nella memoria.

Un Presidio Slow Food contro l’omologazione

Il valore del Pestith sta proprio nella sua apparente semplicità. Una rapa, sale, acqua, qualche chicco di mais e il tempo necessario alla fermentazione. Ingredienti poverissimi che raccontano però una conoscenza agricola e alimentare sofisticata.
La tutela attraverso il Presidio Slow Food significa mantenere viva questa cultura, sostenere i produttori e proteggere una varietà agricola che rischierebbe altrimenti di scomparire. Perché salvare un prodotto tradizionale non significa soltanto conservare una ricetta.
Significa conservare semi, tecniche, parole, gesti, paesaggi e memoria.

Il gusto delle montagne che non si arrende

Il Pestith non è certamente il prodotto più conosciuto della gastronomia italiana. Ed è proprio questo il suo fascino.
Non è nato per conquistare il mercato globale, ma per sfamare una comunità durante l’inverno. Non è stato inventato da uno chef, ma tramandato da contadini che conoscevano il ritmo delle stagioni. Non ha bisogno di effetti speciali: ha bisogno di tempo.
Oggi assaggiarlo significa quindi fare un piccolo viaggio indietro nel tempo, alla scoperta di una montagna nella quale la cucina era soprattutto una forma di intelligenza e di sopravvivenza e forse è proprio questo il motivo per cui vale la pena cercarlo.
Perché tra le grandi eccellenze italiane da fotografare e raccontare, esistono ancora prodotti quasi sconosciuti che custodiscono una storia infinitamente più grande di loro.
Il Pestith è uno di questi. Una rapa viola, un po’ di sale, una pestassa di legno e l’inverno delle Dolomiti friulane. A volte la biodiversità ha un sapore molto più concreto di quanto immaginiamo.

La ricetta del Pestith: la rapa fermentata con polenta

Il Pestith dà il meglio di sé nelle preparazioni semplici, quelle della cucina di montagna, dove pochi ingredienti diventano un piatto sostanzioso e profumato.
Ingredienti per 4 persone
500 g circa di Pestith già fermentato
1 cipolla
40 g di burro oppure olio extravergine di oliva
1 cucchiaio di lardo, facoltativo
sale
pepe
300-400 ml circa di acqua o brodo
150 g di farina di mais
eventualmente 150 g di salsiccia, speck o pancetta
Preparazione
Dopo averlo tolto dal contenitore di fermentazione, il Pestith va lavato e strizzato delicatamente. Se il sapore risulta particolarmente intenso o acidulo, si può lasciarlo qualche minuto in acqua e poi scolarlo bene.
In una casseruola fate sciogliere il burro, oppure scaldate l’olio extravergine di oliva. Per una versione ancora più tradizionale e rustica si può aggiungere una piccola quantità di lardo.
Unite la cipolla finemente tritata e lasciatela appassire lentamente. Aggiungete quindi il Pestith, regolate di sale e pepe e fate cuocere a fuoco dolce, mescolando di tanto in tanto.
Per una versione più ricca, a questo punto potete aggiungere salsiccia, speck o pancetta sbriciolati, lasciandoli insaporire insieme alla rapa.
Nel frattempo preparate una polenta molto morbida con la farina di mais. La tradizione del Pestith prevede infatti l’utilizzo del brout, suf o scot, una sorta di polenta liquida che viene incorporata nella preparazione.
Quando mancano circa dieci minuti alla fine della cottura, aggiungete quindi la polenta molto morbida al Pestith e amalgamate bene.
Lasciate insaporire fino a ottenere una preparazione cremosa e profumata.
Come servirlo
Il Pestith può essere portato in tavola da solo, accompagnato da pane rustico, oppure utilizzato come contorno per alcuni dei grandi classici della cucina friulana di montagna: polenta, musetto, costine di maiale o salame tagliato a fette spesse.
Il risultato deve essere rustico, saporito e leggermente acidulo: proprio quel gusto particolare che racconta la lunga fermentazione della rapa e rende il Pestith così diverso dalle comuni preparazioni a base di verdure.
Il consiglio: se avete la possibilità di assaggiarlo direttamente in Val Cellina o in Val Vajont, fatelo. Con prodotti della tradizione contadina la ricetta raccontata a parole non sostituisce mai quella preparata da chi la tramanda da generazioni.

Erice, il balcone di Sicilia: viaggio tra storia, sapori e atmosfere d’autunno

Erice, il balcone di Sicilia: viaggio tra storia, sapori e atmosfere d’autunno

C’è un momento dell’anno in cui Erice sembra ritrovare la sua dimensione più autentica. Quando l’estate lascia spazio alle giornate più miti, la luce si fa più morbida e il flusso dei visitatori rallenta, il borgo arroccato sul Monte Erice torna a essere soprattutto un luogo da attraversare con calma, lasciandosi guidare dalla pietra, dalla storia e dai profumi della cucina siciliana.
È la stagione ideale per scoprire Erice, il “balcone di Sicilia”, uno dei luoghi più suggestivi della provincia di Trapani e dell’intera isola.


Un borgo sospeso tra cielo e mare

Arrivare a Erice significa salire verso un mondo diverso. Le strade che conducono al borgo si arrampicano sul monte e, man mano che si guadagna quota, il paesaggio cambia. In basso si apre la costa occidentale della Sicilia, con Trapani, le saline e, nelle giornate più limpide, le isole Egadi che sembrano galleggiare all’orizzonte, ma Erice non è soltanto un punto panoramico. Il suo fascino nasce soprattutto dall’atmosfera del centro storico, fatto di vicoli lastricati, archi, cortili e antichi edifici in pietra. Camminare senza fretta è probabilmente il modo migliore per scoprirlo.
Il cuore del borgo è Piazza della Loggia, mentre tra i luoghi simbolo spiccano il Duomo dell’Assunta, con la sua caratteristica torre campanaria, e il Castello di Venere, costruito in posizione dominante sui resti dell’antico santuario dedicato alla dea Venere.

Una storia che affonda le radici nell’antichità

Erice porta con sé una storia molto più antica delle sue architetture medievali. Il monte era infatti un importante centro religioso già nell’antichità. Qui sorgeva un celebre santuario dedicato a una divinità femminile legata alla fertilità e all’amore, identificata dai diversi popoli che frequentarono la Sicilia con figure come Astarte, Afrodite e Venere.
Nel corso dei secoli, il luogo ha conosciuto dominazioni e culture diverse, dai Fenici ai Romani, fino alla lunga stagione medievale. È proprio questa stratificazione a rendere Erice particolarmente interessante per chi ama il turismo culturale: non è un borgo-museo, ma un luogo nel quale epoche differenti sembrano convivere.


Il fascino discreto dell’autunno

Visitare Erice in questa stagione significa anche incontrare una Sicilia diversa da quella delle cartoline estive.
L’autunno regala temperature generalmente più piacevoli per camminare e permette di vivere il borgo con ritmi più rilassati. Le giornate limpide offrono panorami straordinari, mentre le giornate nuvolose o avvolte dalla nebbia restituiscono a Erice un’atmosfera quasi fiabesca e proprio la nebbia, che qui può arrivare improvvisamente, è parte del carattere del luogo. Le case in pietra, i vicoli e le antiche chiese sembrano allora emergere da un paesaggio sospeso, creando uno dei volti più caratteristici del borgo.


Dalla cultura alla tavola

Un viaggio a Erice non può però fermarsi all’arte e alla storia. La scoperta del territorio passa inevitabilmente anche dalla tavola.
Il simbolo gastronomico più conosciuto è senza dubbio la genovese ericina, un dolce di pasta frolla dalla caratteristica forma a cupola, tradizionalmente farcito con crema pasticcera. Accanto a questa specialità si trovano i celebri dolci alla mandorla, le conserve, i prodotti da forno e una pasticceria profondamente legata alla tradizione siciliana.
L’autunno è inoltre una stagione particolarmente interessante per chi vuole esplorare l’enogastronomia del territorio trapanese. Scendendo dal monte verso la costa, il viaggio può proseguire tra vigneti, cantine e prodotti che raccontano una Sicilia agricola e marinara.
Il territorio circostante è infatti quello del vino siciliano, dell’olio extravergine d’oliva, delle saline di Trapani e Paceco e di una cucina nella quale terra e mare si incontrano continuamente.


Un viaggio che può continuare oltre Erice

Uno dei motivi per scegliere Erice come destinazione è anche la possibilità di inserirla facilmente in un itinerario più ampio nella Sicilia occidentale.
Dopo aver attraversato i vicoli del borgo, si può scendere verso Trapani, passeggiare lungo il centro storico e raggiungere le saline, oppure programmare una giornata nell’area archeologica di Segesta.
E poi ci sono le isole Egadi, facilmente raggiungibili da Trapani, e la costa verso Marsala, altra grande protagonista dell’enogastronomia siciliana.
Erice diventa così non soltanto una destinazione, ma una porta d’accesso a un territorio nel quale archeologia, paesaggio, cultura e gastronomia sono strettamente intrecciati.


Perché visitarla adesso

Forse il vero motivo per scegliere Erice in autunno è semplice: rallentare. Qui non serve correre da un monumento all’altro. Si può iniziare la giornata entrando in una chiesa, proseguire lungo un vicolo senza una meta precisa, fermarsi davanti a un panorama quando le nuvole si aprono sul mare e concludere con un dolce tradizionale e un bicchiere di vino del territorio.
Erice ha il fascino dei luoghi che non si lasciano scoprire completamente in una sola visita. La sua bellezza sta nella somma dei dettagli: la pietra consumata dei vicoli, il profilo delle torri, il vento che arriva dal mare, il profumo dei dolci appena sfornati e quel panorama che, quando il cielo è terso, sembra abbracciare tutta la Sicilia occidentale.
È una destinazione da vedere, certo. Ma soprattutto è un luogo da vivere lentamente e forse è proprio questa la ragione per cui l’autunno è uno dei momenti migliori per salire fin quassù: quando la Sicilia si fa meno rumorosa, Erice racconta la sua storia con una voce più intima.

A Firenze arriva “Amaridamare”. Tre serate per esplorare il mondo degli amari

A Firenze arriva “Amaridamare”. Tre serate per esplorare il mondo degli amari

Sarà l’albergo Bernini Palace ad ospitare tre serate speciali per esplorare il mondo degli amari
tra masterclass, storytelling e aperitivi tematici.
L’umbra Green Heart Distillery e i toscani Liquorificio Morelli e Distilleria Elettrico saranno i protagonisti della nuova rassegna spirits ospitata nel cinque stelle in centro a Firenze.


I tre appuntamenti per tre produttori

Tre appuntamenti, tre produttori d’eccellenza e un unico filo conduttore: raccontare il mondo degli amari attraverso un’esperienza che coinvolge vista, olfatto, gusto e cultura.
Nasce a Fiirenze “Amaridamare”
, la nuova rassegna che sarà ospitata al Bernini Palace Hotel di Firenze, che da settembre a novembre 2026 trasformerà il suo elegante bar in un salotto dedicato alla scoperta delle erbe, delle spezie e delle botaniche che danno vita ad alcuni tra gli amari più interessanti del panorama italiano.
Il format – ideato dalla testata Il Forchettiere in collaborazione con l’hotel del gruppo Due Torri – prevede in ogni tappa una masterclass guidata con i produttori e gli esperti delle aziende ospiti, seguita da un aperitivo tematico durante il quale le botaniche protagoniste degli amari saranno reinterpretate dallo chef Stefano Bellini in una serie di finger food creati appositamente per l’occasione.

Non solo miixology, le botaniche entrano anche nel piatto

Un dialogo tra mixology e cucina che permetterà agli ospiti di scoprire come gli aromi presenti nel bicchiere possano ritrovarsi, trasformati e valorizzati, anche nel piatto.
Ad aprire il calendario sarà Green Heart Distillery, protagonista della serata di mercoledì 30 settembre (a partire dalle ore 18,30) seguita da Liquorificio Morelli di Palaia (Pisa) mercoledì 21 ottobre e da Distilleria Elettrico di Livorno mercoledì 25 novembre.
Tre
realtà diverse per storia, filosofia e approccio produttivo, ma accomunate dal’attenzione alla qualità delle materie prime e dalla capacità di interpretare in chiave contemporanea la tradizione liquoristica italiana.
“Il format Amaridaamare – spiega il giornalista Marco Gemelli – nasce con l’obiettivo di valorizzare una categoria in forte crescita, sempre più presente non soltanto come fine pasto ma anche nel mondo dell’aperitivo e della miscelazione.
Le serate offriranno infatti
‘opportunità di approfondire le caratteristiche delle singole etichette, conoscere i processi produttivi, esplorare il ruolo delle botaniche e comprendere come queste possano dialogare

con la gastronomia”.
“Sono partito dalle botaniche che caratterizzano l’amaro – aggiunge lo chef Stefano Bellini – ed
è stato interessante, oltre che divertente, capire come portarle in cucina.
Di solito, quando
penso a un piatto parto dall’ingrediente principale e poi vi costruisco intorno sapori, profumi

e consistenze. Qui ho seguito quasi il percorso contrario: sono partito da una botanica, da una nota aromatica, e mi sono chiesto quale ingrediente potesse accompagnarla e trasformarla in un piatto. È diventata quasi una sfida riuscire a utilizzare il maggior numero possibile di botaniche senza ripeterle, abbinandole ogni volta a ingredienti diversi. Alcune botaniche diventano protagoniste, altre restano più discrete, magari solo in un profumo o in una nota finale”.
“Amaridamare nasce dal desiderio di valorizzare sempre di più il bar del Bernini Palace, aprendolo non soltanto ai nostri ospiti, ma anche alla città e trasformandolo in un luogo di incontro e di scoperta”, dichiara David Foschi, Direttore dell’Hotel Bernini Palace.
“Il mondo degli amari ci affascina per la sua ricchezza di storie, territori e botaniche e ci piacerebbe, attraverso questa rassegna, arricchire progressivamente la nostra bottigliera e costruire nuove occasioni di degustazione e conoscenza. Sarà un percorso che crescerà appuntamento dopo appuntamento, anche grazie al confronto con produttori e professionisti del settore”.

La rassegna si inserisce nel programma di eventi del Bernini Palace dedicati alla cultura del gusto e alla valorizzazione delle eccellenze italiane, confermando il ruolo dell’hotel come luogo di incontro tra ospitalità, territorio e alta qualità.
Qui i biglietti per l’aperitivo: https://www.eventbrite.it/e/2001160779762.


Gli amari, il gusto italiano della tradizione

Non chiamateli semplicemente digestivi. Gli amari sono una piccola enciclopedia liquida della tradizione italiana, nata dall’incontro fra erbe, radici, spezie, cortecce, fiori e frutti e da una sapienza antica fatta di infusi, macerazioni e ricette spesso gelosamente custodite.
Il loro nome racconta già molto: amaro è il gusto, talvolta deciso e persistente, che deriva dalle sostanze vegetali utilizzate nella preparazione. Ma dietro quel bicchierino scuro che per generazioni ha chiuso il pranzo o la cena c’è un mondo assai più vasto.
Le origini affondano nelle preparazioni erboristiche e farmaceutiche, nei conventi e nelle antiche farmacie, dove piante e spezie venivano utilizzate per preparare rimedi e tonici. Nel tempo quelle ricette hanno lasciato il laboratorio per entrare nelle case, nei caffè e nei ristoranti, trasformandosi in una delle espressioni più curiose del bere italiano.
Ogni territorio ha poi costruito il proprio racconto. Dalle montagne alle coste, cambiano botaniche, profumi e gradazioni: rabarbaro, genziana, liquirizia, china, anice, ginepro, agrumi, erbe alpine e mediterranee diventano ingredienti di ricette profondamente legate ai luoghi in cui sono nate.
E così l’amaro non è soltanto una bevanda, ma anche una forma di memoria gastronomica. Un modo per assaggiare un paesaggio attraverso le sue piante e le sue tradizioni. Dietro molte etichette c’è infatti una storia familiare, un’erboristeria, un monastero, una distilleria o un’antica ricetta locale.
Oggi gli amari stanno vivendo una nuova stagione: accanto ai grandi classici della tradizione sono comparsi prodotti artigianali, interpretazioni contemporanee e utilizzi nella mixology. Il bicchiere di amaro non è più soltanto il rituale di fine pasto dei nonni, ma può diventare anche un ingrediente da cocktail e un originale strumento per raccontare l’Italia del gusto.
Un viaggio che vale la pena di cominciare proprio dal bicchiere: perché per capire davvero un amaro bisogna prima scoprire le erbe, i territori e le storie che contiene.