Cremona, la città che suona: viaggio nella patria di Stradivari tra violini, Torrazzo e sapori lombardi

Cremona, la città che suona: viaggio nella patria di Stradivari tra violini, Torrazzo e sapori lombardi

C’è una città in Lombardia dove anche il silenzio sembra avere un suono. È Cremona, patria di Antonio Stradivari e capitale mondiale della liuteria, una città elegante e raccolta dove arte, musica, storia e gastronomia si incontrano nel cuore della Pianura Padana.
Ci sono città che si visitano e poi ci sono città che si ascoltano. Cremona appartiene decisamente alla seconda categoria e anche in questi giorni drammatici post tromba d’aria che ha fatto danni ingenti anche ai simboli della città la musica risuonava.
Qui il viaggio comincia ancora prima di entrare in un museo o in una chiesa: basta attraversare una strada del centro storico per incontrare una bottega dalla quale arriva il profumo del legno, oppure scorgere attraverso una vetrina un violino ancora in costruzione. È questa la magia di Cremona.
Una città nella quale la musica non è soltanto cultura, ma una tradizione artigianale che da secoli passa dalle mani degli artigiani alle corde degli strumenti.

La città di Stradivari

Il nome di Cremona è indissolubilmente legato a quello di Antonio Stradivari, il più celebre dei liutai cremonesi. Tra Seicento e Settecento la città diventa uno dei grandi centri europei della costruzione di strumenti ad arco, grazie a una scuola di liuteria destinata a lasciare un’impronta indelebile nella storia della musica. Stradivari ne diventa il simbolo ma sarebbe riduttivo pensare a Cremona soltanto come alla città di un grande maestro del passato.
La liuteria è ancora oggi una realtà viva. Nel centro storico sono numerose le botteghe dove il legno viene scelto, lavorato, curvato e trasformato lentamente in violini, viole, violoncelli e contrabbassi.
È un artigianato nel quale la tecnologia può aiutare, ma nel quale la mano dell’uomo rimane insostituibile.


Il Museo del Violino: il cuore musicale della città

Per capire davvero il rapporto tra Cremona e la liuteria bisogna entrare nel Museo del Violino. È qui che la storia degli strumenti ad arco viene raccontata attraverso collezioni, strumenti antichi, testimonianze e approfondimenti sulla tradizione dei grandi maestri cremonesi.
Il museo conserva alcuni degli strumenti più preziosi della scuola cremonese e permette di comprendere quanto lavoro, tecnica e sensibilità siano racchiusi dentro quello che, a prima vista, potrebbe sembrare semplicemente un piccolo strumento di legno. Ma c’è un momento nel quale la visita cambia completamente prospettiva.
È quando il violino smette di essere un oggetto da osservare e comincia a suonare.


Piazza del Comune, il grande palcoscenico medievale

Usciti dal museo, il viaggio continua nel cuore storico della città. Piazza del Comune è uno degli spazi medievali più scenografici della Lombardia.
Qui si concentrano alcuni dei simboli di Cremona: il Duomo, il Battistero, il Palazzo Comunale e soprattutto il Torrazzo.
È una piazza da guardare con calma, lasciando correre lo sguardo dalla facciata del Duomo fino alla grande torre campanaria. E proprio il Torrazzo è uno dei simboli assoluti della città.
Con i suoi oltre cento metri di altezza domina il centro storico ed è uno dei campanili in muratura più alti d’Europa.
Salire fin lassù significa regalarsi una prospettiva completamente diversa. Sotto gli occhi si apre la città e, oltre i tetti, la grande pianura lombarda.


Cremona dall’alto

C’è un modo molto semplice per capire la geografia di Cremona: salire sul Torrazzo. Dall’alto la città appare ordinata, raccolta, quasi sorprendentemente compatta.
Il centro storico invita a essere esplorato a piedi, senza programmi troppo rigidi. È proprio questo uno dei suoi punti di forza.
Cremona non è una città che chiede di essere conquistata correndo da un monumento all’altro. Chiede tempo.
Tempo per entrare in una bottega, per sedersi in una piazza, per fermarsi davanti a una vetrina e osservare un liutaio al lavoro.


Il torrone, l’altro grande simbolo di Cremona

E dopo aver ascoltato la città, arriva il momento di assaggiarla. Perché Cremona ha anche un’anima decisamente golosa.
Il suo prodotto simbolo è naturalmente il torrone, dolce preparato con mandorle o altra frutta secca, miele, zucchero e albume.
La tradizione cremonese è così forte da aver trasformato il torrone in una vera e propria icona gastronomica della città.
La storia racconta che il nome e la tradizione del dolce siano legati anche alla celebre festa organizzata nel Quattrocento per il matrimonio tra Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti.
Leggenda e storia si intrecciano, come spesso accade quando un prodotto diventa parte dell’identità di una città. Ma Cremona non è soltanto torrone.

La cucina cremonese: sapori forti e memoria contadina

La gastronomia locale racconta una Lombardia diversa da quella delle grandi città. È una cucina nata dalla campagna e dal mondo contadino, fatta di ingredienti semplici e preparazioni sostanziose.
Tra i piatti da cercare ci sono i marubini in brodo, una delle specialità più rappresentative della tradizione cremonese, ma anche il bollito misto, le mostarde e il cotechino, accompagnati dai prodotti della terra e dai formaggi del territorio. E poi c’è un contrasto tutto cremonese che vale la pena scoprire: il dolce e il piccante della mostarda.
Frutta candita e senape si incontrano creando un sapore deciso, perfetto per accompagnare formaggi e carni.
È una cucina che non cerca di essere minimalista. È una cucina che racconta la storia di chi l’ha preparata per generazioni.

Una città da vivere lentamente

Cremona ha anche un vantaggio che il turismo contemporaneo cerca sempre più spesso: è una città perfetta per essere scoperta lentamente.
Il centro storico si presta alle passeggiate, le botteghe invitano a entrare, le piazze diventano luoghi nei quali fermarsi e il rapporto con il Po apre una dimensione ancora diversa.
A pochi chilometri dal centro la città lascia spazio alla campagna lombarda e al grande paesaggio fluviale.
È un territorio ideale per chi ama alternare cultura e natura, bicicletta e gastronomia, musei e passeggiate.

Il fascino discreto della città di Stradivari

Cremona non ha bisogno di urlare. Il suo fascino è più discreto. È nel rumore degli attrezzi di un liutaio. Nel profumo del legno. Nel suono di un violino. Nella luce che attraversa Piazza del Comune. Nella vista dalla cima del Torrazzo. Nel croccante del torrone. Nel piatto fumante di marubini. E forse è proprio questa la ragione per cui vale la pena scoprirla oggi. Perché dietro il nome di Stradivari c’è una città intera.
Una città che ha trasformato un mestiere antico in una forma d’arte e che ancora oggi continua a costruire, letteralmente con le proprie mani, la propria musica. Cremona non è soltanto la città che ha dato i natali ai grandi liutai. È una città che, ancora oggi, suona.

Gressoney, il borgo valdostano dove il Monte Rosa parla tedesco: viaggio tra Walser, castelli e sapori di montagna

Gressoney, il borgo valdostano dove il Monte Rosa parla tedesco: viaggio tra Walser, castelli e sapori di montagna

Nel cuore della Valle del Lys, ai piedi del Monte Rosa, Gressoney è molto più di una destinazione alpina. È n piccolo mondo sospeso tra Italia e cultura Walser, dove antiche case in legno, dialetti di origine germanica, castelli sabaudi, sentieri e sapori di montagna raccontano una storia sorprendente.
Ci sono luoghi di montagna che si visitano. E poi ce ne sono altri che bisogna imparare ad ascoltare.
Gressoney appartiene alla seconda categoria.
Arrivando nella Valle del Lys, in Valle d’Aosta, lo sguardo incontra subito le grandi montagne del Monte Rosa. Ma basta fermarsi qualche minuto per accorgersi che dietro il paesaggio alpino c’è qualcosa di più: case di legno e pietra, antichi stadel, nomi che suonano diversi, tradizioni che hanno attraversato i secoli e una cultura che affonda le proprie radici nel mondo Walser.
È questa la vera sorpresa di Gressoney.
Qui la montagna non è soltanto paesaggio: è identità.


Gressoney, dove vive ancora la cultura Walser

I Walser erano una popolazione di origine germanica proveniente dall’area del Vallese svizzero che nel Medioevo si insediò anche nell’Alta Valle del Lys.
La loro presenza ha lasciato un’impronta profonda nell’architettura, nella lingua, nelle tradizioni e nella vita quotidiana della valle.
Gli edifici più caratteristici sono gli stadel, le tradizionali costruzioni rurali in legno e pietra che ancora oggi punteggiano il territorio.
Non sono semplicemente belle case da fotografare.
Sono la testimonianza di una civiltà alpina che aveva imparato a vivere in equilibrio con un ambiente difficile, organizzando gli spazi domestici, agricoli e pastorali secondo esigenze molto precise.
Ed è proprio passeggiando tra queste architetture che si comprende quanto Gressoney sia diversa da una semplice località turistica di montagna.


Gressoney-Saint-Jean, tra eleganza e tradizione

Gressoney-Saint-Jean è probabilmente il volto più elegante della valle.
Il centro storico si raccoglie intorno alla chiesa di San Giovanni Battista e conserva importanti testimonianze della cultura locale. Il paese è oggi Bandiera Arancione del Touring Club Italiano e offre un perfetto equilibrio tra natura, cultura e turismo.
Ma la grande sorpresa è poco fuori dal centro.
È Castel Savoia, la residenza fatta costruire dalla regina Margherita di Savoia, che scelse Gressoney come luogo di villeggiatura estiva.
Il castello, immerso nel bosco, racconta la storia di un’epoca nella quale la montagna cominciava a diventare anche luogo di villeggiatura dell’aristocrazia e della famiglia reale.
La regina Margherita soggiornò qui tra il 1900 e il 1925 e ancora oggi gli ambienti conservano arredi e testimonianze di quella stagione.
È una visita da non perdere perché permette di mettere insieme due anime apparentemente lontane di Gressoney: quella popolare e Walser e quella aristocratica e sabauda.

Gressoney-La-Trinité, davanti al Monte Rosa

Proseguendo lungo la valle si raggiunge Gressoney-La-Trinité, dominata dallo spettacolare scenario del Monte Rosa.
È il luogo ideale per chi vuole vivere la montagna all’aria aperta: escursioni, trekking, alpinismo e panorami alpini diventano il filo conduttore di un soggiorno che può essere vissuto in ogni stagione. Ma anche qui il paesaggio non è l’unica attrazione.
Per conoscere davvero il territorio bisogna entrare nella sua storia.

l’ecomuseo walser

Il viaggio nel tempo dell’Ecomuseo Walser

A Gressoney-La-Trinité il Walser Ecomuseum permette di entrare letteralmente nelle case di questa antica comunità.
Il percorso comprende tre strutture, tra cui una casa rurale del Settecento e una tipica casa-museo Walser.
Qui si possono osservare gli ambienti di una tradizionale abitazione, gli strumenti di lavoro e gli oggetti che raccontano l’economia e la vita quotidiana della comunità.
È uno di quei musei nei quali vale la pena entrare senza fretta. Perché non racconta soltanto la storia di un popolo. Racconta il modo in cui l’uomo ha imparato a vivere in montagna.


La tavola di Gressoney: quando la montagna diventa sapore

Ma un viaggio a Gressoney non può fermarsi alle architetture e ai paesaggi. La cultura Walser si ritrova anche a tavola.
Il simbolo gastronomico più interessante è senza dubbio la Toma di Gressoney, conosciuta nel tradizionale dialetto Walser come de chésch.
È un formaggio prodotto nella Valle del Lys con latte vaccino crudo proveniente da bovine alimentate prevalentemente con foraggio locale.
Un prodotto profondamente legato al territorio e oggi tutelato anche come Presidio Slow Food. Il suo sapore racconta pascoli, alpeggi e stagioni.
Ed è proprio questo il bello della gastronomia di montagna: non cerca di stupire con ingredienti esotici, ma trasforma ciò che il territorio offre in una cucina profondamente identitaria.

Una cucina nata per affrontare la montagna

La gastronomia della Valle del Lys appartiene a quella grande cucina alpina fatta di ingredienti semplici, calorici e sostanziosi.
Formaggi, burro, latte, patate, pane, carni e prodotti dell’alpeggio diventano protagonisti di una cucina pensata storicamente per affrontare il freddo e il lavoro in montagna.
A tavola si ritrova così la stessa filosofia che si respira passeggiando tra gli stadel: nulla è casuale e tutto nasce dal territorio.
E proprio per questo una visita gastronomica a Gressoney dovrebbe comprendere non soltanto una cena in rifugio o in ristorante, ma anche la scoperta dei produttori e delle specialità locali.

Il paesaggio da vivere a piedi

Gressoney è naturalmente una destinazione per chi ama camminare. D’estate la valle offre numerosi itinerari tra boschi, alpeggi e panorami sul Monte Rosa.
Lontano dalla frenesia delle grandi località, il trekking diventa qui un modo per conoscere il territorio lentamente.
Una curva del sentiero apre una nuova prospettiva. Un alpeggio racconta un’antica attività pastorale. Uno stadel ricorda la presenza Walser.
E la montagna, sullo sfondo, accompagna ogni passo. È un turismo che non ha bisogno di effetti speciali.
Basta camminare.

Gressoney, quando la montagna diventa cultura

La cosa più affascinante di Gressoney è forse proprio questa. Non è soltanto un luogo nel quale andare in vacanza. È un territorio nel quale paesaggio, storia, cultura e gastronomia si tengono insieme. Il Monte Rosa offre lo scenario. I Walser hanno costruito l’identità. I Savoia hanno lasciato una pagina della storia italiana. Gli abitanti hanno conservato tradizioni e lingua. E la cucina continua a portare sulla tavola il sapore della montagna.
Per questo Gressoney merita di essere scoperta anche da chi non cerca semplicemente una destinazione per fare trekking o sciare.
È un viaggio nella montagna più autentica. Quella fatta di silenzi, legno, pietra, formaggi, antiche case, sentieri e storie.
Una montagna che non si limita a mostrare la propria bellezza: la racconta.

“Ricette da Filicudi e Alicudi” in un libro di Giusi Murabito l’autenticità delle due isole

“Ricette da Filicudi e Alicudi” in un libro di Giusi Murabito l’autenticità delle due isole

Una serata speciale tra ricette tramandate, storie di vita e l’elogio della cucina lenta che salva la memoria e unisce turisti e residenti nel segno della bellezza e l’amore per la natura.
La scorsa domenica la splendida terrazza panoramica dell’hotel Phenicusa a Filicudi Porto si è trasformata al tramonto nel  palcoscenico naturale di un evento dal grande fascino: la presentazione di “Ricette da Filicudi & Alicudi”, il nuovo volume di Giusi Murabito che contiene tante ed inedite specialità proposte con foto e ingredienti dalle donne di Filicudi (alcune anche con  il contributo dei loro compagni di vita) e di Alicudi.


Un libro che nasce da una pioniera del turismo esperenziale

L’incontro, promosso  dai gestori dell’hotel Phenicusa, Donatella Santamaria e Francesco Scaldati, è nato dal desiderio di offrire momenti di aggregazione di alto profilo a turisti e residenti, celebrando l’identità eoliana attraverso la valorizzazione delle sue tradizioni più autentiche.
Tradizioni che Giusi Murabito – anima di Walking Eolie & Sicily e pioniera del turismo esperienziale– racconta con rara sensibilità.

Moderata dalla giornalista Patrizia Casale, la serata ha visto la partecipazione  di diverse protagoniste del volume che hanno  donato le proprie ricette per la realizzazione del libro. 
Sottolineata con un applauso la presenza di  Nunziatina Santamaria, nativa di Santa Marina Salina, ma cresciuta a Filicudi e autentica pioniera del turismo nel porto di Filicudi con il suo primo bar, nel tempo cresciuto fino a trasformarsi nell’amatissimo “Da Nino sul mare”.
Insieme a lei in terrazza, a testimoniare la trasmissione intergenerazionale dei saperi erano presenti fra le altre Daniela Pace e Ilaria Cappadona con le figlie, Maria Mangano, Maria Luisa Campagna, Claudio Pronestì, Annuzza Cappadona e Lorenzo Barbuto e la comunità di Alicudi rappresentata da Michaela Rasp. 
Ospite d’onore e co-promotore dell’evento è stato l’imprenditore Giuseppe Lacona, innamorato di Filicudi, che in questi anni, assieme alla figlia Carlotta, hanno scelto di omaggiare il territorio recuperando un terreno agricolo e, in linea con i valori della serata, ha offerto in degustazione il suo olio extravergine d’oliva Bisuolio e altri prodotti tipici del territorio, nati con l’unico e nobile scopo di essere condivisi e donati.


Saperi e sapori transgenerazionali

“Ricette da Filicudi & Alicudi” rappresenta il naturale e prezioso prosieguo del precedente successo editoriale dell’autrice, “La cucina delle donne”, quest’ultimo scritto a quattro mani con Saverio Bruno.

 “In un mondo moderno scandito dalla fretta, dove le nuove generazioni rischiano di smarrire il legame con le proprie radici, questo libro celebra la sacralità del  tempo e del custodire i saperi”, ha sottolineato l’autrice durante il dibattito.
“L’opera – ha proseguito Giusi Murabito- raccoglie l’eredità  di madri, padri e nonne che per secoli hanno invitato i figli a “guardare e imparare come si fa”, traghettando nel futuro un patrimonio immateriale che possiede il potere salvifico della memoria e della bellezza. La grande attenzione mostrata dal pubblico è la testimonianza che oggi c’è voglia anche di scoprire le storie delle persone che rappresentano scelte di vita e d’amore per le terre delle Eolie”
Soddisfatta anche Donatella Santamaria del Phenicusa che conferma  la struttura come punto di riferimento culturale dell’isola.
“Filicudi si attesta -ha detto- come una delle mete più affascinanti dell’arcipelago, capace di offrire un perfetto equilibrio tra escursioni storiche nei sentieri panoramici, attività balneari ed eventi culturali di spessore che animano l’estate filicudara, in futuro contiamo di promuovere altre occasioni come queste da offrire ai turisti.”
Davanti al blu profondo delle acque di Filicudi, il numerosissimo pubblico presente ed i tanti turisti hanno dialogato con la Murabito e con le protagoniste delle ricette, affascinati da una filosofia gastronomica che rifugge dal “gourmet”  ed abbraccia i principi cardine della slow life: ingredienti di rigorosa qualità, rispetto della stagionalità e preparazioni semplici. 
Una cucina etica che rallenta e riporta l’uomo alle sue origini.
A coronamento della serata, gli ospiti hanno potuto vivere un’esperienza sensoriale completa grazie ad una ricca degustazione di eccellenze locali: dalla caponatina classica alle polpette di verdure, passando per il pasticcio di melanzane, il pane condito con l’olio Bisuolio e i tradizionali biscotti preparati con il vino. L’atmosfera è stata impreziosita dalle raffinate note jazz dei musicisti Sergio Munafò, Gaetano Riccobono e Genny Lombardo.


Focus: Alicudi e Filicudi, le Eolie dove il tempo rallenta

Ci sono isole che si visitano e isole che si imparano ad ascoltare. Alicudi e Filicudi appartengono alla seconda categoria: due piccole perle delle Eolie dove il Mediterraneo conserva ancora un’anima autentica, lontana dai ritmi del turismo di massa.
Alicudi è la più selvaggia e appartata. Un cono vulcanico che emerge dal mare, senza strade per le automobili e con una rete di antiche mulattiere e scalinate che collegano le case sparse lungo il pendio. Qui ci si muove a piedi, accompagnati dal rumore del mare e dal volo dei gabbiani. La salita verso le parti più alte dell’isola regala panorami spettacolari e un senso di isolamento ormai raro. È l’isola ideale per chi cerca silenzio, natura e disconnessione.
Poco più grande e altrettanto affascinante è
Filicudi, un’isola di origine vulcanica dominata dal Monte Fossa delle Felci. Il suo paesaggio alterna terrazze coltivate, fichi d’India, capperi e antichi sentieri, mentre lungo la costa si aprono grotte e formazioni rocciose modellate dal vulcano e dal mare. Da non perdere la navigazione verso la Grotta del Bue Marino, una delle meraviglie naturali dell’arcipelago, e il faraglione La Canna, spettacolare monolite di roccia che si innalza per circa 85 metri dal mare.
Filicudi custodisce anche una storia antichissima: sul promontorio di Capo Graziano si trova uno dei più importanti insediamenti preistorici delle Eolie, testimonianza di una presenza umana risalente all’età del Bronzo.
Due isole, dunque, due modi diversi di vivere l’Eolie più autentiche. Alicudi invita a rallentare fino quasi a fermarsi. Filicudi a esplorare.
Entrambe, però, hanno una regola non scritta: qui non si viene per correre da un’attrazione all’altra, ma per lasciare che sia l’isola a dettare il ritmo.

Polonia del nord. Acqua, vento e paesaggi in movimento

Polonia del nord. Acqua, vento e paesaggi in movimento

Il nord della Polonia sorprende per i suoi paesaggi in continua trasformazione, tra foreste percorse dall’acqua e coste baltiche ancora selvagge. Un volto meno conosciuto del Paese, ideale per chi cerca esperienze outdoor, itinerari slow e un contatto sincero con l’ambiente. Il vento modella le dune del Baltico, l’acqua attraversa foreste e laghi, mentre le scogliere si affacciano su orizzonti ampi e silenziosi.
Tra parchi nazionali, coste battute dal vento e antichi canali, il viaggio segue un tempo diverso, più lento e profondamente legato agli elementi naturali.

Parco Nazionale Wolinski: il Baltico delle scogliere e delle antiche rotte del Nord

Nel nord-ovest della Polonia, sull’isola di Wolin, il Parco Nazionale Wolinski custodisce alcuni degli scenari costieri più spettacolari del Baltico.
Qui il mare incontra alte scogliere modellate dal vento, spiagge selvagge, foreste di faggi e punti panoramici che si aprono su orizzonti ampi e luminosi. Nelle giornate più limpide, lo sguardo sembra estendersi senza confini, tra il rumore del vento, il profumo della salsedine e il volo degli uccelli marini.
Sentieri escursionistici attraversano il parco tra laghi nascosti, vegetazione costiera e una fauna ricchissima, mentre le aquile di mare sorvolano le scogliere affacciate sull’acqua. Dalla collina di Gosan, uno dei punti più alti della costa polacca, lo sguardo si perde tra il blu del Baltico e il verde compatto delle foreste.
L’isola di Wolin conserva inoltre un forte legame con l’antica tradizione vichinga: ogni estate ospita uno dei più importanti festival slavi e vichinghi d’Europa, celebrazione che riporta in vita atmosfere, miti e tradizioni legate alle antiche rotte del Baltico del Nord. Qui il tempo sembra seguire il ritmo del mare e delle antiche rotte del Nord: lento, mutevole e profondamente legato agli elementi naturali.


Parco Nazionale Slowinski: il paesaggio in movimento tra dune e mare

Più a est, lungo la costa baltica, il Parco Nazionale Slowinski regala uno dei paesaggi naturali più sorprendenti della Polonia: immense dune mobili che, spinte dal vento, si spostano lentamente creando uno scenario quasi desertico affacciato sul mare.
Alcune dune raggiungono anche i 30 metri di altezza, creando un contrasto sorprendente tra sabbia chiara, verdi pinete e il blu del Baltico.
Camminare tra queste dune significa attraversare un ambiente dove il vento ridisegna continuamente l’orizzonte e ogni elemento appare in costante trasformazione. La luce, la sabbia e il silenzio contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, diversa ad ogni ora del giorno e in ogni stagione.
Accanto alle dune, il parco protegge laghi costieripinetetorbiere e una biodiversità straordinaria, diventando il luogo ideale per escursioni, birdwatching e percorsi ciclabili immersi nella natura baltica.
Qui tutto sembra seguire il movimento del vento: la sabbia cambia forma lentamente e lo scenario non appare mai uguale a sé stesso.

Parco Nazionale Foresta di Tuchola: acqua, silenzi e foreste della Pomerania

Nel cuore della Pomerania, il Parco Nazionale Foresta di Tuchola racconta la dimensione più verde e silenziosa della Polonia. Un paesaggio fatto di immense foreste di pini, laghi glaciali, torbiere e corsi d’acqua che si intrecciano creando uno degli ecosistemi naturali più affascinanti del Paese.
Tra i protagonisti di quest’area c’è il fiume Brda, considerato uno dei percorsi fluviali più suggestivi della destinazione e molto apprezzato dagli amanti di kayak e canoe. In alcuni tratti il fiume attraversa zone così silenziose che il rumore dell’acqua e dei remi diventa l’unico suono del viaggio: si attraversano boschi, specchi d’acqua e piccoli villaggi seguendo il fluire dell’acqua e il silenzio della foresta.
La Foresta di Tuchola fa parte delle riserve della biosfera UNESCO ed è uno dei luoghi più adatti per scoprire il lato più autentico e immersivo della natura polacca.
In questo angolo di Polonia il tempo cambia ritmo: rallenta tra i riflessi dei laghi, il profumo dei pini e il suono costante dell’acqua che attraversa la foresta.

Canale di Elblag: il luogo dove le barche “camminano” sulla terra

A completare questo itinerario, in Varmia-Masuria, c’è una delle opere di ingegneria più sorprendenti d’Europa: il Canale di Elblag, un luogo in cui natura e tecnica convivono in modo unico.
Realizzato nel XIX secolo per collegare laghi e corsi d’acqua della regione, il canale è celebre per il suo straordinario sistema di rampe e carrelli che consente alle imbarcazioni di “camminare” sulla terraferma per superare i dislivelli.
Le barche vengono sollevate dall’acqua e trasportate su rotaie erbose, attraversando lentamente la terraferma prima di tornare a navigare attraverso canneti, specchi d’acqua e paesaggi silenziosi. Ancora oggi questo meccanismo storico continua a funzionare, regalando un’esperienza quasi surreale e la sensazione di un viaggio fuori dal tempo.
Navigare sul Canale di Elblag significa attraversare un paesaggio sospeso, dove ingegneria storicaacqua e lentezza convivono in perfetto equilibrio.

Liguria, viaggio tra vigne sospese e vini di mare

Liguria, viaggio tra vigne sospese e vini di mare

Dai terrazzamenti delle Cinque Terre alle colline dell’estremo Ponente, un viaggio alla scoperta dei vini liguri. Piccoli vigneti, vitigni autoctoni, borghi e storie di contadini: la Liguria del vino è un territorio da bere lentamente, La Liguria è una terra stretta.
Da una parte il mare, dall’altra le montagne. In mezzo, quando lo spazio sembra non esserci, qualcuno ha costruito terrazze, muretti a secco e piccoli vigneti. È proprio qui che comincia il viaggio alla scoperta dei vini liguri.
Non nei grandi vigneti a perdita d’occhio, ma in fazzoletti di terra conquistati alla montagna. In vigne spesso difficili da raggiungere, dove la vendemmia si fa ancora a mano e dove ogni grappolo racconta la fatica di un territorio verticale.
La Liguria del vino è così: piccola nelle quantità, ma sorprendentemente grande nella varietà. E per conoscerla davvero bisogna mettersi in viaggio.


Cinque Terre: il vino nasce sul mare

È probabilmente l’immagine più iconica della viticoltura ligure.
Le vigne delle Cinque Terre sembrano arrampicarsi sulle montagne sopra il Mediterraneo. I terrazzamenti sostenuti dai muretti a secco disegnano il paesaggio e sono diventati parte integrante dell’identità di questo tratto di costa.
Qui la viticoltura è una forma di agricoltura eroica.
Gli appezzamenti sono piccoli, spesso difficili da raggiungere e caratterizzati da pendenze importanti. La meccanizzazione è complicata e molte operazioni devono essere svolte manualmente. Il risultato è un paesaggio straordinario, ma anche un patrimonio culturale da proteggere.
Tra i protagonisti c’è il Cinque Terre DOC, vino bianco prodotto principalmente con vitigni tradizionali come Bosco, Albarola e Vermentino. Ha profumi mediterranei, una piacevole freschezza e una personalità che sembra fatta apposta per accompagnare la cucina di mare. E poi c’è lui, il vino che più di ogni altro racconta la storia delle Cinque Terre.

i vigneti eroici

Sciacchetrà: il vino della memoria

Lo Sciacchetrà è il vino passito delle Cinque Terre a cui abbiamo già dedicato un articolo interoUn vino prezioso, prodotto in quantità limitate e legato a una tradizione antica.
I grappoli destinati alla produzione vengono selezionati e lasciati appassire, concentrando zuccheri e aromi prima della vinificazione.
Il risultato è un vino dolce e complesso, da bere lentamente.
Ma lo Sciacchetrà è interessante soprattutto perché racconta un rapporto antico fra la comunità e la vigna.
Era il vino delle occasioni importanti, quello da conservare e offrire agli ospiti.
Oggi è diventato uno dei simboli enologici delle Cinque Terre. E assaggiarlo direttamente sul territorio, magari guardando il mare dalle terrazze di Manarola, Corniglia o Riomaggiore, è un’esperienza che va ben oltre la degustazione.

la riviera di Ponente

Vermentino: il bianco che profuma di Mediterraneo

Scendendo lungo la costa e spostandosi verso il Ponente si incontra uno dei grandi protagonisti della viticoltura ligure: il Vermentino.
È il vino che forse più facilmente permette di mettere in un bicchiere l’immagine della Liguria. Fresco, profumato, sapido, mediterraneo.
È un bianco che ama il mare e che trova nella cucina ligure compagni naturali: pesce, crostacei, molluschi, pesto, focaccia e verdure.
Il Riviera Ligure di Ponente Vermentino DOC è una delle espressioni più importanti del vitigno nella regione. Ma la sua presenza non si limita al vino.
Il Vermentino racconta anche la vocazione mediterranea della Liguria, una terra dove le montagne arrivano quasi a tuffarsi nell’acqua.


Pigato: il bianco dal carattere ligure

Se il Vermentino è il vino mediterraneo per eccellenza, il Pigato è forse quello che più identifica il Ponente ligure.
Il nome sarebbe legato alle piccole macchie, i “pighe”, che possono comparire sugli acini quando raggiungono la maturazione.
Il Pigato Riviera Ligure di Ponente DOC dà vini bianchi profumati e strutturati, caratterizzati da freschezza e sapidità. È un vino da cucina. Anzi, da grande cucina di territorio.
Funziona con il pesce, naturalmente, ma anche con preparazioni più saporite, con le verdure e con alcuni piatti della tradizione ligure.
Provarlo in un piccolo ristorante dell’entroterra, accompagnato da una cucina casalinga, può essere uno dei modi migliori per capirlo.


Dolceacqua e il Rossese: il rosso che non ti aspetti

La Liguria è associata quasi istintivamente ai vini bianchi. Ed è qui che arriva la sorpresa.
Nel Ponente, intorno a Dolceacqua, nasce uno dei rossi più interessanti della regione: il Rossese di Dolceacqua DOC.
Il vitigno Rossese dà vini eleganti, profumati e generalmente non eccessivamente tannici. È un rosso che sorprende proprio perché non assomiglia all’immagine tradizionale del vino ligure.
La zona di produzione comprende le colline dell’estremo Ponente, vicino al confine francese. Qui le vigne si inseriscono in un paesaggio fatto di montagne, ulivi, borghi medievali e vallate. E Dolceacqua è una tappa praticamente obbligata.
Il borgo, dominato dal castello dei Doria e attraversato dal caratteristico ponte medievale, è uno dei luoghi migliori per trasformare la degustazione in un’esperienza di viaggio.

Rossese e cucina: la Liguria che non ti aspetti

Il Rossese di Dolceacqua è perfetto per accompagnare una cucina ligure meno scontata. Può dialogare con carni bianche, coniglio alla ligure, funghi e piatti dell’entroterra. È un vino che racconta una Liguria diversa da quella delle cartoline marine. Quella delle montagne, degli ulivi e dei piccoli paesi.
Ed è proprio questo uno dei motivi per cui un itinerario enogastronomico attraverso la regione può diventare un viaggio culturale.


Ormeasco: la montagna nel bicchiere

Ancora più nell’entroterra si incontra un’altra espressione interessante della viticoltura ligure: l’Ormeasco di Pornassio DOC. Il suo territorio è quello dell’Alta Valle Arroscia, nell’entroterra imperiese.
Qui il paesaggio cambia. Il mare si allontana e arrivano montagne, boschi e piccoli borghi.
L’Ormeasco è un vino rosso legato a questo ambiente montano e rappresenta una delle testimonianze più interessanti della diversità vitivinicola ligure. È anche un invito a scoprire una Liguria lontana dalla costa.
Una Liguria fatta di strade tortuose, paesi in pietra, pascoli e antiche vie di collegamento con il Piemonte.

Lumassina e Bianchetta: i vini da cercare

Il viaggio tra i vini liguri non finisce con le denominazioni più conosciute. Ci sono vitigni meno celebri ma profondamente legati alla storia agricola regionale.
La Lumassina, coltivata soprattutto nel Savonese, dà vini freschi e piacevoli, ideali per la cucina locale.
La Bianchetta Genovese è invece un vitigno tradizionale dell’area genovese e delle zone collinari circostanti.
Sono proprio questi vitigni “minori” a rendere interessante un viaggio enologico.
Perché permettono di scoprire una Liguria che non compare necessariamente nelle grandi guide internazionali.

Una viticoltura fatta di muretti a secco

C’è un elemento che accomuna molti dei paesaggi vitivinicoli liguri: il muretto a secco. Non è soltanto una struttura agricola. È parte del paesaggio.
Serve a contenere la terra, creare terrazze coltivabili e permettere alle vigne di sopravvivere su pendii altrimenti impossibili da coltivare.
Nelle Cinque Terre questi muri costruiscono letteralmente la montagna. Per chilometri.
Sono il risultato del lavoro di generazioni di contadini e rappresentano uno dei patrimoni culturali più importanti del territorio.
Guardare una vigna ligure significa quindi guardare anche la storia di chi l’ha costruita.

La vendemmia eroica

In alcune zone della Liguria la vendemmia non è una passeggiata fra filari ordinati e facilmente raggiungibili. È un lavoro duro.
Pendenze, piccoli terrazzamenti, sentieri stretti e trasporto manuale delle uve rendono la raccolta particolarmente impegnativa.
È per questo che si parla spesso di viticoltura eroica. Una definizione che non è soltanto retorica.
In molte aree costiere e montane coltivare la vite significa preservare un paesaggio che altrimenti rischierebbe di essere abbandonato. Il vino diventa quindi anche uno strumento di tutela del territorio.


Il vino incontra il pesto

Parlare di Liguria senza parlare di pesto sarebbe impossibile. E anche il vino può diventare un compagno ideale della più famosa salsa ligure.
Un Vermentino fresco e sapido è probabilmente uno degli abbinamenti più naturali con trofie al pesto, trenette o gnocchi conditi con il celebre basilico genovese. Ma la cucina ligure è molto più ampia.
Ci sono focaccia, farinata, pansotti con salsa di noci, acciughe, torte salate, coniglio alla ligure, pesce e verdure. Ed è proprio seguendo la tavola che si può costruire un itinerario del vino.

Un itinerario fra mare e vigne

Un viaggio enogastronomico in Liguria potrebbe partire da Genova, capitale gastronomica e punto ideale per conoscere la cucina regionale.
Da qui si può scendere verso le Cinque Terre, per scoprire il paesaggio terrazzato e assaggiare Cinque Terre DOC e Sciacchetrà.
Poi si può proseguire verso il Levante e attraversare l’Appennino ligure, prima di dirigersi verso il Ponente.
Arrivati nell’area di Albenga e Imperia, il viaggio può cambiare completamente volto. Qui entrano in scena Pigato e Vermentino.
Infine, dirigendosi verso l’estremo Ponente, si arriva a Dolceacqua, dove il protagonista diventa il Rossese. Da lì si può risalire verso l’entroterra dell’Imperiese per incontrare l’Ormeasco.
È un itinerario che permette di attraversare una Liguria sorprendentemente diversa.

La Liguria da bere lentamente

Forse il modo migliore per capire i vini liguri è proprio quello di non considerarli soltanto come prodotti da degustazione. Sono una mappa.
Il Cinque Terre DOC racconta i terrazzamenti sul mare. Lo Sciacchetrà racconta la memoria. Il Pigato racconta il Ponente. Il Vermentino racconta il Mediterraneo. Il Rossese di Dolceacqua racconta le colline dell’estremo Occidente. L’Ormeasco racconta la montagna.
E tutti insieme raccontano una regione piccola, verticale e sorprendentemente complessa. Una terra nella quale, per produrre vino, spesso bisogna prima costruire la montagna. Ed è forse questa la più bella chiave per scoprirla.
Non bere soltanto la Liguria. Viaggiarla, un bicchiere alla volta.

Vendemmia turistico-didattica: un’esperienza tra i filari dei grandi vini del Friuli Venezia Giulia

Vendemmia turistico-didattica: un’esperienza tra i filari dei grandi vini del Friuli Venezia Giulia

Il momento della vendemmia è alle porte e anche quest’anno alcune aziende vitivinicole del Friuli
Venezia Giulia aderenti alla Strada del Vino e dei Sapori propongono l’esperienza della vendemmia turistico-didattica, un’occasione per contribuire in prima persona alla raccolta delle uve, entrare in contatto e conoscere le tecniche dei singoli produttori che illustreranno le caratteristiche della maturazione dei grappoli e le fasi della vendemmia.


Esperienze per tutti: dal neofita all’esperto

La vendemmia turistico-didattica è pensata per un pubblico ampio e offre proposte adatte a diversi interessi: esperti di vino, ma anche famiglie con bambini o semplici appassionati potranno vivere in prima persona il fascino della vendemmia, scegliendo il percorso più adatto. Per gli appassionati sono previsti approfondimenti tecnici sulla produzione e degustazioni guidate di etichette selezionate, mentre le famiglie potranno vivere un’attività semplice e coinvolgente, pensata anche per i più piccoli.
Alcune cantine arricchiscono inoltre la giornata con momenti conviviali, offrendo la possibilità di condividere il tradizionale pranzo dei vendemmiatori oppure una cena degustazione con vini dell’azienda e specialità del territorio, per scoprire i sapori autentici di una terra da sempre vocata alla viticoltura.
Per partecipare è possibile prenotare direttamente nelle cantine coinvolte presenti sul sito Vendemmia turistica didattica


Doc Friuli Colli Orientali, Colutta

L’esperienza viene organizzata su richiesta e in base al momento ottimale di maturazione delle uve.
I partecipanti si ritrovano
al mattino per vendemmiare e poi spostarsi in cantina e studiare le prime fasi della vinificazione.
La giornata si conclude con
una degustazione dei vini dell’azienda accompagnati da prodotti tipici del territorio. https://www.turismofvg.it/it/scopri-tutte-le-attivita/raccogli-l-uva-con-le-tue-mani-e-impara-i-segreti-della-vinificazione

Doc Friuli Colli Orientali, Conte d’Attimis-Maniago

Gli appassionati di storia e vino troveranno un’esperienza speciale da Conte d’Attimis-Maniago a Buttrio.
Dal 28 agosto al 30 settembre la tenuta accompagna i visitatori tra i vigneti storici, raccontando secoli di tradizione vitivinicola, e nella cantina sotterranea cinquecentesca, dove è prevista la degustazione dei vini. L’esperienza può essere arricchita con un tour in fuoristrada tra le vigne o con un picnic nel frutteto.
https://www.contedattimismaniago.it/visite-guidate-in-cantina/


Doc Friuli Colli Orientali, Elio Vini

L’appuntamento con la vendemmia è previsto il 12, 19 e 26 settembre a Grupignano di Cividale del Friuli, dove i partecipanti saranno accolti dal vignaiolo Franco Venica per una presentazione dell’azienda.
Prenderà il via poi la vendemmia e si concluderà l’esperienza con un momento conviviale dedicato alla degustazione dei vini accompagnati da salumi e formaggi locali.
Vendemmia turistica a due passi da Cividale del Friuli

Doc Friuli Grave, Gelindo dei Magredi

Per chi desidera vivere un’esperienza perfetta per le famiglie, l’appuntamento è il 30 agosto e il 5, 13 e 19 settembre da Gelindo dei Magredi a Vivaro. Il pomeriggio prenderà il via con un tragitto su carrozze trainate da cavalli fino alla Vigna del Paradis, dove i partecipanti saranno coinvolti nella raccolta dell’uva. L’esperienza proseguirà al podere con la tradizionale pigiatura, durante la quale il mosto verrà trasformato in succo d’uva da imbottigliare.
https://www.turismofvg.it/it/scopri-tutte-le-attivita/vendemmia-da-gelindo-dei-magredi


Doc Collio, Gradis’ciutta

Per chi desidera capire cosa significa lavorare totalmente in regime biologico, il 12 settembre potrà partecipare alla vendemmia didattica in questa azienda situata nel cuore della Doc Collio. Dopo l’esperienza in campagna tra i filari, seguirà la visita in cantina e una degustazione di alcuni vini.
https://www.turismofvg.it/it/scopri-e-prenota-le-esperienze/gradis-ciutta-vendemmia-experience-in-collio
Doc Friuli Colli Orientali – Le Due Torri
Il terzo e quarto week-end di settembre, i partecipanti prenderanno parte alla raccolta dell’uva, visiteranno la cantina per conoscere le prime fasi della vinificazione e concluderanno la giornata con una cena degustazione.
Per i più piccoli è prevista
anche la tradizionale pigiatura dell’uva a piedi nudi, per vivere la magia della vendemmia come una volta.
https://leduetorrivini.it/visite-in-cantina/vendemmia-didattica


Doc Friuli Grave – Tonutti

Ad Adegliacco l’Agriturismo Tonutti apre le porte durante i giorni della vendemmia per far vivere ai partecipanti l’atmosfera autentica della raccolta.
Dopo un’esperienza tra i filari e la scoperta delle prime fasi della trasformazione dell’uva in mosto, la

giornata si conclude con il tradizionale pranzo dei vendemmiatori, all’insegna della convivialità e dei sapori del territorio.
https://www.turismofvg.it/it/attivita-con-guida/vendemmia-turistico-didattica

Il Friuli Venezia Giulia, tramite PromoTurismoFVG e il coordinamento regionale dell’Associazione nazionale Città del Vino, è stata la prima regione d’Italia ad aver firmato nel 2023 un protocollo d’intesa per promuovere il valore dell’esperienza della vendemmia turistico-didattica ed incrementare l’offerta turistica del territorio.