Monterosa, l’estate della montagna ritrovata

Monterosa, l’estate della montagna ritrovata

Quando la neve lascia spazio ai prati d’alta quota e i versanti tornano a disegnarsi in tutta la loro ampiezza, il Monterosa apre la sua stagione più dinamica e sorprendente.
È il tempo del trekking, delle camminate panoramiche, degli itinerari tra vallate che cambiano paesaggio, lingua e carattere nel raggio di pochi chilometri. Qui l’esperienza della montagna non segue un solo ritmo né un solo punto di vista: si costruisce passo dopo passo, tra sentieri che risalgono i pendii, boschi attraversati dalla luce, villaggi walser, alpeggi, dislivelli accessibili e grandi scenari alpini.  Più che una vetta da contemplare, il Monte Rosa è un territorio da vivere all’aria aperta, con lentezza attiva e spirito di scoperta.


Camminate panoramiche in quota

Quando la stagione cambia, al Monterosa cambia anche il modo di vivere la montagna. Il bianco dell’inverno lascia spazio ai prati, ai boschi e alle fioriture tardive dell’alta quota; l’acqua torna a scorrere, i sentieri si riallacciano tra loro, i versanti ritrovano profondità e movimento.
Persino scenari simbolo della stagione fredda, come la Cascata di Thriller sul Monte Tiaz, smettono la veste glaciale dell’inverno e tornano a scendere liberi tra le rocce. È il momento in cui la montagna si riapre, si anima, e invita a essere percorsa con passo attivo, curioso, naturale.
Anche a tavola il Monterosa cambia stagione. Tra Ayas, Gressoney e Alagna, le tradizioni alpine — valdostane e valsesiane, entrambe attraversate dall’eredità walser — accompagnano il passaggio dall’inverno all’estate con sapori, atmosfere e gesti che seguono il ritmo della montagna.
All’inizio dell’estate, il Monterosa non si limita a mostrarsi: si riapre. I pendii tornano percorribili, i pascoli riaffiorano, i villaggi in legno scuro ritrovano il loro paesaggio. È la stagione di chi la montagna preferisce viverla dal basso verso l’alto, con passo regolare, lungo sentieri e salite che chiedono tempo, respiro e sguardo.
Così, se d’inverno le località del comprensorio Monterosa Ski sono soprattutto porte d’accesso alla stagione bianca, d’estate diventano il punto di partenza per un’esperienza più ampia e immersiva: quella di una montagna da attraversare, esplorare e abitare in movimento.


Tre passeggiate per tre valli

Ogni valle del comprensorio Monterosa Ski offre la propria versione di questa restituzione.
Tre proposte per chi vuole viverla in prima persona, scegliendo percorsi meno battuti, dove la montagna conserva ancora il sapore della scoperta.

Val d’Ayas – Dal Crest ai Laghi e al Colle Pinter

Dal Crest, raggiungibile con la telecabina da Champoluc, l’itinerario si sviluppa lungo il vallone di Cunéaz, con progressione regolare e senza particolari difficoltà tecniche.
Il primo tratto attraversa aree di pascolo e conduce all’abitato di Cunéaz, uno degli insediamenti walser della Val d’Ayas. In questa valle la presenza walser è meno evidente rispetto a Gressoney e Alagna, ma resta leggibile nell’organizzazione degli spazi e nell’architettura rurale.
Il sentiero prosegue in ambiente più aperto fino ai Laghi Pinter, per poi salire al Colle Pinter (2.777 m), valico che collega la Val d’Ayas con la Valle di Gressoney.

  •  Partenza: Crest (raggiungibile con telecabina Monterosa Ski Champoluc – Crest)
  •  Arrivo: Colle Pinter (2.777 m)
  •  Dislivello: 788 m
  •  Lunghezza: 9,3 km
  •  Tempo di percorrenza: circa quattro ore
  •  Difficoltà: E (escursionistico)

In alternativa, un percorso più breve parte dalla stazione monte della telecabina Crest-Alpe Ostafa e permette di raggiungere i Laghi Pinter in circa un’ora e mezza.


Valle di Gressoney — Dal Colle Bettaforca al Rifugio Quintino Sella – Il respiro del ghiacciaio

Dal Colle Bettaforca, raggiungibile con gli impianti di risalita Monterosa Ski da Staffal, il sentiero verso il Rifugio Quintino Sella è un avvicinamento progressivo alle porte dei ghiacciai.
Si cammina tra morene, pietraie, residui nevosi alternati a tratti erbosi sempre più radi, mentre la sagoma del ghiacciaio Felik entra lentamente nel campo visivo, fino a diventare presenza dominante. È un percorso che cambia passo dopo passo, e che permette di leggere la montagna nella sua dimensione più ampia.

  •  Partenza: Colle Bettaforca (2.727 m) – raggiungibile con impianti da Staffal
  •  Arrivo: Rifugio Quintino Sella (3.585 m)
  •  Dislivello: +900 m
  •  Lunghezza: 4,4 km
  •  Tempo ascesa: 3h
  •  Difficoltà: EE/EEA (escursionisti esperti con attrezzatura alpinistica nell’ultimo tratto)



Valsesia — Da Pianalunga al Passo Zube attraverso il Passo Foric

Pianalunga è il punto di partenza dell’itinerario, facilmente raggiungibile con la telecabina che sale da Alagna. Il sentiero si sviluppa verso il Vallone dell’Olen lungo il tracciato 205, fino a raggiungere il leggendario Sasso del Diavolo. Qui il percorso devia a sinistra imboccando il sentiero 205b, che conduce al Passo Foric attraverso un breve tratto leggermente esposto. Dal valico si apre la vista sul Monte Rosa e sull’intera Valle dell’Olen, in un contesto ampio e panoramico.
Dal Passo Foric la dorsale continua verso l’Alpe Zube lungo l’itinerario 203b, attraversando prati e tratti progressivamente più rocciosi. L’ultimo segmento di salita si sviluppa su pietraia fino al Passo Zube (2872 m), soglia naturale tra la Valsesia e la Valle di Gressoney. Da qui il panorama si apre sulle Alpi circostanti e sull’imponente massiccio del Monte Rosa. Il rientro può avvenire lungo lo stesso itinerario oppure con deviazione verso la Val d’Otro.

  •  Partenza: Pianalunga (2.050 m) – raggiungibile con impianti da Alagna
  •  Arrivo: Passo Zube (2.872 m)
  •  Dislivello: circa +820 / +850 m
  •  Lunghezza: circa 5 – 5,5 km
  •  Tempo di percorrenza: 4h
  •  Difficoltà: E fino al Passo Foric / EE nel tratto finale verso il Passo Zube


Trekking da più giorni con pernottamento in rifugio: torna il Tour de Six

Six sta per i sei più affascinanti rifugi di media montagna ai piedi del massiccio del Monte Rosa e del Cervino. Il Tour de Six li collega con piacevoli trekking lungo i quali l’autentica e genuina ospitalità dei Rifugi in quota fa parte del paesaggio. Cinque diverse proposte in base al livello di allenamento e alla disponibilità di tempo di ciascun camminatore (da 2, 3 o 6 notti) con tariffe a partire da 201€ a persona.
Per maggiori informazioni Agenzia Snow&Feelings | Email: agenzia@visitmonterosa.com Tel: +39 0125 303111
Mappa e descrizione percorsi: Tour des Six | MONTEROSA SKI

Valtellina, terra di Ecomusei: i custodi dell’identità alpina

Valtellina, terra di Ecomusei: i custodi dell’identità alpina

La nuova tendenza della “whycation” interpreta il viaggio come un’esperienza immersiva e consapevole, in cui la scoperta di un luogo passa attraverso il contatto diretto con le comunità locali, la valorizzazione delle tradizioni e la conoscenza dei saperi antichi.
La Valtellina si conferma una destinazione ideale per chi cerca un viaggio esperienziale che vada oltre la semplice vacanza, diventando un’immersione autentica nel territorio e nelle comunità locali.

La nuova tendenza della whycation

In questo contesto, tra le valli e le montagne della provincia di Sondrio, gli ecomusei sono diventati una realtà sempre più significativa: veri e propri “musei a cielo aperto”; che intrecciano luoghi, persone e tradizioni, valorizzando l’identità locale mantenendone viva la memoria.
È così che
prende forma il concetto di “whycation”: un modo di viaggiare più profondo, in cui ogni esperienza
diventa occasione di scoperta, connessione e crescita personale.
In questo percorso di viaggio consapevole, gli ecomusei rappresentano una delle espressioni più autentiche
di tale filosofia: custodiscono, infatti, il patrimonio naturale, storico e culturale attraverso il coinvolgimento
attivo di chi abita questi luoghi.
In Valtellina sono cinque queste realtà vive, ognuna capace di raccontare
una prospettiva propria e complementare di un territorio ricco di storia, tradizioni e identità.


Ecomuseo Valle Spluga: lungo l’antica via delle Alpi

L’Ecomuseo della Valle Spluga si sviluppa in un territorio di grande valore storico e geografico, nella valle
più occidentale della provincia di Sondrio.
Storicamente conosciuta anche come Valle San Giacomo, si
estende da Chiavenna fino al Passo dello Spluga, rappresentando da secoli un importante collegamento tra Italia e Svizzera.
Già nota in epoca romana e consolidata come via commerciale nel Medioevo, la valle ha
mantenuto nel tempo una forte identità legata al passaggio, agli scambi e alla vita alpina.
In questo contesto, l’Ecomuseo si propone di promuovere il patrimonio storico-culturale delle generazioni
che hanno abitato e modellato questi luoghi: ne fanno parte i comuni di Campodolcino, Madesimo e San
Giacomo Filippo, dando vita a una rete diffusa di esperienze e testimonianze.
Comprende una quindicina di
itinerari tematici che guidano attraverso gli allestimenti etnografici, le architetture rurali, e il percorso storico della Via Spluga, offrendo un viaggio immersivo tra paesaggio, memoria e tradizioni.
Tra gli
elementi più caratteristici della Valle Spluga, spiccano i carden, antiche costruzioni rurali che rappresentano un tratto distintivo del paesaggio locale: si tratta di piccoli edifici in legno, spesso rialzati su pali o basamenti in pietra, progettati per conservare prodotti agricoli come fieno, cereali o altri alimenti
destinati all’inverno, proteggendoli dall’umidità e dagli animali.
Oltre alla loro funzione pratica, i carden
costituiscono una preziosa testimonianza del patrimonio storico e culturale della valle, espressione concreta dell’ingegno e dell’adattamento delle comunità alpine all’ambiente montano.
Maggiori informazioni: ecomuseovallespluga.it


Ecomuseo Valgerola: saperi, leggende e cultura locale

Il territorio e la comunità della Valgerola, valle laterale della Valtellina che si sviluppa in direzione nord-sud
da Morbegno, danno vita a un ecomuseo diffuso nato con l’obiettivo di preservare e valorizzare la natura,
la storia, la cultura e le tradizioni della valle, insieme ai suoi saperi e sapori.
Grande attenzione è rivolta al
paesaggio naturale, un mosaico di prati, alpeggi, boschi e laghi, ricco di biodiversità.
Gli itinerari di visita
accompagnano alla scoperta di un patrimonio architettonico civile e religioso di grande interesse, insieme a usi, costumi e tradizioni locali, fino ai prodotti tipici come il Bitto e la Mascherpa, cioè la ricotta d’alpeggio Valtellina, terra di Ecomusei: i custodi dell’identità alpina.
La nuova tendenza della “whycation” interpreta il viaggio come un’esperienza immersiva e consapevole, in cui la scoperta di un luogo passa attraverso il contatto diretto con le comunità locali, la valorizzazione delle tradizioni e la conoscenza dei saperi antichi.
Simbolo dell’Ecomuseo Valgerola è la figura dell’Homo Selvadego, rappresentata in un affresco conservato in località Sacco (frazione del comune di Cosio Valtellino), nella cosiddetta “camera picta”.
L’opera è un
rarissimo esempio in ambito rurale di pittura profana del Quattrocento e raffigura una creatura leggendaria legata ai racconti popolari dei montanari, un uomo dal corpo peloso e dalla barba fluente che si presenta attraverso una sorta di fumetto: “Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura”.
Maggiori informazioni: ecomuseovalgerola.it


Ecomuseo Valli del Bitto di Albaredo: la montagna come luogo di produzione artigianale

Salendo da Morbegno verso il Passo di San Marco (1.992 m), storico collegamento tra la Valtellina e la Val
Brembana, si raggiunge Albaredo per San Marco, borgo montano immerso nel Parco delle Orobie
Valtellinesi.
Dal centro storico, con le sue suggestive viuzze, si apre un percorso che attraversa il paesaggio
rurale fino alla chiesetta della Madonna delle Grazie e prosegue verso l’alpe di Vesenda bassa, dove si trova
l’albero monumentale “l’Avez dè Vesenda”, che ha oltre 400 anni.
L’itinerario consente di scoprire le tracce della vita tradizionale di montagna, tra vecchie segherie,
carbonaie, caselli del latte e antichi forni fusori del ferro risalenti al XIV secolo.
Un paesaggio culturale e
naturale ancora vivo, dove si incontrano le pratiche agricole legate ai maggenghi, prati e pascoli di mezza quota utilizzati in primavera, con la produzione del formaggio Matusc, e degli alpeggi, pascoli d’alta quota sfruttati in estate, da cui nasce il rinomato Bitto. Il percorso offre inoltre scorci sulla vegetazione alpina, sugli alberi monumentali e sulla fauna tipica delle Orobie Valtellinesi.
Ad Albaredo è inoltre possibile vivere
l’esperienza innovativa del MetaBorgo, un percorso virtuale che consente di intraprendere un viaggio nel tempo alla scoperta della storia e delle tradizioni della comunità locale. Grazie a visori dedicati, i visitatori possono immergersi nella vita del borgo com’era un tempo, creando un ponte tra passato e presente.
Questa esperienza trova un naturale proseguimento anche all’aperto: passeggiando tra le vie del paese, è
infatti possibile ammirare i murales che raccontano paesaggi, scene di vita quotidiana ed episodi della
storia di Albaredo, trasformando l’intero borgo in un racconto diffuso e coinvolgente.
Maggiori informazioni: ecomuseoalbaredo.it


Ecomuseo della Valmalenco: la ricchezza delle pietre locali

A nord della città di Sondrio, al confine con la Svizzera, si trova la valle alpina della Valmalenco, in un
paesaggio dominato dai profili unici dei monti Bernina e Disgrazia: l’ecomuseo locale abbraccia i comuni di
Chiesa Valmalenco, Lanzada e Caspoggio e si impegna a custodire e valorizzare la memoria collettiva della
comunità locale.
La storia di questi luoghi, così come la sua economia e conformazione geologica, è
fortemente segnata dalla ricchezza di risorse minerarie, soprattutto talco, pietra ollare e serpentini, che hanno influenzato profondamente lo sviluppo del territorio. Accanto a questa dimensione, emerge anche una storia quotidiana fatta di lavoro agricolo nei piccoli campi e sugli alpeggi, oltre che di allevamento e lavorazione del latte. I percorsi di visita proposti dall’ecomuseo sono al tempo stesso fisici e culturali, capaci di guidare il visitatore alla scoperta dell’identità più autentica della valle.
In particolare, uno degli elementi identitari più significativi della Valmalenco, dal punto di vista geologico,
culturale, storico ed economico, è rappresentato dalla pietra ollare, roccia metamorfica tenera e
facilmente lavorabile che è stata utilizzata per secoli nella produzione di recipienti da cucina, noti
localmente come lavéc.
Maggiori informazioni: ecomuseovalmalenco.it


Ecomuseo delle Terrazze Retiche di Bianzone: il paesaggio dei vigneti storici

Incastonato sui pendii scoscesi delle Alpi Retiche, tra Tirano e la Val Poschiavo in Svizzera, si estende il
territorio dell’Ecomuseo delle Terrazze Retiche di Bianzone, comune della media Valtellina in provincia di
Sondrio; qui, il paesaggio è caratterizzato da antichissimi terrazzamenti vitati, che si sviluppano dal monte
verso il piano, creando un equilibrio armonico tra natura e intervento umano.
L’organizzazione degli
insediamenti e delle coltivazioni riflette, infatti, una lunga storia di adattamento al territorio, profondamente legata alla viticoltura sui versanti più soleggiati.
Le opere realizzate dall’uomo nel corso dei secoli per valorizzare l’agricoltura, come le “muracche”, muretti
a secco, e le “calchere”, antichi forni per la produzione della calce, si intrecciano con le caratteristiche
morfologiche del territorio, dando forma a un paesaggio ricco e stratificato.
A questo patrimonio si affianca una grande varietà di risorse naturali e culturali: la flora e la fauna alpine, le diverse tipologie di bosco che si incontrano risalendo i versanti e gli insediamenti di montagna con le tipiche costruzioni rurali. Il valore storico dell’area è ulteriormente arricchito dalla presenza di testimonianze della vita tradizionale, come i büi, gli antichi lavatoi utilizzati nei secoli scorsi non solo per attingere acqua e lavare i panni, ma anche come autentici luoghi di socialità nella vita del borgo.
Accanto a queste tracce del passato si inseriscono gli
edifici religiosi, tra cui diverse chiese; spicca in particolare la Parrocchiale di San Siro (XI secolo), una delle testimonianze più significative del romanico lombardo nella zona.
Questo insieme di aspetti rende l’area interessante per un pubblico ampio e diversificato, lungo un percorso che si completa con la scoperta della cucina locale a base di grano saraceno.
Tra i piatti
tradizionali spiccano pizzoccheri, sciatt e polenta taragna, accompagnati dai vini del territorio e dalle mele IGP di Valtellina, prodotti che rappresentano e caratterizzano profondamente l'identità del borgo.
Maggiori informazioni: ecomuseoterrazzeretiche.it

Ponte 25 aprile 2026: 10 destinazioni in Europa dove andare

Ponte 25 aprile 2026: 10 destinazioni in Europa dove andare

Il ponte del Festa della Liberazione è uno dei momenti migliori per viaggiare in Europa: clima ideale, giornate lunghe e prezzi ancora gestibili rispetto all’estate.
Se stai cercando dove andare per il ponte del 25 aprile 2026, queste 10 destinazioni europee offrono il mix perfetto tra cultura, relax e atmosfera primaverile.

Lisbona

1 – Lisbona: tra miradouros e quartieri storici

Perfetta per un weekend lungo, Lisbona in primavera regala temperature miti (18–22°C) e una luce incredibile. Cosa fare in tre giorni?
Esplorare Alfama e salire al Castelo de São Jorge, fermarsi nei miradouros (Santa Catarina e Senhora do Monte) e assaggiare i pastéis de nata a Belém.
Perché sceglierla: è una delle migliori città europee per aprile: autentica, economica rispetto ad altre capitali e perfetta da girare a piedi e con i tradizionali tram.

Siviglia

2 – Siviglia: clima perfetto e atmosfera andalusa

Aprile è il mese ideale per visitare Siviglia: caldo sì ma non eccessivo, con una città in piena fioritura. Da non perdere anche se ci state pochi giorni la Real Alcázar e la Cattedrale con la Giralda e la plaza de España specie al tramonto. Da visitare sicuramente anche il quartiere di Triana. Da non perdere una serata a tapas e flamenco.
Perché andarci: tra le mete più amate per il ponte 25 aprile grazie al mix di cultura, cibo e prezzi accessibili.

Budapest

3 – Budapest: terme, relax e panorami sul Danubio

Budapest è ideale per chi cerca un weekend rilassante ma ricco. In questo mese di aprile anche se vi trattenete solo per un week end lungo godetevi i bagni termali Széchenyi o Gellért oppure regalatevi una passeggiata sul Ponte delle Catene ammiirando il Parlamento e il Bastione dei Pescatori.
Perché sceglierla? E’ una delle capitali europee più economiche, perfetta per un ponte rigenerante.

Amsterdam

4 – Amsterdam: tulipani e weekend primaverile perfetto

Tra aprile e inizio maggio, Amsterdam è nel suo momento migliore sia per visitare i musei (Van Gogh e Rijksmuseum) sia per condersi un giro in bici tra i canali oppure per andare fuori porta e fare un’escursione ai campi di tulipani (Keukenhof).
Perché dceglierla? una delle destinazioni più iconiche per la primavera in Europa.

Atene. ph Neirfys, deposotphotos

5 – Atene: viaggio tra storia e mare

Atene ad aprile è perfetta: meno caldo e meno affollata. Salite quindi all’acropoli per ammirare il Partenone, visitare il quartiere Plaka e salire in barca per fare un escursione in mare (Glyfada o Capo Sounion).
Atene in primavera è una meta i
deale se vuoi combinare cultura e primi assaggi d’estate.

Praga. Foto di William Zhang su Unsplash

6 – Praga: weekend romantico tra castelli e birra artigianale

Praga in primavera è più vivibile e meno affollata. E allora aprofitatene per visitare il castello e il Ponte Carlo, la piazza della Città Vecchia e iquartieri meno turistici come Vinohrady, Una città perfetta per coppie o per un viaggio suggestivo low cost.

 Copenaghen

7. Copenaghen: design, sostenibilità e vita all’aperto

Con la primavera, la città esce dal suo inverno e cambia ritmo. Cosa fare? Scoprite Nyhavn e i canali, concedetevi un giro in bici godetevi lo street food market e i quartieri creativi.
Perche sceglierla? Perchè è un city break moderno, nordico e super vivibile.

Porto

8 – Porto: alternativa a Lisbona (più autentica)

Porto è perfetta per chi vuole qualcosa di meno turistico rispetto alla celebre capitale lusitana. Non è possibile non ammirare la Ribeira e il centro storico ed è impossibile lasciare la città senza aver fatto un giro per cantine a degustare il celebre Porto, specie a Vila Nova de Gaia. Infine imperdibile ammirare il tramonto sul Douro.
Una città da scegliere per la sua atmosfera
autentica, i prezzi contenuti e l’ottimo cibo.

Valencia

9 – Valencia: mare e architettura contemporanea

Una delle città più complete per un weekend lungo e da scegliere per la sua città delle Arti e delle Scienze per la famosa piaggia della Malvarrosa e per il suo centro storico e i suoi mercati.
Una p
erfetta combinazione tra relax, cultura e movida.

Lubiana

10 – Lubiana: la meta alternativa e sostenibile

Piccola ma sorprendente, Lubiana, la splendida capitale slovena è sempre più popolare. Bella, fresca ed elegante col suo castello il centro pedonale lungo il fiume e per chi vuole allungare il week end fate un salto al celebre lago di Bled.
Ideale per chi cerca una destinazione europea meno affollata e green.

Valle d’Aosta: la valle che non esiste

Valle d’Aosta: la valle che non esiste

Quando si parla di Valle d’Aosta, la regione più piccola e più alta d’Italia che ha il concetto di “valle” nel nome, si fa presto a distinguere tra valle “principale” e valli “minori”, identificando la prima con il percorso della Dora Baltea dai piedi del Monte Bianco al confine piemontese, mentre le seconde con le circa dieci valli con affluenti, sulla destra e la sinistra orografica del principale corso d’acqua della regione.
La Val d’Ayas, la Valtournenche, la Valle del Gran San Bernardo o la Valdigne, per intenderci. Tutto qui?
Non esattamente.
Per cominciare, molte di queste si dividono a propria volta in una moltitudine di combe valloni, che complicano non poco il lavoro di chi, con uno sguardo abituato a guardare le montagne come sfondo di una pianura sconfinata o come gita domenicale, si accontenta dei concetti come valli maggiori e minori.
E come Val d’Aosta, una valle che non esiste e un consueto errore ortografico commesso, a volte, anche dai valdostani stessi. Per Valle d’Aosta, infatti, non s’intende una singola valle, ma tutto questo complesso sistema a lisca di pesce, l’insieme di tutte le valli sopra descritte.

Esistono, invece, valli più o meno conosciute e visitate

E su quest’ultime ci concentreremo. Valli “minori” tra le minori, minori nell’attenzione ricevuta dai media mainstream, minori nei numeri e nelle statistiche turistiche, dove è raro trovare degli influencer in azione e che è raro trovare nell’immaginario della stragrande maggioranza delle persone che scelgono la montagna come meta delle proprie vacanze.
Ma non nell’interesse per la natura, per gli animali, per la magnificenza delle vette altissime che si stagliano verso alcuni dei cieli più limpidi del nostro Paese, in una cultura culinaria a cui mancherà qualche stellina nelle graduatorie di chi valuta i contesti enogastronomici più diversi con parametri identici, ma non il vero carattere della cucina delle Alpi, che conosce regole tutte sue.
Ecco alcune di queste valli, un buon inizio da cui partire alla scoperta di moltissime altre.

Valle di Rhêmes. Parco Nazionale del Gran Paradiso: fauna, cammini, rifugi veri

C’è un momento, salendo lungo la Valle di Rhêmes, in cui ci si rende conto che il silenzio non è assenza di suono, ma presenza di qualcos’altro.
È la montagna che smette di essere scenografia e diventa contesto. I rifugi qui sono rifugi nel senso pieno del termine: luoghi dove ci si ferma perché fuori fa freddo o sta scendendo la nebbia, non perché trasformati in destinazioni gastronomiche.
I sentieri seguono logiche antiche, quelle dei pastori che per secoli hanno portato le greggi sugli alpeggi alti, e degli alpinisti che hanno imparato a leggere queste creste prima che esistessero le cartine. Le alte vie che attraversano la valle la connettono al resto del sistema alpino valdostano con una coerenza geografica che solo i camminatori lenti sanno apprezzare.
I pascoli producono ancora oggi il latte che diventa Fontina DOP, uno di quei casi in cui il territorio si gusta per davvero, non per metafora. Rhêmes ha mantenuto un profilo basso, quasi schivo, a differenza di altre valli che negli anni hanno costruito un’identità turistica più riconoscibile.
Qui si viene per la natura, per i sentieri, per quella particolare qualità dell’aria che a certe quote non si descrive ma si respira. Ed è esattamente questo il motivo per cui vale la pena andarci.


Valsavarenche. Selvaggia, verticale, senza compromessi

Se si vuole capire cosa significa davvero il Parco Nazionale del Gran Paradiso, la Valsavarenche è il posto giusto da cui cominciare.
È l’unica valle interamente compresa nel territorio del parco, e questo non è un dettaglio amministrativo: è una condizione che si percepisce fisicamente, nel modo in cui la fauna si muove senza timidezza, nel modo in cui i pascoli alti sembrano fuori dal tempo, nel modo in cui lo stambecco — animale simbolo del parco, salvato dall’estinzione proprio grazie all’istituzione di quest’area protetta nel 1922 — ti osserva dal masso con un’indifferenza che è, in realtà, fiducia.
La valle sale dritta verso la vetta del Gran Paradiso con una determinazione quasi caratteriale, e la strada che percorre il fondovalle termina senza trasformarsi in altro: finisce, e da lì in poi si va a piedi. Chi arriva in Valsavarenche lo fa con un’intenzione precisa.
L’alpinismo ha qui una storia lunga, legata alle prime ascensioni ottocentesche, ma è il paesaggio protetto nella sua interezza a costituire il vero patrimonio di una valle che non si offre, si guadagna.


Valle di Saint-Barthélemy. Un mix raro: natura selvaggia e ricerca scientifica

Ci sono valli che hanno una vocazione sola e valli che ne hanno due, apparentemente incompatibili, che invece convivono con una naturalezza sorprendente.
La Valle di Saint-Barthélemy è di queste ultime. Da un lato, un paesaggio che ha tutto ciò che ci si aspetta da una valle laterale valdostana di media quota: alpeggi, boschi di larici, il profilo inconfondibile delle Alpi Pennine sullo sfondo. Dall’altro, a Lignan, uno degli osservatori astronomici più importanti d’Italia, l’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta, scelto non a caso in questa specifica posizione: i cieli di Saint-Barthélemy sono tra i meno inquinati d’Europa, e questo dato da solo racconta qualcosa di essenziale sulla valle.
Poca luce artificiale significa poca presenza umana permanente, e poca presenza umana significa ecosistemi integri, ritmi lenti, una relazione con il tempo che nelle città si è dimenticata. Visitare Saint-Barthélemy di giorno per camminare e di notte per guardare il cielo non è un programma insolito: è semplicemente il modo più logico di stare in un posto del genere. Una valle che guarda in su, in tutti i sensi.


Champorcher, nascosta in piena vista

La Valle di Champorcher è una delle prime valli che si incontrano entrando in Valle d’Aosta, eppure è anche una delle meno conosciute. Come mai?
Per la fretta di raggiungere destinazioni più blasonate, forse, o per il sospiro di sollievo dell’essere quasi arrivati che spinge a trascurare quello che c’è appena prima della destinazione.
Una valle poco frequentata, cha preserva qualcosa di difficile da trovare altrove, e il Parco naturale Mont Avic — primo parco regionale della Valle d’Aosta, istituito nel 1989 — ne è la dimostrazione più concreta: un’area protetta con decine di laghi alpini, torbiere, foreste di pino uncinato e larice, che ospita stambecchi, camosci e marmotte in un paesaggio modificato solo marginalmente dall’uomo.
Ma la vallata non si esaurisce nella natura alta: scendiamo di quota per trovare, a Pontboset, una gola selvaggia scavata dal torrente Ayasse e attraversata da ponti medievali a schiena d’asino, e il celebre Giro dei Sei Ponti è uno di quei percorsi che restituisce intatta la sensazione di camminare su tracciati costruiti per necessità, non per piacere.
A Champorcher stessa, in frazione Chardonney, 
l’Ecomuseo della canapa racconta un’attività artigianale che fino agli anni Cinquanta coinvolgeva quasi tutte le famiglie della vallata.

Novità 2026: la strada dei forti

Novità 2026: la strada dei forti

“Le strade dei forti” è un cammino in 13 tappe tra i luoghi più belli del Pinerolese, dal Po al Monviso.
Un percorso che si snoda all’interno del Parco delle Alpi Cozie e, per un lungo tratto, sul Sentiero del Glorioso Rimpatrio dei Valdesi: rappresenta una nuova proposta di trekking a livello italiano e, soprattutto, una nuova offerta turistica nel segno del turismo lento, fatto di incontri e di conoscenza reciproca, rispettoso delle tradizioni, sostenibile in termini di impatto ambientale e di accoglienza turistica.
Il Cammino deve il suo nome ai forti esistenti su queste montagne, disseminati tra prati e rododendri e omaggia, in particolare, la grande muraglia piemontese, il Forte di Fenestrelle con i suoi 4000 gradini, la più grande struttura fortificata d’Europa e la più estesa costruzione in muratura dopo la Muraglia cinese. Il percorso si snoda tra pianura e montagna toccando frutteti, castelli, vigneti, paesini, dimore fiorite, Usseaux, uno dei borghi più belli d’Italia e Bandiera arancione del Touring, toccando anche la Strada dell’Assietta e la città di Pinerolo.


Il patrimonio di fortificazioni che dà origine al progetto

Una delle peculiarità del territorio pinerolese, area frontaliera tra il Piemonte (e poi l’Italia unita) e la Francia, è il patrimonio di fortificazioni, dalla pianura alle valli alpine: siti, beni, manufatti che hanno origini antiche, sono stati trasformati attraverso i secoli, hanno conformazioni diverse a seconda delle epoche storiche, come differente è il loro pregio architettonico, dal maestoso Forte di Fenestrelle alle casematte del vallo alpino.
Il Cammino rappresenta un percorso ideale che unisce e valorizza questi elementi di interesse, prendendo origine dal fiume Po, a Villafranca Piemonte, per proseguire verso Cavour con la sua Rocca, la città di Pinerolo, sede della mostra dedicata alla Cittadella Fortificata, e poi salire verso la Val Chisone, dove si incontra subito il Bec Dauphin, a Perosa Argentina, antico confine del Delfinato.
A Fenestrelle, elemento simbolo del sistema difensivo piemontese e monumento emblematico dell’architettura militare, si staglia il Forte di Fenestrelle, imponente complesso a sbarramento del fianco sinistro della Val Chisone: è composto da tre forti – San Carlo, Tre Denti e delle Valli – e da ridotte, spalti, bastioni, scale e risalti, per una superficie di 1.350.000 metri quadrati.
Fa parte della nuova proposta turistica anche la Strada dell’Assietta, la strada militare più alta d’Europa con i suoi panorami magnifici e i resti di numerosi forti. Il cammino prosegue poi fino a Massello con la Cascata del Pis, per poi arrivare a Prali, con l’Ecomuseo delle Miniere e della Valle Germanasca e, infine, tocca la Conca del Prà, a Bobbio Pellice, dove si può intercettare il Gran Tour che porta al Monviso o scendere a Bobbio Pellice e terminare il percorso.
Questo Cammino nasce proprio per promuovere questo paesaggio fortificato, riconoscendolo come elemento rappresentativo della cultura comune e patrimonio simbolico delle comunità locali. Ma anche per andare oltre: come si legge nella presentazione «…una terra di confine, costellata di forti e fortificazioni ideate per dividere e per difendere i territori e le comunità, sotto l’aspetto politico, geografico, culturale e religioso, offre ora l’opportunità di unire, condividere e conoscere questo esteso patrimonio locale, creando nuove occasioni di incontro e di coinvolgimento, sia della comunità locale che dei visitatori.
Ricordiamo che Le Strade dei Forti percorrono una parte del Glorioso Rimpatrio dei Valdesi, nel tratto che, dal Colle di Costapiana, conduce verso la Val Troncea, e – passando al Col del Pis, prima nel vallone di Massello, e, poi, in Val Germanasca – risale il Vallone dei 13 laghi di Prali, in quota, per giungere al Col Giulian. Quindi, ecco Bobbio Pellice. Tutte zone che furono teatro di scontri e di battaglie tra i valdesi e i dragoni di Francia.


I numeri: tre valli e 227 chilometri

3 valli
227 chilometri
7 tappe d’alta quota)
1 forte con 4000 gradini
Più di 30 strutture convenzionate
Il cammino – inserito sulla piattaforma “Cammini d’Italia” – attraversa tre valli – Chisone, Germanasca e Pellice – per 227 chilometri. Chi vuole, può anche percorrerlo in bicicletta: in questo caso, il percorso prevede cinque tappe, dalla pianura fino alla Strada dell’Assietta a 2500 metri, verso Sestriere e ritorno.
Qualche numero: 17 sono attualmente le strutture convenzionate dove dormire, 18 quelle dove fermarsi a mangiare mentre sette realtà partner si occupano di servizi, dalle guide escursionistiche al trasporto bagagli.


Le 13 tappe, da Villafranca Piemonte al Gran Tour del Monviso

Tappa 1: Villafranca Piemonte – Cavour
Tappa 2: Cavour – Pinerolo
Tappa 3: Pinerolo Centro
Tappa 4: Pinerolo – San Germano Chisone
Tappa 5: San Germano Chisone – Perosa Argentina
Tappa 6: Perosa Argentina – Fenestrelle
Tappa 7: Fenestrelle – Pian dell’Alpe (con variante attraverso Usseaux)
Tappa 8: Pian dell’Alpe – Casa Assietta
Tappa 9: Casa Assietta – Pattemouche/Pragelato
Tappa 10: Pattemouche/Pragelato – Massello
Tappa 11: Massello – Prali
Tappa 12: Prali – Conca del Prà
Tappa 13: Conca del Prà – Bobbio Pellice
o in alternativa la variante Conca del Prà – Gran Tour del Monviso
Una terra di confine, costellata di forti e fortificazioni ideate per dividere e per difendere i territori e le comunità, sotto l’aspetto politico, geografico, culturale e religioso, offre ora l’opportunità di unire, condividere e conoscere questo esteso patrimonio locale.
Il fiume Po da Villafranca Piemonte è il punto di partenza della Strada che si snoda, passando da Pinerolo, fino al Forte di Fenestrelle per poi proseguire verso il Monviso, il faro che accompagna lungo il percorso.
Nel mezzo, pianure, vigneti eroici, castelli di pianura, la Città di Pinerolo, laghi, cascate e forti, Usseaux, (facente parte dei Borghi più belli d’Italia), forti di alta montagna sulla meravigliosa Strada dell’Assietta, percorsa ogni anno da migliaia di turisti, fino al Forte di Fenestrelle. 


Come prendere parte: la credenziale e dove ritirarla

La credenziale è la compagna di viaggio più fidata dei camminatori. Non è solo un documento: è la traccia concreta del percorso, una collezione di timbri, incontri, storie e chilometri.
Durante il tragitto, a piedi o in bici, si potrà farla timbrare in diversi punti: strutture ricettive, uffici turistici, bar, ristoranti e associazioni locali. Ogni timbro è una tappa conquistata.

La credenziale, ritirata di persona o spedita via posta, dà diritto a uno sconto sulle strutture convenzionate e permette di ottenere la versione Pro dell’app Outdooractive per 30 giorni per poter camminare in sicurezza anche senza connessione.  Insieme alla credenziale, una “surprise bag” raccoglie altri gadget e strumenti utili al cammino.
Punti di riferimento per i camminatori sono l’Ufficio di Turismo Torino e Provincia, in via del Duomo 1 a Pinerolo (tel: 0121 795589
mail: info.pinerolo@turismotorino.org) e l’Ufficio del Consorzio Turistico Pinerolese e Valli, con sede in via Mazzini 30 a Pinerolo (tel: 331 3901745; mail: info@turismopinerolese.it): entrambi forniscono informazioni e supporto ai camminatori.
È possibile, inoltre, prenotare i pernotti e il trasporto bagagli, acquistare le t-shirt ufficiali del cammino oltre a eventuali esperienze e servizi aggiuntivi per famiglie.
È possibile percorrere cinque (consecutive) delle tappe del Cammino dei Forti in bicicletta. Si tratta della tappa Villafranca Piemonte (dislivello: 180 metri;   sviluppo: 43 km), Pinerolo – Fenestrelle (salita 900 m – discesa 120 m; sviluppo: 44,8 km), Fenestrelle – Pian dell’Alpe (in salita 1000 metri, in discesa 240 metri,  sviluppo: 21 km), Pian dell’Alpe – Sestriere (in salita 1000m in discesa 950m, sviluppo: 34,4 km) e Sestriere – Villafranca Piemonte (dislivello: in salita 261m in discesa 2.017m;  sviluppo: 83,3 km).


La storia di questo Cammino

Il progetto de “Le strade dei forti” nasce dalla volontà della Cabina di Regia Turismo di Zona Omogenea Pinerolese 5 di valorizzare il paesaggio fortificato del Pinerolese.
Il progetto ‘Paesaggio fortificato, nell’evoluzione del rapporto storico tra il Piemonte e la Francia – Le Strade dei Forti – fase 2 ’ è stato realizzato grazie al contributo di Fondazione Compagnia di San Paolo tramite il Bando ‘In Luce. Valorizzare e raccontare le identità culturali dei territori’.
Le Strade dei Forti è un progetto nato nel periodo post COVID dalla volontà della Cabina di Regia Turismo di Zona Omogenea Pinerolese 5 di valorizzare il paesaggio fortificato del Pinerolese che caratterizza fortemente questo territorio. L’intento era quello di unire le principali risorse che negli anni sono state valorizzate anche con ingenti contributi e metterle in rete al fine di giungere a una fruizione coordinata e sostenibile. Nasce così un cammino lungo il “Paesaggio fortificato, nell’evoluzione del rapporto storico tra il Piemonte e la Francia”’, (Team di progetto costituito da Città di Pinerolo -capofila-, Comuni di Fenestrelle, Usseaux, Prali, Fondazione La Tuno, Fondazione Centro Culturale Valdese, Accademia di Musica di Pinerolo) presentato alla Fondazione CFP tramite il Bando “In Luce. Valorizzare e raccontare le identità culturali dei territori”
La presentazione ufficiale è avvenuta a marzo 2025, proprio al Forte di Fenestrelle. Il Consorzio Turistico Pinerolese e Valli, in collaborazione con l’associazione Artena, ha poi lavorato agli incontri e alla formazione di strutture e operatori, nonché a tutta la piattaforma logistica e organizzativa: da agosto 2025, è possibile percorrere le 13 tappe. Un simbolico “varo”, se è vero che i sentieri erano già esistenti e percorribili. 

La “Semana Santa a Tobarra” passione, emozione e il suono incessante dei tamburi per più di cento ore

La “Semana Santa a Tobarra” passione, emozione e il suono incessante dei tamburi per più di cento ore

Una tradizione che sta per compiere mezzo secolo e che quest’anno punta a battere un primato da Guinness: suonare lo stesso tamburo per 104 ore consecutive
Nel 2024 l’unica città in Europa a sospendere il passaggio all’ora legale per non interrompere il suono dei tamburi.
La Settimana Santa è una delle feste più radicate e profonde della tradizione spagnola, una commemorazione che vanta secoli di storia e che ricorda la Passione e la morte di Gesù Cristo.
Vi abbiamo parlato della semana santa di Astonga, e di come viverla in Catalogna adesso, pur rimanendo sempre in Spagna viviamo un’esperienza unica.
Le strade della maggior parte delle città e dei paesi spagnoli si trasformano in scenari di fervente devozione religiosa, dove lutto e contemplazione si fondono nel ricordo della morte di Cristo con la musica, l’arte, il colore e la magia delle processioni, la fattura artigianale di mantelli, veli e tuniche, i variopinti abiti dei membri della confraternita, la presenza di soldati romani o membri dell’esercito e i solenni cortei in cui sfilano tra la folla le immagini religiose.


La Semana Santa dei tamburi di Tobarra

Ma ciò che rende unica la Semana Santa de Tobarra, una cittadina della Castilla-La Mancha, è il suono incessante del tamburo, che inizia alle quattro del pomeriggio del Mercoledì Santo e continua fino a mezzanotte della domenica di Pasqua.
Non si tratta semplicemente di qualche percussione che scandisce il ritmo della processione, ma un raduno di migliaia di tamburi fatti a mano, di vari stili e forme, che verranno suonati senza sosta per giorni in tutta la città.
La tradizione, che celebrerà il suo cinquantesimo anniversario in questo 2026, viene seguita in modo così rigoroso che lo scorso anno Tobarra è stato l’unico comune in Europa a non passare all’ora legale per evitare di interrompere il rullo dei tamburi durante i sessanta minuti “persi” con il cambio delle lancette; quest’anno, 400 suonatori si alterneranno per cercare di battere un primato Guinness, suonando lo stesso tamburo per 104 ore consecutive.


Un rituale collettivo

Sebbene la Semana Santa de Tobarra abbia anche altri aspetti degni di nota  come la Virgen de los Dolores di Francisco Salzillo, uno dei migliori scultori del barocco spagnolo, che da più di un quarto di secolo presiede la sfilata della Confraternita della Santissima Vergine Addolorata e della Solitudine di Maria, il Giovedì Santo, il Venerdì Santo e la Domenica di Pasqua sono stati soprattutto i tamburi a consentirle di ottenere nel 2018 la distinzione di Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’Unesco, un riconoscimento che si aggiunge alla dichiarazione di Bene di Interesse Culturale da parte della Giunta Regionale della Castilla-La Mancha nel 2016; è anche una Festa di Interesse Turistico Nazionale e aspira a diventare Internazionale.
Si tratta di un rituale collettivo basato sul suono simultaneo, intenso e continuo di migliaia di tamburi e grancasse all’aria aperta; è diventata una pratica sociale, tramandata di generazione in generazione, capace di generare un paesaggio sonoro unico che accompagna, dalla domenica delle Palme a Pasqua, le otto processioni a cui partecipano, con ricchezza di immagini e troni, le quindici confraternite della città.
Il tamburo, protagonista della Semana Santa di Tobarra, si è evoluto nel corso di centinaia di anni: dal legno e dalla corda fino agli attuali alluminio e goffratura, passando per lamiera e metallo, scatole traforate, torni scolpiti, pregiate pelli di capra, bordoni risonanti, cerchi in filigrana (alcuni placcati in oro e argento). Sono stati composti numerosi stacchi e marce: la creazione musicale continua senza sosta e alimenta il ricco repertorio della tradizione tobarreña.


Una storia millenaria

Gli strumenti a percussione sono i più antichi della Storia: di solito suonano una sola nota, ma molto forte; a maggior ragione se ci sono più suonatori, e in questo caso si chiama tamborrada.
Tracce dell’uso dei tamburi sono state rinvenute in diverse civiltà antiche, come la Mesopotamia, l’Egitto, la Cina e l’Africa.
Nell’antica Grecia, il tamburo era noto come tympanon e veniva utilizzato nelle cerimonie e nelle feste religiose.
Nell’antica Roma invece il tympanum era usato in battaglia e negli spettacoli teatrali. In Spagna venne introdotto dagli arabi nel Medioevo e divenne un elemento chiave della musica militare: veniva utilizzato per comunicare gli ordini durante le battaglie e per scandire il ritmo delle parate e delle marce militari. Durante il Rinascimento trovò il suo posto insieme ad altri strumenti a percussione nella musica da camera e nelle orchestre.
Nel XIX e XX secolo, con l’avvento della musica popolare, la batteria divenne uno strumento essenziale in generi come il jazz, il rock e il funk: il sound distintivo e la capacità di dare ritmo divennero elementi chiave di questi stili musicali. Il suo suono ritmico e potente è stato utilizzato per comunicare, celebrare rituali, accompagnare danze e scandire il passare del tempo. Nel corso della storia, il tamburo si è evoluto e si è adattato a diverse culture, acquisendo forme e suoni unici in ciascuna regione del mondo.


Momenti unici

Tra una tamborrada e l’altra si susseguono momenti particolari come il Mercoledì Santo, quando i soldati romani arrestano Cristo; o il Venerdì Santo, quando ha luogo l’atto più sublime della festa di Tobarra, con la benedizione impartita dal Cristo articolato sul Calvario a trentamila fedeli radunati davanti all’immagine della Madonna Addolorata.
È un momento impressionante, come se la statua avesse preso vita: dopo che uno squillo di tromba mette a tacere i tamburi, il suo braccio benedice i presenti nei quattro punti cardinali. Il braccio articolato è azionato da un meccanismo situato sotto il trono, riservato ai membri di una famiglia, i “Sabina”, che ereditano di generazione in generazione la responsabilità di muovere il braccio che impartisce la Benedizione.
Poi i suonatori di tamburo, che indossano tuniche viola, blu, rosse, legate in vita con un cordone e una sciarpa bianca annodata al collo, riprendono il loro ritmo monotono, ma dalle sfumature che gli esperti sanno ben distinguere, e che manterranno per più di cento ore al suono del “Mektub”, una partitura musicale funerea, intensa e commovente; nel frattempo, i troni del Cristo e della Madonna Addolorata vengono trasportati dagli “agarráores”.


Il giovedi Santo e la mattina di Pasqua

Un altro momento particolare è la mattina della domenica di Pasqua, quando i tamburi tacciono di nuovo in occasione dell’Inno Nazionale e per far sì che, sempre sul Monte Calvario, abbia luogo l’Incontro tra le immagini del Gesù Risorto e della Vergine Addolorata.
I due troni si fronteggiano e vengono fatti prima tre inchini in avanti finché i non si uniscono pali anteriori di ciascun trono; poi altri tre uniti; e infine, tre all’indietro per allontanarsi. Dopodiché, si riuniscono di nuovo di fronte al pubblico radunato per assistere all’Incontro.
Ma ancor prima, durante il Giovedì Santo, si svolge un altro momento unico: la Discesa del Cristo della Caduta,  meglio conosciuta come Paso Gordo per il suo enorme peso lungo i ripidissimi pendii dell’Encarnación; un atto di forza, sacrificio e devozione per i costaleros, poiché l’immagine pesa oltre due tonnellate, divise un tempo tra 16 agarráores e oggi fra trenta.
Ogni anno un numero sempre maggiore di fedeli segue i costaleros per infondere loro coraggio; gli abbracci fra i coraggiosi uomini e donne che  trasportavano l’immagine, una volta arrivati alla Plaza de España, concludono il rituale della Discesa del Paso Gordo: per la confraternita sta per iniziare la processione del Giovedì Santo, e a Tobarra i tamburi riprendono a suonare.