In alto i calici al festival di Sanremo

In alto i calici al festival di Sanremo

Uno, due e tre… Su il sipario. Inutile negarlo anche quelli che snobbisticamente lo negano anche a se stessi tutti in questi giorni saranno sintonizzati sul teatro Ariston di Sanremo dove va in scena da 74 anni il festival della canzone italiana.
Cinque giorni intensi in cui tutto il mondo ruota intorno al capoluogo della Riviera dei Fiori.
Uno spaccato d’Italia che si rappresenta e si specchia nei suoi vizi e virtù anche la storia delle “canzonette” che attraversano i decenni con linguaggi che si modificano ma che mantengono immutati o quasi i capisaldi del bel canto all’italiana.
L’amore con i suoi sospiri, le sue gioie e le sue sofferenze domina nei testi ma anche un simbolo italico è molto presente: il vino.

Sanremo 2024 senza eno canzoni in gara

Una presenza quella del mondo enoico anche fra le sette note delle canzonette festivaliere e che ci rappresenta simbologie diverse, ma che ha come comune denominatore essere portatore sano di gioia.
Quando ieri sera Amadeus ha dato il via al grande evento siamo rimasti sorpresi che in questa edizione mancano citazioni a Bacco.
Al vino da sempre si dedicano tante canzoni, ma quest’anno fra i big in gara un po’ di odor di vino lo si può intuire solo nel brano “Ma non tutta la vita” dei Ricchi e Poveri nella strofa “prendo già da bare, i tuoi gusti li conosco”…
Lo scorso anno furono invece due gli artisti a parlare di vino.
Elodie cantava “sei il vino che mi ubriaca” in “Due”, e gli Articolo 31 hanno cantato “un uomo è come il vino, il tempo lo impreziosisce”.

Image by Pierre Rosa from Pixabay

Festival nella storia: tutti i brani che raccontano il vino

Se si riavvolge invece il nastro della memoria a ritroso e si torna indietro nei festival del passato davvero tanti e significativi i brani in cui il vino è presente.
Di vino parlavano anche i trionfatori del 2022 Mahmood e Blanco che in una strofa di “Brividi” recitano così “Tu, che mi svegli il mattino/Tu, che sporchi il letto di vino/Tu, che mi mordi la pelle”.
Nel 2019 è invece il cantautore livornese Enrico Nigiotti che nella sua struggente “Nonno Hollywood” ricorda “Quanto è bella la campagna e quanto è bello bere vino/Quante donne abbiam guardato abbassando il finestrino” ma anche (di nuovo) il vincitore Mahmood nella sua trionfante “Soldi” cantava del nobile frizzante francese nel passo “beve champagne sotto Ramadan”.
Nel 2012 una giovane Emma fresca vincitrice del talent Amici sul palco dell’Ariston si presentò con “Non è l’inferno” e quel testo che raccontava “Ho pensato a questo invito non per compassione/Ma per guardarla in faccia e farle assaporare/Un po’ di vino e un poco di mangiare”.
Con un salto indietro indietro di trent’anni di astemia eccoci al 1982 dove uno dei grandi evergreen non solo di Sanremo ma della storia della musica italiana celebra il vino come simbolo di “Felicità” titolo questo dell’immortale brano cantato da Albano e Romina Power che recita “Felicità/è un bicchiere di vino con un panino/la felicità è lasciarti un biglietto dentro al cassetto/la felicità”.
L’anno precedente una spumeggiante Loretta Goggi consegna ai posteri un altro sublime brano della musica italiana che si classifica al secondo posto ma conquista il cuore di tutti con “Voglia di stringersi e poi/Vino bianco, fiori e vecchie canzoni” strofa contenuta nella sua “Maledetta Primavera”.
Facciamo infine un altro salto indietro di dieci anni ed arriviamo al 1971 quando un giovane ma non imberbe Lucio Dalla – che nel festival di Sanremo dello scorso anno è stato commemorato in occasione degli 80 anni dalla sua nascita – sorprese il pubblico con l’immortale capolavoro “4/3/1943” che fra censure e cambi di testo non ha modificato mai il ritornello: “E ancora adesso che gioco a carte/E bevo vino/Per la gente (le puttane) del porto mi chiamo Gesù Bambino”.

Albano e Romina Power

Brani indimenticabili

Ma ce ne sono tantissime di canzoni di grande successo e che non sono passate per il Festival di Sanremo, eppure hanno lasciato il segno nella musica e hanno comunque celebrato il vino.
Potremmo fare un passo tra i brani di Guccini e De Andrè, Battisti e Capossela ad esempio, oppure citare “Il primo bicchiere di vino” di Sergio Endrigo e il ben noto “Lambrusco e pop corn” di Ligabue.
Come non citare “L’eternità” di Fabrizio Moro, artista che in verità in più di qualche canzone osanna il vino: “È eterno il sorriso ingenuo di un bambino/Sono eterne le mie parole in un bicchiere di vino/È eterna la radice di un albero che ha visto la storia”. Oppure Nek con il suo “E da qui”: “E il rumore del mare/un bicchiere di vino insieme a tuo padre/aiutare qualcuno a sentirsi migliore”.
Ma ci sono anche le cantautrici donne a raccontare il vino da Malika Ayane con la sua “Senza fare sul serio” “Chi invecchiando è più acido/Chi come il vino migliora” alla voce graffiante e piena di romanità di Gabriella Ferri.
Si può fare un salto nel tempo tra la “Samarcanda” di Roberto Vecchioni “Brucian le divise dentro il fuoco la sera/Brucia nella gola vino a sazietà/Musica di tamburelli fino all’aurora”; con i “Quattro amici” di Gino Paoli “Si parlava in tutta onestà di individui e solidarietà/tra un bicchier di vino ed un caffè/tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi però”; o parlando alla “Luna” di Gianni Togni “Poi sopra i muri scrivo in latino/evviva le donne, evviva il buon vino.”

5 idee giramondo per un San Valentino speciale

5 idee giramondo per un San Valentino speciale

Un treno d’epoca, un pic nic, l’aurora boreale, un giardino segreto e il Bow brigde a New York.
Sono le 5 esperienze per un San Valentino lontano dai (non) luoghi comuni. Talmente belle e particolari… che valgono sempre e non solo il 14 febbraio.
Così come due viaggi nello stesso luogo possono essere molto diversi, allo stesso modo, per San Valentino, il tasso di romanticismo di una serata o di una fuga cambia a seconda della particolarità delle scelte che si fanno.
Una 
cena a lume di candela o un massaggio di coppia generico non bastano, insomma, per accendere l’incanto o concretizzare il sogno di regalare a chi si ama qualcosa di indimenticabile.
Ecco qui di seguito i suggerimenti di una nota agenzia per 5 esperienze tra le più romantiche e originali per un San Valentino lontano dai (non) luoghi comuni e da cogliere al volo se non si è ancora deciso cosa fare.

Aranjuez

1 – Nel cuore della Spagna su un romantico treno d’epoca

Si chiama Tren de la Fresa e già questo è sufficiente a far presagire qualcosa di dolce e speciale.
È un treno d’epoca, con alcuni vagoni degli anni ’20, e il nome è legato alla tradizione di offrire fragole a bordo nel corso del viaggio: viene rispettata anche attualmente e il personale è vestito in abiti storici per rendere piacevolmente più realistica l’ambientazione.
Parte dalla capitale e arriva ad Aranjuez, seguendo il primo tracciato ferroviario spagnolo inaugurato nel 1851 per collegare Madrid con l’immenso Palacio Real de Aranjuez.
Vicino al palazzo (da visitare) e ideale per passeggiate mano nella mano, c’è il Giardino dell’isola, inaugurato nel 1733 e Patrimonio dell’Unesco, con i suoi ponticelli, i viali e le fiabesche fontane dedicate a personaggi mitologici. 

La spiaggia di Salalah

2 – Oman: picnic romantico con vista sul blu

Se oltre a voler creare un’ambientazione idilliaca, si desidera fare un break al caldo, in Oman, (si può partire anche last minute: per vacanze fino a 14 giorni non serve il visto) si possono mettere insieme al meglio tutte e due le cose.
Meta perfetta è Salalah: la spiaggia di Fazayah, ha letteralmente dell’incredibile, tra sabbia candida, acqua dalle turchesi trasparenze e scogliere a picco sul mare.
Con questa spettacolare quinta che fa da sfondo, oltre a una giornata di rigenerante relax in pieno inverno, ci si può godere uno scenografico pic-nic, esclusivamente solo per due

L’aurora boreale sulle isole Lotofen

3 – In Norvegia, l’aurora boreale dal mare

Una piccola imbarcazione, una cena di ispirazione gourmet con raffinati piatti e amuse bouche preparati con le eccellenze della terra e del mare della Norvegia e, poi, a un certo punto arriva lei, l’aurora boreale che rende indimenticabile una serata apparentemente perfetta già soltanto con le prime due cose. I colori di questo fenomeno naturale sono di per sé uno spettacolo che non si vorrebbe mai smettere di guardare, ma visti dal mare di Tromsø, sono ancora più belli.
E il coinvolgente racconto di una guida esperta contribuisce a rendere emozionante la serata. 

Tolosa

4 – Un giardino segreto francese lontano dalle mete più battute

Non Parigi, ma Tolosa: sì! Perché la capitale francese sarà pure il luogo per eccellenza degli innamorati, ma per qualche giorno a due, con quell’allure che ha solo la Francia, ma un po’ più intima, una città con meno turisti e in cui mescolarsi alla gente locale, può essere più suggestiva.
Invece della Senna, c’è la Garonna, altrettanto magnetica e per scambiarsi frasi romantiche il punto ideale è un angolo (quasi) segreto dell’immenso Parco Compans-Caffarelli: il giardino giapponese Pierre Baudis, classificato come “Jardin remarquable de France”, che ricrea una sintesi dei giardini di Kyoto.
Da mettere in agenda per i momenti da raccontarsi più e più volte, il suo piccolo ponte rosso e padiglione del tè

Selfie a New York

5 – New York: fuga di un weekend per la proposta della vita

Attraversare l’Atlantico per un weekend: di solito, se si decide di andare a New York, lo si fa per più giorni, ma se si vuole rendere piacevolmente un po’ irrazionale lo scambio di una promessa o farla, magari, a sorpresa, partendo senza svelare nulla all’altra persona, starci soltanto un fine-settimana rende il viaggio un magico stargate romantico tra il prima e il dopo di una storia d’amore.
Un grande classico per le proposte è Bow Bridge a Central Park, lo storico ponte in ghisa che attraversa il The Lake, costruito tra il 1859 e il 1879.
Una leggenda vuole che non si possa dire di no. Da cercare, la scultura vincitrice a tema romantico del concorso indetto in occasione di San Valentino e che viene esposta a Times Square. A cui far seguire, magari, una cena a bordo di una piccola barca sul fiume Hudson o, sempre tenendosi vicini all’acqua, al raffinato River Cafè di Brooklyn: è proprio sotto il celebre ponte e la vista sullo skyline di Manhattan è letteralmente unica. È bene ricordarsi di prenotare con molto anticipo.

Arriva il Carnevale!

Arriva il Carnevale!

Inizia la grande stagione del Carnevale. Ma conosciamo davvero questa festa e le sue tradizioni che oggi sono legate al cristianesimo ma partono molto prima, ovvero dalle feste pagane?
La parola stessa Carnevale
deriva dal latino carnem ovvero levare (togliere la carne) per celebrare l’ultimo giorno di banchetto prima della purificazione di 40 giorni  in onore dell’arrivo della primavera.

Foto di Pexels da Pixabay

La festa pagana della purificazione di Re Carnevale

Lucio Apuleio racconta nel suo Metamorfosi, di gruppi mascherati che giravano per le strade dell’ antica Roma su carri allegorici che rappresentavano il sole e la luna, sempre e comunque gli astri ai quali erano devoti.
Gruppi di giovani attraversavano l’Urbe e tutto era permesso perché si rappresentava il caos prima che l’ordine cosmico fosse costituito. Gli ordini sociali erano superati  e gli istinti avevano libero sfogo.
Alla fine l’ordine è ristabilito. Un rituale di purificazione veniva messo in atto con un processo, una condanna, il testamento e il funerale del Re Carnevale, un fantoccio che veniva messo al rogo. Un’ usanza che ancora si ritrova in alcune città italiane.

Foto di Serge WOLFGANG da Pixabay

Dal buio del Medioevo al Rinascimento

Nel mondo cristiano il carnevale prende avvio la domenica di Settuagesima, circa settanta giorni prima di Pasqua e segna l’inizio del Tempo di Settuagesima (cioè di Carnevale).
Il tempo di preparazione alla Quaresima, in cui si iniziava l’astinenza dalle carni nei giorni feriali. Questo per quanto riguarda la chiesa cattolica con qualche differenza nel rito ambrosiano osservato nella maggior parte delle chiese dell’arcidiocesi di Milano. In queste diocesi si fa iniziare la Quaresima con la prima domenica di Quaresima. L’ultimo giorno di Carnevale quindi è il sabato, 4 giorni dopo rispetto al martedì grasso in cui termina per chi osserva il rito romano.
Nella parte più buia del Medioevo i festeggiamenti si persero, ma con il Rinascimento tornarono mascherate, carri, banchetti, trionfi e canti ” carnascialeschi”, risse.
Gli innocui coriandoli di oggi erano sassate che le bande di ragazzi si tiravano. A Firenze si organizzavano grandi mascherate (i trionfi) sotto le invettive del Savonarola  mentre a Roma c’erano corse dei cavalli e la gara “dei Moccoletti”.

Fu con gli splendori della Venezia dei Dogi più famosi, quella settecentesca che il carnevale scese nuovamente in strada. Lungo i canali, nei palazzi, la maschera  serviva a nascondersi e a godere della vita.
Con i Lorena a Firenze si ristabiliscono grandi festeggiamenti. I Granduchi partecipano ad ogni avvenimento. A metà ottocento con Firenze Capitale del Regno d’Italia  i festeggiamenti duravano anche tanto. Si ricorda il 1886 quando per un’intera settimana in città vennero organizzate sfilate e feste orientali con elefanti e tradizioni asiatiche.

Foto di Serge WOLFGANG da Pixabay

Il Carneval e la Serenissima

Il Carnevale nella storia ci porta inevitabilmente a Venezia negli splendori settecenteschi, secolo nel quale la città raggiunse il suo massimo splendore.
Durante le feste i veneziani tralasciavano tutti gli affari e i commerci e si dedicavano a travestimenti, burle e spettacoli. Le strade si riempivano di  giocolieri, attrazioni, acrobati.
L’apice veneziana si tramanda a noi contemporanei anche tramite i racconti riguardo al grande amatore Giacomo Casanova che racconta dell’uso quotidiano di travestirsi con una maschera per avere un’ identità diversa. Senza ceto di provenienza dove la sera lungo i canali si poteva essere chiunque si desiderasse.

La celebre battaglia delle arance del Carnevale di Ivrea. Foto Italia.it

Quelli più famosi d’Italia

Oggi il Carnevale è soprattutto folklore. Nel 1873 nasce il carnevale di Viareggio , il più conosciuto a livello internazionale, che esordì fin da subito con la tradizionale sfilata dei carri ironici dettati dall’ irreverente spiritaccio toscano.
Il carnevale di Venezia fu soppresso nel 1797 da Napoleone (rimasero solo i festeggiamenti a Burano e Murano) e riprese solo in tempi recenti, nel 1979.
Ma fra i festeggiamenti più famosi in tutta Italia da citare il Carnevale di Ivrea famoso per il momento culminante della Battaglia delle Arance e quello di Acireale che è uno dei più antichi della Sicilia e tanti altri di cui vi faremo un approfondimento a parte

Carnevale: una lunga tradizione dolciaria

Il Carnevale, con i suoi eccessi, si porta dietro anche tradizioni fatte di dolci. Ogni regione ha i suoi. Dalle Cioffe di Sulmona ai Cróstoli o gròstoi o grustal (diffusi a Ferrara, Imperia, Rovigo, Vicenza, Treviso, Trentino, Venezia Giulia). Dai Fiocchetti  del Montefeltro e Rimini alle  frappe romane, passando per le maraviglias sarde, etc….
Ma anche di questo vi parliamo a parte.

 

Sorprendenti carnevali trentini. 3 appuntamenti da non perdere

Sorprendenti carnevali trentini. 3 appuntamenti da non perdere

Maschere, costumi dei più originali e fantasiosi, carri allegorici, scherzi, lanci di coriandoli, tanta musica e l’immancabile profumo dei dolci tipici – grostoi e frittelle – e del vin brulè che pervade le piazze dei paesi. Ma nelle valli alpine del Trentino la tradizione del Carnevale si carica di significati e riti ancestrali, legati ai cicli naturali e al rapporto stretto delle popolazioni con gli elementi naturali che si esprime attraverso le originali figure e i personaggi che li animano o si legano alla storia di queste comunità.

Val di Fassa Carnevale ladino a Canazei. Foto Daniele Lira

Il Carnevale ladino della Val di Fassa

Fino al 13 febbraio in Val di Fassa il Carnevale rappresenta l’evento più suggestivo e popolare della tradizione folcloristica e culturale ladina.
Un appuntamento che ogni anno vive e si rinnova attraverso le “mascherèdes”, che trovano la loro origine in rappresentazioni burlesche e canzonatorie di personaggi appartenuti all’antica quotidianità fassana, e le realizzazioni artistiche delle “faceres”.
Le maschere lignee, ottenute da mezzo tronco di cirmolo, vengono intagliate con estrema maestria dagli scultori locali, esternamente e internamente, affinché aderiscano al volto di chi l’indossa, e quindi decorate.
I riti del Carnevale sono condotti dalle maschere “guida”:
Laché, Bufons e Marascons, che indossano abiti allegri, copricapi adorni di fiori, nastri variopinti, campanacci e, l’immancabile, “facera”.
Per tutto il periodo di carnevale (dal 17 gennaio, festa del patrono Sant’Antonio Abate ad Alba fino al Martedì Grasso, 13 febbraio), da Penìa di Canazei a Moena, si potrà assistere a spettacoli teatrali, feste di piazza, gare sulla neve con sci e slitte (“le lese da corni” in ladino), sfilate di carri allegorici, gran balli in maschera e sagre.

Val di Fassa Carnevale ladino di Campitello. Foto Daniele Lira


L’appuntamento più atteso del carnevale ladino è senza dubbio quello di Campitello. Come ogni anno, la domenica (che quest’anno cade l’11 febbraio) che precede Martedì Grasso, in Piaz de Ciampedel, sfilano moltissime maschere che indossano le tipiche “facères da bel e da burt” (maschere, “belle” o “brutte”, finemente intagliate nel legno da artisti locali) e si esibiscono in sketch spiritosi e scherzi, coinvolgendo gli spettatori.
La parata è aperta dallo storico gruppo delle maschere di Campitello che si esibirà con Lachè, Bufon e Marascons, le maschere “guida” uniche in tutto l’arco alpino, nei loro costumi riccamente decorati. Ad allietare questa festa ci pensa la Spritz Band che farà venir voglia di ballare fino al tardo pomeriggio. Stand gastronomici aperti dalle ore 13.30 con panini caldi, dolci tipici e bibite.

Scatto di durante la sciata asburgica

Il Carnevale asburgico di Madonna di Campiglio

Dal 10 al 16 febbraio a Campiglio, si rivive l’epoca della Principessa Sissi, tra balli, carrozze e feste. Sulle cime più alte e solitarie io riesco a respirare più liberamente, mentre altri si sentirebbero perduti”.
Con queste parole Elisabetta d’Austria, conosciuta e amata in tutto il mondo con il nome di “Sissi”, descrisse, a fine Ottocento, il suo profondo legame con le montagne e in particolare, tra le più amate, le Dolomiti di Brenta e Madonna di Campiglio, dove l’Imperatrice di Austria e Ungheria soggiornò la prima volta nel settembre 1889.
La bellissima principessa di Wittelsbach trascorse una settimana alla scoperta dei meravigliosi paesaggi, delle fresche acque e dell’aria salubre ai piedi delle Dolomiti di Brenta. Una montagna che rimase impressa nell’animo dell’“eroina del sogno”. Tanto che dopo poche stagioni, era il 1894, ci fu il grande ritorno.

Il Grand Hotel Des Alpes è un antico stabilimento alpino, ed accoglie al suo interno il celebre e prestigioso Salone Hofer, il salone delle feste per eccellenza della famiglia degli Asburgo.
Il nome deriva dalla presenza dei dipinti realizzati da Gottfried Hofer. Sulla parete all’entrata, una grande tela ritrae le Dolomiti di Brenta viste dalle pendici del Monte Spinale, con i fanciulli che abitavano in questi luoghi mentre rendono omaggio alla figura della Vergine con il Bambino. E in una coppia di lunette sempre dipinte da Hofer anche l’Imperatrice Sissi e il consorte Francesco Giuseppe.

Il programma della manifestazione si apre sabato 10 febbraio con l’arrivo della Corte imperiale in Val Rendena e nella serata di domenica 11 febbraio l’arrivo sulle carrozze nel cuore di Madonna di Campiglio, per dare il via ai festeggiamenti del Carnevale.

Il Gran Ballo del Carnevale asburgico. Foto Bisti Paolo durante il gran ballo del carnevale asburgico nel 2019

Lunedì 12 dalle ore 18.00 ecco l“Aperitivo Asburgico” in compagnia della principessa Sissi: un tuffo nel passato con gli aperitivi a tema nei bar e locali. Il 13 febbraio invece, “Martedì Grasso” è tutto dedicato al Carnevale dei bambini, una grande festa con il truccabimbi, balli e zucchero filato in Piazza Sissi.
Mercoledì 14 dalle 16 si potrà vivere l’esperienza “Un tè con Sissi: aneddoti e vicende sulla Principessa”: quattro chiacchiere presso il Salone Hofer in compagnia del ricercatore locale Paolo Luconi Bisti e di Giordana Luchesa, esperta di storia del costume e moda e membro del Corist (Coordinamento rievocatori storici trentini). E a seguire tè con pasticcini in compagnia di Sissi.
Giovedì 15 fin dal mattino la festa si sposta sulle piste della ski area per l’esperienza della “Sciata Asburgica”, una sciata in costume d’epoca insieme alla coppia reale e alla corte, con l’accompagnamento dei maestri di sci e pause per brindisi con stuzzichini presso i rifugi in quota prima di proseguire con le sciate per tutto il pomeriggio.
Il Carnevale Asburgico si avvia in crescendo alla conclusione: venerdì 16 febbraio dalle 19.00 appuntamento con il Gran Ballo dell’imperatore, rigorosamente in costume d’epoca nello storico Salone Hofer. Ad aprire le danze la coppia imperiale sulle note dei più celebri valzer viennesi Brindisi e standing buffet con tante ricche prelibatezze. Anche il pubblico verrà coinvolto nelle danze e in semplici e divertenti coreografie a cura della compagnia danzante “Arco 800”. Informazioni: www.campigliodolomiti.it

Biagio delle Castellare Castello

Il Carnevale storico del castello di Tesino

Non sempre il Carnevale si conclude il martedì grasso: proprio nei giorni che decretano l’inizio della Quaresima, la comunità del Tesino rievoca la liberazione dalla tirannia del Biagio delle Castellare.
A sei secoli di distanza, a Castello Tesino si rivivono i fatti del 18 febbraio 1365 con la rievocazione carnevalesca della storia del conte Biagio delle Castellare, vessatore del Tesino e della Valsugana, nella versione completa tra corteo storico e processi e che viene proposto ogni cinque anni.

La manifestazione trae origine da un evento storico realmente accaduto nel 1365, quando si registrò la sconfitta, ad opera delle truppe di Francesco da Carrara, del Signore Biagio delle Castellare, crudele vessatore di Valsugana e Tesino.
Nonostante le insistenti richieste da parte dei Tesini di poterlo giustiziare, Francesco da Carrara preferì tenerlo come ostaggio da sfruttare a scopo politico. Non potendo far di meglio gli abitanti del Tesino ne impiccarono l’effigie, ma stabilirono di celebrare periodicamente un processo per ricordarne i misfatti ripetendo poi l’impiccagione sulla pubblica piazza. Questo anche per tramandare ai posteri la fierezza della gente tesina che neanche nei momenti più difficili si è mai piegata al tiranno
Questa rappresentazione popolare rappresenta un unicum non solo in Trentino, ma costituisce uno dei più antichi e tipici carnevali del panorama storico italiano; solo in pochissime località dell’arco alpino, infatti, si è riusciti a tramandare, senza soluzione di continuità, una tradizione che è resistita nei secoli anche ai severi tentativi di soppressione dovuti a ragioni religiose o a divieti. Il Biagio venne impiccato anche quando i Tesini dovettero andare profughi in diverse località della penisola durante la Prima Guerra Mondiale.
La rievocazione si aprirà il 13 febbraio, giorno di “Martedì Grasso” con la rievocazione dell’assalto al castello di Ivano e la cattura del Biagio (Ivano Fracena – Comune di Castel Ivano) e al termine la “Bigolada” per festeggiare la cattura (Piazza Municipio a Strigno – Comune di Castel Ivano)
Sabato 17 febbraio dalle 10.00 alle 17.00 ci si immerge per una intera giornata nelle atmosfere del passato nel Campo Medievale, tra giochi e allestimenti dell’epoca; in serata Cena Medievale con musica d’epoca. Si arriva così al giorno del processo al Biagio, domenica 18 febbraio: al mattino la Grande sfilata da Castello a Pieve Tesino con Cavalieri e Donzelle, Armigeri e Balestrieri, combattenti e carrozze, Tamburini e Musicanti, Popolo e altri personaggi. Quindi la rievocazione del Processo al Conte Biagio del Tribunale Speciale di Pieve Tesino (in Piazza Maggiore). Poi il ritorno in corteo verso Castello Tesino per il Processo al Conte Biagio della Corte Suprema di Castello Tesino (in Piazza Crosara) che si conclude con l’mpiccagione del fantoccio del Conte Biagio e la grande festa finale in piazza.

Scoprire la tradizione valdostana alla “Fiera dell’Orso”

Scoprire la tradizione valdostana alla “Fiera dell’Orso”

La Fiera di Sant’Orso è la più grande manifestazione tradizionale della Valle d’Aosta che si celebra ogni anno il 30 e 31 gennaio nel centro storico di Aosta:
Mille gli artigiani presentano con orgoglio le loro opere: scultura ed intaglio su legno, lavorazione della pietra ollare, del ferro battuto e del cuoio, tessitura, vimini, oggetti per la casa.
Se la pura essenza della Valle d’Aosta potesse assumere una forma tangibile, allora quella sarebbe la Fiera di Sant’Orso. Una festa senza tempo, che sopravvive da migliaia di anni, portatrice di una tradizione granitica, come le sue montagne.


L’essenza della Valle d’Aosta

È l’aria pungente intrisa di parole in dialetto e canti solenni, l’aroma intenso del vin brûlé, il chiacchiericcio allegro di una folla che attraversa festante la città.
E poi ci sono loro, gli artigiani: sorrisi caldi e benevoli, occhi cerchiati dalle rughe, mani callose che impugnano attrezzi pesanti di secoli di storia.

I prodotti dell’artigianato valdostano di tradizione, come attrezzi da lavoro, sculture, oggettistica per la casa. Oltre agli hobbisti, ci sono scuole di artigiani e aziende di professionisti che espongono le loro opere, il tutto allietato da spettacoli folkloristici e da un padiglione enogastronomico in cui assaggiare bontà provenienti dall’intera valle.
Uno degli aspetti più sentiti della Fiera di Sant’Orso è certamente la convivialità, la voglia di ritrovarsi e di stare insieme. Proprio come accadeva in passato, la fiera è l’occasione di rivedersi dopo un anno trascorso lontani e di scambiarsi consigli e storie di vita. L’apice della festa?
La Veillà, la notte bianca tra il 30 e il 31 gennaio, in cui andare alla scoperta dell’Aosta sotterranea e dei suoi impareggiabili vini.

 

La Valdichiana festeggia il suo gioiello. L’aglione sarà Dop.

La Valdichiana festeggia il suo gioiello. L’aglione sarà Dop.

Finalmente, l’aglione della Valdichiana diventerà Dop. La giunta regionale ha approvato la delibera che dà parere favorevole al percorso intrapreso dall’Associazione dei Produttori e dei Trasformatori dell’Aglione della Valdichiana.
Questo aglio dal sapore gentile, con grandi capacità di resistenza al maltempo e con una sostenibilità
ambientale legata alla sua coltivazione adesso pensa in grande, per arrivare alla consacrazione come eccellenza gastronomica tipica che gli darà il via libera alla commercializzazione in tutto il Paese.

Valdichiana

Valdichiana: non solo chianina

Un gigante e non solo per l’aspetto rispetto a prodotti simili come l’aglio, con le sue tuniche bianche si propone di affiancare l’altro gigante mondiale della stessa area, la Chianina, noto come il bovino dal manto bianco più alto al mondo e già valorizzato e tutelato come IGP Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale.
L’areale individuato per la DOP dell’Aglione della Valdichiana, un’ampia zona pianeggiante comprendente 17 Comuni delle province di Arezzo e Siena in Toscana e dieci delle province di Perugia e Terni per l’Umbria, è l’area che un tempo venne definita da Leonardo da Vinci “Lago di Val di Chiana”.
L’Aglione della Valdichiana viene utilizzato per l’alimentazione umana previa essiccazione naturale o utilizzato per aromatizzare sughi e creme destinati alla gastronomia. Localmente è sempre stato valorizzato tramite mercati e fiere dell’agricoltura. È inoltre protagonista di diversi piatti della cucina tradizionale, in particolare i pici all’Aglione, ormai piatto tipico dell’areale di produzione.

L’aglione nel camp a dicembre

L’aglio a prova di bacio

L’aglio a prova di bacio! Una produzione di nicchia che torna sulle nostre tavole con tutta la sua bontà e la carica salutare scrivemmo alcuni fa dopo un reportage in Valdichiana uscito sul giornale on line Gustarviaggiando.
Il suo aroma delicato, tanto da essere definito“aglio del bacio o kissingarlic”, fa dell’aglione un prodotto sempre più ricercato e riconosciuto. Attenzione però perchè non mancano le “contraffazioni” come per tutte le eccellenze ma gli intenditori sanno come riconoscerlo.
In giro infatti, anche prima della stagione naturale, si trova “aglione” che però è solo un  grosso aglio comune e non aglione. Bisogna fate attenzione.

Elisa e Piero Rampi

Rampi: padre e figlia custodi della storia e della tradizione

Vogliamo raccontare dell’aglione attraverso la storia di un’azienda che ha sempre, e ripetiamo sempre, creduto, nella “potenza” dell’aglione. Una coltivazione che non si può fare in larga scala e che solo in Vadichiana regala i risultati che il consumatore si attende da questo grosso aglio.
La totale assenza di allicina e dei suoi derivati fa sì che questo grosso aglio sia l’ideale per il consumo. L’allicina non è presente neanche nell’aglio finché questo non viene tagliato o pestato. Nell’aglione manca la produzione dell’amminoacido allina, che induce nel comune aglio alla liberazione di un enzima (allinasi) che trasforma l’allina in allicina. E’ questa la causa  del forte odore e dell’intenso sapore che resta dopo aver mangiato aglio.

Aglione: il “porro di vigna” difficile da coltivare

Sulla coltivazione dell’Allium ampeloprasum, questo il nome scientifico, si hanno le prime notizie della coltivazione in Valdichiana da parte degli Etruschi e nel XVI secolo sull’Isola del Giglio. Il nome pare derivi dalla parola greca °aglis cioè spicchio. Il nome della specie da °ampelos” (pianta della vite) e prasios (porro). In pratica porro di vigna, il suo habitat.
Non è facile coltivare l’aglione. Ci vuole il terreno adatto e molta cura. Insomma bisogna conoscerlo.
L’azienda agricola Rampi conosce bene i suoi terreni su cui si trova dal 1914. Fu in quei primi anni del 1900 che la famiglia  lasciò il contratto di mezzadria che la legava alla Fattoria di Bettolle per mettersi in proprio.
L’aglione inizialmente era  considerato un prodotto ad altro rischio di estinzione e quindi è  entrato nel cerchio di attenzione di Slow food.
I coltivatori della Valdichiana si sono tramandati i bulbilli di aglione. Ormai era utilizzato per usi personali perché mancava chi si occupava della commercializzazione.
Dal 2017 è stata costituita l’Associazione che si occupa della tutela e lo sviluppo dell’aglione della Valdichiana e che ha portato al  traguardo della Dop.

Elisa Rampi con i fiori di aglione

La ripartenza dell’aglione

La cura che un campo di aglione richiede fatta di conoscenza e attenzione. I campi dove si seminano i bulbilli devono “rotare” per perrmettere al terreno di ritrovare le sostanze necessarie alla sua produzione.
L’azienda Rampi ha la possibilità di spazi e quindi di allargare la produzione di Aglione. In ottobre avviene la semina, in dicembre spuntano le piantine e ad aprile -maggio si tolgono gli scapi fiorali.
Dell’aglione non si butta niente neanche gli scapi fiorali che sono ottimi da mangiarsi anche fritti come snack per l’aperitivo.

Siamo andati in un campo seminato ad aglione in ottobre e già in dicembre c’erano le piantine. Parlare con Pietro ed Elisa Rampi di aglione è entusiasmante. raccontano di terreno ben drenato, una manciata di cenere intorno al bulbillo per far “ingrossare le cellule”, poi l’azoto per farle “allungare”.
La cosa interessante – racconta Rampi – avviene in maggio con la crescita degli scapi fiorali, un boccio che darà un fiore sterile. Vanno recisi così la pianta si occupa del bulbo che ingrosserà. Ma visto che nell’aglione non si butta niente questi scapi vengono usati per fare frittate o congelati per poi essere utilizzati anche per fare il sugo!”
Con l’aglione non si può fare coltura intensiva e non si ragiona ad ettari ma a numero di bulbilli. La distanza tra un bulbillo e l’altro è, secondo disciplinare, 40 cm e il terreno deve essere ben drenato. La dimensione dei bulbilli piantati darà poi una diversa misura dell’aglione della Valdichiana.

 Valdichiana la riscoperta di una terra bellissima

La Toscana offre, come il resto d’Italia, prodotti e panorami, arte e cultura. La Valdichiana è la meta ideale per vivere qualche giorno alla scoperta di paesi, colline  e produzioni di qualità. Situata  tra le province toscane  di Arezzo e Siena e quelle umbre di Orvieto e Terni, la Valdichiana è una terra fertile adatta alle coltivazioni.
Chi non avesse mai assaggiato l’aglione della Valdichiana non può comprenderne la dolcezza e il gusto. Vi invitiamo quindi a cercarlo ma facendo attenzione alle imitazioni. Come fare? Seguirne la stagionalità!