Gola del Furlo: cosa vedere e cosa fare tra natura selvaggia, storia romana e panorami mozzafiato

Gola del Furlo: cosa vedere e cosa fare tra natura selvaggia, storia romana e panorami mozzafiato

L’acqua del Candigliano scorre lenta, di un verde intenso, compressa tra pareti rocciose che salgono quasi in verticale. Sopra, volteggiano rapaci; sotto, il rumore ovattato delle auto sulla vecchia Flaminia, oggi affiancata da un camminamento dove si procede senza fretta, sempre con il naso all’insù.
La Gola del Furlo, nelle Marche, è uno di quei luoghi dove natura, storia romana e aneddoti del Novecento convivono nello stesso paesaggio. E bastano uno o due giorni per esplorarla davvero bene, alternando passeggiate, soste sul fiume e piccole deviazioni nei dintorni.


Un canyon nelle Marche dove tutto rallenta

La Riserva Naturale Statale Gola del Furlo si trova in provincia di Pesaro e Urbino, tra i comuni di Fermignano e Acqualagna. La gola è incastonata tra il Monte Pietralata e il Monte Paganuccio, lungo il tracciato dell’antica Via Flaminia, l’asse che collegava Roma alla costa adriatica verso Rimini.
Qui il fiume Candigliano ha scavato per millenni nella roccia, creando un corridoio naturale stretto e spettacolare. Nel 1922, la costruzione della Diga del Furlo ha trasformato il tratto centrale in una sorta di lago allungato, dalle acque verde smeraldo.
Dal 2001 l’area è riserva naturale statale: tra le pareti rocciose e i boschi vivono aquile reali, falchi pellegrini, aironi, oltre a cinghiali, caprioli e daini. Con un po’ di fortuna, basta alzare lo sguardo per avvistare un rapace in volo.
Curiosità: sulle pendici del Monte Pietralata, negli anni Trenta, era stato realizzato un gigantesco profilo di Mussolini, oggi scomparso. Il punto panoramico è ancora noto come “Terrazza del Duce”.


Il percorso più semplice: la passeggiata lungo il fiume

Il modo più facile per iniziare è il camminamento pedonale lungo il fiume, parallelo alla Flaminia. Si parte dal Centro visite della Riserva del Furlo e si segue un percorso pianeggiante, asfaltato e adatto a tutti, fino alla diga. È perfetto anche per famiglie con bambini o passeggini.
Lungo il tragitto si incontrano alcuni punti interessanti: il “chiavicotto”, un passaggio sotterraneo nascosto nella vegetazione, la Grotta del Grano, cavità naturale usata fin dalla preistoria e soprattutto la spettacolare galleria romana.
Nel punto più stretto della gola, l’imperatore Vespasiano fece scavare nel 76 d.C. una galleria nella roccia. Il nome “Furlo” deriva proprio da “forulum”, piccolo foro.
Appena fuori, incastonata nella roccia, si trova la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, piccola e suggestiva.


Trekking, natura e sport: cosa fare al Furlo

Per chi vuole qualcosa di più dinamico, la riserva offre dodici sentieri escursionistici. Salite panoramiche sul Monte Pietralata e sul Monte Paganuccio, trekking fino alla Terrazza del Furlo e arrampicata nella falesia di Sasso Lino.
Il fiume è perfetto anche per attività sull’acqua: canoa, kayak e, nei punti più tranquilli, anche bagno estivo. Per le famiglie, il Parco Avventura del Furlo offre percorsi sugli alberi. E per chi ama la natura: dal centro visite si organizzano attività di birdwatching, ideali per osservare i rapaci.

Cosa vedere nei dintorni: due tappe imperdibili

Una giornata al Furlo si può completare con due deviazioni molto diverse.

Le Marmitte dei Giganti. Nella gola di San Lazzaro a Fossombrone, il fiume Metauro ha scavato un canyon spettacolare, con acque turchesi e pareti alte fino a 30 metri. Il punto migliore? Il Ponte di Diocleziano.
Abbazia di San Vincenzo al Furlo. Un gioiello romanico poco distante da Acqualagna, con navata unica, cripta e affreschi antichi. Qui soggiornarono figure come San Romualdo e San Pier Damiani.


Idee per un weekend: borghi e città vicine

Se hai più tempo, puoi abbinare la natura del Furlo a qualche centro storico: Urbino, capitale rinascimentale, Fano, tra mare e storia romana, Mondavio e Urbania, borghi autentici.
Un mix perfetto tra outdoor e cultura.

Quando andare? Sempre

La Gola del Furlo è una destinazione per tutto l’anno:estate: acqua verde intensa e temperature più fresche, autunno: foliage spettacolare, primavera: perfetta per trekking e inverno: meno affollata, più selvaggia.

Perché andarci davvero

La Gola del Furlo non è solo una meta naturale: è un luogo dove convivono epoche diverse, dalla Roma imperiale alla storia recente, senza mai perdere il contatto con la natura più autentica.
È uno di quei posti in cui non serve fare molto: basta camminare, fermarsi, guardare in alto. E lasciare che sia il paesaggio a fare il resto.

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Sassari capitale della tradizione isolana. La cavalcata sarda una festa della bellezza

Sassari capitale della tradizione isolana. La cavalcata sarda una festa della bellezza

I cantanti a tenore alternano il loro ritmo al calpestio dei cavalli. Cavalieri e amazzoni omaggiano spettatori e Autorità offrendo pani, dolci e primizie.
Zoccoli a ritmo di trotto esplodono in ardite pariglie: sfrecciano i cavalieri di Padria e i sartiglieri di Oristano. I Mamuthones e gli Issohadores di Mamoiada e i Boes e Merdules di Ottana catturano sguardi e obiettivi fotografici con le loro maschere intrise di fascino e mistero.  Le launeddas del Sarrabus fanno da contorno a corteo e serata conclusiva.
Sono suoni e colori, musiche e danze, gioielli e costumi della Cavalcata sarda di Sassari, dove ogni anno – tradizionalmente nella penultima domenica di maggio – si incontrano le peculiarità identitarie di tutte le comunità isolane. Uno spettacolo indimenticabile per ricchezza e maestosità, una festa che dà vita al più grande evento laico della Sardegna, giunto nel 2026 alla 75^ edizione.

Cavalieri di Oliena. Cavalcata sarda. Credits: Gianni Careddu/commons.wikimedia.org .Licenza: CC BY-SA per Sardegna Turismo

Il clou della cavalcata sarda di Sassari

Atmosfera unica e indimenticabile. Il clou inizia la mattina di domenica 17 maggio con la sfilata lungo un percorso di due chilometri nelle vie del centro storico sassarese, con fulcro in piazza d’Italia.
A piedi e sulle traccas, carri trainati da buoi e addobbati con fiori, procedono una sessantina di gruppi folk e più di venti a cavallo provenienti da tutta la Sardegna.
Tutti indossano l’abito tradizionale, caratteristico del luogo di provenienza, spesso arricchito da curati ricami e gioielli in filigrana d’oro e d’argento. Appresso un imponente corteo di oltre trecento cavalieri. Il pomeriggio è dedicato alle pariglie, giostre equestri nelle quali i più coraggiosi cavalieri si esibiscono, nell’ippodromo cittadino, in spettacolari acrobazie sui cavalli in corsa.
In serata in piazza d’Italia la rassegna dei canti e delle danze tradizionali della Sardegna: musiche e balli tradizionali, sulle note di launeddas, canti a tenore e fisarmoniche, sino a notte inoltrata.

Suonatore di Posada – Cavalcata sarda. Credits: Gianni Careddu/commons.wikimedia.org. License: CC BY-SA.

La storia di una tradizione

La caratterizzazione laica e trascinante della ‘festa della bellezza’ – è l’appellativo che si è guadagnata – risale alla fine del XIX secolo, da allora il fascino è rimasto immutato.
Secondo lo scrittore Enrico Costa la prima edizione della Cavalcata risale al 1711, quando il consiglio comunale, sul finire della dominazione spagnola, deliberò di omaggiare il re Filippo V di Spagna. Partecipò tutta l’orgogliosa nobiltà tatharesa.
La manifestazione, a cui puoi assistere oggi, nasce ufficialmente nel 1899 in occasione della visita del re Umberto I accompagnato dalla moglie Margherita di Savoia, giunti in città per l’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele II. Parteciparono tremila persone, in abito tradizionale, tutte provenienti dalla provincia di Sassari. Anche le edizioni del 1929 e del 1939 accolsero esponenti della casa reale.

L’usanza si è consolidata col passare dei decenni, divenendo una sfilata folkloristica degli abiti tradizionali di tutta la Sardegna, fino ad assumere cadenza annuale.
Un’espressione autentica e fiera della cultura sarda, che invita a scoprire la combinazione unica del fortissimo senso di comunità, essenza della Sardegna, e delle sue bellezze naturali, culturali, artigianali ed enogastronomiche.
Vivrai dal di dentro la magia di un cerimoniale che si ripete identico, ma ogni anno provoca nuove emozioni. Per le strade risuonano musiche antiche, protagonisti e spettatori si mescolano in uno spettacolo che è come un museo vivente, fatto di donne, uomini e bambini con gli abiti tradizionali, corpetti, gonne, copricapo velat
i berritte.

Piazza Italia, Sassari

Sassari; l’anima autentica della Sardegna

Spesso oscurata dalle mete balneari più celebri, Sassari è una città che sorprende chi decide di scoprirla davvero. Situata nel nord-ovest della Sardegna, rappresenta un perfetto equilibrio tra storia, cultura e identità locale, lontano dai circuiti più turistici.
Il cuore della città è il suo centro storico, un intreccio di vicoli, piazze e palazzi storici che raccontano secoli di dominazioni e influenze. Su tutte spicca Piazza d’Italia, elegante salotto urbano dominato dal Palazzo della Provincia, simbolo della Sassari ottocentesca.
Tra i luoghi imperdibili c’è il Duomo di San Nicola, con la sua facciata barocca riccamente decorata, e il Palazzo Ducale, oggi sede del Comune, che testimonia il passato nobiliare della città.
Ma Sassari non è solo architettura: è una città profondamente legata alle sue tradizioni. L’evento più rappresentativo è la Faradda dei Candelieri, patrimonio Unesco, che ogni anno ad agosto trasforma le strade in un’esplosione di colori, devozione e partecipazione popolare.
A rendere Sassari ancora più interessante è la sua posizione strategica. A pochi chilometri si trovano alcune delle spiagge più belle del nord Sardegna, come quelle di Platamona, ideali per chi vuole unire cultura e relax.
Visitare Sassari significa entrare in contatto con una Sardegna autentica, fatta di storia, riti e quotidianità. Una destinazione perfetta per chi cerca qualcosa di diverso dal solito turismo balneare, senza rinunciare alla bellezza del mare.

Passeggiata fra i meleti in fiore in Valtellina

Passeggiata fra i meleti in fiore in Valtellina

La fioritura dei meleti in Valtellina è uno straordinario risveglio primaverile della natura che popola da aprile il versante retico delle Alpi, dalla provincia di Sondrio alla Svizzera.
Lungo questo confine naturale, i conoidi dei comuni di Ponte in Valtellina, Bianzone e Sernio-Lovero, fertili concavità alluvionali a forma di ventaglio, sono ideali per la diffusione di terrazzamenti, dove vitigni e alberi di mele consolidano la tradizione contadina valtellinese. 


Escursione fra il meleto di confine

Con l’arrivo della primavera, nella Media Valtellina sboccia un vero e proprio mare fiorito, tra le pennellate di petali rosa e bianchi dei fiori di melo, che sprigionano un profumo delicato e dolce nella frizzante aria montagnina. Si crea quindi l’atmosfera perfetta per passeggiare o pedalare in bicicletta tra i meleti, intrecciando vie fiorite lungo un percorso dove poter scegliere la propria tappa di partenza e dedicare una giornata all’esplorazione.
Cologna, Sernio, Lovero, Villa di Tirano, Chiuro, Ponte in Valtellina, Tresivio sono luoghi dove riscoprire la magia delle fioriture.
Questa escursione floreale offre il suo meglio con un tempo soleggiato, ma può anche rivelarsi un’opportunità per esplorare borghi locali caratteristici in caso il maltempo sorprenda la gita fuori porta. Tra questi merita una visita Ponte in Valtellina, antico comune il cui affascinante centro storico è rimasto sospeso in un tempo lontano. Le strade ciottolate, le vecchie corti e i palazzi nobiliari disabitati disegnano un ambiente magico, in cui scoprire chiese storiche e godersi un tipico pranzo nei ristoranti del posto.
A poco più di 15 minuti in auto da Sondrio e 20 minuti da Tirano, Ponte in Valtellina è poi al centro tra le due località, per un’esplorazione primaverile che unisce natura e storia.  

 

Il Cammino del Prosecco: un viaggio tra colline e tradizione

Il Cammino del Prosecco: un viaggio tra colline e tradizione

A piedi in quattro tappe da Vidor a Vittorio Veneto. Un piccolo viaggio che si sviluppa sul filo di cresta della Core Zone offrendo costantemente un panorama incomparabile. Quattro giorni per staccare la spina.
Immergiti in un paesaggio unico al mondo, dove la natura, la cultura e la tradizione si intrecciano tra vigneti, borghi storici e panorami mozzafiato.


Nel cuore delle colline Unesco

Il Cammino delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene segue l’ondulata bellezza delle colline, riconosciute Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco, attraversando un territorio autentico e ricco di fascino.
Il percorso si snoda per circa 50 chilometri lungo la dorsale delle colline sub-prealpine, nel cuore del sito Unesco.
Camminare qui significa esplorare un patrimonio che unisce valori paesaggistici, ambientali e culturali: dai castelli medievali alle antiche abbazie, dalle chiese rurali alle tradizioni popolari, fino alla celebre cultura vitivinicola che ha reso questa zona famosa in tutto il mondo.


Un itinerario tra natura e panorami mozzafiato

L’escursionista sarà immerso tra le infinite bellezze dell’area prealpina trevigiana: dai ripidi pendii alle dolci passeggiate tra i campi, dalle vallate ricche d’acqua alle affilate creste delle dorsali.
Ogni tappa è un’occasione per scoprire borghi e paesini, lasciarsi incantare dalla natura e godere di scorci sempre diversi, in un continuo alternarsi di paesaggi.

Dati tecnici e consigli di percorrenza

Il Cammino delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene si estende tra Vidor e Vittorio Veneto per 51 km, con un dislivello positivo di 2.265 metri.
Lunghezza percorso: 49,8 km
Numero tappe: 4

Dato il considerevole impegno fisico, si consiglia di percorrerlo nelle quattro tappe previste. Il cammino presenta una difficoltà tecnica mediamente bassa, ma resta di tipo escursionistico, con un’altimetria importante.
Alcuni tratti sono più impegnativi: per questo è stata prevista una “Variante Nord” facoltativa che consente di aggirare i segmenti più difficili. La parte finale offre due opzioni: la soluzione 4A, adatta a camminatori esperti, e la 4B, più accessibile.
L’intero percorso è ben segnalato sia con cartelli verticali sia con segnaletica orizzontale in vernice gialla e rossa. Tuttavia, è consigliabile scaricare prima della partenza la traccia GPS completa, utile in caso di dubbi lungo il tragitto.

Tra borghi e calici di Prosecco

Più di un semplice trekking, questo cammino è un’esperienza sensoriale. Ogni tappa invita a rallentare, a entrare in contatto con la cultura locale e a concedersi una pausa tra i sapori del territorio.
Il protagonista indiscusso è il Prosecco Superiore DOCG: fresco, elegante, perfetto per accompagnare il viaggio e rinfrescare il cammino. Tra cantine storiche e piccoli produttori, ogni sosta diventa un’occasione per scoprire l’anima autentica di queste colline.

Perù del Nord: Chachapoyas, tra antiche civiltà, paesaggi mistici e natura primordiale

Perù del Nord: Chachapoyas, tra antiche civiltà, paesaggi mistici e natura primordiale

Nel nord del Perù, dove le ultime propaggini delle Ande incontrano la foresta amazzonica, la regione di Amazonas custodisce uno dei percorsi culturali e naturalistici più affascinanti del Sud America.
Qui, tra montagne avvolte nella nebbia, canyon spettacolari e foreste rigorose, prende forma un itinerario capace di intrecciare storia millenaria, spiritualità ancestrale e biodiversità straordinaria, offrendo ai viaggiatori un’esperienza autentica di scoperta e profonda riconnessione con l’ambiente.

Belvedere di Huanca Urco, Lima, ©Karina Mendoza

Nel cuore del Perù fra i “guerrieri delle nuvole”

Cuore simbolico di questo viaggio è Chachapoyas, terra dell’antica civiltà dei Guerrieri delle Nuvole, un popolo che tra l’VIII e il XV secolo seppe adattarsi con ingegno e visione spirituale a un territorio impervio e isolato. Immersa in un paesaggio di foreste nebulose e monti sacri, questa cultura sviluppò un’identità unica, lasciando un’eredità archeologica e simbolica che ancora oggi affascina studiosi e visitatori.
Questo itinerario rappresenta oggi una delle proposte più autentiche del Perù del nord: un viaggio che unisce paesaggio, archeologia e tradizioni locali, invitando a rallentare, osservare e ascoltare.
Un’esperienza che supera la dimensione turistica per trasformarsi in un percorso simbolico, dove la montagna racconta la memoria degli antenati e la natura accompagna il visitatore in un cammino di consapevolezza e rigenerazione.

Cittadella di Kuelap, Amazonas,© Unidad Ejecutora Proamazonas

L’imponente fortezza di Kuelap

Tra le testimonianze più emblematiche spicca la Fortezza di Kuélap, uno dei complessi archeologici più imponenti dell’intero continente sudamericano. Costruita a oltre 3.000 metri di altitudine, Kuélap si distingue per le sue monumentali mura in pietra, alte fino a 20 metri, per i suoi accessi rituali e per le centinaia di strutture circolari ornate da raffinati motivi geometrici.
Lontana dall’essere una semplice roccaforte militare, la cittadella era un vero e proprio centro cerimoniale e sociale, dove vita quotidiana, osservazione astronomica, spiritualità e culto degli antenati convivevano in modo armonico.
Il mondo chachapoya si rivela inoltre attraverso alcune delle più suggestive architetture funerarie delle Ande. I Sarcofagi di Karajía, statue antropomorfe collocate su pareti rocciose verticali, dominano il paesaggio dall’alto, in una posizione volutamente inaccessibile che simboleggia la protezione eterna della comunità. Poco distanti, i Mausolei di Revash disegnano un villaggio sospeso nella scogliera: piccole “case dei morti” dipinte di rosso e crema che riflettono l’architettura delle abitazioni chachapoya e raccontano una concezione della morte come continuità dell’esistenza.
Questa relazione profonda e intima con gli antenati trova oggi una voce tangibile nel Museo di Leymebamba, luogo di memoria e custodia situato nelle andine dell’Amazzonia peruviana. Qui sono conservate oltre duecento mummie chachapoya, insieme a corredi funerari e oggetti rituali, rinvenuti nel 1996 nella Laguna de los Cóndores, una scoperta fortuita che ha restituito al mondo uno straordinario patrimonio umano e spirituale.

Cascata di Gocta, Amazonas,© Unidad Ejecutora Proamazonas

Una natura dirompente

Accanto al patrimonio archeologico, la forza dell’esperienza si completa con una natura dirompente. La Cascata di Gocta, una delle più alte al mondo con un dislivello di oltre 770 metri, è considerata uno dei simboli naturali della regione.
Avvolta da leggende locali e immersa in un ecosistema di straordinaria biodiversità, Gocta si raggiunge attraverso sentieri che attraversano foreste fitte e habitat di specie rare, regalando un’immersione totale in una natura incontaminata, carica di energia e suggestione.
Da questa immersione totale nella natura più potente e verticale, il viaggio si apre a una relazione ancora più intima tra paesaggio e presenza umana. A Huancas, nel laboratorio artigianale di La Cusana, l’energia della terra prende forma attraverso l’argilla, trasformata in racconto identitario da mani che custodiscono un sapere antico. È un’arte millenaria, praticata soprattutto dalle donne del villaggio, che modellano ogni pezzo a mano, senza torni né stampi, seguendo tecniche ancestrali tramandate di generazione in generazione.
Scoprire questi luoghi significa entrare in dialogo con un Perù autentico, dove ogni incontro, ogni paesaggio e ogni rito sembrano custodire una storia millenaria. Un’esperienza che rigenera, ispira e riconnette, invitando a riscoprire un equilibrio antico tra uomo, natura e memoria.

 

Monterosa, l’estate della montagna ritrovata

Monterosa, l’estate della montagna ritrovata

Quando la neve lascia spazio ai prati d’alta quota e i versanti tornano a disegnarsi in tutta la loro ampiezza, il Monterosa apre la sua stagione più dinamica e sorprendente.
È il tempo del trekking, delle camminate panoramiche, degli itinerari tra vallate che cambiano paesaggio, lingua e carattere nel raggio di pochi chilometri. Qui l’esperienza della montagna non segue un solo ritmo né un solo punto di vista: si costruisce passo dopo passo, tra sentieri che risalgono i pendii, boschi attraversati dalla luce, villaggi walser, alpeggi, dislivelli accessibili e grandi scenari alpini.  Più che una vetta da contemplare, il Monte Rosa è un territorio da vivere all’aria aperta, con lentezza attiva e spirito di scoperta.


Camminate panoramiche in quota

Quando la stagione cambia, al Monterosa cambia anche il modo di vivere la montagna. Il bianco dell’inverno lascia spazio ai prati, ai boschi e alle fioriture tardive dell’alta quota; l’acqua torna a scorrere, i sentieri si riallacciano tra loro, i versanti ritrovano profondità e movimento.
Persino scenari simbolo della stagione fredda, come la Cascata di Thriller sul Monte Tiaz, smettono la veste glaciale dell’inverno e tornano a scendere liberi tra le rocce. È il momento in cui la montagna si riapre, si anima, e invita a essere percorsa con passo attivo, curioso, naturale.
Anche a tavola il Monterosa cambia stagione. Tra Ayas, Gressoney e Alagna, le tradizioni alpine — valdostane e valsesiane, entrambe attraversate dall’eredità walser — accompagnano il passaggio dall’inverno all’estate con sapori, atmosfere e gesti che seguono il ritmo della montagna.
All’inizio dell’estate, il Monterosa non si limita a mostrarsi: si riapre. I pendii tornano percorribili, i pascoli riaffiorano, i villaggi in legno scuro ritrovano il loro paesaggio. È la stagione di chi la montagna preferisce viverla dal basso verso l’alto, con passo regolare, lungo sentieri e salite che chiedono tempo, respiro e sguardo.
Così, se d’inverno le località del comprensorio Monterosa Ski sono soprattutto porte d’accesso alla stagione bianca, d’estate diventano il punto di partenza per un’esperienza più ampia e immersiva: quella di una montagna da attraversare, esplorare e abitare in movimento.


Tre passeggiate per tre valli

Ogni valle del comprensorio Monterosa Ski offre la propria versione di questa restituzione.
Tre proposte per chi vuole viverla in prima persona, scegliendo percorsi meno battuti, dove la montagna conserva ancora il sapore della scoperta.

Val d’Ayas – Dal Crest ai Laghi e al Colle Pinter

Dal Crest, raggiungibile con la telecabina da Champoluc, l’itinerario si sviluppa lungo il vallone di Cunéaz, con progressione regolare e senza particolari difficoltà tecniche.
Il primo tratto attraversa aree di pascolo e conduce all’abitato di Cunéaz, uno degli insediamenti walser della Val d’Ayas. In questa valle la presenza walser è meno evidente rispetto a Gressoney e Alagna, ma resta leggibile nell’organizzazione degli spazi e nell’architettura rurale.
Il sentiero prosegue in ambiente più aperto fino ai Laghi Pinter, per poi salire al Colle Pinter (2.777 m), valico che collega la Val d’Ayas con la Valle di Gressoney.

  •  Partenza: Crest (raggiungibile con telecabina Monterosa Ski Champoluc – Crest)
  •  Arrivo: Colle Pinter (2.777 m)
  •  Dislivello: 788 m
  •  Lunghezza: 9,3 km
  •  Tempo di percorrenza: circa quattro ore
  •  Difficoltà: E (escursionistico)

In alternativa, un percorso più breve parte dalla stazione monte della telecabina Crest-Alpe Ostafa e permette di raggiungere i Laghi Pinter in circa un’ora e mezza.


Valle di Gressoney — Dal Colle Bettaforca al Rifugio Quintino Sella – Il respiro del ghiacciaio

Dal Colle Bettaforca, raggiungibile con gli impianti di risalita Monterosa Ski da Staffal, il sentiero verso il Rifugio Quintino Sella è un avvicinamento progressivo alle porte dei ghiacciai.
Si cammina tra morene, pietraie, residui nevosi alternati a tratti erbosi sempre più radi, mentre la sagoma del ghiacciaio Felik entra lentamente nel campo visivo, fino a diventare presenza dominante. È un percorso che cambia passo dopo passo, e che permette di leggere la montagna nella sua dimensione più ampia.

  •  Partenza: Colle Bettaforca (2.727 m) – raggiungibile con impianti da Staffal
  •  Arrivo: Rifugio Quintino Sella (3.585 m)
  •  Dislivello: +900 m
  •  Lunghezza: 4,4 km
  •  Tempo ascesa: 3h
  •  Difficoltà: EE/EEA (escursionisti esperti con attrezzatura alpinistica nell’ultimo tratto)



Valsesia — Da Pianalunga al Passo Zube attraverso il Passo Foric

Pianalunga è il punto di partenza dell’itinerario, facilmente raggiungibile con la telecabina che sale da Alagna. Il sentiero si sviluppa verso il Vallone dell’Olen lungo il tracciato 205, fino a raggiungere il leggendario Sasso del Diavolo. Qui il percorso devia a sinistra imboccando il sentiero 205b, che conduce al Passo Foric attraverso un breve tratto leggermente esposto. Dal valico si apre la vista sul Monte Rosa e sull’intera Valle dell’Olen, in un contesto ampio e panoramico.
Dal Passo Foric la dorsale continua verso l’Alpe Zube lungo l’itinerario 203b, attraversando prati e tratti progressivamente più rocciosi. L’ultimo segmento di salita si sviluppa su pietraia fino al Passo Zube (2872 m), soglia naturale tra la Valsesia e la Valle di Gressoney. Da qui il panorama si apre sulle Alpi circostanti e sull’imponente massiccio del Monte Rosa. Il rientro può avvenire lungo lo stesso itinerario oppure con deviazione verso la Val d’Otro.

  •  Partenza: Pianalunga (2.050 m) – raggiungibile con impianti da Alagna
  •  Arrivo: Passo Zube (2.872 m)
  •  Dislivello: circa +820 / +850 m
  •  Lunghezza: circa 5 – 5,5 km
  •  Tempo di percorrenza: 4h
  •  Difficoltà: E fino al Passo Foric / EE nel tratto finale verso il Passo Zube


Trekking da più giorni con pernottamento in rifugio: torna il Tour de Six

Six sta per i sei più affascinanti rifugi di media montagna ai piedi del massiccio del Monte Rosa e del Cervino. Il Tour de Six li collega con piacevoli trekking lungo i quali l’autentica e genuina ospitalità dei Rifugi in quota fa parte del paesaggio. Cinque diverse proposte in base al livello di allenamento e alla disponibilità di tempo di ciascun camminatore (da 2, 3 o 6 notti) con tariffe a partire da 201€ a persona.
Per maggiori informazioni Agenzia Snow&Feelings | Email: agenzia@visitmonterosa.com Tel: +39 0125 303111
Mappa e descrizione percorsi: Tour des Six | MONTEROSA SKI