Da Parigi a Le Havre. in crociera fluviale sulle orme di Monet

Da Parigi a Le Havre. in crociera fluviale sulle orme di Monet

Claude Monet descrive, nelle poche parole di sopra riportate, quello che è il principio cardine del suo modo di intendere l’analisi e la riproduzione in arte di quanto percepiamo e osserviamo intorno a noi: viene definita Impressionismo, la corrente pittorica che ebbe sull’arte che va dell’Ottocento ai giorni nostri un effetto dirompente.
La città di Parigi, ad appena tre primavere dalla tragica conclusione dell’esperienza della Commune, è alla ricerca di una nuova identità nel contesto di un dopoguerra che segue un doppio conflitto, quello contro la Germania, prima, quello civile poi.
Una situazione di crisi e incertezza, ma anche di fermento e spinta creativa, che muove alcuni giovani artisti alla ricerca di nuove vie. Si cominciano a ritrarre scene di vita quotidiana all’aperto o en plein air, come si dice sempre più spesso, ottenendo risultati straordinari esposti, per la prima volta, proprio nell’aprile del 1874 in quella che è passata alla storia come la prima mostra del gruppo.
Tra le opere esposte, all’atelier del fotografo Nadar in Boulevard des Capucines 35, sarà l’opera Impression, soleil levant di Claude Monet a dare il nome all’intero movimento. Impressionismo.
Era il 1874. Un vero e proprio anno 0, per le arti figurative.

La rivoluzione impressionista tutta in crociera

Sono passati 150 anni da quando Monet, Pissarro, Degas, Morisot, Renoir e colleghi rivoluzionarono il modo di concepire l’opera d’arte e il ruolo stesso dell’artista all’interno della società.
Avalon Waterways omaggia questa straordinaria stagione con tre crociere a regola d’arte lungo il corso della Senna, che dal cuore di Parigi taglia il nord-ovest della Francia fino a sfociare in Normandia.
Durante la sua lunga vita, Monet ebbe modo di ritrarre diverse località affacciate su questo fiume, in quelle che sono diventate alcune delle sue opere e serie più famose e amate.
Le crociere 
Avalon Waterways ne ripercorrono le orme, dando agli appassionati un punto di vista privilegiato: quello del fiume, di quella Senna tante volte ritratta nelle opere impressioniste, in cui si entra, insieme alla nave Avalon Waterways, a far parte del paesaggio. Lungo le sue rive, costeggiate lentamente e senza fretta, si possono ancora vedere, con un po’ di fantasia, tela, cavalletto, berretto e pipa del grande maestro della luce.


E come non partire da Parigi?

La Ville Lumière, le cui luci con il fiume che gli fa da specchio scintillante, è il porto d’imbarco delle crociere lungo la Senna.
Di luoghi legati a Monet e all’Impressionismo, qui, nel centro culturale più importante della Francia e del Continente, ce ne sono una miriade. Dall’Orangerie, che conserva alcune delle tele più famose dell’artista, fino alla mostra tematica ospitata dal Musée d’Orsay a un secolo e mezzo di distanza da quella del 1874: quest’anno si respira Impressionismo tra le strade di Parigi, da Montmartre alla Senna, passando per il Moulin de la Galette e per il Folies Bergère.
Ma i luoghi più significativi dell’esperienza di vita e di arte di Claude Monet sono sicuramente quelli che si incontrano a bordo sui due fianchi della Senna, fuori dalla Capitale: da Vernon Giverny, dove il pittore visse per 40 anni e coltivò la sua grande passione per il giardinaggio (avete presente le ninfee? Lo stagno del pittore è ancora visitabile in tutto il suo splendore insieme alla sua casa-museo!), fino alla Cattedrale di Rouen, che Monet ritrasse per 30 volte alle diverse ore del giorno nell’omonima serie.
La crociera si conclude nel luogo in cui l’Impressionismo è cominciato: proprio a Le Havre, dove la Senna incontra l’Oceano, Monet aveva realizzato quell’ Impression, soleil levant che nel 1874 aveva battezzato questa nuova corrente pittorica.


Non di solo impressionismo…5 spunti per vivere la crociera

Ma questo non è che uno spunto: ecco 5 altri motivi per partire con Avalon Waterways alla scoperta della Senna.
Se i più golosi hanno aguzzato la vista alla lettura di questa parola, ci hanno visto giusto! Tra le attività del terzo giorno di crociera, in cui la nave sarà ancorata a Conflans, c’è anche una visita alla località dove la deliziosa crema Chantilly è nata.
All’interno del castello, i pasticceri della Cofrérie des Chevaliers Fouetteurs de crème Chantilly vi insegneranno tutti i segreti della ricetta.
In alternativa alla visita a Chantilly, è possibile visitare un luogo simbolo dell’arte di fin de siècleAuvers, che si trova sull’Oise, affluente della Senna. Qui terminò la tormentata esistenza di Vincent Van Gogh, tra l’auberge Ravoux, la chiesa di Notre Dame e i corvi dei campi di grano: come attraversare la cornice e camminare nei suoi più celebri dipinti.
Il recente successo cinematografico del Napoleone di Ridley Scott ha senz’altro, semmai ce ne fosse bisogno, riacceso i riflettori sull’intramontabile figura dell’Imperatore. Ma molto, molto di più, sul fascino misterioso della sua prima moglie Giuseppina: donna di intelligenza e carisma fuori dal comune, Giuseppina trascorse gli ultimi anni della sua vita nel Castello di Malmaison, opulenta residenza alle porte di Parigi dove tutto parla dell’Imperatrice, del suo rapporto con Bonaparte e, sicuramente, anche del suo gusto. Avalon Waterways propone questo Castello tra le attività facoltative del terzo giorno di crociera.


Rivivere a Rouen gli ultimi giorni di Giovanna d’Arco

Aveva appena 19 anni, Giovanna d’Arco, di gran lunga la figura femminile più celebre, amata e studiata del Medioevo, quando un giorno di maggio del 1431 fu condotta al rogo della place du Vieux-Marché a Rouen.
Era l’epilogo di una vicenda umana che ha sbalordito i contemporanei e continua ad affascinare chi si approccia oggi alle gesta di questa giovane donna del Quattrocento, che riuscì da sola (o meglio, con l’aiuto di Dio) a determinare le sorti della guerra dei Cent’Anni e dell’intera storia di Francia.
È un’ottima idea trascorrere il quinto giorno, durante la sosta a Rouen della nave Avalon Waterways, ripercorrendo i passi della pulzella d’Orléans, tra la Cattedrale, la Tour Jean d’Arc dove fu processata e tenuta prigioniera e la stessa place du Vieux-Marché.

Le spiagge dello sbarco in Normandia

Tra i momenti decisivi dell’ultimo conflitto mondiale, uno di quelli maggiormente entrati nell’immaginario comune, grazie anche a una vasta produzione letteraria e cinematografica, è senza dubbio lo sbarco in Normandia.
Per il sesto giorno di crociera, ecco un tour di un’intera giornata nei luoghi più significativi dello sbarco alleato tra cui Omaha Beach, il monumento di Pointe du Hoc e il cimitero americano, o in alternativa una visita guidata dei siti commemorativi britannici e canadesi, tra cui il cimitero britannico, il Pegasus Memorial, la città balneare di Arromanches, il centro di Juno Beach e il cimitero di guerra canadese di Bény-sur-Mer.

Giro intorno al mondo delle ostriche nella loro giornata internazionale

Giro intorno al mondo delle ostriche nella loro giornata internazionale

Cibo (ritenuto) afrodisiaco, associato alla voluttà e al piacere, anche per la sua capacità di creare perle, le ostriche sono anche alleate dell’ambiente e tra i motivi legati alla decisione di dedicare loro, il 5 maggio, una giornata internazionale, c’è proprio questa caratteristica: sono preziose per la biodiversità e con il loro guscio “catturano” anidride carbonica. 

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Le perle del mare

Ma cosa sono le ostriche? Sono molluschi bivalvi appartenenti alla famiglia degli Ostreidae e hanno un guscio duro composto da due valve, spesso irregolare e dalla forma appiattita o arrotondata.
Sono eccellenti filtratori, il che significa che si nutrono filtrando piccoli organismi, come il plancton, dall’acqua circostante.
Diverse sono le specie di ostriche presenti sul pianeta, ognuna con le proprie caratteristiche distintive. Alcune delle più comuni includono: ostriche Pacifiche (Crassostrea gigas), ostriche Atlantiche (Crassostrea virginica), ostriche Kumamoto (Crassostrea sikamea) e ostriche Belon (Ostrea edulis).
Conosciute e amate per il sapore unico e complesso, che può variare a seconda della specie e dell’ambiente in cui sono cresciute, vengono spesso sommariamente descritte come sapide e dolci, con una consistenza carnosa e succosa, ma le sfumature al gusto sono davvero molte.
Sono infine grandi alleate della salute e fonte eccellente di proteine, vitamine del gruppo B, zinco e altri nutrienti essenziali.

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Tesori di gusto alleati dell’ambiente

Alcuni studi parlano di oltre due milioni di tonnellate all’anno di anidride carbonica sottratte all’ambiente dalle ostriche allevate in circa 40 paesi.
E come sottolinea una recente ricerca del Trinity College: L’allevamento di ostriche e altri molluschi è quanto di più sostenibile si possa immaginare e in molti luoghi è effettivamente rigenerante dal punto di vista ambientale. Si prospetta inoltre come una preziosa potenziale risorsa per alleviare la pressione sulle fonti proteiche terrestri ed è un ottimo esempio di come ottenere più cibo dall’oceano”.
Tutto ciò perché una singola ostrica può filtrare fino a 190 litri di acqua al giorno, rimuovendo particelle e sostanze inquinanti e contribuendo così alla qualità dell’acqua.
Le barriere di ostriche e le formazioni di barriere artificiali possono inoltre creare habitat vitali per molte specie marine, inclusi pesci, granchi e altri organismi contribuendo così alla biodiversità marina.
In sintesi, le ostriche possono svolgere un ruolo importante nella sostenibilità ambientale quando coltivate e consumate in modo responsabile.

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Le migliori ostriche del mondo

Le ostriche vengono coltivate in molte parti del mondo, ma alcune regioni sono particolarmente famose per la loro produzione.
L’area di più antico allevamento, almeno secondo i documenti è l’Irlanda dove vengono allevate in prevalenza lungo la Wild Atlantic Way; la Francia con la
regione di Charente-Maritime in Francia, nota per le ostriche Belon, le ostriche Marennes-Oléron e quelle coltivate nella baia di Arcachon; gli Stati Uniti con le famose ostriche pacifiche della baia di Tomales in California e infine il Giappone con le famose ostriche Kumamoto.
Andiamo nel dettaglio partendo dall’Irlanda che si mette in evidenza per tradizione (ci sono documenti del 1461 che parlano della loro importanza economica), dove ricca e evidente è la qualità e la salute delle acque in cui vengono allevate in prevalenza lungo la Wild Atlantic Way, l’area della fascia costiera ad ovest del paese, bagnata da un Atlantico particolarmente incontaminato anche per l’attenzione che l’Irlanda pone alla salvaguardia del suo prezioso habitat marino.
La produzione di ostriche è eccellente anche in Irlanda del Nord, dove vengono allevate soprattutto nella zona di Coney Island, vicino a Killough.
Passando alla Francia, che forse ha contribuito a rendere celebre nel mondo questo mollesco le principali regioni produttrici sono concentrate lungo la costa atlantica, dove le condizioni ambientali sono ideali per la loro coltivazione. Alcune delle regioni più importanti includono Charente-Maritime regione famosa per le ostriche Belon originarie della Bretagna e della zona intorno alla foce del fiume Belon conosciute per il loro sapore salato e metallico e quelle Marennes-Oléron particolarmente rinomate per il loro sapore distintivo, dovuto alla presenza di alghe verdi nelle acque dove vengono coltivate e quelle della baia di Arcachon apprezzate per la loro carne succosa e saporita.
Passando negli Stati Uniti il luogo delle ostriche è la California dove le ostriche pacifiche (le più coltivate ala mondo) vengono coltivate nella zona nord lungo la baia di Tomales e la baia di Humboldt.
Quelle della baia di Tomales che si trova nella contea di Marin sono conosciute per la loro carne succosa e il loro sapore salato; quelle della contea di Humboldt invece sono apprezzate per la loro dolcezza e il loro sapore cremoso.
Infine sosta d’obbligo nel paese del Sol Levante
famoso per la produzione di ostriche della regione di Miyagi che si trova nella parte settentrionale di Honshu, la più grande isola del Giappone con le sue ostriche di alta qualità, conosciute come “Miyagi oysters” dalla carne tenera e saporita, con note di nocciola e una finitura dolce. La prefettura di Hiroshima, situata nella parte occidentale di Honshu, è un’altra importante area di produzione di ostriche giapponesi; quelle di Hiroshima sono apprezzate per il sapore dolce e la loro consistenza succosa. Infine una nota di merito per le ostriche di Kumamoto (Crassostrea sikamea) varietà originaria dell’omonima regione che si trova nella parte meridionale del Giappone e che si differenziano per il guscio piccolo e appuntito e per la carne dolce e succosa.


Festival unici al mondo

Sono sempre di più i gastronauti che si mettono in viaggio per visitare gli allevamenti di ostriche e gustarsi i prelibati molluschi.
Celeberrimo in Irlanda (n
el 2024 è in calendario dal 27 al 29 settembre) il festival di Galway che celebra le ostriche indigene (la piatta di Galway) e che offre un programma ricco di appuntamenti per tutti con degustazioni e tour. Uno degli eventi più famosi di Francia è invece la Fête de l’Huître (Festa delle Ostriche) che si tiene ogni anno in varie città lungo la costa atlantica.
Anche negli Stati Uniti non mancano gli eventi dedicati a questo prezioso mollusco, tra i più noti c’è il Tomales Bay Oyster Festival, che si tiene ogni anno nella baia di Tomales e offre una vasta selezione di ostriche locali e piatti a base di frutti di mare.
Per finire anche il Giappone celebra le ostriche in vari eventi e festival gastronomici lungo le coste. Tra i più noti c’è il Miyagi Oyster Festival, che si tiene ogni anno nella prefettura di Miyagi e offre una vasta selezione di ostriche locali e piatti a base di frutti di mare.

 

Le Regie villeggiature sabaude

Le Regie villeggiature sabaude

Dalla metà del Settecento la famiglia reale trascorreva la villeggiatura nelle residenze lontane da Torino.
Furono acquistate, a questo scopo, i castelli di Govone, famoso per il giardino settecentesco e la sua collezione di rose, e di Agliè, il cui salone da ballo affrescato e la successione di ambienti d’epoca perfettamente conservati rendono l’edificio un trionfo di eleganza e splendore.
Nell’Ottocento la famiglia Savoia amava frequentare il Castello di Racconigi con il suo straordinario parco romantico, la Tenuta di Pollenzo, attuale sede dell’Università di Scienze Gastronomiche, e il Castello di Valcasotto trasformato da monastero certosino in residenza di caccia. Dalla metà del Settecento la famiglia reale trascorreva la villeggiatura nelle residenze lontane da Torino.
Furono acquistate, a questo scopo, i castelli di Govone, famoso per il giardino settecentesco e la sua collezione di rose, e di Agliè, il cui salone da ballo affrescato e la successione di ambienti d’epoca perfettamente conservati rendono l’edificio un trionfo di eleganza e splendore.
Nell’Ottocento la famiglia Savoia amava frequentare il Castello di Racconigi con il suo straordinario parco romantico, la Tenuta di Pollenzo, attuale sede dell’Università di Scienze Gastronomiche, e il Castello di Valcasotto trasformato da monastero certosino in residenza di caccia.


Castello di Agilè

Con più di trecento stanze, il magnifico parco di alberi secolari, l’incredibile collezione d’arte che spazia dai reperti archeologici ai manufatti orientali, il Castello di Agliè è una tappa obbligata per scoprire le bellezze nei dintorni di Torino e il nobile passato di Casa Savoia.
La residenza venne edificata dagli anni Quaranta del Seicento sui resti di un antico castello del XII secolo per volontà del conte Filippo San Martino d’Agliè, raffinato intellettuale, politico di primo piano e amante di Cristina di Francia.
A questa fase appartiene lo spettacolare Salone d’onore interamente affrescato da Giovanni Paolo Recchi e dalla sua bottega per celebrare le vicende medievali del primo re d’Italia Arduino d’Ivrea, da cui discendeva la famiglia San Martino.
Nel 1764 il castello venne acquistato dal re Carlo Emanuele III di Savoia per il figlio Benedetto Maurizio, duca del Chiablese. Nell’arco di circa un decennio l’architetto Ignazio Birago di Borgaro riplasmò l’intero complesso integrandolo armoniosamente con il borgo di Agliè. Vennero realizzate ex novo la piazza e la chiesa parrocchiale, a sua volta collegata al castello tramite una galleria coperta a due piani fuori terra tuttora esistente. All’interno della residenza la Sala delle cacce, ampio atrio d’ingresso e biglietto da visita del castello, ornata nel 1770 con sobri trofei in stucco di Giuseppe Bolina, segna un aggiornamento di gusto in chiave neoclassica.
Le importanti trasformazioni interessarono anche l’immenso parco, che venne risistemato alla francese da Michel Benard, direttore dei Reali Giardini, con la realizzazione di un lago circolare, posto al fondo del parco, in linea con l’asse longitudinale. Imperdibile è la scenografica Fontana dei Fiumi posta verso la facciata sud e impreziosita dai gruppi scultorei dei fratelli Collino.
Durante il periodo napoleonico il castello fu utilizzato come ricovero di mendicità. Rientrato in possesso dei Savoia nel 1823, fu ammodernato da Michele Broda su incarico del re Carlo Felice e della moglie Maria Cristina di Borbone. Ai coniugi si deve il notevole arricchimento delle collezioni. La passione della regina per le antichità e l’archeologia, che aveva condotto importanti scavi nelle sue proprietà nel Lazio, è testimoniata dai numerosi reperti conservati ad Agliè, in particolare nella Sala Tuscolana. Tra il 1838 e il 1840 vennero apportate modifiche anche al parco dal paesaggista Xavier Kurten, secondo la nuova moda del giardino romantico.
Alla morte di Maria Cristina il castello venne ereditato da Ferdinando di Savoia, duca di Genova. Il viaggio diplomatico in Asia del figlio di Ferdinando, il duca Tomaso, incrementò ulteriormente le raccolte con un’importante collezione di oggetti d’arte etnografica e orientale.
Durante gli anni della prima guerra mondiale la moglie di Tomaso, Isabella di Baviera, decise di istituire un piccolo presidio ospedaliero di tredici stanze per la convalescenza degli ufficiali di guerra nella parte più antica del castello, affacciato verso il giardino all’italiana di impianto seicentesco.
Venduto allo Stato nel 1939, il castello venne destinato a diventare museo di se stesso e oggi conserva intatti i suoi tesori e tutti gli arredi.


Castello di Racconigi

Il Castello di Racconigi, con la sua imponente architettura e il parco all’inglese di quasi 200 ettari, è stato il luogo di villeggiatura prediletto dal sovrano Carlo Alberto di Savoia e dalla sua famiglia.
Il castello era stato destinato allo svago e alla caccia già dalla metà del Seicento, quando divenne proprietà del ramo cadetto dei Savoia-Carignano. Su incarico del principe Emanuele Filiberto, dal 1676 il celebre architetto Guarino Guarini modificò l’antico edificio medievale rendendolo una moderna residenza di delizie. Di questa prima fase resta ancora oggi visibile la facciata settentrionale, che si apre sul parco. Il progetto venne poi completato alla metà del Settecento da Giovanni Battista Borra, a cui si devono la monumentale facciata d’ingresso sul lato meridionale in stile neoclassico e le Sale di Ercole e di Diana, i cui ricchi apparati di stucchi celebrano le virtù dei principi e delle principesse di Casa Savoia.
In virtù della sua appartenenza al ramo dei Savoia-Carignano, Carlo Alberto era legato da vincoli affettivi alla residenza di Racconigi. Nel 1832, a seguito della sua ascesa al trono di Sardegna, incaricò l’architetto regio Ernesto Melano di rimodernare l’edificio, a cui vennero aggiunte due ali laterali. Per il riallestimento interno fu chiamato Pelagio Palagi, che più di ogni altro artista seppe interpretare il clima culturale promosso dal re. È a Palagi che si devono i progetti di ridecorazione delle sale secondo un gusto nuovo ed eclettico. Il fascino per l’esotismo e per i mondi lontani, affermatosi con la moda dei gabinetti cinesi, venne aggiornato sui modelli etruschi, greci e romani, sulla spinta anche delle riscoperte di Pompei ed Ercolano e delle necropoli dell’antica Etruria. Per le serre e la cascina nel parco Palagi ricorse invece allo stile neogotico che meglio si adattava al giardino romantico disegnato dal paesaggista prussiano Xavier Kurten.
Dopo il trasferimento della capitale del regno d’Italia da Torino a Roma (1871), la presenza dei sovrani si diradò fino agli inizi del Novecento, quando il re Vittorio Emanuele III scelse nuovamente Racconigi come meta di villeggiatura, promuovendo nuove campagne di ammodernamento tecnologico e decorativo.
Frequentata regolarmente da Umberto II fino agli anni del secondo conflitto mondiale, la residenza venne acquistata dallo Stato italiano nel 1980, entrando a far parte della lista del patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO nel 1997, insieme alle altre Residenze Sabaude.
Oggi gli interni offrono ai visitatori uno sguardo intimo e ravvicinato sulla vita quotidiana e privata della famiglia reale: dalle camere da letto, alle cucine e ai gabinetti di toeletta, dalla sala del biliardo e da quella da pranzo allo straordinario gabinetto etrusco, dove il re riceveva ministri e ambasciatori. Oltre alla meraviglia degli interni il vasto parco è esempio tra i più significativi in Europa della sensibilità verso la natura e il paesaggio propria del Romanticismo, con alberi centenari che compongono aree boschive, celando sentieri e zone d’acqua.


Castello di Govone

Il Castello, che domina dall’alto il grazioso borgo di Govone e da cui si gode di una vista mozzafiato sulle Alpi, all’incrocio tra le Langhe, il Roero e il Monferrato, è il punto di partenza ideale per una gita nel verde a metà strada tra Asti ed Alba.
Esistente sin dall’XI secolo, il Castello venne riedificato dal 1678 su progetto del celebre architetto Guarino Guarini, incaricato da Roberto Solaro, ambasciatore dei Savoia e Gran Priore dell’Ordine di Malta, e da suo nipote il conte di Govone Ottavio Francesco Solaro.
La maestosa facciata, caratterizzata da uno scalone d’onore a quattro rampe e realizzata verso la fine del XVIII secolo, fu arricchita con le imponenti sculture seicentesche provenienti dalla smantellata Fontana di Ercole della Reggia di Venaria, coi telamoni di Giovanni Battista Casella e Carlo Pagano e con i quattro bozzetti dei Trofei militari in terracotta, progettati da Giovanni Baratta per Palazzo Madama, utilizzati per decorare la facciata di levante.
Nel 1795 il Castello passò ai Savoia anche se poco dopo, durante l’occupazione francese, finì all’asta. È con il nuovo acquisto e la restituzione a Carlo Felice di Savoia e della consorte Maria Cristina di Borbone, intenzionati a utilizzarlo come luogo di villeggiatura estiva, che gli interni vennero profondamente rinnovati (1819-1825) a partire dallo scenografico salone d’onore: un ampio spazio a trompe-l’œil che illusionisticamente richiama i templi classici, sulle cui pareti e sulla volta è raccontata la Storia di Niobe tratta dalla mitologia greca. Le favole antiche, affrescate da Carlo Pagani, Andrea Piazza, Luigi Vacca e Fabrizio Sevesi, furono scelte anche per decorare le volte degli ambienti al piano nobile, destinati al fratello di Carlo Felice, Vittorio Emanuele I, alla moglie Maria Teresa d’Asburgo-Este e ai principi di Carignano. Agli anni Venti dell’Ottocento risale anche il parco con il romantico giardino all’inglese, progettato dal paesaggista Xavier Kurten.
Verso la fine dell’Ottocento la residenza fu acquisita dalla casa bancaria Tedeschi e poi dalla famiglia Ovazza Segre di Torino. Nel 1897 divenne un punto di riferimento per i Govonesi poiché entrò a fare parte dei beni del Comune che vi istituì la scuola e vi insediò uffici pubblici. La maggior parte degli arredi fu messa all’asta e acquistata in blocco da Andrea Massena, principe d’Essling, e si può oggi ammirare negli allestimenti in stile nelle sale del Museo della Villa Massena a Nizza.
Attualmente una parte dell’edificio ospita gli uffici del municipio e la biblioteca comunale. Sono aperti al pubblico gli appartamenti al piano nobile, tra cui spicca il gabinetto cinese caratterizzato da vivacissime carte da parati settecentesche raffiguranti scene di vita quotidiana in Cina, l’atrio di ingresso e l’appartamento Montesquieu al piano terra con fini decorazioni a stucco geometriche e floreali.


Castello e agenzia di Pollenzo

Nel cuore delle Langhe e del Roero re Carlo Alberto di Savoia-Carignano recuperò, a partire dal 1833, l’antico borgo romano di Pollenzo, in frazione di Bra, per fondare la propria azienda agricola dotata di cascine, vigneti e cantine. Il complesso fu progettato dall’architetto Ernesto Melano e dal poliedrico artista Pelagio Palagi che assecondarono il gusto neogotico del sovrano elaborando una suggestiva città ideale in forme neo-medievali. Per il vasto parco all’inglese, abbellito da un laghetto artificiale alimentato dal fiume Tanaro, Carlo Alberto si affidò al noto paesaggista Xavier Kurten.
L’articolata organizzazione prevedeva una struttura principale denominata Agenzia, sede della direzione della tenuta e caratterizzata ai lati da un imponente torrione merlato e da una grande cascina detta Albertina. In quest’area vennero collocati gli uffici, la scuderia, la rimessa delle carrozze e la Vinaia. Gli scantinati vennero adibiti a cantine e bottiglieria per la conservazione dei vini. Sulle vestigia di un antico castello del XIII secolo ne venne edificato uno nuovo, in cui la corte sabauda poteva soggiornare nei periodi di villeggiatura. La decorazione degli ambienti fu eseguita da Palagi e dalla sua équipe secondo uno stile eclettico in cui i richiami all’antichità classica convivono con il revival gotico.
Oltre alla tenuta, il sogno neo-medievale di Carlo Alberto coinvolse anche il borgo, in parte rifondato in funzione dell’azienda agricola. Furono edificate le abitazioni per i contadini, il mercato e la piazza centrale sulla quale si affaccia la nuova chiesa parrocchiale: un imponente e severo edificio in stile gotico dedicato a San Vittore e costruito su precedenti resti paleocristiani.
L’originaria vocazione agricola del complesso è mantenuta ancora oggi: dal 2004 l’Agenzia e la cascina Albertina sono sede dell’Università di Scienze Gastronomiche, promossa da Slow Food, della Banca del Vino, dove si conservano i vini dei migliori produttori italiani e dell’Albergo dell’Agenzia (quattro stelle con 47 camere, ristorante gourmet, fitness e palestra). Nel parco dell’Agenzia tre aree archeologiche testimoniano la fase tardo-antica (V-VI secolo) e quella medievale (X-XIII secolo) di Pollentia, fondata dai romani alla fine del II secolo dopo Cristo.
Il Castello, attualmente di proprietà privata, non è visitabile dal pubblico.


Castello di Valcasotto

Nel 1837 Carlo Alberto rimase incantato dall’atmosfera di pace e tranquillità che avvolgeva l’antichissima Certosa di Casotto e decise di acquistarla come suo patrimonio personale per trasformarla in una residenza estiva dedicata alla caccia, uno dei passatempi prediletti di Casa Savoia.
Il complesso abbaziale, incastonato ai piedi delle montagne monregalesi tra Garessio e Pamparato, venne fondato dai monaci certosini tra il 1090 e il 1172. Agli inizi del Settecento conobbe alcuni importanti rinnovamenti che gli diedero un aspetto rigoroso e monumentale, più simile a un palazzo nobiliare che a un monastero. Ricca di fascino è la facciata della chiesa progettata da Bernardo Vittone verso la metà del secolo e realizzata in pietra verde locale, in netto contrasto con il rosso dei laterizi del resto del fabbricato. Intorno alla chiesa, tra due corti, erano collocate le celle dei monaci e la foresteria.
L’abbandono della Certosa dopo la soppressione dell’ordine monastico da parte del Governo francese (1802) rese necessario compiere dei lavori di adeguamento per ospitare la corte di Carlo Alberto. Anche l’antica chiesa fu riadattata per essere utilizzata come cappella regia.
Entro il 1860 l’architetto Carlo Sada e la sua équipe di pittori (Dionigi Faconti e Angelo Moja), decoratori (Giuseppe Trivella e Carlo Isella) e intagliatori (Gabriele Capello) allestirono, negli antichi ambienti usati dai certosini, i nuovi appartamenti reali caratterizzati da una dimensione intima e domestica, ben lontana dagli sfarzi delle dimore di rappresentanza. È proprio in queste stanze che si scopre il lato più quotidiano della famiglia reale.
Oltre che da Carlo Alberto, la dimora fu particolarmente amata dal primo re d’Italia, Vittorio Emanuele II, e dai suoi figli, in particolare la principessa Maria Clotilde che scelse la quiete di Casotto per trascorrere le sue estati.
Di proprietà dei Savoia fino al 1881, la residenza fu ceduta a privati. Oggetto di campagne di studio promosse dal Politecnico di Torino, nel 2000 è entrata a far parte del patrimonio della Regione Piemonte che, insieme alla Soprintendenza, ne ha avviato il completo recupero per destinarla a uso museale, didattico e ricettivo secondo innovativi criteri di sostenibilità ed ecocompatibilità.

Tenerife: a Los Realejos il più grande spettacolo pirotecnico d’Europa

Tenerife: a Los Realejos il più grande spettacolo pirotecnico d’Europa

Anche quest’anno, e ormai va avanti da più di 250 anni, il piccolo comune di Los Realejos, a Tenerife, ai piedi de La Orotava e del Parco nazionale del Teide, si prepara a mettere in scena il 3 maggio una vecchia rivalità tra due strade che produce il più grande spettacolo pirotecnico che si possa vedere in Europa.

Calle del Sol

Tenerife, da una rivalità uno spettacolo bellissimo

Tonnellate di polvere da sparo e tecnologie sofisticate danno vita a un prodigio di luci e suoni che emoziona e commuove.
Quasi due ore di esplosioni, colori brillanti, fuochi d’artificio, botti e lampi che illuminano e fanno vibrare le strade e i quartieri di El Sol ed El Medio, in un raro omaggio alla Santa Croce che sfila per le sue vie ma viene fermata tra un fuoco e l’altro per far contemplare anche a lei questo spettacolo unico ed esclusivo che parte dai campi isolati ma anche dai tetti di molte case.
Vulcani, fontane, razzi, candele, bengala, petardi, mortaretti, tuoni, batterie in sequenza creano una moltitudine di effetti visivi, combinando colori, scintille, lampi, incroci di direzioni e anche toni sonori sotto forma di sibili, fischi ed esplosioni. Tutto questo è il risultato di diverse combinazioni di salnitro, zolfo, carbone, solfato di rame, canfora, destrina, antimonio e dell’abilità di artigiani dediti al raro mestiere di creare capolavori che però finiscono in un attimo.
Questi fuochi si trasformano in una sorta di magia che dura pochi secondi, ma che riempie di entusiasmo e ammirazione chi la contempla. Ciò che conta è la celebrazione stessa e la pacifica “sfida” tra le due strade che risale a più di 250 anni fa e che non ha mai visto un vincitore o un vinto, perché in realtà non è né una gara né una sfida. In ogni caso, l’unica a vincere è la Santa Croce, la vera protagonista della festa, a cui tutti gli alentejani di una strada o dell’altra sono devoti. È una tradizione che si rafforza ogni anno, con le nuove generazioni che ereditano l’usanza dai padri. Questa celebrazione è stata riconosciuta come Festival di interesse turistico nazionale dal 2015 e aspira a diventare di interesse turistico internazionale.

Calle El Medio

Un’apparizione miracolosa

Come spesso accade, i simboli religiosi – vergini, santi, croci, ecc. – nascono in modo miracoloso a metà strada tra storia e tradizione.
La storia della Croce di Los Realejos racconta che nel 1666 un cavaliere stava attraversando il burrone di Pago de la Higa quando il suo cavallo si fermò bruscamente e si rifiutò di seguirlo. Il padrone, infastidito, lo esortò a proseguire e il cavallo finì per disarcionarlo.
Quando il cavaliere si riprese dalla caduta, scoprì che l’animale stava scavando nella terra. Il proprietario del terreno, commosso dall’evento, ordinò in quel posto la costruzione di una cappella, il Montículo de la Suerte, che sarebbe poi diventata la chiesa dell’Apostolo San Giacomo (in ricordo della festa in cui i soldati castigliani conclusero la conquista di Tenerife). Di quella croce rimangono solo alcuni pezzi di legno, che ora si trovano all’interno di una croce in filigrana d’argento (1677), che è quella che viene fatta sfilare per le strade il 2 e il 3 maggio di ogni anno. 


La disfida delle croci

Ed è anche la croce – in realtà le croci, perché ce ne sono più di 300 esposte nel comune – un’altra delle rivalità che riguarda tutta la città e tutte le sue strade. Cappelle, portoni, finestre, vetrine, interni di case, cortili, persino semplici muri sono decorati con delle croci e, fuori dalla città, si ritrovano anche su scogliere, scogli in mare, strade e burroni in montagna. Centinaia di croci e milioni di fiori raccolti in deliziosi bouquet che formano un insieme delle varietà più belle e profumate. Orchidee, anthurium, rose giganti, tulipani, garofani, margherite, calle e, naturalmente, la Strelitzia reginae, meglio conosciuta come uccello del paradiso, la pianta più tipica delle Isole Canarie.

La preparazione dei fuochi

Una lunga storia di rivalità

Ma insieme alle croci, ciò che rende unica questa festa sono i fuochi. Tutto iniziò come una rivalità tra due quartieri, addirittura due strade dello stesso comune, le vie “El Sol” ed “El Medio”; ma anche, si dice, tra due classi sociali molto diverse: i proprietari dei terreni attraverso i quali correva Calle El Medio, conosciuta anche come Calle de los Marqueses, e i mediatori e i piccoli agricoltori di Calle El Sol. Nacque così “el pique”, la rivalità che risale al 1770, anche se questi forti contrasti economici ora sono scomparsi.
Ma perché i due quartieri si sono scontrati? E da dove è nata questa rivalità?


Dai falò ai fuochi d’artificio

Storicamente, si trattava di una giornata di conflitto simulato tra marchesi e contadini. “El pique” consisteva nell’accendere in ogni strada falò, produrre fumo colorato e fare molto rumore al passaggio della croce in processione, in modo che vincesse chi aveva i falò più grandi, le colonne di fumo più alte o faceva maggior rumore.
Ma con l’arrivo dei fuochi d’artificio, quei semplici fuochi accesi dai fedeli sui marciapiedi e negli androni delle case si sono trasformati in vere e proprie battaglie campali con petardi e mortaretti che volavano orizzontalmente nel cielo alla ricerca della strada “nemica”.
Oggi la vecchia “guerra” è un motivo di festa che trasforma Los Realejos, a Tenerife, il 2 e 3 maggio in uno dei villaggi più decorati e belli della Spagna. Ma ciò che non è cambiato è l’essenza che ha sempre caratterizzato queste celebrazioni e cioè la venerazione della Croce, accogliendo a braccia aperte tutti coloro che ogni anno vengono ad ammirare la devozione e la dedizione che i residenti di entrambe le strade mettono nella realizzazione di una festa unica e incomparabile.

Isola del Giglio. L’esperienza unica di dormire in un faro

Isola del Giglio. L’esperienza unica di dormire in un faro

Sull’estrema punta Sud dell’isola del Giglio, Punta Capel Rosso, in un luogo di silenzi e fascino unico, abbracciato da un’area dal grande valore naturalistico, quale il parco nazionale dell’arcipelago toscano (Riserva MAB Unesco Isole di Toscana), sorge Faro Capel Rosso.

Il recupero di un pezzo di storia

La struttura, costruita nel 1883 dalla Marina Militare per illuminare la parte meridionale dell’isola, è formata da una torre bianca che si innalza davanti alla parte centrale, un edificio rettangolare a righe bianche e rosse affacciato sul mare.
Dato in concessione nel 2016 alle sorelle Mura, tre imprenditrici fiorentine che hanno attuato una sapiente e accurata opera di recupero e riqualificazione, terminata nel 2021, questo faro è diventato meta di soggiorni esclusivi nel rispetto del patrimonio storico e naturalistico.

Un fascino unico per un soggiorno indimenticabile

La semplicità autentica, il richiamo della storia, il fascino di una natura incontaminata, tempo per dedicarsi a se stessi in fuga dalla frenesia quotidiana, sono gli elementi che donano un’identità unica a questo luogo imperdibile e profondamente ancorato ad atmosfere speciali.
Le quattro suite che ospitano i viaggiatori sono state restaurate mantenendo il fascino  all’insegna dell’autenticità, e sono caratterizzate da un’austera semplicità, grazie all’impiego di materiali vivi quali la pietra dei pavimenti, le travi in legno, il granito. Tutte le camere sono state arredate rispettando la vocazione della struttura.
Il ristorante accompagna l’ospite in un percorso tra i sapori e i profumi del territorio, proponendo piatti che evocano antichi ricordi,

Dolce far niente, ma non solo

Il tempo da dedicare a se stessi nel silenzio, leggendo un libro o contemplando il mare, può essere affiancato da attività rigeneranti come escursioni naturalistiche e percorsi per conoscere la flora e la fauna locali, oltre a cooking class per scoprire i sapori locali giocando con gli ingredienti.
Non mancano poi esperienze di degustazione, ad esempio, in un bellissimo vigneto biologico, a picco sul mare o, ancora andando alla scoperta del miele e dell’olio dell’isola.
Oltre a percorsi trekking è possibile programmare un giro dell’isola in barca a vela andando a esplorare spiagge e calette raggiungibili solo via mare.
Soggiornare al Faro Capel Rosso è un’esperienza esclusiva, per “viaggiatori in fuga” che in questa isola dell’arcipelago toscano, proprio di fronte all’Argentario, si concedono il lusso di fermare il tempo circondati solo dalla potenza e dalla maestosità della natura, per un viaggio tra le emozioni più intime.

Scopri il fascino di Malta in un fine settimana indimenticabile

Scopri il fascino di Malta in un fine settimana indimenticabile

Se state cercando una destinazione da esplorare durante un fine settimana breve ma indimenticabile, Malta è la scelta perfetta.
Questo affascinante arcipelago nel cuore del Mediterraneo offre una miscela unica di storia millenaria, spiagge incantevoli, gastronomia deliziosa e paesaggi mozzafiato, il tutto racchiuso in un territorio facile da esplorare anche in pochi giorni.

Malata e le sue caratteristiche barche

Giorno 1: Benvenuti a Malta

Il fine settimana a Malta inizia con un’arrivo all’aeroporto internazionale di Malta, situato a pochi chilometri dalla capitale, La Valletta.
Dopo la sistemazione in albergo, inizia l’avventura esplorando il cuore storico dell’isola: La Valletta.
Perdetevi nelle sue strette strade lastricate, ammirate l’architettura barocca e visitate le sue numerose attrazioni, tra cui la maestosa Cattedrale di San Giovanni con il capolavoro di Caravaggio e i magnifici Giardini dell’Upper Barrakka.
Concludi la giornata gustando una cena tradizionale maltese in uno dei tanti ristoranti accoglienti della città.

Mdnia, l’antica capitale maltese

Giorno 2: Alla Scoperta dei tesori storici

Il secondo giorno è dedicato all’esplorazione dei tesori storici di Malta. Dopo una colazione tipica maltese, dirigetevi verso i siti archeologici di importanza mondiale: i Templi megalitici di Ħaġar Qim e Mnajdra.
Ammirate queste antiche strutture risalenti a oltre 5.000 anni fa e immergetevi nella storia millenaria dell’isola. Successivamente, visitate Mdina, l’antica capitale medievale con le sue stradine pittoresche e le mura fortificate che offrono una vista panoramica spettacolare sull’isola.
Pranzate a in uno dei caratteristici ristoranti all’interno delle mura della città e assaporate la cucina locale. Nel pomeriggio, via con una passeggiata lungo la pittoresca città costiera di Marsaxlokk e ammirate i tradizionali pescherecci colorati.
Terminate la giornata con una cena romantica al tramonto lungo la costa.

la costa di Malta

Giorno 3: Relax e sole

Per concludere il weekend maltese, dedicate l’ultima giornata al relax e al divertimento al sole. Godetevi una mattinata di relax in una delle splendide spiagge dell’isola, come la Baia di Golden Sands o la Baia di Mellieħa, dove poter fare il bagno nelle acque cristalline o semplicemente distendersi al sole.
Per un’esperienza ancora più avventurosa, prenotate un’escursione in barca per esplorare le grotte marine e le baie nascoste lungo la costa.
Prima di partire, concedetevi un ultimo pasto tradizionale maltese in uno dei ristoranti di pesce lungo il porto.
Con un fine settimana a Malta, avrete ovviamente solo un assaggio di tutte le meraviglie che questa piccola isola ha da offrire. Tuttavia, sarete sicuramente affascinato dalla sua storia ricca, dalla sua bellezza naturale e dall’ospitalità del suo popolo.