Un pollo al pascolo: quello di razza Romagnola, un tempo quasi scomparso, è un nuovo Presidio Slow Food

Un pollo al pascolo: quello di razza Romagnola, un tempo quasi scomparso, è un nuovo Presidio Slow Food

Erano rimasti in cinquanta. Cinquanta esemplari in tutto, posseduti da un anziano allevatore in provincia di Ravenna. Da quel giorno del 1997, quando li mise a disposizione della facoltà di Veterinaria dell’Università di Parma affinché venisse avviato un programma di conservazione e ripopolamento della razza, è passato più di un quarto di secolo. E oggi il pollo Romagnolo ottiene il riconoscimento come Presidio Slow Food. 

foto Oliver Migliore, Slow Food

Il romagnolo: un pollo che ha bisogno di spazio

Fino alla metà del secolo scorso, questa razza avicola era diffusa in tutta l’area delle odierne province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini. Rustico e abile pascolatore, dalla livrea variopinta, il pollo Romagnolo era apprezzato per la duplice attitudine, anzi triplice: innanzitutto per produrre uova, materia prima tra le più importanti della tradizione gastronomica dell’area, in particolare per la preparazione della pasta fresca, poi per la carne, sapida e saporita e, in alcuni casi, anche semplicemente a scopo ornamentale.
«Nell’aia, il pollo Romagnolo c’è sempre stato» ricorda Lia Cortesi, responsabile Slow Food del nuovo Presidio.
«Una razza rustica, che ama stare all’aperto, razzolare liberamente». Eppure, nel secondo dopoguerra, proprio la caratteristica che più lo contraddistingueil bisogno di ampio spazio per procurarsi il cibo raspando tra i ciuffi d’erba e beccando le granaglie avanzate dalla mietitura – ne ha sancito la pressoché totale scomparsa: garantirgli lo spazio all’aperto è diventato, per chi ha preferito adottare un approccio industriale e intensivo all’allevamento, sconveniente e poco redditizio. Non solo: il pollo di razza Romagnola è piuttosto lento a crescere e impiega fino a sei-otto mesi per raggiungere la massa che le razze commerciali toccano in cinquanta o sessanta giorni.»

Pulcino di razza romagnola. Foto Oliver Migliore, Slow Food

Un Presidio che è un’idea di allevamento

Il processo di recupero, cominciato nel 1997, ha consentito di moltiplicare il numero di esemplari: «Oggi possiamo stimare tra i 500 e i 600 riproduttori negli allevamenti della Romagna – spiega Alessio Zanon, presidente della Associazione razze autoctone a rischio di estinzione, che si è occupato anche del pollo Romagnolo – più alcuni altri a livello famigliare».
Gli allevatori professionali che aderiscono al Presidio Slow Food sono tre, a cui si aggiungono gli allevatori amatoriali di pollo Romagnolo membri dell’Associazione razze e varietà autoctone romagnole (Arvar).
Uno di loro è Davide Montanari, referente dei produttori del Presidio:
«Da quasi vent’anni gestisco un piccolo allevamento in cui mi occupo della selezione degli animali destinati a essere i nuovi riproduttori, così da incrementare il patrimonio zootecnico» spiega.
Tutti i suoi animali, naturalmente, crescono all’aperto, perché il Romagnolo si esprime al meglio se dispone di ampi spazi erbosi per il pascolo.
«Questo Presidio Slow Food ha un che di sentimentale – aggiunge Cortesi – e lo riteniamo importante perché è un esempio di allevamento virtuoso: esortiamo spesso a mangiare meno carne e a mangiarla di qualità, e questo vale anche per il settore avicolo. Quando sento dire indiscriminatamente che il pollo “è sano”, faccio presente che negli allevamenti industriali spesso vengono somministrati antibiotici agli animali e il benessere si misura esclusivamente nel numero di animali per metro quadro. C’è pollo e pollo, insomma, e dobbiamo educarci alla scelta». 

La razza che non si adatta all’intensivo

Come molte altre razze autoctone, anche la Romagnola è meno produttiva: «In realtà è solo incapace di adattarsi a un allevamento intensivo, mentre in un sistema estensivo si rivela vincente» conclude Zanon. «L’allevamento di polli autoctoni dovrebbe essere salvaguardato, non visto in contrapposizione al sistema industriale. I due sistemi non sono in competizione: producono alimenti che provengono sì dalla stessa specie, ma che hanno caratteristiche gustative, salutistiche e qualitative completamente diverse».
I Presìdi presenti in Emilia-Romagna sono 19, frutto di una collaborazione di lunga data tra Slow Food Italia e la Regione che ha portato recentemente alla firma di un protocollo d’intesa.
«Il sostegno ai Presìdi Slow Food,  capaci di creare cultura e identità, porta avanti un progetto che coinvolge le comunità locali e persegue obiettivi come salvare la biodiversità, tutelare gli ecosistemi e le risorse naturali, tutelare la salute dei cittadini e promuovere filiere eque dal punto di vista sociale. I Presìdi sono una ricchezza qualitativamente ineguagliabile, preservata da chi ogni giorno si impegna per ridare il giusto valore all’alimentazione, rispettando chi produce cibo sano e un’armonia che le istituzioni devono difendere e promuovere sempre» aggiunge l’
assessore regionale all’Agricoltura Alessio Mammi.

In val d’Ega per una vacanza invernale verde

In val d’Ega per una vacanza invernale verde

Se il bianco è tradizionalmente il colore di un inverno che porta sulle montagne miriadi di appassionati di sci e snowboard, comprensibilmente determinati a vedere appagati i loro sogni acrobatici e di discesa, a Carezza – che nell’autunno del 2019 ha aderito a Turn to Zero, con l’obiettivo di misurare, ridurre e compensare la propria impronta di CO2 aziendale – la tendenza cromatica di stagione è ormai da tempo il verde. 

Nel cuore delle Dolomiti più green

Nel cuore delle Dolomiti, l’area sciistica della Val d’Ega (Bolzano) dominata da Catinaccio e Latemar, unitasi alla zona svizzera di Arosa per dare vita al progetto “Zone sciistiche climatiche alpine”, si distingue da sempre per l’attenzione rivolta alle famiglie e all’ambiente, che si traduce in una filosofia sostenibile e nella continua promozione di atteggiamenti responsabili.
Qui, l’energia è green: l’elettricità viene prodotta da fonti rinnovabili e i rifiuti vengono smaltiti con una rigorosa raccolta differenziata, mentre l’uso della plastica è ridotto al minimo indispensabile e la misurazione annuale dell’impronta in termini di CO2 rappresenta un’opportunità e uno stimolo per stabilire nuovi livelli di diminuzione delle emissioni, grazie al programmato passaggio dal gasolio al carburante HVO (oli vegetali idrogenati) il prima possibile.

Innevamento e impianti a prova d’ambiente

Una progettazione ad hoc e un pilotaggio razionale degli impianti rendono l’innevamento artificiale delle piste – programmato solo quando le notti sono particolarmente fredde – ancora più efficiente.
All’inizio dell’inverno, appena le temperature toccano i -10° C/-15° C, l’intero comprensorio viene innevato in appena 80 ore.
Queste condizioni ottimali permettono di mantenere una soffice coltre di neve – prodotta utilizzando acqua in buona parte proveniente dal più grande, moderno ed ecologico bacino di raccolta “interno” di tutto l’Alto Adige – fino a marzo o addirittura aprile.
E tutto ciò con un ridotto consumo idrico ed energetico. Grazie alle misurazioni della profondità della neve e ai dati GPS, l’impiego serale dei sei gatti delle nevi per preparare le piste è stato inoltre ridotto di circa un’ora. La diretta conseguenza è stata una riduzione del fabbisogno di carburante pari a circa il 25%.
La riduzione della velocità degli impianti negli orari di minor afflusso contribuisce a migliorare il bilancio energetico dell’area sciistica, che gode anche di una riduzione dei gas di scarico e dell’impatto dell’inquinamento acustico sulla flora e sulla fauna grazie alla sempre più diffusa abitudine dei turisti a servirsi dello shuttle per raggiungere le piste.

Scelte gourmet, etiche e ambientali

Nel segno di un’etichetta green, il menu del personale dell’area è composto da ricette che rispettano l’ambiente e tutti gli eventi organizzati a Carezza seguono semplici regole per preservare la natura, come l’utilizzo di prodotti prevalentemente locali, il progressivo abbandono di materiali stampati e l’impegno a incoraggiare l’uso dei mezzi pubblici per gli spostamenti.
A tutto questo, si aggiunge il sostegno a progetti di protezione del clima nei paesi del Terzo Mondo, nel tentativo di arginare almeno in parte un cambiamento purtroppo inevitabile. 

Urbania. Sette buoni motivi per visitare la città della Befana

Urbania. Sette buoni motivi per visitare la città della Befana

Siamo nel Montefeltro, nella valle del Metauro, in mezzo all’Appennino al confine di ben quattro regione: Umbria, Marche, Toscana ed Emilia Romagna.
Qui si trova una cittadina ricca di arte e di storia nota per essere il paese in cui ha “casa” la Befana.
Urbania, sette buoni motivi per visitarla almeno per un week end. Magari perdendoci fra i ciottoli dei vicoli e la sua storia strettamente legata a Roma e ai papi.
Il borgo è infatti di antica fedeltà a Roma e alla Chiesa. Elementi questi che hanno lasciato nel corso dei secoli tracce profonde e segnato il suo destino. Andiamo a scoprirla insieme.


Il paese dai quattro nomi

Urbania, cosa vedere in questo luogo che ha una caratteristica che la rende unica all’interno della penisola è quella di essere l’unico paese ad aver cambiato ben quattro nomi nel corso della sua storia. E’ una delle perle più fulgide delle Marche. Terra bellissima che molto spesso visitiamo da Matelica e il suo Verdicchio alla splendida costa del Conero. Urbinum Mataurense era il suo nome ai tempi in cui era municipio di Roma. Castel delle Ripe nel medioevo fino alle due cocenti sconfitte avvenute per mano della vicina (ghibellina) potente Urbino sul finire del duecento. venne poi ricostruita sempre sulle rive del Metauro col nome di Casteldurante e divenne infine Urbania dal 1636.


Il Papa nel destino

Divenuta ricca grazie al fiorire delle chiese ad abbazie in epoca alto medievale ha sempre “affidato” alla dedizione al partito guelfo le sue sorti. Un problema se si considera che la vicina e potente e ghibellina Urbino governata dai Montefeltro prima e dai Della Rovere poi si trova a pochi chilometri. Impensabile per questo ducato veder crescere così vicino un borgo guelfo.
Il destino nelle mani dei papi per l’ex castel delle Ripe si concretizza la prima vota dopo la distruzione del 1282. Fu il pontefice Martino IV a volerla ricostruire lì. Sulle rive del fiume e in contrapposizione a Urbino forte e potente. Fu poi un altro papa, Urbano VIII a “ribattezzarla” in suo onore dopo averle concesso lo status a città e diocesi nel 1632 dopo la fine del ducato di Urbino.


La piccola Bologna

Leggenda vuole che Urbania sia stata edificata come una piccola Bologna. Quando venne riedificata come Casteldurante i muratori e gli architetti che dovevano costruirla fuorno mandati dal Papa a Bologna per vedere la città con le sue vie e i suoi portici. Lo fecero e presero le misure con delle canne apposite per poter poi replicare le dimensioni. Solo che nel viaggio di ritorno, sfiniti dalla stanchezza cominciarono ad accorciare quelle canne-misura per usarle come bastone. Fu così che sì costruirono una città simile a Bologna, solo più piccola dato che le canne si erano accorciate.

A spasso in centro

Il suo simbolo è indubbiamente Il Palazzo Ducale costruito sopra la precedente rocca ristrutturato dall’architetto Francesco di Giorgio Martini a fine quattrocento.
Oggi l’elegante palazzo è sede del Museo Civico dov’è una pinacoteca molto ricca. Il gioiello assoluto è una Madonna delle Nuvole del Barocci, ma parecchio interessanti anche i due globi, uno della sfera terrestre e uno di quella celeste fatti dal più grande cartografo del Rinascimento, Gerardo Mercatore.
Nel centro storico della “piccola Bologna” starete sempre col naso all’insù. Godetevi l’aria fresca, gli scorci panoramici che fanno capolino ad ogni angolo, i palazzi nobili memoria dei fasti del passato e le tante tracce sacre. Su tutte la cattedrale dedicata a San Cristoforo le cui prime tracce risalgono addirittura al VI secolo. Da visitare anche l’oratorio della Madonna del Carmine e quello del Corpus Domini dove si trovano opere di Raffaellino del Colle, l’ultimo allievo di Raffaello Sanzio.


Il Cimitero delle Mummie

Se avete sempre amato i film horror o semplicemente se non vi fate facilmente impressionare a Urbania esiste un luogo unico assolutamente da visitare.
Basta entrare nella Chiesa dei Morti e scoprire, dietro l’altar maggiore il cosiddetto “Cimitero delle Mummie”.
Sono diciotto i corpi mummificati naturalmente che si possono vedere. Furono trovati così, forse a causa di una particolare muffa, quando furono tolti dai loro sepolcri in seguito all’editto napoleonico che istituiva i cimiteri extraurbani. Una visione di grande impatto. Diciotto mummie che raccontano una storia. La donna morta di parto cesareo, il giovane ucciso a coltellate dopo una serata di baldorie, lo sfortunato sepolto dopo una morte apparente e tanto altro ancora… Da visitare per i più forti di cuore!


La casa di caccia dei duchi

Appena fuori città si trova uno dei capolavori del grande architetto Vanvitelli. Uno dei più bei palazzi del Rinascimento questo Barco Ducale, tenuta di caccia dei duchi di Urbino. Una villa splendida, in un contesto naturalistico straordinario dove è pulsata forte la vita e la cultura del Rinascimento e dell’Umanesimo italiano.
Furono molti gli intellettuali e i poeti di corte dell’epoca che qui oziavano immersi nei loro pensieri come ci racconta nelle sue lodi anche il Tasso.

La Terra della ceramica

Ormai sono rimaste davvero poche le botteghe storiche, anche nel centro storico che portano avanti la lunga tradizione rinascimentale della maiolica di Casteldurante.
Nel Cinquecento quelle che si producevano qui e a Pesaro e Urbino erano internazionalmente conosciute come le più belle dei tempi. Erano oltre quaranta i forni attivi nel centro del borgo e le committenze da ogni angolo di Europa fioccavano per i grandi maestri durantini. La loro fama divenne così influente che tanti di loro addirittura emigrarono per diffondere l’arte ceramica.
Urbania è dal 1994, nonostante i pochi produttori superstiti, una delle città italiane della ceramica riconosciute dall’associazione omonima. Sue ceramiche, tutte uniche e originali, si trovano anche nel Parlamento Europeo.


La dove vivono i folletti

Se siete degli eterni bambini oppure viaggiate con bambini non potete non visitare il Bosco dei Folletti, pochi chilometri fuori Urbania.
Un luogo di suggestione e magia dove, all’interno di un bosco, vivono famiglie di folletti e tanti animali da cortile.
L’ambiente fantastico è quello dell’oasi faunistica di Monte Montiego dove potete perdervi nella magia delle fiabe all’interno di un ambiente naturale intatto.

La città della Befana

Urbania ha sede da oltre venti anni la casa della Befana e nel giorno della festa (6gennaio) ospita la festa nazionale dedicata alla famosa vecchietta che porta doni e dolcetti ai bambini a cavallo di una scopa. Ma nell’antica Casteldurante la Befana riposa tutto l’anno dopo le fatiche della festa.
La casa della Befana si trova all’interno del palazzo civico ed è aperta per visite in ogni periodo dell’anno. La Befana accoglie in ogni momento dell’anno i bambini per far vedere loro come si fabbrica il carbone e come si tesse il telaio.


Il crostolo

Non è una piadina e non è una crescia. Guai a chiamare in modo diverso il crostolo, vero protagonista gastronomico di Urbania e prodotto simbolico delle Marche.
Nasce dal bisogno, come spesso capita per le ricette più tradizionali italiane. C’era da dare “pane” per sfamare tante bocche e in una terra per sua fortuna ricca di mulini e di cereali e legumi da macinare il gioco è stato in parte facile. Prodotto antichissimo, pare addirittura risalga a tremila anni fa, deve il suo nome alla consistenza dura, quasi con “crosta” che lo differenzia dalla più celebre piadina.

Ma come si mangia il crostolo?

Questo speciale pane durantino a forma di mezzaluna è realizzato con farina, uova e strutto impastati con olio e latte. Lo si cuoce alla brace e lo si condisce con verdure cotte e salumi.
Al settembre Urbania gli dedica addirittura una sagra dove potrete spermentare crostoli di ogni tipo: dai tradizionali ai più creativi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Capodanno 2024. Ecco deve sono in vacanza gli italiani

Capodanno 2024. Ecco deve sono in vacanza gli italiani

Quelli che si sono concessi una vacanza d’inverno lo hanno fatto scegliendo l’Italia e soprattutto la montagna.
Quali sono le località più gettonate dagli italiani per questo Capodanno 2024?
Ecco la classifica delle 30 destinazioni più amate per il weekend a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno stilato da un noto portale di prenotazione.

Livigno – Foto © Max Kukurudziak via Unsplash

Montagna pigliatutto

La montagna fa decisamente la parte del leone fra le preferenze degli italiani in vacanza in questo periodo. 6 località nelle prime 10 sono di montagna e così come la prima e seconda sul podio.
La Lombardia batte tutta la montagna italiana piazzando rispettivamente Livigno al primo posto, Bormio al secondo posto e Ponte di Legno al sesto. Roccaraso si piazza sorprendentemente al quarto posto surclassando appena dietro in classifica la popolare Madonna di Campiglio prima e unica località col capoluogo Trento al decimo posto a rappresentare a sorpresa il Trentino Alto Adige.
Fra le città “reggono” Roma al terzo posto, Firenze all’ottavo e Milano al nono posto, mentre il settimo posto di Bergamo è la conferma che la montagna lombarda tira.
Allargando l’orizzonte alle posizioni dall’undicesima alla trentesima si conferma il dominio della vacanza bianca con ben 16 località in classifica.
Uniche città in graduatoria Verona al tredicesimo posto, Arezzo al quindicesimo, Bologna al ventiseiesimo e Torino al trentesimo.
La mitica Cortina è “solo” diciannovesima mentre Courmayeur regge all’undicesima piazza. Soprende la presenza nella top trenta di Ovindoli (20 posto) e Pescasseroli (24 posto) confermando che la neve dell’Appennino comincia ad avere molti fans.

Roma – Roma © Federico Di Dio by Unsplash

La Lombardia vince fra le regioni, ma sorprende l’Abruzzo

La montagna che piace è decisamente quella lombarda ad essere nel cuore degli italiani e non solo per il primo posto di Livigno e il secondo do Bormio. La Lombardia piazza tutte le sue località più celebri (ben 9), compresa Bergamo nelle prime trenta posizioni. Già detto della top ten si segnalano Aprica alla piazza 14, Borno alla 23, Madesimo alle 27 e Foppolo al posto 28.
Subito dietro ecco il Trentino-Alto Adige che dopo Madonna di Campiglio e Trento nei primi dieci posti piazza Merano in sedicesima posizione, Canazei in ventunesima, Andalo in ventiduesima e Folgaria in ventinovesima.

La classifica

Di seguito la classifica dei primi trenta posti delle preferenze degli italiani per le vacanze di Capodanno.

1 Livigno Lombardia
2 Bormio Lombardia
3 Roma Lazio
4 Roccaraso Abruzzo
5 Madonna di Campiglio Trentino-Alto Adige/Südtirol
6 Ponte di Legno Lombardia
7 Bergamo Lombardia
8 Firenze Toscana
9 Milano Lombardia
10 Trento Trentino-Alto Adige/Südtirol
11 Courmayeur Valle d’Aosta
12 Abetone Toscana
13 Verona Veneto
14 Aprica Lombardia
15 Arezzo Toscana
16 Merano Trentino-Alto Adige/Südtirol
17 Asiago Veneto
18 Aosta Valle d’Aosta
19 Cortina d’Ampezzo Veneto
20 Ovindoli Abruzzo
21 Canazei Trentino-Alto Adige/Südtirol
22 Andalo Trentino-Alto Adige/Südtirol
23 Borno Lombardia
24 Pescasseroli Abruzzo
25 Sestola Emilia-Romagna
26 Bologna Emilia-Romagna
27 Madesimo Lombardia
28 Foppolo Lombardia
29 Folgaria Trentino-Alto Adige/Südtirol
30 Torino Piemonte

 

 

 

La Toscana ha due nuovi prodotti agroalimentari tradizionali certificati. Scopriamo la Befana di Barga e la Scola di Vicchio

La Toscana ha due nuovi prodotti agroalimentari tradizionali certificati. Scopriamo la Befana di Barga e la Scola di Vicchio

L’anno 2023 della Toscana si chiude con l’aggiornamento dell’Elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali che vede l’inserimento di due nuovi prodotti appartenenti entrambi alla Categoria “Paste fresche e prodotti della panetteria, della biscotteria, della pasticceria e della confetteria”.
Si tratta della “Befana di Barga” la cui richiesta di iscrizione arriva dal Comune di Barga, mentre il Comune di Vicchio ha presentato la richiesta della “Scola”.

Il totale dell’elenco dei PAT della Toscana sale così a 464.

La Befana di Barga

I biscotti della Befana di Barga

La Befana di Barga sono i biscottini ricoperti di marzapane colorato di Alkermes e spolverati di zucchero, hanno le più svariate forme e sono preparati tradizionalmente nel periodo natalizio o durante l’anno in corrispondenza di occasioni particolari, matrimoni, battesimi, comunioni, cresime, ecc..
Ogni famiglia conserva tuttora i propri stampini delle forme più varie tramandati di generazione in generazione.
La preparazione casalinga poi è un vero rito collettivo, dove ognuno ha i suoi compiti: l’impasto e il marzapane vengono preparati il giorno precedente e fatti riposare al fresco.
Una volta pronti ci si ritrova da chi ha la cucina più grande e possibilmente, il forno a legna.
C’è chi spiana, chi dà la forma, chi pinzetta, chi aggiunge il marzapane e chi aggiunge gli elementi decorativi.
L’uso dell’apposita pinzetta richiede una manualità ed un’esperienza che si acquisisce solo con anni e anni di preparazioni.
Era tradizione preparare la Befana anche per i parenti emigranti.
L’arrivo del biscotto in Scozia, in America, in Brasile ecc. rappresenta infatti per i bargo-esteri un motivo di festa evocando i ricordi della terra natia.
E’ un prodotto che viene preparato anche dai forni e dalle pasticcerie di Barga ma è molto sentito dalle famiglie per le quali vi è perfino il concorso per “La migliore befana casalinga” che si svolge il 5 gennaio.
Si racconta che gli abitanti di Castelvecchio, frazione del Comune di Barga, in occasione dell’Epifania, erano soliti regalare al poeta Giovanni Pascoli un cestino di Befana di Barga.

La Scola di Vicchio

Il dolce della Candelora di Vicchio

La “Scola” o “Spola” è invece un dolce allungato, morbido e profumato, arricchito da zucchero, uvetta, anice, prodotto dai forni di Vicchio e venduta come fila di 6 panini, che si possono vendere anche singolarmente.
La “scola” viene prodotta annualmente solo nel mese di febbraio esclusivamente dai fornai del comune di Vicchio, prodotto è arrivato fino ai giorni nostri sostanzialmente senza modifiche nella ricetta.

Se ne riscontra la produzione già dagli inizi del 1900 dalle testimonianze di generazioni trascorse tramandate ai consumatori odierni, o in modo più puntuale, al 1940 secondo la testimonianza di alcuni produttori locali, che ricordano la produzione della “scola” nella frazione di Molezzano per la festività della Candelora.
Il prodotto “scola” è da collegare alla festa della Candelora, che nel calendario liturgico era dedicata alla Purificazione della Vergine avvenuta appunto 40 giorni dopo il Natale. 
È interessante notare come i dizionari storici (vedi Tommaseo) riportino il lemma come variante “spola”, facendo riferimento a un filoncino di pane di forma affusolata come la spola di legno della tessitura.

 

 

La Puglia ha sette nuovi presidi slow food. Scopriamoli

La Puglia ha sette nuovi presidi slow food. Scopriamoli

Sette nuovi Presìdi slow food per la Puglia, da nord a sud. Il progetto è volto alla valorizzazione delle eccellenze agroalimentari e realizzato nell’ambito delle attività del programma di promozione dei prodotti agroalimentari pugliesi di qualità ed educazione alimentare, promosso dalla Sezione Coordinamento Servizi Territoriali del Dipartimento Agricoltura. La sinergia fra Regione Puglia Assessorato alle Politiche Agricole e Slow Food Puglia ha portato all’istituzione di nuovi Presìdi che insieme ai cinque “nuovi nati” nella prima fase che si è conclusa esattamente un anno fa, porta a 12 i nuovi Presìdi Slow Food in Puglia in due anni.
I nuovi presidi sono: u
va Baresana, piselli tradizionali Salentini, agrumi tradizionali di Palagiano, cipolla rossa delle Saline di Margherita di Savoia, suino Nero Pugliese, carciofo della Terra dei Messapi, pecora Gentile di Puglia.

L’uva baresana

E’ un uva da tavola coltivata anticamente nel comune di Adelfia, in provincia di Bari.
Si tratta di un vitigno all’origine allevato ad alberello pugliese, senza sostegno, a due branche. Si presta bene anche ad alberello a vaso, ma oggi è coltivata prevalentemente a tendone pugliese tradizionale o a pergolato.
Sulle origini di questa coltura si apre un ampio panorama di notizie e curiosità locali. La più antica citazione del termine “Baresana” risale al 1892.
La raccolta avviene da inizio settembre a metà ottobre.

Piselli tradizionali salentini

Questa denominazione accomuna tre ecotipi autoctoni di piselli che fanno parte dello stesso Presidio (Pisello Riccio di Sannicola, Pisello Nano di Zollino, Pisello Secco di Vitigliano) che vengono prodotti in provincia di Lecce, nella zona del basso Salento.

Agrumi tradizionali di Palagiano

Questa denominazione è riservata alle arance, ai mandarini e ai limoni prodotti nel territorio di Palagiano, provincia di Taranto, per le antiche varietà che permangono negli agrumeti storici della zona.
Le prime cultivar (Avana, Biondo e Vaniglia) risalgono al sec. XVIII.

Cipolla rossa delle saline di Margherita di Savoia

La denominazione deriva dal fatto che il bulbo presenta sottili tuniche esterne di colore rosso intenso, con sfumature purpuree.
Anche l’epidermide presenta colorazione rossastra.
E’ un prodotto fresco caratterizzato da bulbi teneri, succulenti, croccanti ad alto contenuto di zucchero. Se il prodotto viene raccolto prima dell’ingrossamento del bulbo, prende il nome di cipollotto o sponzale.  

Suino nero pugliese

La zona di allevamento ricade nell’intero territorio della regione Puglia, con diffusione particolare nell’area della Capitanata, della Murgia e della Valle d’Itria.
La storia di questa razza è legata alle vicende storiche e pastorali dell’Italia appenninica.
Questi esemplari, allevati prevalentemente allo stato brado, si sono adattati alle aree ricche di boschi in cui ghiande, castagne, tuberi e radici rappresentavano una importante fonte nutritiva.

Carciofo della terra dei Messapi

Pianta tipica mediterranea, da secoli coltivata nel territorio brindisino, che appartiene alla tipologia “Catanese”, le prime carciofaie, risalenti all’immediato dopoguerra, furono realizzate infatti con materiale di propagazione proveniente dalla Sicilia.
E’ una pianta precoce e rifiorente, altezza media di circa un metro e mezzo, che produce in media 8-9 capolini a forma quasi cilindrica. La raccolta inizia a dicembre e prosegue fino a maggio.   

Pecora gentile della Puglia

Razza ovina autoctona appartenente alla specie Ovis aries.
La zona di allevamento ricade nella parte settentrionale della regione Puglia, province di Bari, Barletta- Andria- Trani, Foggia e nelle regioni limitrofe storicamente interessate alla transumanza.
Ha origine nella provincia di Foggia, area compresa tra il fiume Fortore, il fiume Ofanto, il Gargano e il Sub Appennino Dauno.
Nota per la finezza della sua lana, la razza è apprezzata per la sua resistenza alle malattie e per la capacità di adattamento a condizioni climatiche semi aride della Puglia.