Lug 17, 2026 | Enogastronomia
Ci sono destinazioni che non si scelgono soltanto per sfuggire al caldo. Si scelgono perché rappresentano un sogno, una sfida, un privilegio. Luoghi remoti dove il turismo di massa non è mai arrivato, dove la natura continua a dettare le regole e dove il silenzio è ancora un’esperienza da vivere.
Sono le coolcation più esclusive del pianeta: itinerari che richiedono tempo, spirito di adattamento e una buona dose di curiosità, ma che ripagano ogni chilometro percorso con paesaggi impossibili da dimenticare.

Yukon, Canada: il regno del silenzio
Nel grande Nord canadese il concetto di spazio assume un significato completamente diverso.
Lo Yukon, al confine con l’Alaska, è una delle regioni meno popolate del pianeta: un territorio immenso fatto di montagne, ghiacciai, fiumi impetuosi e foreste che sembrano non avere fine. Qui la natura è la protagonista assoluta e l’uomo è soltanto un ospite.
Durante l’estate le temperature sono sorprendentemente piacevoli, oscillando tra i 15 e i 22 °C, mentre le giornate sembrano infinite grazie alle oltre diciotto ore di luce.
Si può navigare in canoa lungo il leggendario fiume Yukon, percorrere la spettacolare Dempster Highway, una delle strade più panoramiche del Nord America, oppure esplorare il Kluane National Park, patrimonio mondiale UNESCO, dove si trovano i più vasti campi di ghiaccio non polari del pianeta e il Monte Logan, la vetta più alta del Canada.
Con l’arrivo di fine agosto il cielo ricomincia lentamente a oscurarsi e compaiono le prime aurore boreali, trasformando ogni notte in uno spettacolo naturale irripetibile.

Lago Khövsgöl, Mongolia: il mare blu della taiga
Nel nord della Mongolia, a poche decine di chilometri dal confine con la Siberia, si trova uno dei laghi più puri e antichi del mondo.
Il Lago Khövsgöl, spesso chiamato il “fratello minore del Baikal”, custodisce circa il 2% delle riserve mondiali di acqua dolce ed è circondato da una delle foreste boreali più incontaminate dell’Asia.
Qui il tempo sembra essersi fermato.
Sulle sue rive vivono ancora comunità nomadi che allevano yak, cavalli e renne, spostandosi con le stagioni secondo tradizioni tramandate da secoli. Dormire in una ger, la tipica tenda mongola, condividere una tazza di tè salato con una famiglia locale o cavalcare lungo le rive del lago significa entrare in contatto con uno stile di vita rimasto quasi immutato nel tempo.
Le giornate estive sono fresche, con temperature comprese tra i 10 e i 20 °C, ideali per escursioni a cavallo, trekking nella taiga, kayak e osservazione della fauna selvatica.
Quando cala la sera, il cielo si riempie di stelle come in pochi altri luoghi del pianeta.

Georgia del Sud: il regno dei pinguini
Esiste un’isola nell’Atlantico meridionale dove gli animali superano gli esseri umani di milioni di volte.
La Georgia del Sud è uno degli ecosistemi più straordinari e incontaminati della Terra. Non esistono città permanenti, né alberghi o strade: si arriva soltanto a bordo di navi da spedizione che attraversano il burrascoso Oceano Australe.
L’approdo sull’isola è un’esperienza difficile da descrivere.
Le spiagge sono letteralmente ricoperte da centinaia di migliaia di pinguini reali, che convivono con enormi elefanti marini, otarie orsine e una straordinaria varietà di uccelli oceanici, tra cui il maestoso albatro urlatore, capace di aprire le ali fino a oltre tre metri e mezzo.
Le montagne innevate arrivano direttamente sul mare e i ghiacciai sembrano tuffarsi nelle baie.
È anche il luogo dove riposa il grande esploratore Ernest Shackleton, la cui tomba, nel piccolo insediamento di Grytviken, è diventata meta di pellegrinaggio per gli appassionati di esplorazioni polari.
Visitare la Georgia del Sud significa assistere a uno degli ultimi grandi spettacoli della natura selvaggia.

Penisola Antartica: il viaggio della vita
Non esiste probabilmente una coolcation più estrema.
Raggiungere la Penisola Antartica significa entrare in un mondo dominato dal ghiaccio, dove gli iceberg assumono forme scultoree, il mare riflette infinite sfumature di blu e il silenzio è rotto soltanto dal soffio delle balene o dal crepitio dei ghiacciai.
Le crociere di spedizione salpano generalmente da Ushuaia, in Argentina, e attraversano il celebre Passaggio di Drake prima di raggiungere il continente bianco.
Da quel momento inizia un viaggio fuori dal tempo.
Ogni sbarco avviene con piccoli gommoni tra colonie di pinguini Papua, Adelia e Chinstrap, mentre nelle acque circostanti nuotano foche di Weddell, foche leopardo, megattere, balenottere minori e orche.
L’Antartide non offre monumenti né città da visitare.
La sua grande attrazione è la natura nella sua forma più pura.
Qui si comprende davvero quanto il nostro pianeta sia fragile e straordinario allo stesso tempo.
È un viaggio che cambia il modo di guardare il mondo e che lascia un ricordo destinato ad accompagnare il viaggiatore per tutta la vita.
Il lusso dell’inaccessibile
Queste destinazioni rappresentano l’essenza stessa della coolcation: non semplicemente luoghi dove trovare temperature più miti, ma territori remoti dove il vero privilegio è poter assistere a spettacoli naturali che esistono da millenni.
Sono viaggi che richiedono più tempo, una maggiore pianificazione e spesso un investimento importante, ma offrono qualcosa che nessun resort potrà mai garantire: la sensazione, sempre più rara, di sentirsi piccoli davanti all’immensità della natura.
Lug 14, 2026 | Enogastronomia
Ci sono luoghi dove la natura detta ancora il ritmo delle giornate. Dove il fischio di una marmotta rompe il silenzio dei pascoli d’alta quota, uno stambecco osserva curioso gli escursionisti da una cresta rocciosa e un’aquila reale disegna ampi cerchi nel cielo. Benvenuti nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, il più antico parco nazionale d’Italia, un angolo di Alpi autentiche dove la montagna racconta la sua storia più vera.
Tra Piemonte e Valle d’Aosta, a cavallo di due regioni e di due culture alpine, si estende un territorio di oltre 71.000 ettari, un mosaico di boschi, vallate, ghiacciai, laghi e pascoli che dal 1922 rappresenta uno dei simboli della tutela della biodiversità italiana.
Fu istituito il 3 dicembre 1922, grazie anche alla lungimiranza di re Vittorio Emanuele II che, decenni prima, aveva trasformato queste montagne in una riserva reale di caccia per proteggere lo stambecco dall’estinzione. Oggi quella scelta è diventata uno dei più importanti esempi di conservazione della fauna alpina.

Il regno dello stambecco
Se c’è un animale che identifica il Gran Paradiso è senza dubbio lo stambecco. Con le sue grandi corna arcuate e l’incredibile agilità sulle pareti rocciose, è diventato il simbolo stesso del Parco. Qui vive una delle popolazioni più numerose d’Europa e gli avvistamenti sono frequenti anche lungo i sentieri più semplici.
Ma lo stambecco è solo il protagonista di un ecosistema ricchissimo.
Passeggiando tra boschi e praterie è possibile incontrare camosci, marmotte, volpi, lepri alpine, ermellini, martore, faine, tassi e, con un pizzico di fortuna, osservare il volo maestoso dell’aquila reale.
Negli ultimi anni è tornato a nidificare anche il gipeto, il più grande rapace delle Alpi, scomparso per oltre un secolo e oggi protagonista di uno dei più importanti progetti europei di reintroduzione.
Il cielo è animato anche da gheppi, poiane, sparvieri, astori, gufi reali e allocchi, mentre tra i boschi trovano rifugio il fagiano di monte, la pernice bianca, la coturnice, il picchio muraiolo e numerose altre specie.
Anche gli ambienti più piccoli custodiscono una sorprendente biodiversità: salamandre alpine, tritoni, vipere e la spettacolare farfalla Parnassius apollo, simbolo degli ecosistemi montani incontaminati.

Il paesaggio cambia passo dopo passo
Una delle caratteristiche più affascinanti del Gran Paradiso è la straordinaria varietà degli ambienti naturali.
Nei fondovalle dominano i boschi di larice, spesso accompagnati da abete rosso, pino cembro e, più raramente, dall’abete bianco.
Salendo di quota il paesaggio cambia lentamente.
Gli alberi lasciano spazio a vaste praterie alpine che, tra giugno e luglio, si trasformano in un tappeto colorato di stelle alpine, genziane, rododendri e decine di altre specie floreali.
Ancora più in alto iniziano le rocce, le morene glaciali e i ghiacciai che conducono fino ai 4.061 metri del Gran Paradiso, l’unica montagna oltre i quattromila metri interamente compresa nel territorio italiano.
Le montagne del massiccio sono state modellate nel corso di migliaia di anni dall’azione dei ghiacciai e dei torrenti, che hanno scavato profonde vallate e creato laghi alpini dalle acque cristalline, oggi tra le mete più amate dagli escursionisti.

Le grandi montagne del Parco
Il Gran Paradiso è naturalmente la vetta più famosa, ma il panorama è dominato anche da altre montagne di straordinaria bellezza.
La Grivola, definita dal poeta Giosuè Carducci “la più bella montagna che io conosca”, conquista per il suo profilo elegante.
Accanto si innalzano il Ciarforon, la Grande Sassière e la Granta Parey, cime che rappresentano una vera palestra per gli alpinisti ma che regalano scorci spettacolari anche a chi percorre i sentieri di fondovalle.

Un paradiso per chi ama camminare
Il Parco Nazionale del Gran Paradiso offre oltre 500 chilometri di sentieri che attraversano ambienti completamente diversi tra loro.
Ci sono percorsi semplici, adatti alle famiglie, che conducono a cascate, laghetti alpini e punti panoramici, ma anche itinerari impegnativi che raggiungono rifugi e ghiacciai.
Le valli più conosciute sono la Valle Orco, in Piemonte, e la Val di Soana, più selvaggia e meno frequentata, ideali per chi desidera immergersi nella natura più autentica.
Sul versante valdostano, invece, le valli di Valsavarenche, Val di Rhêmes e Valgrisenche offrono alcuni dei panorami più spettacolari dell’intero arco alpino.
In inverno il paesaggio cambia completamente volto e il Parco diventa una destinazione ideale per escursioni con le ciaspole, sci di fondo e attività sulla neve.
Un parco che unisce due Paesi
Il Gran Paradiso non termina al confine italiano.
Sul versante francese confina con il Parc national de la Vanoise, formando una delle più grandi aree protette delle Alpi e un importante corridoio ecologico internazionale per la fauna selvatica.
È un patrimonio naturale condiviso che dimostra come la tutela dell’ambiente possa superare i confini geografici.
Sapori d’alta quota
Visitare il Gran Paradiso significa anche scoprire la cucina delle vallate alpine.
Tra i piatti simbolo spiccano la polenta concia, preparata con burro e formaggi d’alpeggio, la zuppa alla valdostana, la fontina DOP, la mocetta, i salumi di montagna e i dolci a base di castagne e miele.
Nei rifugi è quasi d’obbligo concedersi una fetta di torta ai mirtilli accompagnata da una tisana preparata con erbe raccolte nei pascoli circostanti.
Quando andare
Ogni stagione regala emozioni diverse.
La tarda primavera e l’inizio dell’estate sono il periodo della fioritura alpina, mentre luglio e agosto rappresentano il momento ideale per raggiungere i laghi d’alta quota.
Settembre regala boschi dorati e colori spettacolari, oltre a una maggiore tranquillità lungo i sentieri.
L’inverno, infine, trasforma il Parco in un regno di neve e silenzio, perfetto per chi cerca un contatto autentico con la montagna.
Il lusso del silenzio
In un’epoca in cui il viaggio è spesso sinonimo di velocità e luoghi affollati, il Parco Nazionale del Gran Paradiso offre un’esperienza diversa.
Qui il tempo è scandito dal rumore dei torrenti, dal vento tra i larici e dal fischio delle marmotte.
È un luogo dove la natura non è un semplice scenario, ma la vera protagonista del viaggio. E forse è proprio questo il motivo per cui, a oltre un secolo dalla sua istituzione, continua a rappresentare uno dei tesori più preziosi dell’Italia alpina.
Dove avvistare gli stambecchi
Con i periodi migliori della giornata (alba e tardo pomeriggio) e le vallate più indicate.
I 10 punti panoramici più fotografati del Parco
Con il Colle del Nivolet, il Pian del Nivolet, il Lago Agnel, il Lago Serrù, la Valsavarenche e altri punti iconici.
Questi approfondimenti aumentano il valore dell’articolo sia per il lettore sia in ottica SEO, intercettando ricerche come trekking Gran Paradiso, cosa vedere nel Parco Nazionale del Gran Paradiso e dove vedere gli stambecchi.
Lug 12, 2026 | Enogastronomia
Per decenni il turismo estivo è stato sinonimo di sole, spiagge affollate e temperature elevate. L’immaginario della vacanza perfetta coincideva con il Mediterraneo, i Caraibi o le isole tropicali, dove il caldo rappresentava quasi un valore aggiunto. Oggi, però, il modo di viaggiare sta cambiando.

Come cambia la vacanza col clima
Le estati sempre più lunghe e le ondate di calore sempre più intense stanno modificando le abitudini dei viaggiatori, che iniziano a guardare con interesse a destinazioni dove il clima resta piacevole anche nei mesi di luglio e agosto.
Da questa nuova esigenza nasce il termine coolcation, fusione delle parole inglesi cool (fresco) e vacation (vacanza), utilizzato per indicare i soggiorni in località caratterizzate da temperature miti, spesso situate ad alta quota, ad alte latitudini o in aree dove la natura contribuisce a mantenere un clima più vivibile.
Negli ultimi anni il fenomeno è cresciuto rapidamente. Secondo analisi di mercato e osservatori del turismo internazionale, le ricerche online legate alle coolcation hanno registrato un forte incremento, mentre compagnie aeree, tour operator e piattaforme di prenotazione segnalano una crescente domanda verso Paesi come Canada, Groenlandia, Giappone settentrionale, Nuova Zelanda e Patagonia.
Ma ridurre le coolcation a una semplice “vacanza al fresco” sarebbe limitativo.

Le nuove destinazioni
Questa nuova tendenza racconta un cambiamento molto più profondo nel modo di vivere il viaggio. Sempre più persone cercano esperienze autentiche, lontane dall’overtourism e dal turismo mordi e fuggi. Preferiscono camminare lungo un sentiero di montagna piuttosto che trascorrere ore sotto un ombrellone, esplorare una foresta boreale invece di una spiaggia affollata, osservare balene, orsi, alci o pinguini anziché rincorrere la movida estiva.
Il fresco diventa così un valore aggiunto, ma non è l’unica ragione della scelta. Le coolcation sono anche un invito a rallentare, a riconnettersi con la natura, ad ascoltare il silenzio di un bosco o il rumore di un ghiacciaio che si scioglie lentamente. Sono viaggi in cui il paesaggio diventa protagonista e il tempo sembra scorrere con un ritmo diverso.
Molte di queste destinazioni, inoltre, condividono un altro elemento: sono ancora relativamente poco frequentate. Sceglierle significa contribuire a distribuire i flussi turistici, valorizzando territori che hanno fatto della sostenibilità ambientale e della tutela del patrimonio naturale il loro principale punto di forza.

Un nuovo modo di fare turismo
Le coolcation non rappresentano quindi soltanto una risposta al caldo estremo, ma l’evoluzione di un nuovo turismo, più consapevole e rispettoso dell’ambiente. Un turismo che misura il lusso non in gradi di temperatura o nel numero di stelle di un hotel, ma nella possibilità di svegliarsi davanti a un lago glaciale, osservare il sole di mezzanotte riflettersi sull’acqua, respirare aria pulita e percorrere sentieri dove la natura detta ancora il ritmo delle giornate.
In fondo, il vero privilegio del viaggio contemporaneo potrebbe non essere trovare il sole più caldo del mondo, ma scoprire quei luoghi dove, anche in piena estate, è ancora possibile indossare una felpa al tramonto, dormire con una coperta leggera e lasciarsi sorprendere da una natura che, lontano dall’afa, continua a regalare il suo spettacolo più autentico.
Alcuni numeri interessanti
+300%: è l’aumento delle ricerche online del termine coolcation registrato a livello globale tra il 2023 e il 2024.
Le estati più calde degli ultimi decenni stanno cambiando le abitudini dei viaggiatori, con una crescente domanda di destinazioni dal clima mite.
Montagne, foreste, fiordi, laghi e regioni artiche sono tra le mete che stanno registrando il maggiore incremento di interesse.
Sempre più turisti scelgono vacanze all’insegna del trekking, della fauna selvatica, delle esperienze outdoor e del turismo lento.
Le coolcation stanno contribuendo a destagionalizzare e a diversificare i flussi turistici, favorendo anche destinazioni meno conosciute.
Lug 11, 2026 | Enogastronomia
Quando si pronuncia la parola Salento, il pensiero corre immediatamente alle spiagge bianche, al mare turchese di Pescoluse, alle notti di Gallipoli e alle mura di Otranto.
Eppure il tacco d’Italia custodisce un volto meno conosciuto, fatto di piccoli borghi in pietra leccese, cave trasformate in giardini, cripte bizantine, ulivi secolari e sentieri affacciati su una costa selvaggia. È un Salento che invita a rallentare, ad ascoltare il silenzio delle campagne e a lasciarsi sorprendere da storie che affondano le radici nella Magna Grecia, nel Medioevo e nelle antiche tradizioni contadine.
Il nostro itinerario parte da Lecce e si sviluppa tra entroterra e mare, seguendo strade secondarie che raccontano l’identità più autentica di questa terra.

Lecce oltre il barocco
Lecce è famosa per le sue chiese e i suoi palazzi scolpiti nella morbida pietra locale, ma basta allontanarsi dalle vie principali per scoprire corti nascoste, antiche botteghe di cartapesta e laboratori dove gli artigiani continuano a tramandare tecniche secolari.
Vale la pena fermarsi in una piccola torrefazione per gustare il tradizionale caffè leccese, preparato con ghiaccio e latte di mandorla: un rito estivo che racconta meglio di qualsiasi guida il carattere ospitale della città.

Acaya, la città-fortezza perfetta
A pochi chilometri dal mare sorge Acaya, uno dei più sorprendenti esempi di città fortificata del Rinascimento italiano.
Il suo impianto urbanistico è rimasto quasi immutato dal XVI secolo: mura, bastioni, un castello e strade che sembrano disegnate con il righello. Passeggiare qui significa immergersi in un luogo ancora poco frequentato, dove il tempo sembra essersi fermato.

Corigliano d’Otranto
Borgagne e la Grecìa salentina
Il viaggio prosegue verso la Grecìa Salentina, un’area in cui sopravvive il griko, un’antica lingua di origine greca ancora parlata da alcune comunità.
Borghi come Borgagne, Calimera, Martano, Sternatia e Corigliano d’Otranto custodiscono un patrimonio culturale unico: cortili in pietra, feste popolari, pizzica tradizionale e ricette tramandate di generazione in generazione.
Qui il Salento rivela la sua anima mediterranea più profonda.
Il Canyon Ciolo
Lontano dalle spiagge più famose, nei pressi di Gagliano del Capo, si apre il Canale del Ciolo, una spettacolare gola scavata nella roccia che termina in un piccolo fiordo affacciato sul mare.
Le alte pareti calcaree attirano gli appassionati di arrampicata, mentre le acque trasparenti sono perfette per un bagno rigenerante.
Il nome “Ciolo” deriva dal dialetto locale e indica le gazze che un tempo popolavano questa zona.

Castro Vecchio
Castro Vecchia, il balcone sul mare
Molti visitano Castro Marina, pochi raggiungono Castro Vecchia.
Il borgo medievale domina la costa dall’alto e offre uno dei panorami più spettacolari dell’Adriatico. Tra vicoli silenziosi e terrazze panoramiche si respira un’atmosfera lontana dal turismo di massa.
Secondo la tradizione, proprio qui approdò Enea durante il suo viaggio verso il Lazio.
Porto Badisco e la grotta dei cervi
Una piccola insenatura tra le rocce custodisce una delle più importanti testimonianze della preistoria europea.
Nella Grotta dei Cervi, scoperta nel 1970, sono conservate migliaia di pitture rupestri risalenti al Neolitico. Sebbene non sia visitabile per motivi di conservazione, un centro di documentazione permette di conoscere questo straordinario patrimonio.
Le cave di bauxite
Pochi chilometri prima di Otranto compare un paesaggio quasi irreale.
L’antica cava di bauxite, abbandonata negli anni Settanta, si è trasformata in un piccolo lago color smeraldo circondato da terra rosso intenso. Il contrasto cromatico crea uno degli scorci più fotografati del Salento.

Santa Maria di Leuca
I fari del Capo
Il viaggio si conclude a Santa Maria di Leuca, dove Adriatico e Ionio si incontrano simbolicamente. Ma invece di fermarsi sul lungomare, vale la pena percorrere il sentiero che conduce al Faro e al Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae.
Da qui, nelle giornate limpide, lo sguardo abbraccia due mari e un orizzonte che sembra infinito.
Le tradizioni che raccontano il Salento
Il Salento è anche una terra di musica e sapori. La pizzica, antica danza popolare, continua a essere protagonista delle feste estive e delle sagre di paese, mentre le masserie custodiscono ricette che raccontano una cucina nata dalla semplicità.
Tra gli ingredienti simbolo spiccano l’olio extravergine d’oliva, i pomodori, i legumi, il pesce azzurro, le friselle e i vini Negroamaro e Primitivo.
Da assaggiare: la “Ciceri e Tria”
Tra i piatti più rappresentativi della tradizione salentina c’è la Ciceri e Tria, un’antica ricetta di origine araba.
La pasta fresca viene preparata a mano; una parte viene fritta e aggiunta ai ceci già cotti con olio extravergine, aglio e rosmarino. Il risultato è un perfetto equilibrio tra consistenze morbide e croccanti.
Il Salento che resta nel cuore
Il mare continua a essere il grande protagonista, ma il vero fascino del Salento si scopre percorrendo strade secondarie, entrando in un frantoio ipogeo, ascoltando un anziano parlare in griko, osservando un artigiano modellare la cartapesta o aspettando il tramonto seduti su una terrazza affacciata sulle falesie.
È questo il Salento meno noto, quello che non si limita a essere una destinazione estiva, ma diventa un viaggio nella storia, nella cultura e nell’identità di una terra capace di sorprendere ben oltre le sue spiagge.
Lug 9, 2026 | Enogastronomia
Per molti la Romagna è quella raccontata da Raoul Casadei: il liscio, le balere, la piadina, gli ombrelloni allineati sulla spiaggia e le notti che sembrano non finire mai.
È la terra del divertimento, delle estati sul mare, delle folle che affollano la Riviera e di quell’immaginario popolare fatto di ospitalità, leggerezza e vacanze.
Ma basta allontanarsi di pochi chilometri dalla costa perché il paesaggio cambi completamente.
Le spiagge lasciano spazio alle colline, il rumore dei locali si dissolve nel silenzio dei filari e la Romagna rivela un volto più discreto, autentico e sorprendente.
È qui che prende forma un’altra storia: quella di piccoli produttori che hanno scelto di interpretare il vino come espressione del territorio, lontano dalle logiche industriali e vicino alla terra.

La Romagna che non ti aspetti
Tra questi vale la pena portare all’attenzione di un vasto pubblico una piccola cantina guidata da un produttore visionario, convinto che il futuro del vino passi dalla valorizzazione dei vitigni autoctoni, dal rispetto della natura e dalla capacità di raccontare, attraverso ogni bottiglia, l’anima più vera di questa terra.
Una Romagna tutta da scoprire fatta di vigneti e poderi dove il tempo sembra seguire il ritmo delle stagioni e dove il vino diventa molto più del bicchiere beverino delle balere di liscio ma un elemento concreto con cui raccontare un territorio.
È in questo contesto che nasce la storia di questa piccola azienda vinicola dal nome quasi onirico che ha scelto di percorrere una strada diversa, fatta di ricerca, identità e visione.

Saperi autentici al servizio del terroir
In questo piccolo scrigno di Romagna è una picola valle attraversata dal Rio della Taverna che con le sue acque crea un terroir dal potenziale sconfinato dove vecchie vigne di Albana, Sangiovese e Trebbiano in un equilibrio perfetto crescono fra le mani sapienti di Alessandro Ramilli che le asseconda con interventi minimi in vigna e in cantina.
Alessandro pare quasi uno gnomo uscito dal bosco e di lui percepisci subito la passione per ciò che fa. E’ un produttore visionario e per certi versi un po’ folle che con i suoi occhietti vispi e profondi, la sua narrazione spontanea e profonda e il suo sapere autentico ti racconta la storia dei suoi vini, sempre diversi fra loro e anche per questo particolarmente sorprendenti per complessità e longevità che quasi non ti aspetti.
Alessandro va quasi controcorrente in un mondo enologico che cerca le performance economiche più che l’autenticità del prodotto e per far questo non ha fretta e asseconda la natura e i suoi tempi, rispetta le biodiversità e segue i ritmi della natura anche se un po’ folli come quelli di oggi sapendo aspettare il momento giusto per la raccolta e scegliendo poi di vinificare solo le uve migliori per ricercare in bottiglia, in maniera quasi maniacale profondità, eleganza, piacevolezza e terroir.
Quelli di tenuta il Plinio sono quindi vini che nascono dalle mani di un artigiano e per questo sono tutti da valorizzare.
La prova d’assaggio
Il nostro viaggio nei vini della tenuta Il Plinio non può che iniziare dalla prova d’assaggio di Alba di Plinio l’Albana docg di Romagna della casa quasi il vino più identitario della zona che sorprende ancora una volta, come tutte le volte che lo assaggiamo.
Sorprende fin dal colore. Un giallo dorato che quasi contrasta con il ventaglio di profumi che spaziano dai fiori gialli ginestra soprattutto, alle aromatiche mediterranee alla pesca a polpa gialla finendo con una nota di miele che ben si sposa con le cozze in guazzetto proposte dallo chef. In bocca corrisponde con una pienezza e rotondità di sorso e la grande freschezza.
Il nostro secondo assaggio il Plinio delle Acace è un Rubicone Igt si veste di una sfumatura del giallo dorato simile al precedente di cui mantiene come caratteristica la complessità di profumi sia floreali che fruttati. In bocca è ampio, persistente, con un finale sapido e la nota caratteristica di freschezza e ottimo sul risotto alla seppia, il loro nero ed erbe di campo selvatiche.
Nella cena con degustazione fiorentina a Palazzo Castri 1874 a cui ho partecipato sotto la guida dalla sommelier Barbara Tedde, sempre precisa e professionale ma anche coinvolgente nell’approccio col pubblico e a cui era presente anche il produttore abbiamo proseguito con il Sangiovese di Romagna Naso di Falco azzardatamente abbinato a uno stoccafisso all’anconetana. Il vino ha tenuto alla grande con quel suo colore rubino quasi impenetrabile ma soprattutto per il boquet intenso di frutto di bosco che avvolge la bocca senza aggredire nemmeno lo stoccafisso ma anzi, accompagnandolo con il suo tannino setoso, la morbidezza del gusto e l’inattesa freschezza pur nella complessità del sorso.
Il finale della cena è stato semplicemente sontuoso perché Alessandro Premilli ha tirato fuori l’asso dalla manica permettendoci di assaggiare un’autentica nicchia dell’enologia italiana: il mufato del Plinio da Albana.
Un vino che è riduttivo definire da dessert ma più da meditazione che è l’esempio plastico della filosofia di Ramilli.
Il mufato della Tenuta Il Plinio che non ha niente ha da invidiare ai più celebrati “fratelli” francesi è frutto di una vendemmia tardiva con raccolta a scalare a mano di chicchi o parte di grappolo attaccati da muffa nobile che poi fermenta lentamente in cantina a bassa temperatura prima di passare in barrique grandi distinte per ogni raccolta a cui segue un affinamento in legno fino a metà primavera. Al termine del lungo processo solo le migliori parcelle del vino vengono assemblate in acciaio e poi imbottigliate con filtrazione sterile prima di riposare in bottiglia per almeno 12 mesi.
Il colore dorato e luminoso offre subito un olfatto complesso con note di miele, zucchero filato datteri e zafferano. In bocca è vivace, fresco e con un’eccellente equilibrio. E’ dolce ma non mieloso e morbido al punto giusto con un finale lungo e profondo.
I vini quando sono fatti da qualche saggio artigiano sono poesia nel bicchiere. E quelli di Alessandro lo sono!
Lug 6, 2026 | Enogastronomia