Ago 19, 2026 | Enogastronomia
Negli ultimi anni, accanto a terroir, botaniche, lunghi affinamenti e artigianalità delle produzioni, nel mondo degli spirits si sono fatti strada temi come biodiversità, carbon neutrality, packaging sostenibile e filiere virtuose.
Oggi la sostenibilità rappresenta una delle sfide più interessanti del settore e coinvolge produttori molto diversi tra loro, accomunati dalla volontà di ridurre il proprio impatto ambientale senza rinunciare alla qualità. Dalla tequila al rum, passando per il Calvados, il gin e la vodka, nascono così progetti che interpretano il bere contemporaneo in maniera sempre più consapevole, dimostrando come innovazione e tradizione possano convivere nello stesso bicchiere.

Un progetto sostenibilità all’avanguardia
È proprio da questa visione che nasce la selezione di Proposta Spirits, che ha scelto di fare della sostenibilità uno dei temi centrali del suo catalogo. Un vero e proprio filo conduttore che attraversa realtà differenti per provenienza, filosofia produttiva e tipologia di distillato, accomunate dalla volontà di contribuire alla costruzione di un modello produttivo sempre più responsabile.
Per trasformare questa visione in un progetto concreto e condiviso, Proposta Spirits ha deciso di coinvolgere e premiare i clienti che grazie agli acquisti effettuati sui brand più attenti a questi temi, tra cui Buen Vato, Sapling (https://saplingspirits.com/), Two Drifters (https://twodriftersrum.com/) e Avallen (https://avallenspirits.com/), hanno contribuito a risparmiare una consistente quantità di CO₂. Infatti, a partire dai volumi acquistati e dai dati contenuti nei report di sostenibilità forniti dalle singole aziende, Proposta Spirits ha calcolato la quantità di CO₂ risparmiata grazie alla scelta di questi prodotti rispetto alle alternative convenzionali, offrendo così una misura concreta dell’impatto generato.
Nel complesso, nel 2025 l’iniziativa ha permesso di risparmiare 6.317,94 kg di CO₂, un risultato che dimostra come anche le scelte di acquisto possano contribuire alla costruzione di una filiera degli spirits più attenta al proprio impatto ambientale.
Buen Vato (Messico): la tequila sostenibile che guarda alle persone
Buen Vato nasce dall’incontro tra gli ingegneri ambientali di Alias Smith, azienda che dal 2004 distribuisce spirits messicani in tutta Europa, e la storica La Santa Rosa Distillery. L’azienda si pone l’obiettivo di rivoluzionare il settore attraverso un approccio che mette al centro la tutela delle persone e del pianeta, lavorando alla riduzione dell’impronta carbonica e al miglioramento delle condizioni di lavoro in ogni fase della produzione e della distribuzione, senza mai compromettere la qualità del prodotto.
Protagonista della gamma è il Tequila Blanco, proposto sia nel tradizionale formato da 70 cl sia nell’innovativa Frugal Paper Bottle, una bottiglia in carta a basso impatto ambientale, oltre che nel formato Bag in Box da 5 litri pensato per il mondo dell’ospitalità.
Two Drifters (Inghilterra): il rum carbon negative che guarda al futuro
Il progetto Two Drifters nasce dal sogno di Russ e Gemma Wakeham di creare una distilleria capace di riflettere i propri valori di qualità e cura del pianeta. Lui chimico di formazione, lei esperta di narrazione e marketing, hanno scelto la strada della sostenibilità per la loro produzione, con l’obiettivo di renderla accessibile, comprensibile e parte integrante della loro proposta. Alla base del progetto c’è una continua ricerca del miglioramento: perfezionare i propri rum, adottare pratiche sostenibili all’avanguardia e dimostrare come anche piccoli cambiamenti possano contribuire a costruire grandi soluzioni per il pianeta.
Una visione che trova espressione anche nel packaging, con una selezione di referenze proposte nel formato Bag in Box da 5 litri – Pure White, Lightly Spiced e Overproof Spiced Pineapple – pensato per ridurre l’impatto ambientale e rispondere alle esigenze del settore Horeca senza rinunciare alla qualità del prodotto.
Avallen Spirits (Francia): il Calvados che ha fatto della sostenibilità la propria firma
Nato dalla passione di Stephanie Jordan e Tim Etherington-Judge, entrambi ex brand ambassador di importanti marchi del mondo dei distillati, Avallen Spirits rappresenta oggi uno dei progetti più interessanti nel panorama degli spirits sostenibili. Premiata nel 2023 come l’azienda di spirits più sostenibile al mondo, Avallen ha saputo reinterpretare il Calvados contemporaneo trasformandolo in un manifesto di sostenibilità capace di coniugare innovazione, eleganza e rispetto per l’ambiente.
Simbolo di questa filosofia è l’adozione della Frugal Paper Bottle, il cui impatto ambientale è significativamente inferiore rispetto a quello delle tradizionali bottiglie in vetro. Ma la sostenibilità non è l’unico tratto distintivo del brand: nella visione di Avallen il Calvados diventa un distillato versatile e contemporaneo, perfetto tanto da degustare liscio quanto come protagonista di cocktail a bassa gradazione alcolica come Calvados & Tonic o Calvados & Ginger Ale. Un approccio che dimostra come il futuro degli spirits possa nascere dall’incontro tra tradizione e innovazione.
Sapling Spirits (Inghilterra): gin e vodka che fanno crescere una foresta
«Esistiamo per tre ragioni; per contribuire ad aprire la strada alla sostenibilità nel settore del Beverage, affrontare il cambiamento climatico e produrre distillati di alta qualità. » È questa la filosofia che guida Sapling Spirits, una delle prime aziende britanniche fondate attorno a un progetto di sostenibilità chiaro e ambizioso. Riforestazione, agricoltura rigenerativa, riduzione degli sprechi e packaging ecologico rappresentano i pilastri di un modello produttivo che negli anni è diventato un punto di riferimento per l’intero settore.
Tutti i distillati Sapling sono prodotti esclusivamente nel Regno Unito utilizzando ingredienti locali e grano britannico distillato quattro volte, una scelta che consente di ridurre le emissioni legate al trasporto e valorizzare le filiere del territorio. A questo si affianca una particolare attenzione al packaging sostenibile, che si traduce nell’utilizzo di formati refill e Bag in Box per l’intera gamma di gin e vodka.
Il London Dry Gin è disponibile nei formati da 70 cl, refill e Bag in Box da 5 litri, mentre la vodka viene proposta nelle versioni Classic e Raspberry sia in formato refill sia Bag in Box da 5 litri. Soluzioni pensate per limitare gli sprechi e promuovere un approccio al consumo sempre più responsabile, senza rinunciare alla qualità che ha permesso al brand di conquistare numerosi riconoscimenti internazionali.
Oltre ai brand già citati, anche altri brand del nostro portfolio contribuiscono a ridurre l’impatto ambientale, ad esempio attraverso l’utilizzo di formati bag-in-box o grazie a progetti dedicati alla sostenibilità ambientale e sociale. Continueremo ad ampliare e valorizzare questa selezione, perché crediamo che il cambiamento nasca dalle scelte di tutta la filiera.
Grazie all’impegno di nuovi brand che hanno attenti alla sostenibilità e grazie allo sviluppo di questi prodotti su un numero sempre maggiore di clienti, nel 2026 Proposta punta a superare i 10.000 kg di CO₂ risparmiati. Inoltre, oltre a certificare tutti i clienti che supereranno i 50kg salvati durante il 2026, Proposta premierà i locali più virtuosi con una sustainable experience in Trentino.
Ago 18, 2026 | Enogastronomia
Dal 21 al 23 agosto Castri di Lecce porta in tavola la cucina di una volta con la “Sagra te li piatti te na fiata”. Un viaggio tra ricette contadine, sapori identitari e piatti nati dalla necessità che oggi raccontano l’anima più autentica del Salento.
Ci sono luoghi che si visitano con gli occhi e altri che, prima ancora, si scoprono con il palato.
Per conoscere davvero il Salento, per esempio, si potrebbe cominciare da una tavola apparecchiata. Non quella di un ristorante stellato, ma una tavolata di paese, sotto le stelle, dove arrivano piatti dai nomi che sembrano piccole poesie dialettali e ricette che hanno attraversato generazioni.
È quello che accade a Castri di Lecce, piccolo comune nel cuore del Salento, dove dal 21 al 23 agosto torna la Sagra “Te li piatti te na fiata”: tre serate dedicate ai sapori di una volta, alla cucina della memoria e a quel patrimonio gastronomico immateriale che rischia di scomparire proprio mentre il Salento è diventato una delle destinazioni turistiche più amate d’Italia.
Qui la domanda non è soltanto “cosa mangiamo?”. La domanda è: che Salento c’è dentro questo piatto?

“Te na fiata”: quando il nome della sagra è già un viaggio
Il nome della manifestazione è quasi un manifesto. Te li piatti te na fiata, ovvero “i piatti di una volta”.
Una volta quando in cucina si cucinava con quello che offriva la terra. Quando il pane avanzato diventava un nuovo piatto, i legumi erano una fonte preziosa di nutrimento, le verdure spontanee finivano nella pentola e la fantasia era l’ingrediente indispensabile per mettere insieme pranzo e cena. Una cucina povera? Sì, se la si guarda con gli occhi di oggi. Ma anche una cucina straordinariamente contemporanea.
Perché quella che oggi chiamiamo sostenibilità — utilizzare tutto, evitare gli sprechi, rispettare la stagionalità, valorizzare i prodotti locali — per le famiglie contadine era semplicemente il modo normale di vivere.
E proprio per questo le ricette della tradizione salentina hanno qualcosa da insegnare anche alla cucina contemporanea.

La pappaiottula: quando il pane raffermo diventa identità
Se esiste un piatto capace di raccontare lo spirito della manifestazione, è la pappaiottula. Pochi ingredienti, apparentemente semplicissimi: pane raffermo, uova e formaggio. Niente ingredienti introvabili, niente tecniche complicate, niente effetti speciali.
Eppure da questo incontro nasce una preparazione profondamente legata alla storia gastronomica di Castri di Lecce, tanto da essere riconosciuta come specialità De.C.O.
È il perfetto esempio di come la cucina contadina riuscisse a trasformare la necessità in creatività.
Il pane non si buttava. Si recuperava. E quello che poteva sembrare un avanzo diventava una pietanza capace di sfamare una famiglia.
Oggi la pappaiottula è diventata uno dei simboli gastronomici di Castri. E assaggiarla significa fare qualcosa di più che provare una ricetta: significa entrare, almeno per qualche minuto, nella cucina delle generazioni che ci hanno preceduto.

Fave e cicorie: il gusto selvatico del Salento
Se c’è un piatto che forse più di ogni altro racconta il rapporto fra uomo e campagna nel Salento, sono le fave con le cicorie selvatiche. Da una parte la crema morbida delle fave, dall’altra il carattere amarognolo e deciso delle cicorie.
È un equilibrio sorprendente, costruito non sulla ricchezza degli ingredienti ma sul contrasto.
La dolcezza della fava incontra l’amaro della verdura spontanea e insieme crea uno dei grandi classici della cucina pugliese.
Un piatto apparentemente semplice, ma che racconta un mondo nel quale conoscere le erbe, riconoscere le stagioni e sapere cosa raccogliere nei campi faceva parte della cultura quotidiana.
È anche una delle ragioni per cui la cucina salentina non può essere separata dal suo paesaggio.
Per capire quello che si mangia bisogna guardare gli ulivi, i muretti a secco, gli orti, le campagne e quella macchia mediterranea che ancora oggi caratterizza il territorio.

La pignata e la cucina lenta
Poi c’è la pignata te pasuli, la preparazione a base di legumi che porta con sé un’altra parola ormai diventata quasi rivoluzionaria: lentezza. La pignata è infatti simbolo di una cucina che non aveva fretta.
La pentola sul fuoco, il tempo necessario alla cottura, gli aromi che si amalgamano lentamente. È una filosofia opposta alla cucina veloce e standardizzata. E forse proprio per questo oggi affascina tanto.
Il turismo gastronomico cerca sempre più esperienze autentiche, prodotti locali, ricette tradizionali e storie da raccontare. E una pignata che cuoce lentamente racconta tutto questo molto meglio di una brochure.

Maccarruni: la pasta come gesto familiare
La pasta fatta in casa è un altro capitolo fondamentale della cucina salentina. I maccarruni fatti a mano non sono semplicemente una preparazione gastronomica: sono il risultato di un sapere manuale. La pasta si impasta, si modella, si prepara. E il gesto passa da una generazione all’altra.
È proprio questa dimensione artigianale a rendere preziose le ricette della tradizione. Perché spesso ciò che rischia di scomparire non è tanto l’elenco degli ingredienti, quanto il gesto necessario per trasformarli in un piatto. Una ricetta può essere scritta su un libro.
Un gesto, invece, deve essere tramandato.
Muersi fritti e pittule: quando la festa entra in cucina
E poi arriva la parte più golosa. I muersi fritti e le pittule riportano la cucina verso quella dimensione festosa che in Puglia è praticamente una seconda natura. La frittura è convivialità, festa, profumo che si sente ancora prima di arrivare alla tavola.
Le pittule, in particolare, sono uno dei grandi simboli della tradizione pugliese: piccole porzioni di impasto fritte e irresistibili, protagoniste di feste, sagre e tavolate. Sono il genere di cibo che mette d’accordo tutti.
Si prendono con le mani, si assaggiano quasi distrattamente e poi, inevitabilmente, se ne prende un’altra. E un’altra ancora.
Una sagra che racconta un paese
È questo il punto interessante della Sagra te li piatti te na fiata. Non è soltanto un appuntamento gastronomico. È una finestra aperta sulla storia di un paese.
Perché attraverso la cucina si possono raccontare l’agricoltura, il lavoro nei campi, le abitudini familiari, il dialetto, la stagionalità, il rapporto con la terra e persino il modo in cui una comunità si ritrova.
La sagra diventa così un piccolo museo a cielo aperto.
Solo che invece di osservare gli oggetti dietro una teca, li si può assaggiare.

Castri di Lecce, il Salento lontano dalle cartoline
Ed è qui che entra in gioco anche il turismo. Castri di Lecce non è forse il primo nome che viene in mente quando si pensa a una vacanza salentina. Non ha la notorietà di Lecce, Otranto, Gallipoli o Santa Maria di Leuca. Ed è proprio questo il suo fascino.
Il paese permette di scoprire un Salento meno affollato e più quotidiano, quello dei piccoli centri, delle piazze, delle chiese, delle campagne e delle tradizioni che resistono alla trasformazione del territorio in semplice destinazione turistica.
Fra le testimonianze da cercare ci sono la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, la Chiesa di San Vito, la Cappella della Madonna della Luce e il Menhir della Luce.
Particolarmente interessante è anche il frantoio ipogeo, memoria di quella civiltà dell’olio che ha rappresentato per secoli una delle colonne portanti dell’economia salentina. E allora la visita può diventare un piccolo itinerario.
Prima il paese. Poi il territorio. Infine la tavola.

Il Salento oltre la spiaggia
In fondo, è proprio questa la scommessa più interessante. Il Salento non è soltanto mare cristallino, calette e tramonti sull’Adriatico. È anche campagna. È ulivo. È pietra leccese. È dialetto. È pane. È cicoria selvatica. È una pentola di legumi che cuoce lentamente. È una ricetta che una nonna insegna alla figlia e che una nipote decide, molti anni dopo, di riproporre in una sagra.
Per questo appuntamenti come quello di Castri possono diventare una tappa interessante per chi cerca un turismo diverso, più lento e più curioso. Un turismo che non si limita a fotografare un territorio, ma prova a conoscerlo.
E quale modo migliore per farlo se non sedendosi a tavola?
Tre giorni per assaggiare la memoria
Dal 21 al 23 agosto, dunque, Castri di Lecce invita a fare un viaggio nel tempo attraverso la cucina. Non servono grandi parole. Basta seguire i profumi.
Quelli delle fave e delle cicorie, del pane, dei legumi, della pasta fatta a mano e delle fritture.
Perché alla fine il vero souvenir del Salento potrebbe non essere una calamita, un vaso di ceramica o una fotografia. Potrebbe essere un sapore.
Uno di quelli che, una volta tornati a casa, basta chiudere gli occhi per ritrovare.
Ago 16, 2026 | Enogastronomia, Territori
Ci sono prodotti che finiscono nel piatto. E poi ce ne sono altri che, prima ancora, raccontano un territorio.
Il Fagiolo di Sarconi IGP appartiene decisamente alla seconda categoria. Perché dietro quei piccoli semi colorati c’è una storia fatta di agricoltura, acqua, terra, biodiversità e sapere contadino.
Una storia che ogni estate torna protagonista a Sarconi, piccolo borgo della provincia di Potenza, nel cuore dell’Alta Val d’Agri.
Qui il 18 e 19 agosto 2026 va in scena la 45ª Sagra del Fagiolo IGP di Sarconi, una delle manifestazioni gastronomiche più longeve della Basilicata.
La festa è nata nel 1982 come “Festa del fagiolo” e nel corso degli anni è cresciuta fino a diventare una vera vetrina per uno dei prodotti simbolo dell’agricoltura lucana. Il Comune la definisce la “regina di agosto” dell’estate sarconese e sottolinea come sia un appuntamento capace di richiamare anche chi torna nel paese proprio per la sagra.
Ma perché questo fagiolo è così speciale?

Prima di tutto: che cos’è il Fagiolo di Sarconi IGP?
La prima cosa da sapere è che non stiamo parlando di una sola varietà. Il Fagiolo di Sarconi IGP comprende diversi ecotipi locali riconducibili alle tipologie Cannellino e Borlotto, coltivati secondo il disciplinare nella zona geografica riconosciuta.
Il territorio di produzione comprende Sarconi e altri comuni della provincia di Potenza, tra cui Grumento Nova, Marsicovetere, Moliterno, Paterno, San Martino d’Agri, Spinoso, Tramutola e Viggiano. Ed è proprio questa biodiversità a rendere il prodotto particolarmente interessante.
Ci sono fagioli bianchi, verdi, screziati, rossastri, con forme e dimensioni differenti. Tra gli ecotipi locali si incontrano nomi affascinanti come Verdolino, Tabacchino, Munachedda, Nasieddu, Maruchedda, San Michele, Tovagliedde rampicanti e Cannellino rampicante.
Una piccola enciclopedia gastronomica racchiusa in un pugno di legumi.

Il segreto è sotto terra
Il gusto del Fagiolo di Sarconi non nasce per caso. A fare la differenza sono soprattutto le caratteristiche dell’Alta Val d’Agri, dove terreni fertili e particolari condizioni climatiche creano un ambiente favorevole alla coltivazione.
I terreni dell’area sono prevalentemente alluvionali, freschi, profondi e fertili e l’abbondanza di acqua è uno degli elementi che contribuiscono alla peculiarità del prodotto. Poi ci sono le escursioni termiche estive, altro elemento caratteristico dell’area.
È il classico esempio di come il territorio possa diventare ingrediente.
Non basta piantare un seme per ottenere lo stesso risultato altrove: sono l’ambiente, la tradizione agricola e la selezione degli ecotipi locali a costruire nel tempo un prodotto riconoscibile.

Una buccia sottile e un gusto che tende al dolce
E qui arriva una delle caratteristiche più interessanti per chi ama la gastronomia.
Il Fagiolo di Sarconi è apprezzato per la buccia sottile, la polpa tenera e una particolare delicatezza al palato. Le caratteristiche del territorio contribuiscono inoltre a una cottura relativamente rapida e uniforme e a una consistenza morbida. Il sapore è delicato, pieno e con una piacevole tendenza al dolce. È proprio questa delicatezza a renderlo estremamente versatile in cucina.
Si può utilizzare fresco, quando viene raccolto come baccello da sgranare, oppure a completa maturazione per ottenere la granella secca.

Dal piatto contadino alla cucina contemporanea
La grande forza del Fagiolo di Sarconi è che non ha bisogno di ricette complicate. La cucina tradizionale lucana lo ha sempre utilizzato in preparazioni semplici, dove il legume rimane protagonista.
Una delle immagini più immediate è quella della pasta e fagioli, ma il repertorio è molto più ampio.
Ci sono le zuppe, le minestre di verdure, i fagioli cotti lentamente, le preparazioni con cereali e pasta e i piatti della cucina contadina nei quali il legume dialoga con pane, olio extravergine, ortaggi e altri prodotti locali.
Ed è proprio questo il bello di un prodotto come il Fagiolo di Sarconi: non pretende di essere protagonista con la forza, ma lo diventa grazie alla sua capacità di assorbire e valorizzare i sapori che lo accompagnano.
Una sagra nata quasi per caso e diventata una tradizione
La storia della festa è interessante quanto quella del prodotto.
La prima edizione risale al 1982, quando venne organizzata come “Festa del fagiolo”. L’obiettivo era far conoscere questa coltura al di fuori del territorio e creare attorno al prodotto un momento di confronto e promozione.
I primi appuntamenti prevedevano anche seminari con produttori e rappresentanti istituzionali, dedicati a sperimentazione, produzione e commercializzazione. Poi arrivavano giochi popolari e, naturalmente, la degustazione del fagiolo cucinato dai cuochi locali.
Da allora la manifestazione è cresciuta, ma non ha perso il suo punto di partenza: mettere il fagiolo al centro della comunità.
Nel 2026 si arriva così alla 45ª edizione.

Due giorni in cui Sarconi profuma di Basilicata
Durante la sagra il paese cambia ritmo. Le strade e le piazze diventano il luogo d’incontro fra produttori, abitanti e visitatori.
Il fagiolo viene proposto nelle sue diverse interpretazioni e la gastronomia diventa il filo conduttore di una festa che comprende anche iniziative culturali, intrattenimento e momenti dedicati alla conoscenza del prodotto.
La degustazione resta naturalmente il cuore della manifestazione. Ed è qui che il visitatore può capire la vera differenza fra comprare un prodotto tipico e vivere un prodotto nel suo territorio.
Perché assaggiare il Fagiolo di Sarconi a Sarconi significa incontrare anche le persone che lo coltivano, ascoltare le storie della comunità e vedere il paesaggio nel quale quel prodotto nasce.

Non solo pasta e fagioli: la sorpresa è la creatività
Una delle cose più curiose della sagra è vedere quanto un ingrediente apparentemente semplice possa essere reinterpretato.
Accanto alle preparazioni tradizionali, negli anni il fagiolo è entrato anche in ricette più creative e insolite.
Sono nate così interpretazioni che lo portano persino lontano dalla classica cucina salata, con sperimentazioni dolci e prodotti curiosi.
È un modo intelligente per dimostrare che tradizione non significa necessariamente immobilità.
Un prodotto antico può continuare a vivere proprio perché riesce a dialogare con la cucina contemporanea.
Il fagiolo come patrimonio di biodiversità
C’è poi un aspetto che merita di essere raccontato. Il Fagiolo di Sarconi non è soltanto una specialità gastronomica. È anche un piccolo patrimonio di biodiversità agricola.
La presenza di numerosi ecotipi locali significa conservare semi, forme, colori e caratteristiche che si sono adattati nel tempo all’ambiente della Val d’Agri.
In un’epoca in cui l’agricoltura tende spesso alla standardizzazione, mantenere questa varietà significa difendere una parte della memoria agricola del territorio.
Ed è forse uno degli aspetti più moderni della sagra: dietro la festa c’è la valorizzazione di un’agricoltura locale che ha saputo conservare la propria identità.

Sarconi: cosa vedere oltre la sagra
Arrivare a Sarconi per la festa significa anche avere una buona occasione per scoprire l’Alta Val d’Agri. Il borgo può diventare il punto di partenza per esplorare un territorio caratterizzato da piccoli paesi, montagne, boschi, corsi d’acqua e una forte identità rurale.
Per chi ama l’enogastronomia, la visita può essere inserita in un itinerario più ampio alla scoperta dei prodotti lucani.
Uno dei grandi protagonisti della zona è naturalmente il Canestrato di Moliterno IGP, altro prodotto simbolo della Val d’Agri.
E poi c’è la natura.
L’area dell’Appennino Lucano offre numerose possibilità per passeggiate, escursioni e turismo lento. Il consiglio è quindi di non arrivare a Sarconi soltanto per la cena.
Meglio dedicare almeno una giornata al territorio.
Il souvenir? Un sacchetto di fagioli
Fra tutti i souvenir che si possono portare a casa dalla Basilicata, uno dei più curiosi è forse proprio un sacchetto di Fagiolo di Sarconi IGP.
Non occupa molto spazio, non rischia di rompersi durante il viaggio e soprattutto racconta una storia.
Quella di una terra, di una comunità e di una coltivazione che ha saputo trasformare un alimento quotidiano in un simbolo. Ed è questa, in fondo, la magia delle sagre autentiche.
Non servono ingredienti esotici. A volte basta un fagiolo.
La Basilicata che si scopre a tavola
La Sagra del Fagiolo IGP di Sarconi è quindi molto più di una festa gastronomica. È un appuntamento nel quale il cibo diventa strumento di conoscenza.
Attraverso il fagiolo si scoprono la storia agricola della Val d’Agri, i piccoli comuni dell’area, la biodiversità, le ricette della tradizione e il modo in cui una comunità ha costruito attorno a un prodotto parte della propria identità. E forse è proprio questo il modo migliore per visitare la Basilicata.
Non cercando soltanto i grandi monumenti o i panorami da fotografare, ma sedendosi a tavola e chiedendo:
“Da dove viene questo sapore?” A Sarconi la risposta è semplice. Viene dalla terra. Dall’acqua. Dalla memoria. E da un piccolo fagiolo che da oltre quarant’anni, ogni agosto, riesce a mettere un intero paese a tavola.
Ago 15, 2026 | Enogastronomia
Ago 14, 2026 | Enogastronomia
Dalla spettacolare Causeway Coastal Route alle mura di Derry, dai luoghi del Trono di Spade alle Mourne Mountains: un viaggio nella terra più selvaggia e sorprendente dell’isola d’IrlanDA.
C’è un’Irlanda che profuma di birra e pub, di musica tradizionale e città vivaci. E poi ce n’è un’altra, più aspra e cinematografica, fatta di scogliere battute dal vento, strade che corrono accanto all’oceano, castelli, vallate verdi e piccoli villaggi affacciati sul mare.
È l’Irlanda del Nord, una terra dove il paesaggio sembra spesso uscito da una leggenda e dove, in pochi chilometri, si passa dalla vivacità urbana di Belfast alla solitudine delle montagne o alla potenza dell’Atlantico.
Un territorio da attraversare lentamente, lasciandosi guidare più dalla curiosità che dalla fretta.
Ecco dieci esperienze per scoprirlo.

Causeway Coastal Route. Depositphotos
1 – Mettersi in viaggio lungo la Causeway Coastal Route
Se c’è un itinerario capace di racchiudere in pochi giorni l’essenza dell’Irlanda del Nord è la Causeway Coastal Route.
La strada corre lungo la costa settentrionale dell’Antrim, collegando Belfast a Derry~Londonderry, e alterna scogliere spettacolari, spiagge, piccoli villaggi di pescatori, vallate verdi e panorami sull’oceano.
È un viaggio nel viaggio, da percorrere senza fretta perché le deviazioni sono spesso importanti quanto la strada principale.
Tra le tappe più spettacolari ci sono il Carrick-a-Rede Rope Bridge, sospeso sopra il mare, il Mussenden Temple, arroccato sulla scogliera, e soprattutto la Giant’s Causeway, la celebre Via del Gigante.
Qui migliaia di colonne basaltiche esagonali sembrano costruite dall’uomo. In realtà sono il risultato di un’antichissima attività vulcanica.
La leggenda, naturalmente, racconta un’altra storia: quella del gigante Finn McCool.
Ed è forse questo il bello dell’Irlanda: la geologia e la leggenda possono tranquillamente convivere.
Da non perdere: Giant’s Causeway, soprattutto nelle ore meno affollate, quando il paesaggio acquista una dimensione quasi irreale.

Glens of Antrim
2 – Entrare nel verde dei Glens of Antrim
Dalla costa si può cambiare ritmo e addentrarsi nei Glens of Antrim, nove vallate profonde e verdi che scendono verso il mare.
Qui l’Irlanda mostra un volto più intimo.
I paesaggi diventano morbidi, le strade più strette e i villaggi sembrano appartenere a un tempo diverso.
Tra le tappe da considerare c’è Glenarm, con la sua storica tenuta, mentre Glenariff Forest Park offre alcuni dei paesaggi naturali più belli della regione.
Poi c’è Cushendall, piccolo villaggio noto anche per la sua tradizione musicale e per gli eventi che animano il paese.
Una curiosità: vicino a Ballycastle si trova Loughareema, conosciuto come il “lago che scompare”. In determinate condizioni l’acqua può infatti defluire rapidamente, lasciando praticamente asciutto il bacino.
Un fenomeno naturale che ha inevitabilmente alimentato leggende e racconti locali.

Belfast
3 – Scoprire Belfast attraverso il gusto
Belfast è una città che negli ultimi anni ha cambiato pelle. L’antica città industriale legata ai cantieri navali è diventata una destinazione vivace, creativa e sempre più interessante anche dal punto di vista gastronomico. Per scoprirla bisogna partire dai suoi mercati.
Il St George’s Market è il luogo ideale per entrare in contatto con prodotti locali, street food e specialità internazionali.
Ma Belfast offre anche una scena gastronomica di livello internazionale, con ristoranti premiati e chef che hanno trasformato la cucina nordirlandese contemporanea.
Per chi vuole capire davvero il rapporto fra città e cibo, un food tour è una delle esperienze più interessanti: si passa dai produttori ai pub, dai negozi specializzati ai ristoranti, assaggiando e ascoltando storie.
Perché anche la gastronomia può essere una forma di viaggio.
Da assaggisre: mon fermatevi alla birra. Provate prodotti locali, pesce dell’Atlantico, formaggi artigianali, pane e naturalmente l’Ulster Fry, la ricca colazione tradizionale nordirlandese.

i9l Titanic Quarter di Belfast
4 – Entrare nella storia del Titanic
Belfast è anche la città del Titanic. È qui che venne progettato, costruito e varato il transatlantico che sarebbe entrato nella storia nel modo più drammatico possibile.
Nel Titanic Quarter, l’area un tempo occupata dai grandi cantieri navali, la memoria industriale è diventata uno dei principali poli turistici della città
Il cuore dell’esperienza è Titanic Belfast, museo e centro visitatori dedicato alla storia della nave e alla Belfast che la costruì.
Ma vale la pena esplorare anche gli altri luoghi del quartiere, compresi il Titanic Dock e la Pump-House, la SS Nomadic e gli spazi che conservano la memoria dei cantieri Harland & Wolff.
L;o sapevi? Il Titanic Belfast sorge proprio nell’area dei cantieri in cui il Titanic venne costruito. È difficile trovare un luogo migliore per raccontare la storia della nave.

Londonderry
5 – Camminare sulle antiche mura di Derry~Londonderry
Arrivare a Derry~Londonderry significa entrare in una città dove la storia non è chiusa nei musei, ma fa parte del paesaggio urbano.
La sua caratteristica più spettacolare sono le mura cittadine, costruite nel XVII secolo e oggi perfettamente percorribili.
Il modo migliore per conoscere la città è proprio quello di camminare lungo il circuito delle fortificazioni.
Dall’alto si osservano il centro storico, il fiume Foyle e i quartieri che hanno segnato la storia contemporanea dell’Irlanda del Nord.
Le mura raccontano soprattutto la storia più antica della città e i grandi assedi del XVII secolo, ma Derry porta con sé anche le ferite e le trasformazioni della storia recente.
Il risultato è una città intensa, vivace e culturalmente molto interessante.
Da fare una passeggiata sulle mura al tramonto. La luce che scende sulla città e sul Foyle regala una delle immagini più suggestive del viaggio.

Gobbins Cliff
6 – Camminare sospesi sul Gobbins Cliff Path
Per chi ama le escursioni con una buona dose di adrenalina, il Gobbins Cliff Path è una delle esperienze da segnare in rosso.
Il percorso corre lungo le scogliere della contea di Antrim e combina passerelle, ponti, gallerie e panorami vertiginosi sul mare.
Non è una semplice passeggiata panoramica.
È un percorso avventura nel quale il paesaggio diventa protagonista e il rumore delle onde accompagna praticamente ogni passo.
L’itinerario originale venne inaugurato nel 1902, quando fu considerato una straordinaria opera di ingegneria.
Oggi il percorso è stato recuperato e permette di vivere quella stessa idea di cammino sospeso fra roccia e mare.
Per chi ama natura, trekking e paesaggi spettacolari, ma anche per chi vuole uscire dai circuiti turistici più tradizionali.

7 – Giocare a golf davanti all’oceano
In Irlanda il golf non è semplicemente uno sport. È anche un modo per vivere il paesaggio. E l’Irlanda del Nord offre alcuni dei campi più spettacolari del mondo, dove fairway e green sembrano quasi fondersi con dune, scogliere e mare.
Tra i nomi più prestigiosi c’è il Royal Portrush, sulla costa di Antrim, con il celebre Dunluce Links.
Un’altra grande istituzione è il Royal County Down, considerato da molti appassionati uno dei migliori campi del pianeta.
Per chi cerca invece un’esperienza diversa, il Lough Erne Resort, nella regione dei laghi del Fermanagh, offre due campi immersi in un paesaggio completamente differente.
Non serve essere professionisti.
Anche semplicemente assistere a una partita o visitare uno dei grandi golf club permette di capire quanto questo sport sia profondamente legato alla cultura locale.

Dark Hedges
8 – Entrare nel mondo del Trono di Spade
Se l’Irlanda del Nord fosse un film, probabilmente avrebbe già trovato la sua scenografia perfetta. E infatti l’ha fatto. I paesaggi della regione sono diventati alcune delle location più riconoscibili de Il Trono di Spade.
Castelli, foreste, strade alberate, coste selvagge e antichi villaggi hanno fornito l’ambientazione ideale per il mondo fantastico dei Sette Regni.
Uno dei luoghi più fotografati è Dark Hedges, spettacolare viale alberato formato da antichi faggi che si intrecciano sopra la strada.
Ma il viaggio nella geografia della serie può proseguire verso Tollymore Forest Park e altri luoghi utilizzati per le riprese.
Nella contea di Down si trova inoltre il Game of Thrones Studio Tour, dove scenografie, costumi e oggetti di scena permettono di entrare dietro le quinte della serie.
Una curiosità. L’Irlanda del Nord conserva un numero straordinario di location legate alla serie, tanto da essere diventata una vera destinazione per gli appassionati del fantasy televisivo.

Mourne Mountains
9 – Andare incontro alle Mourne Mountains
Dalla costa alle montagne.
Le Mourne Mountains, nella contea di Down, sono uno dei paesaggi più affascinanti dell’Irlanda del Nord.
Le montagne si innalzano sopra la costa con profili scuri e spettacolari, mentre brughiere, erica e vallate verdi costruiscono un paesaggio tipicamente nordirlandese.
Qui gli appassionati di trekking hanno l’imbarazzo della scelta.
Per una passeggiata più semplice si può seguire l’Annalong Coastal Path, mentre chi vuole mettersi alla prova può affrontare la Mourne Way, itinerario di lunga percorrenza.
E dopo una giornata sui sentieri arriva il momento della tavola.
La zona è particolarmente interessante anche dal punto di vista gastronomico, soprattutto per chi ama il pesce e i prodotti del mare.
Una sosta al Mourne Seafood Bar permette di trasformare l’escursione in un’esperienza gastronomica legata al territorio.

laghi del Fermanagh
10 – Rallentare tra i laghi del Fermanagh
Dopo la forza dell’oceano e delle montagne, il viaggio può concludersi con un paesaggio completamente diverso. Quello dei laghi del Fermanagh.
Qui l’acqua diventa protagonista e il ritmo cambia ancora. Il territorio è costellato da laghi, isole, piccoli corsi d’acqua e paesaggi verdi che invitano a rallentare.
È il luogo ideale per chi cerca un’Irlanda più tranquilla e contemplativa.
Si può esplorare la regione in kayak o canoa, partecipare a una crociera oppure percorrere alcune strade in bicicletta.
È un modo diverso di viaggiare: meno attrazioni da spuntare e più tempo per osservare.
Il Fermanagh è infatti una destinazione perfetta per chi vuole sperimentare quel ritmo lento che spesso rappresenta il lato più autentico di un viaggio.
L’Irlanda del Nord da mettere in valigia
Alla fine di un viaggio così, è difficile scegliere un solo ricordo. Potrebbe essere il rumore dell’oceano sotto il Carrick-a-Rede Bridge. Oppure la geometria impossibile delle colonne della Giant’s Causeway. Potrebbe essere una pinta in un pub di Belfast, una passeggiata sulle mura di Derry o il verde quasi irreale delle Mourne Mountains. Potrebbe essere persino un piatto. Perché l’Irlanda del Nord non si lascia raccontare attraverso una sola immagine. È un mosaico di paesaggi, storie e sapori.
È una terra dove le leggende convivono con la storia, le montagne arrivano quasi a toccare il mare e una strada costiera può trasformarsi, curva dopo curva, nel viaggio più bello della vacanza.
E forse è proprio questo il suo fascino maggiore: non offre soltanto luoghi da vedere, ma mondi da attraversare.
Ago 13, 2026 | Enogastronomia

Castelline di Costaripa, Veneto
Castelline di Costaripa è un vino di colore rosso rubino tenue, brillante e profondo. Al naso si presenta nitido e terso con delicate note speziate, intenso di viola, salvia, marasca, pepe e legno d’ulivo.
Il suo sapore è caratterizzato da una trama precisa e raffinata, con tannini ben presenti, dritti ma bene equilibrati.
Sapido, armonico ed elegante dotato di eccellente spessore e una persistente sensazione retro-gustativa. Ideale da servire alla temperatura di 13 gradi è il compagno perfetto per i pranzi e le cene estive a base di salumi e formaggi freschi dolci, primi piatti come la pasta fresca, carni bianche arrostite e volatili.
Pinot Nero Nero di Rosso Diesel Farm, Veneto
Di un brillante rosso rubino scarico il Pinot Nero di Diesel Farm, con il suo profumo elegante, floreale e speziato e il suo sapore soffice, armonico e avvolgente, è il vino che più si adatta ai piatti semplici e creativi tipici dei pranzi e delle cene estive in famiglia o con gli amici.
La temperatura di servizio perfetta di 14 gradi lo rende ottimo come accompagnamento ai momenti di convivialità dell’estate.
Franconia Friuli Isonzo Gradis’ciutta, Friuli Venezia Giulia
Il Franconia Friuli Isonzo di Gradis’ciutta si contraddistingue per la sua brillante sfumatura rubino tenue e invitante, con strati di aromi che si aprono con note floreali di fiori scuri, frutta intensa (marasca e prugna), dolce sentore speziato di cannella ed una nota finale di erbe aromatiche.
Al palato l’attacco è fresco e la progressione rotonda e morbida. È un vino rosso di peso medio con grande armonia, tannini bassi e una tensione gestita tra la dolcezza del frutto maturo e la tensione saporita.
Si tratta di un vino molto versatile, che accompagna in modo eccellente una vasta gamma di salumi e piatti leggeri. Da servire alla temperatura di 8/10 gradi.
Barbera d’Alba Josetta Saffirio, Piemonte
Il Barbera d’Alba di Josetta Saffirio alla vista si presenta di un vivo color violaceo, con orli granati intensi e brillanti. Si caratterizza per un profumo fresco e vivo, con netti sentori di ribes nero.
In bocca, l’acidità si bilancia perfettamente con la buona struttura del corpo.
Si abbina perfettamente a carni bianche e alla pasta fresca ripiena; la temperatura di servizio ideale di 13 gradi lo rende il vino giusto per accompagnare le calde giornate estive e le serate in compagnia.
Calaonda Calabria Igt Librandi, Calabria
Ricco, fruttato, avvolgente: il Calaonda Calabria IGT di Librandi è un rosso che unisce il carattere del territorio all’appeal dei vitigni internazionali. Le note vellutate del Magliocco si incontrano con la grazia del Merlot in un’interpretazione moderna che ne esalta la dolcezza e la componente fruttata dando vita ad un vino morbido e dal tannino delicato. Da servire alla temperatura di 14 gradi questo vino è un’autentica baraonda di sapori perfetta per i vostri momenti estivi.

Mario Primo Chianti Docg Piccini, Toscana
Il Mario Primo Chianti DOCG è un connubio tra classico e contemporaneo, una reinterpretazione della tradizione familiare con occhi e tecniche moderne.
È un vino fresco e leggero con note di frutta rossa che si abbina perfettamente con salumi misti, carni bianche, primi piatti e pesce in salsa rossa. Non teme le temperature più rigide ed è infatti perfetto da servire a 10-12 gradi.

Rosso di Montepulciano Fattoria della Talosa, Toscana
Di colore rosso rubino con riflessi violacei il Rosso di Montepulciano di Fattoria della Talosa presenta al naso aromi di ciliegie e viola.
Al palato è caldo e minerale supportato da un buon tannino e da una struttura complessa e persistente. L’abbinamento ideale è con salumi e piatti tipici toscani, crostini e formaggi semistagionati.
Da servire alla temperatura di 13 gradi è perfetto per i vostri aperitivi estivi al tramonto.