Mag 30, 2026 | Enogastronomia
In Sicilia l’estate si vive anche dopo il tramonto, tra gradinate antiche, templi, paesaggi mediterranei e spettacoli sotto le stelle. Dai grandi classici del Teatro Greco di Siracusa ai festival di Segesta, Selinunte, Taormina, Morgantina e Tindari, l’Isola invita i viaggiatori a vivere in maniera unica ed esclusiva l’incontro con la cultura: assistere ad un evento dal vivo nei luoghi dove arte, storia e paesaggio si fondono.
Vivere un evento culturale in un teatro antico o all’interno di un parco archeologico rende l’estate siciliana un’esperienza unica: non solo una visita, ma una serata immersiva in cui la scena, la musica, la parola e il paesaggio dialogano con il pubblico.
Dalle grandi rappresentazioni classiche ai festival multidisciplinari, la stagione 2026 propone un’offerta ampia e articolata: teatro antico e nuove drammaturgie, concerti all’alba e sotto le stelle, produzioni internazionali, incontri letterari, spettacoli di danza, lirica, sinfonica e contaminazioni musicali. Il filo comune è la possibilità di vivere il patrimonio culturale come spazio attivo, aperto alla partecipazione e capace di accogliere linguaggi diversi.

Aidone – Archivio Regione Siciliana – ph. Paolo Barone
Siracusa: le rappresentazioni classiche Inda
Al Teatro Greco di Siracusa prosegue fino al 28 giugno 2026 la 61ª stagione delle Rappresentazioni Classiche della Fondazione Inda, dedicata al tema “Sconfinamenti”. Il cartellone riunisce tre nuove produzioni e una ripresa: “Alcesti” di Euripide, “Antigone” di Sofocle, “I Persiani” di Eschilo e “Iliade” da Omero. La stagione mette al centro temi di forte attualità: il limite, la guerra, il rapporto con il potere, la responsabilità individuale, il sacrificio e la possibilità di attraversare confini morali, politici e umani.
Tra le firme della stagione figurano Filippo Dini per “Alcesti”, Robert Carsen per “Antigone”, Àlex Ollé per “I Persiani” e Giuliano Peparini per “Iliade”. Il programma conferma Siracusa come uno dei grandi appuntamenti europei del teatro classico, con spettacoli pensati per un pubblico nazionale e internazionale.
Taormina: cinema, letteratura e pensiero contemporaneo al Teatro Antico
A Taormina il Teatro Antico torna protagonista con due grandi appuntamenti internazionali.
Dal 10 al 14 giugno 2026 è in programma il Taormina Film Fest: cinque giorni di cinema, anteprime, incontri e red carpet, con il Teatro Antico come location principale per le proiezioni più attese e gli eventi ufficiali. La 72ª edizione, diretta da Tiziana Rocca, conferma la vocazione internazionale del festival, che negli anni ha accolto maestri e protagonisti del cinema mondiale, da Federico Fellini a Woody Allen, da John Woo a Francis Ford Coppola, fino a Martin Scorsese.
Dal 18 al 22 giugno 2026 la città ospita anche la XVI edizione di Taobuk – Taormina International Book Festival, ideato e diretto da Antonella Ferrara e dedicato al tema della fiducia. Il programma chiama a raccolta oltre duecento protagonisti della cultura contemporanea provenienti da trenta Paesi, con dialoghi, lectio magistralis, incontri, mostre, progetti per i giovani e il Taobuk Gala al Teatro Antico.
La fiducia viene proposta come tema culturale e civile: una chiave per interrogare il rapporto tra cittadini e istituzioni, sapere e verità, libertà e responsabilità. Tra gli ospiti e i premiati annunciati figurano, fra gli altri, Adonis, Haruki Murakami, Abdulrazak Gurnah, Dacia Maraini, Jonathan Coe ed Esther Duflo.

segesta_parco-archeologico-tempio-Archivio Regione Siciliana – Ph. Paolo Barone
Segesta: teatro, musica, danza e osservazioni sotto le stelle
Dal 26 luglio al 30 agosto 2026 il Parco Archeologico di Segesta ospita il Segesta Teatro Festival, con spettacoli tra il Teatro Antico e il Tempio di Afrodite Uranìa. L’edizione 2026, dedicata alla trasformazione, propone teatro, musica, danza, coreografie, prime nazionali, appuntamenti all’alba, osservazioni astronomiche e laboratori, costruendo un programma in cui innovazione e tradizione convivono nei luoghi più iconici del Parco.
Tra gli appuntamenti annunciati: il 26 luglio la prima nazionale de “L’Arca di Noè” di Giampiero Pizzol, con la regia di Piero Ganci, una rilettura brillante del racconto biblico del Diluvio; il 31 luglio “Emozioni”, concerto dedicato al repertorio di Lucio Battisti e Mogol; il 5 e 6 agosto “Sword of Wisdom” della compagnia taiwanese U-Theatre, spettacolo che unisce percussioni, arti marziali, danza e movimento rituale; il 12 agosto “Stelle sopra il Tempio”, serata con racconti mitologici del cielo e osservazioni ai telescopi; il 14 agosto “Opplà Tour” degli Avion Travel; il 22 e 23 agosto “Oreste” di Euripide, in una proposta under 35.

Selinunte – Arch. Regione Siciliana _ ph. S.Olimpo
Selinunte: cinque palcoscenici per concerti, teatro, danza e incontri
Selinunte Estate 2026 trasforma il Parco Archeologico di Selinunte, Cave di Cusa e Pantelleria in un grande palcoscenico culturale diffuso. Il cartellone, nato dalla collaborazione tra il Parco e CoopCulture e costruito anche attraverso una Open Call per artisti, si svolge da metà luglio a settembre e coinvolge cinque spazi: Tempio E, Teatro, Baglio Florio, Cave di Cusa e altri luoghi del Parco.
Il programma include concerti, spettacoli teatrali, danza, incontri e lectio d’autore, con rassegne consolidate come il Festival della Bellezza e Teatri di Pietra. Il 16 luglio 2026, ai piedi del Tempio di Hera, Vinicio Capossela porta in scena “Ovunque Proteggi” all’interno del Festival della Bellezza: a vent’anni dalla pubblicazione dell’album, il concerto propone l’esecuzione integrale del disco in un viaggio musicale tra sacro, mito, natura umana e racconto contemporaneo.
Morgantina e Villa Romana del Casale
La Sicilia centrale è protagonista con EYEXEI 2026, rassegna siciliana di teatro classico che unisce arte, paesaggio e spettacolo dal vivo. L’evento principale dell’edizione estiva è la prima nazionale de “Le Troiane” di Euripide, diretta da Daniele Salvo, in programma giovedì 9 e venerdì 10 luglio 2026 al Teatro Antico di Morgantina, ad Aidone.
La rassegna prevede anche eventi collaterali alla Villa Romana del Casale di Piazza Armerina, creando un itinerario culturale che collega teatro classico, siti archeologici e fruizione serale del territorio. “Le Troiane” porta al centro della scena uno dei testi più intensi di Euripide: il destino delle donne vinte dopo la guerra, il dolore dei civili, la perdita della patria e la necessità di interrogare il presente attraverso la tragedia antica.
Sempre nell’area di Morgantina, il Barbablù Fest 2026 amplia il racconto con una programmazione musicale pensata per valorizzare il patrimonio attraverso eventi dal vivo. La sesta edizione della rassegna intreccia musica, cultura e fruizione serale dei luoghi, trasformando l’Area Archeologica di Morgantina in uno scenario per grandi concerti e appuntamenti aperti a un pubblico trasversale.
Tra gli appuntamenti annunciati, sabato 25 luglio 2026 alle ore 20.30 Mario Biondi porta a Morgantina il concerto “This Is What You Are – 20th Anniversary Summer Tour”, dedicato ai vent’anni di uno dei brani più rappresentativi dell’artista e costruito come un viaggio tra soul, eleganza vocale e atmosfere internazionali. Il 31 luglio è attesa Noemi, in un calendario che conferma il festival come occasione di incontro tra musica contemporanea, paesaggio archeologico e promozione del territorio.
Tindari e il Tindari Festival
Tra gli scenari più riconoscibili dell’estate teatrale e musicale siciliana, Tindari occupa un posto di particolare rilievo. Il teatro affacciato sul Tirreno accoglie eventi in cui il paesaggio diventa parte integrante dell’esperienza, valorizzando la dimensione serale e panoramica dello spettacolo dal vivo.
Dal 3 luglio al 30 agosto 2026, il sito ospiterà la 70ª edizione del Tindari Festival, con un programma che intreccia rappresentazioni classiche e contemporanee, confermando la vocazione del luogo a essere non solo spazio di memoria, ma anche palcoscenico vivo per i linguaggi della scena attuale.

Agrigento – Archivio Regione Siciliana- ph. JM
I teatri di Pietra e il festival lirico dei teatri di Pietra 2026
Nel corso dell’estate, la rete Teatri di Pietra, di cui fa parte anche Tindari, conferma la vocazione della Sicilia a trasformare teatri antichi, aree archeologiche e luoghi monumentali in palcoscenici per lo spettacolo dal vivo. L’itinerario attraversa alcuni dei siti più suggestivi dell’Isola, tra cui il Teatro Antico di Akrai a Palazzolo Acreide, l’area archeologica di Eraclea Minoa, il Parco archeologico di Lilibeo a Marsala, Palmintelli a Caltanissetta, Selinunte e altri luoghi aperti a proposte di teatro, danza e musica in forma itinerante. In questo percorso si inserisce anche il Festival Lirico dei Teatri di Pietra, promosso dal Coro Lirico Siciliano, in programma dal 12 luglio al 18 settembre 2026 con l’edizione “Accarezzare eternità”. Dopo il successo della scorsa stagione, che ha registrato oltre 70.000 presenze e numerosi sold out, il festival torna con oltre quaranta appuntamenti tra lirica, concerti sinfonici, gala, contaminazioni musicali e produzioni pensate per dialogare con la forza scenica dei siti che le accolgono. Ne nasce un itinerario diffuso in cui la musica vive “tra cielo e mare” e trasforma ogni spettacolo in un’esperienza immersiva, capace di unire mito, voce, orchestra e paesaggio.
Mag 25, 2026 | Enogastronomia
Dalle vette del Monte Bianco al calice: Maley riscrive il futuro del sidro attraverso il recupero dei meleti storici della Valle d’Aosta e un’eleganza cosmopolita.
In un mondo che riscopre la ricerca della leggerezza e l’autenticità delle materie prime, Maley si pone come il punto d’incontro perfetto tra eredità alpina e stile di vita contemporaneo.
Non una semplice bevanda, ma il risultato di un progetto di agricoltura eroica della mela, che celebra il sidro come l’alternativa naturale, elegante e intrinsecamente low alcol al vino e alle bollicine tradizionali.
Alla riscoperta del sidro
Il sidro non è una novità, ma un ritorno alle origini: storicamente bevanda nobile nelle corti europee e pilastro della cultura contadina montana, con Maley viene oggi declinata con tecniche moderne. Maley è un’azienda pioniera nella produzione di sidro d’alta quota in Europa: unendo sapienza agronomica e spirito artigianale, produce sidri che sono espressione pura del terroir alpino, esportando il fascino delle mele del Monte Bianco in tutto il mondo.

Una storia di confine e di cuore
Il nome stesso, Maley, è un omaggio alla storia: era l’antico nome del Malus (la mela), ma richiama anche “lo greu maley”, un grande frutteto che dal Medioevo sorgeva nel comune di Torgnon, di fronte al Matterhorn-Cervino.
Il progetto nasce dalla visione del responsabile di Ricerca e Selezione di Proposta Vini, Gianluca Telloli, con l’obiettivo di riportare in vita la produzione del sidro in Italia, trattandolo con la stessa dignità e complessità tecnica di un grande spumante. Maley attraversa i confini, unendo idealmente i versanti del Monte Bianco, dalla Valle d’Aosta alla Savoia francese.

Salvaguardia delle mele antiche: biodiversità in ogni sorso
Al centro della filosofia di Maley c’è la tutela del territorio. L’azienda si impegna nel recupero di varietà di mele antiche e rare (Raventze, Barbelune, Rodzetta, Calville, Pomma verte, Croison de Boussy, Groin de Veau) e due di pere (Critchen d’hiveur, Maude), coltivate in meleti storici che raggiungono quote altimetriche straordinarie, fino ad oltre i 1500 metri.
Questi alberi, spesso centenari, rappresentano un patrimonio genetico unico che, senza l’intervento di Maley, rischierebbe di scomparire. Il risultato è un frutto puro, ricco di acidità e tannini naturali, perfetti per la spumantizzazione.
Ogni bottiglia di Maley garantisce la sopravvivenza e la ricerca di nuovi alberi monumentali e la propagazione su franco di cloni rari: anno dopo anno Maley garantisce un futuro a un patrimonio vegetale che rischiava di scomparire dopo il 1950. L’azienda, inoltre, opera con assoluto rispetto della biodiversità, che si traduce in mantenimento dei prati tramite antiche pratiche di irrigazione, pascolo e sfalcio, e nel pieno rispetto della sostenibilità anche sociale.

La rinascita del sidro: dall’antichità alla tavola moderna
Il sidro non è una novità, ma un ritorno alle origini. Storicamente bevanda nobile nelle corti europee e pilastro della cultura contadina montana, il sidro Maley viene oggi declinato con tecniche moderne in cantina, capaci di coordinare conoscenze enologiche del mondo della spumantistica e mela.
«Il sidro – spiega Telloli – sta diventando una “tentazione” per molti settori, dalla birra al vino e questo è un segnale positivo ma anche negativo perché il vero sidro va fatto con le mele da sidro, non con le mele comuni da tavola oggi sempre più utilizzate per la produzione di questa bevanda ma con risultati di qualità nettamente inferiore. Con il sidro funziona esattamente come il vino: la qualità della mela, come la qualità dell’uva, determina il risultato finale. Maley non scende a compromessi e nel bicchiere si sente tutta la differenza di un prodotto capace di coniugare facile beva, profondità e lunghezza».

Low alcol per natura
In risposta alla crescente domanda di bevande a ridotto contenuto alcolico, il sidro Maley emerge come scelta ideale.
Con una gradazione che oscilla generalmente tra i 3% e i 7% vol., è il low alcol per eccellenza, non un claim di marketing, ma una proprietà biologica e agronomica che lo distingue nettamente dalle bevande dealcolate o dai cocktail leggeri creati artificialmente.
A differenza dell’uva, che può accumulare grandi quantità di zuccheri (che i lieviti trasformeranno in alcol fino a 14-15% vol.), la mela ha un tetto naturale molto più basso.
Una mela di montagna contiene una quantità di zuccheri che, una volta fermentati completamente, produce naturalmente tra i 3% e i 7% di alcol. Per i sidri di Maley, non vengono aggiunti zuccheri esterni né acqua per diluire.
La gradazione che trovi nel calice è esattamente quella che l’albero ha deciso di produrre nel frutteto. Anche l’altitudine dei meleti di Maley (fino a 1500 metri) gioca un ruolo cruciale: le temperature fresche della Valle d’Aosta e della Savoia permettono fermentazioni molto lente e controllate, un processo che preserva gli aromi primari del frutto che andrebbero distrutti in una fermentazione tumultuosa tipica di bevande a più alto grado alcolico. In queste condizioni, la mela mantiene un’acidità folgorante, rendendo il sorso appagante anche con soli 5 gradi alcolici.
Maley Cidre du Saint Bernard
Il Cidre du Saint Bernard di Maley, distribuito oggi in Italia da Proposta Vini, non è un semplice sidro: è un’operazione di archeologia botanica e di eleganza alpina, il prodotto che più di tutti incarna la missione di Gianluca Telloli.
Il Cidre du Saint Bernard si distingue per una lavorazione che prende in prestito il savoir-faire dell’enologia di pregio. Anzitutto, nasce da un mix di mele antiche della Valle d’Aosta e della Savoia (tra cui la Raventre e la Croison de Boussy), raccolte da alberi spesso centenari che crescono a quote che sfidano la viticoltura tradizionale, garantendo una concentrazione aromatica unica. Il nome è un omaggio a Saint Bernard, patrono degli alpinisti, dei montanari e dei viaggiatori, che da più di mille anni custodisce le nostre valli e i meleti tra Valle d’Aosta e Savoia.
Il metodo di produzione è particolare. Nell’arco di 36 ore dalla raccolta, i cassoni di mele vengono assemblati e spediti in frigo in Savoia grazie alla collaborazione con il produttore Philippe Bernot e il supporto di Chantal Lassiaz. Le mele vengono pigiate il giorno successivo all’arrivo in sidreria, i mosti ottenuti, dopo aver riposato, vengono portati alla temperatura idonea di fermentazione senza l’aggiunta di zuccheri in una vasca d’acciaio simile all’autoclave. A raggiungimento della gradazione alcolica attesa, la fermentazione viene bloccata con l’abbassamento di temperatura, quindi si provvede a pastorizzare il sidro con un moderno e delicato sistema di pastorizzazione senza aggiungere solforosa. Una tecnica che si potrebbe definire un ponte tra Metodo Martinotti e Metodo Ancestrale.
Cidre du Saint Bernard nel calice, si presenta con un colore giallo paglierino brillante, con riflessi verdolini che tradiscono la sua giovinezza e vitalità. Al naso emergono fiori bianchi, scorza di cedro e, naturalmente, la polpa della mela croccante, accompagnata da una sottile nota minerale di pietra focaia. Al primo sorso, la sensazione non è quella di una bevanda dolce o “piaciona”, bensì di una carezza gelida e profumata. È un sidro che sa di aria sottile, di prati di montagna appena falciati e di libertà.
Perfetto per l’appassionato di vino stanco dei soliti schemi, a chi cerca il benessere del low-alcol senza rinunciare al rito del calice, e ai sognatori che amano i sapori che sanno di storia. L’abbinamento ideale? Emozionalmente perfetto con un pezzo di Fontina d’alpeggio o una toma stagionata, tecnicamente sorprendente con un sushi di qualità.
Prezzo in enoteca a partire da: 16 €
Mag 24, 2026 | Enogastronomia
Le isole minori custodiscono un patrimonio vitivinicolo unico al mondo, fatto di vitigni antichi, paesaggi estremi e tradizioni tramandate nei secoli. In questi territori sospesi tra terra e mare, la viticoltura non è soltanto produzione agricola, ma espressione autentica della cultura isolana e della capacità dell’uomo di adattarsi a un ambiente spesso difficile e impervio.
L’isola è infatti un mondo a sé, un ecosistema delimitato da confini precisi, caratterizzato da flora, fauna, clima e conformazioni geologiche uniche. In questi contesti le varietà di vite, presenti da tempi remoti, hanno sviluppato caratteri peculiari, adattandosi miracolosamente ai venti, alla salsedine, ai terreni vulcanici o rocciosi e alle condizioni climatiche più diverse. Nelle isole minori questa selezione naturale e culturale è stata ancora più severa, dando origine a vini dal profilo straordinariamente originale.
Produrre vino in queste terre richiede fatica, dedizione e una conoscenza profonda dell’ambiente. I vini delle isole minori sono il risultato della “geniale operosità” dell’uomo isolano, costretto dalla natura ad accontentarsi di ciò che il territorio offre, trasformando i limiti in valore. Ne nascono vini autentici, intensi, ricchi di profumi mediterranei.
Isola del Giglio. Castellari, Ansonica Melù
All’Isola del Giglio, Simone e Desy Ghelli hanno scelto di riportare la vite dove il tempo e la fatica avevano progressivamente favorito l’abbandono. Il Giglio è un’isola granitica, bagnata dal Mar Tirreno, dove i vigneti si arrampicano su pendenze che possono raggiungere il 30-40%, spesso a strapiombo sul mare. Qui la viticoltura è necessariamente eroica e i terrazzamenti sono indispensabili.
La storia vitivinicola dell’isola ha radici antiche. Etruschi e Romani posero le basi della coltivazione della vite; in seguito, dal XIV secolo, i Medici favorirono la diffusione dei vigneti, destinando una parte importante dell’isola alla produzione di vino da Ansonica. Con il tempo, però, le condizioni estreme di lavoro e la scarsa produttività portarono all’abbandono di molti terreni.
Oggi Simone e Desy, con la loro azienda Castellari, gestiscono 1,2 ettari di vigneti interamente terrazzati e dedicati all’Ansonica, coltivati con pratiche agronomiche essenziali, antiche e ancora attuali, nel massimo rispetto dei suoli granitici e dell’ecosistema isolano. La produzione è limitatissima, tra le 2.000 e le 3.000 bottiglie all’anno.
L’Ansonica Melù nasce dalle uve dei vigneti Castellari e Saetta. È un vino di grande identità, ottenuto attraverso macerazioni sulle bucce che variano dai dieci giorni agli otto mesi in acciaio, seguite da affinamento sempre in acciaio. Nel calice si presenta di un oro brillante, tipico della bacca matura di Ansonica. Al naso richiama la macchia mediterranea, con note di salvia e camomilla; al palato esprime freschezza, sapidità e una sorprendente bevibilità.
Un vino che si sposa bene con la carne di maiale e trova una bella espressione con l’Arista al latte con erbe aromatiche, piatto tipico della cucina Toscana.
Prezzo in enoteca: 27 euro
Ustica. Hibiscus, Zibibbo Passito Zhabib
A Ustica, Hibiscus è una piccola realtà profondamente legata alla propria isola. È l’unica azienda a svolgere l’intero processo produttivo, dalla coltivazione alla vinificazione, sui propri terreni usticesi. Qui i vini nascono da suoli vulcanici, che conservano i sapori più autentici delle uve tradizionali della Sicilia occidentale.
Ustica è l’apice emerso di un vulcano sottomarino, un’isola di circa 800 ettari situata 36 miglia a nord di Palermo. Al centro si innalzano colline di circa 300 metri, mentre lungo la costa si trovano pianure e terrazzamenti naturali, modellati nel tempo dagli innalzamenti e abbassamenti del livello del mare.
Margherita Longo e Vito Barbera vivono sull’isola tutto l’anno con la loro famiglia e conducono tre ettari di vigneti distribuiti in piccoli appezzamenti tra Tramontana e Ponente. L’azienda, avviata negli anni Ottanta tra muretti a secco, vigneti a spalliera e una piccola struttura di vinificazione, trova nuovo impulso nel 2010 quando Margherita e Vito hanno deciso di piantare nuovi vigneti e ristrutturare la cantina con l’obiettivo di tutelare una materia prima eccellente e portare in bottiglia la voce più limpida dell’isola. La presenza del mare condiziona ogni aspetto della coltivazione: la salsedine, il vento, il clima e la luce determinano la vita della vite e il carattere dei vini.
Lo Zibibbo Passito Zhabib nasce da uve provenienti da diversi appezzamenti tra Contrada Spalmatore e Contrada Tramontana. Lo Zibibbo, varietà storicamente presente a Ustica, trova nei suoli vulcanici vicini al mare un ambiente ideale per esprimere aromaticità, sapidità e mineralità. In passato veniva utilizzato anche nei vini di consumo familiare e appassito per la preparazione di dolci; Hibiscus ne ha recuperato la coltivazione e la vinificazione con tecniche capaci di esaltarne il profilo.
Zhabib è un vino intenso e solare, che restituisce gli aromi fruttati delle uve Moscato. Le sensazioni dolci di mandorla, fico secco e miele, tipiche dello Zibibbo appassito al sole, trovano equilibrio in una piacevole freschezza, rendendo il vino ricco ma mai eccessivo.
Vino da meditazione per eccellenza, è particolarmente adatto alla pasticceria siciliana, in particolare ai cannoli o alla cassata. Da provare anche in abbinamento a formaggio erborinati o piccanti, come il Piancentinu Ennese, pecorino siciliano DOP a base di zafferano.
Prezzo in enoteca: 42 euro
Ventotene. Candidaterra, Pandataria Il Vino del Confino
Ventotene, la più meridionale delle isole dell’Arcipelago Pontino, è una piccola terra vulcanica sospesa tra Lazio e Campania. Con i suoi 1,9 chilometri quadrati, rappresenta uno degli esempi più intensi di viticoltura insulare del Mediterraneo. La sua superficie è quasi interamente costituita da depositi vulcanici, che insieme ai venti marini imprimono un carattere distintivo alle uve e ai vini.
Nel 2013 Luigi Sportiello, giovane viticoltore ventotenese, ha scelto di far rinascere la viticoltura sull’isola, dopo decenni di abbandono dovuti allo spopolamento e alla fuga dei giovani. La sua azienda, Candidaterra, è una realtà familiare di due ettari, dove la coltivazione avviene nel rispetto dell’ambiente e delle norme della Riserva Naturale delle isole di Ventotene e Santo Stefano, senza l’utilizzo di pesticidi, insetticidi o prodotti chimici inquinanti. I vigneti si trovano nella zona centrale dell’isola, tra i 30 e i 50 metri sul livello del mare, allevati a guyot.
Pandataria Il Vino del Confino nasce dall’assemblaggio di Falanghina, Fiano e Greco: tre vitigni a bacca bianca tipicamente campani, che a Ventotene trovano un’espressione originale e profondamente marina. Il nome richiama l’antica denominazione dell’isola e la sua storia di luogo di confino.
La produzione è estremamente limitata, circa 500 bottiglie. Seguito per la parte agronomica ed enologica da Vincenzo Mercurio, Pandataria si distingue per eleganza, equilibrio e precisione. Il colore è giallo limpido; al naso emergono erbe aromatiche, pesca e agrumi; al palato è fresco, minerale, sapido, con una complessità che racconta la natura vulcanica e ventosa dell’isola.
La sua aromaticità si sposa bene con piatti a base di pesce saporiti come un classico spaghetto alle vongole o un più saporito e sfizioso piatto di sarde fritte.
Prezzo in enoteca: 25 euro
Ischia. Cenatiempo, Kalimera Biancolella
La storia della famiglia Cenatiempo comincia nel 1945, quando viene rilasciata la licenza di commercio di vini sull’isola di Ischia. Da allora l’azienda è passata dall’imbottigliamento del vino sfuso alla lavorazione delle uve isolane, fino a diventare una delle realtà più rappresentative della viticoltura ischitana.
A Ischia la vite ha radici antichissime, probabilmente legate alla colonizzazione greca. Nel corso dei secoli gli abitanti dell’isola hanno modellato un paesaggio rurale unico, scavando cantine e ricoveri nel tufo verde, trasformando grandi massi franati dal Monte Epomeo in abitazioni, cellai, grotte, palmenti e cisterne. Hanno costruito terrazzamenti strettissimi, talvolta capaci di ospitare un solo filare, sostenuti da muri a secco chiamati “parracine”: vere e proprie architetture agricole che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del paesaggio vitivinicolo isolano.
La viticoltura ischitana è eroica per definizione. I vigneti si trovano su pendii scoscesi, in terrazze ridotte, dove la meccanizzazione non può arrivare e ogni lavoro è affidato alla mano dell’uomo. Biancolella, Forastera, Piedirosso e Guarnaccia sono i vitigni autoctoni che raccontano l’anima marinara e vulcanica dell’isola.
Dal 2007 Cenatiempo ha avviato un importante lavoro di recupero diretto dei vigneti, riportando alla vita terreni rimasti incolti per decenni. Oggi l’azienda gestisce circa sei ettari suddivisi in quindici appezzamenti sparsi sull’isola, con prevalenza sul versante sud-orientale. La conduzione è biologica e, nella tenuta Kalimera, situata a 450 metri sul livello del mare nel comune di Serrara Fontana, segue un approccio biodinamico.
Kalimera Biancolella nasce proprio da questa vigna di alta collina, dove la natura vulcanica del suolo, l’altitudine e l’influenza marina contribuiscono a definire un vino di grande personalità. Il colore è giallo paglierino brillante; al naso emergono note iodate, erbe aromatiche e frutta gialla. In bocca è fresco, fragrante, fruttato, attraversato da una tipica sapidità e da una buona persistenza.
Il suo profilo minerale si sposa perfettamente con crudi di mare e crostacei ma non è da sottovalutare in abbinamento al coniglio alla cacciatora, secondo la tradizione ischitana, dove la sua sapidità esalta la delicatezza della carne e l’aromaticità delle erbe.
Prezzo in enoteca: 26 euro
Mag 22, 2026 | Enogastronomia
La primavera in Italia non è solo una stagione: è un invito a mettersi in viaggio. Tra sagre di paese, colline in fiore e mercati all’aperto, è il momento perfetto per scoprire due protagonisti assoluti: ciliegie e fragole.
Dolci, succose e profondamente legate ai territori, raccontano un’Italia autentica, fatta di tradizioni e piccoli riti collettivi.
E allora si parte, cucchiaio (o cestino) alla mano.

Vignola: la capitale delle ciliegie (Emilia Romagna)
Nel cuore dell’Emilia-Romagna, Vignola è sinonimo di ciliegie. Qui nasce la celebre Ciliegia di Vignola IGP, una delle più apprezzate d’Italia.
Tra maggio e giugno il borgo si anima con feste, mercatini e degustazioni: un’esperienza perfetta per chi vuole unire gusto e tradizione.
La primavera si è celebrata con la celebre Festa dei Ciliegi in Fior che si è svolta dall’11 al 19 aprile 2026 tra carri fioriti, mercatini, degustazioni e passeggiate tra i ciliegi in fiore, è uno degli eventi primaverili più amati dell’Emilia-Romagna.
Per chi invece vuole vivere la stagione della raccolta, torna anche “Vignola è tempo di Ciliegie”, dal 30 maggio al 2 giugno e poi dal 5 al 7 giugno 2026, con stand gastronomici, showcooking e degustazioni dedicate alla Ciliegia di Vignola IGP.

Nemi: fragole vista lago (Lazio)
A pochi chilometri da Roma, Nemi è famosa per le sue fragoline di bosco.
Il borgo, affacciato sul lago, diventa ancora più suggestivo durante la storica Sagra delle Fragole.
Qui il frutto si trasforma in dolci, liquori e piatti creativi, in un mix irresistibile tra panorama e sapore.
La tradizionale Sagra delle Fragole raggiungerà nel 2026 la sua 93ª edizione. L’evento è previsto dal 5 al 7 giugno 2026, con la giornata principale fissata per domenica 7 giugno.
Tra fragole distribuite nelle piazze, costumi tradizionali, musica e allestimenti floreali, il piccolo borgo affacciato sul lago si trasforma in una delle mete più romantiche e golose della primavera italiana.

Marostica: ciliegie tra castelli e scacchi (Veneto)
In Veneto, Marostica unisce storia e gusto. Celebre per la piazza degli scacchi viventi, è anche patria della Ciliegia di Marostica IGP.
Primavera significa passeggiate tra i ciliegi e soste golose nelle piazze storiche.

Candonga lucana: la fragola del Sud (Basilicata)
Nel Metapontino, in Basilicata, nasce la Candonga, una delle fragole più pregiate d’Italia. Dolce, profumata e intensamente rossa, è diventata simbolo di un territorio agricolo d’eccellenza.
Perfetta per chi cerca un viaggio tra natura e sapori autentici.

Celleno: il borgo delle ciliegie (Lazio)
Nel Lazio, Celleno unisce fascino e gusto. Conosciuto come “il borgo fantasma”, ospita ogni anno eventi dedicati alle ciliegie che attirano visitatori da tutta Italia.
Un luogo suggestivo dove il tempo sembra fermarsi — con qualcosa di buono tra le mani.
Mag 21, 2026 | Enogastronomia
C’è un’Italia che sfugge alle mappe più battute, fatta di silenzi, porte socchiuse e piazze dove il tempo rallenta davvero. Sono i borghi minuscoli, quelli con poche centinaia di abitanti — o meno — perfetti per una fuga primaverile tra luce morbida, fiori e ritmi lenti.
Dimentica le città affollate: qui si viene per perdersi (bene).

Civita di Bagnoregio: la città che scompare
Nel cuore della Basilicata, Castelmezzano si arrampica tra rocce spettacolari. Le case sembrano scolpite nella montagna.
Questo piccolo borgo incastonato tra le Dolomiti lucane è uno di quei luoghi che sorprendono al primo sguardo: un intreccio di abitazioni, scale e vicoli che si fondono con la natura circostante, creando un paesaggio unico nel suo genere.
Passeggiare tra le sue stradine significa immergersi in un’atmosfera autentica, lontana dal turismo di massa, dove ogni angolo racconta una storia. In primavera, poi, il contrasto tra il verde della vegetazione e le rocce scolpite dal tempo rende Castelmezzano ancora più suggestivo.
Un luogo perfetto per chi cerca bellezza, silenzio e meraviglia fuori dai percorsi più battuti.

Montemerano: il borgo perfetto (davvero)

Atrani: il segreto della Costiera Amalfitana

Santo Stefano di Sessanio: minimalismo d’alta quota
Nel cuore dell’Abruzzo, Santo Stefano di Sessanio è un rifugio di pietra e silenzio.
Arroccato nel Parco Nazionale del Gran Sasso, questo borgo sembra sospeso nel tempo: case in pietra chiara, vicoli stretti e un’atmosfera rarefatta che invita subito a rallentare. Qui tutto parla di essenzialità e autenticità.
Passeggiare tra le sue strade significa lasciarsi alle spalle il rumore del mondo moderno e ritrovare un ritmo più umano, fatto di dettagli, luce e silenzio.
In primavera, il contrasto tra la roccia e il verde delle montagne rende Santo Stefano di Sessanio ancora più suggestivo, trasformandolo in una meta perfetta per chi cerca quiete e bellezza senza filtri.

Tellaro: la Liguria più autentica

Dozza: il borgo dipinto
Nel cuore dell’Emilia-Romagna, tra le colline che guardano verso Imola, si trova Dozza, un borgo che trasforma ogni passeggiata in un’esperienza artistica.
In Emilia-Romagna, Dozza è un museo a cielo aperto: ogni muro è un’opera d’arte.
Le facciate delle case, i vicoli e gli angoli più nascosti sono decorati da murales realizzati da artisti di tutto il mondo, che nel tempo hanno reso il paese una galleria diffusa e viva, in continua evoluzione.
Il borgo, dominato dalla Rocca Sforzesca, unisce storia e creatività in un equilibrio sorprendente. In primavera, i colori delle opere si fondono con quelli della natura circostante, rendendo Dozza ancora più vibrante e affascinante.
Una destinazione perfetta per chi ama l’arte, ma anche per chi vuole scoprire un’Italia diversa, fatta di bellezza quotidiana e sorprendente.

Venzone: rinascita tra le montagne
Nel cuore del Friuli-Venezia Giulia, ai piedi delle Alpi, si trova Venzone, un borgo che racconta una storia unica di resilienza e bellezza.
In Friuli, Venzone è un esempio straordinario di ricostruzione e bellezza alpina.
Distrutto quasi completamente dal terremoto del 1976, il borgo è stato ricostruito pietra dopo pietra, rispettando la sua identità medievale. Oggi appare come un raro esempio di restauro filologico, dove ogni dettaglio contribuisce a restituire l’anima originaria del paese.
Passeggiare tra le sue mura significa entrare in un luogo che ha saputo rinascere senza perdere autenticità. In primavera, il contrasto tra le pietre antiche e il verde delle montagne circostanti rende Venzone ancora più suggestivo, trasformandolo in una meta ideale per chi cerca storia, silenzio e paesaggi alpini.
Mag 20, 2026 | Enogastronomia
Un viaggio tra liquori, amari e distillati tipici italiani, regione per regione: dal genepì valdostano al mirto sardo, passando per sambuca, nocino e tante produzioni artigianali legate a erbe, frutti, agrumi e antiche ricette locali.
L’Italia non è soltanto la patria del vino: da nord a sud esiste una tradizione secolare legata a liquori, amari e distillati artigianali.
Ogni regione custodisce ricette nate nei monasteri, nelle famiglie contadine o nelle antiche botteghe erboristiche. Alcuni prodotti sono diventati famosi in tutto il mondo, altri restano piccoli tesori locali tramandati di generazione in generazione.
I liquori italiani: un patrimonio culturale oltre che gastronomico
Liquori e amari italiani raccontano storie di territori, monasteri, famiglie e tradizioni contadine. Ogni regione custodisce ricette uniche legate agli ingredienti locali: erbe alpine, agrumi mediterranei, spezie, frutti spontanei e radici officinali.
Molti prodotti nascono come digestivi o rimedi erboristici, ma col tempo sono diventati simboli culturali e gastronomici.
Oggi il patrimonio liquoristico italiano continua a vivere grazie alle aziende storiche e alle piccole produzioni artigianali. Un viaggio tra sapori, profumi e tradizioni che attraversa tutta la Penisola, dal cuore delle Alpi fino alle coste della Sicilia e della Sardegna.

fiori di Artemisia, base dei genepì
Valle d’Aosta
l Genepì è il liquore simbolo della Valle d’Aosta ed è strettamente legato alla montagna alpina.
Viene prodotto attraverso la macerazione di artemisie alpine, piante aromatiche che crescono ad alta quota tra rocce e pascoli.
Ha un colore giallo-verde delicato e un profumo intenso di erbe officinali. Il gusto è aromatico, balsamico e leggermente amarognolo, perfetto come digestivo dopo i pasti.
Tradizionalmente veniva preparato dai montanari usando erbe raccolte a mano durante l’estate. Oggi il Genepì è considerato uno dei liquori alpini più rappresentativi del Nord Italia e accompagna spesso dolci tipici valdostani e biscotti secchi.
Accanto al Genepì sono diffusi anche liquori a base di genziana e arquebuse, antico elisir alpino alle erbe nato dalla tradizione monastica valdostana.
Piemonte
La Ratafià piemontese è un liquore dolce preparato con ciliegie nere, alcol e zucchero.
In alcune varianti vengono aggiunti vino rosso o spezie aromatiche che ne arricchiscono il profumo. È una bevanda molto antica, nata probabilmente come liquore digestivo casalingo nelle campagne piemontesi. Il suo sapore è morbido, fruttato e intenso, con note che ricordano le amarene mature.
Viene servita fresca dopo i pasti oppure utilizzata per accompagnare dessert e pasticceria secca.
Ancora oggi molte famiglie conservano ricette tradizionali tramandate da generazioni, soprattutto nelle zone collinari delle Langhe e del Monferrato.
Tra i grandi classici piemontesi meritano una menzione anche il Barolo Chinato, vino aromatizzato con china e spezie, e l’amaro San Simone, storico digestivo torinese.

iconico il gin di Portofino
Liguria
Tra i liquori liguri che hanno conquistato riconoscimento internazionale, il Portofino Dry Gin è oggi il più celebre.
Riconoscibile per la sua iconica bottiglia blu con il profilo della celebre località, contiene ventuno ingredienti – tra cui ginepro, limone, lavanda, rosmarino, iris, maggiorana e salvia – la maggior parte coltivati e raccolti a mano sul Monte di Portofino. La gradazione si aggira intorno ai 43 gradi, con note dominanti di agrumi e ginepro.
La Liguria però offre molto altro. L’amaro Camatti, prodotto a Genova fin dal 1924, è uno dei liquori più antichi della regione: ottenuto per infusione di fiori, erbe e radici aromatiche, ha soli 20 gradi e un gusto piacevole con toni di genziana, china, mentolo e amaretto.
Originali e radicati nel territorio i Basanotto e Barzotto, i cui nomi racchiudono le iniziali degli ingredienti principali – basilico, salvia e chinotto il primo; basilico, orzo e chinotto il secondo – tutti biologici e tipicamente liguri.
L’Amaro e Amaretto di Sassello, dal colore caramello e dalla dolcezza che richiama l’omonimo biscotto, è invece il digestivo ideale per accompagnare dolci e caffè.
Da menzionare anche il Corochinato (o Asinello), vino aromatizzato aperitivo a base di diciotto erbe tra cui assenzio, china, rabarbaro e genziana, e il Ginuensis, gin dal carattere spiccatamente genovese con note di agrumi, mandorla e lime kaffir.
Lombardia
Il Braulio è uno degli amari più celebri della Lombardia e nasce a Bormio, nel cuore delle Alpi. È prodotto con un mix segreto di erbe alpine, radici e bacche raccolte in montagna.
Tra gli ingredienti più noti ci sono ginepro, achillea e assenzio. L’infusione viene lasciata maturare a lungo in botti di rovere, sviluppando un gusto intenso e complesso.
Il sapore è balsamico, erbaceo e leggermente speziato, ideale come digestivo dopo pasti abbondanti. Grazie alla forte identità alpina, il Braulio è diventato uno dei simboli della tradizione liquoristica lombarda.
Oltre al Braulio, la Lombardia vanta amari storici come il Fernet Branca e il Campari, entrambi nati a Milano e diventati celebri a livello internazionale.

il bombardino anti-freddo
Trentino Alto Adige
Il Bombardino è il liquore invernale per eccellenza delle montagne trentine e altoatesine. Si prepara con liquore all’uovo, brandy o rum e panna montata.
La bevanda viene servita calda soprattutto nei rifugi alpini e nelle località sciistiche durante i mesi freddi. Il gusto è dolce, cremoso e molto avvolgente, perfetto dopo una giornata sulla neve.
La sua origine è relativamente recente, ma nel tempo è diventato una vera icona delle Alpi italiane. Ancora oggi viene consumato durante mercatini di Natale, feste di montagna e vacanze invernali.
Nelle vallate alpine sono molto diffusi anche liquori ai piccoli frutti di bosco, grappe aromatiche e infusi al pino mugo tipici della tradizione montana.
Il Parampampoli invece è uno dei liquori/bevande più tipici del Trentino, servito caldo e fiammeggiante, perfetto per l’inverno.
Altri liquori tradizionali includono la grappa trentina (spesso aromatizzata, come al cirmolo o ginepro), il liquore alle fragoline di bosco, il liquore al mirtillo e il Delice (gusto strudel)
Veneto
Il Vov è uno dei liquori più famosi del Veneto ed è nato nell’Ottocento grazie al pasticcere padovano Gian Battista Pezziol.
Si tratta di una bevanda cremosa preparata con uova, marsala, zucchero e alcol. Il nome deriva dalla parola dialettale “vovi”, cioè uova.
Ha una consistenza vellutata e un sapore dolce e intenso che ricorda lo zabaione. In passato veniva consumato soprattutto durante l’inverno come bevanda energetica e corroborante. Ancora oggi il Vov viene bevuto liscio, caldo oppure utilizzato per arricchire dessert e gelati.
Il Veneto è famoso anche per lo Spritz bitter e per liquori storici come il Select e il Cynar, profondamente legati alla cultura dell’aperitivo veneziano

Slivovitz, una tradizione di confine
Friuli Venezia Giulia
Questa regione è rinomata per la sua tradizione liquoristica, dominata dalla grappa, in particolare quella friulana IG, e da amari alle erbe unici.
Tra le specialità più tipiche spiccano l’amaro di Spilimbergo, il liquore al Terrano del Carso, il nocino, il rosolio e lo Sliwovitz per accompagnare la gubana.
Lo Slivovitz è un distillato tradizionale diffuso nelle aree orientali e viene ottenuto dalla fermentazione e distillazione delle prugne mature. È un liquore molto forte, con gradazioni elevate e un aroma intenso di frutta fermentata.
La tradizione arriva dai Balcani e si è radicata soprattutto nelle zone di confine. Viene spesso prodotto artigianalmente nelle case di campagna seguendo metodi antichi. Lo Slivovitz è considerato un classico digestivo da fine pasto e accompagna spesso salumi e piatti rustici.
Emilia Romagna
Il Nocino è probabilmente il liquore più rappresentativo dell’Emilia-Romagna.
Si prepara utilizzando noci verdi raccolte tradizionalmente nella notte di San Giovanni, il 24 giugno. Le noci vengono lasciate macerare nell’alcol insieme a zucchero e spezie come cannella e chiodi di garofano.
Dopo mesi di riposo il liquore assume un colore scuro e un aroma intenso. Il gusto è deciso, speziato e leggermente amarognolo, ideale come digestivo. In molte famiglie emiliane
il Nocino viene ancora prodotto in casa seguendo ricette antichissime.

Vin Santo e cantucci, tradizione toscana
Toscana
Il Vin Santo è il liquore toscano per antonomasia, perfetto esempio di fine pasto secondo le regole dell’ospitalità più autentica.
La tradizione vuole che si degusti come dessert insieme alla classica pasticceria secca, come i ricciarelli di Siena e i cantucci.
Conosciuto sin dal Medioevo, deve il suo appellativo “santo” all’uso durante le celebrazioni liturgiche, oltre che alle leggende che narrano di miracolose guarigioni avvenute dopo averlo bevuto.
Ha un colore ambrato, un profumo intenso di frutta secca e miele, e un gusto dolce e avvolgente che varia a seconda dell’invecchiamento.
Tra gli altri liquori storici toscani merita una menzione l’Alchermes, antico liquore speziato dal caratteristico colore rosso carminio, un tempo protagonista della pasticceria tradizionale.
La Toscana custodisce inoltre una serie di produzioni locali di grande interesse: l’amaro di Fivizzano, la Biadina, la China Massagli, l’Elisir di China di Pieve Fosciana e il Vermouth di vino bianco, che confermano la ricchezza erboristica e distillatoria della regione.
Umbria
II liquori tipici umbri sono principalmente amari digestivi a base di erbe, radici e frutti locali, ideali come fine pasto.
I più noti includono l’amaro Viparo di Terni, l’amaro Vallenera (con erbe della Valnerina), il nocino, il rosolio (o Rosolio Francescano) e liquori particolari al tartufo nero.
In Umbria viene servita anche la ratafia viene preparata con amarene o visciole lasciate macerare nell’alcol insieme a zucchero e vino rosso.
È un liquore molto diffuso nelle zone rurali e nelle famiglie contadine. Il sapore è dolce ma intenso, con note fruttate e leggermente acidule. Tradizionalmente veniva preparato dopo la raccolta estiva delle ciliegie e conservato per l’inverno.
È perfetto da servire freddo dopo i pasti oppure insieme ai dolci secchi umbri. Ancora oggi molte piccole aziende agricole producono ratafia artigianale secondo ricette storiche.
Nella tradizione umbra trovano spazio anche liquori alle erbe officinali, rosoli artigianali e infusi preparati con visciole selvatiche e frutti di bosco.

il simbolo di Ascoli Piceno
Marche
L’Anisetta Meletti è uno dei liquori più famosi delle Marche e nasce ad Ascoli Piceno nel XIX secolo. È prodotta utilizzando anice verde, zucchero e alcol puro. Il suo profumo è intenso e aromatico, mentre il gusto è dolce ma equilibrato.
L’anice utilizzato proviene tradizionalmente dalle campagne marchigiane ed è considerato particolarmente pregiato.
L’Anisetta viene servita liscia, con ghiaccio oppure corretta nel caffè. Ancora oggi rappresenta un simbolo storico della liquoristica italiana.
Oltre all’Anisetta Meletti sono molto conosciuti il Mistrà, distillato all’anice secco tipico dell’Adriatico, e vari liquori artigianali alle erbe marchigiane.
Lazio
La Sambuca è uno dei liquori italiani più conosciuti nel mondo e ha origini laziali, con radici storiche a Civitavecchia.
Si prepara con oli essenziali di anice stellato, zucchero e alcol. Il suo sapore è molto dolce e aromatico, con un forte profumo di anice.
Tradizionalmente viene servita “con la mosca”, cioè con tre chicchi di caffè tostato.
È spesso consumata liscia dopo i pasti oppure flambata nei bar. Grazie al suo gusto deciso e riconoscibile, la Sambuca è diventata uno dei simboli internazionali della tradizione italiana.
Abruzzo
Il Centerbe è uno dei liquori più forti e caratteristici dell’Abruzzo.
Viene prodotta con numerose erbe aromatiche di montagna lasciate in infusione nell’alcol puro. Il colore è verde brillante naturale e la gradazione può superare i 70 gradi.
Il gusto è intensissimo, erbaceo e balsamico, pensato soprattutto come digestivo. La ricetta affonda le radici nella tradizione monastica e nell’erboristeria abruzzese.
Ancora oggi è molto diffusa nelle zone montane e viene spesso preparata anche artigianalmente.
La tradizione abruzzese comprende anche ratafià di amarene, liquori allo zafferano dell’Aquila e numerosi amari alle erbe di montagna e genziana.

un finocchietto tutto da bere in Molise
Molise
Il liquore al finocchietto è uno dei prodotti tradizionali più diffusi in Molise. Si ottiene lasciando macerare semi e rametti di finocchietto selvatico nell’alcol insieme a zucchero e acqua. Il profumo è molto aromatico e ricorda immediatamente la macchia mediterranea.
Il sapore è fresco, leggermente dolce e digestivo. Nelle campagne molisane viene preparato soprattutto a fine estate, quando il finocchietto è più profumato.
È un liquore tipico da offrire agli ospiti durante le feste e le ricorrenze familiari.
Tra i liquori più tipici del Molise ci sono anche infusi casalinghi alla genziana, nocino artigianale e digestivi ottenuti da erbe spontanee dell’Appennino.
Campania
Il Liquore Strega nasce a Benevento nel 1860 ed è uno dei simboli della tradizione campana.
È preparato con circa settanta erbe e spezie provenienti da diverse parti del mondo. Tra gli ingredienti principali ci sono zafferano, menta e finocchio.
Il colore giallo intenso deriva proprio dallo zafferano naturale utilizzato nella ricetta. Il gusto è aromatico, speziato e leggermente dolce.
Ancora oggi viene consumato come digestivo e utilizzato anche nella preparazione di dolci celebri come il torrone Strega.
La Campania è celebre anche per il limoncello della Costiera Amalfitana e per numerosi liquori agrumati prodotti con limoni, mandarini e finocchietto.
Puglia
Il rosolio pugliese è un liquore tradizionale preparato con agrumi, rose o erbe aromatiche locali.
Ogni famiglia possiede una propria variante tramandata nel tempo. La preparazione prevede l’infusione degli ingredienti nell’alcol con aggiunta di zucchero.
Il risultato è una bevanda profumata, dolce e molto aromatica. Veniva tradizionalmente offerta agli ospiti durante matrimoni e celebrazioni importanti. Ancora oggi il rosolio è legato alla tradizione contadina pugliese e alla cultura dell’ospitalità.
Accanto al rosolio sono molto diffusi anche liquori al fico d’India, alloro, carruba e finocchietto selvatico tipici della tradizione salentina.

un’amaro simbolo
Basilicata
L’Amaro Lucano nasce a Pisticci, in Basilicata, alla fine dell’Ottocento. È preparato con oltre trenta erbe officinali selezionate.
Il gusto è equilibrato tra dolcezza e note amaricanti, con sentori di agrumi, assenzio e spezie. In origine veniva prodotto come rimedio digestivo artigianale.
Nel tempo è diventato uno degli amari italiani più conosciuti e consumati. Ancora oggi rappresenta uno dei simboli storici della tradizione liquoristica del Sud Italia.
In Basilicata si producono anche liquori alle erbe lucane, infusi al finocchietto e digestivi tradizionali legati alle antiche ricette contadine.
Calabria
Il liquore al bergamotto è uno dei prodotti più tipici della Calabria. Si ottiene utilizzando le scorze del celebre agrume coltivato soprattutto nella zona di Reggio Calabria.
Il profumo è fresco, agrumato e molto intenso. Il sapore combina dolcezza e leggere note amare tipiche del bergamotto. Viene servito freddo come digestivo oppure utilizzato nei cocktail.
Grazie all’unicità del bergamotto calabrese, questo liquore è diventato uno dei simboli gastronomici della regione.
Oltre al celebre liquore al bergamotto, la Calabria è famosa per i liquori alla liquirizia, al cedro e al peperoncino, molto diffusi soprattutto lungo la costa tirrenica.
Sicilia
L’Averna è uno degli amari più celebri d’Italia e nasce a Caltanissetta nel XIX secolo.
La ricetta originale deriva dalla tradizione benedettina dell’Abbazia di Santo Spirito. È prodotto con erbe mediterranee, radici e scorze di agrumi lasciate in infusione.
Il gusto è morbido, intenso e meno aggressivo rispetto ad altri amari. Le note di arancia e liquirizia lo rendono particolarmente riconoscibile. Ancora oggi è uno dei digestivi italiani più esportati nel mondo.
La Sicilia custodisce anche una lunga tradizione di liquori agli agrumi, alla mandorla, al pistacchio e al fico d’India, simboli della ricchezza agricola dell’isola.

il mirto, cuore di Sardegna
Sardegna
Il Mirto è il liquore simbolo assoluto della Sardegna. Si prepara con le bacche della pianta di mirto lasciate macerare nell’alcol insieme a zucchero e acqua.
Esiste sia la versione rossa, ottenuta dalle bacche scure, sia quella bianca prodotta con foglie e bacche chiare. Il gusto è aromatico, balsamico e leggermente resinoso.
Tradizionalmente viene servito ghiacciato a fine pasto. Il Mirto rappresenta perfettamente i profumi della macchia mediterranea sarda ed è uno dei prodotti più identitari dell’isola.
Oltre al Mirto, la Sardegna produce ottimi filu ’e ferru, liquori al corbezzolo e infusi alle erbe selvatiche della macchia mediterranea.