Dal Vaticano a Nauru: I 7 stati più piccoli del pianeta da scoprire

Dal Vaticano a Nauru: I 7 stati più piccoli del pianeta da scoprire

Il mondo è composto da una grande varietà di stati e nazioni, ognuno con la sua storia, cultura e caratteristiche uniche.
Tra questi, ci sono alcuni stati e nazioni che si distinguono per la loro piccola dimensione e la loro particolarità.
In questo articolo, esploreremo alcuni degli stati e delle nazioni più piccole del mondo.

San Marino

San Marino

Partiamo inevitabilmente dallo stato lillipuziano più vicino a noi ovvero San Marino una repubblica situata nella penisola italiana, circondata dalle Marche e dall’Emilia-Romagna.
Siamo alle spalle della celebre costa romagnola con Rimini sua capitale.
Con una superficie di soli 61 km² e una popolazione di circa 34.000 abitanti, San Marino è uno degli stati più piccoli del mondo.
Sembra quasi un miraggio, un castello scolpito tra le nuvole. Salendo lungo i tornanti che si arrampicano sul Monte Titano, si ha l’impressione di varcare una soglia invisibile, oltre la quale il tempo si ritira e lascia spazio al respiro della storia.
Là, in cima, sorge San Marino — la più antica repubblica del mondo, un microcosmo di torri, pietre e libertà incastonata tra le colline dell’Italia centrale.
Non servono passaporti, solo occhi curiosi e cuore aperto. In pochi chilometri quadrati, San Marino custodisce secoli di indipendenza, fierezza e bellezza.
È un luogo che non grida, ma sussurra storie ai suoi visitatori. Ogni scorcio è una cartolina, ogni angolo un racconto.
Fondata nel 301 d.C. da Marino, un tagliapietre cristiano proveniente dalla Dalmazia rifugiatosi sul Monte Titano per sfuggire alle persecuzioni romane. La comunità si organizzò in modo autonomo e mantenne nel tempo la sua indipendenza, con una forte identità repubblicana.
Marino venne dal mare, ma scelse la montagna. Con pochi uomini e un’idea grande: libertas. Da quel gesto semplice, quasi monastico, nacque una repubblica destinata a sfidare imperi, guerre e secoli.
Luoghi imperdibili, da vedere sono le Tre Torri (Guaita, Cesta, Montale): simboli di San Marino, arroccate sulle vette, l’intero centro storico: patrimonio Unesco con stradine medievali, piazzette, scorci; la basilica del Santo Marino: spiritualità e storia in un unico luogo; il museo di Stato e Museo delle Curiosità: cultura e piccole sorprese e la piazza della Libertà con il Palazzo Pubblico: cuore civico della repubblica.
A San Marino ogni torre è una vedetta, ogni pietra ha una storia. Passeggiare per il centro storico è come sfogliare un libro antico che profuma ancora d’inchiostro e vento.
E’ vero che molti salgono a San Marino attratti dallo shopping duty free ma lasciatevi tentare dalle passeggiate panoramiche e dal desiderio di esplorare le botteghe artigiane e scoprire i sapori del monte Titano.
La cucina sammarinese è simile a quella romagnola ma con alcune peculiarità. Da provare la torta tre monti, dolce simbolo del territorio e i nidi di rondine che sono una pasta al forno ripiena. Da provare i vini Briza, Roncale e Sammarinese rosso e bianco prodotti dal consorzio locale. 

Andorra la Vella


Andorra

Spostiamoci sui monti Pirenei fra Spagna e Francia e fermiamoci ad Andorra un principato situato nel cuore della catena montuosa che separa i due paesi europei.
Con una superficie di 470 km² e una popolazione di circa 72.000 abitanti, Andorra è un paradiso fiscale e turistico.
La sua storia risale al 1278 e la sua indipendenza è stata mantenuta grazie alla sua posizione strategica.
Andorra Appare come una promessa, sussurrata dalle cime dei Pirenei. non è un luogo da scoprire per caso: si raggiunge dopo tornanti, passi montani e vallate che sembrano uscite da un racconto medievale. E quando finalmente si arriva, il tempo si dilata. Le pietre delle case sembrano aver trattenuto il respiro dell’inverno, e i boschi raccontano storie antiche.
Sospesa tra Francia e Spagna, Andorra è uno scrigno piccolo ma prezioso, un microcosmo scolpito tra le vette, dove convivono silenzio e vivacità, modernità e tradizione.
È la capitale più alta d’Europa, ma anche una delle più discrete. Qui non c’è fretta: si cammina, si respira, si ascolta.
Chi arriva fin qui non cerca soltanto una destinazione, ma un’esperienza autentica, fatta di panorami infiniti, chiese romaniche abbracciate dalla neve, profumi di formaggio fuso e caldarroste, sentieri che sembrano dipinti. In un mondo che corre, Andorra invita a rallentare.
Le origini della sua indipendenza risalgono al IX secolo, quando Carlo Magno avrebbe concesso l’autonomia agli abitanti della valle come ricompensa per aver combattuto contro i Mori.
Nel 1278 nasce un sistema unico al mondo: la co-sovranità.
Due principi condividono il potere: il Vescovo di Urgell (Spagna) e il Capo di Stato francese (oggi il Presidente della Repubblica Francese).
Questo equilibrio ha garantito l’indipendenza e la neutralità di Andorra nei secoli, pur con una forte influenza culturale iberica e occitana. Nel 1993 viene approvata la prima costituzione moderna, che definisce Andorra come uno Stato parlamentare indipendente.
Andorra la Vella situata a 1023 metri d’altitudine ha il primato di essere la capitale più alta d’Europa, con centro storico in pietra e moderni edifici di vetro.
Da vedere Sant Joan de Caselles e altre chiese romaniche: piccoli capolavori architettonici immersi nel paesaggio. La Vall d’Incles e Madriu-Perafita-Claror (patrimonio Unesco): valli glaciali perfette per escursioni, silenziose e spirituali; imperdibile la calde: uno dei centri termali più grandi d’Europa, con piscine termali panoramiche e infine per chi vuole scoprire la cultura autentica della zona il museo del Tabacco e Museo Casa Rull testimonianze della vita rurale e commerciale andorrana.
Inutile nascondere che Andorra è una meta eccellente per l suo shopping duty free con profumi, tecnologia e moda particolarmente vantaggiosi ma è una meta anche perchi ama le escursioni e il trekking nei Pirenei e per gli sport invernali con i comprensori di Grandvalira e Vallnord fra i più grandi d’Europa.
La gastronomia andorrana è fortemente influenzata da quella catalana, ma con tratti montani e rustici. Fra i piatti tipici la escudella: zuppa ricca con carne, verdure, legumi e pasta, ideale nei mesi freddi; il trinxat: piatto contadino con cavolo, patate e pancetta, simile a un tortino; civet de jabalí: stufato di cinghiale marinato nel vino rosso con spezie e il cargols a la llauna: lumache grigliate, piatto forte anche in Catalogna. Fra i prodotti tipici oltre agli ottimi formaggi locali il torrone andorrano. Per quanto riguarda il mondo enoico, sebbene Andorra abbia una piccola produzione, alcuni vini locali (come quelli della Borda Sabaté) meritano attenzione. Da provare anche l’”ratafia”, un liquore dolce a base di erbe e noci.

Monte Carlo

Monaco

C’è un momento, viaggiando lungo la costa Azzurra tra Mentone e Nizza, in cui il paesaggio si trasforma.
Le colline si fanno più ordinate, il verde più geometrico, le ville più silenziose. Poi, d’improvviso, compare lui: Monaco, un piccolo regno di pietra, mare e marmo incastonato come un gioiello nella roccia in una superficie di 2 km² e una popolazione di circa 39.000 abitanti.
È il secondo Stato più piccolo del mondo, ma nessuno lo direbbe perché a Monaco nulla è minuscolo, se non la superficie.
Il tempo qui scivola come le auto sulle curve del Gran Premio: preciso, lucente, senza sbavature. Tutto profuma di eleganza, di un lusso che non ostenta ma che si respira, nelle facciate liberty, nei giardini pensili, nelle terrazze sospese sul Mediterraneo.
A Monaco non si arriva per caso. Si arriva per desiderio. Per scoprire un angolo di mondo dove la storia è ancora viva nei corridoi del Palazzo dei Principi, dove la natura si arrampica tra cactus e glicini, e dove ogni esperienza – anche la più semplice – si trasforma in rituale.
Un caffè sul porto, una passeggiata sulla Rocca, un tramonto visto da un giardino botanico: qui, anche la quotidianità ha il sapore delle occasioni rare.
Arrivi a Monaco e ti sembra di entrare in un film.
Le sue origini risalgono all’antica colonia greca di Monoikos (da cui il nome). Il 10 giugno 1215, i Genovesi costruirono una fortificazione sulla rocca e nel 1297, Francesco Grimaldi (travestito da frate) prese possesso della rocca con l’inganno.
Da lì iniziò la storia della famiglia Grimaldi, che regna ancora oggi.
Monaco riuscì a mantenere una certa autonomia, anche grazie ad abili alleanze e alla sua posizione strategica. Con il Trattato franco-monegasco del 1861, Monaco ottenne il riconoscimento ufficiale della sua sovranità. La costituzione del 1962 trasformò il principato in una monarchia costituzionale, con una forte identità internazionale.
Un frate, una roccia e una leggenda: così nacque praticamente Monaco. Non con una guerra, ma con l’astuzia. Una dinastia, quella dei Grimaldi, che da secoli governa questo angolo di mare con l’eleganza di chi conosce il valore della propria unicità.
A Monaco, ogni scorcio è una fotografia in cornice dorata. Tra il bianco delle ville e l’azzurro del mare, tutto è lucido, preciso, elegante. Anche il tempo sembra rallentare per ammirare i luoghi più iconici come il Palazzo del Principe sulla rocca, con la storica cerimonia del cambio della guardia; come la Cattedrale dove riposano Ranieri III e Grace Kelly; come i giardini esotici con piante rare e vista mozzafiato sul Mediterraneo; come il museo oceanografico: uno dei più belli d’Europa, voluto da Alberto I come il mitico casino di Monte Carlo: simbolo dell’opulenza Belle Époquee come port Hercule: yacht, barche a vela, ristoranti e sogni che galleggiano.
Monaco non è solo da guardare: è da vivere. In punta di piedi o a bordo di una decappottabile, con un calice in mano e il mare negli occhi magari emozionandosi con il Gran Premio di Formula 1: uno degli eventi sportivi più celebri al mondo oppure per chi può dedicandosi allo shopping di lussovnelle boutique sartoriali discrete oppure semplicemente passeggiando per le vie panoramiche lungo la Costa Azzurra e le spiagge del Larvotto.
La cucina monegasca unisce tradizioni liguri, provenzali e francesi in piatti ricchi di sapore ma leggeri nella forma. Ogni piatto racconta un confine, ogni calice è un viaggio tra le colline di Francia e i profumi della Liguria.
Fra i piatti tipici segnaliamo barbagiuan: fagottini fritti ripieni di riso, zucca o spinaci e formaggio, stocafi: baccalà alla monegasca con pomodoro, olive e aglio; fougasse monegasca: dolce tradizionale con fiori d’arancio e semi d’anice e socca e pan bagnat: influenze nizzarde ben presenti. Anche se il vino locale è limitato, la selezione nei ristoranti è eccezionale: Borgogna, Champagne, Provenza…

Città del Vaticano

Città del Vaticano

Non c’è dogana, né frontiera. Nessun cartello annuncia il passaggio, eppure, quando metti piede in Città del Vaticano, lo senti: sei entrato in un altro mondo.
Il brusio di Roma si attenua, le voci si fanno più lente, gli sguardi si alzano verso l’immenso abbraccio del colonnato di San Pietro.
Inizia lì, quasi in punta di piedi, il viaggio nel più piccolo Stato del pianeta. Un viaggio che non ha bisogno di chilometri, ma di occhi attenti.
In appena 44 ettari di superficie si concentrano secoli di arte, fede, potere e silenzio. È uno Stato senza esercito (se non quello cerimoniale), senza fabbriche, senza traffico. Ma è anche uno dei luoghi più conosciuti e influenti del mondo.
Qui il tempo si misura in mosaici, affreschi, rituali; ogni pietra racconta una storia, ogni dettaglio custodisce un significato.
Città del Vaticano non è solo una meta spirituale: è un corpo vivo che pulsa di cultura, bellezza e mistero. Non serve essere credenti per sentirne la forza. Basta camminare tra le ombre della basilica, salire sulla cupola all’alba, perdersi tra i corridoi dorati dei Musei Vaticani.
Qui, ogni gesto diventa contemplazione.
Le origini risalgono al IV secolo, quando Costantino fece costruire una basilica sulla tomba di San Pietro. Per secoli il potere temporale dei papi si estese su gran parte dell’Italia centrale (Stato Pontificio). Dopo l’Unità d’Italia (1870), il Papa si ritirò simbolicamente in Vaticano, dichiarandosi “prigioniero”.
La piena indipendenza della Città del Vaticano arriva solo con i Patti Lateranensi del 1929, firmati tra Pio XI e Benito Mussolini.
Nasce così uno Stato sovrano, retto da un Papa, con una propria moneta, timbro, cittadinanza e corpo militare: la Guardia Svizzera.
In Vaticano ogni centimetro è sacro, ogni pietra è storia e camminare in Vaticano è come entrare in una cattedrale a cielo aperto, dove la luce filtra sempre in modo divino.
Tutto il territorio è un museo unico. Piazza San Pietro capolavoro barocco firmato Bernini, uno degli spazi più scenografici al mondo; la basilica di San Pietro con la cupola di Michelangelo, la Pietà, l’altare di Bernini dove l’arte è preghiera; la cupola e le Grotte Vaticane: salire fin lassù regala una vista unica su Roma e sul senso del tempo. Poi i musei Vaticani un viaggio nei millenni, con capolavori egizi, greci, rinascimentali, barocchi, la Cappella Sistina con la visione del Giudizio Universale di Michelangelo un’esperienza che zittisce ogni parola.

Castello di Vaduz

Liechtenstein

Un principato situato tra la Svizzera e l’Austria, con una superficie di 160 km² e una popolazione di circa 38.000 abitanti. Ci sono luoghi che non gridano per essere notati. Si lasciano trovare con grazia, come un sentiero che si apre nel bosco o una voce che sussurra anziché chiamare. Il Liechtenstein è così: non si impone, si rivela.
Nascosto tra la Svizzera e l’Austria, questo minuscolo principato alpino è una linea sottile sulla carta geografica, ma un universo intero per chi sa rallentare.
L’arrivo è già poesia. Le montagne scendono dolcemente verso il Reno, le case sembrano disposte con cura, come una tavolozza di tetti ordinati, e la bandiera rosso-blu che sventola discreta racconta una storia secolare di autonomia, quiete e bellezza. Vaduz, la capitale, ti accoglie senza rumore: una via elegante, un castello che veglia dall’alto, una natura che avvolge ogni cosa senza mai invaderla.
In un’epoca di viaggi frettolosi, il Liechtenstein è un invito alla lentezza. Non ha grandi città né folle turistiche, ma ha la forza delle cose autentiche: arte, storia, boschi, sapori. È un luogo che sembra sussurrare.
Il nome “Liechtenstein” deriva da una potente famiglia austriaca che, nel 1719, acquistò i territori di Vaduz e Schellenberg per avere un proprio dominio all’interno del Sacro Romano Impero.
In quell’anno, l’imperatore Carlo VI riconobbe la nascita del Principato del Liechtenstein. Per molto tempo fu una terra nobile, ma poco abitata dalla famiglia reale. Solo nel 1806, con la Confederazione del Reno di Napoleone, il Liechtenstein acquisì piena sovranità.
Da allora, ha mantenuto neutralità, indipendenza e uno stile di governo monarchico-costituzionale moderno, guidato dalla famiglia regnante.
Vaduz è una capitale tranquilla, elegante, dominata dal Castello del Principe, arroccato sopra la città (non visitabile, ma scenografico). Degni di visita il Museo Nazionale del Liechtenstein e Kunstmuseum: arte, storia, identità, Balzers e il Castello di Gutenberg: suggestivo e perfettamente conservato; Triesenberg: villaggio walser con architettura tipica e viste spettacolari e il sentiero dell’Aquila e escursioni alpine: tra i più belli della regione alpina.
A tavola da provare käsknöpfle: gnocchetti al formaggio tipici, serviti con cipolla croccante e contorno di mele o insalata; Ribel: polenta di mais e grano saraceno, servita dolce o salata; Hafalaab: zuppa rustica con carne affumicata, patate e farina e infine Torkarebl: piatto di pasta rustica della tradizione walser.
Imperdibili i formaggi d’alpeggio da degustare con pane scuro e salumi affumicati, il miele di montagna e le confetture artigianali.
Capitola a parte per l’enologia dato che il Liechtenstein produce ottimi Pinot Nero e Müller-Thurgau, soprattutto nella regione di Vaduz. Da visitare quindi cantine come Hofkellerei (dei principi) offrono degustazioni di grande livello. Tipici anche i liquori alle erbe alpine e grappe artigianali.a sembra al suo posto. È il viaggio perfetto per chi ama ascoltare il silenzio delle montagne e gustare la sostanza delle cose semplici. Perché, a volte, l’essenza si trova nei dettagli più piccoli.”

Una spiaggia di Nauru

Nauru

Facciamo un salto dall’altra parte del mondo. C’è un punto nell’oceano dove il tempo sembra essersi dimenticato di passare.
Un cerchio di terra corallina, minuscolo e solitario, che galleggia tra le pieghe del Pacifico come un’isola disegnata a matita e poi lasciata lì, sospesa.
Nauru, appena ventuno chilometri quadrati, è il terzo paese più piccolo del mondo e il meno visitato. Ma chi ci arriva — per scelta o per caso — non se ne dimentica.
Non ci sono resort di lusso, né folle di turisti. L’aeroporto internazionale ha un solo terminal e due voli a settimana.
Le strade sono tranquille, il vento salmastro soffia tra le palme, e l’orizzonte è sempre mare. Ma sotto questa calma apparente si nasconde una storia straordinaria: un’isola un tempo tra le più ricche al mondo, poi svuotata dal suo stesso cuore, oggi in cerca di riscatto e bellezza.
A Nauru, la natura non è spettacolare: è vera. Il sole è potente, la terra è segnata, ma il mare è limpido e le persone ti guardano con la calma di chi conosce ogni onda.
È un luogo che non ha bisogno di monumenti: è la sua stessa esistenza a raccontare una storia che vale il viaggio.
Nauru è una repubblica con una superficie di 21 km² e una popolazione di circa 11.000 abitanti di origine micronesiane e polinesiane che qui vivono da oltre 3.000 anni.
Nel XIX secolo fu colonizzata prima dai tedeschi, poi dagli inglesi, dagli australiani e dai giapponesi (durante la Seconda guerra mondiale). Ricchissima di fosfati, Nauru divenne per decenni uno dei paesi più ricchi al mondo pro capite, esportando la sua terra per concimi agricoli. Ma la miniera si prosciugò, e con essa l’economia. Nel 1968, Nauru ottenne l’indipendenza dall’Australia diventando una Repubblica sovrana; oggi è uno dei paesi più isolati e meno visitati, ma anche uno dei più affascinanti, con una resilienza culturale che affonda nelle sue origini oceaniche.
A Nauru, più che monumenti, si visitano paesaggi. Ogni collina scavata racconta una ricchezza perduta, ogni onda che si frange sull’anello di sabbia, una sopravvivenza poetica, Segnaliamo Anibare Bay: la spiaggia più bella, con sabbia chiara e onde potenti; command Ridge: il punto più alto dell’isola, con resti della guerra e vista panoramica; Buada Lagoon: l’unico lago interno, circondato da vegetazione tropicale, i cantieri di fosfato abbandonati che rappresentano un paesaggio lunare e post-industriale e i villaggi tradizionali: come Meneng e Yaren, dove scoprire la vita quotidiana isolana.
La cucina nauruana è semplice, influenzata da tradizioni micronesiane, australiane e asiatiche, con ingredienti locali come cocco, pesce fresco, pandanus, taro e riso.
Fra i piatti tipici c’è Ika (pesce alla griglia): marinato con lime, aglio, cocco; chips di taro o banana verde, spesso fritte; curry di pollo al latte di cocco di influenza asiatica molto comune e le frittelle dolci di cocco o torta di pandanus. A tavola si beve il succo di cocco fresco direttamente dal frutto, il toddy una bevanda alcolica dolce ottenuta dalla fermentazione della linfa del cocco (difficile da trovare, ma tradizionale).
Piccola, isolata, dimenticata da molti, Nauru è il riassunto dell’oceano: fragile, resiliente, piena di luce. 

Nonostante le loro differenze, questi stati e nazioni piccole condividono alcune caratteristiche comuni, come una forte identità culturale e storica, un’economia spesso basata sul turismo e sui servizi, una posizione strategica che ha permesso loro di mantenere l’indipendenza e una grande attenzione alla conservazione dell’ambiente e della cultura.
Gli stati e le nazioni più piccole del mondo sono un esempio di come la diversità e la particolarità possano essere una fonte di ricchezza e di interesse.
Ognuno di essi ha la sua storia, cultura e caratteristiche uniche che meritano di essere conosciute e apprezzate. Spero che questo articolo ti sia stato utile per scoprire alcuni degli stati e delle nazioni più piccole del mondo.
Buon viagg
io!

5 buoni motivi per andare all’Oktoberfest

5 buoni motivi per andare all’Oktoberfest

C’è poco da fare e poco da dire, anche se è considerato un evento iper inflazionata, adatto solo per un turismo da overtourism la festa dell’Oktoberfest è un appuntamento imperdibile, ogni anno a cavallo fra settembre e ottobre e non solo per chi ama la birra.
Oktoberfest a Monaco è soprattutto la celebrazione della cultura e della gastronomia tradizionale tedesca. Per circa tre settimane, i partecipanti vivono un’esperienza unica, provando un’ampia varietà di piatti tradizionali come pretzel, salsicce e stinchi di maiale, ascoltando musica dal vivo e partecipando ad attività culturali.
Anche quest’anno in Baviera stanno arrivando milioni di visitatori da tutto il mondo. Le grandi birrerie e i coloratissimi costumi tradizionali contribuiscono all’atmosfera vivace e festosa dell’Oktoberfest, che unisce gusto e cultura.
Ecco i buoni motivi per non perdere questa grande festa.


1 – L’atmosfera unica e l’esaltazione della tradizione 

L’Oktoberfest è radicata fortemente nella cultura bavarese e offre un’esperienza autentica di questa tradizione secolare e non solo per gli amanti costumi tradizionali, Il lederhosen per gli uomini e il dirndl per le donne, ma anche per le bande di musica che ogni giorno fino a notte inoltrata cantano e suonano dal vivo il folklore locale, per l’energia contagiosa dei si respira sia fra i bavaresi che fra i turisti; un’aria festosa unica che riflette la vera anima della Germania.
Tutto ebbe inizio oltre due secoli fa, per l’esattezza il
 12 ottobre 1810 per celebrare le nozze tra il principe ereditario Ludovico di Baviera (futuro re Ludovico I) e la principessa Teresa di Sassonia-Hildburghausen.
Per festeggiare il matrimonio dell’anno i cittadini di Monaco furono invitati a partecipare a una grande festa all’aperto, che culminò con una corsa di cavalli. Tutto si svolse in un grande prato vicino alle mura della città, che oggi è conosciuto come Theresienwiese in onore della sposa.
La festa ebbe un successo così grande che si decise di ripeterla l’anno successivo, dando il via a una tradizione che poi è divenuta annuale. Nel 1811 si aggiunsero anche una fiera agricola per promuovere l’economia agricola della Baviera e altre attività ludiche.
Negli anni successivi, l’Oktoberfest continuò a crescere anno dopo anno, evolvendosi con lo scorrere dei tempi e con gli usi e costumi dei bavaresi trasformandosi da semplice corsa di cavalli a una vera e propia festa popolare con varie attrazioni, giostre e stand gastronomici. Fu il 1818 l’anno della svolta, quello in cui di fatto iniziarono ad essere montati i primi stand che servivano birra, un embrione della festa attuale destinato a grande successo e a diventare l’ elemento riconoscitivo e ombelico della festa. Nel corso di tutto il XIX secolo, anno dopo anno la fiera agricola divenne sempre meno centrale mentre la birra e l’intrattenimento assunsero un ruolo sempre più dominante. Con l’introduzione delle prime giostre (siamo a fine secolo ai tempi delle meccanizzazioni e dell’elettrificazione) e la costruzione di grandi tende per accogliere i partecipanti, l’Oktoberfest si trasformò gradualmente in un grande evento popolare che assunse sempre più i connotati di quello che conosciamo oggi. Una festa così lunga ha conosciuto e attraversato i grandi eventi della storia ed è così che purtroppo, non sempre si è potuta celebrare e le interruzioni corrispondono a grande eventi.
L’Oktoberfest non si è tenuto ad esempio durante le guerre napoleoniche, le due guerre mondiali, in tempi di gravi crisi economiche e nel drammatico 2020 della pandemia da covid 19.
Mai è stata però cancellata o modificata, ma solo rimandata a quando la situazione migliorava per tornare più grande e più festosa.
Nel Novecento e i viaggi su larga scala, ma soprattutto dopo la seconda guerra mondiale il boom. Negli anni ’50 fu introdotto il tradizionale corteo inaugurale con sfilate con carri, cavalli, costumi tradizionali e le autorità cittadine.
Curiosamente però, anche se si chiama “Oktoberfest”, oggi la maggior parte dell’evento si svolge nel mese di settembre e questo avviene semplicemente per ragioni climatiche. Fu nel XIX secolo che si decise di anticipare l’inizio della festa a settembre per godere di giornate più calde, lunghe e piacevoli. 

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2 – Vivere la più grande festa globale

Oggi nel terzo millennio l’Oktoberfest non ha perso il suo smalto ma anzi è cresciuto fino a diventare il più grande festival del mondo, attirando ogni anno oltre 6 milioni di persone da ogni angolo del globo.
La festa dura 16-18 giorni (quest’anno si svolge dal 21 settembre al 6 ottobre) e si tiene sempre a Theresienwiese, con enormi tende che ospitano migliaia di persone.
La sua popolarità è così grande che ha portato alla nascita di molte repliche dell'”Oktoberfest” in molte città del mondo, ma nessuna ovviamente è paragonabile all’originale di Monaco.
Alcuni dei più grandi Oktoberfest si tengono a Kitchener-Waterloo in Canada, a Blumenau in Brasile, e soprattutto a Cincinnati negli Stati Uniti dove si celebra uno dei più grandi Oktoberfest al di fuori della Germania.
L’Oktoberfest attira come accennato visitatori da tutto il mondo e non è strano vedere il lederhosen e il dirndl indossati da asiatici o sudamericani che s’immergono totalmente nella tradizione bavarese financo negli abiti.
Oggi
è quindi una grande opportunità per incontrare persone nuove di tutto il mondo e fare amicizia davanti a un buon boccale di birra. Basta sederesi a un tavolo di una delle grandi tende, ordinare un Maß e presto potrete ritrovarvi a cantare e a brindare con persone di diverse nazionalità e sconosciute, creando ricordi indimenticabili.

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3 – Bavarese per un giorno indossando il Dirndl o i Lederhosen

Come abbiamo accennato e com’è ampiamente visibile aggirandosi per le tende, l’abbigliamento tradizionale bavarese è parte integrante dell’esperienza dell’Oktoberfest.
Come accennato anche molti turisti e visitatori scelgono di acquistare e d’indossare il Dirndl per le donne o i Lederhosen per gli uomini, che sono i tipici costumi bavaresi. Doveroso scoprirli meglio, specie se gli vogliamo indossare.
Serverebbe (e lo faremo) un articolo dedicato per raccontare cosa sono realmente questi abiti tradizionali della cultura bavarese, e austro tirolese che non vengono indossati solo in occasione dell’
Oktoberfest ma anche per altre importanti celebrazioni regionali.
Questi costumi tradizionali non sono solo vestiti e neanche l’abito buono per le feste ma rappresentano una parte importante dell’identità culturale della Germania meridionale, dell’Austria e del Tirolo.
Iniziamo dal Dirndl è il tipico abito tradizionale indossato dalle donne e composto da tre elementi principali:
Il corpetto e la gonna (il corpetto è aderente e spesso decorato con nastri, bottoni o lacci, mentre la gonna è solitamente ampia e cade fino al ginocchio o più lunga), la camicia (bluse) bianca che s’indossa sotto il corpetto e che può avere maniche corte, lunghe o a sbuffo e il grembiule (schürze) legato sopra la gonna, attenzione, la posizione del nodo del grembiule ha un significato interessante legato allo stato civile della donna; nodo a sinistra: la donna è single, nodo a destra: la donna è sposata o impegnata, nodo al centro davanti: la donna è vergine o potrebbe anche voler dire “non dirò niente”, nodo dietro: in genere indica che la donna è vedova o lavora come cameriera. Originariamente era l’abito delle donne di campagna e delle domestiche nella regione alpina perchè  pratico per il lavoro, ma col tempo è diventato un abito festivo e simbolico. Oggi ne esistono versioni più moderne e stilizzate con varianti nei materiali, colori e lunghezze. Può essereinfatti corto, lungo o al ginocchio. I Dirndl possono essere infine semplici o molto elaborati, decorati con ricami, pizzi, nastri e persino cristalli. Quelli più pregiati sono realizzati con seta o cotone di alta qualità.
Il Lederhosen che indossano i maschietti sono dei pantaloni tradizionali in pelle dalla lunga storia e il forte simbolico significato di mascolinità oltrechè orgoglio regionale.
La pelle di cui sono fatti può essere di capra o cervo, materiale scelto per la sua resistenza e durata e infatti questi pantaloni erano perfetti per il lavoro nei campi e per la caccia. Ne esistono versioni corte fino al ginocchio e lunghe fino alle caviglie. La versione corta è la più diffusa e popolare e viene spesso abbinata a calze alte (Wadenwärmer). Spesso ricamati con motivi tradizionali, possono avere bottoni in osso o corno e spesso sono accompagnati da una cintura o da bretelle, che possono anch’esse essere decorate. In passato, i Lederhosen rappresentavano anche lo status social; solo i contadini e i lavoratori più benestanti potevano permettersi pantaloni in pelle di qualità. Vengono quasi sempre indossati con una camicia a scacchi o bianca e possono essere abbinati anche a una giacca corta (Janker). Per completare la tradizione gli uomini più eleganti indossano anche cappelli tradizionali decorati con piume o pennacchi (Gamsbart) che rappresentano una sorta di trofeo di caccia.
Come per il Dirndl, anche i Lederhosen oggi sono un capo festivo tradizionale indossato soprattutto non solo all’Oktoberfest, ma anche durante matrimoni e altre celebrazioni regionali. Ne esistono anche versioni moderne e stilizzate, ma i più preferiscono i modelli tradizionali per mantenere vivo lo spirito della tradizione.
Negli ultimi decenni questi abiti tradizionali hanno vissuto un prepotente ritorno di moda dato che le nuove generazioni amano indossare il
Dirndl e Lederhosenin ogni evento locale, matrimonio o festa. Anche tante celebrità locali oggi li sfoggiano con grande orgoglio.
Va puntualizzato per i più appassionati che ne esistono diverse varianti a seconda della regione di provenienza. Difficile districarsi ma, tanto per fare un esempio, il Dirndl del Salisburghese differisce da quello bavarese nei dettagli, come i colori e le decorazioni e allo stesso modo anche i Lederhosen hanno variazioni regionali nei ricami o nella scelta del tipo di pelle.

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4 – Divertimento e allegria

L’Oktoberfest è anche e soprattutto una fiera gigantesca con una tantissime giostre e attrazioni per tutte le età: dagli 0 ai 90 anni.
Dalle montagne russe alle ruote panoramiche non manca davvero niente nel centro di Monaco. Più di 80 le attrazioni, che includono anche case degli specchi e giochi di abilità. Tra le più celebri c’è il “Toboggan”, una vecchia giostra che richiede di salire una rampa mobile, spesso con esiti esilaranti, e la storica “Schichtl”, uno spettacolo di marionette che dal 1869 propone una simulazione di esecuzione con ghigliottina..
Davvero infinite le attività che rendono l’evento divertente per tutta la famiglia e per tutti gli amici e financo per chi non è particolarmente interessato alla birra. (anzi ci sono anche molte altre bevande disponibili, tra cui vino, cocktail, sidro e anche bevande analcoliche).
Torniamo al grande parco divertimenti a cielo aperto con un tocco di tradizione che è l’Oktoberfest.
Anche se tradizionalmente si parla di tende, queste strutture sono in realtà degli enormi padiglioni temporanei in tensostruttura costruiti appositamente per l’evento.
Le più grandi possono ospitare addirittura fino a 10.000 persone, tra interni ed esterni e ogni tenda è unica con una propria ha atmosfera: alcune sono più tranquille e tradizionali e altre più festose e caotiche con musica dal vivo, balli e canti.
La grande festa ha preso il via sabato con il rito dell’apertura ufficiale avvenuta quando il sindaco di Monaco di Baviera spilla la prima botte di birra.
Questo atto, conosciuto come “O’zapft is!” (che significa “È spillata!”), dà il via ufficiale alla festa. Un rito molto sentito e simbolico dato che la prima birra viene tradizionalmente offerta al primo ministro della Baviera.
Il numero di colpi di martello necessari per spillare la birra è sempre un momento atteso, con il record attuale di 2 soli colpi.

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5 – Sua maestà la birra

L’Oktoberfest è famosa soprattutto per la birra. Il nostro special è on line (leggi qui)
La birra dell’Oktoberfest deve rispettare il Reinheitsgebot (la legge sulla purezza della birra bavarese) del 1516 e può essere prodotta solo dai sei birrifici tradizionali di Monaco: Paulaner, Spaten, Hacker-Pschorr, Augustiner, Hofbräu e Löwenbräu.
La birra servita durante l’Oktoberfest, chiamata Oktoberfestbier, è una Märzen, una birra più forte e ricca rispetto alle classiche Lager, pensata per essere prodotta in primavera e conservata fino all’autunno.
Durante la festa è possibile degustare tutte queste birre artigianali freschissime nei famosi boccali da un litro, i celebri “Maßkrug”.
I Maßkrug, sono oggetti molto ambiti dai visitatori che sognano di portarsene uno a casa come souvenir. Tuttavia, cercare di portarne via uno è tecnicamente vietato. Basta solo dire che ogni anno sono migliaia di boccali che vengono confiscati agli ingressi: ad esempio nel 2019 sono stati sequestrati più di 100.000 boccali!
La soluzione c’è ed è molto semplice. Basta acquistare il vostro Maßkrug legalmente negli stand di souvenir all’interno della fiera.
Ma che birra si beve all’Oktoberfest?
La Märzen detta anche Festbier che è come accennato una birra a bassa fermentazione, più scura e più alcolica rispetto alle Lager tradizionali dato che si aggira intorno al 5,8%-6,3%. caratteristica che la rende più corposa e “calda” rispetto alla birra leggera da bere quotidianamente.
Tradizionalmente era ambrata e più scura, ma le birre moderne dell’Oktoberfest sono spesso più chiare, con un colore dorato brillante.
Il sapore è maltato, con note tostate, un corpo robusto e un finale morbido. Non particolarmente amara, grazie al bilanciamento tra malto e luppolo.
La birra Märzen prende il nome dal mese di marzo, quando storicamente veniva prodotta per essere conservata nei mesi più caldi e consumata a fine estate e autunno.
Prima dell’invenzione della refrigerazione, la birra non poteva essere prodotta durante i mesi caldi, per evitare che andasse a male; così a marzo si produceva una birra più forte, con più luppolo e alcol per conservarla meglio durante l’estate. Questa birra veniva poi bevuta in abbondanza durante le celebrazioni autunnali, come l’Oktoberfest.
Ecco nel dettaglio le birre servite dai birrifici autorizzati. Augustiner Oktoberfestbier: birra equilibrata, molto apprezzata per il suo gusto dolce e il finale morbido; Hofbräu Oktoberfestbier, più leggera e chiara rispetto alle altre Märzen tradizionali, con un gusto maltato ma un finale secco; Paulaner Oktoberfest Märzen, birra dorata con un sapore maltato e note dolci di caramello; Spaten Oktoberfestbier, una delle più antiche birre Oktoberfest, con un carattere ricco e maltato; Löwenbräu Oktoberfestbier, con un profilo ben bilanciato e una gradazione alcolica moderata, è una delle birre più popolari durante la festa; Hacker-Pschorr Oktoberfest Märzen, birra ambrata, dal corpo più pieno, con sentori di malto tostato e caramello.
C’è davvero l’imbarazzo della scelta dato che ogni birrificio ha la propria tenda all’Oktoberfest dove viene servita spesso accompagnata da specialità culinarie regionali bavaresi come i pretzel giganti, i wurstel, lo stinco di maiale (Schweinshaxe), il pollo arrosto (Hendl) e i Käsepätzle (gnocchetti al formaggio).
Comunque, anche se non potete recarvi all’Oktoberfest questa speciale prodotta solo in questa occasione la si può trovare in commercio in alcuni periodi dell’anno, solitamente a ridosso della festa.
Ma quanta birra si beve all’ Oktoberfest? La domanda per i più curiosi c’è.
Durante l’evento, si consumano oltre 7 milioni di litri di birra! Solo nel 2019, sono stati serviti circa 7,3 milioni di litri, con un record di consumo raggiunto nel corso degli anni recenti.
E infine non dimenticate una delle regole non scritte all’Oktoberfest: quella di bere acqua insieme alla birra per evitare spiacevoli sorprese…
Considerando la forte gradazione alcolica della birra Oktoberfestbier e l’ambiente festoso, molti visitatori più esperti consigliano di alternare ogni litro di birra con dell’acqua per evitare di sentirsi male.