La strada della lavanda in Italia: itinerario profumato tra natura e borghi

La strada della lavanda in Italia: itinerario profumato tra natura e borghi

Non solo Provenza. Anche in Italia si può ammirare lo spettacolo della fioritura della lavanda. 
Non una strada ma una scelta infinita di località da nord a sud dove ammirare i campi viola da giugno ad agosto. 
Dal Piemonte alla Toscana, dalla Liguria all’Emilia Romagna, dal Friuli Venezia Giulia all’Umbria e dalla Calabria alla Sicilia. Serve solo scegliere tra le tante feste di luglio e agosto.
Il periodo è perfetto. Da metà giugno ai primi di agosto è possibile ammirare paesaggi incredibili di fiori blu. Non solo paesaggi però. Eventi, feste e musei dedicati per una full immersion nel mondo della lavanda.


Dove cresce la lavanda in Italia

I paesaggi tinti dal viola inebriano l’occhio e non solo il naso. Donano serenità e calma interiore. In Italia la lavanda cresce spontanea da sempre fra i 300 e i 1000 metri d’altitudine. Sia sui crinali delle Alpi che su quelli degli Appennini. Se siete quindi appassionati da questa fioritura unica e non volete andare in Provenza ecco una vasta scelta di luoghi nazionali da visitare


Lavanda in Piemonte

Partiamo dal Piemonte e precisamente dalle Alpi cuneesi. A Demonte, nel cuore della Valle Stura le lavande fioriscono da sempre spontanee e selvagge nei campi.. Fra l’Ottocento e il Novecento la lavanda fece la fortuna economica dei valligiani.

’izòp del cuneese e l’alambicco di Giuseppe Rocchia

I raccoglitori di lavanda sono detti “izòp” nella lingua occitana che si parla in questa vallata. Oggi i tempi sono cambiati ma a Demonte è tutt’oggi attiva l’antica distilleria Rocchia dove operano gli eredi dell’illuminato Giuseppe.
Fu lui che, due secoli fa, affinò processi di distillazione innovativi. Capì che sfruttando il vapore poteva mantenere integre le proprietà organolettiche dell’olio essenziale di questa straordinaria pianta. Sempre nel cuneese, ma spostandoci però fra Alpi Marittime e Val di Gesso troviamo il piccolo borgo di Andonno di Valdieri. Qui a fine luglio (sabato 29 e domenica 30 luglio) alla lavanda si dedica un’intera festa. Sarà possibile fare trekking raccogliendo dal vivo le spighe, assistere alla distillazione e vivere esperienze enogastronomiche sul sentiero della lavanda.

Nel Monferrato a scoprire il menù alla carta di cuscini

Sulle morbide e sinuose colline del Monferrato, sempre in Piemonte è un’altra tappa d’obbligo per chi ama la lavanda. A Ponti, pochi passi da Acqui Terme c’è una cascina specializzata nella coltivazione e lavorazione di questa amata pianta officinale. La Cascina Blengio è un posto dove è doveroso fermarsi per conoscere vizi, virtù e magie sia della lavanda versione officinale che di quella ibrida. Tanti prodotti da veder lavorare, assaggiare e acquistare. C’è davvero l’imbarazzo della scelta fra prodotti officinali, cosmetici e alimentari. E se poi volete fare una full immersion, la cascina ospita anche in modalità B&B per cui affrettatevi a prenotare e rimarrete sorpresi dal menù alla carta di…cuscini.

Per chiudere il tour della lavanda piemontese vale la pena soffermarsi per una visita anche a Grugliasco appena fuori Torino. Sembra quasi incredibile che in questo paesone oggi appartenente all’hinterland della capitale dell’automobile esista un po’ di “verde” e una cascina del XVII secolo dove la lavanda condivide 20 ettari con foraggio e cereali per regalarci poi dei fantastici agnolotti alla lavanda.


Viaggio in Liguria fra sacro e profano a tutto viola

In Liguria la lavanda è radicata nella storia, nelle leggende e nella tradizione sacra e profana. Iniziamo il percorso dai borghi delle Alpi Mistiche dell’entroterra di ponente. Qui sopravvivono ampie coltivazioni di una “variante” speciale. Coltivazioni molto ridimensionate rispetto a un tempo, quando erano intensive. Tante le feste e sagre che animano i mesi estivi della zona. Noi consigliamo di provare quella di Colle di Nava patria dell’omonima variante (Coldinava) la più ricercata dalle distillerie per le sue presunte superiori qualità. 
Taggia la tradizione della lavanda si fa sacra con la festa che si celebra la terza settimana di luglio. Una devozione speciale gli abitanti di questo borgo lo riservano a Santa Maria Maddalena, simbolo di purificazione e rinascita.
L’antica tradizione ligure racconta infatti che la Santa si sia rifugiata sulla via della Provenza nei boschi taggesi e specialmente nella “grotta miracolosa”.

Nell’entroterra della Liguria

Sempre nell’entroterra ligure, troviamo anche un bel museo dedicato alla regina delle piante aromatiche. Il Museo della Lavanda di Carpasio è il primo del genere in Italia. Tutti da ammirare gli storici alambicchi, il “giardino dei profumi” dove insieme alla lavanda ammaliano i nostri nasi altre 70 essenze. Nella corte del museo un viaggio intenso nel mondo di questa pianta lo si può fare attraverso il Giardino dei Profumi. Sono ben 30 le diverse sfumature della pianta viola, tutte da annusare.


Friuli Venezia Giulia

Dall’altra parte del Nord Italia, esattamente nel cuore del Friuli Venezia Giulia esiste una patria della lavanda. Venzone è uno splendido borgo medievale fortificato ricostruito sapientemente dopo il terremoto del 1976.
Siamo alle porte della Carnia e qui la produzione della lavanda è radicata nei secoli. La varietà utilizzata è la angustifolia riconoscibile per le foglie argentee e il profumo molto intenso.
Passeggiando sul selciato delle deliziose vie del borgo è inevitabile fermarsi al Palazzo della Lavanda dove potrete trovare tutto ciò che vi viene in mente dedicato fiore viola. 

Agosto a Venzone

Il nostro suggerimento è di prenotare una visita a Venzone in agosto. Nella prima settimana del mese si festeggia insieme al Santo Patrono la lavanda che a queste latitudini fiorisce più tardi. E a proposito di santi e misteri molti non sanno che Venzone è celebre anche per le misteriose mummie che riposano nella Cappella di San Michele. La mummificazione qui è facilitata da un fungo particolare. É il Hipa Bombicina Pers, una muffa che vegeta nelle tombe del Duomo di Venzone che disidrata il corpo in un solo anno e rende la pelle simile a pergamena.


Romagna color lavanda

Scendendo lungo la penisola tappa d’obbligo in Romagna dove, nell’entroterra del ravennate c’è un autentico Eden della lavanda a Casola Valsenio. Negli anni Settanta del Novecento questo fu il regno del professor Augusto Rinaldi Ceroni che, pianta dopo pianta, ha creato uno straordinario Giardino delle Erbe. Notevole lo spazio dedicato alla lavanda con ben 20 varietà diverse fra cui la Hidcote e la Nonable.

Lavanda di Toscana

La strada della lavanda italiana fa tappa d’obbligo poi in Toscana dove fra Chianti Classico e Maremma Toscana esistono sempre più paesaggi tinti di viola. Da fotografare i campi di Fonterutoli vicino a Castellina in Chianti a 600 metri d’altitudine e quelli di Civitella Paganica che lasciano davvero senza fiato per profumo ed estensione.


Lavanda del Lazio e dell’Umbria

Scendendo poi dalla Maremma Toscana al Lazio per fare tappa a Tuscania, autentica città della lavanda. La Tuscia è infatti una delle più grandi zone di produzione italiana per quello che riguarda la produzione biologica. Qui la fioritura da il meglio di se fino all’inizio di agosto. Suggeriamo di ammirare lo spettacolo dei campi in fiore dall’alto dell’ Museo della Lavanda di Carpasio

Il giardino del Professor Ceroni e il miele del Santo di Assisi

A proposito di sacro forse pochi sanno che parlare di lavanda e associarla alla bellissima Assisi non è scontato. Eppure anche nella terra di San Francesco questa pianta viene coltivata e utilizzata soprattutto per la produzione di pregiati mieli.


La lavanda del sud fra specie autoctone e grani antichi

A Campotenese, a due passi da Morano Calabra nel cuore del Parco del Pollino esiste una Provenza Calabrese tutta da ammirare. Qui siamo al Sud e la fioritura è precoce: da fine maggio ai primi di luglio. Il parco della Lavanda è una creazione di Franco Rocco e di sua figlia Selene. Hanno iniziato non più di dieci anni anni fa coltivando la specie autoctona “loricanda”. Una varietà in via di estinzione che rischiava di scomparire per sempre col rimboschimento del Pollino. E pensare che la specie era nata solo negli anni Cinquanta del Novecento dalla duplicazione in vitro della lavanda “angusifolia”. Una specie che veniva raccolta e poi venduta all’epoca alla ditta Carlo Erba di Genova, prima industria farmaceutica italiana.

Lavanda in 60 varietà

Oggi in questa eccellenza del Sud sono ben 60 le diverse varietà che Selene ha recuperato in giro per l’Europa. Chiedete di assistere all’arte antica della distillazione e alla creazione delle candele, saponette e quant’altro la creatività di questi due amanti della lavanda sapranno proporvi. 


Sicilia: lavanda, grano tumminia e mandorleti centenari

Finiamo il nostro giro d’Italia in Sicilia e precisamente a Santa Caterina Villarmosa in provincia di Caltanisetta. Qui a piedi del monte Fagarìa la famiglia D’Anca produce lavanda alternandola con il grano Tumminia e i mandorleti centenari. 
Le varietà piantate in Sicilia sono quelle autentiche della Provenza: “grosso” e “lavandino” e i campi siculi sono davvero un must perché è insolito per il turista distratto trovare un angolo di Provenza nel cuore della Sicilia.


Come si fotografa la lavanda?

La lavanda è uno dei soggetti preferiti da appassionati e professionisti del click. Sembra facile realizzare una foto straordinaria dei filari di lavanda ma in realtà non è così facile come sembra.
Le inquadrature preferite sono due: il paesaggio e la macro. Cerchiamo di dare alcuni piccoli suggerimenti su come realizzare uno scatto perfetto. 
Il paesaggio è coinvolgente con le sue lunghe distese che sfidano la prospettiva e l’orizzonte. Per una foto perfetta serve però un obiettivo a grandangolo per esaltare le linee e la profondità. 
La lavanda si presta molto anche all’obiettivo degli amanti della macro. In questo caso l’inquadratura si deve concentrare sul fiore dov’è possibile cogliere anche lo svolazzio delle api in cerca di polline fra i filari di lavanda.


Come si coltiva la lavanda in terra e in vaso

Facile che a questo punto che vi sia venuta voglia di coltivare la lavanda. Il suo tocco di colore e il suo profumo possono essere perfetti anche in un terrazzo di città.
L’arbusto è robusto e quindi, anche se si esalta in campo aperto è possibile coltivarla anche in vaso. Per quanto riguarda il clima si adatta facilmente anche a climi difficile anche se la sua condizione perfetta è l’area del Mediterraneo. (l’articolo segue dopo il video)

Questa pianta si può coltivare con facilità anche in vaso purché si scelga di posizionarla in una zona soleggiata. Se a casa vostra il clima invernale tende a diventare rigido il consiglio è spostare in inverno il vaso di lavanda in un luogo chiuso ma sempre vicino a una fonte di luce. La specie che più si adatta fra tutti i tipi di lavanda ad essere coltivata in caso è la lavandula angustifolia. L’annaffiatura è necessaria quando la terra è asciutta e l’acqua deve sempre essere indirizzata alla base della pianta. 
Se ben mantenuta la lavanda anche in vaso cresce molto velocemente. In un anno può arrivare facilmente al mezzo metro di altezza e a questo punto è obbligatorio travasarla scegliendo sempre di volta in volta contenitore dal diametro maggiore. 

Origine e diffusione della pianta di lavanda

Finiamo con un escursus botanico per conoscere meglio questa pianta. Il suo nome scientifico è Lavandula officinalis e appartiene alla famiglia botanica delle Lamiaceae.
Fin dai tempi dell’antico Egitto era ricercata per le qualità detergenti e profumanti. La sua fortuna ha attraversato i secoli, Nel Medioevo era ingrediente principale per la cura delle patologie gastrointestinali. Nel XVI secolo la svolta con la nascita e diffusione dell’arte profumiera e l’usanza delle signore di portare con se una bustina di lavanda per profumarsi.


Le tante specie di lavanda in Italia

Come abbiamo visto anche nel nostro viaggio fra la strada della lavanda italiana tante sono le specie di lavanda. Vediamo quali le principali.
Limitandosi all’area dell’Europa Mediterranea le specie di lavanda sono ventidue. Limitandoci alle specie più diffuse in Italia parleremo di cinque specie.

  • La lavandula spica detta anche lavanda spigo conosciuta botanicamente come Lavandula latifolia è forse la più diffusa. Perenne ed alta fra i 30 e i 60 centimetri è una pianta perenne. Si trova sopratutto in collina.
  • La Lavandula stoechas più alta della precedente preferisce i terreni acidi e cresce spontanea in tutta la peisola ma soprattutto sulla costa tirrenica.
  • La Lavandula angustifolia è la lavanda “vera”. Le foglie rispetto alle precedenti specie hanno un verde più intenso, mentre i fiori hanno sfumature infinite che variano da lilla al rosso, al bianco e al blu. Cresce spontanea in tutta Italia ma soprattutto sulla costa tirrenica.
  • La Lavandula dentata è nota anche come spigonardo. Raramente cresce selvatica ed è la specie usata soprattutto in profumeria per realizzare oli essenziali. Si distingue per la base ramosa e la diffusione soprattutto al sud.
  • La Lavandula multifida ha stelo grigio e lanoso ed è a rischio estinzione. Tipica delle aree aride è nota anche come lavanda dell’Egitto
Glicine in fiore. Dove ammirare i più belli d’Italia

Glicine in fiore. Dove ammirare i più belli d’Italia

L’Italia, durante la primavera, si riempie di straordinarie fioriture come vi abbiamo già raccontato (in questo articolo) ma fra tutte è un’appariscente pianta con fiori riuniti in grappoli pendenti lunghi circa 30 cm, il glicine ad affascinare con i suoi colori candidi, tenui e fluidi che “invadono” le nostre città, i nostri borghi e tutte le meraviglie del Paese.
Per questo motivo abbiamo deciso di selezionare alcuni luoghi italiani in cui ammirare la fioritura di questa pianta colorata.

1 – Firenze e il tunnel fiorito di Villa Bardini

Iniziamo questo viaggio primaverile inevitabilmente da Firenze perché lo straordinario paesaggio della città Toscana fa da sfondo alla fioritura del glicine arrampicato su pergolato lungo 70 metri che crea un tunnel fiorito unico per una passeggiata indimenticabile.
Non azzardiamo ad affermare che è questa una delle più belle fioriture del mondo.  Siamo all’interno di Villa Bardini immersa in quattro ettari di bosco, giardino ed orto frutteto e con uno spettacolare affaccio sulla città. Villa Bardini, oggi è centro espositivo di arte e di cultura, gestito dalla Fondazione CR di Firenze, ma un tempo fu di proprietà del noto antiquario Stefano Bardini, che vi raccolse una ricca collezione d’arte.
La bellissima pergola del glicine ospita tre diverse varietà di glicie che regalano ogni anno in questa stagione la magia di un percorso dalle sfumature di lilla, viola e rosa.
Lungo come accennato 70 metri e largo 4,5 dove ammirare glicini come il Black Dragon, il giapponese Royal Purple dal fiore doppio di colore porpora e viola scuro, il Showa Beni dal fiore rosa e la Wisteria Prolific, con fiori grandi di colore è il più fotografato del mondo.


2 – Alassio e le 34 varietà di Villa della Pergola

Ad Alassio, nel ponente ligure, gli storici giardini di Villa della Pergola, uno dei parchi più belli d’Italia e raro esempio di giardino anglo-mediterraneo, ospitano la più importante collezione italiana di glicini (certificata dalla SOI), con 34 differenti varietà per forma e colore.
Questi giardini, che si estendono per 22mila metri quadrati, affondano le radici alla fine dell’Ottocento e sono strettamente legati alla storia della comunità inglese in Liguria.
Grazie alla passione degli attuali proprietari, Silvia e Antonio Ricci,la collezione di glicini si è arricchita di 15 nuove varietà. Tra queste si possono ammirare la Floribunda Violacea Plena, conosciuta anche come Black Dragon, Glicine doppio o Glicine del Giappone dal color porpora-violetto fino al lilla; la Wisteria Frutescens Amethyst Falls, ovvero il glicine americano, con foglie appuntite ed eleganti e grappoli di fiori color ametista così pieni e tozzi da dare l’impressione di esser doppi; il Wisteria floribunda Hon-beni o Floribunda Rosea, dalla fioritura molto abbondante e dalla profumazione delicata, con fiori papilionacei di color rosa scuro; il Floribunda Lilac Rose, i cui fiori presentano sfumature che vanno dal rosa al lilla fino al porpora; il Wisteria brachybotrys Shiro-Kapitan o glicine bianco, che ha ottenuto il prestigioso premio Garden Merit della Royal Horticultural Society; l’appariscente glicine americano Clara Mack e la Wisteria Murasaki Kapitan conosciuta anche come “Silky Wisteria”, una grande arrampicatrice, può crescere in altezza dai 3 ai 7 metri, regalando un meraviglioso spettacolo scenografico. 


3 – Cisterna di Latina e il Giardino della Ninfea

A Cisterna di Latina, alle porte dell’Agro Pontino, il Giardino di Ninfa, “tra i più belli del mondo” secondo il New York Times, si estende per otto ettari ed ospita circa 1300 specie di piante provenienti da tutto il mondo e oltre cento specie di uccelli censiti. Il nome Ninfa deriva da un tempio di epoca romana costruito nei pressi dell’attuale giardino e dedicato alle divinità delle acque sorgive.
Già nel XVI secolo il cardinale Nicolò III Caetani, amante della botanica, vi volle creare un “giardino delle delizie”, ma l’attuale configurazione è merito di Marguerite Chapin, che negli anni Trenta del Novecento aprì le porte del giardino a letterati ed artisti, e della figlia, Donna Lelia Caetani, che nel 1972 istituì la Fondazione Roffredo Caetani, che ha tra gli scopi anche quello di preservare il giardino.
Qui è possibile ammirare cascate di glicini che si specchiano sul fiume, tra questi diverse varietà di Floribunda (Rosea, Macrobotrys, Alba e Longissima Alba), Sinensis (Alba Purpurea) e la Wisteria brachybotryis Showa Beniwww.giardinodininfa.eu


4 – La scala fiorita dell’isola Madre


Il lussureggiante giardino botanico dell’Isola Madre, la più grande tra le isole del Lago Maggiore, custodisce una delle prime e più ricche collezioni di glicini realizzate in Italia, oltre 20 specie provenienti dall’America, dalla Cina e dal Giappone.
Si tratta di Wisteria sinensisfloribunda e brachybotris (Cina e Giappone), mentre la specie americana è denominata Wisteria frutescens, a fiore tardivo di colore molto vicino al blu.
Tutta la lunga scala che dal lago porta alla cappella sull’Isola Madre è coperta da arcate su cui si arrampicano colorati e profumati grappoli di glicini bianchi, lilla e viola, che sbocciano nei mesi di aprile e maggio. La Scala dei Glicini cattura la vista con un effetto sorprendente e scenografico, e tra le meraviglie ospitate in questo parco romantico all’inglese di otto ettari, voluti da Vitaliano IX Borromeo, segnaliamo anche la Millettia japonica, soprannominata la glicine rossa, ancora poco diffusa nei giardini italiani.


5 – I trulli di Alberobello


Particolarmente suggestivo e assolutamente irresistibile in primavera  è Alberobello in Puglia. Il paese dei trulli dove il glicine nelle su mille varietà di specie e di colore si appoggia candidamente un po’ ovunque avvolgendo molti trulli.
Una magia che si aggiunge alla magia che vi estasierà percorrendo le vie di uno dei borghi più incantevoli che esistano al mondo..

 

5 camminate tra le più belle fioriture di montagna del Trentino

5 camminate tra le più belle fioriture di montagna del Trentino

Chi ama i fiori lo sa: un anno di attesa per qualche settimana di fioritura, e poi più nulla per dodici mesi. Una bellezza delicata e per questo ancora più preziosa. Come questi nostri consigli per 5 camminate in Trentino, abbinati alle fioriture più belle di primavera..
Si tratta di semplici escursioni da praticare in montagna, a quote non troppo alte, per coniugare il piacere degli occhi al benessere naturale del camminare, lasciandoti trasportare dal richiamo della bella stagione che arriva. Perché il potere rigenerante delle fioriture, si sa, aiuta a stare bene. Con sé stessi e con il mondo che ti circonda.


1 – Passeggiata fra i meleti della Val di Non

Chi ama i fiori lo sa: un anno di attesa per qualche settimana di fioritura, e poi più nulla per dodici mesi. Una bellezza delicata e per questo ancora più preziosa. Come questi nostri consigli per 5 camminate in Trentino, abbinati alle fioriture più belle di primavera.
Si tratta di semplici escursioni da praticare in montagna, a quote non troppo alte, per coniugare il piacere degli occhi al benessere naturale del camminare, lasciandoti trasportare dal richiamo della bella stagione che arriva. Perché il potere rigenerante delle fioriture, si sa, aiuta a stare bene. Con sé stessi e con il mondo che ti circonda.
Uno degli eventi naturali più belli del Trentino? Per me non c’è dubbio: la fioritura dei meli in Val di Non. Il paesaggio cambia e si tinge di bianco con miliardi di boccioli che fanno capolino sui rami degli alberi.
Il periodo della fioritura qui in Val di Non è unico. Pensa a tutti i meli che coprono la valle e immagina di vederli fiorire nello stesso momento: che spettacolo!
Per farti ammirare la fioritura dei meli in Val di Non c’è Aprile Dolce Fiorire un calendario di appuntamenti che ogni giorno ti propone un’attività in cui i protagonisti sono proprio i meli in fiore.
Io ti porto alla scoperta dei pomi della 
Val di Non con una passeggiata tra i frutteti in fiore, ma gli appuntamenti sono moltissimi come il Wine Trekking per scoprire il gropel di Revò il vino tipico della Val di Non, la visita al frutteto storico, i corsi di cucina per scoprire le ricette tipiche e molto altro…
Nel calendario di Aprile Dolce Fiorire ci sono anche tante manifestazioni, te ne nomino qualcuna? Fiorinda la festa dedicata all’arrivo della primavera, la Quattro Ville in Fiore una marcia tra i meli in fiore, la Passeggiata Gastronomica di Revò dove puoi assaggiare tutti i piatti più conosciuti della Val di Non.

Foto Nicoletti Apt Val di Fiemme

2 – Maggio fra i pascoli fioriti

Ai margini della Val di Fiemme, una breve e facile escursione porta a scoprire i pascoli ricchi di fiori e un fantastico “balcone” con vista sulla Val di Fiemme.
Malga Sass accoglie con i suoi tavoloni di legno all’aperto, placidamente adagiata tra i prati in fiore, dopo aver percorso in auto la strada che da Valfloriana sale via via più ripida e stretta.
A piedi in circa mezzora si raggiunge loc. “Pradi da le Fior”, un alpeggio che custodisce un’eccezionale vista sulla Val di Fiemme, dal paese de Le Ville (Carano, Daiano, Varena) fino al Corno Nero e la Pala di Santa.
Posto a 2000 metri, è un autentico balcone fiorito, ricco di fiori, dove tutto invoglia a una sosta picnic. Si è nel punto più alto dell’itinerario; la camminata procede quindi in leggero saliscendi fino a Malga Coston, storico alpeggio di Valfloriana oggi ristrutturato, risalente agli inizi dell’800. Il sentiero riconduce infine a Malga Sass.

Foto staff Garda Trentino

3 – Sui pascoli di Dromaè

Dromaè è tra le località più belle della Valle di Ledro, particolarmente in tarda primavera. Prati verdi, viste impareggiabili sul lago, fiori selvatici a tracce storiche rendono il percorso davvero spettacolare.
Peonie rosa e narcisi bianchi riempiono i pendii di Dromaè da maggio all’inizio di giugno. Le peonie crescono lungo il sentiero botanico, mentre i narcisi sono concentrati nei prati sopra i casinei, le baite usate dagli abitanti di Mezzolago durante l’estate. Oltre a questi fiori sono presenti anche delle orchidee montane, più difficili da individuare.
Il belvedere di Dromaè è un punto panoramico eccezionale sulla Valle di Ledro. In una giornata limpida l’occhio può spaziare dall’Adamello al Lago di Garda, da Tremalzo al Monte Corno. Le trincee e i tunnel lungo il percorso risalgono alla Prima Guerra Mondiale, quando la Valle di Ledro costituiva il fronte tra l’Impero Austro-Ungarico e il Regno d’Italia.


4 – Le fioriture del Monte Baldo

Fra l’Adige e il lago di Garda, il Parco del Monte Baldo è rinomato in tutta Europa per il caleidoscopio di piante e fiori rari che vi crescono spontanei: arnica, gigli, genziane, orchidee, botton d’oro, peonie e gerani argentati. Se sai dove guardare, due chicche per te: l’aglio orsino e il ranuncolo di kerner.
Scegli il tuo itinerario panoramico e abbraccia i colori della primavera sulle montagne del Trentino!

5 – Monte Casale da Comano

La salita al Monte Casale è uno dei percorsi classici della zona, da fare almeno una volta l’anno, possibilmente nelle terse giornate primaverili o autunnali quando i colori forti e vivaci esaltano la natura circostante.
Il panorama è di grande impatto: si passa dal lago di Garda alle nevi eterne del Carè Alto passando dal calcare dell’ imponente Gruppo di Brenta. La valle del Sarca che si distende 1400m più in basso; dalla cima la scorge per intero. Bello il colpo d’occhio sul lago di Toblino. Si tratta di un percorso facile e senza particolari difficoltà, adatto alle famiglie visto l’esiguo dislivello di salita.
Per poter salire al parcheggio in loc. Le Quadre si deve acquistare il permesso giornaliero presso l’Albergo Panorama, il costo è a veicolo e vale per l’intera giornata. I soldi raccolti vengono utilizzati per la manutenzione della strada stessa.
Dal parcheggio proseguire in salita lungo la strada sterrata, passare dal cartello che indica la località Le Quadre (1479m) e proseguire diritto fino ad uscire nei prati sommitali del Monte Casale. Al bivio sulla strada sterrata girare a destra, cartello per Rifugio Don Zio.
La strada si impenna e con panoramico percorso sale tra i prati ad Ovest del Monte Casale.
Il percorso diviene panoramico e si arriva così al Rifugio Don Zio visibile per buona parte della parte alta della strada.
Raggiunto il rifugio, si passa oltre, sul lato destro e ci si porta oltre la piccola macchia d’alberi presso il rifugio. Superati gli alberi si vede, a destra, l’antenna di un ripetitore presso la vetta.
Si attraversa il prato e ci si porta verso la cima, una volta raggiunta la vetta (1631m) si può ammirare il panorama verso la valle del Sarca. Sulla destra dell’antenna è presente un punto panoramico ove poter traguardare le vette più famose della zona. É possibile poi scendere alla croce posta più a sud e poi ritornare al rifugio. Dal rifugio tornare al punto di partenza seguendo l’itinerario di salita.

 

 

 

7 buoni motivi per passare la Settimana Santa in Catalogna

7 buoni motivi per passare la Settimana Santa in Catalogna

Per restare fedeli al detto “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi” non c’è modo migliore che stupire i propri compagni di viaggio con una vacanza in Catalogna.
Meno noti (e affollati) degli eventi della Semana Santa spagnola, gli appuntamenti della Setmana Santa catalana regalano grandi emozioni e sorprese a chiunque voglia seguirli, più o meno religiosamente. Dalle celebrazioni sacre proclamate “festa patrimonial d’interès nacional” alle usanze tipiche del periodo pasquale, tra scheletri ballerini e torte di uova di cioccolato, il successo è assicurato.


Cantare le Caramelles

Cantare le Caramelles Il nome può trarre in inganno perché il termine Caramelles non ha nulla a che fare con gli zuccheri più amati dai bambini.
Sono i canti popolari tipici della Catalogna cantati dai Caramellaires (i gruppi di cantori vestiti in abiti tipici), nati come pagani per festeggiare l’inizio della primavera e in seguito, con il cristianesimo, per celebrare la resurrezione di Gesù.
Chi si trova il Sabato Santo o il giorno di Pasqua ad esempio a Santa Eulàlia de Riuprimer, un borgo in mezzo ai boschi e i pascoli dell’entroterra catalano tra le città di Girona e Barcellona, li incontrerà intorno a mezzogiorno sotto i balconi delle case o nelle fattorie sparse per la campagna nei dintorni a intonare le Caramelles, accompagnati da musiche e balli in cambio di uova, dolci o botifarres (salsicce).
Altri gruppi di Caramellaires in Catalogna si trovano, già a partire dal XVI secolo, anche a Sant Julià de Vilatorta e Súria, in provincia di Barcellona.


La Mona de Pasqua

Uno dei momenti più attesi dai bambini in Catalogna per Pasqua è quello di scartare la Mona de Pasqua.
Con un rituale che risale probabilmente al XV secolo, il padrino regala un dolce fatto di pan di Spagna (o pan brioche) ricoperto di tante uova di cioccolato quanti sono gli anni del figlioccio, fino a un massimo di dodici, l’età della Prima Comunione.
Originariamente le uova erano sode ma con l’arrivo del cacao dall’America e poi il nascere della sana “competizione” tra i pasticceri catalani (come il maestro Lluís Santapau negli anni ’30), la Mona de Pasqua ha avuto un’evoluzione al passo coi tempi.
Oggi la decorazione non ha limiti, dalle piume d’oca colorate alle sculture di cioccolato con i personaggi dei cartoni animati. D’altronde a Pasqua si festeggia la fine della Quaresima e quindi della dieta! Un’occasione ghiotta per assaggiare anche i tipici bunyols de Quaresma, i doughnuts catalani.

L’uovo che balla. Foto Xavier Caballe -Flickr

Balla con l’uovo

Salvador Dalì ci ha abituati a vedere l’uovo fuori dal piatto, ad esempio nella casa di Port Lligat e nel museo di Figueres, ma c’è anche un’altra occasione per (s)covarlo fuori contesto.
Dal Corpus Domini, il 30 maggio e fino al 2 giugno, a Barcellona si può assistere al tradizionale Ou com Balla, letteralmente l’uovo che “balla”, tenuto in equilibrio dal getto d’acqua che zampilla dalle fontane di nove diversi luoghi della città: dai chiostri delle chiese ai giardini e i cortili pubblici.
Tra i più storici ci sono la fontana nel chiostro della Catedral de la Santa Creu i Santa Eulàlia, la cattedrale di Barcellona dove, tra il XV e il XVII secolo, ha avuto probabilmente inizio quest’usanza legata alla fertilità, e la fontana del patio della Casa de l’Ardiaca, la sede dell’Archivio Storico della città nel Barri Gòtic.
Il segreto dell’uovo ballerino? È svuotato all’interno e il buchino viene poi chiuso con la cera.


La Passiò de Vilalba dels Arcs

Sedersi accanto ai dodici apostoli durante l’Ultima Cena, seguire passo a passo la Croce fino al monte Golgota e camminare tra i mercati e gli artigiani di Gerusalemme.
A Vilalba dels Arcs, un paese con meno di mille abitanti nella comarca di Terra Alta, la Passió è un evento che coinvolge tutta la comunità.
Si parte da Plaça Sant Antoni, giovedì 28 marzo alle ore 21.30 o nella replica diurna di sabato 30 alle ore 17, quando gli abitanti e i visitatori si mescolano agli attori mettendo in scena con vivido realismo la Passione di Gesù.
Le strade medievali sono illuminate dalla luce delle torce, si cantano e si ballano musiche antiche, il pane, il vino e l’olio prodotti con tecniche ancestrali evocano sapori autentici e i costumi di scena suggeriscono che, in quest’angolo di Catalogna, per la Settimana Santa le lancette dell’orologio tornano indietro di duemila anni. Una passione da condividere.


La danza della morte

Cinque scheletri (due adulti e tre bambini) danzano insieme con passi cadenzati dal ritmo del tamburo sullo sfondo di oggetti che simbolizzano la morte: una falce, un piattino con della cenere, una bandiera nera con il teschio e le iscrizioni “Nemini Parco” e “Lo Temps Es Breu”, torce a olio e un orologio senza le lancette.
Non è il Día de los Muertos in Messico ma il Giovedi Santo (nel 2024 cadrà il 28 marzo) a Verges, un paesino a soltanto un quarto d’ora di distanza dal mare della Costa Brava dove ogni anno durante la sentita Passiò de Verges si ripete la Dansa de la mort.
Come eredità delle danze macabre medievali diffuse in Spagna e nel resto dell’Europa, in modo particolare all’epoca della peste (oggi quasi tutte scomparse), questa antica tradizione si era persa, è stata ripresa e come documentato nel 1666 sicuramente era già in uso da prima del XVII secolo. È uno spettacolo unico, a tratti funereo. Il consiglio? Astenersi impressionabili.


Via Crucis nei boschi dei Pirenei

Se c’è un giorno dell’anno in cui darsi appuntamento a Sant Hilari Sacalm, il paesino detto “delle cento sorgenti” nel cuore dei Pirenei catalani, è il Venerdì Santo.
Negli altri 364 ci si avventura nei suoi boschi a piedi o in bicicletta ma il prossimo venerdì 29 marzo, dalle ore 19, c’è da scommettere che nessuno si allontanerà dal centro storico per partecipare alla manifestazione più sentita della Settimana Santa.
La Via Crucis Vivent, qui in programma da ben tre secoli, culmina nella spettacolare rappresentazione del Calvario che attira partecipanti da tutta la Catalogna e non solo.
Nel buio di Sant Hilari Sacalm, la scenografia ha una grande potenza teatrale. Grazie all’uso sapiente di luci e musica, dalla processione dei Misteri con le storiche e pesantissime effigi sacre sollevate a mano dai portatori, alle undici tappe con l’attesa Crocifissione, l’evento è particolarmente coinvolgente. Una tradizione tramandata dai genitori ai figli.


Il venerdì di Tarragona

Per cinque secoli a Tarragona l’effetto wow è assicurato nella Processó del Sant Enterrament, l’evento clou della ricca Setmana Santa in programma ogni anno nella città della Costa Daurada, fin dal 1550.
Questa processione inizia e finisce dalla chiesa di Natzaret, in Plaça del Rei: il rombo dei tamburi degli Armats (soldati romani) scandisce l’incedere delle migliaia di partecipanti all’annuale rito religioso.
Essere lì, nella Part Alta di Tarragona, il centro storico già affascinante di per sé, la sera del Venerdì Santo (quest’anno il 29 marzo) è un’esperienza indimenticabile e per certi versi ipnotica che vale il viaggio in Catalogna. Da mettere in agenda.

 

Dieci piccole città spagnole mostrano la loro unicità durante la Settimana Santa

Dieci piccole città spagnole mostrano la loro unicità durante la Settimana Santa

Dieci piccole città della regione spagnola di Campo de Calatrava, lo scorso mercoledì hanno presentato a Papa Francesco, in Vaticano, uno degli aspetti più caratteristici delle loro celebrazioni della Settimana Santa.
La parte più colorata della loro visitaè stata costituita dai cosiddetti “armaos”, una replica dei soldati romani ed ebrei che imprigionarono, flagellarono ed eseguirono la condanna a morte di Gesù Cristo.

La Ruta de la Pasión de Calatrava: misticismo e tradizione

Il gruppo è composto da 86 persone (22 donne e 64 uomini), provenienti dagli “armaos” di Bolaños de Calatrava, compresi coloro che formano la banda musicale e le lance.
Dopo l’udienza con il Papa, il gruppo ha eseguito il “Caracol”, una scenografia straordinaria, una marcia in cui viene formato un cerchio che si chiude intorno alla bandiera, portata da un alto funzionario, e in una posizione elevata, finché non si riapre; inoltre eseguiranno l”Estrella”, simile alla marcia anche se formando stelle a quattro punte, con due file in ogni punto, e il “Molino”, una figura che si fa mentre il portabandiera sta al centro e il resto degli “armaos” è in fila fino a formare una croce latina, senza lasciare il passo, per continuare la passacaglia.
Quella degli “armaos” è una delle tradizioni e il punto di riferimento più rappresentativo de la Ruta de la Pasión de Calatrava, regione della provincia di Ciudad Real, al centro della penisola iberica, il cui comune più rappresentativo è Almagro, famosa per la sua bella e stilizzata Plaza Mayor, con portici e gallerie di vetro e, soprattutto, per il suo famoso Corral de Comedias, costruito nel 1628, unico palcoscenico al mondo, di tipo teatrale del XVI e XVII secolo, rimasto intatto nella forma e nella struttura. Qui vengono ancora rappresentate commedie di Cervantes, Calderón de la Barca, Lope de Vega…
Ad Almagro e in altre città vicine, vengono mostrate le figure realizzate dagli “armaos” che accompagnano i pasos, le confraternite e i capirotes che ogni città fa sfilare tra il Mercoledì Santo e la Domenica di Pasqua.
Uno spettacolo che trascende la sfera religiosa, è uno dei momenti più sentiti della zona del Campo de Calatrava, in cui luci, colori, musiche, aromi e fervore pervadono e inondano i comuni di Aldea del Rey, Almagro, Bolaños de Calatrava, Bolaños de Calatrava e Bolaños de Calatrava, Granátula de Calatrava, Miguelturra, Pozuelo de Calatrava, Torralba de Calatrava, Valenzuela de Calatrava, Moral de Calatrava e Calzada de Calatrava, nelle cui strade sfilano più di 50 confraternite e 20 bande musicali.
Sentimento e tradizioni popolari, religioso e profano si fondono in una delle celebrazioni più singolari della regione. La Ruta de la Pasión de Calatrava è un Festival di interesse turistico nazionale e aspira a diventare un Festival di interesse internazionale.


Gli armaos protagonisti

Le origini degli “armaos” risalgono al XVI secolo, nella cornice che combinava l’atmosfera militarizzata dell’epoca, derivata dalla Chiesa riconciliata dopo Trento, insieme all’ideale cavalleresco impregnato nell’Ordine di Calatrava grazie ai suoi frati, metà monaci e metà soldati, sempre desiderosi di combattere il male.
Gli “armaos”, con il loro caratteristico costume – composto da giacca rossa, ricoperta da bande di raso rosso con frange dorate, pantaloni bianchi o blu sotto il ginocchio riccamente ricamati, così come le gonne, senza dimenticare gli stivali e le calze di stoffa, e il loro pesante elmo piumato o decorato con pompon colorati e lance, spade e scudi – sfilano in processione, scandendo i loro passi e le loro evoluzioni al suono di tamburi, tamburelli e trombe; la loro partecipazione agli allestimenti della Settimana Santa di Calatrava riflette la dualità tra sacro e profano, portando un elemento festoso e giocoso all’interno delle celebrazioni.
Tra i soldati “cattivi” non può mancare il più cattivo per eccellenza di quella tragica settimana: Giuda Iscariota. La presenza di tutti i personaggi nelle processioni, insieme ad altri elementi come musica, artigianato e gastronomia, contribuisce alla creazione di un’esperienza culturale unica e molto sentita.
 

La Settimana di Pasqua a Calatrava è un’occasione speciali per scoprire il patrimonio culturale, naturale e gastronomico che, come identità collettiva, caratterizza tutti i comuni della zona, eredi dell’Ordine Cistercense di Calatrava che, dalla sua sede originaria nel castello di Calatrava La Vieja, organizzò la riconquista di un territorio sotto il cui mandato sarebbero sorti numerosi paesi.
Oggi questi stessi condividono caratteristiche culturali uniche, quelle del Campo de Calatrava, che si manifestano in modo del tutto particolare proprio nella Settimana di Pasqua.


La Passione di Calatrava paese per paese

Ma, oltre ai colorati “armaos”, le diverse Settimane Sante di ognuna delle dieci città che compongono l’Itinerario hanno i loro momenti e le loro scene tipiche e caratteristiche, le loro immagini religiose che sfilano in mezzo ai fedeli per le strette vie.
Ad esempio, la mattina del Giovedì Santo, ad Aldea del Rey, viene messo in scena il tradimento di Gesù da parte di Giuda Iscariota.
A Bolaños de Calatrava, invece, gli “armaos” iniziano la ricerca di Gesù al mattino, inscenando l’arresto nel tardo pomeriggio.
A Granátula de Calatrava, durante l’arresto, il capitano delle truppe romane canta “el romance del prendimiento”.
A Moral de Calatrava, la danza del Caracol si chiama “Caracola” e si celebra la domenica di Pasqua come saluto alla settimana.


Scommettere sui volti o sulle croci

Curiosamente, nel bel mezzo di una celebrazione religiosa, sopravvive un gioco di scommesse che forse ricorda la vendita all’asta dei vestiti di Cristo da parte dei suoi carnefici sul Golgota.
Si tratta di un gioco d’azzardo in cui si scommettono anche ingenti somme di denaro e si svolge ogni Venerdì Santo nella città di Calzada de Calatrava, dove dal 1993 è stato dichiarato “Festival di interesse turistico regionale”, e si svolge ininterrottamente da tempo immemore.
Il funzionamento è molto semplice: testa o croce.
C’è una persona che ha il banco, il baratero, e intorno a lui si dispongono gli scommettitori, senza limiti per le puntate se non i fondi a disposizione del banco, che, situato al centro del cerchio, copre le puntate piazzate a terra.
Per giocare si prendono due monete di rame del regno di Alfonso XII, con la testa e lo stemma del re ben visibili.
La persona che ha il banco mette insieme i pezzi, con le facce delle monete ben visibili. Le persone che giocano scommettono i loro soldi e il mazziere mette la stessa somma. Poi,  dopo aver mostrato le monete, il baratero le lancia in aria.
Tutti alzano gli occhi al cielo in attesa del risultato, per scoprire se la fortuna è dalla loro parte o meno. Se le monete toccano terra e rimbalzano verso l’alto con la “Testa”, il banco incassa tutti i soldi delle scommesse fatte. Se invece, dopo la caduta e il rimbalzo, gli scudi rimangono visibili, allora si urla “Croce” e chi ha puntato incassa i soldi delle rispettive scommesse, poiché il banco ha perso. Ma può accadere che, quando le monete cadono, ognuna sia su un lato diverso. In questo caso, il baratero grida: Testa e Croce, e non vince nessuno. Le monete vengono raccolte, consegnate a chi tiene il banco e il gioco ricomincia.
I vini dei monasteri

I vini dei monasteri

Fra e tantissime visite a tema che possiamo fare nell’Italia del vino vi suggeriamo un itinerario insolito nell’Italia dei monasteri. Non solo liquori corroboranti di cui vi abbiamo parlando nel nostro viaggio nella Toscana dei monasteri ma anche vini straordinari che nascono in cantine secolari da uve prodotte in filari accarezzati dalle mani dei monaci cistercensi.
Abbazie e monasteri dal fascino austero e discreto dove fermarsi anche a degustare i vini prodotti. Vini a cui è stata dedicata in provincia di Latina lo scorso giugno una manifestazione ad hoc.
Ecco quindi

Photo credit: Birnardo on Visualhunt

Abbazia di Vavisciolo

Siamo nel Lazio in provincia di Latina in un abbazia fondata ai piedi del Monte Corvino nel VIII secolo da monaci greci, occupata e restaurata dai Templari nel XIII secolo.
L’Abbazia di Valvisciolo fu edificata intorno all’anno 1100 ed è la chiesa più antica in stile gotico cistercense costruita in pietra calcarea locale.

Lo stile architettonico cistercense segue il monito del “Memento mori”. Per questo motivo evita sfarzi ed inutili fronzoli, perché quello che conta non è la materialità ma la spiritualità.
A Valvisciolo si coltivano vigneti di Malvasia Puntinata e Merlot con tecniche che rispettano l’habitat naturale con poca chimica.

Abbazia Di Busco Liasora

Nel cuore del Veneto, per la precisione a Busco di Ponte di Piave in provincia di Treviso l’Abbazia benedettina di Sant’Andrea di Busco si è caratterizzata sin dal 1200 per un’intensa attività agricola. Oggi dell’abbazia originaria rimangono solo poche tracce, ma dall’attitudine benedettina al lavoro della terra e nelle antiche tecniche di vinificazione la famiglia Zeno da 500 anni opera nelle vigne delle abbazie continuando la tradizione e producendo grandi vini fra cui un ottimo prosecco


Abbazia di Muri Gries

Nel 1845, un gruppo di monaci benedettini proveniente da Muri in Svizzera dove erano stati cacciati, giunse a Gries, alle porte di Bolzano favorendo la rinascita della cultura monastica e della viticoltura d’abbazia già degli agostiniani.
Qui convivono non solo vita monastica e lavoro quotidiano in cantina, ma anche le attività svolte nei 35 ettari di vigneti di proprietà distribuiti nelle migliori zone della conca di Bolzano e dintorni.
Il grande lavoro viene fatto sulle varietà autoctone per dare valore alla tradizione altoatesina come area geografica di produzione del Lagrein.


Abbazia di Praglia

L’Abbazia di Praglia sorge ai piedi dei colli Euganei (Padova) e si fonda sul lavoro manuale dei monaci che hanno investito risorse ed inventiva nella bonifica dell’area e nell’introduzione della vite di varietà quali la garganega, la friularo e il moscato fiordarancio.
I vini prodotti sono di svariate tipologie, bianchi e rossi, spumanti dolci o metodo classico, passiti o frizzanti, una micro vinificazione artigianale molto attenta alla sostenibilità ambientale e al consumatore.


Monastero dei frati bianchi

Siamo nella parte più settentrionale della Toscana ovvero in quella Lunigiana circondata dall’Appennino Tosco-Emiliano, le Alpi Apuane ed il Mar Tirreno.
Un terra aspra e selvaggia, con vallate e colline soleggiate su cui sono antichi borghi di rara bellezza. Uno di questi è sicuramente Monte dei Bianchi che a 400 metri di altitudine domina l’intera Valle del Lucido.
Qui il primo monastero fu edificato nel VII secolo dal figlio di Egenio il Longobardo, Atos, il quale donò parte dei suoi possedimenti a Padre Fratellus incaricandolo di costruirvi un centro di culto.

Nel corso dei secoli il centro divenne noto per la qualità delle sue terre e il fervore delle attività agricole.
Tra i vitigni che si coltivano alcuni internazionali fra cui il Syrah e il Merlot, ma più recentemente si è scelto d’investire nella valorizzazione degli autoctoni come la Barsagliana e la Pollera.