Le 4 località in Europa dove fare il bagno a Capodanno

Le 4 località in Europa dove fare il bagno a Capodanno

L’arrivo del nuovo anno porta con sé voglia di cambiamento, di scoperta e di serenità. Se sogni di festeggiare il Capodanno staccando dalla routine, sappi che ci sono destinazioni incredibili in Europa dove il sole splende anche a dicembre.
Questi luoghi offrono temperature piacevoli, un ricco tessuto di tradizioni e paesaggi mozzafiato, che renderanno il Capodanno un’esperienza unica.

Canarie, le isole dell’eterna primavera

Le isole Canarie: dov’è sempre primavera

Conosciute come le “isole dell’eterna primavera“, le Isole Canarie sono un paradiso perfetto per chi desidera accogliere il nuovo anno al caldo.
Con temperature che raramente scendono sotto i 20°C, l’arcipelago offre una miscela unica di spiagge mozzafiato, vulcani maestosi e una cultura vibrante.
La spiaggia di Las Canteras, a Gran Canaria, si trasforma in un palcoscenico dove centinaia di persone si ritrovano per il primo bagno dell’anno, una tradizione che celebra il rinnovamento e la connessione con la natura.
Le Canarie vantano anche un ricco calendario culturale. Il Festival Internazionale di Musica delle Canarie, che si svolge tra gennaio e febbraio, attira orchestre e artisti di fama mondiale, celebrando la musica classica nei suggestivi auditorium di Alfredo Kraus a Gran Canaria e Adán Martín a Tenerife, opere d’arte architettoniche che riflettono la modernità e la tradizione dell’isola.
La magia natalizia è ovunque: dai 
presepi di sabbia di Las Canteras ai villaggi illuminati come Gáldar, dove il Natale si fonde con la storia antica degli aborigeni Guanci. Festeggiare ilCapodanno qui significa vivere un’esperienza che unisce relax, tradizione e un pizzico di avventura.

Malta, bellezza, storia e mare

Malta: un tuffo nella storia e nel divertimento

Nel cuore del Mediterraneo, Malta è una destinazione che incanta con la sua ricchezza storica e l’atmosfera festosa. La capitale, La Valletta, Patrimonio dell’Umanità Unesco, si accende di luci e colori durante il periodo natalizio, trasformando le sue stradine acciottolate e piazze storiche in un luogo magico dove celebrare il Capodanno.
La notte di San Silvestro, Piazza San Giorgio diventa il cuore pulsante dei festeggiamenti, con concerti all’aperto, spettacoli pirotecnici e un’atmosfera carica di energia.
Per chi ama la vita notturna, la vicina area di 
Paceville, a St. Julian’s, è il centro del divertimento, con locali dove ballare fino all’alba. Malta offre anche momenti di quiete e bellezza naturale: una passeggiata lungo le spiagge di Golden Bay o una visita ai suggestivi Giardini Barrakka regala scorci indimenticabili sul Grand Harbour, rendendo ogni attimo del tuo soggiorno speciale e unico.

Cipro e le sue spettacolari grotte

Cipro: tra leggende, tradizioni e buon cibo

Cipro, terra di miti e leggende, è la destinazione ideale per chi cerca un Capodanno che combina il calore mediterraneo con antiche tradizioni.
L’isola, con temperature miti tutto l’anno, si anima durante le festività con mercatini natalizi, concerti e celebrazioni legate al patrono del Capodanno, San Basilio.
Un’usanza particolarmente amata è il taglio della Vasilopita, il dolce di San Basilio che nasconde al suo interno una monetina portafortuna. Chiunque la trovi avrà un anno ricco di gioie e prosperità.
Il periodo natalizio è anche il momento per scoprire le “Yennopittes“, delle pizze o focacce portafortuna che adornano le case e simboleggiano abbondanza e protezione. Le città come Larnaca e Lemesos offrono una vibrante programmazione di eventi, tra spettacoli musicali e degustazioni di piatti tipici come l’avgolemono, una deliziosa zuppa di pollo, riso, uova e limone. Festeggiare il nuovo anno a Cipro significa immergersi in una cultura che da secoli celebra la vita con gusto e calore.

Ponta do Sol, piccolo villaggio di Madeira

Madeira: la magia del Capodanno più spettacolare del mondo

Un gioiello verde nell’Atlantico, Madeira è la destinazione perfetta per un Capodanno all’insegna di paesaggi mozzafiato e tradizioni uniche.
La città di Funchal si veste a festa già dal 1° dicembre, con un’esplosione di luci, mercatini natalizi e musica che culminano nel celebre spettacolo pirotecnico della mezzanotte.
Riconosciuti, nel 2006, dal Guinness dei Primati come il più grande spettacolo di fuochi d’artificio al mondo, i giochi di luce illuminano la baia di Funchal, creando un’esperienza indimenticabile per chi guarda sia dalla terra che dal mare.
Prima dello scoccare della mezzanotte, non può mancare la tradizione di mangiare dodici chicchi d’uva, un rito portafortuna che unisce locali e turisti.
Madeira offre anche un’eccezionale gastronomia: da piatti tradizionali, come l’
espada com banana ai dolci come la torta di miele. Per un Capodanno raffinato, i ristoranti di Funchal organizzano cene speciali con vista sulla baia, perfette per concludere l’anno in bellezza.

Un Capodanno al caldo non significa solo sfuggire all’inverno, ma anche immergersi in tradizioni affascinanti e paesaggi incantevoli.
Le Isole Canarie, Malta, Cipro e Madeira offrono esperienze uniche, ciascuna con la propria anima e storia. Scegli la tua meta ideale e inizia l’anno nuovo circondato da bellezza, cultura e tanta energia positiva.
La Ponca conquista riconoscimenti nazionali ed internazionali: la Malvasia 2022 tra i vini più premiati

La Ponca conquista riconoscimenti nazionali ed internazionali: la Malvasia 2022 tra i vini più premiati

Con punteggi eccellenti ricevuti dai più autorevoli critici, La Ponca si conferma una delle cantine più apprezzate del territorio alle pendici del Collio.
Premiata per la sua autenticità e la capacità di esprimere nel bicchiere l’anima delle Colline di Scriò.

A soli quattro anni dall’avvio del nuovo percorso guidato da Alex Maccan, la cantina La Ponca si conferma tra le realtà più apprezzate della zona alle pendici del Collio, raccogliendo riconoscimenti nazionali e internazionali che valorizzano il lavoro avviato nel 2021, basato su un approccio essenziale e rispettoso della materia prima. La Malvasia 2022, con i suoi sentori iodati, le note balsamiche e la sua piacevole acidità, si è affermata come una delle etichette più premiate dell’anno: ha ottenuto il WineHunter Gold, è entrata tra le eccellenze dell’edizione 2026 de Le Guide de L’Espresso con 94 punti e ha ricevuto 90 punti dal critico americano James Suckling.


La Ponca si conferma una delle cantine più apprezzate del Collio

Anche il Friulano 2022 si è distinto, ottenendo il WineHunter Rosso, 95 punti nella Guida Vini e Ristoranti de L’Espresso e un punteggio di 91 punti, assegnato in modo unanime da James Suckling, Vinous e Winemag, che lo ha inserito nella Top 100 dei Migliori Vini Italiani.
Il Sauvignon 2022 a sua volta ha conquistato il WineHunter Rosso e 90 punti sia da Winemag che dal critico Antonio Galloni. Lo Chardonnay 2022 è stato premiato con 90 punti da James Suckling, che ne ha apprezzato equilibrio e sapidità. A completare il quadro, l’unico rosso della cantina, lo Schioppettino 2020, ha ottenuto 93 punti da James Suckling, il punteggio più alto assegnato dal critico a un vino de La Ponca, a conferma della sua qualità e della sua complessità aromatica. Il vino sprigiona profumi di frutti di bosco, mora e lampone, accompagnati da una marcata nota speziata. In bocca è strutturato, piacevolmente caldo e con tannini equilibrati; il retrogusto richiama la frutta matura e chiude con un persistente finale pepato, già percepito all’olfatto.

La filosofia produttiva di La Ponca si basa sull’equilibrio tra terra, uomo e natura e sul principio del “meno è meglio”, con interventi essenziali sia in vigna che in cantina, nel rispetto della biodiversità e della materia prima. Ne derivano vini che puntano ad esprimere con immediatezza e autenticità il carattere del territorio.
Questi riconoscimenti confermano la direzione intrapresa negli ultimi anni e rafforzano l’impegno della squadra, che continua a lasciarsi guidare dalla terra per creare vini capaci di restituire nel bicchiere l’anima delle Colline di Scriò.

I dolci natalizi più amati dagli italiani regione per regione

I dolci natalizi più amati dagli italiani regione per regione

Il Natale in Italia profuma di tradizione, famiglia e soprattutto di dolci.
Ogni regione custodisce gelosamente le proprie ricette, tramandate di generazione in generazione, che raccontano storie di territori, ingredienti locali e antichi rituali. Dalle vette alpine alle isole del Mediterraneo, ecco un viaggio attraverso i venti dolci natalizi che rendono unico il nostro Paese.


Valle d’Aosta, Mecoulin

Il Mecoulin è il cugino montanaro del panettone, si tratta di un pane dolce lievitato dalla consistenza rustica, preparato con farina, burro, uova e lievito naturale.
L’impasto viene arricchito con uvetta sultanina ammorbidita nel vino o nella grappa, e talvolta con canditi.
La lievitazione è lunga e paziente, come richiede la tradizione alpina. Il risultato è un dolce soffice ma compatto, dal sapore delicato e burroso, perfetto da gustare a fette con una spolverata di zucchero a velo o accompagnato da un bicchierino di liquore locale.

Piemonte, tronchetto di Natale (Bûche de Noël)

Nelle zone piemontesi di tradizione occitana, il Tronchetto di Natale è un must delle tavole festive. Questo dolce scenografico nasce come simbolo del ceppo che ardeva nel camino durante le feste.
Si prepara con un pan di Spagna soffice, arrotolato e farcito con crema al burro al cioccolato, caffè o castagne.
L’esterno viene ricoperto con ganache al cioccolato e decorato con una forchetta per simulare la corteccia del legno.
Funghi di meringa, agrifoglio di zucchero e spolverature di zucchero a velo completano la magia di questo dolce che è anche un capolavoro decorativo.


Lombardia, Panettone

Il re indiscusso del Natale italiano nasce a Milano e conquista il mondo.
La sua preparazione è un’arte che richiede tecnica, tempo e passione. L’impasto viene lavorato con tre lievitazioni successive usando lievito madre, burro di alta qualità, tuorli d’uovo, uvetta e canditi di arancia e cedro.
La struttura alveolata e soffice è il risultato di un processo che può durare anche due giorni. Il panettone classico ha la cupola alta e dorata, una crosta croccante e un interno filante e profumato.

Trentino Alto Adige, Zelten

Lo Zelten è il pane dolce delle montagne, un concentrato di energia e sapori invernali.
La base è un impasto di farina di segale e frumento, arricchito generosamente con frutta secca (noci, nocciole, mandorle, fichi secchi, datteri, prugne), uvetta, canditi e spezie come cannella, chiodi di garofano e noce moscata.
Spesso viene aggiunto anche un goccio di grappa o rum per amalgamare gli ingredienti. Il risultato è un dolce compatto, scuro, profumatissimo, che si conserva a lungo e migliora con il passare dei giorni. Viene servito a fette sottili, magari con un velo di burro.


Veneto, Pandoro

Da Verona arriva la stella più soffice e burrosa del Natale italiano.
Il pandoro si distingue per la totale assenza di uvetta e canditi. La sua forma a tronco di cono a otto punte ricorda una montagna innevata quando viene spolverato con zucchero a velo.
L’impasto richiede una lavorazione complessa con burro, uova, farina, lievito madre e vaniglia. Il segreto sta nelle lunghe lievitazioni che conferiscono quella struttura morbidissima e quel profumo inconfondibile di burro e vaniglia.
Ogni fetta si scioglie in bocca lasciando un sapore delicato e avvolgente.


Friuli-Venezia Giulia, Gubana

La Gubana delle valli del Natisone è un dolce che parla di confine e tradizione slava. Si presenta come una chiocciola di pasta lievitata ripiena di un cuore generoso di noci tritate, nocciole, uvetta, pinoli, mandorle, cioccolato fondente grattugiato, scorza di limone, grappa, rum e zucchero.
Il ripieno viene spalmato sulla sfoglia sottile che viene poi arrotolata a spirale e cotta in forno fino a doratura. Il risultato è un dolce dal profumo intenso, dalla consistenza morbida esternamente e croccante all’interno per la frutta secca.
Ogni famiglia ha la sua ricetta segreta, custodita e tramandata con orgoglio.


Liguria, Pandolce Genovese

Il pandolce è l’anima antica di Genova, un dolce che risale addirittura al Rinascimento.
Esistono due versioni: quello basso (più antico e compatto) e quello alto (più moderno e soffice). L’impasto base contiene farina, burro, olio extravergine d’oliva, zucchero, lievito e marsala. Viene arricchito con uvetta sultanina, pinoli, canditi di cedro e arancia, e semi di finocchio che conferiscono un aroma particolare e riconoscibilissimo.
Prima di infornare, sulla superficie viene praticata una croce, gesto benaugurale che ne facilita anche la cottura uniforme. Il pandolce si taglia a fette e si accompagna con vini dolci o passiti.


Emilia-Romagna, Certosino (o Pan Speziale)


Toscana, Panforte

Siena regala al Natale questo concentrato di energia medievale. Il panforte nasce come cibo dei crociati e mantiene il suo carattere denso e potente.
Gli ingredienti sono pochi ma sostanziosi: mandorle e nocciole tostate, frutta candita (arancia, cedro, melone), miele, zucchero, farina e un mix generoso di spezie (cannella, noce moscata, coriandolo, chiodi di garofano, pepe).
Tutti gli ingredienti vengono amalgamati con lo sciroppo di miele bollente e pressati in stampi circolari bassi.
Dopo la cottura viene spolverato abbondantemente con zucchero a velo. Si taglia a spicchi sottili per via della sua consistenza compatta.


Umbria, Torciglione

Il torciglione è il serpente dolce che decora le tavole umbre durante le feste.

Si prepara con un impasto di mandorle macinate finissime, zucchero, albumi d’uovo montati, scorza di limone grattugiata e alchermes che dona il caratteristico colore rosato all’interno.
L’impasto viene modellato a forma di serpente attorcigliato, con tanto di testa e coda ben definite. Prima della cottura viene spennellato con albume e decorato con mandorle a lamelle che simulano le squame.
Gli occhi del serpente sono due chicchi di caffè. Dopo la cottura si ottiene un dolce dalla crosta croccante e dal cuore morbido e profumato di mandorla.


Marche, Frustingolo (o Bostrengo)

Dalle campagne marchigiane arriva questo dolce povero e generoso che non butta via nulla. Il frustingolo racchiude l’essenza della cucina contadina: pane raffermo ammollato e strizzato, fichi secchi tritati, noci, mandorle, uvetta, mele a pezzetti, scorza di agrumi, miele, mosto cotto, olio e spezie.
Tutto viene amalgamato in una consistenza densa e compatta, versato in una teglia e cotto in forno. Il risultato è un dolce umido, scuro, dal sapore complesso dove la dolcezza della frutta si sposa con le note aromatiche delle spezie.


Abruzzo, Parrozzo

D’Annunzio amava questo dolce che Pescara ha reso celebre.
Il parrozzo ha la forma di una cupola che ricorda il pane rozzo dei pastori (da cui il nome dialettale). L’impasto è raffinatissimo: mandorle finemente macinate, zucchero, uova, semolino, un po’ di farina e liquore.
La particolarità sta nell’assenza di burro che viene sostituito dalle mandorle grasse. Dopo la cottura, il parrozzo viene ricoperto completamente con una colata lucida di cioccolato fondente temperato. Il contrasto tra il cuore chiaro, morbido e profumato di mandorla e la copertura croccante e amara è sublime. Si serve a fette come una torta elegante.


Lazio, Pangiallo

Roma antica rivive in questo dolce dorato che risale addirittura all’epoca imperiale. Il pangiallo si prepara con un impasto ricchissimo di frutta secca (noci, nocciole, mandorle, pinoli), uvetta, frutta candita, miele, farina e spezie.
La particolarità sta nella copertura: prima della cottura viene pennellato con un impasto di farina e zafferano (o curcuma) che gli conferisce il caratteristico colore giallo oro, simbolo di prosperità.
Dopo la cottura si ottiene un dolce compatto, nutriente, dal sapore intenso e speziato. Si conserva a lungo e tradizionalmente veniva preparato in grandi quantità per le festività.


Molise, Calciuni (Cauciuni)

I calciuni sono i ravioloni dolci del Natale molisano (ma preparati anche in diverse zone dell’Abruzzo) piccole mezzelune di felicità fritta.
La sfoglia viene preparata con farina, uova, zucchero, olio e vino bianco, stesa sottile e tagliata in dischi. Il ripieno può essere di castagne lesse passate e zuccherate, oppure di ceci lessati, tritati e dolcificati con miele, cacao e mandorle.
I ravioloni vengono chiusi a mezzaluna, sigillati bene e fritti in olio bollente fino a doratura. Ancora caldi vengono passati nel miele liquido o spolverati con zucchero e cannella.
Sono croccanti fuori, morbidi e profumati dentro, irresistibili appena preparati.


Campania, Struffoli

Napoli celebra il Natale con montagne dorate di struffoli.
Questi piccoli gnocchetti dolci si preparano con un impasto di farina e uova. L’impasto viene lavorato fino a ottenere cilindri sottili che vengono tagliati in palline della dimensione di una nocciola. Le palline vengono fritte in abbondante olio fino a gonfiare e dorare perfettamente.
Ancora calde vengono immerse in miele liquido bollente che deve ricoprirle completamente.
Gli struffoli vengono disposti a ciambella o a cupola e decorati con confettini colorati, cedro candito e diavolilli argentati. Sono croccanti, dolcissimi e si mangiano con le mani in compagnia.


Puglia, Cartellate

Le cartellate sono nastri di pasta che diventano rose dorate, il dolce più iconico del Natale pugliese. La sfoglia sottilissima viene preparata con farina, olio extravergine d’oliva, vino bianco e un pizzico di sale.
Viene stesa finissima e tagliata in strisce che vengono arrotolate su se stesse a formare rose o spirali. Vengono fritte in olio bollente fino a diventare croccanti e dorate.
Ancora calde si immergono in miele caldo (tradizionalmente millefiori) o in vincotto (mosto cotto di uva o di fichi) che penetra in ogni piega. Il contrasto tra il croccante della sfoglia e la dolcezza appiccicosa del miele crea una dipendenza istantanea.


Basilicata, Calzoncelli (o Panzerotti dolci)

I calzoncelli lucani sono mezzelune ripiene di dolcezza. La pasta viene preparata con farina, uova, zucchero, olio e vino bianco, lavorata fino a ottenere un impasto liscio ed elastico.
Il ripieno tradizionale è di castagne lesse schiacciate, arricchite con cioccolato fondente, cacao amaro, cannella, mandorle tritate e scorza di agrumi.
La sfoglia viene stesa sottile, tagliata in dischi, farcita e chiusa a mezzaluna con i bordi decorati a forchetta.
I calzoncelli possono essere fritti in olio bollente oppure cotti al forno. In entrambi i casi, ancora caldi vengono passati nel miele o spolverati con zucchero a velo. Sono morbidi, profumati e confortanti.

Calabria, mostaccioli calabresi

I mostaccioli calabresi sono i biscotti duri come la roccia che si conservano per mesi. Si preparano con farina, miele, mosto cotto, mandorle, spezie (cannella, chiodi di garofano) e scorza di agrumi. L’impasto viene lavorato a lungo fino a ottenere una consistenza compatta, poi viene modellato in forme tradizionali: rombi, cuori, animali, figure religiose.
Dopo la cottura diventano durissimi e scuri. Alcuni vengono ricoperti con una glassa di cioccolato fondente e zucchero. Il modo tradizionale di mangiarli è inzupparli nel vino dolce o nel caffè, perché altrimenti rischieresti di rompere un dente.
La loro durezza garantisce una conservazione lunghissima e ogni morso richiede pazienza, come insegna la tradizione contadina.


Sicilia, Buccellato

Il buccellato è la ciambella regale del Natale siciliano. La pasta frolla si prepara con farina, zucchero, strutto (o burro), uova e scorza di limone.
Viene stesa e farcita con un ripieno generoso di fichi secchi ammorbiditi e tritati, mandorle tostate e tritate, noci, uvetta, miele, marmellata di arance, cioccolato fondente a pezzetti, cannella e chiodi di garofano.
La pasta viene arrotolata attorno al ripieno formando un grosso cilindro che viene poi chiuso a ciambella. La superficie viene decorata con incisioni, spennellata con uovo e infornata.
Dopo la cottura può essere glassata con zucchero a velo o decorata con confettini colorati. Ogni fetta rivela la ricchezza del ripieno scuro e profumato.


Sardegna, Papassinos (Pabassinas)

I papassinos sono i biscotti dell’anima sarda, piccoli dolcetti che racchiudono sapori antichissimi. L’impasto base contiene farina, strutto, zucchero, uova, lievito e scorza di limone.
Viene arricchito generosamente con uva passa (da cui il nome), mandorle tostate e tritate, noci, miele e spezie sarde come zafferano, cannella e semi di finocchio selvatico.
I biscotti vengono modellati in forme tondeggianti o a losanga, decorati con incisioni sulla superficie e cotti in forno.
Ancora tiepidi vengono ricoperti con una glassa bianca fatta di albume e zucchero a velo, o con una glassa al limone. Sono friabili, profumati, con un equilibrio perfetto tra la dolcezza e le note aromatiche delle spezie.

L’Italia non ha un solo dolce di Natale: ne ha almeno venti, ognuno con carattere, storia e sapori unici. Dal burro dei grandi lievitati del Nord alle fritture dolci del Sud, passando per le specialità speziate del Centro, il Natale italiano è un viaggio che sa di casa e tradizione.

È slovena la migliore città europea per il patrimonio culturale del 2026

È slovena la migliore città europea per il patrimonio culturale del 2026

La giuria dell’European Best Destination ha assegnato alla più antica città della Slovenia, capitale di un Carnevale riconosciuto dall’Unesco, del termalismo, del vino e della poesia, il prestigioso titolo di migliore città europea per il patrimonio culturale del 2026.
Si chiama Ptuj ed è la destinazione perfetta per una fuga romantica tra San Valentino e Carnevale.

foto archivio Angela Mariani

La grande città romana sulle sponde della Drava

Poetovio, la chiamarono i romani. Ptuj, la chiamano oggi gli sloveni, questa graziosa cittadina da 20.000 abitanti sulle sponde della Drava.
Un insediamento che era lì sin dall’età della pietra e che per questo viene considerato oggi la più antica città della Slovenia, ma che nella seconda metà del primo secolo dopo Cristo divenne sotto l’Impero la più importante e potente della regione.
Del resto, i romani amavano le terme e, in quest’area della Slovenia, ci sono terme a ogni manciata di km.
Vanno molto orgogliosi, i locali, di questa eredità imperiale, che rivedono nei numerosi reperti archeologici proposti, da aprile a ottobre, con visite guidate in costume da antico romano, che tanto entusiasmano e divertono turisti provenienti da tutta Europa così come i Giochi Romani, che in agosto riempiono le strade della città con più di 800 tra gladiatori, legionari, senatori e vestali. Storcono un po’ il naso gli italiani, che in quanto a romanità hanno la spocchia di chi ha già visto tutto. Si sbagliano, naturalmente.
A mettere d’accordo tutti, però, è un’altra esperienza che prevede l’utilizzo di un costume.

karnevalska un carnevale tutto da scoprire

Kurentovanje, ovvero il Carnevale di Ptuj

Venezia, Rio, New Orleans e… Ptuj!
Non sfigura affatto, accanto a queste ben più blasonate destinazioni inserite, da Lonely Planet, nella lista dei carnevali più interessanti al mondo.
Del resto, il centro di Ptuj si trasforma, intorno al Martedì Grasso, in un grade museo etnografico del patrimonio immateriale all’aperto, grazie al Kurentovanje: un grande corteo che gira, di porta in porta, guidato dal Kurent, la più famosa maschera di Carnevale in Slovenia, accompagnata da altri personaggi tradizionali e da altre maschere che creano un’atmosfera gioiosa nelle strade e nelle piazze della città.

foto Angela Mariani

Il Kurent, figura simbolica che scaccia il male

Mostruoso all’apparenza, gentile di indole, il Kurent è entrato nel 2017 nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco.
Il compito principale di questa figura è quello di scacciare via le forze del male e di portare tempi migliori alle case che visita, sia sotto forma di prosperità, che di una primavera più calda o di un buon raccolto. Le famiglie, in cambio, offrono ai Kurenti alcune ghiottonerie, come i salumi locali, e le ragazze legano fazzoletti ai loro bastoni in segno di gratitudine. Come riconoscere un Kurent? Si tratta di uno di quei travestimenti che, quando lo vedi, lo riconosci.
L’abbigliamento caratteristico dei Kurenti, chiamato “kurentija”, si compone di un copricapo, di un costume in pelle di pecora, calze verdi o rosse fino al ginocchio, campanacci legati ad una cintura intorno alla vita e un bastone con aculei di riccio.
Creare una kurentija non è affatto semplice e un artigiano può impiegare anche alcune settimane a completarlo; allo stesso modo, non è facile indossarla, dal momento che 
può arrivare a pesare fino a 40 kg!
Ptuj ospita, inoltre la Casa del Kurent (Kurentova hiša), uno spazio interattivo per tutte le età e dedicato all’approfondimento di questo personaggio attraverso le moderne tecnologie.

archivio Angela Mariani

La cantina e il vino più antichi della Slovenia

Tra i reperti archeologici di epoca romana più gelosamente custoditi da Ptuj non possono mancare, naturalmente, anfore che testimoniano che già 2000 anni fa, a Ptuj, il vino si produceva e si beveva con piacere.
Risale invece al Medioevo – più precisamente al 1239 – la più antica cantina ancora attiva della città e di tutta la Slovenia.
Proprio sotto il loro convento, i Francescani diedero inizio a una tradizione che continua ancora da otto secoli, ma sempre nel segno dell’innovazione.
La Cantina di Ptuj (Ptujska klet), oltre ad una ricca collezione di vini d’archivio, custodisce anche un tesoro speciale – il vino Zlata trta (Vite d’oro) del 1917, il vino sloveno più antico.

Image fotografije; foto: Mankica Kranjec/Turizem Ptuj

Una città ricca di festival

Per tutti i gusti, per tutte le stagioni. Il fermento culturale di Ptuj si manifesta in un fitto calendario di festival che animano la città da gennaio a dicembre.
Se il primo appuntamento è l’inizio del Kurentovanje (dal 2 febbraio, Festa della Candelora, fino al mercoledì delle Ceneri, 18 febbraio), appuntamenti internazionali come i Days of Wine and Poetry (che ad agosto del 2026 celebreranno la loro trentesima edizione) celebrano l’animo più baudelairiano della città e il festival Art Stays, tra luglio e settembre, porta sul territorio i più grandi artisti contemporanei internazionali, come, negli ultimi anni Ai Weiwei e Yoko Ono.
Arsana, invece, è una delle principali rassegne musicali estive della Slovenia, che accoglie ogni anno importanti musicisti internazionali in location scenografiche di Ptuj.
Nel 2026 sarà la volta, ad esempio, della cantautrice britannica Joss Stone. E per chi volesse dare un’occhiata al modo in cui l’eredità romana viene celebrata da queste parte, sempre in agosto, i già menzionati Giochi Romani sono un’occasione colorata e speciale per uscire dalla comfort zone.

foto Naravna Zdravilisca

San Valentino e Martedì Grasso: Ptuj nella sua dimensione termale

Febbraio è un buon momento per scoprire, oltre ai Kurenti e al buon vino, anche l’altra anima di Ptuj, quella termale: le sue sorgenti alimentano il variegato complesso delle Terme Ptuj che offre più di 4.000 m² di superfici d’acqua tra piscine interne ed esterne.
Aree relax, percorsi benessere e un centro saune, oltre a servizi terapeutici legati alla riabilitazione muscolare e articolare. Se trascorrere San Valentino insieme alle terme è un po’ un cliché, farlo mentre fuori si festeggia uno dei carnevali più belli del mondo ha decisamente una marcia in più.

foto archivio Angela Marini

La migliore città europea per il patrimonio culturale 2026

Nel panorama delle città europee che custodiscono secoli di storia — davanti ai canali di Bruges, allo skyline di San Gimignano, fino ai capolavori rinascimentali di Firenze — nel 2026 a distinguersi è proprio Ptuj.
La più antica città della Slovenia è stata nominata Best Cultural Heritage Town in Europe 2026, un riconoscimento che ne conferma il ruolo di riferimento nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio culturale.
Con il suo castello millenario che domina la Drava, una tradizione vinicola radicata e un calendario fitto di appuntamenti culturali e sportivi, Ptuj non è un semplice frammento di passato conservato: è una città che trasforma la propria storia in un’esperienza quotidiana, viva, accessibile, contemporanea.

 

 

Giandujotto, con la j. Storia di uno dei cioccolatini più amati

Giandujotto, con la j. Storia di uno dei cioccolatini più amati

Dolce, elegante, inconfondibile: il gianduiotto non è solo un cioccolatino, ma un pezzo di cultura piemontese, un simbolo di Torino e un piccolo viaggio nel mondo delle eccellenze italiane.
Avvolto nella sua tipica carta dorata, è un piacere che attraversa i secoli mantenendo intatto il suo fascino.
Può un cioccolatino dal peso compreso tra i 4 e i 12 grammi valere, da solo, un viaggio?
Un vecchio spot di Carosello, risalente agli anni Settanta, sembra suggerire di sì: raggiunta la stazione di Torino Porta Nuova con un diretto da Zurigo, un turista svizzero si aggira disperatamente per la città della Mole, alla ricerca dei famosi giandujotti. E tornerà a casa soddisfatto, naturalmente, riempiendo un’intera cabina del treno di scatole di preziosi cioccolatini.
Altri tempi, un’altra televisione e una Torino che ci appare quasi irriconoscibile, a “soli” cinquant’anni di distanza.

Gobino, gianduiotti

Il prisma magico simbolo di Torino

Quello che è rimasto immutato è questo piccolo cioccolatino, dalla peculiare forma di prisma, dall’incarto dorato e dal gusto inconfondibile.
Infinite storie e leggende si inseguono intorno alla sua nascita, al suo sviluppo e a come sia diventato così amato e diffuso in tutto il mondo, al punto da diventare, oggi, uno dei simboli della città di Torino. Una delle caselle che è indispensabile spuntare quando si pianifica un viaggio all’ombra della Mole, nonché uno di quei souvenir che non possono mancare, tornando dal Piemonte.
Candidato, con la dicitura Giandujotto di Torino (scritto con la j), al riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta, sarà sicuramente uno dei protagonisti della prossima edizione di CioccolaTò 2026, il grande appuntamento del gusto che andrà ad invadere le strade e i palazzi storici di Torino dal 13 al 17 febbraio 2026.
Dal venerdì, al Martedì Grasso, passando per un sabato di San Valentino: sarà un lungo Carnevale tra i piaceri del palato.


In principio era il diablottino

Si stenta a crederci, ma dopo la scoperta dell’America e il conseguente arrivo in Europa della fava di cacao, ci vollero ben duecento anni prima che a qualcuno venisse in mente l’idea di consumare il cioccolato non più solo come bevanda calda, ma anche in forma solida e a crudo, come si fa volentieri oggi.
Lo chiamarono diablottino, quello che viene tradizionalmente considerato il primo cioccolatino della storianato proprio nella città di Torino.
Prodotto in forma di piccolo disco e aromatizzato alla vaniglia, venne chiamato così forse per l’invitante tentazione a consumarne uno dopo l’altro e diventò rapidamente popolarissimo alla Corte dei Savoia dove, a partire dal Settecento, era servito insieme alla Merenda Reale. Una tradizione riproposta da Turismo Torino e Provincia che abbraccia il Settecento e l‘Ottocento piemontese, passando dalla Corte dei Savoia ai Caffè storici del piccolo Regno, da gustare nei caffè storici o nelle caffetterie delle Residenze Reali aderenti all’iniziativa (www.turismotorino.org).
Merita oggi di essere riscoperto, il diablottino, capitolo in parte dimenticato, ma fondamentale, nella storia dell’arte cioccolatiera italiana ed europea.


Il blocco Napoleonico e la nascita della pasta Gianduja

L’anno è il 1806: Torino è già da quattro anni dentro l’orbita francese e Napoleone, sempre più ai ferri corti con gli inglesi, istituisce quello che passò alla storia come il Blocco Continentale.
Niente più navi britanniche nei porti dell’Impero, niente più cacao sugli scaffali delle cioccolaterie europee, se non ad altissimo costo.
Un colpo basso, per una città golosa di cioccolato come Torino. Tuttavia, i pasticcieri locali, gente industriosa e caparbia, trovarono la soluzione perfetta per questa penuria: c’era un frutto che, nel Piemonte dell’Ottocento come in quello di oggi, proprio non mancava mai: la nocciola tonda gentile delle Langhe.
Semplicemente geniale, l’idea di tritarla e aggiungerla alla pasta di cacao, tagliando i costi e fornendo al nuovo prodotto quel sapore inconfondibile che ancora oggi caratterizza la pasta Gianduja. Non si chiamò così, tuttavia, prima di qualche decennio, prima di un carnevale che sarebbe passato alla storia.


Una storia di Carnevale: Torino, 1865

Perché a questa invenzione fosse dato il nome di Pasta Gianduja occorrerà attendere il 1865 quando, in occasione del Carnevale, fu proprio un attore travestito da Gianduja, maschera della città, a distribuire ai passanti uno strano manufatto, avvolto in un involucro di carta, ma del quale si poteva già sentire l’odore prima ancora di scartarlo.
Si trattava del primo cioccolatino della storia ad essere incartato singolarmente: si chiamava inizialmente Givù, ma con un testimonial del calibro di Gianduja, non poteva che essere ribattezzato Giandujotto.
Oggi, a poco più di 160 anni da quel Carnevale, il Giandujotto è candidato come prodotto IGP. Sarebbe una svolta storica, sugello che renderebbe giustizia a uno dei cioccolatini più famosi e amati al mondo.


Estrusione e concaggio: come si fa un giandujotto

I primi esemplari, come è facile intuire, erano realizzati a mano. Nel Novecento, invece, il Giandujotto si è trovato di fronte a un bivio: restare fedele ai gesti lenti dei maestri torinesi, o farsi strada nelle linee produttive dell’industria. È ancora possibile ritrovare queste due filosofie nei due metodi con cui, ancora oggi, i Giandujotti vengono realizzati.
L’erede diretto della tradizione è sicuramente il metodo a estrusione, che prevede che il composto venga deposto su una piastra senza stampi, lasciando che la sua forma nasca quasi da sé, come un tempo, con la mano attenta del pasticciere a guidarla. Il metodo a concaggio, invece, utilizza stampi destinati a modellare ogni pezzo, come identico a quello precedente.

Perché si scrive “gianduiotto” con la j?

La presenza della j non è casuale. Nell’Ottocento la lettera j, chiamata “i lunga”, era diffusissima in piemontese e nell’italiano dell’epoca.
Veniva usata per distinguere il suono della i semiconsonante e per rendere più immediata la pronuncia.
Il nome “Gianduja”, e quindi “gianduiotto”, mantenne questa forma arcaica come segno distintivo. Oggi la j richiama tradizione, autenticità e una certa eleganza retrò che ne esalta il carattere storico.


Cosa rende unico il giandujotto

Il segreto della sua identità sensoriale è la combinazione perfetta tra cacao e nocciole. Le caratteristiche principali sono:
aroma intenso ma delicato, con note tostate e leggermente vanigliate;
norbidezza al palato: il gianduiotto non si morde, si lascia sciogliere;
persistenza lunga, con retrogusto caldo e rotondo;
dolcezza equilibrata, mai invadente;
assenza di croccantezza: è una crema solida, vellutata in ogni suo strato.
La presenza della nocciola rende il gusto più complesso e aromatico rispetto a un normale cioccolato al latte.

Curiosità che non tutti conoscono

Il gianduiotto è considerato il primo cioccolatino incartato singolarmente della storia. La sua forma “a lingotto” serviva anche a farlo restare in piedi nelle vetrine delle pasticcerie.
L’impasto originario conteneva quasi il 40% di nocciole: una percentuale altissima, mantenuta ancora oggi dagli artigiani migliori.
In passato veniva regalato durante il Carnevale come simbolo di abbondanza e fortuna.
Esiste persino un “Gianduiotto Day” non ufficiale: ogni 2 febbraio, anniversario della prima distribuzione storica.
In alcune pasticcerie puoi chiedere il “gianduiotto caldo”: una versione semi-sciolta, morbida come crema.


Dove trovare i migliori giandujotti (in Italia e soprattutto a Torino)

Chi vuole assaggiare un giandujotto autentico dovrebbe fare un viaggio a Torino: qui la tradizione è ancora viva e declinata in mille forme.
Ecco alcune delle pasticcerie più celebri (senza preferenze, tutte eccellenti):
Caffarel (Santena):  il più storico, elegante, fedele alla ricetta originale
Guido Gobino:
modernissimo, famoso per il “Giandujotto Tourinot”, molto aromatico e piccolo.
Peyrano (Corso Moncalieri) icona storica, elegante e fedele alla ricetta classica.
Venchi: diffusissima anche all’estero, con versioni più contemporanee.
Baratti & Milano (Piazza Castello) simbolo della tradizione sabauda.
Fuori Torino, eccellenze si trovano in molte realtà artigianali piemontesi, spesso legate ai produttori di nocciole delle Langhe.

Giandujotto “gourmet”: le nuove interpretazioni

Negli ultimi anni molti maestri cioccolatieri hanno iniziato a reinterpretare il gianduiotto in chiave contemporanea.
Chi vuole sperimentare le alternative sappia che esistono molte versioni. La fondente
con una percentuale di cacao più alta; i giandujotti single origin con cacao proveniente da specifiche piantagioni; varianti con sale marino o cannella; giandujotti realizzati con nocciole biologiche o da piccoli produttori locali e versioni più grandi o mini, pensate per degustazioni comparative.
Il risultato? Un ponte tra tradizione piemontese e creatività gastronomica.

 

 

Bresaola della Valtellina: storia, sapori e segreti del tesoro rosso delle Alpi

Bresaola della Valtellina: storia, sapori e segreti del tesoro rosso delle Alpi

Simbolo della Valtellina per eccellenza, questo salume povero di grassi e ricco di proteine è il frutto di un antico processo di conservazione della carne di bovino per salatura ed essiccamento.
Il clima irripetibile della valle, con la sua aria tersa che scende dalle Alpi, crea le condizioni per una stagionatura graduale ed è il segreto che rende la bresaola unica ed inimitabile. 


Il Consorzio, una garanzia di autenticità

Il Consorzio di Tutela Bresaola della Valtellina, attivo dal 1998, garantisce la qualità, l’autenticità e l’origine controllata della Bresaola della Valtellina IGP, salume d’eccellenza prodotto solo nella provincia di Sondrio secondo rigidi standard definiti dal Disciplinare di produzione.
Il Consorzio nasce per garantire l’autenticità, la qualità e l’origine controllata di un prodotto con una storia secolare che, grazie a un profondo legame con il saper fare e la tradizione del territorio, ha ottenuto il prestigioso riconoscimento europeo Igp (Indicazione Geografica Protetta).
Solo i produttori certificati, operanti nella provincia di Sondrio, che seguono rigorosamente il Disciplinare di produzione, possono utilizzare la denominazione tutelata e il marchio Igp.
Una certificazione che garantisce al consumatore un
prodotto autentico, sicuro e di qualità, frutto di un perfetto equilibrio fra tradizione e innovazione.


Secoli di storia e di memoria

Oggi la Bresaola della Valtellina IGP è un’eccellenza italiana riconosciuta in tutto il mondo. Ma la sua storia è frutto di secoli di memoria e cultura.
La sua zona tipica di produzione lo ricordiamo è la provincia di Sondrio in Lombardia, con le sue due valli principali nel cuore delle Alpi: la Valtellina e la Valchiavenna.
La bresaola nasce ufficialmente nel Quattrocento, ma risale all’antichissima tradizione dei territori alpini di conservare le carni mediante salatura ed essiccazione.
Fino a fine Ottocento, la produzione è circoscritta in ambito domestico, poi si evolve: la specializzazione dei macellai locali e le nascenti tecnologie industriali impongono la bresaola all’attenzione regionale e nazionale.
È solo l’inizio del prodotto d’eccellenza valtellinese che oggi conosciamo.


“Bresaola”, l’origine incerta del nome

Il nome bresaola potrebbe derivare dall’espressione “salàa come brisa”, perché un tempo si faceva uso del sale nella conservazione e perché, in dialetto locale, “brisa” indica una ghiandola dei bovini sapida.
Oppure, potrebbe derivare dal termine germanico “brasa” (in dialetto, brace) poiché in passato l’asciugatura del prodotto avveniva in locali riscaldati da bracieri a legna di abete e larice, aromatizzata con bacche di ginepro, timo e foglie di alloro.
Da “brisaola” il nome è poi mutato in “Bresaola”, “Brazaola”, “Bresavola” o “Brisaola”, a seconda delle zone geografiche.
Quel che è certo è che il nome si compone di due parti e che il suffisso “sal” è legato all’impiego del sale nel processo di conservazione del prodotto.


Un’eccellenza che inizia dalla materia prima

Per la produzione della Bresaola della Valtellina Igp vengono utilizzati solo tagli di carne di prima categoria, i più pregiati e teneri, tratti esclusivamente dalla coscia di bovini di razze selezionate – preferibilmente allevati all’aperto e al pascolo e nutriti con alimenti selezionati – e di età compresa tra i 18 mesi e i 4 anni, come previsto dal Disciplinare.
È una scelta di qualità, perché tutti questi fattori – razza ed età dell’animale, sistema di allevamento e alimentazione, scelta dei tagli muscolari più pregiati della coscia bovina (come la punta d’anca) – contribuiscono ad assicurare carni migliori, dal punto di vista organolettico (consistenza, morbidezza, gusto, colore, magrezza e assenza di nervature) e nutrizionale (ad esempio – per un minor contenuto in grassi).
I produttori aderenti al Consorzio utilizzano principalmente carne proveniente da allevamenti europei e sudamericani, dove i sistemi di allevamento e i controlli in tutte le fasi della filiera garantiscono una materia prima che risponde alle elevate esigenze di qualità richiesta per la produzione della Bresaola della Valtellina Igp.
Vengono usate le
migliori razze di bovini da carne, da cui si ottengono tagli magri e consistenti, come previsto dal Disciplinare e da una tradizione secolare. Tra le razze di origine europea si privilegiano la Charolaise, la Limousine, la Blonde d’Aquitaine e le Garonnesi. Tra le italiane la razza Piemontese.
Dal Sudamerica arrivano invece le razze pure di Zebù. Tra queste spicca lo Zebù Nellore – le cui carni sono molto magre – che è l’animale più diffuso nei vasti pascoli del Brasile. Poi abbiamo lo Zebù Guzerat e il Brahman, che rappresentano tuttavia una minima parte dell’intero patrimonio bovino sudamericano.


I tagli

I tagli: per produrre la Bresaola della Valtellina Igp possono essere utilizzati esclusivamente i 5 tagli muscolari più pregiati della coscia bovina. Ma il più utilizzato in assoluto è la punta d’anca che è il taglio più pregiato e corrisponde alla parte della fesa privata del muscolo adduttore. Utilizzata anche la fesa che corrisponde alla porzione posteromediale della muscolatura della coscia e comprende il muscolo retto interno, il muscolo adduttore e il muscolo semimembranoso. Vi è poi la sottofesa che corrisponde alla porzione posterolaterale della muscolatura della coscia e precisamente al muscolo lungo vasto. Altro taglio utilizzabile da disciplinare il magatello che corrisponde alla porzione posterolaterale della muscolatura della coscia e più in particolare al muscolo semitendinoso e infine si utilizza anche il sottosso corrispondente alla fascia anteriore della coscia, composta dal muscolo retto anteriore e dal muscolo vasto esterno, interno e intermedio.

Una lavorazione a regola d’arte

Nella produzione della Bresaola della Valtellina Igp l’elemento umano è centrale. L’abilità nella rifilatura, il sapiente dosaggio degli aromi naturali utilizzati, il massaggio della carne in salagione, le giuste variazioni di temperatura e umidità durante la stagionatura. avvengono secondo una antica tradizione.
Un saper fare che risponde a regole tramandate di padre in figlio che riguardano ogni singola fase della produzione.
Come prima cosa si seleziona e si rifila la carne.
Il taglio selezionato viene accuratamente rifilato per rimuovere il grasso e le parti tendinose.
Si passa poi alla salagione a secco fase in cui la carne viene cosparsa con una concia di sale, aromi naturali, spezie e piante aromatiche. La salagione dura mediamente da 10 a 15 giorni e prevede operazioni di massaggio per favorire la penetrazione uniforme del sale e degli aromi.
Dopo la salagione, la carne viene insaccata e sottoposta ad asciugatura per una settimana. La successiva stagionatura, che dura tra 4 e 8 settimane e avviene in ambienti a temperatura e umidità controllate. Sono vietate tecniche di disidratazione accelerata.
Il prodotto una volta stagionato viene sottoposto a numerosi controlli. Solo la bresaola conforme agli standard del Disciplinare può essere marchiata Igp e commercializzata intera, a pezzi o affettata, con confezionamento sottovuoto o in atmosfera protettiva.

Una produzione radicata nel territorio

Le aziende produttrici della bresaola della Valtellina Igp si trovano esclusivamente nella provincia di Sondrio, cuore storico e geografico di questa eccellenza italiana.
Protagoniste principali della produzione nazionale di bresaola, queste aziende sono un pilastro fondamentale dell’economia locale e del comparto agroalimentare valtellinese.
L’adesione pressoché totale al Consorzio di Tutela testimonia l’impegno condiviso dei produttori di Bresaola della Valtellina Igp a salvaguardare una lavorazione tramandata nel tempo.
Materia prima selezionata, elevati standard del processo produttivo, sicurezza alimentare, controlli periodici e vigilanza costante del Consorzio e delle autorità pubbliche danno vita a un sistema strutturato che garantisce la salvaguardia della bresaola della Valtellina Igp.

Magra, nutriente, digeribile

La bresaola della Valtellina Igp è magra, nutriente e digeribile.
Una porzione da 50 grammi (la quantità giornaliera consigliata dalla linee guida per una sana alimentazione italiana) apporta mediamente 76 calorie e solo 1 grammo di grassi.
È ricca di proteine nobili di alto valore biologico (amminoacidi essenziali) e di vitamine (B1, B6 e soprattutto B12).
Non mancano neppure i sali minerali, preziosi per la nostra salute, soprattutto ferro, zinco, fosforo e potassio, con proprietà antiossidanti. Sono assenti i carboidrati, il calcio e la vitamina D, integrabili associando alla bresaola del pane e qualche scaglia di formaggio grana o parmigiano.
In assoluto è il salume più povero di grassi e a giusto titolo definita “integratore naturale”. Essendo altamente digeribile e molto nutriente, in quanto ricca di proteine animali e di aminoacidi ramificati, ferro, sali minerali e vitamine, è particolarmente adatta a chi fa sport.
È indicata sia prima di uno sforzo fisico prolungato (bicicletta, corsa, pesi…), sia per il recupero del fabbisogno di proteine e di sodio nel post allenamento.

Come degustarla

Assaporare un’icona
La Bresaola della Valtellina Igp è un salume dal gusto unico e inconfondibile. Per una degustazione a regola d’arte va mangiata “santa”, ovvero da sola e al naturale, seguendo alcuni accorgimenti che rendono questa esperienza davvero appagante.

Esame visivo
La prima caratteristica da osservare in una fetta di bresaola della Valtellina Igp è il colore, che deve essere di un rosso uniforme. Può presentare una leggera marezzatura (sottilissime striature di grasso di colore bianco).

Esame olfattivo
L’odore deve richiamare la concia usata per la salagione e gli aromi utilizzati nel processo produttivo. Ogni produttore ha la propria ricetta.

Assaggio
La fetta deve essere sottile con uno spessore tra 0,6 e 0,8 mm. Alla masticazione deve risultare morbida, non gommosa o fibrosa. Bisogna metterne in bocca una piccola quantità, masticare lentamente e poi espirare dal naso e a bocca chiusa.
Al palato emergeranno gradualmente note di carne stagionata, spezie, frutta secca, funghi e sentori di sottobosco, con una piacevole persistenza aromatica che invita naturalmente al boccone successivo.

Le regole d’oro

Conoscere la bresaola della Valtellina Igp significa imparare a servirla, degustarla e rispettarne le caratteristiche.
Dalla giusta temperatura di servizio al taglio perfetto, fino ai suggerimenti per l’abbinamento ideale, ecco come assaporarla al meglio.

La ricetta: Gnocchi di patate, bresaola, crema di gorgonzola, noci

Ingredienti
1 kg di gnocchi di patate
200 gr di Bresaola della Valtellina IGP
150 gr di Gorgonzola DOP dolce
60 gr di noci sgusciate
latte q.b.
Preparazione
Mettere a bollire una pentola di acqua salata. Scaldare il latte e aggiungere il gorgonzola. Lasciare sciogliere il formaggio a fuoco basso fino a che non risulta una crema densa.
Se serve, aggiungere latte per stemperare. Tritare finemente le noci fine. Tagliare la Bresaola della Valtellina Igp a striscioline. Cuocere gli gnocchi nell’acqua bollente fin quando non emergono. Condire gli gnocchi in un tegame con la salsa al gorgonzola, la bresaola cruda e le noci. Servire caldo.