A Torino a cent’anni dalla morte di Margherita si celebrano le donne reali d’Italia

A Torino a cent’anni dalla morte di Margherita si celebrano le donne reali d’Italia

La Storia e le storie delle Residenze Reali Sabaude riviste dal punto di vista delle donne di potere, che in Piemonte hanno avuto un ruolo di primissimo piano non solo nelle scelte politiche, ma anche in quelle architettoniche e urbanistiche.

Le donne riemergono dall’oblio della storia

Un calendario di mostre ed eventi celebra i cent’anni dalla morte di Margherita, Prima Regina d’Italia, mentre a Venaria si rende omaggio alla regalità femminile nella storia del cinema e del teatro con un viaggio nell’arte del costume di scena italiano.
Le donne sono state lasciate per troppo tempo ai margini dei libri di storia. Con le dovute eccezioni, naturalmente: Giovanna d’Arco, Elisabetta d’Inghilterra (prima e seconda), Caterina di Russia o Maria Antonietta di Francia (che sui libri ci è finita suo malgrado!), qualche altra.
in Italia?
Sarebbero molte quelle che meriterebbero un ruolo di primissimo piano: contesse, duchesse, principesse e regine, ma anche donne del popolo, accomunate da una notevole intelligenza politica, sensibilità culturale, fede, determinazione e carisma. E scavando a ritroso nella lunghissima stagione precedente l’Unità d’Italia, ne troviamo tantissime nella 
classe dirigente piemontese, ai tempi in cui a Torino c’era prima un Duca e poi un Re.
I luoghi che non solo le accolsero, ma che loro stesse hanno contribuito a plasmare – palazzi, castelli, ville e parchi – diventano tappe di un racconto corale, in cui memoria storica e spazio architettonico si intrecciano, offrendo al visitatore un’esperienza coinvolgente ed emozionale sul territorio delle Residenze Reali Sabaude: una vera Italian Royal Experience.

Castello del Valentino. Foto Angela Marini

Le donne sabaude fra leggende e realtà

Donne straordinarie, ma donne vere prima di tutto. Donne nate negli spazi delle Residenze Reali Sabaude oppure arrivateci nel corso della vita per motivi diversi. Matrimoni, prima di tutto, perché per lunghi secoli da queste parti la politica è stata anche e soprattutto politica dinastica.
Questo, tuttavia, non vuol dire che le donne fossero delle pedine inermi in questo gioco di scacchi: un matrimonio spostava da un paese all’altro usi, mode, cibi, saperi e anche maestranze architettoniche. Quello che questa eredità variegata ha portato al Piemonte a partire dallo spostamento della capitale sabauda da Chambery a Torino (1563) è sotto gli occhi di tutti.
Un esempio? Il 
cioccolato! Se, infatti, pare che la tazza di cioccolata calda offerta da Emanuele Filiberto ai torinesi dopo San Quintino sia più leggenda che storia, è stata Caterina d’Asburgo, nuora di Emanuele Filiberto, a portare in Italia dalla Spagna questa grande novità appena giunta dalle Americhe. Alle donne di Casa Savoia dobbiamo almeno questo, ma anche moltissimo altro.
E, come sovente è accaduto, il loro potere politico si è spesso cristallizzato in pietra nelle sontuose Residenze Reali Sabaude.

Palazzo Madama. Foto Giorgio Perottino

Dalle Madame Reali alle Regine di Sardegna… e d’Italia

Al tempo in cui il Piemonte era parte di un ambizioso Ducato a cavallo delle Alpi occidentali, e Torino una città di media grandezza, giunta da pochi decenni al rango di Capitale, a Cristina di Borbone-Francia, cresciuta in quella Parigi che a detta di suo padre, il re Enrico IV, valeva bene una messa, la sua nuova casa deve aver fatto una certa impressione.
Cristina giunse in Piemonte appena tredicenne, nel 1619, per sposare il futuro duca Vittorio Amedeo I, più grande di lei di ben 19 anni.
Madame Royale, questo il titolo con cui si presentò a Torino, in quanto figlia primogenita del re di Francia: per la città il suo arrivo fu un momento epocale, e se oggi c’è chi la definisce piccola Parigi, parte del merito appartiene proprio a Cristina.
Rimasta vedova a 31 anni, Cristina detenne la reggenza sul Ducato per ben 11 anni, in attesa della maggiore età del figlio Carlo Emanuele II, trasferendosi poi dal palazzo Ducale al vecchio castello medievale sul lato est della piazza che, rimodernato, prese per questo motivo il nome di Palazzo Madama.
Una posizione di immenso potere, quella da cui Cristina ebbe modo di governare attraverso una complessa stagione di guerre civili, che non le impedirono di portare a termine ambiziosi progetti urbanistici e architettonici come Piazza San Carlo (una pariginissima place royale) e il Castello del Valentino, sua residenza prediletta fuori città, contraddistinto da influssi architettonici franco-fiamminghi.
Qui creò un piccolo centro culturale di corte, tra spettacoli, feste e una rete di relazioni diplomatiche che la resero famosa in tutta Europa come figura politica temuta quanto rispettata. Il quartiere San Salvario, ancora oggi diviso in due da 
Via Madama Cristina, le deve molto del suo attuale fascino: da un lato il Castello del Valentino con il suo parco, simbolo della Cristina più mondana e politica, dall’altro la chiesa di San Salvatore, espressione della profonda devozione che contraddistinse la seconda parte della sua vita. Insomma, anche Torino poteva valer bene una messa.
Suo figlio Carlo Emanuele II, tuttavia, le sopravvisse soltanto per 12 anni e il destino di sua moglie, Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, anche lei nata a Parigi, fu quello di seguire le orme di sua suocera. Maria Giovanna Battista sarebbe stata la seconda Madama Reale, reggente del Ducato per il giovane Vittorio Amedeo II. Ambiziosa e spregiudicata, cercò invano di combinare per suo figlio delle nozze che l’avrebbero portato alla corona di Portogallo (tenendo per sé il potere sul Ducato), ma dovette ritirarsi dalla scena politica per volere dello stesso Vittorio dopo il matrimonio con Anna Maria d’Orléans, nipote di Luigi XIV.
Lasciato Palazzo Reale, decise di spostarsi proprio nello stesso Palazzo Madama che era stato casa di sua suocera Cristina. Una precisa dichiarazione d’intenti: Maria Giovanna Battista fece in tempo, a quasi ottant’anni di età, a vederne completata la facciata e l’imponente scalone per opera di Filippo Juvarra. E, sempre incaricando l’architetto siciliano, a costruire una facciata per la chiesa di Santa Cristina in Piazza San Carlo, dove era stata sepolta la stessa Cristina. Un cerchio che si chiude. Alla sua morte lasciò un’immagine di sovrana colta, potente e raffinata, simbolo del ruolo politico e cerimoniale delle Madama Reali nella storia sabauda e italiana.
Seppur non di Portogallo, infatti, Vittorio Amedeo II era riuscito comunque a diventare Re prima di Sicilia e poi di Sardegna. A sua moglie, la Regina Anna, si devono il nome della Villa della Regina e i lavori compiuti all’interno dell’edificio dall’infaticabile Juvarra. Le Madame Reali avevano quindi accompagnato gli stati sabaudi, tra scontri sanguinosi e ardite imprese architettoniche, alla transizione verso quel Regno di Sardegna che sarebbe diventato di lì a un secolo il cuore pulsante del Risorgimento e poi culla della nuova Italia unita.
Anche allora, tuttavia, le Residenze Reali Sabaude continuarono a essere palcoscenico di donne straordinarie. Dalle idee illuministe di Giuseppina Teresa di Lorena-Armagnac, legata al castello di Racconigi e autrice di romanzi intorno a temi come la passione, la libertà femminile e l’uguaglianza, al contrasto tra la personalità pia e devota di Maria Clotilde, primogenita di Vittorio Emanuele II, e quella libera e anticonvenzionale di sua figlia Maria Letizia, delle quali si possono visitare gli appartamenti al castello di Moncalieri (anche in occasione dei Royal Community Tour del 2 e del 23 maggio).
La più celebre di tutte loro nacque, invece, proprio a Torino, a Palazzo Chiablese.

Margherita, la prima regina d’Italia

Margherita, prima Regina d’Italia, cento anni dopo

Vale la pena di prendersi un istante per sfatare un piccolo mito: sembra proprio che Margherita, prima Regina d’Italia, la pizza che porta il suo nome non l’abbia mai davvero mangiata.
Poco male: come dicevamo Margherita, nata a Torino a Palazzo Chiablese, fu una figura centrale della giovane monarchia italiana che seppe incarnare l’immagine di una regina moderna e rappresentativa, capace di rafforzare il consenso attorno alla giovane nazione unita.
Colta, elegante e 
attenta alla comunicazione pubblica del ruolo monarchico, promosse le arti, la musica, la letteratura e sostenne iniziative culturali e benefiche, contribuendo a costruire un modello di regalità vicino al popolo.
Il suo stile, la presenza costante nella vita pubblica e l’uso consapevole dell’immagine la resero un vero simbolo dell’Italia post-unitaria.
Anche dopo l’assassinio di Umberto I, Margherita mantenne un ruolo centrale nella vita culturale e sociale del Paese, lasciando un’eredità duratura nell’immaginario collettivo.
A partire dal 1901 scelse, infatti, come residenza, la 
Palazzina di Caccia di Stupinigi, trasformandola per quasi vent’anni da residenza di rappresentanza in casa veral’ultima sovrana a viverci prima che diventasse un museo.
A cento anni dalla sua scomparsa (1926), le Residenze Reali Sabaude la ricordano con iniziative come quella della Palazzina di Caccia di Stupinigi, dove il calendario di eventi Margherita. Un secolo di storia celebra fino all’11 luglio l’ultima sovrana ad aver abitato la residenza.
Una collezione fotografica sulla sua passione per le 
automobili (in collaborazione con il Museo Nazionale dell’Automobile) porta i visitatori della citroneria di Ponente in un viaggio ad alta velocità, mentre la rievocazione storica “I giorni di Margherita”, in programma il 20 e 21 giugno 2026, restituirà atmosfere, gesti e presenze del primo Novecento.
Anche i Musei Reali di Torino celebrano il centenario con un programma articolato che accompagnerà i visitatori dal 21 maggio 2026 al 6 gennaio 2027. Una mostra dossier in Biblioteca Reale porta alla luce documenti e fotografie in gran parte inediti, restituendo il ritratto di una sovrana colta e curiosa, lettrice appassionata e amante della musica. Nel corso dell’anno saranno aperte al pubblico le stanze dell’Appartamento che Margherita abitò al primo piano di Palazzo Reale, mentre al Medagliere Reale una seconda mostra esplora, attraverso volti femminili di epoche diverse, il tema della costruzione consapevole dell’immagine pubblica — di cui Margherita fu maestra.

Palazzo Madama, interno

Regine in scena. L’arte del costume italiano tra cinema e teatro (alla Reggia di Venaria fino al 6 settembre)

Una grande mostra sugli straordinari abiti che hanno definito l’immagine delle regine nel cinema e nel teatro: alla Reggia di Venaria, fino al prossimo 6 settembre, 31 abiti originali d’autore, firmati da grandi costumisti e artisti, realizzati da eccellenze sartoriali italiane per celebri regie ed interpreti, racconteranno la storia dell’immaginario della sovranità al femminile attraverso gli occhi del cinema, del teatro e dell’opera lirica.
Dalle regine del mito, come la Medea (Pasolini, 1969) di Maria Callas a quelle della Storia: la Cleopatra (Mankiewitz, 1963) interpretata da Liz Taylor, fino a instant classic recenti come la Maria Antonietta di Mélanie Laurent ne “Le Déluge. Gli ultimi giorni di Maria Antonietta” (Jodice, 2024), girato in parte proprio alla Reggia di Venaria, in un dialogo continuo tra epoche, stili e linguaggi.

 

Addio a Pia Donata Berlucchi, Donna del Vino e Signora della Franciacorta

Addio a Pia Donata Berlucchi, Donna del Vino e Signora della Franciacorta

Il mondo del vino italiano e internazionale oggi hanno perso una figura di grande rilievo, capace di coniugare visione imprenditoriale, impegno culturale e profonda dedizione al territorio della Franciacorta.
Pia Donata Berlucchi “Dona del vino” ha guidato con autorevolezza e sensibilità l’Associazione omonima, ricoprendo la carica di Presidente nazionale delle Donne del Vino dal 2004 al 2009 contribuendo in modo determinante alla crescita e al consolidamento del ruolo delle donne nel settore vitivinicolo italiano anche nel ruolo di consigliera.
Durante il suo percorso professionale ha inoltre ricoperto incarichi di rilievo anche in ambito istituzionale, tra cui il ruolo di componente del Consiglio di amministrazione della Banca d’Italia.

La donna che ha “inventato” il Franciacorta

La sua scomparsa a 82 anni lascia un vuoto profondo, ma anche un’eredità solida fatta di rigore, passione e impegno, che continuerà a vivere nel lavoro di chi prosegue il suo cammino.
Le Donne del Vino si uniscono al cordoglio della famiglia e di quanti hanno avuto il privilegio di conoscerla e collaborare con lei.
Pia Donata Berlucchi, per decenni è stata alla guida della Freccianera – Fratelli Berlucchi, azienda di famiglia, e una delle figure centrali per la Franciacorta, oltre che una delle protagoniste del vino italiano.

Una vita nel vino

Figlia di Antonio Berlucchi, che nel 1927 avviò l’attività agricola a Borgonato, nel comune di Corte Franca, Pia Donata entra in azienda nei primi anni Settanta, in un momento cruciale: quello in cui la realtà agricola di famiglia si trasforma in impresa strutturata.
Da lì, in oltre quarant’anni prima come amministratrice delegata e poi come presidente, ha contribuito a portare il marchio Berlucchi a diventare uno dei riferimenti del Franciacorta e a conquistare visibilità internazionale.
Donna energica e imprenditrice concreta, il suo metodo era basato sull’ apprendere, ascoltare, e infine decidere. Sotto la sua guida, il marchio si consolida parallelamente alla crescita del territorio, la cui Doc nasce nel 1967. Negli ultimi anni aveva progressivamente ridotto la presenza operativa, mantenendo però la presidenza e il ruolo di punto di riferimento per la famiglia e l’azienda.

È morta ieri sera Pia Donata Berlucchi, classe 1942, “Donna del Vino” e Signora della Franciacorta, distretto vitivinicolo del bresciano a cui ha dedicato visione imprenditoriale, impegno culturale e profonda dedizione al territorio. Per decenni al timone dell’azienda di famiglia, Freccianera – Azienda Agrcola F.lli Berlucchi, fondata nel 1927 dal papà Antonio Berlucchi a Borgonato di Corte Franca (da non confondere con la Guido Berlucchi).

La Sardegna svela i suoi tesori architettonici

La Sardegna svela i suoi tesori architettonici

Magnificenza artistica, memoria storica, identità culturale e senso di comunità: Monumenti Aperti è la più grande ‘mobilitazione’ popolare di tutela, valorizzazione e promozione dei beni culturali in Sardegna. L’edizione 2026 vede tagliare il traguardo della trentesima edizione e, come le precedenti, si articola in due fasi, nell’arco di quattordici fine settimana: la prima fase dal 18 aprile al 21 giugno, la seconda tra fine settembre e novembre.
Durante queste giornate si apriranno centinaia di luoghi di cultura: musei e siti archeologici, chiese ed edifici storici, monumenti naturali e parchi. Ogni comunità ‘si racconta’ attraverso itinerari letterari e percorsi nell’architettura urbana, in borghi e città segnate da secoli di evoluzione e trasformazioni.

Ingurtosu – Arbus. Foto Alessandro Addis

Alla scoperta di una civiltà millenaria fra Buddusò e Ulassai

Volontari e studenti saranno pronti a guidarti in un viaggio nella bellezza che attraversa i millenni, sin nel passato più lontano, tra resti di antiche civiltà.
Luoghi di ieri e di oggi, dove coesistono memoria e idee per il futuro. Un inestimabile patrimonio materiale (e immateriale) distribuito nel territorio di 85 comuni, con il quale si consolida la dimensione nazionale acquisita nel 2025: sono coinvolte 19 Regioni italiane, con 23 Comuni della Penisola.
Due i comuni sardi aderenti per la prima volta: Buddusò, ‘immerso’ in un altipiano del Monte Acuto, è circondato da cave di granito e importanti testimonianze archeologiche, nonché noto agli appassionati di motori come sede di una delle più spettacolari prove del Rally Italia Sardegna.
In Ogliastra, Monumenti Aperti accoglie per la prima volta Ulassai, il cui nome è legato a doppio filo a quello di Maria Lai.
Grazie all’opera della sua più celebre cittadina, oggi è un museo a cielo aperto, impreziosito dalla Stazione dell’Arte e da un territorio denso di meraviglie naturali.

Veduta di Cagliari. Depostphotos

Il capoluogo della storia

Tra i luoghi ‘storici’ della manifestazione non può mancare il capoluogo: Cagliari mette in mostra testimonianze di vicende millenarie, dalle radici fenicie alle vestigia di età romana, dalle fortificazioni medievali fino ai palazzi più recenti, elegantemente incastonati nel tessuto cittadino.
L’hinterland cagliaritano fa il pieno: presenti Capoterra, Monastir, Quartu Sant’Elena, Selargius, Sestu e Settimo San Pietro, con edifici storici, santuari e siti archeologici, come il nuraghe Diana, ‘sentinella’ sul mare quartese.
Non mancano le proposte del Medio Campidano: ci sono Samassi, San Gavino Monreale e Sanluri. A ovest, ti immergerai negli scenari punteggiati di boschi, cascate e villaggi minerari di Arbus, Guspini e Villacidro.

Tombe di Giganti, S’Ena e Thomes – Dorgali

Una natura esplosiva fra mare e miniere

Spesso cultura fa rima con paesaggio, come tra i romantici bastioni di Alghero.
Vicino alla città ‘catalana’ ti attendono misteriose e affascinanti eredità del passato prenuragico e nuragico. Mentre a Sassari scoprirai musei, chiese ed edifici storici circondati dal verde dei parchi cittadini.
Non poteva che snodarsi tra mare e miniere la proposta del Sulcis-Iglesiente, dove a Carbonia, Iglesias, Narcao, Nuxis e Sant’Anna Arresi si aggiungono le ‘perle’ isolane: Sant’Antioco e Carloforte. A proposito di mare, aprono le loro porte anche Pula, Sarroch, Teulada e Villasimius, mentre l’Ogliastra è rappresentata da Tortolì e Triei e il Gerrei da Escalaplano.

Natura in primo piano anche in Marmilla, protagonista con Genuri, Lunamatrona, Segariu, Siddi e Tuili, dove spicca lo splendido retablo della chiesa di San Pietro. Poco più a ovest, farai un emozionante viaggio nel tempo a Sardara: l’età nuragica è rappresentata dal santuario di Sant’Anastasia, mentre le testimonianze antiche, fino al Medioevo, sono in mostra al museo Villa Abbas. Oristano ripropone il suo passato ‘giudicale’; mentre, in provincia, si svelano ai visitatori Ales, Ardauli, Marrubiu, Mogoro e Terralba. Risalendo la costa occidentale, tappa immancabile è Bosa, con l’imponente castello di Serravalle, le antiche concerie e le chiese. Nel versante ovest del Montiferru spicca Cuglieri, con l’ex convento dei cappuccini e la basilica di Santa Maria della Neve.
Atmosfere e suggestioni intense caratterizzano le tappe dell’interno, dove luoghi di cultura e tradizioni secolari si accompagnano a eccellenze artigianali ed enogastronomiche, come a Nuoro e ad Aritzo. ‘Sospesi’ tra le cime del Supramonte e il golfo di Orosei, ecco i monumenti di Dorgali. Nel Logudoro esplorerai i tesori di Monteleone Rocca Doria, Padria Ploaghe. Il compito di rappresentare la Gallura spetta a Oschiri e alla ‘capitale’ della Costa Smeralda, ovvero Arzachena: da non perdere i circoli megalitici di Li MuriNei dintorni di Sassari fa mostra di sé il mix tra ambiente, cultura e storia: a simboleggiarlo Chiaramonti, dove spiccano i resti del castello dei DoriaIttiriOssiOzieriPorto Torres, Stintino e Usini.

Radicchio rosso di Treviso: l’eleganza amara dell’inverno veneto

Radicchio rosso di Treviso: l’eleganza amara dell’inverno veneto

Treviso, città conosciuta per la sua specialità dolce famosa in tutto il mondo, il tiramisù e città discreta per la sua bellezza non troppo esaltata da “piccola Venezia” è famosa anche per un prodotto della sua terra famoso per il marchio d’indicazione geografica tipica: il radicchio rosso.


Cos’è e perché è così speciale

Il radicchio rosso di Treviso non è una semplice insalata, ma una vera eccellenza della cucina italiana. Riconoscibile per le sue foglie allungate, di un rosso intenso attraversato da nervature bianche, è uno dei prodotti simbolo del Veneto e della stagione invernale.
Viene spesso definito “il fiore dell’inverno” per la sua forma elegante e il suo gusto raffinato, capace di trasformare anche il piatto più semplice in qualcosa di ricercato.


Una storia avvolta nel mistero

La vera storia delle origini del radicchio rosso di Treviso è avvolta nel mistero, ma la più poetica è forse quella che narra che il primo seme di cicoria fu lasciato cadere sul tetto di una chiesa, e che i monaci di un ordine locale se ne presero cura scrupolosamente.
Secondo la storia più conosciuta, invece, fu introdotto da Francesco Van de Borrem, orticoltore belga che applicò alla cicoria italiana le tecniche del suo paese di provenienza. Qualunque sia la vera storia, nel 1900 il Radicchio Rosso di Treviso era divenuto una tale specialità da godere di esposizioni che ne celebravano le qualità.


Dove si coltiva

Il Radicchio Rosso di Treviso viene coltivato esclusivamente nelle campagne di un’area limitata nel nord est dell’Italia, nello specifico in determinati comuni delle province di Treviso, Padova e Venezia, dove può beneficiare delle diverse sorgenti vicine.
La varietà precoce e quella tardiva, diverse per sapore e consistenza, vengono sottoposte a lavorazioni simili per ottenere il prodotto finale.
Piantato prima della fine di luglio, il radicchio rosso di Treviso viene lasciato crescere nei campi fino all’autunno prima di essere raccolto. Mentre il radicchio precoce può essere raccolto in qualsiasi momento dopo il primo settembre, la varietà tardiva non può essere raccolta fino alla comparsa delle prime brine. Dopo essere stato raccolto, il Radicchio viene ripulito e privato delle foglie più esterne.
I cespi vengono legati in mazzi o posti in gabbie retinate o cesti, per poi essere riposti accuratamente per evitare che si danneggino.

Come si coltiva: un processo unico

La coltivazione del radicchio rosso di Treviso è un vero rito agricolo, che richiede tempo e cura. Dopo la crescita nei campi, le piante vengono raccolte e sottoposte al cosiddetto processo di “imbiancamento” e per la forzatura – procedimento che dà al radicchio la colorazione e la croccantezza che lo contraddistinguono. Posti in vasche al buio, i fittoni vengono quindi immersi in acqua risorgiva locale, che viene mantenuta a una temperatura costante.
Le foglie, però, non devono mai venire a contatto con l’acqua! Queste condizioni fanno sì che la pianta superi la fase di ibernazione e ne favoriscono la nuova crescita. Il buio all’interno delle vasche impedisce al Radicchio di produrre clorofilla, portando i fittoni ad imbianchire.
Prima di vendere il prodotto come radicchio rosso di Treviso, la pianta viene sottoposta a un ultimo procedimento, cioè una lavorazione, eseguita esclusivamente a mano, che consiste nell’asportare le foglie più esterne e nel tagliare e scortecciare il fittone.
Questa operazione richiede una grande accuratezza, considerato che è solo grazie all’attenta rimozione delle parti più esterne che il Radicchio Rosso di Treviso assume il suo aspetto caratteristico ed è quindi pronto per essere venduto.


Sapore e caratteristiche

Il radicchio rosso di Treviso ha un gusto inconfondibile leggermente amarognolo, ma elegante con note dolci e fresche dopo l’imbianchimento una consistenza croccante e succosa.
Queste caratteristiche lo rendono estremamente versatile in cucina, capace di adattarsi sia a piatti rustici sia a preparazioni gourmet.
Oltre al gusto, questo ortaggio è apprezzato per le sue qualità benefiche. Ricco di antiossidanti, grazie al suo colore rosso intenso, fonte di vitamine (in particolare vitamina C e K) contiene sali minerali come potassio e calcio. Povero di calorie, ideale per un’alimentazione equilibrata e favorisce la digestione e ha proprietà depurative. Un alimento quindi non solo buono, ma anche salutare.
Il radicchio rosso di Treviso è incredibilmente versatile: lo si può mangiare crudo, in insalata, per apprezzarne la freschezza oppure alla griglia dove sviluppa note dolci e affumicate, al forno spesso con formaggi o speck ed è ottimo come protagonista nei primi piatti, soprattutto nei risotti. È proprio nella cucina veneta che trova la sua massima espressione.

Ricetta: risotto al radicchio rosso di Treviso

Ingredienti (per 4 persone):
320 g di riso Carnaroli
1 cespo di radicchio rosso di Treviso
1 scalogno
brodo vegetale q.b.
1 bicchiere di vino rosso
olio extravergine d’oliva
burro e parmigiano per mantecare

Procedimento:
Taglia il radicchio a listarelle sottili. In una casseruola, fai soffriggere lo scalogno tritato con un filo d’olio. Aggiungi il riso e tostalo per qualche minuto. Sfuma con il vino rosso. Unisci il radicchio e mescola. Porta a cottura aggiungendo brodo poco alla volta. A fine cottura, manteca con burro e parmigiano per ottenere una consistenza cremosa.
Consiglio: per un gusto più deciso, puoi aggiungere qualche pezzetto di gorgonzola o speck.

Un simbolo del territorio

Il radicchio rosso di Treviso non è solo un ingrediente: è un racconto di terra, acqua e tradizione. Ogni foglia racchiude il lavoro di generazioni di agricoltori e un legame profondo con il territorio.
Assaggiarlo significa portare in tavola un pezzo autentico di Veneto, fatto di stagioni, pazienza e passione.

Primavera sulle Dolomiti. Benessere e natura a Plan de Corones

Primavera sulle Dolomiti. Benessere e natura a Plan de Corones

Quando la primavera arriva sulle Dolomiti, il paesaggio intorno al Plan de Corones in Alto Adige cambia lentamente volto.
I boschi tornano verdi, profumano di terra e resina, i prati si riempiono di fiori alpini, crochi viola e primule gialle, e camminare sui sentieri diventa il modo più autentico per esplorare la montagna. Le vette oltre i tremila metri ancora innevate incorniciano alberi da frutto in fiore, l’acqua scorre impetuosa nei torrenti, le giornate si allungano. La luce più morbida, l’aria fresca e il silenzio rendono l’immersione nella natura ancora più intensa. È un periodo in cui si ha voglia di stare all’aria aperta, senza fretta, senza folla, a stretto contatto con la natura.

Talradwege Südtirol piste ciclabili ©AlexMoling

Il risveglio della natura in quota

Vivere le Dolomiti in primavera nella Regione Dolomitica Plan de Corones è un rituale lento, camminando lungo i percorsi escursionistici che partono dai paesi della valle verso i punti panoramici – da cui lo sguardo si apre sulle vette dolomitiche patrimonio Unesco – significa attraversare ambienti molto diversi in poche ore: boschi di larici e abeti, radure panoramiche e piccoli villaggi dove la cultura alpina si riflette nella vita quotidiana.
La primavera è anche uno dei momenti più affascinanti per osservare la fauna alpina: all’alba o nelle ore più tranquille della giornata non è raro avvistare marmotte, caprioli o camosci che tornano a muoversi nei prati.

Il terrazzo più bello elle Dolomiti. Harald Wisthaler

Escursioni sulla terrazza più bella delle Dolomiti

Dal 17 maggio 2026, con la riapertura degli impianti di risalita per la stagione estiva, è possibile arrivare sulla cima del Plan de Corones in pochi minuti, rendendo facilmente accessibili i sentieri e i punti panoramici in quota a famiglie, escursionisti e amanti della montagna.
Dalla cima del Plan de Corones lo sguardo abbraccia le Dolomiti e le Alpi a 360 gradi: i parchi naturali Fanes-Senes-Braies, Puez-Odle e delle Vedrette di Ries Aurina.
Si tratta della terrazza panoramica più celebre dell’Alto Adige, e non è un caso che Reinhold Messner abbia scelto proprio questa cima per il suo MMM Corones, il museo dedicato all’alpinismo tradizionale, firmdall’architettura visionaria di Zaha Hadid.
Accanto, il Lumen, Museo della Fotografia di Montagna, racconta le vette attraverso lo sguardo dei grandi fotografi.
Il contatto con il paesaggio alpino ha un effetto immediato su corpo e mente: respirare aria fresca, ascoltare il silenzio dei boschi e procedere con un ritmo lento lungo i sentieri aiuta a ritrovare equilibrio e vitalità. La primavera diventa così il periodo ideale per vivere giornate outdoor attive e rigeneranti, ritrovando equilibrio tra natura, movimento e relax.

Puez Odle

Primavera a Brunico e nei paesi delle valli

Il paesaggio della Regione Dolomitica Plan de Corones è tessuto di villaggi alpini, malghe con gerani alle finestre e sentieri che salgono dolcemente verso i panorami patrimonio Unesco.
Tra Brunico, San Vigilio di Marebbe, Valdaora, Valle di Anterselva e Chienes, che custodiscono un’atmosfera intima, dove il tempo scorre al ritmo delle stagioni, la primavera mostra il suo spettacolo di colori con prati verdi e piante in fiore sotto le cime ancora innevate.
Gli amanti della natura possono percorrere a passeggio o in bici i sentieri soleggiati lungo il fiume Rienza, la pista ciclabile della Val Pusteria o le vie storiche di Brunico, dove trascorrere ore piacevoli tra i portici medievali della città, i caffè, le enoteche, le pasticcerie in cui degustare delizie altoatesine, fare shopping di prodotti di artigianato locale e scoprire la vivace vita culturale della città con i suoi musei, castelli e chiese medievali.
La Valle di Anterselva invita a lasciarsi incantare dai riflessi turchesi del Lago di Anterselva lungo un suggestivo percorso naturalistico ad anello, proseguendo poi verso il Parco Naturale Vedrette di Ries-Aurina, dominato da 38 vette oltre i tremila metri. Qui il paesaggio primaverile si apre tra prati punteggiati di tarassaco, boschi di abeti e cirmoli, offrendo scorci di straordinaria varietà e bellezza.

Il parco per bike ©wisthaler.com

Bike: la primavera attiva a Plan de Corones

In primavera, piste ciclabili e percorsi tra prati, boschi e villaggi offrono il contesto ideale per attraversare la regione su due ruote in un paesaggio che invita a essere esplorato con calma, godendo delle temperature miti, dei sentieri ancora tranquilli e della luce unica delle Dolomiti.
La pista ciclabile della Val Pusteria collega borghi e paesaggi del fondovalle lungo il corso del fiume Rienza, offrendo itinerari accessibili e panoramici in un territorio ricco di contrasti che sale verso malghe e pascoli d’alta quota, regalando nuovi scorci sulle Dolomiti.
I più sportivi invece possono avventurarsi nel Kronplatz Bike Park, uno dei più rinomati delle Alpi, tra le mete più apprezzate dagli appassionati di mountain bike: trail flow, percorsi tecnici e linee panoramiche lo rendono un punto di riferimento per chi cerca adrenalina immersa nella natura.

Valle dei Mulini Mühlental Val di Morins

Sapori di primavera: nel cuore della tradizione alpina tra malghe e villaggi

Nel territorio del Plan de Corones la primavera si esprime anche nei sapori: con la riapertura di malghe e rifugi d’alpeggio – dove si possono assaggiare piatti come i canederli, il formaggio Graukase, le turtres ripiene di spinaci e ricotta e la panicia, una zuppa d’orzo che profuma di affumicato – la cucina ladina e tirolese torna protagonista con ingredienti semplici e stagionali che riflettono il ritmo della natura. Erbe di montagna, formaggi freschi, speck Alto Adige IGP, vini e prodotti locali raccontano il territorio e le sue tradizioni ladina e tirolese, mentre l’incontro con allevatori e gestori di malga offre uno sguardo autentico sulla vita in quota.
Tra panorami dolomitici e specialità tipiche, la primavera diventa così il momento ideale per scoprire l’anima più genuina delle Alpi.
Per maggiori informazioni: kronplatz.com

Spiagge d’Italia dove andare tra fine aprile e maggio (prima che arrivino tutti)

Spiagge d’Italia dove andare tra fine aprile e maggio (prima che arrivino tutti)

C’è un momento preciso in cui il mare dà il meglio di sé. Non è agosto. Non è nemmeno luglio.
È quel breve spazio tra fine aprile e maggio in cui le spiagge italiane sono ancora vuote, l’aria è tiepida e il tempo sembra allargarsi.
Niente file, niente ombrelloni in fila, niente rumore di fondo. Solo mare, luce e spazio.
Se stai cercando dove andare al mare in primavera in Italia, queste sono le destinazioni giuste.

Cala Violina

1 – Cala Violina, silenzio e sabbia che suona (Toscana) 

Nel cuore della Maremma, Cala Violina è una di quelle spiagge che non si limitano a mostrarsi: si “sentono”.
La sabbia finissima, infatti, produce un suono leggero sotto i passi, quasi impercettibile ma distintivo, che ha contribuito a renderla celebre. Il mare è trasparente, con sfumature che cambiano a seconda della luce, e la cornice di macchia mediterranea la tiene protetta come un piccolo segreto.
In primavera è nel suo equilibrio migliore. Il sentiero nel bosco che la raggiunge è già parte dell’esperienza, e una volta arrivati la sensazione è quella di uno spazio ancora intatto, lontano dal pieno della stagione estiva.
Non è una spiaggia da vivere di fretta: va raggiunta con calma, e soprattutto va rispettata nei suoi ritmi. Ed è proprio questa lentezza a renderla speciale.

Baia del silenzio

2 – Baia del Silenzio, il nome dice tutto (Liguria)

Una delle spiagge più eleganti della Riviera ligure, ma anche una delle più sorprendenti quando la vivi fuori stagione.
In primavera la Baia del Silenzio rallenta davvero: le barche sono poche, la sabbia si riempie solo di passi leggeri e il mare sembra quasi sospeso. Le case color pastello che la incorniciano riflettono una luce morbida, quasi cinematografica.
È il tipo di luogo che non ha bisogno di grandi gesti: basta sedersi e guardare. Il tempo qui perde consistenza, soprattutto tra fine aprile e maggio, quando la Liguria è ancora lontana dal pieno turistico.
Perfetta per una pausa breve, ma anche per restare più del previsto.

Spiaggia di Tuerredda

3 – Spiaggia di Tuerredda, quasi caraibica (Sardegna)

Tra le spiagge più iconiche della Sardegna, Tuerredda in primavera cambia completamente ritmo.
La mezzaluna di sabbia chiara e finissima si apre su un mare che sfuma dal verde al turchese con una trasparenza quasi irreale. In questo periodo, prima dell’arrivo dei grandi flussi estivi, il paesaggio sembra ancora più essenziale: meno rumore, più spazio, più natura.
Il piccolo isolotto di fronte alla baia diventa il punto focale dello sguardo, mentre il vento leggero mantiene l’aria fresca anche nelle giornate più soleggiate. È il momento ideale per camminare lungo la riva, fermarsi a lungo senza fretta e vivere il mare in modo più intimo.
In primavera Tuerredda non è ancora “cartolina affollata”, ma un luogo che si lascia davvero attraversare con calma.

Cala Bianca

4 – Cala Bianca, natura pura nel Cilento (Campania)

Raggiungibile solo a piedi o via mare, Cala Bianca è una di quelle spiagge che devi meritarti. Il sentiero per arrivarci attraversa tratti di macchia mediterranea e scorci sul mare che anticipano quello che troverai: una baia raccolta, fatta di ciottoli chiari e acqua trasparente.
Il nome non è casuale: la luce qui rimbalza sulle pietre e rende tutto più luminoso, quasi accecante nelle giornate limpide.
In primavera è il momento perfetto per viverla davvero. Pochissime persone, silenzio totale e una natura che si prende tutto lo spazio. Niente stabilimenti, niente musica, solo il rumore del mare.
È il posto giusto per chi vuole staccare sul serio — anche solo per qualche ora.

Punta Aderci

5 – Punta Aderci, selvaggia e sorprendente (Abruzzo)

Una delle riserve naturali più affascinanti d’Italia, dove il mare incontra un paesaggio ancora intatto. Qui non troverai stabilimenti o servizi invadenti: solo dune, campi coltivati, sentieri e una costa che cambia forma a ogni passo.
Dalla spiaggia di ciottoli di Punta Penna alle calette più nascoste, tutto invita a esplorare senza fretta.
In primavera è il suo momento migliore. Il verde è acceso, l’aria è limpida e il vento leggero tiene lontano il caldo e, soprattutto, la folla. Puoi camminare per chilometri lungo la costa o salire sui sentieri panoramici, con l’Adriatico sempre davanti.
È il posto giusto se cerchi un mare diverso: meno perfetto, forse, ma decisamente più vero.

spiaggia dei conigli

6 – Spiaggia dei Conigli, il paradiso (Sicilia)

Tra le spiagge più famose d’Europa, ma fuori stagione diventa qualcosa di completamente diverso. A maggio puoi viverla senza caos, con un mare incredibile e una sensazione di spazio che in estate semplicemente non esiste. L’acqua ha sfumature chiarissime, quasi irreali, e la spiaggia — protetta e incontaminata — mantiene un equilibrio raro.
Arrivarci richiede una breve camminata, ed è proprio questo a preservarne la bellezza: niente accessi immediati, niente folla improvvisa. Solo silenzio, vento e mare.
È anche un luogo delicato, parte di una riserva naturale dove spesso nidificano le tartarughe Caretta Caretta. Per questo l’esperienza è ancora più speciale: non è solo una spiaggia, è un ecosistema da rispettare.
In primavera, tutto questo si percepisce ancora di più. Ed è lì che capisci perché viene considerata una delle più belle al mondo.

marina di Alberese

7 – Marina di Alberese, la Maremma più autentica (Toscana)

All’interno del Parco della Maremma, questa spiaggia è lunga, selvaggia e rimasta com’era: niente costruzioni invasive, solo sabbia, vento e mare.
Qui non arrivi per caso. Ci si arriva in bici, a piedi o con navette controllate, ed è proprio questo a fare la differenza: meno gente, più natura, più silenzio.
In primavera è nel suo momento migliore. La macchia mediterranea è verde e profumata, la luce è morbida e le distanze sembrano dilatarsi. Puoi camminare per chilometri senza incontrare quasi nessuno, con il suono delle onde come unico sottofondo.
Non è una spiaggia “comoda”. Ma è proprio questo il punto. Se cerchi autenticità, qui la trovi senza filtri.

San Vito Lo Capo

8 San Vito Lo Capo, estate anticipata

Qui la stagione parte prima. Già tra fine aprile e maggio si può godere di giornate calde e mare invitante. Il vantaggio? Vivere una delle spiagge più belle d’Italia senza il pienone estivo.
La spiaggia è una distesa chiara e luminosa, con acqua bassa e trasparente che ricorda scenari tropicali. Ma è tutto intorno che si completa l’esperienza: il profilo di Monte Monaco che domina il paesaggio, il borgo raccolto e l’atmosfera rilassata che invita a rallentare.
In questo periodo puoi goderti lunghe passeggiate sulla battigia, primi bagni senza folla e pranzi vista mare senza attese. E poi c’è la cucina: cous cous di pesce, profumi mediterranei e sapori che sanno già d’estate.
È il posto giusto se vuoi anticipare la stagione, senza rinunciare alla tranquillità.

Porto selvaggio

9 – Porto Selvaggio, il mare nascosto (Puglia)

Non è la classica spiaggia da cartolina: è molto di più.
Una baia immersa nel verde, con acqua freschissima e un’atmosfera completamente diversa dal Salento più turistico.
Qui si arriva a piedi, attraversando una pineta che profuma di resina e mare. È già parte dell’esperienza: il rumore si spegne, il ritmo cambia, e quando finalmente si apre la vista sulla baia capisci di essere nel posto giusto.
L’acqua è tra le più limpide della zona, alimentata da sorgenti che la rendono incredibilmente fresca anche nelle giornate più calde. Non ci sono grandi stabilimenti, solo natura, scogli e silenzio.
In primavera, tutto questo si amplifica: pochi visitatori, colori intensi e una sensazione rara di spazio.
È il posto perfetto per chi cerca il mare, ma senza tutto il resto.

Camogli

10 – Camogli, mare e borgo, senza caos (Liguria)

Una delle località più affascinanti della Riviera ligure, ma con un vantaggio enorme: tra fine aprile e maggio riesce ancora a essere vivibile.
Le case alte e colorate affacciate direttamente sulla spiaggia creano uno dei panorami più iconici della Liguria, ma senza il rumore e la densità dell’estate.
Qui il mare è subito profondo, l’acqua limpida e l’atmosfera sorprendentemente rilassata.
Il bello di Camogli in primavera è proprio questo equilibrio: puoi alternare una mattina in spiaggia a una passeggiata sul porticciolo, fermarti per un pranzo vista mare e poi ripartire senza fretta.
Da non perdere una camminata verso San Fruttuoso (anche via battello), oppure un’escursione nel vicino Parco Naturale di Portofino, quando i sentieri sono nel loro momento migliore.
E poi c’è lei, immancabile: la focaccia. Calda, fragrante, da mangiare seduti su un muretto guardando il mare.
A Camogli non serve molto altro.