Cannonau di Sardegna Passito Doc: il lato più intenso (e meno conosciuto) dell’isola

Cannonau di Sardegna Passito Doc: il lato più intenso (e meno conosciuto) dell’isola

Torniamo a parlare di vini dolci che, in ogni zona d’Italia hanno lo stesso comun denominatore: essere una fetta piccolissima della produzione ma con un anima territoriale definita.
Quando si parla di vino sardo, il pensiero corre veloce ai rossi strutturati, al sole, alla macchia mediterranea. Ma c’è una versione più lenta, più concentrata, quasi intima, che racconta l’isola in modo diverso.
È il Cannonau di Sardegna Passito doc: un vino che non si limita a essere dolce, ma costruisce un’esperienza.


Un vino che nasce dal tempo

Il Cannonau Passito parte dallo stesso vitigno simbolo dell’isola, ma cambia completamente ritmo. Le uve vengono lasciate appassire, concentrando zuccheri, aromi e struttura.
Il risultato è un vino più denso, profondo, con note che vanno ben oltre la semplice dolcezza: frutta matura, spezie, sfumature quasi balsamiche.
È un processo che richiede attenzione e pazienza — e si sente.

Un sorso che racconta la Sardegna più autentica

Il Cannonau di Sardegna Passito Doc non è un vino “facile”. Non si beve distrattamente. È uno di quei vini da fine giornata, da conversazione lenta, da abbinamenti scelti con cura.
Perfetto con formaggi stagionati e sapidi, dolci secchi della tradizione sarda oppure da solo, come vino da meditazione


Dove nasce davvero

Il Cannonau è diffuso in tutta la Sardegna, ma le versioni passite raccontano spesso territori più interni, meno battuti dal turismo di massa.
Qui il paesaggio cambia: meno spiagge iconiche, più colline, vigneti, silenzi. È una Sardegna diversa, più autentica e meno raccontata.

Perché scoprirlo oggi

In un momento in cui cresce l’interesse per vini identitari e produzioni di nicchia, il Cannonau Passito rappresenta una scelta controcorrente. Non è il vino più famoso dell’isola, ma è forse uno dei più profondi.

In Molise alla scoperta dei tratturi: le autostrade del passato

In Molise alla scoperta dei tratturi: le autostrade del passato

In Molise ciò che colpisce è l’assetto territoriale rimasto ancora ai Tratturi che dettarono per millenni addietro la legge del movimento e dell’insediamento.
I Tratturi sono le “autostrade del passato” e segni di un paesaggio tipico, costellato di paesini, borghi antichi, di casolari e di riserve naturali.

“Molti uomini hanno fatto il cammino che noi facciamo: la nostra orma si perde, ma la strada rimane”. È l’iscrizione pastorale posta all’inizio del Tratturo Pescasseroli-Candela, uno dei cinque Tratturi principali, detti Regi Tratturi che attraversano il Molise, una vera e propria rete viaria, insieme al Celano-Foggia, Castel di Sangro-Lucera, L’Aquila-Foggia, Centurelle-Montesecco.

Roccamandulfi

Un viaggio nell’Italia più profonda

È un viaggio nel territorio, nelle tradizioni, nella cultura e nella religiosità delle genti Molisane che da sempre hanno legato la loro vita alla pastorizia transumante, sulle orme dei pastori che ogni anno partivano dall’Appennino per portare le greggi a passare l’inverno nel clima più mite del Tavoliere delle Puglie.
Sui Tratturi non sono transitate solo le greggi, ma anche e soprattutto uomini, ognuno con il proprio bagaglio di esperienze: crociati, soldati, imperatori, mercanti, medici, architetti, pastori. E fu proprio sulla confluenza delle reti tratturali che sorsero molti centri Molisani.
Il sistema dei Tratturi può essere definito come una rete di ampie strade erbose che collegavano il Tavoliere delle Puglie ai pascoli degli Appennini circostanti.
I Tratturi sono stati definiti anche come “le antiche vie della lana”, in effetti era la lana il prodotto più importante dell’allevamento ovino e soprattutto sulla lana si reggeva il sistema economico della pastorizia transumante che riuniva in un’unica macroregione le cinque regioni interessate (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e Campania). I Tratturi costituivano la struttura di questo sistema. Le “vie della lana” diventarono anche vie del commercio, degli eserciti, dei Pellegrinaggi Cristiani, della cultura.


Una storia antica 

Il Molise, zona obbligatoria di transito fra gli alti pascoli dell’Abruzzo e le distese pianeggianti della Puglia, è stato caratterizzato, più delle altre regioni, dai Tratturi, che rappresentano un bene specifico del territorio Molisano ed è per tale ragione che il Molise ha costituito e costituisce ancora oggi il punto cardine di sviluppo e collegamento dell’attività transumante Italiana.
La sua peculiarità è data non solo dalla lunghezza, 450 km, ma dal fatto che la rete tratturale ha costituito una griglia sulla quale si è inserito il sistema urbano e produttivo della regione, i Comuni Molisani attraversati dai Tratturi sono settantasette.
Per Sabatino Moscati, già Presidente dell’Accademia dei Lincei, “i Tratturi hanno dettato qui (in Molise) la legge dell’insediamento e del movimento”.
Queste “autostrade del passato”, dette anche “giganti verdi”, rappresentavano importanti luoghi di incontro in cui si socializzava, si commerciava e si pregava nelle Chiesette sparse lungo il percorso.
Il Tratturo è un largo sentiero erboso, pietroso o in terra battuta, sempre a fondo naturale, originatosi dal passaggio e dal calpestio degli armenti. Il suo tragitto segna la direttrice principale del complesso sistema reticolare dei percorsi che si snodano e si diramano in sentieri minori costituiti dai tratturelli, bretelle che univano tra loro i Tratturi principali, dai bracci e dai riposi. Gli spostamenti stagionali avvenivano quindi lungo una rete di sentieri verdi, formata da Tratturi, bracci e tratturelli (Tratturi minori).
I Tratturi costituivano le principali vie di spostamento ed erano dotati di una larghezza originaria pari a 111,6 metri. Questi percorsi erano utilizzati dai pastori per compiere la Transumanza ossia per trasferire con cadenza stagionale mandrie e greggi da un pascolo all’altro. In Italia l’intrecciarsi di queste vie armentizie, stimato in 3.100 km, si rileva nei territori delle regioni Centro-Meridionali. Le vie erbose si trovano diffuse principalmente in Abruzzo, Molise, Umbria, Basilicata, Campania e Puglia. Le loro piste erano percorse nelle stagioni fredde in direzione sud, verso la Puglia, dove esisteva, presso la città di Foggia la Dogana delle Pecore, mentre nei mesi caldi le greggi percorrevano il percorso inverso tornando ai pascoli montani dell’Appennino centrale dove la pastorizia era invece regolata dalla Doganella d’Abruzzo. L’intero apparato stradale aveva origine nelle zone montane e più interne dell’area abruzzese e si concludeva nel Tavoliere delle Puglie.
Lungo i percorsi si incontravano campi coltivati, piccoli borghi dove si organizzavano le soste, dette stazioni di posta, Chiese rurali, icone sacre, pietre di confine o indicatrici del tracciato.
Il nome Tratturo comparve per la prima volta durante gli ultimi secoli dell’Impero Romano come deformazione fonetica del termine latino “tractoria”, vocabolo che nei Codici di Teodosio (401-460) e di Giustiniano (482-565), designava il privilegio dell’uso gratuito del suolo di proprietà dello Stato e che venne esteso anche ai pastori della Transumanza.
La Transumanza definibile come spostamento stagionale delle greggi dai pascoli estivi della montagna a quelli invernali in pianura, ha costituito, nella realtà storica, un fenomeno molto complesso che ha coinvolto diversi aspetti della vita e della cultura; nata come migrazione spontanea degli animali che seguivano i pascoli più verdi, divenne nel IV sec. a.C. un fenomeno gestito e controllato da un popolo: i Sanniti. 
L’allevamento ovino iniziò così a segnare il paesaggio, condizionando la nascita delle città e centri commerciali che si svilupparono lungo il tracciato delle vie percorse dalle greggi: i Tratturi. Consolidatosi in epoca romana, il sistema trovò la sua massima affermazione nel XV sec. con gli Aragonesi che mutuarono il modello organizzativo della Mesa spagnola adeguandolo, con opportuni correttivi, alle peculiarità dell’Italia Meridionale.
I Regi Tratturi costituiscono pertanto una preziosa testimonianza di percorsi formatisi in epoca protostorica in relazione a forme di produzione economica e di conseguente assetto sociale basate sulla pastorizia, perdurati nel tempo e rilanciati a partire dall’epoca normanno-sveva, e poi angioina ed aragonese, così da rappresentare un frammento di storia conservatosi pressoché intatto per almeno sette secoli e via via arrichitosi da ulteriori stratificazioni storiche, tanto da renderli il più imponente monumento della storia economica e sociale dei territori dell’Appennino Abruzzese-Molisano e del Tavoliere delle Puglie.


Il paesaggio
 

In Molise ciò che colpisce è l’assetto territoriale rimasto ancorato ai Tratturi che dettarono per millenni addietro la legge del movimento e dell’insediamento.
Certo oggi i Tratturi sono segni di un paesaggio tipico, quel paesaggio di prossimità che è proprio del rapporto mutualistico uomo-ambiente, costellato di paesini, borghi antichi, di casolari e di riserve naturali.
I Tratturi furono strade molto particolari e per certi aspetti irripetibili. Disposti come meridiani (Tratturi) e paralleli (Tratturelli e bracci) essi formarono una rete viaria a maglie strette che copriva in modo equilibrato e uniforme tutto il territorio.
Manifestazione naturale dell’orografia del territorio, queste strade particolari sulle quali sono sorti più di 70 centri abitati, sono da considerarsi veri e propri musei all’aperto, in cui si trovano testimonianze di ogni tempo e di ogni tipo, architettonico, naturalistico, archeologico, della natura e dell’uomo.
Dal punto di vista naturalistico e geografico, i Tratturi si sviluppano per circa 4086 ettari e consistono in lunghe piste erbose che si diramano in un paesaggio molto vario, che va dalle montagne alle colline, alle valli, toccando fiumi e laghi.


I cinque grandi tratturi

I principali Tratturi che attraversano il Molise, collegando le montagne abruzzesi all’immensa piana pugliese del Tavoliere, sono, da sud ovest a nord est, il Pescasseroli-Candela (lunghezza totale 211 km), il Castel di Sangro-Lucera (127 km), il Celano-Foggia (207 km), il L’Aquila-Foggia («Tratturo magno», il più lungo d’Italia: 244 km) e la sua diramazione Centurelle-Montesecco (120 km).
Insieme ai Tratturi vanno ricordati anche i tratturelli, di ampiezza compresa tra i 32 e i 38 metri ed i bracci, dai 12 ai 18 metri, come il Tratturello Pescolanciano-Sprondasino, il Tratturello Ururi-Serracapriola, il Braccio Cortile-Matese ed il Braccio Cortile-Centocelle.
La rete di “Tratturelli”, secondari e di collegamento era cura dell’antico mondo agricolo e pastorale mantenere.
Dimessi oramai da tempo quali via di comunicazione di persone, animali e merci, i Tratturi sono diventati dei grandi musei all’aperto. E in quei luoghi dove ragioni diverse ne hanno consentito la sopravvivenza, essi costituiscono oggi anche delle preziose testimonianze storiche e culturali.
Le caratteristiche dei Tratturi principali sono le seguenti:
Pescasseroli-Candela: Costeggia i monti del Matese e presenta un percorso praticabile e pianeggiante tra Bojano e Sepino per circa 15 km.
Castel di Sangro – Lucera: Ha un percorso in gran parte montuoso e per molti tratti sono riconoscibili da posizioni panoramiche lunghe strisce erbose.
Celano – Foggia: Il percorso è prevalentemente montuoso, con attraversamenti del Trigno e del Biferno; ben visibile un tratto dal s.s. Bifernina.
L’Aquila-Foggia: Percorso a ridosso della spiaggia, poi leggermente addentrato.
Percorribile solo in brevi tratti: S.Giacomo – Guglionesi e San Martino in Pensilis.

Il castello più bello d’Italia? Esiste davvero (ed è in un posto che non ti aspetti)

Il castello più bello d’Italia? Esiste davvero (ed è in un posto che non ti aspetti)

In Italia i castelli non sono solo pietre antiche messe una sull’altra. Sono storie, paesaggi, potere, vite passate — e, ancora oggi, un certo tipo di magia difficile da spiegare.
Dalle fortezze tra le Alpi ai manieri nascosti nelle pianure, fino alle rocche che si affacciano sul mare o si arrampicano sugli Appennini, queste costruzioni hanno fatto molto più che difendere territori: hanno deciso rotte, segnato confini, costruito identità. E sì, inutile girarci intorno: continuano a esercitare un fascino incredibile.


Perché i borghi con castello ci prendono così tanto

Non è solo questione di estetica (anche se, ammettiamolo, l’impatto visivo è pazzesco). È l’insieme: vicoli in pietra, case antiche, piazze silenziose e poi lui, il castello, che domina tutto. Non come un dettaglio, ma come il cuore del borgo.
In molti casi è proprio la rocca a definire l’identità del luogo.
Succede spesso nei borghi medievali del Centro e Nord Italia, dove il castello non è solo un monumento: è presenza. E poi ci sono i luoghi che fanno un salto in più.


Rocca Calascio
: il castello più bello (secondo il mondo)

Sì, perché tra tutti ce n’è uno che gioca in un’altra categoria. Rocca Calascio è stato inserito da National Geographic tra i 15 castelli più belli del mondo.
Non d’Italia. Del mondo. E quando arrivi, capisci subito perché.
Siamo in Abruzzo, in provincia dell’Aquila. Ma più che una destinazione, sembra una scena.
La rocca si trova a circa 1.460 metri di altitudine, sospesa tra cielo e terra, circondata da uno dei paesaggi più spettacolari dell’Appennino: Gran Sasso, Campo Imperatore, Maiella, Sirente-Velino.
Qui il panorama non è uno sfondo. È parte dell’esperienza.
Anche il FAI la descrive come una delle vedute più suggestive d’Italia — e non è difficile crederlo.
C’è un dettaglio che cambia tutto: Rocca Calascio è anche uno dei castelli più alti d’Italia. Il risultato?
Un luogo che non è solo scenografico, ma quasi surreale. Vento, silenzio, luce netta. Qui la bellezza non è addomesticata.


Perché andarci (davvero)

Se ami i castelli, questo è un punto fermo.
Ma anche se non sei un appassionato, Rocca Calascio è uno di quei posti che funzionano comunque. Perché non è solo storia. È atmosfera. È uno di quei luoghi da attraversare lentamente, senza programma rigido, lasciando che sia il paesaggio a guidarti.
In un Paese pieno di meraviglie, Rocca Calascio riesce ancora a sorprendere.
Forse perché è isolata. Forse perché è estrema. Forse perché sembra rimasta fuori dal tempo. O forse perché, ogni tanto, l’Italia riesce ancora a stupire senza fare troppo rumore.

Il Balsamico Tradizionale di Modena conquista la Spagna

Il Balsamico Tradizionale di Modena conquista la Spagna

Malpighi l’antica acetaia modenese conquista i massimi riconoscimenti “Gran Oro” e “Oro” al VINAVIN, concorso sui migliori aceti di qualità prodotti a livello internazionale che si tiene tutti gli anni a Córdoba, Andalusia, confermandosi ambasciatrice dell’eccellenza italiana nel mondo.
Premiato l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP Extra Vecchio, con caratteristiche di invecchiamento di oltre 25 anni.


Un’eccellenza italiana sul tetto del mondo

L’eccellenza dell’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena Dop continua a scalare le vette della gastronomia mondiale.
Acetaia Malpighi, antica acetaia di Modena con oltre 175 anni di storia alle spalle, ha ricevuto due importanti riconoscimenti in occasione dell’VIII Concurso Internacional de Vinagres de Calidad VINAVIN – Diputación de Córdoba (http://vinavin.es/) organizzato dall’associazione VINAVIN con il supporto dell’amministrazione provinciale (Diputación de Córdoba) a Córdoba, in Andalusia (Spagna). In un contesto che ha visto sfidarsi i migliori produttori globali, l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP Extra Vecchio della maison Acetaia Malpighi è stato premiato con la Medaglia d’Oro e con il riconoscimento Gran Oro, assegnato al
miglior prodotto.


La felicità del patron Massimo Malpighi

Un’onorificenza che riconosce il valore di un percorso costruito nel tempo. “Portare il nome di Modena sul gradino più alto di un podio internazionale come quello di VINAVIN non è solo un successo aziendale – afferma il cav. Massimo Malpighi, presidente della maison – ma un tributo alla nostra terra e alla cultura del saper fare che custodiamo con amore.”

Un concorso mondiale

Il concorso internazionale Concurso Internacional de Vinagres de Calidad VINAVIN – Diputación de Córdoba rappresenta un appuntamento di riferimento per il settore, dedicato alla valutazione e al riconoscimento dei migliori aceti di qualità prodotti a livello internazionale per riconoscerne qualità, diversità ed eccellenza, oltre a promuoverne la conoscenza e la diffusione tra professionisti e consumatori.
Il Concurso Internacional de Vinagres de Calidad VINAVIN è uno dei principali concorsi al mondo dedicati alla qualità degli aceti, con un’attenzione particolare alle produzioni artigianali e tradizionali.
Gli aceti in gara vengono analizzati da una giuria di esperti attraverso degustazioni alla cieca. I criteri di valutazione includono: profilo aromatico, equilibrio gustativo, complessità e qualità complessiva.
Questo importante riconoscimento si aggiunge al già ricco palmarès dell’azienda, che dal 1989 (1° cucchiaino d’oro al Palio di San Giovanni) ad oggi ha collezionato oltre 40 prestigiosi riconoscimenti internazionali, confermandosi punto di riferimento mondiale per la qualità e l’innovazione nel settore dell’Aceto Balsamico.
L’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP Extra Vecchio Malpighi premiato ha caratteristiche di invecchiamento di oltre 25 anni, si caratterizza per la densità elevata, il profumo intenso e persistente, un sapore pienamente armonico e maturo.


Focus su Aceto Balsamico Tradizionale di Modena Dop: il tempo come ingrediente segreto

Non è un semplice condimento. È attesa, trasformazione, memoria.
L’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP è uno di quei prodotti che non si spiegano solo con il gusto, ma con il tempo. Anni — spesso decenni — racchiusi in poche gocce.
A differenza dell’aceto balsamico “comune”, quello tradizionale nasce da un solo ingrediente: mosto cotto d’uva.
Poi succede qualcosa di raro: inizia un percorso lentissimo fatto di travasi, botti di legni diversi e cambi di stagione. Nessuna fretta, nessuna accelerazione.
Il risultato arriva solo dopo almeno 12 anni di invecchiamento — e può superare i 25.
Denso, scuro, complesso. L’aceto tradizionale non si versa: si misura.
Bastano poche gocce su un pezzo di Parmigiano, su fragole fresche o su un risotto per cambiare completamente l’esperienza.
È un ingrediente che non copre, ma amplifica.
Dietro ogni bottiglia c’è un sistema di saperi tramandati, spesso all’interno delle stesse famiglie. A Modena, l’aceto tradizionale non è solo un prodotto: è identità culturale. Un rituale domestico prima ancora che commerciale.

 

Isole Egadi, l’arcipelago che conquista

Isole Egadi, l’arcipelago che conquista

Le Isole Egadi, al largo della costa occidentale della Sicilia, sono un piccolo arcipelago che conquista al primo sguardo: mare trasparente, ritmi lenti, profumo di macchia mediterranea e una bellezza autentica che resiste al turismo di massa.
Qui il tempo sembra scorrere diversamente, tra pedalate sul lungomare, tuffi in calette segrete e tramonti infuocati.
Se stai cercando una meta perfetta per un viaggio tra natura, relax e sapori mediterranei, questo è il posto giusto. Perfetta da visitare a maggio con l’esplosione delle fioriture,

La famosa Cala Rossa

Favignana, la “farfalla sul mare”

Favignana è l’isola più grande e più frequentata delle Egadi, famosa per la sua forma a farfalla e per le incredibili sfumature del mare. È la base ideale per esplorare l’arcipelago, soprattutto se ami muoverti in bicicletta.
Arrivare a Favignana è come cambiare ritmo senza accorgersene.
Basta mezz’ora di aliscafo da Trapani, e improvvisamente il mondo sembra muoversi più piano: il vento profuma di sale, le biciclette scorrono leggere sul lungomare, il mare ti guarda con tutte le sue sfumature di blu.
Qui non si viene solo in vacanza. Si viene per respirare, per rallentare, per ricordarsi che la bellezza, a volte, è fatta di cose semplici.
Favignana si esplora senza fretta. Anzi, è quasi un dovere farlo. Il mezzo ufficiale dell’isola è la bicicletta: niente traffico, niente stress, solo strade costiere, cave di tufo dorate dal sole e scorci improvvisi sul mare.
Pedalando, scopri che ogni curva regala una sorpresa: una caletta nascosta, un vecchio muretto, un panorama che sembra dipinto.Qui la fretta non serve. E non manca.
A Favignana il mare non è solo uno sfondo. È il vero padrone di casa.
Cala Rossa è un’emozione pura. Un anfiteatro naturale di roccia chiara, scavato dal tempo e dall’uomo, che si tuffa in un’acqua color smeraldo. Quando il sole è alto, sembra di nuotare dentro un vetro liquido.
Cala Azzurra è invece la dolcezza. Più morbida, più accessibile, con fondali bassi e sabbia chiara.

Perfetta per lunghe nuotate e pomeriggi senza orologio.
A Bue marino e alle cave Favignana mostra il suo volto più selvaggio: pareti di tufo, mare profondo, silenzio interrotto solo dalle onde.
Ma Favignana non è solo spiagge. È storia, lavoro, tradizione.
Nel cuore dell’isola si trova l’antica tonnara, oggi museo: un luogo che racconta la vita dura e affascinante dei tonnaroti, la pesca del tonno, le stagioni scandite dal mare. Camminando tra le vecchie strutture industriali, capisci che qui il mare non è mai stato solo turismo. È stato pane, fatica, identità. E in parte lo è ancora.
Verso sera, tutto converge lì: sul porto. Barche che rientrano, bambini che giocano, tavolini che si riempiono, calici che tintinnano. Il sole scende lentamente dietro l’isola, tingendo tutto di arancio, rosa, oro. È un momento silenzioso e collettivo allo stesso tempo. Tutti guardano. Nessuno parla troppo. Favignana, in quell’istante, sembra ringraziare chi ha scelto di fermarsi.

L’approdo a Levanzo

Levanzo, l’isola del silenzio

Levanzo è la più piccola delle Egadi, ma forse la più poetica.
Qui dominano silenzio, natura e semplicità. Il borgo si affaccia su un mare limpidissimo ed è fatto di poche case bianche e barche colorate.
Levanzo è un’isola che non si concede subito, che non fa rumore, che non cerca attenzione.
Qui tutto è essenziale: poche case bianche affacciate sul mare, barche colorate che ondeggiano lente nel porto, sentieri che si perdono tra rocce e profumi di macchia mediterranea. Arrivare a Levanzo significa lasciare indietro il superfluo e tenere con sé solo l’essenziale: tempo, sguardo, respiro.
Il cuore dell’isola è un piccolo villaggio raccolto attorno al porto.
Non ci sono grandi viali, né vetrine scintillanti. Solo vicoli, muretti chiari, finestre aperte sull’azzurro.
Al mattino senti il rumore dei pescatori che preparano le reti. Nel pomeriggio, il silenzio è rotto solo dal vento. La sera, le luci sono poche e morbide, come se l’isola volesse proteggere il buio.
Levanzo non si visita. Si ascolta.
Qui il mare sembra filtrato, purificato, reso più leggero. È trasparente fino all’incredibile, capace di mostrare fondali, rocce, pesci anche a metri di profondità.
Cala Fredda è una baia selvaggia, circondata da rocce chiare e natura intatta. Il nome racconta già tutto: acqua fresca, pura, rinvigorente. Perfetta per chi cerca un bagno lontano da ogni folla.
Ma molti degli angoli più belli di Levanzo si scoprono via mare. Piccole insenature, grotte, scogli piatti dove stendere l’asciugamano e dimenticare il tempo. Ogni tuffo qui è un piccolo privilegio.
Tra le sorprese più incredibili dell’isola c’è la Grotta del Genovese. All’interno, incisioni e pitture rupestri risalenti a migliaia di anni fa raccontano la vita dei primi abitanti del Mediterraneo: scene di caccia, animali, figure umane. Visitabile solo con guida, è un’esperienza che spiazza. Perché in un luogo così piccolo si nasconde una memoria enorme. È come entrare nel tempo.

La costa di Marettimo

Marettimo, natura selvaggia e mare profondo

Marettimo è la più lontana, la più montuosa, la più autentica delle Egadi.
Un’isola che non si lascia addomesticare, che non si piega al turismo veloce, che conserva intatto il suo carattere forte. Qui la natura non fa da cornice. È la protagonista assoluta.
Montagne che si tuffano nel mare, grotte scolpite dall’acqua, sentieri sospesi nel vuoto, fondali profondissimi. Marettimo non si guarda soltanto.
Si attraversa, si respira, si conquista passo dopo passo. Arrivare a Marettimo è già un viaggio.
L’aliscafo lascia alle spalle Favignana e Levanzo, e lentamente l’isola emerge dall’orizzonte come una fortezza naturale. Ripida, verde, imponente.
Il piccolo borgo si raccoglie intorno al porto: case chiare, reti stese al sole, barche che oscillano lente. Qui vivono pochi abitanti, custodi silenziosi di un luogo ancora vero. Il tempo, a Marettimo, non corre.
Cammina.
Una delle esperienze più emozionanti dell’isola è il tour in barca lungo la costa. Marettimo ospita oltre 400 cavità naturali, scavate dal mare nel corso dei millenni. Un labirinto di luce, acqua e roccia. Dentro alcune cavità, il silenzio è totale. Sembra di entrare in una cattedrale marina. Un’esperienza che resta impressa.
Marettimo è un paradiso anche per gli amanti del trekking. I suoi sentieri salgono, scendono, si arrampicano sulle montagne offrendo panorami che sembrano irreali. Il percorso più iconico conduce al Castello di Punta Troia. La salita è impegnativa, ma mai banale.
Si attraversano pendii profumati di timo, scogliere affacciate sull’infinito, punti panoramici da togliere il fiato. In cima, il premio: il mare ovunque. Le Egadi all’orizzonte. Il vento che racconta storie antiche.
Qui capisci perché Marettimo è diversa.
Anche sott’acqua, Marettimo sorprende. I fondali sono profondi, puliti, ricchissimi di vita. Snorkeling e immersioni regalano incontri ravvicinati con cernie, polpi, banchi di pesci, praterie di posidonia e pareti sommerse spettacolari. L’acqua è così limpida che sembra sospendere il tempo. Non guardi il mare.
Ci entri dentro.
Marettimo fa parte dell’Area Marina Protetta delle Egadi, la più grande d’Europa.

Viaggio nei sapori delle Egadi

La cucina delle Egadi non nasce per stupire, ma per raccontare. Racconta il mare, il vento, la fatica dei pescatori, la pazienza delle nonne, il ritmo lento delle stagioni. Qui si cucina con quello che arriva ogni giorno dal porto. Poco, fresco, vero.
Tra tonno, cous cous, erbe selvatiche e pesce appena pescato, le isole trasformano la semplicità in eccellenza. E ogni piatto diventa parte del viaggio.
Favignana è il cuore gastronomico delle Egadi. Per secoli è stata legata alla tonnara, e ancora oggi il tonno rosso è il protagonista assoluto della tavola. Qui il tonno non è un ingrediente: è una cultura.
A Levanzo la cucina segue invece lo stesso ritmo dell’isola: lenta, essenziale, senza fronzoli. Pochi ristoranti, pochi piatti, grande qualità. Qui si mangia quasi sempre “quello che c’è”, cioè quello che il mare ha deciso di regalare quel giorno.
A Marettimo la cucina è più rustica, più decisa, più “montanara di mare”. Qui il pescato è abbondante e i piatti sono sostanziosi, pensati per chi vive di lavoro fisico e mare aperto.

 

La bistecca alla fiorentina verso la valorizzazione europea

La bistecca alla fiorentina verso la valorizzazione europea

L’accordo è stato siglato tra l’Accademia e Toscana Promozione Turistica al Vinitaly. L’Europa ha deciso: la parola “bistecca” appartiene alla carne vera.
A marzo il Parlamento europeo ha stabilito che termini legati alla tradizione gastronomica non potranno più essere usati per prodotti vegetali o da laboratorio. Una vittoria di buon senso che tutela i consumatori e rispetta la storia della nostra cucina.

La firma dell’accordo


La parola “bistecca” solo per la carne vera

In questo clima favorevole, l’Accademia della Fiorentina Toscana Promozione Turistica hanno siglato un protocollo d’intesa, nell’ambito del progetto Vetrina Toscana, per rafforzare la difesa della Bistecca alla Fiorentina, uno dei piatti più amati e riconoscibili d’Italia. 
Già inserita dal 2020 tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali italiani, la Fiorentina punta ora al riconoscimento europeo come Specialità Tradizionale Garantita: la domanda è stata presentata nel 2023 e si attende l’invio ufficiale a Bruxelles. Un ulteriore passo avanti è dunque rappresentato dal protocollo d’intesa che è stato siglato ieri pomeriggio presso lo stand della Regione Toscana al Vinitaly. Alla firma dell’accordo era presente anche Stefania Saccardi, presidente del Consiglio Regionale della Toscana. 
L’accordo tra l’Accademia della Fiorentina e Toscana Promozione Turistica nasce con un obiettivo chiaro: raccontare la Bistecca alla Fiorentina non solo come un piatto, ma come espressione autentica di una cultura, di un territorio e di un saper fare artigianale che ha radici profonde. E’ volto a rafforzare le attività di tutela, promozione e divulgazione della Bistecca alla Fiorentina. L’iniziativa punta a valorizzare una tradizione che affonda le radici nella qualità degli allevamenti locali, nella competenza dei macellai e nell’arte della cottura alla brace.
Le due realtà lavoreranno fianco a fianco per promuovere la bistecca nei contesti più diversi — dalla comunicazione alle fiere, dagli eventi culturali alle collaborazioni con i media — valorizzando al tempo stesso i luoghi dove questa eccellenza nasce e viene servita: le botteghe e i ristoranti di Vetrina Toscana. Non mancherà spazio per celebrare l‘arte dei Beccai, la grande tradizione toscana della macelleria, che di questo prodotto è custode e interprete. Il tutto con uno sguardo più ampio: educare a una alimentazione di qualità, promuovere l’accoglienza toscana e portare la Fiorentina — e con lei l’identità della Toscana — sempre più al centro della scena enogastronomica italiana e internazionale.

Bistecca. Foto Luca Managlia per Toscana Promozione

Un simbolo identitario

Con questo accordo rafforziamo una linea chiara: la bistecca alla fiorentina non è solo un prodotto, ma un simbolo dell’identità toscana che va tutelato e valorizzato, oltreché un veicolo di promozione – commenta Leonardo Marras, assessore all’economia, al turismo e all’agricoltura della Regione Toscana -; la decisione del Parlamento europeo conferma la bontà della strada intrapresa, ribadendo che la difesa delle denominazioni tradizionali è una battaglia da portare avanti a tutela dei consumatori e delle filiere. Attraverso l’inserimento della bistecca nel bouquet di Vetrina Toscana, scegliamo di investire in una strategia che tiene insieme promozione e sostegno concreto agli operatori, con il supporto di Accademia della Fiorentina e Toscana Promozione Turistica. Difendere la Fiorentina significa difendere tradizione, lavoro, territorio e qualità”.
«La Toscana è una delle mete enogastronomiche più amate al mondo, e la Bistecca alla Fiorentina ne è un importante ambasciatore. Collaborare per valorizzarla significa investire in un turismo di qualità, capace di raccontare l’autenticità del nostro territorio.» – ha dichiarato Francesco Tapinassi, Direttore di Toscana Promozione Turistica.

«Continuiamo a monitorare con attenzione come la Bistecca alla Fiorentina viene proposta e comunicata, perché un nome così importante merita rispetto. Chi non segue la ricetta codificata o usa denominazioni improprie come “Florentine steak” rischia di confondere i consumatori e di sminuire il valore di un prodotto che è molto più di un piatto: è parte della nostra identità e della nostra storia.»- ha chiosato Giovanni Brajon, Presidente dell’Accademia della Fiorentina.