Feb 20, 2019 | Arte e cultura, Firenze
[:it]In esposizione insieme ad altre opere il grande dipinto del ‘Carro d’oro’ di Johann Paul Schor, dal 19 febbraio
fino al 5 maggio.
Si apre per carnevale una mostra in tema, Il carro d’oro di Johann Paul Schor. L’effimero splendore dei carnevali barocchi che ci parla proprio delle mascherate, delle feste, e degli allestimenti barocchi.
Ne è protagonista lo spettacolare dipinto, recente acquisto dalle Gallerie degli Uffizi, raffigurante Il corteo del principe Giovan Battista Borghese per il Carnevale di Roma del 1664, del pittore tirolese Johann Paul Schor (Innsbruck 1615 – Roma 1674) attivo a Roma a partire dalla fine degli anni Trenta del Seicento.
Forse il più creativo e fantasioso collaboratore di Gian Lorenzo Bernini, Schor fu artista dell’effimero, della messa in scena barocca, della festa di rappresentanza, dell’ingresso cerimoniale. Al contempo con la sua stupefacente fantasia era capace di progettare trionfi da banchetto in glassa di zucchero, stoviglie in argento, ma anche pale d’altare e decori ad affresco.
“L’acquisizione, da parte delle Gallerie degli Uffizi, del grande dipinto di Johann Paul Schor si è rivelata una grande opportunità per approfondire gli studi sull’artista – commenta il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt – e per ricostruire non solo la storia dell’evento raffigurato sulla tela, ma tutto un tessuto di relazioni artistiche e di committenza nel secondo Seicento a Roma e a Firenze”.
Il dipinto di Schor con il corteo carnevalesco del principe Borghese viene esposto insieme ad un’altra grandiosa tela, eccezionalmente prestata dal Museo di Roma di Palazzo Braschi: si tratta della celebre Giostra dei Caroselli a Palazzo Barberini (dipinto di Filippo Lauri e Filippo Gagliardi) allestita Il 28 febbraio 1656 dinanzi a Palazzo Barberini in onore della regina Cristina di Svezia convertitasi al cattolicesimo. Alla progettazione dei vari apparati per la Giostra dei caroselli collaborò anche lo Schor che otto anni dopo, curiosamente nello stesso giorno (28 febbraio) progettò e organizzò la Mascherata Borghese testimoniata nel dipinto da lui
stesso eseguito.
Nella sala delle Nicchie appositamente rivestita in raso giallo oro, come le centinaia di figure in vesti di Ninfe Esperidi che affollano il dipinto di Schor.
Accanto alle due grandi tele dedicate alle celebri mascherate romane, viene esposta la serie completa dei Balli di Sfessania di Jacques Callot, originale rassegna delle maschere italiane del Seicento, le tre incisioni di Stefano della Bella che documentano un’altra celebre mascherata, svoltasi nel 1661 al Giardino di Boboli a Firenze, e ancora alcuni dipinti dedicati ai carnevali popolari.
Per la prima volta viene presentata al pubblico un’inconsueta Scena carnevalesca del pittore Bartolomeo Bianchini, abitualmente conservata nei depositi e restaurata in occasione della mostra.
Chiude trionfalmente la rassegna una monumentale Culla da parata – l’acquisto è in fase di completamento da parte delle Gallerie degli Uffizi – realizzata dalla bottega dei fratelli Schor per l’erede di una non ancor nota casata principesca romana. Nella culla, più affine ad un celebrativo gruppo scultoreo che ad un arredo funzionale, l’aristocratico neonato veniva presentato agli esponenti delle grandi casate romane e all’élite ecclesiastica.
La mostra, curata da Maria Matilde Simari e Alessandra Griffo, e ricca di novità sia da vedere che da leggere in catalogo, è anche occasione per presentare al pubblico i due recenti sensazionali acquisti delle Gallerie degli Uffizi, destinati a Palazzo Pitti.
Il grande dipinto dello Schor sarà infatti allestito nel futuro Museo delle Carrozze dentro al Rondò di Bacco, negli spazi delle ex scuderie lorenesi: un tema al quale in mostra è dedicata una piccola sezione con sei fogli che mettono a fuoco dettagli decorativi o tecnici di questi mezzi di trasporto. La culla da parata – una messinscena scultorea di altissima qualità – dopo la mostra e dopo un periodo di indagini tecniche conservative si potrà ammirare negli appartamenti monumentali.[:en]In esposizione insieme ad altre opere il grande dipinto del ‘Carro d’oro’ di Johann Paul Schor, dal 19 febbraio
fino al 5 maggio.
Si apre per carnevale una mostra in tema, Il carro d’oro di Johann Paul Schor. L’effimero splendore dei carnevali barocchi che ci parla proprio delle mascherate, delle feste, e degli allestimenti barocchi.
Ne è protagonista lo spettacolare dipinto, recente acquisto dalle Gallerie degli Uffizi, raffigurante Il corteo del principe Giovan Battista Borghese per il Carnevale di Roma del 1664, del pittore tirolese Johann Paul Schor (Innsbruck 1615 – Roma 1674) attivo a Roma a partire dalla fine degli anni Trenta del Seicento.
Forse il più creativo e fantasioso collaboratore di Gian Lorenzo Bernini, Schor fu artista dell’effimero, della messa in scena barocca, della festa di rappresentanza, dell’ingresso cerimoniale. Al contempo con la sua stupefacente fantasia era capace di progettare trionfi da banchetto in glassa di zucchero, stoviglie in argento, ma anche pale d’altare e decori ad affresco.
“L’acquisizione, da parte delle Gallerie degli Uffizi, del grande dipinto di Johann Paul Schor si è rivelata una grande opportunità per approfondire gli studi sull’artista – commenta il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt – e per ricostruire non solo la storia dell’evento raffigurato sulla tela, ma tutto un tessuto di relazioni artistiche e di committenza nel secondo Seicento a Roma e a Firenze”.
Il dipinto di Schor con il corteo carnevalesco del principe Borghese viene esposto insieme ad un’altra grandiosa tela, eccezionalmente prestata dal Museo di Roma di Palazzo Braschi: si tratta della celebre Giostra dei Caroselli a Palazzo Barberini (dipinto di Filippo Lauri e Filippo Gagliardi) allestita Il 28 febbraio 1656 dinanzi a Palazzo Barberini in onore della regina Cristina di Svezia convertitasi al cattolicesimo. Alla progettazione dei vari apparati per la Giostra dei caroselli collaborò anche lo Schor che otto anni dopo, curiosamente nello stesso giorno (28 febbraio) progettò e organizzò la Mascherata Borghese testimoniata nel dipinto da lui
stesso eseguito.
Nella sala delle Nicchie appositamente rivestita in raso giallo oro, come le centinaia di figure in vesti di Ninfe Esperidi che affollano il dipinto di Schor.
Accanto alle due grandi tele dedicate alle celebri mascherate romane, viene esposta la serie completa dei Balli di Sfessania di Jacques Callot, originale rassegna delle maschere italiane del Seicento, le tre incisioni di Stefano della Bella che documentano un’altra celebre mascherata, svoltasi nel 1661 al Giardino di Boboli a Firenze, e ancora alcuni dipinti dedicati ai carnevali popolari.
Per la prima volta viene presentata al pubblico un’inconsueta Scena carnevalesca del pittore Bartolomeo Bianchini, abitualmente conservata nei depositi e restaurata in occasione della mostra.
Chiude trionfalmente la rassegna una monumentale Culla da parata – l’acquisto è in fase di completamento da parte delle Gallerie degli Uffizi – realizzata dalla bottega dei fratelli Schor per l’erede di una non ancor nota casata principesca romana. Nella culla, più affine ad un celebrativo gruppo scultoreo che ad un arredo funzionale, l’aristocratico neonato veniva presentato agli esponenti delle grandi casate romane e all’élite ecclesiastica.
La mostra, curata da Maria Matilde Simari e Alessandra Griffo, e ricca di novità sia da vedere che da leggere in catalogo, è anche occasione per presentare al pubblico i due recenti sensazionali acquisti delle Gallerie degli Uffizi, destinati a Palazzo Pitti.
Il grande dipinto dello Schor sarà infatti allestito nel futuro Museo delle Carrozze dentro al Rondò di Bacco, negli spazi delle ex scuderie lorenesi: un tema al quale in mostra è dedicata una piccola sezione con sei fogli che mettono a fuoco dettagli decorativi o tecnici di questi mezzi di trasporto. La culla da parata – una messinscena scultorea di altissima qualità – dopo la mostra e dopo un periodo di indagini tecniche conservative si potrà ammirare negli appartamenti monumentali.[:]
Dic 28, 2018 | Enogastronomia, Firenze
[:it]
Capita che ti trovi al cospetto di un incontro speciale. E quello fra lo Champagne Gamet e la tradizione antica appena risorta del ristorante Sabatini che si è svolto ai primi del mese lo è.
A Firenze nel fervore prenatalizio e nel girotondo di apri-e-chiudi di tanti (troppi) locali di ristorazione di cui in alcuni casi non si sentiva certo la mancanza e che snaturano l’essenza stessa della città del Rinascimento fra catene internazionali e improvvisazioni di bassa lega e d’indubbio gusto (estetico e del palato) fa notizia, per chi della città apprezza non solo il gossip cheffaro ma l’essenza autentica, il ritorno a nuova vita del ristorante Sabatini.
Il locale di via Panzani è la storia stessa della ristorazione fiorentina; fra i suoi eleganti tavoli e nel suo giardino d’inverno si sono chiusi affari importanti, si è mossa la
politica mondiale, si sono rilassate le più grandi star del cinema, del teatro e dello spettacolo e i più celebrati campioni dello sport, si sono attaccati con i nasi ai suoi vetri con una punta d’invidia, tanti fiorentini che non se lo potevano permettere.
Sabatini era il sogno proibito di tanti fiorentini che uscivano dal dopoguerra con le tasche vuote e i pantaloni rattoppati; era il nome su cui si scommetteva per fare gli spacconi in ogni occasione propizia una cena o un pranzo.
Valeva bene ad esempio un pranzo da Sabatini lo scudetto della Fiorentina, anzi narra la leggenda che tanti
hanno pagato dazio in quei due anni storici: 1956 e 1969.
Anni gloriosi, la mitica “lampada”, i bagni eleganti con i saponi artigianali, le belle dame, i lustrini; ma poi il mondo, dentro e fuori Sabatini è cambiato.
La ristorazione è diventata vip, gli chef divi e tenere il passo era dura.
Da poco invece da Sabatini c’è un futuro antico che ritorna. Il cambio di proprietà, un’accoglienza moderna e una cucina contemporanea guidata da Alessio Mori giovane talento pratese da un curriculum lungo e
prestigioso che lo rende almeno più vecchio di dieci anni.
Farebbe tremare i polsi a chiunque porsi alla guida del tempio indiscusso della ristorazione fiorentina ma non a Mori che, ha coraggiosamente deciso di accettare il guanto di sfida coniugando le novità della cucina contemporanea con la tradizione di un locale che ha fatto la storia degli ultimi cento anni di Firenze proponendo addirittura tre carte: una contemporanea, una flambe e una tradizionale.
La nostra occasione d’incontro con la cucina di Alessio è stata, come accennato, quella conviviale di far sposare i
suoi piatti, studiati all’occasione con gli champagne della Maison Gamet ottimamente “raccontati” dall’importatore Alessandro Cicali: un Brut Rosé in apertura e poi un Brut Sélection Blanc de Noirs.
Un fidanzamento riuscito quello con la terrina di fegatini, arachidi ananas arrostita, salsa tepache; con gli scampi, indivia, macadamia, maionese di limone arrostito; gli spaghettoni alle acciughe marinate, salsa di cime di rapa, crema all’aglio, colatura di alici; la ricciola, cous cous, cavolo romano, cicoria, salsa caesar, frutti di mare; e i due dolci non dolci (acqua di mare, limone salato e camomilla
e babà, gelato di cappero, panna e vaniglia.
E non poteva essere altrimenti dato che la storia dei Gamet è una storia d’amore che risale al 1992 quando Fabienne e Philippe dettero vita alla loro tenuta unendo le rispettive proprietà familiari a Mardeuil, Damery e Fleury-la-Rivière nella valle della Marne, vicino a Epernay, capitale della Champagne.
La giovane coppia crea il marchio Philippe Gamet, acquista nuovi terreni, sviluppa la superficie vitata e incrementa la produzione senza mai perdere d’occhio la qualità e una forte attenzione alla tutela del territorio.
Ma la loro romantica storia d’amore la potrete trovare per intero sulle pagine di Gustarviaggiando https://www.mokazine.com/it_IT/moka/gustarviaggiando/gustarviaggiando–inverno
Il nostro trovarsi dentro questo incontro speciale è stato intenso.
Abbiamo goduto dell‘intensità speciale che sa regalare in un giorno di mezz’inverno, una grande storia della ristorazione che ritorna coniugandosi al presente con l’intensità di una storia d’amore nata furtiva fra i filari della Champagne.
Via Panzani 9A
50123 Firenze
Telefono:+39055282802
info@ristorantesabatini.it
[:en]
Capita che ti trovi al cospetto di un incontro speciale. E quello fra lo Champagne Gamet e la tradizione antica appena risorta del ristorante Sabatini che si è svolto ai primi del mese lo è.
A Firenze nel fervore prenatalizio e nel girotondo di apri-e-chiudi di tanti (troppi) locali di ristorazione di cui in alcuni casi non si sentiva certo la mancanza e che snaturano l’essenza stessa della città del Rinascimento fra catene internazionali e impovvisazioni di bassa lega e d’indubbio gusto (estetico e del palato) fa notizia, per chi della città apprezza non solo il gossip cheffaro ma l’essenza autentica il ritorno a nuova vita del ristorante Sabatini.
Il locale di via Cerretani è infatti la storia stessa della ristorazione fiorentina; fra i suoi eleganti tavoli e nel suo giardino d’inverno si sono chiusi affari importanti, si è mossa la politica mondiale, si sono rilassate le più grandi star e i più celebrati campioni dello sport e si sono affacciati, con una punta d’invidia tanti fiorentini che non se lo potevano permettere.
Sabatini era il sogno proibito di tanti fiorentini che uscivano dal dopoguerra con le tasche vuote e i pantaloni rattoppati; era il nome su cui si scommetteva per fare gli spacconi in ogni occasione propizia una cena o un pranzo.
Valeva bene ad esempio un pranzo da Serafini lo scudetto della Fiorentina, anzi narra la leggenda che tanti hanno pagato dazio in quei due anni storici: 1956 e 1969.
Anni gloriosi, la mitica “lampada”, i bagni eleganti con i saponi di Santa Maria Novella, le belle dame e poi il mondo, dentro e fuori Sabatini è cambiato. La ristorazione è diventata vip, gli chef divi e tenere il passo era dura.
Da poco invece da Sabatini c’è un futuro antico che ritorna. Il cambio di proprietà, un’accoglienza moderna e una cucina contemporanea guidata da Alessio Mori giovane talento pratese da un curriculum lungo e prestigioso che lo rende almeno più vecchio di dieci anni.
Farebbe tremare i polsi a chiunque porsi alla guida del tempio indiscusso della ristorazione fiorentina ma non a Mori che, ha coraggiosamente deciso di accettare il guanto di sfida coniugando le novità della cucina contemporanea con la tradizione di un locale che ha fatto la storia degli ultimi cento anni di Firenze proponendo addirittura tre carte: una contemporanea, una flambe e una tradizionale.
La nostra occasione d’incontro con la cucina di Alessio è stata, come accennato, quella conviviale di far sposare i suoi piatti, studiati all’occasione con gli champagne della Maison Gamet: un Brut Rosé in apertura e poi un Brut Sélection Blanc de Noirs.
Un fidanzamento riuscito quello con la terrina di fegatini, arachidi ananas arrostita, salsa tepache; con gli scampi, indivia, macadamia, maionese di limone arrostito; gli spaghettoni alle acciughe marinate, salsa di cime di rapa, crema all’aglio, colatura di alici; la ricciola, cous cous, cavolo romano, cicoria, salsa caesar, frutti di mare; e i due dolci non dolci (acqua di mare, limone salato e camomilla e babà, gelato di cappero, panna e vaniglia.
E non poteva essere altrimenti dato che la storia dei Gamet è una storia d’amore che risale al 1992 quando Fabienne e Philippe dettero vita alla loro tenuta unendo le rispettive proprietà familiari a Mardeuil, Damery e Fleury-la-Rivière nella valle della Marne, vicino a Epernay, capitale della Champagne.
La giovane coppia crea il marchio Champagne Philippe Gamet, acquista nuovi terreni, sviluppa la superficie vitata e incrementa la produzione senza mai perdere d’occhio la qualità e una forte attenzione alla tutela del territorio.
Ma la loro romantica storia d’amore la potrete trovare sulle pagine di Gustarviaggiando https://www.mokazine.com/it_IT/moka/gustarviaggiando/gustarviaggiando–inverno
Il nostro trovarsi davanti a questo incontro speciale è stato intenso.
L’intensità speciale che sa regalare in un giorno di mezz’inverno, una grande storia della ristorazione che ritorna coniugandosi al presente che incontra l’intensità di una storia d’amore nata furtiva fra i filari della Champagne.
Via Panzani 9A
50123 Firenze
Telefono:+39055282802
info@ristorantesabatini.it
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Dic 22, 2018 | Arte e cultura, Firenze
[:it]
Il ricco programma della Galleria dell’Accademia di Firenze del 2019 si inaugura con una piccola ma importante esposizione che ha come fil rouge la tutela del patrimonio culturale.
Ideata e curata dal direttore della Galleria Cecile Hollber la mostra Nuove Acquisizioni 2016-2018 sarà visibile dal 22 gennaio al 5 maggio 2019 e presenterà alcuni capolavori che, in maniere diverse, sono giunti ad arricchire le collezioni permanenti, grazie all’impegno e alla dedizione di diversi Enti sapientemente coordinati dalla Direzione del Museo.
La provenienza delle opere ha seguito iter diversificati: alcune sono state acquistate sul mercato antiquario, altre sono pervenute grazie a generose donazioni, altre da confische in seguito all’esportazione illecita ad opera del Nucleo Patrimonio dei Carabinieri, altre, infine, sono giunte in Galleria dai depositi della Certosa di Firenze.
Le tavole acquisite nel 2017 con i fondi ordinari della Galleria dell’Accademia sono due raffinati sportelli provenienti da un tabernacolo disperso di Mariotto di Nardo.
I pannelli frammentati sono stati comprati da due diversi proprietari e
ricomposti dopo l’acquisto. Il tabernacolo, impreziosito da raffinate decorazioni in pastiglia dorata che racchiudono le figure dei santi, è sicuramente frutto di una committenza prestigiosa ed è stato eseguito da Mariotto di Nardo intorno al 1420. I pannelli che in origine erano certamente di dimensioni maggiori, includevano molto probabilmente altre due coppie di santi, purtroppo perdute o fino ad oggi non ritrovate. I quattro frammenti oggi ricomposti si trovavano, alla fine dell’Ottocento, esposti in sale diverse della raccolta Corsini, nell’omonimo palazzo fiorentino in riva all’Arno.
Ben quattro opere sono giunte nel 2016 al Museo da un deposito situato presso la Certosa di Firenze. Si tratta di una Incoronazione della Vergine e angeli di Mariotto di Nardo; di una SS. Trinità del Maestro del 1419; di una Madonna col Bambino in trono fra angeli del Maestro del 1416 e di una Madonna col Bambino e santi di Bicci di Lorenzo. A causa di una cattiva condizione di conservazione, l’Incoronazione di Mariotto di Nardo e la SS. Trinità del Maestro del 1419, sono stati recuperati nei loro valori pittorici da un accurato lavoro di restauro.
Due strepitose opere come I due santi di Niccolò di Pietro Gerini, in origine scomparto destro di un trittico disperso, e la Madonna dell’Umiltà del raro Maestro della Cappella Bracciolini, sono state assegnate alla Galleria dopo il brillante recupero da parte del Reparto Operativo dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Roma.
Il bellissimo piccolo busto del drammaturgo Giovan Battista Niccolini (1782-1861) di Lorenzo Bartolini era esposto all’ultima edizione della Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, è stato generosamente acquistato e donato al Museo dall’Associazione Amici della Galleria dell’Accademia di Firenze. La scultura non era ancora presente nello studio del maestro in un elenco redatto al momento della morte dell’artista mentre un ritratto del letterato fu presentata pochi anni dopo a Firenze, dagli eredi dell’artista pratese, all’Esposizione Italiana agraria, industriale ed artistica del 1861. Ricomparsa qualche anno fa nel mercato antiquario, grazie a questa donazione, la scultura in marmo e il modello in gesso, già custodito nella gipsoteca, saranno riuniti nel Museo.
Una piccola grande mostra – afferma il direttore Cecilie Hollberg – che ci riempie d’orgoglio poiché ci da la possibilità di presentare al pubblico veri e propri capolavori che sono stati recuperati, restaurati e salvati da una sicura dispersione grazie alla dedizione di molte persone che lavorano, come noi della Galleria dell’Accademia di Firenze, per la salvaguardia del patrimonio culturale e artistico.[:]
Ott 26, 2018 | Arte e cultura, Firenze
[:it]
Con il restauro della fontana di Ganimede e della grotticella torna a risplendere il Kaffehaus di Boboli.

Chi è meno giovane magari ricorda di essere stato, magare facendo forca a scuola, a bere un buon caffè nei suoi tavolini con vista spettacolare.
Era bello sognare nella magia di una costruzione unica nel suo genere, fra i lampadari e gli arredi mitteleuropei di essere a corte a ballare un bel valzer viennese insieme a un elegante cavaliere. Poi il declino e l’oblio.
Era la fine degli anni ottanta quando il Kaffehaous di Boboli, così difficile da raggiungere dall’ingresso di Piazza Pitti per chi non ha gamba, ma facile da conquistare per chi conosce Firenze ed accede a Boboli dal Forte Belvedere chiudeva le sue porte.
Un oblio a cui è stato condannato per almeno due decenni questa bellissima opera voluta dal Granduca Pietro Leopoldo e realizzata su disegno di Zanobi del Rosso nel 1776 circa.
Lo vollero e sognarono per vedere tutta Firenze e poterne godere l’immagine a 180 gradi fra un buon caffè e una sacher torte.
Un punto di ristoro magico e privilegiato che oggi sta tornando ad avere un futuro. E’ finalmente pronto il progetto definitivo che riguarda interni ed esterni, illuminazione e quant’altro di questo gioiello architettonico unico in Toscana ispirato al barocchetto viennese e al gusto orientaleggiante in voga ai tempi alla corte asburgica.
Ad oggi sono terminati i lavori nel giardino, un primo passo necessario per la messa in sicurezza in attesa dei lavori (dal costo di 600 mila euro di cui 100 mila frutto di una generosa donazione di un visitatore svizzero).
“Quando da ragazzo – racconta il direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt – e con mia nonna visitavo per le prime volte il Giardino di Boboli, la sosta al Kaffeehaus per prendere qualche bevanda davanti al panorama di Firenze era tra i momenti più emozionanti delle nostre escursioni. Dopo una prima campagna di restauri, condotta dal 2004 al 2005, che ha messo in sicurezza la struttura e recuperato il colore originale – il ‘verde lorenese’ della facciata – adesso vogliamo dare nuova vita all’edificio ripristinandone la funzione di luogo di ristoro.”
I
l primo passo è compiuto e la monumentale fontana di Ganimede, posta all’inizio della salita che porta alla struttura, è tornata a vivere e l’acqua a zampillare dal becco dell’aquila. Così come splende a nuova vita la grotticella incassata al centro del muro di sostegno alle due rampe di scale a “tenaglia” che portano all’edificio concepita per dare senso di frescura e piacere prima di entrare al caffè con le sue oltre 110 canne – che ormai era ridotte a un timido zampillo e quasi invisibili a causa delle erbe infestanti – e il perenne rilassante suono dell’acqua.
L’augurio è che possano partire presto i restauri degli interni e degli esterni anche se temiamo che date le lungaggini burocratiche italiche forse solo fra due/tre anni se tutto va bene, potremmo tornare a bere un buon caffè e a degustare una buona sacher nei tavolini del Kaffeehaus.
[:]
Lug 26, 2018 | Enogastronomia, Firenze
[:it]
Metti una giornata di mezz’estate, una storica fiaschetteria fiorentina e un emergente spumante veneto.
Ingredienti perfetti per una giornata un po’ speciale dove l’estro creativo di Stefano Bottega distillatore e vinificatore veneto di seconda generazione e fatturato a molti zeri incontra quello dei fratelli Paolo e Andrea Gori, rispettivamente in cucina e in sala per una presentazione insolita, ma sicuramente riuscita.
Bottega con la sua contagiosa allegria del nord-est vincente è sbarcato nella città del giglio per presentare la sua ultima creatura il Pas Dosé.
Un vino spumante di tendenza sempre più apprezzato anche dal pubblico giovane; un vino spumante con un contenuto zuccherino limitato prodotto con il tradizionale metodo Martinotti che unisce ai delicati e raffinati aromi, un gusto unico e accattivante. Un vino che non pensa ai mercati ma al territorio da cui si origina.
Un vino sincero espressione autentica che si contraddistingue per eleganza,
raffinatezza e freschezza.
E del resto Stefano Bottega in quanto ad eleganza e raffinatezza anche nel packaging ne ha ben donde, basta guardare la bottiglia del Pas Dosé e le sue altre fra cui l’inconfondibile Bottega Gold ormai icona di stile italiano che l’ha portato in poco tempo ad essere nei canali duty free il terzo brand del mondo.
Ma tornando all’incontro fiorentino di Bottega in… bottega, facile il gioco di parole, tutto ci potevamo aspettare per un vino da aperitivo, ottimo su pesce, carni bianche e verdure ma non l’azzardo osato fra i tavoli di Burde.
Nessun passo indietro per i Gori brothers dalle tradizioni di famiglia.
Pas Dosé o no in tavola va solo la tradizione toscana più autentica ed ecco che così il Pas Dosé va a braccetto con un’insalatina di lesso, la pappa al pomodoro, il sugo svelto con fegatini di pollo e pomodoro di nonna Irene, la scottiglia e il peposo.
Abbinamenti sul filo del rasoio perché la parte amara rischiava di tirar fuori la nota metallica sgradevole, ma tutto è stato perfetto, anche se a onor del vero ad accompagnare la scottiglia e il peposo era possibile optare per un alternativa altrettanto all’altezza, ovvero l’Amarone 2015 della casa e la chiusura con il dessert tradizionale fiorentino per eccellenza, lo zuccotto, si è accompagnato col Moscato.
Lode prima di tutto al coraggio e poi al magico liquore che ha supportato (e sopportato) nell’insieme molto bene (qualche abbinamento meglio riuscito qualche altro meno) anche la robustezza della cucina tradizionale toscana.
Del resto solo un “visionario” che in pochi anni ha scalato le vette dell’enologia mondiale servendo ben 140 paesi e vincendo oltre 280 premi poteva cogliere il guanto di sfida dei fratelli Gori.
[:en]
Metti una giornata di mezz’estate, una storica fiaschetteria fiorentina e un emergente spumante veneto.
Ingredienti perfetti per una giornata un po’ speciale dove l’estro creativo di Stefano Bottega distillatore e vinificatore veneto di seconda generazione e fatturato a molti zeri incontra quello dei fratelli Paolo e Andrea Gori, rispettivamente in cucina e in sala per una presentazione insolita, ma sicuramente riuscita.
Bottega con la sua contagiosa allegria del nord-est vincente è sbarcato nella città del giglio per presentare la sua ultima creatura il Pas Dosé.
Un vino spumante di tendenza sempre più apprezzato anche dal pubblico giovane; un vino spumante con un contenuto zuccherino limitato prodotto con il tradizionale metodo Martinotti che unisce ai delicati e raffinati aromi, un gusto unico e accattivante. Un vino che non pensa ai mercati ma al territorio da cui si origina.
Un vino sincero espressione autentica che si contraddistingue per eleganza, raffinatezza e freschezza.
E del resto Stefano Bottega in quanto ad eleganza e raffinatezza anche nel packaging ne ha ben donde, basta guardare la bottiglia del Pas Dosé e le sue altre fra cui l’inconfondibile Bottega Gold ormai icona di stile italiano che l’ha portato in poco tempo ad essere nei canali duty free il terzo brand del mondo.
Ma tornando all’incontro fiorentino di Bottega in… bottega, facile il gioco di parole, tutto ci potevamo aspettare per un vino da aperitivo, ottimo su pesce, carni bianche e verdure ma non l’azzardo osato fra i tavoli di Burde.
Nessun passo indietro per i Gori brothers dalle tradizioni di famiglia. Pas Dosé o no in tavola va solo la tradizione toscana più autentica ed ecco che così il Pas Dosé va a braccetto con un’insalatina di lesso, la pappa al pomodoro, il sugo svelto con fegatini di pollo e pomodoro di nonna Irene, la scottiglia e il peposo.
Abbinamenti sul filo del rasoio perché la parte amara rischiava di tirar fuori la nota metallica sgradevole, ma tutto è stato perfetto, anche se a onor del vero ad accompagnare la scottiglia e il peposo era possibile optare per un alternativa altrettanto all’altezza, ovvero l’Amarone 2015 della casa e la chiusura con il dessert tradizionale fiorentino per eccellenza, lo zuccotto, si è accompagnato col Moscato.
Lode prima di tutto al coraggio e poi al magico liquore che ha supportato (e sopportato) nell’insieme molto bene (qualche abbinamento meglio riuscito qualche altro meno) anche la robustezza della cucina tradizionale toscana.
Del resto solo un “visionario” che in pochi anni ha scalato le vette dell’enologia mondiale servendo ben 140 paesi e vincendo oltre 280 premi poteva cogliere il guanto di sfida dei fratelli Gori.[:]
Lug 1, 2018 | Enogastronomia, Firenze, Mugello | Val di Sieve
[:it]
Metti un gin artigianale più unico e raro, un bel casolare della campagna toscana con una micro distilleria, una serata estiva malandrina con l’orizzonte che promette pioggia e sei giornalisti ingannati a tavola.
Cronaca di una serata speciale voluta e sceneggiata da Podere Castellare con Kitchen Wishes e la complicità di una giornalista che, beffardamente ha ingannato altri colleghi.
Una cena speciale ad occhi chiusi per immergersi in altra dimensione.
Una dimensione dove, escludendo la vista, si sviluppano ed esaltano gli altri quattro sensi.
Sensazioni tattili, uditive, odorose e soprattutto emozionali che hanno trasportato dei professionisti abituati a lavorare con la vista alla totale oscurità per oltre due ore.
Tutto inizia sulla splendida aia terrazzata di questo eco resort
incastonato sul crinale che risalendo dalla vallata dell’Arno già profuma di foresta in direzione Consuma e Casentino.
La regia è perfetta e gli attori protagonisti della serata dopo il ciack e un girotondo giocoso e allo stesso tempo propiziatorio come in un rito pagano, bendano gli ospiti. Giornalisti compresi.
Quasi uno schock, ma la sfida è intrigante. Stare in silenzio e cercare di raccontare ad occhi chiusi.
Sento subito i sospiri di paura di alcuni, le mani insicure che cercano la spalle del vicino per trovare sicurezza, l’alito di
vento che profuma di pioggia che si insinua fra bende e capelli, i chiacchiericci forzosi per darsi coraggio e le scuse incredibili per sbendarsi.
Ma stare al gioco è la scelta migliore, sapendo bene che una cena al buio è davvero impegnativa.
Cerchiamo di tacere.
Avverto l’ampiezza degli spazi subito sopra le mie spalle come se si aprisse la campagna portandosi con se quel venticello che promette pioggia, profumi di cipresso, di lavanda e di paglia.
I rumori sono quelli del tramonto quando la nostra “guida”
sbendata prende (immagino) per mano il primo componente del nostro impacciato trenino. Ma i rumori del tramonto sono un invenzione della mia mente che mescola odori, sensazioni di calore e suggestioni oniriche.
Saliamo e scendiamo per terreni instabili e di pendenze diverse. Sotto i piedi ora pietra, ora sasso, ora brecciolino e poi scalini.
Si fa presto a dire scalini ma quanti e poi. In alto o in basso. Davvero complicato anche solo fare due passi bendati seppur guidati.
Mentre sono immersa nel mio pensiero mi ritrovo fra le mani un cucchiaino dall’odore intenso di ceci e la consistenza di una mousse. Intuisco sia humus di ceci mentre in bocca mi si avvicina anche una sottile e croccante porzione di pane Carasau e nell’altra un bicchierino profumato e fresco: è il gin di casa Peter of Florence facile intuirlo, meno lo è scovare nell’aromatizzazione il miele che smorza l’intensità dell’ananas.
Poi si riparte, si gira, si scende si sale e continuando a fidarci solo dal compagno di ventura avanti a noi che avverte “spigolo a destra, spostati a sinistra” fino a che dopo qualche urto e livido ci troviamo al tavolo e sediamo.
Il silenzio avvolge la sala. Doveroso per cogliere sensazioni.
Leggere folate di vento indicano il passaggio di qualcuno e il leggero rumore di qualche suono sconosciuto amplificato dall’oscurità sembra chissà cosa.
La scena principale parte.
Azzardo allungare le mani davanti a me e intuisco un sottopiatto naturale di foglie essiccate, lo alzo lo porto al naso scoprendo che, animalascamente, in certe situazioni il naso è il compagno più fidato e non avverto odori particolari. Poi le mie mani si allargano oltre il piatto a destra e sinistra per scovare se nell’apparechiatura è previsto il bicchiere. Urto le spalle del compagno sconosciuto alla mia sinistra e ci salutiamo mentre
il suo sorriso lo avverto a pochi centimetri dal mio braccio; a destra trovo il braccio e le mani della collega fidata compagna di tante avventure e ci rassicuriamo a vicenda. Trovo la base e il gambo di un flute, lo faccio ondeggiare per intuirne il peso e capisco che dentro c’è del vino. La stessa scoperta la facciamo più o meno tutti nello stesso monento al mio tavolo ed azzardiamo un brindisi.
Ridiamo per sdrammatizzare senza avvertire schizzi. Forse non ci siamo neanche macchiati, ma certamente portare lindi al dessert gli abiti non sarà facile.
Tanti odori compaiono e scompaiono vicino alle nostre narici. Un marchio di fabbrica della casa dato che il gin di casa è un
enciclopedia di essenze anche strane e poco praticate e la cena sarà tutta così. Conoscere, riconoscere e perchè no scoprire il bergamotto, il coriandolo, la rosa canina, i grani del paradiso, il ginepro, l’iris, l’angelica, la lavanda, le mandorle amare e il carcamono.
Iniziamo con una mousse di ricotta fresca dove dentro sentiamo qualcosa di forte e boscoso. E’ ginepro azzarda qualcuno, indovinandoci.
I protagonisti avverto che girano fra i nostri tavoli toccandoci, sfiorandoci, massaggiandoci e annusandoci con leggiadria. Ora
sotto il naso un odore, ora sulle mani la carezza fatta con qualche foglia e poi la mano viene tuffata in un cesto pieno di pour to pourri dove sono tante bacche. Ne prendiamo alcune portandole al naso, ma il loro odore mi è sconosciuto. Sulla strada giusta mi porta la leggera bucatura di una piccola spina. E’ un bocciolo di rosa, lo sfoglio lo apro, cerco i semi al suo interno per schiacciarli coi denti ben sapendo che se sento una sensazione acida simile al limone sarà rosa canina e così è.
Un sapore pungente ma delicato che ritrovo subito nella zuppa tiepida e dolce di patate che assaggio. Difficilissimo però mangiare una zuppa, in una piccola ciotola con un cucchiaio al buio!
Passa il tempo ma lentamente. Fra una portata e l’altra il tempo si
dilata. Solo una sensazione. Stare seduti a un tavolo senza vedere, senza sapere dove mettere le mani e possibilmente tacendo è davvero dura.
Un collega è lì vicino che sbuffa, sospira, si agita e poi sbotta. Lui non ce la fa, si alza e si sbenda…
Ma io resisto anche se l’invocazione al silenzio per vivere sensazioni e rumori impercettibili che chiedo alla sala si perde nelle chiacchiere da pizzeria di famiglia fra una discussione sull’asilo di Leonida e la scelta su quale delle due strade per le vacanze è più comodo percorrere.
Mi disturbano. Non stanno godendosi l’esperienza indimenticabile di una sera speciale e soprattutto con la loro caceria becera non permettono di viverla agli altri.
Poi arrivano nel piatto dei chicchi caldi e profumati di cipolla delicata. Ma anche qui sono certa si nasconde qualche spezia o
erba che non riconosco…
E così si va avanti fra improvvisi brusii, aria calda vicino alle orecchie, foglie che ti accarezza ti toccano e ti avvolgano; cibi scoperti con le mani e il naso e sapori resi speciali dall’oscurità.
Una serata difficile da dimenticare splendidamente orchestrata dal cast perfetto di Kitchen Whishes. Non una cena ma un esperienza sensoriale ed emozionale vera nonostante Leonida e la statale.
Una cena speciale che insegna anche a noi che per mestiere usiamo molto la vista che è bello e incredibile pote raccontare anche solo con le emozioni percepite.
E se in esse c’era anche paura e disagio tanto meglio.
A cena finita e sbendatura avvenuta scoppiamo a ridere, ci guardiamo in faccia con il trucco colato e l”espressione del risveglio mattutino e ci guardiamo con occhi diversi.
Scopriamo il mondo accanto a noi, la sala, la faccia degli altri commensali, cerchiamo di intuire chi possa aver detto e cosa e chiediamo il menù completo nella certezza che almeno abbiamo beccato tutti i vini!
Abbiamo mangiato:
carasau croccante
hummus di ceci
drink al cocco e gin con miele
crostino con mousse di ricotta al ginepro
crema di patate con rosa canina al gin
orzotto con base cipolla e pecorino, spolverato di radice di iris
pane caldo alla lavanda con olio
uovo poché con spinaci in tre modi (crudi, saltati e in crema) e pane fritto al cardamomo
crumble al rosmarino e cucchiaino di gin
creme caramel alla cassia
foto: Luca Managlia[:en]
Metti un gin artigianale più unico e raro, un bel casolare della campagna toscana con una micro distilleria, una serata estiva malandrina con l’orizzonte che promette pioggia e sei giornalisti ingannati a tavola.
Cronaca di una serata speciale voluta e sceneggiata da Podere Castellare con Kitchen Wishes e la complicità di una giornalista che, beffardamente ha ingannato altri colleghi.
Una cena speciale ad occhi chiusi per immergersi in altra dimensione.
Una dimensione dove, escludendo la vista, si sviluppano ed esaltano gli altri quattro sensi.
Sensazioni tattili, uditive, odorose e soprattutto emozionali che hanno trasportato dei professionisti abituati a lavorare con la vista alla totale oscurità per oltre due ore.
Tutto inizia sulla splendida aia terrazzata di questo eco resort
incastonato sul crinale che risalendo dalla vallata dell’Arno già profuma di foresta in direzione Consuma e Casentino.
La regia è perfetta e gli attori protagonisti della serata dopo il ciack e un girotondo giocoso e allo stesso tempo propiziatorio come in un rito pagano, bendano gli ospiti. Giornalisti compresi.
Quasi uno schock, ma la sfida è intrigante. Stare in silenzio e cercare di raccontare ad occhi chiusi.
Sento subito i sospiri di paura di alcuni, le mani insicure che cercano la spalle del vicino per trovare sicurezza, l’alito di
vento che profuma di pioggia che si insinua fra bende e capelli, i chiacchiericci forzosi per darsi coraggio e le scuse incredibili per sbendarsi.
Ma stare al gioco è la scelta migliore, sapendo bene che una cena al buio è davvero impegnativa.
Cerchiamo di tacere.
Avverto l’ampiezza degli spazi subito sopra le mie spalle come se si aprisse la campagna portandosi con se quel venticello che promette pioggia, profumi di cipresso, di lavanda e di paglia.
I rumori sono quelli del tramonto quando la nostra “guida”
sbendata prende (immagino) per mano il primo componente del nostro impacciato trenino. Ma i rumori del tramonto sono un invenzione della mia mente che mescola odori, sensazioni di calore e suggestioni oniriche.
Saliamo e scendiamo per terreni instabili e di pendenze diverse. Sotto i piedi ora pietra, ora sasso, ora brecciolino e poi scalini.
Si fa presto a dire scalini ma quanti e poi. In alto o in basso. Davvero complicato anche solo fare due passi bendati seppur guidati.
Mentre sono immersa nel mio pensiero mi ritrovo fra le mani un cucchiaino dall’odore intenso di ceci e la consistenza di una mousse. Intuisco sia humus di ceci mentre in bocca mi si avvicina anche una sottile e croccante porzione di pane Carasau e nell’altra un bicchierino profumato e fresco: è il gin di casa Peter of Florence facile intuirlo, meno lo è scovare nell’aromatizzazione il miele che smorza l’intensità dell’ananas.
Poi si riparte, si gira, si scende si sale e continuando a fidarci solo dal compagno di ventura avanti a noi che avverte “spigolo a destra, spostati a sinistra” fino a che dopo qualche urto e livido ci troviamo al tavolo e sediamo.
Il silenzio avvolge la sala. Doveroso per cogliere sensazioni.
Leggere folate di vento indicano il passaggio di qualcuno e il leggero rumore di qualche suono sconosciuto amplificato dall’oscurità sembra chissà cosa.
La scena principale parte.
Azzardo allungare le mani davanti a me e intuisco un sottopiatto naturale di foglie essiccate, lo alzo lo porto al naso scoprendo che, animalascamente, in certe situazioni il naso è il compagno più fidato e non avverto odori particolari. Poi le mie mani si allargano oltre il piatto a destra e sinistra per scovare se nell’apparechiatura è previsto il bicchiere. Urto le spalle del compagno sconosciuto alla mia sinistra e ci salutiamo mentre
il suo sorriso lo avverto a pochi centimetri dal mio braccio; a destra trovo il braccio e le mani della collega fidata compagna di tante avventure e ci rassicuriamo a vicenda. Trovo la base e il gambo di un flute, lo faccio ondeggiare per intuirne il peso e capisco che dentro c’è del vino. La stessa scoperta la facciamo più o meno tutti nello stesso monento al mio tavolo ed azzardiamo un brindisi.
Ridiamo per sdrammatizzare senza avvertire schizzi. Forse non ci siamo neanche macchiati, ma certamente portare lindi al dessert gli abiti non sarà facile.
Tanti odori compaiono e scompaiono vicino alle nostre narici. Un marchio di fabbrica della casa dato che il gin di casa è un
enciclopedia di essenze anche strane e poco praticate e la cena sarà tutta così. Conoscere, riconoscere e perchè no scoprire il bergamotto, il coriandolo, la rosa canina, i grani del paradiso, il ginepro, l’iris, l’angelica, la lavanda, le mandorle amare e il carcamono.
Iniziamo con una mousse di ricotta fresca dove dentro sentiamo qualcosa di forte e boscoso. E’ ginepro azzarda qualcuno, indovinandoci.
I protagonisti avverto che girano fra i nostri tavoli toccandoci, sfiorandoci, massaggiandoci e annusandoci con leggiadria. Ora
sotto il naso un odore, ora sulle mani la carezza fatta con qualche foglia e poi la mano viene tuffata in un cesto pieno di pour to pourri dove sono tante bacche. Ne prendiamo alcune portandole al naso, ma il loro odore mi è sconosciuto. Sulla strada giusta mi porta la leggera bucatura di una piccola spina. E’ un bocciolo di rosa, lo sfoglio lo apro, cerco i semi al suo interno per schiacciarli coi denti ben sapendo che se sento una sensazione acida simile al limone sarà rosa canina e così è.
Un sapore pungente ma delicato che ritrovo subito nella zuppa tiepida e dolce di patate che assaggio. Difficilissimo però mangiare una zuppa, in una piccola ciotola con un cucchiaio al buio!
Passa il tempo ma lentamente. Fra una portata e l’altra il tempo si
dilata. Solo una sensazione. Stare seduti a un tavolo senza vedere, senza sapere dove mettere le mani e possibilmente tacendo è davvero dura.
Un collega è lì vicino che sbuffa, sospira, si agita e poi sbotta. Lui non ce la fa, si alza e si sbenda…
Ma io resisto anche se l’invocazione al silenzio per vivere sensazioni e rumori impercettibili che chiedo alla sala si perde nelle chiacchiere da pizzeria di famiglia fra una discussione sull’asilo di Leonida e la scelta su quale delle due strade per le vacanze è più comodo percorrere.
Mi disturbano. Non stanno godendosi l’esperienza indimenticabile di una sera speciale e soprattutto con la loro caceria becera non permettono di viverla agli altri.
Poi arrivano nel piatto dei chicchi caldi e profumati di cipolla delicata. Ma anche qui sono certa si nasconde qualche spezia o
erba che non riconosco…
E così si va avanti fra improvvisi brusii, aria calda vicino alle orecchie, foglie che ti accarezza ti toccano e ti avvolgano; cibi scoperti con le mani e il naso e sapori resi speciali dall’oscurità.
Una serata difficile da dimenticare splendidamente orchestrata dal cast perfetto di Kitchen Whishes. Non una cena ma un esperienza sensoriale ed emozionale vera nonostante Leonida e la statale.
Una cena speciale che insegna anche a noi che per mestiere usiamo molto la vista che è bello e incredibile pote raccontare anche solo con le emozioni percepite.
E se in esse c’era anche paura e disagio tanto meglio.
A cena finita e sbendatura avvenuta scoppiamo a ridere, ci guardiamo in faccia con il trucco colato e l”espressione del risveglio mattutino e ci guardiamo con occhi diversi.
Scopriamo il mondo accanto a noi, la sala, la faccia degli altri commensali, cerchiamo di intuire chi possa aver detto e cosa e chiediamo il menù completo nella certezza che almeno abbiamo beccato tutti i vini!
Abbiamo mangiato:
carasau croccante
hummus di ceci
drink al cocco e gin con miele
crostino con mousse di ricotta al ginepro
crema di patate con rosa canina al gin
orzotto con base cipolla e pecorino, spolverato di radice di iris
pane caldo alla lavanda con olio
uovo poché con spinaci in tre modi (crudi, saltati e in crema) e pane fritto al cardamomo
crumble al rosmarino e cucchiaino di gin
creme caramel alla cassia
foto: Luca Managlia
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