L’autunno dorato del Tirolo in Alto Adige

L’autunno dorato del Tirolo in Alto Adige

Quando l’autunno colora di rosso e oro i pendii sopra Merano, a Tirolo si rinnova l’appuntamento con uno degli eventi più attesi della stagione: il Törggelen.
Autentico rito del gusto e della convivialità, che affonda le sue radici nelle antiche usanze contadine legate al ringraziamento per il raccolto, il Törggelen è un’occasione per gustare le specialità tipiche dell’autunno altoatesino, come la minestra d’orzo, i canederli, la carne affumicata, gli Schlutzkrapfen, i krapfen del contadino e naturalmente le caldarroste. La castagna in Alto Adige, infatti, da sempre è presente nelle ricette autunnali
Il tutto accompagnato da vino nuovo, succo d’uva e altre delizie di produzione locale. Il Törggelen si gusta da ottobre fino alla metà di novembre nelle osterie contadine e nelle cantine di Tirolo:


Autunno: la stagione del Törggelen

Il maso Sandgruberhof, che si trova a circa 10 minuti a piedi dal centro del paese e che conserva ancora l’antica struttura fatta da mura secolari. In una bella giornata d’autunno, al Sandgruberhof il Törggelen viene servito nel giardino con spettacolare vista panoramica su Castel Tirolo, la valle e le montagne circostanti; il Wenzlhof, dove il vino è di produzione propria, è un ottimo punto di sosta dove gustare i piatti tipici del menu del Törggelen e dove i bambini possono divertirsi nel parco giochi attrezzato; il Ristoro Zur Dorfmühle i proprietari Manfred e Angelika sono sempre pronti ad accogliere gli ospiti con un piatto di canederli fumanti, Schlutzkrapfen e tutte le altre golosità che prevede un buon Törggelen.


Foliage fra i vigneti

A conferire un aspetto meravigliosamente dorato al paesaggio di Tirolo sono anche i suoi vigneti, disposti in lunghi filari su pendii decisamente ripidi. Per questo, i viticoltori di Tirolo sono dei veri e propri “giardinieri paesaggistici”, avendo anche il compito di esaltare il fascino del paesaggio attraverso la disposizione curata e strutturata dei vigneti.
Tirolo, con i suoi 600 metri circa d’altitudine, sorge su una lingua di terra di deiezione morenica situata verso sud, un altopiano assolato ideale per i vitigni di Pinot Bianco, Traminer Aromatico, Pinot Nero, Lagrein, Merlot e Schiava. Tutti vini, oltre ad essere prodotti, sono anche offerti e venduti presso le cantine, i masi e i ristoranti di Tirolo.
In autunno diventa ancora più suggestivo e interessante il sentiero dedicato proprio al vino, che parte dall’Associazione Turistica di Tirolo snodandosi tra i vigneti e le amene colline coltivate.
Lungo il percorso si trovano stazioni che “raccontano” fatti e curiosità sulla viticoltura della zona, oltre ad alcune installazioni artistiche, come radici di vite appese in alto, tra cui una dorata a rappresentare la forza, il pregio e il primato di questa pianta. 


Il tempo delle mele

L’inizio dell’autunno coincide anche con la raccolta di un altro importantissimo frutto, tipico dell’Alto Adige: la mela. La parte del territorio di Tirolo che non è coltivata a viti, lo è a meli, che in autunno colorano il paesaggio con le foglie e i frutti variopinti. Come per il vino, Tirolo ha anche il Sentiero della Mela: una passeggiata piacevole e poco impegnativa che attraversa i meleti di Tirolo, con cartelli e installazioni interessanti su storia, varietà, produzione, coltivazione e curiosità sulla mela.
Domenica 26 ottobre, infine, dalle 11.30 alle 16.00, per celebrare ufficialmente l’autunno, a Tirolo si svolgerà la tradizionale Festa in Via del Castello, che sarà anche un’opportunità per scoprire e celebrare le tradizioni rurali del territorio. Le vie del paese si animeranno di bancarelle, profumi autunnali e musica, offrendo un’atmosfera festosa e accogliente, ideale per una piacevole passeggiata tra amici e familiari.

 

A fare da cornice all’evento, gli storici masi della Muta, incastonati sotto la Cima Muta e raggiungibili con suggestive escursioni panoramiche. Gli antichi masi Hochmuth, Mittermuth (Wenner), Talbauer e Untermuth raccontano secoli di cultura contadina e oggi, trasformati in apprezzati ristoranti di montagna, rappresentano un legame vivo tra passato e presente.

Ecco il docufilm on the road che racconta il trekking più lungo del mondo

Ecco il docufilm on the road che racconta il trekking più lungo del mondo

7887 chilometri a piedi lungo il Sentiero Italia, dalle Alpi alle isole: un viaggio durato tre anni che diventa un racconto cinematografico di natura, persone e territorio. Dal 22 ottobre le prime proiezioni a Milano, Torino e Roma.
Cosa significa attraversare l’Italia a piedi, seguendo la sua dorsale montuosa? E cosa si scopre quando, passo dopo passo, si decide di guardare il Paese da una prospettiva diversa?

Esstratto del documentario

Un viaggio a piedi lungo tre anni

Nasce da queste domande il documentario – diretto da Andrea Buonopane, con la co-regia di Emanuele Mercurio, scritto insieme ai co-fondatori Sara Furlanetto e Yuri Basilicò – che porta sul grande schermo l’incredibile viaggio compiuto dall’associazione Va’ Sentiero, nata nel 2017 per riscoprire il Sentiero Italia e valorizzare le Terre Alte italiane in una traversata a piedi lungo l’intero Sentiero Italia.
7.887 chilometri attraverso le montagne italiane, dalle Alpi agli Appennini, fino alle Isole.
Un’odissea contemporanea durata 3 anni che, iniziata al confine con la Slovenia e conclusa sullo Stretto di Messina, ha attraversato imprevisti, cambi di programma e la sospensione imposta dalla pandemia.
Al centro del film, sette giovani e un pensionato alla ricerca di una nuova strada e una spedizione che, fin dal principio, si è rivelata molto più di un’avventura personale: un progetto sociale, culturale e corale. Il Sentiero Italia è diventato casa, un luogo di incontro e un modo per entrare in contatto con un Paese spesso lontano dai riflettori: quello delle Terre Alte, dei piccoli borghi e delle comunità. 

2019. Festa di paese a Formazza in Piemonte. Foto id Sara Furlanetto

Tutta l’Italia vissuta sui crinali, dalle Alpi agli Appennini

Va’ Sentiero è un road-movie a piedi che attraversa paesaggi, storie e identità diverse, restituendo un ritratto potente di un’Italia fragile e meravigliosa.
Lungo il percorso emergono le conseguenze dello spopolamento e dell’isolamento, ma anche nuove forme di socialità, esperienze di rigenerazione territoriale e una biodiversità tanto straordinaria quanto esposta agli effetti della crisi climatica.
Il viaggio come esperienza partecipativa: una comunità in cammino. Durante la spedizione, infatti, oltre 3.000 persone provenienti da 16 nazioni, soprattutto giovani, hanno camminato insieme al gruppo Va’ Sentiero, unendosi alla carovana per un giorno, una settimana o anche per mesi.
È proprio questa dimensione partecipativa a diventare uno degli elementi centrali del racconto: il cammino come spazio di incontro, condivisione e scoperta, capace di costruire relazioni lungo la strada. 

2019. Il gruppo in cammino in Veneto. Foto Sara Furlanetto

Il docufilm che nasce da un’esperienza unica

Una spedizione collettiva che ha attraversato 16 parchi nazionali, superato circa 445.000 metri di dislivello attraverso 365 tappe, toccando tutte le regioni.
Per promuovere il Sentiero Italia e testimoniare i territori documentati, Va’ Sentiero ha dato vita a una guida digitale internazionale al Sentiero Italia, a un libro pubblicato da Rizzoli, a una mostra fotografica itinerante e a una serie documentaristica per Sky LaEffe, fino ad arrivare oggi al cinema con il nuovo documentario.
«Quella di Va’ Sentiero sul Sentiero Italia non è stata solo un’impresa, ma un atto di ascolto verso un’Italia a lungo considerata minore, quella delle Terre Alte del nostro Paese», raccontano gli autori.
«Con questo documentario abbiamo voluto trasformare un’esperienza collettiva e partecipativa in una narrazione cinematografica allo stesso tempo epica e intima, restituendo la complessità di territori bellissimi e fragili, segnati dall’abbandono ma anche dalla spinta di nuove generazioni che scelgono di restare o tornare, che vanno ascoltate e supportate. Un viaggio attraverso un’Italia che resiste e che continua a cercare nuove strade».
Prodotto dall’Associazione Va’ Sentiero e distribuito da Mescalito Film, il documentario è una produzione indipendente di 100 minuti, in lingua italiana con sottotitoli in inglese. La regia è di Andrea Buonopane, la co-regia di Emanuele Mercurio; la sceneggiatura è firmata da Emanuele Mercurio, Yuri Basilicò e Sara Furlanetto. 

Imboccando il sentiero dalla Madonna del Pollino per cominciare l’anello del monte Pollino.

Le prime proiezioni e la formula partecipativa delle sale

Va’ Sentiero sarà sul grande schermo con tre prime proiezioni aperte al pubblico che, a partire dal 22 ottobre, inaugureranno il tour cinematografico del documentario:
Milano – 22 ottobre, spazio Ariosto,  ore 21:30
Torino – 23 ottobre, cinema Centrale,  ore 21.15
Roma –  28 ottobre, cinema Barberini, ore 21.00
Anche la programmazione del film segue la modalità partecipativa che ha caratterizzato tutto il cammino nei suoi tre anni di svolgimento.
Sarà possibile richiedere una proiezione del docufilm in qualsiasi sala della penisola semplicemente compilando un form presente nella pagina ufficiale del film sul sito
https://mescalitofilm.com/distribuzione/va-sentiero/.
Su richiesta, gli autori valuteranno la partecipazione alla serata di proiezione per incontrare il pubblico.  

2020. Camminando nei Sibillini vicino al monte Vettore. Foto Sara Furlanetto

Che cos’è Va’ sentiero

Il documentario “Va’ Sentiero” è stato realizzato grazie al contributo di Fondazione Italia Patria della Bellezza, Fondazione Cariplo, Fondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione Monti Uniti di Foggia; al sostegno di Montura, Ferrino, Oxeego, 150UP e al supporto tecnico di Sony Italia; e con il patrocinio di Touring Club Italiano, Club Alpino Italiano e Uncem.
A tutte le realtà che hanno sostenuto il progetto e a tutte le persone che, nel corso degli anni, hanno contribuito a rendere possibile questo cammino va il ringraziamento del team Va’ Sentiero: un viaggio nato dalla passione di sette giovani e diventato, passo dopo passo, un’esperienza collettiva capace di coinvolgere migliaia di persone e di generare nuova attenzione sulle Terre Alte italiane.

Va’ Sentiero è un’iniziativa sociale e culturale nata nel 2017 per valorizzare le Terre Alte italiane in una traversata a piedi dell’intero Sentiero Italia, 7.887 km che lo rendono il trekking più lungo al mondo.
Un team di giovani volontari ha percorso l’itinerario tra il 2019 e il 2021, trasformando la spedizione in un’esperienza collettiva che ha coinvolto oltre 3.000 camminatori e una community digitale di 90.000 follower. Il progetto ha prodotto la prima guida digitale internazionale al sentiero, un libro pubblicato da Rizzoli (Premio ITAS 2024) e un fondo fotografico depositato presso l’ICCD del Ministero della Cultura; il racconto del viaggio è diventato anche una serie distribuita da Sky LaEffe, una mostra fotografica itinerante oggi acquisita dal Ministero degli Esteri e, dal 2026, un documentario indipendente. Va’ Sentiero ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Grand Prix agli European Heritage Awards di Europa Nostra – finanziato dalla Commissione Europe – e prosegue oggi con nuove iniziative come il Va’ Sentiero Fest, il primo festival-spedizione: due settimane di trekking tra montagne meno note, con eventi culturali aperti al pubblico, pensato come scuola itinerante della montagna. 

Stiria slovena: miglior regione vitivinicola d’Europa 2027

Stiria slovena: miglior regione vitivinicola d’Europa 2027

Si dice che, più di duecento anni fa, quando i soldati di Napoleone attraversavano la Slovenia orientale fossero soliti complimentarsi con gli osti del Paese per l’ottimo vino che veniva loro offerto: “C’est si bon”, esclamavano i francesi; Šipon, intesero gli sloveni. Secondo la leggenda, sarebbe nato così il nome locale del Furmint, uno dei vitigni più rappresentativi della regione.
Che l’etimologia sia corretta o meno, la Slovenia orientale continua a conquistare estimatori anche oltre i propri confini. L’ultimo capitolo di questa storia è il riconoscimento di Miglior Regione Vitivinicola d’Europa 2027, conferito da European Best Destinations alla Štajerska, la Stiria slovena. Il premio, consegnato il 1° ottobre a Maribor, segue il titolo di European Best Wine Capital 2026 già assegnato alla città, al secondo posto il Roero-Monferrato italiano e al terzo la zona della Ribiera Scara della Spagna.
La selezione ha preso in esame oltre 90 territori vitivinicoli europei, individuando una classifica finale di dodici regioni. La Štajerska si è collocata al primo posto con 19,5 punti su 20. A orientare la valutazione, insieme al patrimonio enologico e alla varietà dei vini, sono stati le cantine e gli itinerari di visita, il paesaggio, le attività all’aperto, la gastronomia, l’ospitalità, la sostenibilità e l’accessibilità. Il riconoscimento riguarda dunque anche il modo in cui il territorio si lascia conoscere da chi viaggia.


Maribor e Ptuj: città del vino e vini di città

A Maribor, il rapporto con la vite comincia nel quartiere di Lent, sulle rive della Drava. Qui cresce Stara trta, che da oltre 450 anni continua a dare frutto: è riconosciuta dal Guinness dei Primati come la vite più antica al mondo ancora produttiva. La casa sulla cui facciata si arrampicano i suoi tralci ospita un museo e uno spazio di degustazione, dove conoscere i vini dei produttori del territorio.
Il percorso prosegue sotto le strade del centro, nelle cantine storiche della città, oppure sulle colline circostanti, dove i vigneti cominciano a poca distanza dagli ultimi edifici. Si può così alternare una visita urbana a una degustazione in tenuta, senza dover scegliere tra città e campagna.
A Ptuj, un’altra testimonianza della storia vitivinicola slovena è custodita nella cantina cittadina: Zlata trta, annata 1917, il più antico vino d’archivio conservato in Slovenia. Una bottiglia che aggiunge un motivo di visita alle vie e alle piazze del centro storico, facendo della città una tappa anche per chi vuole approfondire la cultura del vino della regione.


Tra i terrazzamenti di Jeruzalem e le vigne di Haloze

Fuori città, il paesaggio cambia da una zona all’altra. Sulle colline di Ljutomer e Ormož, nella destinazione Jeruzalem Slovenija, i vigneti terrazzati trovano condizioni particolarmente favorevoli alle varietà bianche, a cominciare proprio dallo Šipon: pendii esposti al sole, influenze calde della pianura pannonica e notti fresche contribuiscono al carattere dei vini.
Nelle Haloze, invece, le vigne occupano alcuni dei versanti più ripidi della regione. Sono terreni impegnativi, sui quali il lavoro dei viticoltori ha modellato il paesaggio nel corso delle generazioni. A Špičnik, una strada disegna tra i filari la celebre curva a forma di cuore, diventata una delle immagini più riconoscibili della Stiria slovena.
Ad accompagnare il viaggio c’è anche il suono del klopotec, il tradizionale dispositivo in legno che, azionato dal vento, tiene lontani gli uccelli dai grappoli. Tra una collina e l’altra, le aziende familiari accolgono i visitatori nelle proprie cantine: occasioni per assaggiare i vini e capire come esposizione, suolo e scelte di produzione possano cambiare il risultato nel bicchiere.


Spumanti e scuole di viticoltura: una storia di sperimentazione

La tradizione della Štajerska comprende anche esperienze pionieristiche. A Gornja Radgona, nel 1852, venne prodotto il primo spumante sloveno: una storia che continua nelle cantine della località.
Alle pendici del Pohorje, la tenuta di Meranovo racconta invece il contributo dell’arciduca Giovanni d’Asburgo, che acquistò la proprietà nel 1822, introducendo nuove varietà e metodi di coltivazione. Nel 1832 vi nacque la prima scuola di viticoltura della Stiria.
È anche attraverso questi luoghi che si può conoscere la regione premiata da European Best Destinations: entrando nelle cantine, incontrando i produttori e seguendo le strade che collegano le città ai vigneti. Lo Šipon dell’apertura è un buon punto di partenza; il viaggio può continuare con la Ranina, specialità locale, e con le diverse interpretazioni dei bianchi che caratterizzano la Stiria slovena.


Focus: scopriamo la Stiria

Alcune regioni vinicole ti invitano a assaggiare. La Štajerska (Stiria) ti invita a esplorare: città storiche, colline coperte da vigneti, tenute di famiglia e cantine dove generazioni di conoscenza portano ogni bicchiere di vita.
Poche regioni vinicole europee riuniscono così tante storie vinicole straordinarie in un’area così compatta: la vite più antica del mondo, la culla del vino spumante sloveno, il più antico vino d’archivio conservato della Slovenia e le storiche cantine urbane, con vigneti che iniziano quasi ai margini della città.
La Stiria è il cuore vinicolo della Slovenia, dove vino, gastronomia, cultura e natura si uniscono in un viaggio ricco di carattere.
La vinicoltura qui è caratterizzata da un mosaico di sottoregioni viticolte distintive, ognuna con il proprio terroir, varietà d’uva e tradizioni.
La più ampia destinazione turistica porta insieme
sette diverse destinazioni — Maribor, Ptuj, Jeruzalem Slovenija, Haloze, Slovenske gorice, Ravno polje e Pohorje — dove il vino diventa parte di un viaggio più ampio attraverso cultura, gastronomia e natura.

Paesaggi di vigneti con una storia da raccontare

Attraverso la Stiria strade tortuose collegano vigneti collinari, villaggi e accoglienti piantagioni vinicole. Tra le sue vedute più riconoscibili c’è la strada a forma di cuore a Špičnik, che segue la sua curva distintiva attraverso le viti.
A Jeruzalem, i vigneti terrazzati delle colline Ljutomer–Ormož sono rinomati per i loro eccezionali siti di coltivazione, in particolare per le varietà bianche. Qui, ripido, pendii esposti al sole, influenze pannoniche calde e notti fresche creano condizioni eccellenti per varietà come lo Šipon.
A Haloze, i vigneti si aggrappano ad alcune delle pendici vinicolte più ripide creando un paesaggio drammatico dove generazioni di viticoltori hanno adattato la loro arte Terreno impegnativo.
Fai attenzione anche al tradizionale klopotec in legno. Questi spaventa-passeri alimentati dal vento sono tra i simboli più distintivi del paesaggio vinicolo della regione, riflettendo il un rapporto duraturo tra le comunità locali e i loro vigneti.
L’identità della regione si rivela anche nel vetro. Oltre alle sue altre varietà d’uva distintive, scopri Ranina, una specialità locale distintiva che ne offre un’altra Introduzione al patrimonio vinicolo di Štajerska
Sui pendii di Pohorje, la tenuta Meranovo racconta un’altra storia di innovazione e conoscenza tramandata di generazione in generazione. L’arciduca Giovanni acquisì la tenuta nel 1822, introducendo nuove varietà di uva e approcci moderni alla viticoltura. Nel 1832, Meranovo divenne sede della prima vitologia scuola in Stiria, conferendo alla tenuta un ruolo importante nello sviluppo della cultura vinicola della regione.
La sua storia aggiunge un’ulteriore dimensione all’esplorazione di Štajerska: un paesaggio plasmato non solo dalla tradizione, ma anche dalle persone che hanno portato nuove idee nei suoi vigneti.
Le cantine a conduzione familiare rimangono al cuore della regione. Appartengono a una cultura vinicola più ampia che abbraccia cantine urbane secolari, città vinicole storiche, wine house consolidate e contemporaneamente tenute e una nuova generazione di produttori di vino ambiziosi.
Questa diversità conferisce a ogni visita un carattere proprio. Una degustazione può svolgersi sotto le strade della città, un’altra in una tenuta circondata da vigneti. In tutta la regione, le persone dietro il I vini collegano i visitatori al paesaggio, alle tradizioni locali e alla conoscenza trasmessa di generazione in generazione.

 

 

Valle d’Aosta, battito animale

Valle d’Aosta, battito animale

D’inverno si cerca la discesa, d’estate si insegue la quota. Sci e snowboard scandiscono i mesi della neve; poi vengono i rifugi da raggiungere, le traversate in mountain bike, le giornate lunghe da sfruttare fino all’ultimo sentiero.
L’autunno cambia il passo della montagna. Le presenze umane si diradano, i sentieri ritrovano silenzio e anche le quote assumono un significato diverso: il bosco, il pascolo, la mulattiera tornano a essere ciò che sono sempre stati, e non solo infrastrutture del tempo libero di chi vive altrove. Intanto, il paesaggio cambia colore. Larici, faggi e aceri accendono i versanti di giallo, rame e rosso, invitando a fermarsi un po’ più a lungo e a osservarla da sotto, la montagna, senza cercare per forza la vista da cartolina.
A guardare meglio, a prestare attenzione a un movimento tra gli alberi, a una traccia sul terreno, a qualcosa che attraversa il cielo.
È anche il momento in cui la montagna lascia più spazio a chi la abita tutto l’anno. Gli animali tornano più chiaramente al centro del paesaggio e, per chi sceglie la Valle d’Aosta in questa stagione, possono diventare i veri motivi del viaggio.


La Valle d’Aosta vista in sella

Cambiare punto di vista, qualche volta, significa semplicemente salire in sella. Le passeggiate a cavallo permettono di percorrere sentieri, poderali, boschi e piccoli nuclei rurali con un ritmo diverso da quello dell’escursionismo tradizionale.
A Vetan, sopra Saint-Pierre, per esempio, il Centro di turismo equestre La Granzetta propone itinerari che vanno dalle prime esperienze alle uscite di più ore, attraversando la conca affacciata sulle valli di Cogne, Valsavarenche, Rhêmes e Valgrisenche. Il centro è aperto durante tutto l’anno e l’azienda agricola ospita, oltre ai cavalli, anche asini e muli.
Più che una semplice attività sportiva, l’equitazione diventa così un modo per entrare nel paesaggio senza interromperne il ritmo, seguendo strade poderali e percorsi che per secoli sono stati utilizzati proprio dagli animali e dagli uomini della montagna.


Con asini e muli, la lentezza diventa parte del viaggio

Se il cavallo invita a cambiare prospettiva, asini e muli insegnano soprattutto un’altra cosa: andare piano. In Valpelline, per esempio, Esprisarvadzo propone trekking accompagnati dagli asini, utilizzati anche per il trasporto degli zaini, lungo percorsi che attraversano paesi, ru, gli antichi canali irrigui scavati a mano, aziende agricole, cantine e testimonianze della vita rurale. Il Gran Tour della Valpelline è concepito proprio come un viaggio a tappe nel territorio, con gli animali al seguito.
Il mulo e l’asino non sono una curiosità aggiunta al trekking, ma riportano il cammino a una dimensione antica della montagna, quando trasportare merci, viveri e attrezzature lungo i sentieri faceva parte della quotidianità. Non per nulla, del resto, si chiamano mulattiere.


Un safari, ma sulle Alpi

Per partecipare a un safari, in Valle d’Aosta, non servono jeep né savane. In Valsavarenche, nel Parco Nazionale Gran Paradiso, il Safari Alpino® porta piccoli gruppi a piedi alla ricerca degli animali selvatici nel loro ambiente naturale: stambecchi, camosci, aquile reali e gipeti, osservati con l’accompagnamento delle Guide del Parco. Per il 2026 NaturAlp propone l’attività fino al 31 ottobre.
Ed è forse proprio l’autunno il momento in cui la parola “safari” assume qui il significato più interessante. Nel Parco i boschi cambiano colore e per camosci e stambecchi si avvicina la stagione riproduttiva: la natura non è uno scenario da attraversare, ma qualcosa da leggere attraverso movimenti, tracce, richiami e attese. Nessun recinto, dunque, e nessuna garanzia di incontro: parte dell’esperienza consiste proprio nell’imparare a cercare.


A Montjovet, invece, si passeggia con gli alpaca

Il ritmo cambia ancora sulle alture di Montjovet, dove Alpaca Sapé alleva questi animali originari delle Ande da oltre vent’anni. Qui è possibile partire per una passeggiata semplice nei dintorni dell’allevamento, tra prati, boschi e sentieri della bassa Valle, conducendo l’alpaca e imparando nel frattempo a conoscerne comportamento e caratteristiche. L’esperienza dura all’incirca un’ora e mezza di cammino e permette anche di incontrare il resto del branco.
L’allevamento permette, inoltre, di scoprire anche il valore della fibra di alpaca, apprezzata per morbidezza e capacità termica e naturalmente disponibile in numerose sfumature. Dalla cura degli animali alla raccolta e alla lavorazione della fibra, fino alla produzione di filati e manufatti, l’esperienza restituisce così una dimensione più completa dell’allevamento: non soltanto un incontro ravvicinato con l’animale, ma la scoperta di una piccola filiera che nasce dal branco e prosegue nel lavoro artigianale.


Il cielo sul guanto: falconiere per un giorno

A Gignod, alle porte di Aosta, il rapporto con gli animali passa invece attraverso il cielo. L’esperienza Falconiere per un giorno comincia imparando a conoscere i rapaci e il modo corretto di avvicinarli, per poi indossare il tradizionale guanto e partire per una passeggiata nei boschi accompagnati dal falconiere. Tra gli animali presenti figurano poiana di Harris, barbagianni, e gufo delle nevi; durante il percorso è possibile osservare il rapace in volo e scoprirne da vicino comportamento e abitudini. L’esperienza dura complessivamente circa quattro ore ed è proposta durante tutto l’anno.

In autunno, insomma, la Valle d’Aosta cambia ritmo e chiede di fare altrettanto. Meno velocità, meno fretta di arrivare, più attenzione a ciò che si muove accanto, sopra o davanti a noi. Che sia il passo di un cavallo, la pazienza di un asino, la presenza discreta di uno stambecco o il volo improvviso di un rapace, sono gli animali a ricordare che la montagna non è soltanto uno spazio da attraversare, ma un ambiente da condividere.
A chiunque cerchi dove alloggiare in Valle d’Aosta, il portale Booking Valle d’Aosta – strumento per la prenotazione dei soggiorni gestito direttamente dall’Ufficio regionale del Turismo – offre l’elenco delle strutture ricettive della Valle d’Aosta (alberghi, RTA, B&B, agriturismi e appartamenti), con la possibilità di prenotare direttamente online senza intermediari e senza alcun costo di prenotazione, selezionando in base al comprensorio o al tipo di esperienza desiderata.

Andar per tartufi in autunno: i boschi segreti, le capitali italiane e le esperienze da vivere con il cane

Andar per tartufi in autunno: i boschi segreti, le capitali italiane e le esperienze da vivere con il cane

L’autunno ha un profumo inconfondibile. È quello delle foglie bagnate, della terra umida e dei boschi che si preparano all’inverno. Ma per chi sa seguirne le tracce, c’è un aroma ancora più prezioso: quello del tartufo, tesoro sotterraneo che da secoli alimenta leggende, tradizioni gastronomiche e una vera cultura del territorio.
Da ottobre a dicembre, l’Italia offre alcune delle occasioni più affascinanti per scoprire questo mondo. Dalle Langhe piemontesi alle colline toscane, dalle Marche all’Umbria, si può partecipare a una cerca guidata con il tartufaio e il suo cane, imparare a riconoscere le diverse varietà, visitare borghi storici e concludere la giornata davanti a un piatto di tagliolini al tartufo fresco.
Non è soltanto una vacanza gourmet. È un’esperienza che permette di entrare in contatto con un sapere antico, fatto di osservazione, pazienza e rispetto per la natura.


Che cos’è davvero il tartufo: il tesoro che cresce sottoterra

Il tartufo non è una radice e nemmeno un tubero, come il nome potrebbe suggerire. È un fungo ipogeo, cioè cresce sotto terra, sviluppandosi in simbiosi con le radici di determinate piante, tra cui querce, noccioli, pioppi e salici.
La sua formazione dipende da un equilibrio delicato tra terreno, umidità, clima e vegetazione. Ecco perché non basta piantare un albero per ottenere tartufi: occorrono condizioni ambientali favorevoli e tempi naturali che non sempre possono essere controllati.
Il suo aroma intenso è il risultato di una complessa combinazione di sostanze volatili. È proprio questo profumo a renderlo tanto ricercato in cucina e a permettere ai cani addestrati di individuarlo anche quando si trova nascosto sotto il terreno.
La cerca del tartufo è diventata anche un patrimonio culturale riconosciuto a livello internazionale: nel 2021 la «Cerca e cavatura del tartufo in Italia: conoscenze e pratiche tradizionali» è stata iscritta nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO.
Dietro ogni tartufo, dunque, non c’è soltanto un prodotto gastronomico, ma una conoscenza tramandata tra generazioni, un rapporto speciale con gli animali e un modo particolare di abitare il paesaggio.


Bianco pregiato o nero: quali sono i tartufi più ricercati?

Non tutti i tartufi sono uguali. Cambiano il profumo, il sapore, la consistenza, l’habitat e il calendario di raccolta. Alcune varietà sono particolarmente apprezzate per la loro rarità e per il valore gastronomico.
Il tartufo bianco pregiato (Tuber magnatum Pico)
È considerato il re della tavola. Il suo profumo intenso e complesso, con note che possono ricordare il bosco, l’aglio e il formaggio stagionato, lo rende protagonista della cucina autunnale. Si consuma prevalentemente crudo, tagliato a lamelle sottili su piatti caldi, come tajarin, risotti, uova e fondute.
È una varietà molto difficile da coltivare con risultati affidabili e, quando la disponibilità è scarsa, può raggiungere quotazioni elevate. Alba e San Miniato sono tra i territori italiani più celebri per il bianco pregiato.
Il tartufo nero pregiato (Tuber melanosporum)
È noto anche come tartufo nero di Norcia o di Spoleto, in riferimento ad alcune delle aree italiane più rinomate per la sua raccolta. Ha una polpa scura e un aroma elegante, con sentori di sottobosco, spezie e frutta secca. È molto apprezzato in cucina e si presta anche a preparazioni calde.
Il tartufo nero estivo o scorzone (Tuber aestivum)
Ha un profumo più delicato e un sapore meno intenso rispetto al nero pregiato. La sua superficie è caratterizzata da verruche piramidali e la polpa, a maturazione, presenta tonalità chiare. È versatile e viene utilizzato per condimenti, salse e piatti della tradizione.
Il tartufo nero invernale o trifola nera (Tuber brumale)
Si raccoglie nei mesi freddi e presenta un aroma intenso, talvolta con note muschiate. È una varietà interessante per chi vuole scoprire un volto meno conosciuto della gastronomia tartuficola.
Il bianchetto (Tuber borchii)
Ricorda per aspetto il tartufo bianco pregiato, ma ha un profilo aromatico differente, spesso più pungente e agliaceo. Si trova soprattutto tra inverno e primavera, a seconda delle condizioni locali.
Il tartufo uncinato (Tuber uncinatum)
È una varietà autunnale, apprezzata per il suo aroma equilibrato e le note di nocciola. Cresce in diversi ambienti boschivi e si presta a numerose preparazioni gastronomiche.
Queste sono alcune delle principali varietà commercializzate in Italia, ma il mondo dei tartufi è molto più ampio. È importante ricordare che stagioni e periodi di raccolta sono regolamentati e possono variare secondo la specie e le disposizioni regionali.


Il tartufaio e il suo cane: un’antica alleanza da scoprire nel bosco

Dimenticate l’idea della semplice passeggiata alla ricerca di un fungo. Andare per tartufi significa entrare in un mondo fatto di gesti precisi, segnali da interpretare e conoscenze che spesso si tramandano in famiglia.
Il protagonista è il tartufaio, chiamato trifolao o trifulau in Piemonte, che conosce i sentieri, osserva la vegetazione e riconosce gli ambienti più adatti. Al suo fianco c’è il cane da tartufo, addestrato a individuare l’aroma del fungo anche sotto il terreno.
Il Lagotto romagnolo è una delle razze più note per questa attività, ma vengono impiegati anche cani di altre razze e meticci. Conta soprattutto l’addestramento e il rapporto di fiducia con il conduttore.
Quando il cane individua il tartufo, segnala il punto e il tartufaio interviene con un piccolo attrezzo per estrarlo senza danneggiarlo. La terra viene poi ricomposta, contribuendo a preservare l’ambiente di crescita.
Partecipare a una cerca guidata significa assistere a questo rituale da vicino, ascoltare i racconti del cercatore e capire perché non tutte le uscite si concludono con un ritrovamento. Il tartufo è un prodotto spontaneo e la natura non garantisce risultati.

San Miniato, Pisa, Tuscany, Italy: landscape of the countryside and hills with the dome and church of the village

Dove vivere un’esperienza di turismo tartufaio in Italia

Per chi desidera trasformare una gita autunnale in un’avventura tra natura e gastronomia, alcune destinazioni sono particolarmente interessanti.

Langhe e Roero, Piemonte: sulle tracce del tartufo bianco d’Alba
Le colline delle Langhe, con i vigneti che disegnano il paesaggio e i borghi arroccati sulle alture, sono una delle mete simbolo del turismo tartufaio. Alba è il punto di partenza ideale per abbinare la cerca del tartufo a visite nelle cantine, passeggiate nei centri storici e degustazioni di vini locali.
Qui si può partecipare a uscite guidate con un trifulau e il suo cane, spesso seguite da una merenda contadina o da una degustazione di prodotti tipici.
Tra le possibilità da approfondire c’è Andar per Tartufi, nel Roero, che propone ricerche guidate anche in orario serale e occasioni per conoscere le tradizioni del territorio. Informazioni e prenotazioni sul sito andarpertartufi.com.
L’autunno è anche il momento della Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, che nel 2026 si svolge dal 10 ottobre al 6 dicembre. Il programma comprende il mercato del tartufo, incontri gastronomici e appuntamenti dedicati alle eccellenze locali.
Per chi vuole andare oltre la tavola, il consiglio è di fermarsi almeno un fine settimana: tra Barolo, La Morra, Barbaresco e Neive, ogni deviazione può trasformarsi in un itinerario tra paesaggio, cultura e grandi vini.

San Miniato, Toscana: il profumo del bianco sulle colline pisane
Nel cuore della Toscana, tra Pisa, Firenze e le campagne attraversate dalla Via Francigena, San Miniato è una delle capitali italiane del tartufo bianco pregiato.
Il centro storico, dominato dalla Rocca e attraversato da vicoli e piazze, offre un contesto ideale per una vacanza che unisce cultura e gastronomia. Le colline circostanti custodiscono una lunga tradizione di cerca e cavatura, ancora oggi praticata da famiglie di tartufai.
Per vivere l’esperienza in prima persona si possono prenotare uscite nei boschi con un esperto e il suo cane, seguite da degustazioni o pranzi a base di tartufo. Tra le proposte da esplorare c’è Truffle in Tuscany, che organizza esperienze di cerca e degustazione nel territorio sanminiatese.
Un’altra possibilità è partecipare alle attività di cerca guidata proposte nell’area tra San Miniato e Montaione, dove alcune esperienze comprendono anche assaggi di prodotti locali.
Da segnare in agenda è la Mostra Mercato del Tartufo Bianco di San Miniato, in programma nel 2026 il 14-15, 21-22 e 28-29 novembre. Le vie e le piazze del borgo diventano un percorso dedicato alle specialità toscane, alle degustazioni e alla cultura del tartufo.
Informazioni aggiornate sull’evento sono disponibili su Visit Tuscany.

Acqualagna, Marche: la capitale del tartufo tutto l’anno
Nel territorio della provincia di Pesaro e Urbino, Acqualagna è una destinazione imprescindibile per chi vuole conoscere il mondo del tartufo anche al di fuori dei circuiti più celebri.
La sua posizione, vicino alla spettacolare Gola del Furlo, permette di abbinare la gastronomia a passeggiate nella natura e visite ai borghi dell’entroterra marchigiano.
La particolarità di Acqualagna è la disponibilità di diverse varietà di tartufo nel corso dell’anno, dal bianco pregiato al nero, fino alle specie estive e invernali.
Per approfondire la storia, la biologia e le tradizioni legate a questo prodotto si può visitare il Museo del Tartufo, che propone un percorso dedicato al rapporto tra ambiente, comunità e gastronomia. Sono inoltre disponibili attività di cerca guidata e visite presso realtà locali.
La 61ª Fiera Internazionale del Tartufo Bianco di Acqualagna si svolge nelle giornate del 25, 31 ottobre e 1, 7, 8, 14 e 15 novembre 2026. In calendario sono previsti stand gastronomici, degustazioni, iniziative culturali e appuntamenti per le famiglie.
Il programma ufficiale è consultabile sul sito della Fiera di Acqualagna.

Norcia e la Valnerina, Umbria: il regno del tartufo nero
L’Umbria è una delle regioni italiane più rappresentative per la cultura del tartufo, in particolare quello nero pregiato. Norcia e la Valnerina offrono un paesaggio di monti, boschi e borghi in cui la tradizione gastronomica si intreccia con una forte identità rurale.
Qui il tartufo accompagna paste fresche, carni, legumi e ricette della cucina locale. Il viaggio può diventare l’occasione per scoprire anche le norcinerie, le produzioni artigianali e i sentieri dell’Appennino.
Le esperienze di cerca vanno verificate presso gli operatori del territorio, scegliendo proposte che comprendano l’accompagnamento di un tartufaio esperto e il rispetto delle regole di raccolta.
Per chi desidera un itinerario meno concentrato sulle fiere e più orientato alla natura, la Valnerina è una buona base per alternare passeggiate, visite ai borghi e degustazioni.

San Giovanni d’Asso, Toscana: la cerca nel paesaggio delle Crete Senesi
Tra le colline ondulate delle Crete Senesi, San Giovanni d’Asso è una meta particolarmente interessante per chi cerca un’esperienza tartufaia legata alla cultura del paesaggio.
Il borgo, oggi parte del Comune di Montalcino, conserva una forte identità legata al tartufo bianco. Qui la cerca può essere vissuta come un incontro con la campagna toscana più autentica, lontano dai grandi centri urbani.
Nel calendario 2026 è prevista anche un’esperienza di cerca in tartufaia il 7 novembre, con accompagnamento di un tartufaio e del suo cane. L’iniziativa è pensata per far conoscere da vicino le tecniche di ricerca e il rapporto tra uomo, animale e ambiente.
Dettagli e prenotazioni sono disponibili sul sito della Mostra Mercato del Tartufo Bianco delle Crete Senesi.

Alba, Piemonte. Depositphotos

Le capitali italiane del tartufo: un viaggio tra borghi e sapori

Ogni territorio interpreta il tartufo a modo proprio, legandolo a paesaggi, ricette e tradizioni differenti.
Alba, in Piemonte, è il riferimento internazionale per il tartufo bianco pregiato e per una cultura gastronomica che dialoga con i grandi vini delle Langhe.
San Miniato, in Toscana, è celebre per il bianco delle sue colline e per una mostra mercato che anima il borgo nel mese di novembre.
Acqualagna, nelle Marche, si distingue per la varietà di tartufi disponibili durante l’anno e per una filiera commerciale di rilievo.
Norcia, in Umbria, è legata soprattutto al tartufo nero pregiato e alla tradizione della cucina appenninica.
San Giovanni d’Asso, nelle Crete Senesi, è una delle destinazioni toscane più caratteristiche per il tartufo bianco e per le esperienze nella campagna.
A queste si aggiungono altri centri piemontesi e appenninici in cui il tartufo è protagonista di fiere, mercati e iniziative locali. Un buon itinerario può quindi andare oltre le mete più note, scegliendo un piccolo borgo e costruendo intorno alla cerca una giornata di visite, degustazioni e camminate.

Gli eventi del tartufo da non perdere nell’autunno 2026

Per chi vuole organizzare un viaggio nelle prossime settimane, l’autunno offre diversi appuntamenti da mettere in calendario.
Alba – Fiera Internazionale del Tartufo Bianco
Dal 10 ottobre al 6 dicembre 2026. Il mercato del tartufo, gli incontri con i produttori e il programma gastronomico fanno della città piemontese una meta ideale per un fine settimana gourmet. Programma e informazioni.
Acqualagna – Fiera Internazionale del Tartufo Bianco
25, 31 ottobre e 1, 7, 8, 14 e 15 novembre 2026. Un appuntamento per conoscere le varietà di tartufo delle Marche, assaggiare la cucina locale e partecipare alle iniziative organizzate nel centro cittadino. Programma ufficiale.
San Giovanni d’Asso – Cerca del tartufo in tartufaia
7 novembre 2026. Un’esperienza guidata nelle Crete Senesi per osservare da vicino il lavoro del tartufaio e del cane, immersi nel paesaggio toscano. Informazioni e prenotazioni.
San Miniato – Mostra Mercato del Tartufo Bianco
14-15, 21-22 e 28-29 novembre 2026. Tre fine settimana dedicati al tartufo bianco, con degustazioni, prodotti del territorio e iniziative nel centro storico. Dettagli su Visit Tuscany.
Prima di partire è sempre opportuno controllare i programmi ufficiali, verificare le disponibilità delle esperienze di cerca e prenotare le attività guidate.


Curiosità: perché il tartufo costa così tanto?

Il prezzo del tartufo dipende da numerosi fattori: specie, qualità, dimensioni, profumo, provenienza e disponibilità stagionale. Per il bianco pregiato, in particolare, la produzione è spontanea e difficile da prevedere. Piogge, temperature e condizioni del terreno possono influenzare sensibilmente i raccolti.
Un altro elemento è la deperibilità: il tartufo fresco perde progressivamente parte del suo aroma dopo la raccolta e richiede una conservazione attenta.
Non esiste, quindi, un prezzo unico valido per tutta la stagione. Le quotazioni possono cambiare anche rapidamente e vanno valutate in base al periodo e alla qualità del prodotto.
C’è poi un aspetto culturale spesso trascurato: il tartufo non si cerca soltanto con il naso. Occorre conoscere i boschi, riconoscere gli alberi adatti, comprendere il terreno e interpretare il comportamento del cane. Un patrimonio di conoscenze che non si improvvisa e che spiega perché la cerca sia molto più di una semplice attività turistica.

Vivere l’esperinza della ricerca di tartufi. Depositphotos

Come prepararsi a una cerca del tartufo

Per godersi l’esperienza senza trasformarla in una prova di resistenza, bastano alcuni accorgimenti: indossare scarpe da trekking o calzature adatte al terreno naturale; scegliere pantaloni lunghi e abiti comodi, preferibilmente resistenti all’umidità; controllare le condizioni meteorologiche e chiedere all’organizzatore se l’esperienza si svolge anche in caso di pioggia; prenotare in anticipo, soprattutto nei fine settimana autunnali; informarsi sulla durata della camminata, sull’accessibilità del percorso e sull’eventuale degustazione finale; rispettare le indicazioni del tartufaio e non allontanarsi dal gruppo.
È importante ricordare che non tutte le uscite garantiscono un ritrovamento e che, in alcune esperienze, i tartufi raccolti rimangono al professionista che accompagna i visitatori.

Un classico. Depositphotos

Dal bosco alla tavola: il modo migliore per concludere la giornata

Dopo una mattinata trascorsa tra sentieri e foglie, il viaggio continua a tavola. Il tartufo bianco pregiato dà il meglio di sé in preparazioni semplici, capaci di valorizzarne il profumo senza coprirlo: tagliolini al burro, risotto, uova al tegamino o una fonduta tradizionale.
Il nero pregiato, invece, si presta a un ventaglio più ampio di preparazioni, anche calde, e accompagna bene paste fresche, carni e piatti della tradizione regionale.
Il consiglio è di scegliere ristoranti che lavorino con prodotto fresco e che sappiano indicare varietà, provenienza e disponibilità stagionale. È un modo per capire quanto il tartufo cambi da un territorio all’altro e quanto la cucina locale sia parte integrante dell’esperienza.