Giandujotto, con la j. Storia di uno dei cioccolatini più amati

Giandujotto, con la j. Storia di uno dei cioccolatini più amati

Dolce, elegante, inconfondibile: il gianduiotto non è solo un cioccolatino, ma un pezzo di cultura piemontese, un simbolo di Torino e un piccolo viaggio nel mondo delle eccellenze italiane.
Avvolto nella sua tipica carta dorata, è un piacere che attraversa i secoli mantenendo intatto il suo fascino.
Può un cioccolatino dal peso compreso tra i 4 e i 12 grammi valere, da solo, un viaggio?
Un vecchio spot di Carosello, risalente agli anni Settanta, sembra suggerire di sì: raggiunta la stazione di Torino Porta Nuova con un diretto da Zurigo, un turista svizzero si aggira disperatamente per la città della Mole, alla ricerca dei famosi giandujotti. E tornerà a casa soddisfatto, naturalmente, riempiendo un’intera cabina del treno di scatole di preziosi cioccolatini.
Altri tempi, un’altra televisione e una Torino che ci appare quasi irriconoscibile, a “soli” cinquant’anni di distanza.

Gobino, gianduiotti

Il prisma magico simbolo di Torino

Quello che è rimasto immutato è questo piccolo cioccolatino, dalla peculiare forma di prisma, dall’incarto dorato e dal gusto inconfondibile.
Infinite storie e leggende si inseguono intorno alla sua nascita, al suo sviluppo e a come sia diventato così amato e diffuso in tutto il mondo, al punto da diventare, oggi, uno dei simboli della città di Torino. Una delle caselle che è indispensabile spuntare quando si pianifica un viaggio all’ombra della Mole, nonché uno di quei souvenir che non possono mancare, tornando dal Piemonte.
Candidato, con la dicitura Giandujotto di Torino (scritto con la j), al riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta, sarà sicuramente uno dei protagonisti della prossima edizione di CioccolaTò 2026, il grande appuntamento del gusto che andrà ad invadere le strade e i palazzi storici di Torino dal 13 al 17 febbraio 2026.
Dal venerdì, al Martedì Grasso, passando per un sabato di San Valentino: sarà un lungo Carnevale tra i piaceri del palato.


In principio era il diablottino

Si stenta a crederci, ma dopo la scoperta dell’America e il conseguente arrivo in Europa della fava di cacao, ci vollero ben duecento anni prima che a qualcuno venisse in mente l’idea di consumare il cioccolato non più solo come bevanda calda, ma anche in forma solida e a crudo, come si fa volentieri oggi.
Lo chiamarono diablottino, quello che viene tradizionalmente considerato il primo cioccolatino della storianato proprio nella città di Torino.
Prodotto in forma di piccolo disco e aromatizzato alla vaniglia, venne chiamato così forse per l’invitante tentazione a consumarne uno dopo l’altro e diventò rapidamente popolarissimo alla Corte dei Savoia dove, a partire dal Settecento, era servito insieme alla Merenda Reale. Una tradizione riproposta da Turismo Torino e Provincia che abbraccia il Settecento e l‘Ottocento piemontese, passando dalla Corte dei Savoia ai Caffè storici del piccolo Regno, da gustare nei caffè storici o nelle caffetterie delle Residenze Reali aderenti all’iniziativa (www.turismotorino.org).
Merita oggi di essere riscoperto, il diablottino, capitolo in parte dimenticato, ma fondamentale, nella storia dell’arte cioccolatiera italiana ed europea.


Il blocco Napoleonico e la nascita della pasta Gianduja

L’anno è il 1806: Torino è già da quattro anni dentro l’orbita francese e Napoleone, sempre più ai ferri corti con gli inglesi, istituisce quello che passò alla storia come il Blocco Continentale.
Niente più navi britanniche nei porti dell’Impero, niente più cacao sugli scaffali delle cioccolaterie europee, se non ad altissimo costo.
Un colpo basso, per una città golosa di cioccolato come Torino. Tuttavia, i pasticcieri locali, gente industriosa e caparbia, trovarono la soluzione perfetta per questa penuria: c’era un frutto che, nel Piemonte dell’Ottocento come in quello di oggi, proprio non mancava mai: la nocciola tonda gentile delle Langhe.
Semplicemente geniale, l’idea di tritarla e aggiungerla alla pasta di cacao, tagliando i costi e fornendo al nuovo prodotto quel sapore inconfondibile che ancora oggi caratterizza la pasta Gianduja. Non si chiamò così, tuttavia, prima di qualche decennio, prima di un carnevale che sarebbe passato alla storia.


Una storia di Carnevale: Torino, 1865

Perché a questa invenzione fosse dato il nome di Pasta Gianduja occorrerà attendere il 1865 quando, in occasione del Carnevale, fu proprio un attore travestito da Gianduja, maschera della città, a distribuire ai passanti uno strano manufatto, avvolto in un involucro di carta, ma del quale si poteva già sentire l’odore prima ancora di scartarlo.
Si trattava del primo cioccolatino della storia ad essere incartato singolarmente: si chiamava inizialmente Givù, ma con un testimonial del calibro di Gianduja, non poteva che essere ribattezzato Giandujotto.
Oggi, a poco più di 160 anni da quel Carnevale, il Giandujotto è candidato come prodotto IGP. Sarebbe una svolta storica, sugello che renderebbe giustizia a uno dei cioccolatini più famosi e amati al mondo.


Estrusione e concaggio: come si fa un giandujotto

I primi esemplari, come è facile intuire, erano realizzati a mano. Nel Novecento, invece, il Giandujotto si è trovato di fronte a un bivio: restare fedele ai gesti lenti dei maestri torinesi, o farsi strada nelle linee produttive dell’industria. È ancora possibile ritrovare queste due filosofie nei due metodi con cui, ancora oggi, i Giandujotti vengono realizzati.
L’erede diretto della tradizione è sicuramente il metodo a estrusione, che prevede che il composto venga deposto su una piastra senza stampi, lasciando che la sua forma nasca quasi da sé, come un tempo, con la mano attenta del pasticciere a guidarla. Il metodo a concaggio, invece, utilizza stampi destinati a modellare ogni pezzo, come identico a quello precedente.

Perché si scrive “gianduiotto” con la j?

La presenza della j non è casuale. Nell’Ottocento la lettera j, chiamata “i lunga”, era diffusissima in piemontese e nell’italiano dell’epoca.
Veniva usata per distinguere il suono della i semiconsonante e per rendere più immediata la pronuncia.
Il nome “Gianduja”, e quindi “gianduiotto”, mantenne questa forma arcaica come segno distintivo. Oggi la j richiama tradizione, autenticità e una certa eleganza retrò che ne esalta il carattere storico.


Cosa rende unico il giandujotto

Il segreto della sua identità sensoriale è la combinazione perfetta tra cacao e nocciole. Le caratteristiche principali sono:
aroma intenso ma delicato, con note tostate e leggermente vanigliate;
norbidezza al palato: il gianduiotto non si morde, si lascia sciogliere;
persistenza lunga, con retrogusto caldo e rotondo;
dolcezza equilibrata, mai invadente;
assenza di croccantezza: è una crema solida, vellutata in ogni suo strato.
La presenza della nocciola rende il gusto più complesso e aromatico rispetto a un normale cioccolato al latte.

Curiosità che non tutti conoscono

Il gianduiotto è considerato il primo cioccolatino incartato singolarmente della storia. La sua forma “a lingotto” serviva anche a farlo restare in piedi nelle vetrine delle pasticcerie.
L’impasto originario conteneva quasi il 40% di nocciole: una percentuale altissima, mantenuta ancora oggi dagli artigiani migliori.
In passato veniva regalato durante il Carnevale come simbolo di abbondanza e fortuna.
Esiste persino un “Gianduiotto Day” non ufficiale: ogni 2 febbraio, anniversario della prima distribuzione storica.
In alcune pasticcerie puoi chiedere il “gianduiotto caldo”: una versione semi-sciolta, morbida come crema.


Dove trovare i migliori giandujotti (in Italia e soprattutto a Torino)

Chi vuole assaggiare un giandujotto autentico dovrebbe fare un viaggio a Torino: qui la tradizione è ancora viva e declinata in mille forme.
Ecco alcune delle pasticcerie più celebri (senza preferenze, tutte eccellenti):
Caffarel (Santena):  il più storico, elegante, fedele alla ricetta originale
Guido Gobino:
modernissimo, famoso per il “Giandujotto Tourinot”, molto aromatico e piccolo.
Peyrano (Corso Moncalieri) icona storica, elegante e fedele alla ricetta classica.
Venchi: diffusissima anche all’estero, con versioni più contemporanee.
Baratti & Milano (Piazza Castello) simbolo della tradizione sabauda.
Fuori Torino, eccellenze si trovano in molte realtà artigianali piemontesi, spesso legate ai produttori di nocciole delle Langhe.

Giandujotto “gourmet”: le nuove interpretazioni

Negli ultimi anni molti maestri cioccolatieri hanno iniziato a reinterpretare il gianduiotto in chiave contemporanea.
Chi vuole sperimentare le alternative sappia che esistono molte versioni. La fondente
con una percentuale di cacao più alta; i giandujotti single origin con cacao proveniente da specifiche piantagioni; varianti con sale marino o cannella; giandujotti realizzati con nocciole biologiche o da piccoli produttori locali e versioni più grandi o mini, pensate per degustazioni comparative.
Il risultato? Un ponte tra tradizione piemontese e creatività gastronomica.

 

 

Bresaola della Valtellina: storia, sapori e segreti del tesoro rosso delle Alpi

Bresaola della Valtellina: storia, sapori e segreti del tesoro rosso delle Alpi

Simbolo della Valtellina per eccellenza, questo salume povero di grassi e ricco di proteine è il frutto di un antico processo di conservazione della carne di bovino per salatura ed essiccamento.
Il clima irripetibile della valle, con la sua aria tersa che scende dalle Alpi, crea le condizioni per una stagionatura graduale ed è il segreto che rende la bresaola unica ed inimitabile. 


Il Consorzio, una garanzia di autenticità

Il Consorzio di Tutela Bresaola della Valtellina, attivo dal 1998, garantisce la qualità, l’autenticità e l’origine controllata della Bresaola della Valtellina IGP, salume d’eccellenza prodotto solo nella provincia di Sondrio secondo rigidi standard definiti dal Disciplinare di produzione.
Il Consorzio nasce per garantire l’autenticità, la qualità e l’origine controllata di un prodotto con una storia secolare che, grazie a un profondo legame con il saper fare e la tradizione del territorio, ha ottenuto il prestigioso riconoscimento europeo Igp (Indicazione Geografica Protetta).
Solo i produttori certificati, operanti nella provincia di Sondrio, che seguono rigorosamente il Disciplinare di produzione, possono utilizzare la denominazione tutelata e il marchio Igp.
Una certificazione che garantisce al consumatore un
prodotto autentico, sicuro e di qualità, frutto di un perfetto equilibrio fra tradizione e innovazione.


Secoli di storia e di memoria

Oggi la Bresaola della Valtellina IGP è un’eccellenza italiana riconosciuta in tutto il mondo. Ma la sua storia è frutto di secoli di memoria e cultura.
La sua zona tipica di produzione lo ricordiamo è la provincia di Sondrio in Lombardia, con le sue due valli principali nel cuore delle Alpi: la Valtellina e la Valchiavenna.
La bresaola nasce ufficialmente nel Quattrocento, ma risale all’antichissima tradizione dei territori alpini di conservare le carni mediante salatura ed essiccazione.
Fino a fine Ottocento, la produzione è circoscritta in ambito domestico, poi si evolve: la specializzazione dei macellai locali e le nascenti tecnologie industriali impongono la bresaola all’attenzione regionale e nazionale.
È solo l’inizio del prodotto d’eccellenza valtellinese che oggi conosciamo.


“Bresaola”, l’origine incerta del nome

Il nome bresaola potrebbe derivare dall’espressione “salàa come brisa”, perché un tempo si faceva uso del sale nella conservazione e perché, in dialetto locale, “brisa” indica una ghiandola dei bovini sapida.
Oppure, potrebbe derivare dal termine germanico “brasa” (in dialetto, brace) poiché in passato l’asciugatura del prodotto avveniva in locali riscaldati da bracieri a legna di abete e larice, aromatizzata con bacche di ginepro, timo e foglie di alloro.
Da “brisaola” il nome è poi mutato in “Bresaola”, “Brazaola”, “Bresavola” o “Brisaola”, a seconda delle zone geografiche.
Quel che è certo è che il nome si compone di due parti e che il suffisso “sal” è legato all’impiego del sale nel processo di conservazione del prodotto.


Un’eccellenza che inizia dalla materia prima

Per la produzione della Bresaola della Valtellina Igp vengono utilizzati solo tagli di carne di prima categoria, i più pregiati e teneri, tratti esclusivamente dalla coscia di bovini di razze selezionate – preferibilmente allevati all’aperto e al pascolo e nutriti con alimenti selezionati – e di età compresa tra i 18 mesi e i 4 anni, come previsto dal Disciplinare.
È una scelta di qualità, perché tutti questi fattori – razza ed età dell’animale, sistema di allevamento e alimentazione, scelta dei tagli muscolari più pregiati della coscia bovina (come la punta d’anca) – contribuiscono ad assicurare carni migliori, dal punto di vista organolettico (consistenza, morbidezza, gusto, colore, magrezza e assenza di nervature) e nutrizionale (ad esempio – per un minor contenuto in grassi).
I produttori aderenti al Consorzio utilizzano principalmente carne proveniente da allevamenti europei e sudamericani, dove i sistemi di allevamento e i controlli in tutte le fasi della filiera garantiscono una materia prima che risponde alle elevate esigenze di qualità richiesta per la produzione della Bresaola della Valtellina Igp.
Vengono usate le
migliori razze di bovini da carne, da cui si ottengono tagli magri e consistenti, come previsto dal Disciplinare e da una tradizione secolare. Tra le razze di origine europea si privilegiano la Charolaise, la Limousine, la Blonde d’Aquitaine e le Garonnesi. Tra le italiane la razza Piemontese.
Dal Sudamerica arrivano invece le razze pure di Zebù. Tra queste spicca lo Zebù Nellore – le cui carni sono molto magre – che è l’animale più diffuso nei vasti pascoli del Brasile. Poi abbiamo lo Zebù Guzerat e il Brahman, che rappresentano tuttavia una minima parte dell’intero patrimonio bovino sudamericano.


I tagli

I tagli: per produrre la Bresaola della Valtellina Igp possono essere utilizzati esclusivamente i 5 tagli muscolari più pregiati della coscia bovina. Ma il più utilizzato in assoluto è la punta d’anca che è il taglio più pregiato e corrisponde alla parte della fesa privata del muscolo adduttore. Utilizzata anche la fesa che corrisponde alla porzione posteromediale della muscolatura della coscia e comprende il muscolo retto interno, il muscolo adduttore e il muscolo semimembranoso. Vi è poi la sottofesa che corrisponde alla porzione posterolaterale della muscolatura della coscia e precisamente al muscolo lungo vasto. Altro taglio utilizzabile da disciplinare il magatello che corrisponde alla porzione posterolaterale della muscolatura della coscia e più in particolare al muscolo semitendinoso e infine si utilizza anche il sottosso corrispondente alla fascia anteriore della coscia, composta dal muscolo retto anteriore e dal muscolo vasto esterno, interno e intermedio.

Una lavorazione a regola d’arte

Nella produzione della Bresaola della Valtellina Igp l’elemento umano è centrale. L’abilità nella rifilatura, il sapiente dosaggio degli aromi naturali utilizzati, il massaggio della carne in salagione, le giuste variazioni di temperatura e umidità durante la stagionatura. avvengono secondo una antica tradizione.
Un saper fare che risponde a regole tramandate di padre in figlio che riguardano ogni singola fase della produzione.
Come prima cosa si seleziona e si rifila la carne.
Il taglio selezionato viene accuratamente rifilato per rimuovere il grasso e le parti tendinose.
Si passa poi alla salagione a secco fase in cui la carne viene cosparsa con una concia di sale, aromi naturali, spezie e piante aromatiche. La salagione dura mediamente da 10 a 15 giorni e prevede operazioni di massaggio per favorire la penetrazione uniforme del sale e degli aromi.
Dopo la salagione, la carne viene insaccata e sottoposta ad asciugatura per una settimana. La successiva stagionatura, che dura tra 4 e 8 settimane e avviene in ambienti a temperatura e umidità controllate. Sono vietate tecniche di disidratazione accelerata.
Il prodotto una volta stagionato viene sottoposto a numerosi controlli. Solo la bresaola conforme agli standard del Disciplinare può essere marchiata Igp e commercializzata intera, a pezzi o affettata, con confezionamento sottovuoto o in atmosfera protettiva.

Una produzione radicata nel territorio

Le aziende produttrici della bresaola della Valtellina Igp si trovano esclusivamente nella provincia di Sondrio, cuore storico e geografico di questa eccellenza italiana.
Protagoniste principali della produzione nazionale di bresaola, queste aziende sono un pilastro fondamentale dell’economia locale e del comparto agroalimentare valtellinese.
L’adesione pressoché totale al Consorzio di Tutela testimonia l’impegno condiviso dei produttori di Bresaola della Valtellina Igp a salvaguardare una lavorazione tramandata nel tempo.
Materia prima selezionata, elevati standard del processo produttivo, sicurezza alimentare, controlli periodici e vigilanza costante del Consorzio e delle autorità pubbliche danno vita a un sistema strutturato che garantisce la salvaguardia della bresaola della Valtellina Igp.

Magra, nutriente, digeribile

La bresaola della Valtellina Igp è magra, nutriente e digeribile.
Una porzione da 50 grammi (la quantità giornaliera consigliata dalla linee guida per una sana alimentazione italiana) apporta mediamente 76 calorie e solo 1 grammo di grassi.
È ricca di proteine nobili di alto valore biologico (amminoacidi essenziali) e di vitamine (B1, B6 e soprattutto B12).
Non mancano neppure i sali minerali, preziosi per la nostra salute, soprattutto ferro, zinco, fosforo e potassio, con proprietà antiossidanti. Sono assenti i carboidrati, il calcio e la vitamina D, integrabili associando alla bresaola del pane e qualche scaglia di formaggio grana o parmigiano.
In assoluto è il salume più povero di grassi e a giusto titolo definita “integratore naturale”. Essendo altamente digeribile e molto nutriente, in quanto ricca di proteine animali e di aminoacidi ramificati, ferro, sali minerali e vitamine, è particolarmente adatta a chi fa sport.
È indicata sia prima di uno sforzo fisico prolungato (bicicletta, corsa, pesi…), sia per il recupero del fabbisogno di proteine e di sodio nel post allenamento.

Come degustarla

Assaporare un’icona
La Bresaola della Valtellina Igp è un salume dal gusto unico e inconfondibile. Per una degustazione a regola d’arte va mangiata “santa”, ovvero da sola e al naturale, seguendo alcuni accorgimenti che rendono questa esperienza davvero appagante.

Esame visivo
La prima caratteristica da osservare in una fetta di bresaola della Valtellina Igp è il colore, che deve essere di un rosso uniforme. Può presentare una leggera marezzatura (sottilissime striature di grasso di colore bianco).

Esame olfattivo
L’odore deve richiamare la concia usata per la salagione e gli aromi utilizzati nel processo produttivo. Ogni produttore ha la propria ricetta.

Assaggio
La fetta deve essere sottile con uno spessore tra 0,6 e 0,8 mm. Alla masticazione deve risultare morbida, non gommosa o fibrosa. Bisogna metterne in bocca una piccola quantità, masticare lentamente e poi espirare dal naso e a bocca chiusa.
Al palato emergeranno gradualmente note di carne stagionata, spezie, frutta secca, funghi e sentori di sottobosco, con una piacevole persistenza aromatica che invita naturalmente al boccone successivo.

Le regole d’oro

Conoscere la bresaola della Valtellina Igp significa imparare a servirla, degustarla e rispettarne le caratteristiche.
Dalla giusta temperatura di servizio al taglio perfetto, fino ai suggerimenti per l’abbinamento ideale, ecco come assaporarla al meglio.

La ricetta: Gnocchi di patate, bresaola, crema di gorgonzola, noci

Ingredienti
1 kg di gnocchi di patate
200 gr di Bresaola della Valtellina IGP
150 gr di Gorgonzola DOP dolce
60 gr di noci sgusciate
latte q.b.
Preparazione
Mettere a bollire una pentola di acqua salata. Scaldare il latte e aggiungere il gorgonzola. Lasciare sciogliere il formaggio a fuoco basso fino a che non risulta una crema densa.
Se serve, aggiungere latte per stemperare. Tritare finemente le noci fine. Tagliare la Bresaola della Valtellina Igp a striscioline. Cuocere gli gnocchi nell’acqua bollente fin quando non emergono. Condire gli gnocchi in un tegame con la salsa al gorgonzola, la bresaola cruda e le noci. Servire caldo.

I 6 presepi viventi più suggestivi d’Italia

I 6 presepi viventi più suggestivi d’Italia

Andar per presepi è una tradizione di questo periodo dell’anno, ma davvero suggestivo è andare alla scoperta dei presepi viventi, una delle più suggestive tradizioni natalizie italiane, una celebrazione che unisce fede, cultura e senso di comunità. Ogni anno, in tutto il Paese, migliaia di persone si riuniscono per dare vita a rappresentazioni storiche della Natività, trasformando borghi, chiese e piazze in affreschi viventi che rievocano la nascita di Gesù.
La tradizione del presepe vivente nasce con San Francesco d’Assisi, che nel 1223 organizzò la prima rappresentazione della Natività a Greccio, un piccolo borgo del Lazio.
In quell’occasione, San Francesco volle ricreare la scena del Natale in una grotta, con l’aiuto degli abitanti del villaggio, per trasmettere un messaggio di semplicità e devozione.
Da quel momento, il presepe vivente si è diffuso in tutta Italia, evolvendo in eventi spettacolari che coinvolgono interi paesi. Molti di questi presepi viventi non solo ricreano la Natività, ma aggiungono un tocco locale, celebrando le tradizioni, i mestieri e la cultura del territorio.


1 – Presepe vivente di Matera, Basilicata

Nella meravigliosa cornice naturale di Matera, patrimonio Unesco con i suoi sassi si celebra ogni anno uno dei presepi viventi più celebri del mondo.
Questo presepe, considerato appunto uno dei più spettacolari d’Italia,è  ambientato nel suggestivo scenario naturale dei Sassi, che ricordano i villaggi biblici.
Oltre alla scena della Natività, include rappresentazioni della vita quotidiana ai tempi di Gesù, con centinaia di figuranti in abiti storici.
Matera del resto si presta bene a queste visioni bibliche dato che, come molti ricordano è stata anche il set cinematografico di film come The Passion of the Christ di Mel Gibson.

2 – Presepe vivente di Greccio, Lazio

La dove tutto ebbe inizio si potrebbe dire dato che, come detto è proprio Greccio, vicino a Rieti, il luogo dove San Francesco creò il primo presepe vivente. Lo si tiene ancora, ogni anno con una rievocazione fedele e spirituale della Natività.
La rappresentazione più storica del mondo è accompagnata da musiche e letture che raccontano la nascita del presepe.
Il Santuario di Greccio è un luogo di pellegrinaggio molto visitato durante tutto l’anno al punto da essere considerato la “Betlemme Francescana”.

3 – Presepe vivente di Custonaci, Sicilia

Nella suggestiva grotta Mangiapane, a Custonaci in provincia di Trapani si celebra ogni anno uno dei presepi più suggestivi fra quelli ambientati in una grotta naturale. La Grotta Mangiapane ospita una rappresentazione unica con oltre 160 figuranti e la scena rievoca non solo la Natività di Gesù, ma anche gli antichi mestieri siciliani come il pastore, il pescatore e il fornaio.
Un evento molto sentito e che coinvolge tutta la comunità dato che g
li abitanti del borgo si preparano per mesi, creando costumi e scenografie che riflettono la tradizione siciliana.


4 – Presepe vivente di Genga, Marche

Nelle spettacolari grotte di Frasassi.si svolge uno dei presepi viventi più grandi del mondo dato che questa rappresentazione da record si estende su un’area di 30.000 metri quadrati, con centinaia di figuranti.
Il percorso del grande presepe include stazioni che raccontano momenti della vita di Gesù, fino alla Natività.

5 – Presepe vivente di San Biagio, Campania

Nel suggestivo borgo medievale di Sant’Agata de’ Goti in provincia di Benevento si celebra un presepe vivente che si caratterizza per l’attenzione ai dettagli, con costumi e scenografie che rievocano la Palestina del I secolo.
Gli angoli del borgo medievale si trasformano in botteghe e locande, dove i visitatori possono anche assaporare piatti tipici campani.
È indubbiamente tra i presepi viventi più partecipati del Sud Italia, con oltre 300 figuranti coinvolti e tantissimi visitatori attratti anche dalla presenza delle locande.

6. Presepe vivente di Equi Terme, Toscana

Finiamo il nostro giro d’Italia alla scoperta dei presepi viventi fermandosi ad Equi Terme, suggestivo borgo che si trova alle pendici delle Alpi Apuane.
Questo presepe vivente si svolge tra le vie del borgo e le grotte naturali, creando un’atmosfera magica. Le luci soffuse e le fiaccole aggiungono un tocco di mistero alla rappresentazione.
Il presepe include una fiera dei mestieri tradizionali, dove i visitatori possono acquistare prodotti artigianali.

 

La cucina italiana è patrimonio Unesco

La cucina italiana è patrimonio Unesco

“La Cucina Italiana è Patrimonio dell’Umanità. Oggi (ieri per chi legge)  l’Italia ha vinto ed è una festa che appartiene a tutti perché parla delle nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale”.
Così il Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, commentando il riconoscimento dell’Unesco alla Cucina Italiana Patrimonio dell’Umanità.


La gioia del Ministro Lollobrigida

“Questo riconoscimento celebra la forza della nostra cultura che è identità nazionale, orgoglio e visione – prosegue il Ministro Lollobrigida .
La Cucina Italiana è il racconto di tutti noi, di un popolo che ha custodito i propri saperi e li ha trasformati in eccellenza, generazione dopo generazione.

È la festa delle famiglie che tramandano sapori antichi, degli agricoltori che custodiscono la terra, dei produttori che lavorano con passione, dei ristoratori che portano nel mondo il valore autentico dell’Italia. A loro e a chi ha lavorato con dedizione a questa candidatura va il mio più profondo ringraziamento.
Questo riconoscimento è motivo di orgoglio ma anche di consapevolezza dell’ulteriore valorizzazione di cui godranno i nostri prodotti, i nostri territori, le nostre filiere.
Sarà anche uno strumento in più per contrastare chi cerca di approfittare del valore che tutto il mondo riconosce al Made in Italy e rappresenterà nuove opportunità per creare posti di lavoro, ricchezza sui territori e proseguire nel solco di questa tradizione che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio dell’Umanità”, conclude il Ministro Francesco Lollobrigida.


Cos’è il Patrimonio Culturale Immateriale Unesco

È l’insieme di pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze e abilità che le comunità riconoscono come parte del loro patrimonio culturale.
Non si tratta di oggetti, ma di tradizioni vive che si trasmettono di generazione in generazione.

Il dossier ‘La Cucina Italiana’
Il 23 marzo 2023, il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e il Ministero della Cultura hanno lanciato la candidatura della Cucina Italiana a Patrimonio Immateriale dell’Umanità Unesco
La candidatura non riguarda un singolo piatto o una ricetta, ma un modello culturale condiviso, fatto di esperienze comunitarie, scelta consapevole delle materie prime, convivialità del pasto, trasmissione dei saperi alle nuove generazioni e rispetto delle stagioni e dei territori.

Valori e significato della candidatura
La cucina italiana è la ‘cucina degli affetti’: trasmette memoria, cura, relazioni e identità, raccontando storie di famiglie e comunità attraverso il cibo.
Riflette il legame tra paesaggi naturali e comunità, incarnando memoria, quotidianità e cultura dei territori.

Comunità promotrici e partner
Accademia Italiana di Cucina (1953), Fondazione Casa Artusi (2007), Rivista La Cucina Italiana (1929).

Il Ministro dell’agricoltura e della sovranità alimentare Lollobrigida, il Primo Ministro Meloni e il Ministro della cultura Giuli

Le Tappe del successo

23 marzo 2023 Annuncio ufficiale della candidatura da parte del Governo (MASAF e MiC).

1° luglio 2023 Lancio della candidatura sul veliero Amerigo Vespucci, in occasione della partenza del Tour Mondiale Vespucci e Villaggio Italia (2023-2025), con eventi itineranti in tutto il mondo per promuovere la cucina italiana.

4 agosto 2023 Presentazione ufficiale del logo della candidatura al Parco Archeologico di Pompei, ideato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.

14 dicembre 2023 Conferenza “Italian Space Food” all’Ambasciata d’Italia a Washington: presentazione del progetto che porterà la pasta nello spazio con la missione Axiom 3, come simbolo di innovazione e tradizione.

10 gennaio 2024 Lancio della missione spaziale Axiom 3 con pasta italiana a bordo della ISS, evento mediatico internazionale legato alla candidatura.

2024 – 2025 Promozione della candidatura in importanti contesti internazionali — come il G7 Agricoltura di Ortigia, l’iniziativa “Agricoltura È” a Roma e le principali fiere agroalimentari in Europa e nel mondo — attraverso campagne di comunicazione e attività promozionali.

2024 – 2025 Promozione della candidatura in importanti contesti sportivi come il Concorso ippico di Piazza di Siena, la Ryders Cup, il Giro d’Italia, il campionato mondiale di Rugby e tanti altri.

10 giugno 2025 Gran finale del Tour Vespucci a Genova con spettacolo di droni e celebrazione della cucina italiana come patrimonio culturale.

29 giugno 2025 Evento internazionale a New York, con proiezione a Times Square ed evento al Gotham Hall per la promozione della candidatura, alla presenza delle istituzioni italiane e dell’ICE.

21 settembre 2025 Evento nazionale e internazionale “Il pranzo della domenica – Italiani a tavola”, in centinaia di piazze italiane e ambasciate nel mondo, per celebrare la convivialità e il rito del pasto.

10 novembre 2025 Primo parere tecnico positivo dell’UNESCO sul dossier “La Cucina Italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale”.

 

I Presepi più curiosi e particolari d’Italia

I Presepi più curiosi e particolari d’Italia

L’Italia patria del presepe, non smette mai di sorprendere con interpretazioni originali e creative della Natività. Oltre ai classici presepi napoletani, le meraviglie di San Gregorio Armeno e ai presepi viventi che si svolgono un po’ in tutta Italia da nord a sud, esistono rappresentazioni uniche che uniscono tradizione, arte e cultura locale.
Dai paesaggi incantati delle Cinque Terre alle grotte siciliane, passando per il fascino del mare e dei laghi, i presepi più curiosi d’Italia raccontano storie di fede, arte e cultura locale. Capolavori, sia statici che viventi, che rappresentano una straordinaria occasione per scoprire l’Italia sotto una luce natalizia, ricca di emozioni e tradizioni uniche.
Ecco per voi una selezione per un tour speciale dei presepi più curiosi e particolari del nostro Paese

1 – Presepe della Marineria, Cesenatico (Emilia-Romagna)

Un presepe unico e speciale a cui abbiamo dedicato un intero articolo. A Cesenatico le statue sono a grandezza naturale e sono posizionate sulle antiche barche storiche del porto canale progettato da Leonardo da Vinci.
I personaggi includono figure della tradizione marinara come pescatori e donne che lavorano le reti.


2 – Presepe di sabbia, Jesolo e Rimini (Veneto e Emilia Romagna)

Nelle capitali veneta e romagnola delle vacanze estive il presepe si fa sul mare. Davvero uniche le sculture realizzate interamente in sabbia, alte diversi metri, che raffigurano la Natività e altre scene bibliche.
Ogni anno, artisti internazionali arrivano qui e si sfidano per creare opere monumentali e dettagliatissime.

3 – Presepe subacqueo, Capodimonte, lago di Bolsena (Lazio)

Le statue della Sacra Famiglia e degli altri personaggi della natività sono immerse nelle acque del lago. Durante la notte di Natale, una suggestiva processione accompagna i sub che depongono il Bambino Gesù sul fondale.

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4 – Presepe di Manarola, Liguria

E’ considerato il presepe più grande del mondo, con migliaia di luci a creare figure della Natività sui terrazzamenti delle colline. Ideato da un ex ferroviere, Mario Andreoli, è un’opera ecosostenibile alimentata da energia solare.

5 – Presepe vivente di Matera, Basilicata

La Natività prende vita tra i suggestivi sassi, dichiarati Patrimonio Unesco. Sono centinaia i figuranti in costumi d’epoca che ricreano non solo la nascita di Gesù, ma anche la vita quotidiana del tempo fra il suggestivo scenario del capoluogo lucano.

6. Presepe di Corchiano, Lazio

Spettacolare presepe ambientato in un antico anfiteatro naturale scavato nel tufo. Durante le rappresentazioni viventi, le scene sono accompagnate da canti e musiche tradizionali.


7 – Presepe di sale, Cervia (Emilia-Romagna)

Suggestivo il presepe di Cervia dove per tenere alto il nome di capitale del sale si realizza un’opera con piccole sculture realizzate interamente con il sale prelevato dalle saline. Ogni anno, le figure vengono create con una nuova composizione artistica.

8 – Presepe in grotta, Custonaci (Sicilia)

E’ sicuramente il presepe più particolare della Sicilia quello che viene rappresentato all’interno della grotta Mangiapane, un sito preistorico.
Un presepe vivente che trasforma la grotta in un villaggio antico con tanto di artigiani che lavorano dal vivo.

10 – Presepe del borgo, Equi Terme (Toscana)

Suggestiva l’immagine di un intero borgo medievale che diventa un presepe vivente con abitanti e figuranti che animano le strade e le case. La rappresentazione si estende anche alle suggestive grotte carsiche vicine al paese.

12. Presepe sospeso, Laveno-Mombello, Lago Maggiore (Lombardia)

Piccole figure della Natività sospese su una struttura galleggiante nel lago. L’effetto d’insieme delle luci riflesse sull’acqua del lago Maggiore crea un’atmosfera magica ed unica, da ammirare soprattutto di sera.