Le coste più selvagge d’Italia: 5 tratti dove il mare resta puro (e senza folla)

Le coste più selvagge d’Italia: 5 tratti dove il mare resta puro (e senza folla)

Dalla Costa Smeralda al punto più estremo della Sicilia, cinque tratti di costa tra i più belli d’Italia dove il mare è ancora puro e poco accessibile. Niente stabilimenti né folla: solo acqua cristallina, natura intatta e luoghi da raggiungere con lentezza. Le destinazioni perfette per chi cerca un’estate davvero esclusiva.
Arrivare al mare, in Italia, è semplice. Fa parte della geografia quotidiana: strade che scendono verso la costa, accessi segnati, stabilimenti, punti precisi in cui fermarsi. Ma il mare più interessante non è quello che si raggiunge così. Basta uscire di poco da quel tracciato, lasciare l’accesso principale, prendere un sentiero laterale, camminare qualche minuto in più, perché il paesaggio cambi in modo netto. Le presenze si diradano, le infrastrutture scompaiono, la costa torna a essere una sequenza di rocce, vegetazione e acqua senza mediazioni. Anche il Mediterraneo cambia: diventa più profondo nel colore, meno prevedibile.
È in questi passaggi che si definisce una forma di lusso diversa, concreta: non legata a servizi o strutture, ma alla possibilità di accedere a porzioni di costa meno immediate. Un lusso che richiede tempo, orientamento. E che restituisce, in cambio, uno spazio più autentico.


1 – Costa Smeralda

La Costa Smeralda è probabilmente una delle aree più codificate del Mediterraneo, ma il suo vero valore si coglie quando si esce dal tracciato principale.
Tra Grande Pevero, Romazzino e Capriccioli la costa si frammenta in una sequenza di calette laterali. Non sono spiagge segnalate, ma aperture tra le rocce, accessibili solo a chi decide di camminare.
Il modo migliore per esplorare questo tratto è partire da uno dei punti noti e poi deviare, seguendo tracce nella macchia mediterranea: ginepro basso, lentisco, mirto.
Dopo pochi minuti, il contesto cambia: piccole baie naturali protette dal granito, acqua piatta e luce che si riflette con precisione quasi irreale. Il momento ideale? Tra le 7 e le 9 del mattino, quando tutto è immobile.


2 – Monte Argentario

Nell’Argentario occidentale non ci sono ingressi evidenti, né percorsi lineari. Cala del Gesso è uno dei pochi accessi riconoscibili, una discesa di circa venti minuti attraverso la macchia, ma è solo l’inizio.
Qui il paesaggio è essenziale: roccia e acqua, senza infrastrutture. Il mare è più scuro, più profondo, i fondali scendono rapidamente.
Proseguendo lungo la costa — a piedi o meglio via mare — si incontrano calette senza nome, spesso deserte. A
Punta Avoltore la costa si apre completamente sul largo: uno spazio più radicale, dove il tramonto diventa esperienza.


3 – Riviera del Conero

Sul Conero la costa si alza, diventa verticale. Portonovo è l’accesso più semplice, ma è scendendo verso Mezzavalle che si entra davvero nel paesaggio.
Il sentiero richiede attenzione, ma una volta arrivati la spiaggia si apre ampia, senza stabilimenti nella parte centrale. Il mare è sorprendentemente profondo per l’Adriatico, il colore cambia rapidamente.
La vegetazione arriva fino alla riva, creando una continuità rara. Le
Due Sorelle, al largo, sono iconiche — ma è dal mare che si leggono davvero.


4 – Cilento
 

Nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni la costa mantiene una continuità sempre più rara. Baia degli Infreschi è il punto più noto, ma il vero valore è nella sequenza di baie: Lentiscelle, Cala Bianca, Pozzallo.
Luoghi raggiungibili via mare o attraverso sentieri lunghi e poco segnalati.
L’acqua è tra le più limpide del Sud Italia, i fondali misti favoriscono la fauna marina, mentre le grotte creano giochi di luce spettacolari. La vegetazione — lecci, ulivi selvatici, fichi d’India — arriva fino al mare. Nulla è semplificato: ed è proprio questa complessità a renderlo prezioso.


5 – Vendicari
e Isola delle Correnti

La Riserva di Vendicari è uno dei pochi luoghi in Italia dove la costa mantiene una struttura completa: dune, zone umide, spiagge aperte. Calamosche è la più famosa, ma Marianelli ed Eloro restano più selvagge.
Fenicotteri, aironi, uccelli migratori attraversano un ecosistema vivo, che cambia durante la giornata. Procedendo verso sud si arriva a Capo Passero, fino al punto estremo: l’Isola delle Correnti.
Qui si incontrano Mar Ionio e Mar Mediterraneo: correnti visibili, vento costante, nessun riparo. Il paesaggio è aperto, essenziale. Uno dei pochi luoghi in cui si percepisce fisicamente un confine geografico. All’alba o al tramonto, la luce fa il resto.

Sidro: il low alcol per natura che nasce fra i ghiacciai

Sidro: il low alcol per natura che nasce fra i ghiacciai

Dalle vette del Monte Bianco al calice: Maley riscrive il futuro del sidro attraverso il recupero dei meleti storici della Valle d’Aosta e un’eleganza cosmopolita.
In un mondo che riscopre la ricerca della leggerezza e l’autenticità delle materie prime, Maley si pone come il punto d’incontro perfetto tra eredità alpina e stile di vita contemporaneo.
Non una semplice bevanda, ma il risultato di un progetto di agricoltura eroica della mela, che celebra il sidro come l’alternativa naturale, elegante e intrinsecamente low alcol al vino e alle bollicine tradizionali.

Alla riscoperta del sidro

Il sidro non è una novità, ma un ritorno alle origini: storicamente bevanda nobile nelle corti europee e pilastro della cultura contadina montana, con Maley viene oggi declinata con tecniche moderne. Maley è un’azienda pioniera nella produzione di sidro d’alta quota in Europa: unendo sapienza agronomica e spirito artigianale, produce sidri che sono espressione pura del terroir alpino, esportando il fascino delle mele del Monte Bianco in tutto il mondo.


Una storia di confine e di cuore

Il nome stesso, Maley, è un omaggio alla storia: era l’antico nome del Malus (la mela), ma richiama anche “lo greu maley”, un grande frutteto che dal Medioevo sorgeva nel comune di Torgnon, di fronte al Matterhorn-Cervino.
Il progetto nasce dalla visione del responsabile di Ricerca e Selezione di Proposta Vini, Gianluca Telloli, con l’obiettivo di riportare in vita la produzione del sidro in Italia, trattandolo con la stessa dignità e complessità tecnica di un grande spumante. Maley attraversa i confini, unendo idealmente i versanti del Monte Bianco, dalla Valle d’Aosta alla Savoia francese.

Salvaguardia delle mele antiche: biodiversità in ogni sorso

Al centro della filosofia di Maley c’è la tutela del territorio. L’azienda si impegna nel recupero di varietà di mele antiche e rare (Raventze, Barbelune, Rodzetta, Calville, Pomma verte, Croison de Boussy, Groin de Veau) e due di pere (Critchen d’hiveur, Maude), coltivate in meleti storici che raggiungono quote altimetriche straordinarie, fino ad oltre i 1500 metri.
Questi alberi, spesso centenari, rappresentano un patrimonio genetico unico che, senza l’intervento di Maley, rischierebbe di scomparire. Il risultato è un frutto puro, ricco di acidità e tannini naturali, perfetti per la spumantizzazione.

Ogni bottiglia di Maley garantisce la sopravvivenza e la ricerca di nuovi alberi monumentali e la propagazione su franco di cloni rari: anno dopo anno Maley garantisce un futuro a un patrimonio vegetale che rischiava di scomparire dopo il 1950. L’azienda, inoltre, opera con assoluto rispetto della biodiversità, che si traduce in mantenimento dei prati tramite antiche pratiche di irrigazione, pascolo e sfalcio, e nel pieno rispetto della sostenibilità anche sociale.


La rinascita del sidro: dall’antichità alla tavola moderna

Il sidro non è una novità, ma un ritorno alle origini. Storicamente bevanda nobile nelle corti europee e pilastro della cultura contadina montana, il sidro Maley viene oggi declinato con tecniche moderne in cantina, capaci di coordinare conoscenze enologiche del mondo della spumantistica e mela. 
«Il sidro – spiega Telloli – sta diventando una “tentazione” per molti settori, dalla birra al vino e questo è un segnale positivo ma anche negativo perché il vero sidro va fatto con le mele da sidro, non con le mele comuni da tavola oggi sempre più utilizzate per la produzione di questa bevanda ma con risultati di qualità nettamente inferiore. Con il sidro funziona esattamente come il vino: la qualità della mela, come la qualità dell’uva, determina il risultato finale. Maley non scende a compromessi e nel bicchiere si sente tutta la differenza di un prodotto capace di coniugare facile beva, profondità e lunghezza»


Low alcol per natura

In risposta alla crescente domanda di bevande a ridotto contenuto alcolico, il sidro Maley emerge come scelta ideale.
Con una gradazione che oscilla generalmente tra i 3% e i 7% vol., è il low alcol per eccellenza, non un claim di marketing, ma una proprietà biologica e agronomica che lo distingue nettamente dalle bevande dealcolate o dai cocktail leggeri creati artificialmente.

A differenza dell’uva, che può accumulare grandi quantità di zuccheri (che i lieviti trasformeranno in alcol fino a 14-15% vol.), la mela ha un tetto naturale molto più basso.
Una mela di montagna contiene una quantità di zuccheri che, una volta fermentati completamente, produce naturalmente tra i 3% e i 7% di alcol. Per i sidri di Maley, non vengono aggiunti zuccheri esterni né acqua per diluire.
La gradazione che trovi nel calice è esattamente quella che l’albero ha deciso di produrre nel frutteto. Anche l’altitudine dei meleti di Maley (fino a 1500 metri) gioca un ruolo cruciale: le temperature fresche della Valle d’Aosta e della Savoia permettono fermentazioni molto lente e controllate, un processo che preserva gli aromi primari del frutto che andrebbero distrutti in una fermentazione tumultuosa tipica di bevande a più alto grado alcolico. In queste condizioni, la mela mantiene un’acidità folgorante, rendendo il sorso appagante anche con soli 5 gradi alcolici.

Maley Cidre du Saint Bernard

Il Cidre du Saint Bernard di Maley, distribuito oggi in Italia da Proposta Vini, non è un semplice sidro: è un’operazione di archeologia botanica e di eleganza alpina, il prodotto che più di tutti incarna la missione di Gianluca Telloli.
Il Cidre du Saint Bernard si distingue per una lavorazione che prende in prestito il savoir-faire dell’enologia di pregio. Anzitutto, nasce da un mix di mele antiche della Valle d’Aosta e della Savoia (tra cui la Raventre e la Croison de Boussy), raccolte da alberi spesso centenari che crescono a quote che sfidano la viticoltura tradizionale, garantendo una concentrazione aromatica unica. Il nome è un omaggio a Saint Bernard, patrono degli alpinisti, dei montanari e dei viaggiatori, che da più di mille anni custodisce le nostre valli e i meleti tra Valle d’Aosta e Savoia.
Il metodo di produzione è particolare. Nell’arco di 36 ore dalla raccolta, i cassoni di mele vengono assemblati e spediti in frigo in Savoia grazie alla collaborazione con il produttore Philippe Bernot e il supporto di Chantal Lassiaz. Le mele vengono pigiate il giorno successivo all’arrivo in sidreria, i mosti ottenuti, dopo aver riposato, vengono portati alla temperatura idonea di fermentazione senza l’aggiunta di zuccheri in una vasca d’acciaio simile all’autoclave. A raggiungimento della gradazione alcolica attesa, la fermentazione viene bloccata con l’abbassamento di temperatura, quindi si provvede a pastorizzare il sidro con un moderno e delicato sistema di pastorizzazione senza aggiungere solforosa. Una tecnica che si potrebbe definire un ponte tra Metodo Martinotti e Metodo Ancestrale.
Cidre du Saint Bernard nel calice, si presenta con un colore giallo paglierino brillante, con riflessi verdolini che tradiscono la sua giovinezza e vitalità. Al naso emergono fiori bianchi, scorza di cedro e, naturalmente, la polpa della mela croccante, accompagnata da una sottile nota minerale di pietra focaia. Al primo sorso, la sensazione non è quella di una bevanda dolce o “piaciona”, bensì di una carezza gelida e profumata. È un sidro che sa di aria sottile, di prati di montagna appena falciati e di libertà.
Perfetto per l’appassionato di vino stanco dei soliti schemi, a chi cerca il benessere del low-alcol senza rinunciare al rito del calice, e ai sognatori che amano i sapori che sanno di storia. L’abbinamento ideale? Emozionalmente perfetto con un pezzo di Fontina d’alpeggio o una toma stagionata, tecnicamente sorprendente con un sushi di qualità.
Prezzo in enoteca a partire da: 16 €

I vini delle isole minori: autenticità nel cuore del Mediterraneo

I vini delle isole minori: autenticità nel cuore del Mediterraneo

Le isole minori custodiscono un patrimonio vitivinicolo unico al mondo, fatto di vitigni antichi, paesaggi estremi e tradizioni tramandate nei secoli. In questi territori sospesi tra terra e mare, la viticoltura non è soltanto produzione agricola, ma espressione autentica della cultura isolana e della capacità dell’uomo di adattarsi a un ambiente spesso difficile e impervio.
L’isola è infatti un mondo a sé, un ecosistema delimitato da confini precisi, caratterizzato da flora, fauna, clima e conformazioni geologiche uniche. In questi contesti le varietà di vite, presenti da tempi remoti, hanno sviluppato caratteri peculiari, adattandosi miracolosamente ai venti, alla salsedine, ai terreni vulcanici o rocciosi e alle condizioni climatiche più diverse. Nelle isole minori questa selezione naturale e culturale è stata ancora più severa, dando origine a vini dal profilo straordinariamente originale.
Produrre vino in queste terre richiede fatica, dedizione e una conoscenza profonda dell’ambiente. I vini delle isole minori sono il risultato della “geniale operosità” dell’uomo isolano, costretto dalla natura ad accontentarsi di ciò che il territorio offre, trasformando i limiti in valore. Ne nascono vini autentici, intensi, ricchi di profumi mediterranei.

Isola del Giglio. Castellari, Ansonica Melù

All’Isola del Giglio, Simone e Desy Ghelli hanno scelto di riportare la vite dove il tempo e la fatica avevano progressivamente favorito l’abbandono. Il Giglio è un’isola granitica, bagnata dal Mar Tirreno, dove i vigneti si arrampicano su pendenze che possono raggiungere il 30-40%, spesso a strapiombo sul mare. Qui la viticoltura è necessariamente eroica e i terrazzamenti sono indispensabili.
La storia vitivinicola dell’isola ha radici antiche. Etruschi e Romani posero le basi della coltivazione della vite; in seguito, dal XIV secolo, i Medici favorirono la diffusione dei vigneti, destinando una parte importante dell’isola alla produzione di vino da Ansonica. Con il tempo, però, le condizioni estreme di lavoro e la scarsa produttività portarono all’abbandono di molti terreni.
Oggi Simone e Desy, con la loro azienda Castellari, gestiscono 1,2 ettari di vigneti interamente terrazzati e dedicati all’Ansonica, coltivati con pratiche agronomiche essenziali, antiche e ancora attuali, nel massimo rispetto dei suoli granitici e dell’ecosistema isolano. La produzione è limitatissima, tra le 2.000 e le 3.000 bottiglie all’anno.
L’Ansonica Melù nasce dalle uve dei vigneti Castellari e Saetta. È un vino di grande identità, ottenuto attraverso macerazioni sulle bucce che variano dai dieci giorni agli otto mesi in acciaio, seguite da affinamento sempre in acciaio. Nel calice si presenta di un oro brillante, tipico della bacca matura di Ansonica. Al naso richiama la macchia mediterranea, con note di salvia e camomilla; al palato esprime freschezza, sapidità e una sorprendente bevibilità.
Un vino che si sposa bene con la carne di maiale e trova una bella espressione con l’Arista al latte con erbe aromatiche, piatto tipico della cucina Toscana.
Prezzo in enoteca: 27 euro

Ustica. Hibiscus, Zibibbo Passito Zhabib

A Ustica, Hibiscus è una piccola realtà profondamente legata alla propria isola. È l’unica azienda a svolgere l’intero processo produttivo, dalla coltivazione alla vinificazione, sui propri terreni usticesi. Qui i vini nascono da suoli vulcanici, che conservano i sapori più autentici delle uve tradizionali della Sicilia occidentale.
Ustica è l’apice emerso di un vulcano sottomarino, un’isola di circa 800 ettari situata 36 miglia a nord di Palermo. Al centro si innalzano colline di circa 300 metri, mentre lungo la costa si trovano pianure e terrazzamenti naturali, modellati nel tempo dagli innalzamenti e abbassamenti del livello del mare.
Margherita Longo e Vito Barbera vivono sull’isola tutto l’anno con la loro famiglia e conducono tre ettari di vigneti distribuiti in piccoli appezzamenti tra Tramontana e Ponente. L’azienda, avviata negli anni Ottanta tra muretti a secco, vigneti a spalliera e una piccola struttura di vinificazione, trova nuovo impulso nel 2010 quando Margherita e Vito hanno deciso di piantare nuovi vigneti e ristrutturare la cantina con l’obiettivo di tutelare una materia prima eccellente e portare in bottiglia la voce più limpida dell’isola. La presenza del mare condiziona ogni aspetto della coltivazione: la salsedine, il vento, il clima e la luce determinano la vita della vite e il carattere dei vini.
Lo Zibibbo Passito Zhabib nasce da uve provenienti da diversi appezzamenti tra Contrada Spalmatore e Contrada Tramontana. Lo Zibibbo, varietà storicamente presente a Ustica, trova nei suoli vulcanici vicini al mare un ambiente ideale per esprimere aromaticità, sapidità e mineralità. In passato veniva utilizzato anche nei vini di consumo familiare e appassito per la preparazione di dolci; Hibiscus ne ha recuperato la coltivazione e la vinificazione con tecniche capaci di esaltarne il profilo.
Zhabib è un vino intenso e solare, che restituisce gli aromi fruttati delle uve Moscato. Le sensazioni dolci di mandorla, fico secco e miele, tipiche dello Zibibbo appassito al sole, trovano equilibrio in una piacevole freschezza, rendendo il vino ricco ma mai eccessivo.
Vino da meditazione per eccellenza, è particolarmente adatto alla pasticceria siciliana, in particolare ai cannoli o alla cassata. Da provare anche in abbinamento a formaggio erborinati o piccanti, come il Piancentinu Ennese, pecorino siciliano DOP a base di zafferano.
Prezzo in enoteca: 42 euro

Ventotene. Candidaterra, Pandataria Il Vino del Confino

Ventotene, la più meridionale delle isole dell’Arcipelago Pontino, è una piccola terra vulcanica sospesa tra Lazio e Campania. Con i suoi 1,9 chilometri quadrati, rappresenta uno degli esempi più intensi di viticoltura insulare del Mediterraneo. La sua superficie è quasi interamente costituita da depositi vulcanici, che insieme ai venti marini imprimono un carattere distintivo alle uve e ai vini.
Nel 2013 Luigi Sportiello, giovane viticoltore ventotenese, ha scelto di far rinascere la viticoltura sull’isola, dopo decenni di abbandono dovuti allo spopolamento e alla fuga dei giovani. La sua azienda, Candidaterra, è una realtà familiare di due ettari, dove la coltivazione avviene nel rispetto dell’ambiente e delle norme della Riserva Naturale delle isole di Ventotene e Santo Stefano, senza l’utilizzo di pesticidi, insetticidi o prodotti chimici inquinanti. I vigneti si trovano nella zona centrale dell’isola, tra i 30 e i 50 metri sul livello del mare, allevati a guyot.
Pandataria Il Vino del Confino nasce dall’assemblaggio di Falanghina, Fiano e Greco: tre vitigni a bacca bianca tipicamente campani, che a Ventotene trovano un’espressione originale e profondamente marina. Il nome richiama l’antica denominazione dell’isola e la sua storia di luogo di confino.
La produzione è estremamente limitata, circa 500 bottiglie. Seguito per la parte agronomica ed enologica da Vincenzo Mercurio, Pandataria si distingue per eleganza, equilibrio e precisione. Il colore è giallo limpido; al naso emergono erbe aromatiche, pesca e agrumi; al palato è fresco, minerale, sapido, con una complessità che racconta la natura vulcanica e ventosa dell’isola.
La sua aromaticità si sposa bene con piatti a base di pesce saporiti come un classico spaghetto alle vongole o un più saporito e sfizioso piatto di sarde fritte.
Prezzo in enoteca: 25 euro

Ischia. Cenatiempo, Kalimera Biancolella

La storia della famiglia Cenatiempo comincia nel 1945, quando viene rilasciata la licenza di commercio di vini sull’isola di Ischia. Da allora l’azienda è passata dall’imbottigliamento del vino sfuso alla lavorazione delle uve isolane, fino a diventare una delle realtà più rappresentative della viticoltura ischitana.
A Ischia la vite ha radici antichissime, probabilmente legate alla colonizzazione greca. Nel corso dei secoli gli abitanti dell’isola hanno modellato un paesaggio rurale unico, scavando cantine e ricoveri nel tufo verde, trasformando grandi massi franati dal Monte Epomeo in abitazioni, cellai, grotte, palmenti e cisterne. Hanno costruito terrazzamenti strettissimi, talvolta capaci di ospitare un solo filare, sostenuti da muri a secco chiamati “parracine”: vere e proprie architetture agricole che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del paesaggio vitivinicolo isolano.
La viticoltura ischitana è eroica per definizione. I vigneti si trovano su pendii scoscesi, in terrazze ridotte, dove la meccanizzazione non può arrivare e ogni lavoro è affidato alla mano dell’uomo. Biancolella, Forastera, Piedirosso e Guarnaccia sono i vitigni autoctoni che raccontano l’anima marinara e vulcanica dell’isola.
Dal 2007 Cenatiempo ha avviato un importante lavoro di recupero diretto dei vigneti, riportando alla vita terreni rimasti incolti per decenni. Oggi l’azienda gestisce circa sei ettari suddivisi in quindici appezzamenti sparsi sull’isola, con prevalenza sul versante sud-orientale. La conduzione è biologica e, nella tenuta Kalimera, situata a 450 metri sul livello del mare nel comune di Serrara Fontana, segue un approccio biodinamico.
Kalimera Biancolella nasce proprio da questa vigna di alta collina, dove la natura vulcanica del suolo, l’altitudine e l’influenza marina contribuiscono a definire un vino di grande personalità. Il colore è giallo paglierino brillante; al naso emergono note iodate, erbe aromatiche e frutta gialla. In bocca è fresco, fragrante, fruttato, attraversato da una tipica sapidità e da una buona persistenza.
Il suo profilo minerale si sposa perfettamente con crudi di mare e crostacei ma non è da sottovalutare in abbinamento al coniglio alla cacciatora, secondo la tradizione ischitana, dove la sua sapidità esalta la delicatezza della carne e l’aromaticità delle erbe.
Prezzo in enoteca: 26 euro

3 giugno: giornata mondiale della bicicletta. La Valtellina fa festa

3 giugno: giornata mondiale della bicicletta. La Valtellina fa festa

Con la bella stagione, la Valtellina si apre alle due ruote, tra grandi dislivelli alpini, percorsi di fondovalle e itinerari su strade secondarie che attraversano vigneti, terrazzamenti e borghi storici. L’intero territorio conta circa una quindicina di ciclabili e itinerari misti ciclopedonali, che consentono di percorrere quasi tutta la provincia di Sondrio in chiave sportiva e paesaggistica, dalla bici da strada alla MTB, fino a e-bike e gravel.
A rafforzare questa identità contribuiscono anche appuntamenti di rilievo internazionale e iniziative diffuse
sul territorio: dalla partenza del Tour de Suisse (17 giugno), che consolida il legame della Valtellina con il
grande ciclismo professionistico, alle giornate di Enjoy Stelvio Valtellina, quando i grandi passi alpini
vengono chiusi al traffico motorizzato e restituiti ai ciclisti.


Mobilità lenta, cammini e cicloturismo

Si parte dalla Ciclabile della Valchiavenna (facile e panoramica), che attraversa paesaggi tipici alpini da
Colico fino a Chiavenna e all’imbocco della Val Bregaglia, al confine con la Svizzera.
Il percorso segue circa
40 km tra punti panoramici e ambienti naturali, dalla Riserva del Pian di Spagna al Lago di Mezzola, fino a Chiavenna, Piuro, le Cascate dell’Acquafraggia e il Palazzo Vertemate Franchi.
Scendendo verso la Bassa Valtellina, la Passeggiata Olimpica collega Morbegno a Cino — primo Comune
della Costiera dei Cech sul versante retico all’ingresso della valle — con totem dedicati alle Olimpiadi e al
territorio valtellinese, pensata per chi cammina può essere seguita anche con una MTB o gravel con
rapporti agili. Qui i grandi cinque cerchi olimpici diventano simbolo e richiamo turistico per tutta la valle.
Dall’ingresso della Valtellina prende poi forma il Sentiero Valtellina, asse ciclopedonale che da Colico
percorre l’intera valle fino a Bormio costeggiando il fiume Adda per oltre 110 km. Un itinerario continuo ma
modulabile, prevalentemente pianeggiante e quindi accessibile a tutti. È un tracciato e accessibile, servito
da ferrovia, punti di sosta e noleggi bici, ideale per un turismo lento.
Si inserisce in questa rete il Sentiero Rusca, un itinerario ciclopedonale storico che ripercorre in parte la
Strada Cavallera, che collegava Sondrio col Passo del Muretto (2.562 m), storica porta di comunicazione tra
Valtellina ed Engadina. L’itinerario parte da Sondrio e arriva al Passo del Muretto. In mountain bike,
attraverso una comoda ciclabile, si può arrivare fino a Chiesa in Valmalenco passando per San Giuseppe e
Chiareggio si riesce ad arrivare al Passo del Muretto su strade sterrate sentieri e mulattiere.
Nello stesso ambito si inserisce la Via dei Terrazzamenti, che percorre il versante retico tra Morbegno e
Tirano attraversando i vigneti eroici della viticoltura valtellinese. Oltre 70 km di paesaggio terrazzato,
sostenuto da muretti a secco, modellano la montagna con pendenze che raggiungono anche il 60%.
All’altezza di Tirano, importante nodo di collegamento con la Svizzera, si intercetta la Raetica Classica,
itinerario ciclistico su strada ad anello che collega Valtellina e territori elvetici attraverso passi alpini e
vallate laterali. È un percorso sportivo e dinamico, più impegnativo rispetto alle ciclabili di fondovalle, con
salite e cambi di pendenza; è anche un percorso escursionistico, anche se l’uso prevalente resta quello
cicloturistico.


La Valtellina corre su due ruote

Assi ciclabili di fondovalle, cammini storici e itinerari panoramici tra vigneti e terrazzamenti, fino a circuiti turistici ad anello che collegano laghi, borghi e aree alpine. Tutti i comprensori valtellinesi sono “contagiati” dalla mania per il cicloturismo.
Lungo il versante tra Ardenno e Tirano si trova la Strada del Vino e dei Sapori della Valtellina, itinerario
tematico che valorizza il paesaggio terrazzato e il rapporto tra uomo e montagna.
È percorribile in bici da
strada, e-bike e gravel, anche a tappe, con una forte componente culturale ed enogastronomica.
Infine, verso est, l’area di Bormio introduce ai Laghi di Cancano, dove il Giro dei Laghi offre un’esperienza
escursionistica e ciclabile accessibile in un contesto quasi di alta montagna, dal paesaggio aperto e dolce.
Nello stesso ambito si inserisce il Giro delle Tee, a Livigno, itinerario che attraversa piccoli nuclei rurali e
alpeggi.
Un tracciato che valorizza la dimensione più intima e diffusa del territorio valtellinese. La Valtellina si conferma una destinazione ideale per il cicloturismo, con una forte vocazione alla gravel,
disciplina a metà tra bici da strada e mountain bike che permette di affrontare sterrati, strade di campagna
e sentieri.
Il territorio alterna salite impegnative e tratti più dolci, offrendo percorsi di grande varietà: dalla

Strada del Sale e del Vino alle storiche strade militari della Grande Guerra, dai fondovalle della Val Viola ai
Laghi di Cancano, fino alla salita del Passo dello Stelvio, tra le più iconiche e impegnative delle Alpi. La rete
ciclabile consente di esplorare la valle in sicurezza tra borghi, chiese, castelli e aree agricole, grazie a punti
di sosta e servizi diffusi lungo tutto il territorio.

Con la bici da strada

Per i puristi delle due ruote, la Valtellina offre, oltre alle piste ciclabili, alcune fra le strade e i passi alpini che
hanno fatto la storia del ciclismo. Il Giro d’Italia ha raggiunto la valle numerose volte con arrivi di tappa e
l’ha attraversata grazie ai suoi valichi iconici.
Tra questi spiccano il Passo dello Stelvio, scalato 13 volte, e il Passo del Mortirolo, affrontato più di 10 volte,
a conferma del ruolo centrale della Valtellina nella storia della corsa rosa. Le grandi salite del ciclismo —
Stelvio, Gavia e Mortirolo — sono luoghi simbolo delle imprese di campioni come Fausto Coppi e Marco
Pantani.
Il Passo dello Stelvio (2.758 m), il più alto passo automobilistico d’Italia, divenne leggendario nel 1953 con
l’impresa di Coppi, mentre il Passo Gavia entrò nella storia nel 1988 con una memorabile tappa sotto la
neve.
In questo contesto nasce nel 2025 Stelvio Epic Rides, progetto dedicato al cicloturismo in Alta Valtellina:
non una gara, ma un’esperienza da vivere tra giugno e ottobre affrontando le tre salite leggendarie —
Stelvio, Gavia e Mortirolo — insieme ad altri sette itinerari inediti, con l’obiettivo di valorizzare il territorio
anche oltre la stagione estiva.
Il Passo Mortirolo, tra Valtellina e Valcamonica, è tra le salite più dure al mondo, con picchi che superano il
20%. Qui nacque nel 1994 il mito di Pantani. Numerosi altri itinerari mettono alla prova i ciclisti tra
panorami spettacolari: dai Laghi di Cancano (Piccolo Stelvio), al Passo Spluga (2.227 m), fino al Passo
dell’Aprica (1.181 m). Tra le salite meno note: Passo San Marco, Campo Moro in Valmalenco e Passo del
Foscagno (2.291 m). In estate, con il progetto Enjoy Stelvio Valtellina, alcuni passi vengono chiusi al
traffico, offrendo giornate dedicate ai ciclisti in totale sicurezza. A questo si aggiunge Spluga da Capogiro:
l'iniziativa che prevede la chiusura al traffico veicolare della SS36 da Campodolcino a Pianazzo, ovvero uno
dei tratti più scenici e suggestivi del Passo dello Spluga. Per garantire a ciclisti e a pedoni la possibilità di
godere, in piena sicurezza, di panorami spettacolari e aria pura di montagna, è prevista ogni domenica
mattina di luglio e agosto (8-12).


Mountain bike, downhill e bike park

Gli amanti della mountain bike apprezzano i dislivelli più impegnativi nell’area della Val Belviso, in zona
Aprica, che percorre le Orobie Valtellinesi.
L’Anello dell’Alpe Groppera, adatto anche ai principianti, si snoda nei boschi sopra Madesimo nel versante
a est dove d’inverno gli sciatori affrontano le piste da sci; in questo itinerario suggestivo è possibile fare una
sosta per rinfrescarsi nel meraviglioso Lago Azzurro immerso nella pineta, oppure ammirare il panorama
dell’altopiano degli Andossi e delle cime dell’alta Valle Spluga: Pizzo Quadro, Pizzo Ferrè e Pizzo Tambò, per
citare i più importanti.
In estate gli impianti di risalita aprono ai biker, con percorsi dedicati a ogni livello. Livigno è una meta di
riferimento con il Bike Park Mottolino (14 trail) e il Carosello 3000 (oltre 50 km di percorsi), collegato alla
Mountain Area Sitas.
A Bormio, il Bike Park sul monte Vallecetta offre itinerari downhill, freeride e cross country, oltre al Tour
delle 3 Gondole che collega i tre impianti del comprensorio. Qui si sviluppano anche gli Stelvio Natural Trail,
percorsi su tracciati naturali tra boschi e sentieri d’alta quota, e il Bormio 360 Adventure Trail, anello
panoramico adatto sia al trekking sia ai biker più esperti.
In Valmalenco, il Palù Bike Park propone percorsi tra i 1.400 e i 2.400 m, adatti anche ai principianti. L’area
è completata da una Trial Zone, dedicata all’allenamento tecnico su ostacoli naturali e artificiali, e da un
Pump Track a Caspoggio, un circuito ad anello con dossi e curve sopraelevate che si percorre sfruttando il
movimento del corpo senza pedalare. Un ulteriore Pump Track si trova tra Poggiridenti e Piateda, lungo il
Sentiero Valtellina.
Aperto dal 2012, il Made Bike Park di Madesimo propone percorsi per tutti i livelli, dai tracciati gravity per
principianti ai flow trail più tecnici. Tra questi spicca la Valle delle Streghe, pista nera con ostacoli e
pendenze naturali. Completano il quadro altri itinerari MTB tra la Val Grosina e le aree di confine della
Valposchiavo, con percorsi su mulattiere e discese tecniche.

 

Italia in fiore: viaggio tra ciliegie e fragole, i sapori più dolci della primavera

Italia in fiore: viaggio tra ciliegie e fragole, i sapori più dolci della primavera

La primavera in Italia non è solo una stagione: è un invito a mettersi in viaggio. Tra sagre di paese, colline in fiore e mercati all’aperto, è il momento perfetto per scoprire due protagonisti assoluti: ciliegie e fragole.
Dolci, succose e profondamente legate ai territori, raccontano un’Italia autentica, fatta di tradizioni e piccoli riti collettivi.
E allora si parte, cucchiaio (o cestino) alla mano.


Vignola: la capitale delle ciliegie (Emilia Romagna)

Nel cuore dell’Emilia-Romagna, Vignola è sinonimo di ciliegie. Qui nasce la celebre Ciliegia di Vignola IGP, una delle più apprezzate d’Italia.
Tra maggio e giugno il borgo si anima con feste, mercatini e degustazioni: un’esperienza perfetta per chi vuole unire gusto e tradizione.
La primavera si è celebrata con la celebre Festa dei Ciliegi in Fior che si è svolta dall’11 al 19 aprile 2026 tra carri fioriti, mercatini, degustazioni e passeggiate tra i ciliegi in fiore, è uno degli eventi primaverili più amati dell’Emilia-Romagna.
Per chi invece vuole vivere la stagione della raccolta, torna anche “Vignola è tempo di Ciliegie”, dal 30 maggio al 2 giugno e poi dal 5 al 7 giugno 2026, con stand gastronomici, showcooking e degustazioni dedicate alla Ciliegia di Vignola IGP.


Nemi: fragole vista lago (Lazio)

A pochi chilometri da Roma, Nemi è famosa per le sue fragoline di bosco.
Il borgo, affacciato sul lago, diventa ancora più suggestivo durante la storica Sagra delle Fragole.
Qui il frutto si trasforma in dolci, liquori e piatti creativi, in un mix irresistibile tra panorama e sapore.
La tradizionale Sagra delle Fragole raggiungerà nel 2026 la sua 93ª edizione. L’evento è previsto dal 5 al 7 giugno 2026, con la giornata principale fissata per domenica 7 giugno.

Tra fragole distribuite nelle piazze, costumi tradizionali, musica e allestimenti floreali, il piccolo borgo affacciato sul lago si trasforma in una delle mete più romantiche e golose della primavera italiana.


Marostica: ciliegie tra castelli e scacchi (Veneto)

In Veneto, Marostica unisce storia e gusto. Celebre per la piazza degli scacchi viventi, è anche patria della Ciliegia di Marostica IGP.
Primavera significa passeggiate tra i ciliegi e soste golose nelle piazze storiche.


Candonga lucana: la fragola del Sud (Basilicata)

Nel Metapontino, in Basilicata, nasce la Candonga, una delle fragole più pregiate d’Italia. Dolce, profumata e intensamente rossa, è diventata simbolo di un territorio agricolo d’eccellenza.
Perfetta per chi cerca un viaggio tra natura e sapori autentici.


Celleno: il borgo delle ciliegie (Lazio)

Nel Lazio, Celleno unisce fascino e gusto. Conosciuto come “il borgo fantasma”, ospita ogni anno eventi dedicati alle ciliegie che attirano visitatori da tutta Italia.
Un luogo suggestivo dove il tempo sembra fermarsi — con qualcosa di buono tra le mani.