Cantina Valle Isarco: 5 anni di Riccardo Cotarella per vini contemporanei nel Dna

Cantina Valle Isarco: 5 anni di Riccardo Cotarella per vini contemporanei nel Dna

Era la vendemmia 2020 quando Cantina Valle Isarco e Riccardo Cotarella hanno siglato la loro collaborazione per far crescere ancora di più la qualità della viticoltura e dei vini della più giovane cantina sociale dell’Alto Adige.


La parola al grande enologo

«Non posso dire cosa ho dato io alla Valle Isarco, sicuramente a me questa esperienza sta dando molto. In nessun altra realtà cooperativista ho trovato una sintonia tra soci e cantina come quella che c’è qui, così come la voglia di fare sempre di più e meglio», racconta Cotarella che, dal suo arrivo in Cantina Valle Isarco, ha tenuto a battesimo quattro importanti progetti a partire dal metodo classico 100% Sylvaner pas dosé Aristos Zero; la cuvée di punta Adamantis, blend di Sylvaner, Grüner Veltliner, Pinot Grigio e Kerner studiato ad hoc per valorizzare le varietà che maggiormente rappresentano la viticoltura estrema ed eroica di una delle zone più vocate d’Europa per la produzione di vini bianchi; il Pinot Noir Aristos, un unicum nel suo genere, prova d’autore che dimostra come la Valle Isarco possa interpretare in modo molto convincente il vino più da intenditori che ci sia; il Kerner Granit 960, appena mille bottiglie di un vino che ha affinato in un inedita tank 960 litri ricavata da un blocco unico di granito estratto dalle montagne della valle.
Un percorso, quello fatto da tutti i vini di Cantina Valle Isarco, che negli ultimi 5 anni, sotto l’egida di Cotarella, ha visto aumentare ulteriormente qualità, finezza e contemporaneità di ogni etichetta: quelli della cantina guidata dal direttore generale Armin Gratl e dall’enologo resident Stephan Donà «sono vini che hanno nel Dna tutte le caratteristiche ricercate oggi dai consumatori, ossia equilibrio, gentilezza e carattere», spiega Cotarella. 


Una bacheca piena di premi

Lo si capisce bene degustando Kerner e Sylvaner Aristos – il primo campione di potenza e mineralità, dall’enorme potenzialità di invecchiamento, il secondo più delicato e fruttato – oppure il Pinot Noir Aristos, un Pinot Nero che sa distinguersi, piena espressione di una terra di montagna che lo rende unico per eleganza e bevibilità.
«Kerner, Sylvaner, lo stesso Pinot Nero, sono vitigni diversamente autoctoni per Cantina Valle Isarco perché, nonostante non siano nati qui, è in questa valle che hanno trovato una delle loro migliori espressioni, grazie a una viticoltura precisa e puntuale, condizioni climatiche favorevoli e alla predisposizione dei contadini altoatesini a puntare sempre all’eccellenza», conclude Cotarella.
Lo confermano anche i numerosi premi ricevuti come:
 
ARISTOS KERNER:
– Aristos Kerner 2023: Cinque Grappoli Bibenda 2025
– Aristos Kerner 2022: Tre Bicchieri Gambero Rosso 2024
– Aristos Kerner 2022: Cinque Grappoli Bibenda 2024
– Aristos Kerner 2021: 4 viti AIS 2023
– Aristos Kerner 2021: Cinque Grappoli Bibenda 2023
– Aristos Kerner 2021: Tre Bicchieri Gambero Rosso 2023

ARISTOS SYLVANER:
– Aristos Sylvaner 2023: 4 viti AIS 2025
– Aristos Sylvaner 2022: 4 viti AIS 2024
– Aristos Sylvaner 2021: Medaglia d’Argento Decanter World Wine Awards 2023
 
ARISTOS PINOT NOIR:
– Aristos Pinot Noir 2021: Medaglia d’Argento Decanter World Wine Awards 2024

Spagna: Carnaval del toro. Un carnevale unico nel suo genere dove i tori sono protagonisti più delle maschere

Spagna: Carnaval del toro. Un carnevale unico nel suo genere dove i tori sono protagonisti più delle maschere

A Ciudad Rodrigo nella regione di Castiglia e Leon, in Spagna, si celebra il “Carnaval del Toro”, una festa secolare con corse di tori, corride e tauromachie
Il Carnevale è una delle feste pagane più celebrate al mondo e il suo trionfo sulla Quaresima non ha una data fissa, perché dipende da quando cade ogni anno il Mercoledì delle Ceneri, che segna l’inizio del periodo di quaranta giorni riservato alla preparazione della Pasqua e della Settimana Santa, la più importante celebrazione religiosa del mondo cristiano, che, curiosamente, varia a seconda della luna piena.
Si racconta, infatti, che la notte in cui il popolo ebraico lasciò l’Egitto, il celebre Esodo, c’era la luna piena, cosa che permise di fare a meno delle lampade per non essere scoperti dai soldati del Faraone.
Questo evento viene celebrato con la Pasqua ebraica, che coincide sempre con la luna piena, e la Chiesa cattolica ha adottato lo stesso criterio: le date della Pasqua sono fissate in base alla prima luna piena successiva all’equinozio di primavera nell’emisfero settentrionale. Una consuetudine accettata e seguita in ogni angolo del Pianeta.

Carnevale: i giorni dei colori e della gioia

I cinque giorni “ufficiali” del Carnevale sono pieni di colori, gioia, costumi, maschere, coriandoli e, in molti casi, sfilate di eleganti e fascinosi corpi di donne e uomini.
Basti pensare alla sensualità, con la musica e le danze, del carnevale di Rio de Janeiro, il più spettacolare, il più grande, festoso e colorato del mondo; o alla raffinatezza, al mistero e alle maschere sfarzose che si vedono sfilare a Venezia; o alla monumentalità dei carri, delle murgas, delle comparsas, delle rondallas, con una certa dissolutezza, che si ritrova a Tenerife e Gran Canaria; per passare invece alla relativa sobrietà senza che naturalmente manchino fiumi di buona birra, dei festeggiamenti a Colonia, in Germania; per passare alla musica jazz e ai costumi colorati del Mardi Gras di New Orleans, dove tutta la festa è concentrata in un solo giorno; o alla singolarità dei carnevali di Barranquilla in Colombia, di Notting Hill a Londra, di Nizza in Francia, di Oruro in Bolivia, dichiarati Patrimonio orale e immateriale dell’umanità dall’UNESCO… e, naturalmente, alla satira, all’ironia, e alla parodia delle spiritose chirigotas del carnevale di Cadice, che è stato riconosciuto come Festival d’interesse turistico internazionale. 

Il “carneval del toro” di Ciudad Rodrigo

Tra le celebrazioni più particolari c’è anche il “Carnaval del Toro”, a Ciudad Rodrigo, a metà strada tra Salamanca e il Portogallo, dichiarato evento di interesse turistico nazionale, ma aspira a diventare internazionale, in tutta la sua singolarità.
Già come suggerisce il nome, i costumi e le maschere, che ovviamente ci sono, vengono però in secondo piano rispetto alle corse dei tori, ai combattimenti e alle corride in cui il re è il toro.
Anche se il fulcro del Carnevale quest’anno si svolge dall’ultimo venerdì di febbraio al primo martedì di marzo, la fiesta inizia molto prima. Come dice il proverbio: “Da San Sebastián (20 gennaio) è Carnevale” e le sue origini risalgono al XV secolo.
Durante i giorni del Carnaval del Toro, i festeggiamenti prendono il via con il tradizionale Campanazo alle 18:14 del venerdì sera dalla Plaza Mayor, quando centinaia di fazzoletti, coriandoli e palloncini arancioni vengono lanciati in aria e i partecipanti, abitanti e visitatori, si scatenano.
Questo colore, simbolo di Ciudad Rodrigo in questo periodo dell’anno viene chiamato anche farinato, come la tipica salsiccia arancione che si prepara con un impasto di lardo, paprika, cipolla, aglio, anice, pane e sale.
Così come le maschere e i costumi del carnevale mostrano solitamente diverse sfaccettature di ogni luogo, anche i protagonisti di Ciudad Real le mettono in mostra a loro modo. Ad esempio, uno dei momenti più brillanti e vivaci della festa si svolge la domenica di Carnevale, quando ha luogo l’Encierro a Caballo (Corsa dei tori a cavallo), con i tori che vengono condotti dal pascolo alla città, guidati dalle sapienti redini dei cavalieri e dall’occasionale corridore spontaneo che li segue a piedi. Il percorso è molto colorato ed emozionante, soprattutto se alcuni tori disobbedienti fanno dietrofront e cercano di andare per la loro strada senza seguire i cavalli e i tori più mansueti. Inoltre, senza la partecipazione dei cavalli, ogni giorno si svolge una corsa di tori di oltre un chilometro per le strade della città, che termina nell’arena. A volte, assistervi regala grandi emozioni, poiché lungo il percorso ci sono colorate danze che vengono interrotte appena appare un toro.
In questo carnevale non mancano le feste della corrida, le sagre e le gare di tauromachia.
In particolare, le capeas si svolgono nella tradizionale arena situata nella Plaza Mayor, costruita in legno come secoli fa dagli stessi abitanti del luogo, dove i tori vengono liberati per il divertimento degli appassionati e del pubblico in generale.
Tutti i giorni, nel pomeriggio, si tengono anche corride, con o senza picador e con toreri e giovani aspiranti tali, che vogliono entrare a far parte del Bolsín Taurino, la cui missione è cercare proprio e future stelle della corrida tra le maletillas; e si svolgono anche gare spettacolari in cui toreri più giovani e agili affrontano i tori con la sola protezione del corpo, schivando l’attacco all’ultimo momento.

Desencierros e tori particolari

Particolarità del Carnaval del Toro di Ciudad Rodrigo sono i cosiddetti Desencierros, una sorta di girotondo dei tori, quando gli animali vengono riportati dall’arena ai recinti, sfilando nuovamente per le strade fino al quartiere di San Pelayo.
Un altro evento speciale è il Toro del Aguardiente, quest’anno organizzato dagli allevatori di López Gibaja, che si tiene il martedì grasso, ultimo giorno delle fiestas, alle 9 del mattino, dove si radunano sia i mattinieri che i nottambuli e che si chiama così perché prima dell’uscita del toro si distribuiscono i tradizionali aguardiente e perronillas a tutti i presenti, senza dubbio per riscaldare e incoraggiare i corridori in questa corsa di tori per strada che attraversa Plaza Mayor, Calle Madrid e El Registro.
Un altro evento speciale è il “Toro dell’Antruejo”, in cui gli appassionati scelgono ogni volta un toro per partecipare a una corsa d’epoca il sabato di Carnevale.
Per i più giovani e i meno giovani, dopo c’è la corsa con i carri con teste di toro, in modo da divertirsi a emulare i più grandi facendo finta di combattere, per provare quelle emozioni fin da piccoli.


Costumi di ogni epoca e ogni dove

Come in ogni carnevale, anche a Ciudad Rodrigo non mancano i costumi, uno più curioso dell’altro; da quelli più comuni come da antichi romani, o i costumi medievali, da pompieri, preti e poliziotti, a quelli più elaborati come da animali, attrazioni da fiera, personaggi animati, supereroi…
Gruppi di persone in maschera appaiono in tutta la città a qualsiasi ora del giorno e della notte. I momenti salienti sono il sabato di Carnevale nell’arena, dopo l’encierro, con una popolare passerella in costume, e il lunedì con la sfilata di carri e gruppi comici che si svolge dopo la corrida nell’arena, con carri lavorati da peñas (i circoli) che offrono un momento magico pieno di fantasia e colore.
E anche se non siamo a Cadice, non mancano chirigotas e charangas che mettono di buon umore e non hanno orari fissi ma si possono trovare in qualsiasi strada e a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Negli ultimi anni le peñas hanno anche formato una sfilata con una charanga (banda di ottoni) che segue un percorso prestabilito che passa per le sedi delle peñas partecipanti.

Alla scoperta di Ciudad Rodrigo

E tra corse di tori, corride e tauromachie, resta sicuramente del tempo per godersi Ciudad Rodrigo, situata su una collina rocciosa sulle rive del fiume Águeda, scelta come una delle città più belle della Spagna e dichiarata sito storico-artistico.
Le sue mura medievali, con un perimetro di due chilometri e sette porte, racchiudono un ricco patrimonio di edifici civili e religiosi: una su tutte la Cattedrale, costruita tra il 1165 e il 1550, che testimonia un’attraente commistione di stili artistici, o il Castello, costruito da Enrique II e dominato dal Maschio a pianta quadrata. Attualmente ospita il Parador de Turismo Enrique II de Trastamara (rinomata catena alberghiera che mescola turismo cultura a esperienze uniche nella natura).
E per ricaricarsi, non c’è niente di meglio della gastronomia locale, che ha saputo conservare il gusto per i piatti umili e al cucchiaio di un tempo, in cui spicca il già citato farinato, la specialità più tipica della gastronomia mirobrigense e di tutta Salamanca, meglio se accompagnato da uova fritte.
Altri piatti deliziosi della zona sono la chanfaina, a base di riso e carne di maiale, l’hornazo, un tipo di torta, e gli arrosti, in particolare il maialino da latte. Per dessert, da provare il bollo maimón, un dolce a base di zucchero, uova e lievito, e il repelao, dal sapore simile al marzapane, prodotto in tutta la regione.
Sable, l’isola dei cavalli selvaggi

Sable, l’isola dei cavalli selvaggi

L‘isola di Sable è una stretta e remota isola di sabbia che si trova nell’Oceano Atlantico, al largo della costa della Nuova Scozia, in Canada.
Conosciuta per la sua forma a mezzaluna, l’isola è famosa per la sua popolazione di cavalli selvaggi che vivono liberi, e per il suo ecosistema unico, che ospita diverse specie di uccelli e piante adattate al suo clima ventoso e arido.
È anche nota per la sua storia come “cimitero di naufragi” grazie agli scogli sabbiosi poco profondi che la circondano. Oggi è una riserva naturale protetta e un sito di ricerca ambientale tutto da scoprire per i viaggiatori.


La magia dei suoi cavalli selvaggi

L’Isola di Sable, un remoto gioiello situato nell’Oceano Atlantico al largo della costa della Nuova Scozia, in Canada, è un luogo affascinante e misterioso.
Conosciuta per la sua straordinaria popolazione di cavalli selvaggi e i suoi paesaggi incontaminati, è una destinazione unica per chi ama la natura e la scoperta.
Un fatto curioso sull’Isola di Sable è che ha più cavalli selvaggi che abitanti umani. Questi cavalli, discendenti di animali portati nel XVIII secolo, sopravvivono in completa libertà e si sono adattati all’ambiente estremo dell’isola. Sono circa 500 i cavalli che vivono in totale libertà. Nessun essere umano li addomestica o si prende cura di loro, il che li rende uno dei pochi branchi selvaggi al mondo.


Una sottile striscia di terra disabitata

L’Isola di Sable è una sottile striscia di terra lunga circa 42 km e larga meno di 2 km di dune dorate, lagune e distese erbose che creano uno scenario spettacolare, perfetto per chi cerca un’esperienza di viaggio fuori dal comune.
Completamente circondata dall’Atlantico ha un clima caratterizzato da forti venti e frequenti nebbie, che ne aumentano il fascino misterioso.
A causa della sua posizione remota e delle difficili condizioni meteorologiche, l’isola è disabitata, ad eccezione di pochi ricercatori e del personale del Parco Nazionale di Sable Island che monitorano la fauna e l’ambiente.
Oltre ai cavalli, l’isola ospita colonie di foche grigie, numerose specie di uccelli marini e una flora resistente alle difficili condizioni climatiche.
La costa di Sable è nota per essere un vero e proprio “cimitero delle navi” con oltre 350 relitti documentati, vittime delle acque pericolose e della nebbia fitta che avvolge l’isola.
Da ricordare che l’insolita forma dell’isola e le forti correnti e venti la fanno essere un isola in costante movimento che cambia posizione anche di alcuni metri ogni anno.
A causa della sua posizione isolata, l’accesso all’isola è limitato e regolamentato dal Parco Nazionale: la si può visitare solo con permessi speciali anche perché non è facilmente accessibile: si può arrivare solo tramite voli charter autorizzati o con spedizioni speciali in barca.
Il numero di visitatori è severamente controllato per preservare l’ecosistema fragile dell’isola. Una
destinazione straordinaria per gli amanti della natura selvaggia, della fauna e delle storie avventurose.

 

Alta Adige e mele. Numeri, curiosità e utilizzi del frutto che toglie il medico di torno

Alta Adige e mele. Numeri, curiosità e utilizzi del frutto che toglie il medico di torno

La regione di Lana in Alto Adige è nota per la sua offerta diversificata che unisce ogni tipo di esigenza o interesse: montagna e valle, natura e cultura, fascino rurale e urbano, tradizione e modernità.
C’è però un elemento che accomuna tutta questa zona, caratterizzandola profondamente: la mela.
Questo frutto, infatti, non solo gioca un ruolo fondamentale dal punto di vista paesaggistico e culturale, dalla fioritura dei meli in primavera fino alla raccolta in autunno, ma rappresenta anche un pilastro economico di fondamentale importanza per questo territorio.

Le mele d’Europa

Nella comunità europea un decimo della produzione di mele proviene dall’Alto Adige; di questo, l’1% proviene proprio dal territorio di Lana, che primeggia tra i comuni produttori di mele dell’Alto Adige.
Infatti, sono quasi 70.000 le tonnellate raccolte ogni anno dalle circa 500 aziende agricole di Lana per 900 ettari coltivati a meleto.
La raccolta inizia il 15 agosto, quando le dolci e rosse Gala sono mature e termina a novembre con la cernita delle Pink Lady, succose e acidule, le prime a fiorire ma le ultime ad essere raccolte.

Un tempo le mele di Lana venivano vendute soprattutto in Italia e in Germania, ma oggi la clientela è il mondo intero: i paesi scandinavi, la Spagna e l’Africa settentrionale sono diventati importanti acquirenti, così come l’India, per cui la consegna delle mele rappresenta una delle sfide maggiori. 


Arriva il sommelier delle mele e non solo…

La regione di Lana, per la primavera 2025, potrà vantare anche la presenza sul territorio di un sommelier delle meleStefan Gögele del maso Callhof. Il sommelier delle mele è una figura unica nel suo genere, nata proprio in Alto Adige e certificata a seguito di un percorso formativo. 
Il sommelier delle mele organizza degustazioni in cui guida i partecipanti ad analizzare diverse varietà di mela, mettendone in risalto l’aroma, la consistenza, il sapore e proponendo degli abbinamenti di cibo sia dolce che salato.
Inoltre, l’Associazione turistica di Lana e dintorni, per valorizzare il forte legame del territorio con questo frutto, organizza iniziative per gli ospiti e i locali di cui vi abbiamo parlato anche lo scorso anno che saranno contenute nella nuova brochure “Apple Stories”, stampata su carta sostenibile a base di mela, in uscita ad aprile ’25. 
Apple Stories raccoglierà tutte le iniziative e le attività legate alla mela, per far conoscere da vicino le tecniche di coltivazione e per far provare agli ospiti l’emozione di essere un contadino per un giorno.
Inoltre, conterrà tante informazioni e fatti interessanti sul mondo della mela, offrendo anche approfondimenti per gli appassionati e i visitatori della regione di Lana. Per gli amanti della cucina, la brochure includerà anche una ricetta a base di mela, da provare e gustare.

Ad esempio, le visite guidate con l’ambasciatrice della melaPetra Niederstätter, che da aprile a ottobre accompagnerà gli ospiti attraverso il paesaggio dei meleti, offrendo l’opportunità di scoprire da vicino la cultura della mela di questo territorio.
In autunno, invece, sarà possibile partecipare a “Cogli la prima mela”, un’esperienza unica in cui gli ospiti e gli abitanti locali potranno partecipare attivamente alla raccolta delle mele, provando ad essere un coltivatore di mele per qualche ora. Ogni partecipante riceverà una cassetta di legno con il logo di Lana, nella quale potrà portare a casa i frutti raccolti.
Un altro progetto innovativo trattato all’interno di “Apple Stories” è quello dell’Apple Camera, una webcam che documenta in time-lapse lo sviluppo della mela, dalla fioritura alla raccolta. Visitando il sito della regione di Lana, chiunque potrà “sbirciare” questo spettacolo in diretta e comprendere meglio il ciclo della vita della mela


Una sosta a un museo unico

Se si parla di mela nella regione di Lana, non si può non menzionare il Museo sudtirolese della frutticoltura che, su circa 1000 metri di area espositiva nell’edificio medievale Larchgut a Lana, offre un incontro informativo e divertente con un interessante capitolo sulla cultura altoatesina. Il museo ospita un’ampia documentazione sulla storia e sulla situazione attuale della frutticoltura in Alto Adige.
Qui si possono scoprire la storia, le tecniche e l’evoluzione della coltivazione delle mele in Alto Adige con la possibilità di prenotare visite guidate.
Per info e orari: obstbaumuseum.it

Il monte Ararat, fra storia e leggenda

Il monte Ararat, fra storia e leggenda


Il Monte Ararat, vulcano dormiente (l’ultima eruzione risale al 1840) è una delle montagne più affascinanti del mondo, avvolto da misteri e leggende millenarie. Situato al confine tra Turchia, Armenia e Iran, è noto per essere il luogo in cui, secondo la tradizione biblica, si sarebbe arenata l’Arca di Noè dopo il Diluvio Universale.
Si trova nella Turchia orientale e per l’esattezza nella provincia di Ağrı, vicino al confine con l’Armenia. Con i suoi 5.137 metri d’altezza è la montagna più alta della Turchia.

Image by Denis Streltsov from Pixabay

Un ghiacciaio unico

In premessa va ricordato che raggiungere il Monte Ararat è da viaggiatori e non da turisti poiché per raggiungerlo è necessario ottenere un permesso speciale dal governo turco, poiché si trova in una zona militarizzata. La città più vicina è Doğubeyazıt, da cui partono le spedizioni di trekking e scalata per cui si qui volete andare organizzatevi per tempo.
Nonostante il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici il Monte Ararat è ancora ricoperto da un ghiacciaio permanente. Quello sommitale è l’unica calotta glaciale permanente di tutto il Medio Oriente.
Un fenomeno unico, un tesoro di ghiaccio che abbraccia il suo cratere vulcanico ancora più sensazionale pensando che la regione è nota per il suo clima caldo.
Come un’oasi di ghiaccio in un mare di roccia vulcanica, questa calotta glaciale sfida ogni aspettativa. Una vera rarità naturale che ci ricorda quanto il nostro pianeta sia ancora capace di sorprenderci, ma anche quanto sia importante preservare queste meraviglie uniche.
Un patrimonio prezioso che gli scienziati continuano a studiare, testimone silenzioso del delicato equilibrio tra vulcano e ghiaccio.

Image creata con AI by dlsd cgl from Pixabay

Fra storia e leggenda

Oltre alla sua importanza geologica e paesaggistica, il Monte Ararat ha un ruolo centrale nella mitologia e nella religione.
Secondo la Bibbia, l’Arca di Noè si fermò sulle sue pendici dopo il Diluvio Universale, rendendolo un luogo sacro per molte culture.
La leggenda del Diluvio Universale è presente non solo nella tradizione biblica, ma anche in altre culture antiche, come quella sumera e babilonese.
Si racconta che Dio, per punire l’umanità corrotta, scatenò un’immensa alluvione, salvando solo Noè, la sua famiglia e una coppia di ogni specie animale a bordo dell’Arca.
Nel corso dei secoli, numerose spedizioni sono state organizzate per trovare i resti dell’Arca sul Monte Ararat. Tra le più famose quella del 1829 dell’esploratore tedesco Friedrich Parrot che scalò la montagna e riferì di testimonianze locali sulla presenza dell’Arca; quella del 1949 con immagini aeree della Cia che mostrarono una formazione anomala sulla montagna, alimentando speculazioni. Nel 1955 il pilota George Greene riportò di aver avvistato una grande struttura sulla montagna e infine nel 2007, un team di esploratori turchi e cinesi dichiarò di aver trovato una struttura di legno a 4.000 metri di altitudine, ipotizzando che fosse parte dell’Arca.
Tuttavia, nessuna di queste scoperte è stata scientificamente confermata e molti studiosi restano scettici sulla possibilità che un’imbarcazione possa essere sopravvissuta per millenni in tali condizioni, Alcune teorie alternative infine suggeriscono che l’Arca di Noè possa trovarsi altrove, come nel Monte Judi, citato nel Corano. Ma il mito resta ed è bello forse che rimanga una leggenda…
Del resto gli studiosi suggeriscono che il racconto del Diluvio possa essere ispirato a eventi reali, come inondazioni catastrofiche nella Mesopotamia antica. Alcuni geologi ipotizzano invece che il Mar Nero si sia espanso rapidamente in epoche remote, dando origine alla leggenda.

 

 

4 itinerari per scoprire Potenza, il capoluogo della Basilicata

4 itinerari per scoprire Potenza, il capoluogo della Basilicata

Capoluogo della Basilicata, Potenza è la città delle 100 scale. Situata a 819 metri sul livello del mare sorge di fianco alle Dolomiti Lucane. Le origini dell’antica Potentia risalgono al IV secolo a.C. e provengono, molto probabilmente, dalla distribuzione della vicina Serra di Vaglio (XI secolo a.C.).
Potenza è stata duramente colpita dal terremoto del 1980 e da quelli precedenti dei secoli scorsi ma si è completamente ripresa e i luoghi più importanti sono oramai resi completamente fruibili grazie ad interventi mirati antisismici.
Potenza è il capoluogo di regione della Basilicata e si trova a 100 chilometri dall’altra città capoluogo (della provincia), Matera.

E’ una città “verticale”, con salite, discese e tante scale. E’ molto tranquilla e senza dubbio adatta a coloro che cercano una meta non scontata.

Chiesa di Santa Lucia

1 – Potenza sacra, le chiese

La Chiesa di San Michele è la più antica della città ed è tra i monumenti più longevi. La Chiesa di San Michele, in stile romanico, è stata eretta nel 1178.  Nel 1849 la chiesa ha subito un ampliamento. Si presenta a tre navate e contiene diverse opere di valore: dipinti, sculture, intagli lignei, la maggior parte del XVI secolo.  La Cattedrale di San Gerardo è il Duomo della città ed è senza dubbio il monumento religioso più importante di Potenza.
Maestoso ed elegante, è dedicato al
 Santo Patrono della città lucana, San Gerardo (al secolo Gerardo Della Porta) che qui operò come vescovo della città.
Il 
Duomo affonda le sue origini nel XII  secolo ma è stato più volte rimaneggiato, fino ad acquisire lo stile neoclassico che oggi conosciamo. Sul portale d’ingresso si trova uno stemma del XVII secolo del vescovo Bonaventura. La Cappella di San Gerardo è ubicata nel transetto posto sulla destra della chiesa mentre nel transetto sinistro è ospitato il Santissimo Sacramento. I festeggiamenti per il patrono avvengono il 30 maggio e sono preceduti, durante la vigilia, dalla storica “Sfilata dei Turchi”.
La Chiesa di San Francesco  che si trova in un angolo nascosto di Piazza Mario Pagano è una delle più antiche della città lucana. Risale al 1274 e si presenta con facciata in pietra. Realizzata ad una sola navata è una chiesa in pieno stile francescano. A sinistra della chiesa si trova il “Martirio di San Sebastiano” di Giovanni Todisco, pittore lucano. Sulla destra si trova la “Madonna con Bambino” del XIII secolo anche detta “La Madonna del Terremoto” dagli autoctoni. La chiesa è arricchita da un portale del XVI secolo composto da otto serie di formelle rappresentanti il monogramma cristologico di San Bernardino da Siena e da un campanile, in pietra, posto sulla parte posteriore del luogo di culto.
La Chiesa di Santa Lucia è ubicata fuori dalle mura della città (oggi nel centro storico, nel rione Portasalza) intorno al 1200. All’interno si trovano opere d’arte della fine del XVI secolo e inizi del XVII, anni in cui cominciò a costituirsi il borgo di Portasalza. E’ a navata unica. Dietro l’altare maggiore, in un’edicola, si trova una statua lignea, secentesca, di Santa Lucia, la cui paternità è sconosciuta. Di pregio l’acquasantiera proveniente dalla Chiesa di Santa Maria del Sepolcro.
Non c’è certezza invece sull’origine della Chiesa di Santa Maria del Sepolcro ubicata nel Rione di Santa Maria, fuori dalle mura della città. La chiesa si trova in un crocevia tra le antiche vie romane Appia nuova ed Erculea. E’ qui che l’agiografia vuole che il vescovo Gerardo, poi San Gerardo patrono,  compì il miracolo della trasmutazione dell’acqua in vino ovvero lo fece scaturire da una roccia. C’è chi ipotizza addirittura una fondazione dovuta ai templari (XII secolo), secondo studi più recenti. La chiesa, tuttavia, ha subito diversi ritocchi. Una prima ricostruzione risale al 1488 e un successivo restauro nel 1652, su volontà del conte di Potenza, Antonio de Guevara.
La facciata si
presenta in portico a tre archi. Inizialmente la chiesa si presentava a navata unica ma il restauro del XVII secolo ha annesso una navata sinistra. La chiesa presenta diversi altari di pregevole fattura, quasi tutti risalenti al XVII secolo.  All’interno una serie di opere pittoriche di Antonio Stabile e Onofrio Palumbo. Spicca una Immacolata con San Francesco e San Rocco (seconda metà XVI sec.), la Madonna delle Grazie con San Francesco e San Patrizio vescovo (1582) e un’Adorazione dei Pastori di Giovanni Ricca (XVII sec.).
La Chiesa della Santissima Trinità si trova nel cuore del centro storico di Potenza, in Via Pretoria e vicino alla piazzetta di Duca della Verdura (1844) nota anche come “piazzetta del pesce” perché qui si svolgeva il mercato cittadino.
Le origini di questa chiesa sono antiche, intorno al secolo XII ma è stata completamente ricostruita in seguito al terremoto del 1857. L’interno si presenta con un’unica navata ed è adornata da altari in stile barocco.

Il Tempietto di San Gerardo, patrono della città, si trova su quella che era una volta una neviera, all’angolo di Piazza Matteotti e sul noto muraglione della città.
Il mezzo busto del santo è stato realizzato da 
Michele Busciolano ed è databile 1865. Interessanti le due date poste sulla sinistra che ricordano momenti topici della città di Potenza: l’invasione dei briganti nel 1809 e l’insurrezione del 18 agosto 1860.
La cappella del Beato Bonaventura si trova lì dove era la sua casa natale in un vicolo, omonimo, di Via Pretoria. All’interno si trovano due ambienti. L’altare in pietra rossa con disegno barocco e l’acquasantiera provengono dal monastero di San Luca. In questa cappella sono custodite alcune reliquie del beato in un’urna lignea collocata in un’edicola su parete e in due piccoli reliquiari in legno e metallo. All’interno si trova l’Ultima cena, dipinto di Mario Prayer.

Piazza Matteotti

2 – La città: le vie e le piazze

Via Pretoria è la strada più nota della città. Quasi certamente era il “Decumanus” romano ed ha assunta l’attuale conformazione solo alla fine del XIX secolo, in seguito all’abbattimento di alcune porte e cuntane (vicoli). Ubicata al centro di Potenza, detta anche “sopra Potenza”, via Pretoria è stata a lungo la strada dello shopping potentino.
Con il tempo la città si è estesa ai piedi della collina che l’ospita e molti locali si sono spostati in basso, in particolar modo lungo Via del Gallitello. Via Pretoria, tuttavia, strada completamente pedonale che parte da quella che una volta era una porta di accesso della città, Porta Salza (non più presente ma l’area è molto nota ai potentini) per arrivare costeggiando le piazze principali (Piazza Mario Pagano e Piazza Sedile) sul lato opposto del crinale,  resta la strada dello shopping e dei caffè di Potenza.
Complici anche le attrattive culturali come il Teatro Francesco Stabile, cinema e musei, oltre che alcuni principali luoghi istituzionali (Palazzo Comunale, della Provincia e della Prefettura).
Piazza Mario Pagano è la più nota di Potenza. Conosciuta anche come “piazza Prefettura“, si trova nel cuore del centro storico di Potenza.
Divide in due Via Pretoria e ospita il Palazzo del Governo, il Teatro Stabile e alcuni palazzi nobiliari. Progettata dall’Intendente Iurlo nel 1838 è stata seguita nei lavori dall’architetto D’Errico.
La piazza, già piazza Mercato poiché accoglieva il mercato domenicale, è stata dedicata nel 1870 a Mario Pagano giurista nato a Brienza nel 1778 e giustiziato nel 1799 perché attivista e fautore della costituzione della Repubblica Partenopea.
Nell’area sud della piazza si trovano i portici noti come quelli dell’Upim per via dei grandi magazzini che per decenni sono stati qui ospitati. In piazza Mario Pagano e Via Pretoria si svolge “lo struscio potentino”. Nella piazza è anche il Palazzo del Governo sede della Prefettura ma anche della Provincia.
Come tanti palazzi del capoluogo lucano anche il Palazzo del Governo o della Prefettura ha subito il violento e devastante terremoto del 1857. Ricostruito e rimodernato nel 1860, oggi è uno dei simboli della città.
Adiacente al Palazzo del Governo si trova la “Villa del Prefetto” , altro luogo simbolo del capoluogo lucano e i giardini del Palazzo Del Governo, realizzati nel XIX secolo che si trovano su alcuni terrazzamenti dovuti alla verticalità della città.

Da Via Pretoria, provenienti da Portasalza e subito dopo il palazzo che ospita la Banca d’Italia, ecco Piazza Matteotti nota anche come “piazza del sedile” luogo dove si riuniva l’aristocrazia per eleggere i rappresentanti.
Piazza Matteotti si presenta con una forma allungata ed è la più antica piazza del centro storico (precedente alla più blasonata Piazza Mario Pagano), risalente al medioevo. Nella piazza si affacciano palazzi del XIX secolo, compreso il palazzo che ospita il governo cittadino.
Via Due Torri è molto nota in città. Posta nelle immediate vicinanze di via Pretoria, ospita, tra gli altri, lo storico cinema e teatro 2 Torri. Segue l’intero tracciato delle mura medioevali di Potenza e prende il nome dalle due torri di origine aragonesi che qui si trovano. Costeggia una delle porte di accesso della città, Porta San Gerardo. E’ una via molto stretta, come tante altre che si snodano nel centro storico del capoluogo lucano.
Via Serrao è un’altra strada stretta, del centro storico. Di rilievo le case in pietra che hanno subito restauri, soprattutto dopo il sisma del 1980. Seguendo via Serrao si arriva a Largo Pignatari dove si nota il palazzo Ciccotti risalente al XVII secolo. Fu qui che nel 1799 furono sconfitti i sanfedisti. Sempre seguendo via Serrao si arriva palazzo Loffredo detto anche Comitale voluto dai conti Guevara, oggi sede del museo archeologico nazionale Adamesteanu.
La Torre Guevara è l’unica parte rimasta dell’antico castello posto nella zona più alta della città; era parte della struttura difensiva che negli anni è stata abbattuta. All’interno della torre attualmente sono conservati beni artistici e culturali che meritano indubbiamente una visita.

Museo Archeologico provinciale

3 – La vita culturale: teatri e musei

Il Teatro Francesco Stabile nasce in seguito ad una petizione dei cittadini potentini, nel 1856. L’anno successivo, però, il violento terremoto che si abbatté su diversi centri della regione, costrinse i costruttori a interrompere i lavori di costruzione.
La ripresa dei lavori arrivarono dopo l’Unità d’Italia, nel 1865, con Giuseppe Pisanti. Il Teatro Francesco Stabile fu inaugurato da re Umberto I nel 1881.
E’ solo nel 1990, dopo l’ennesimo terremoto, che il Teatro Stabile ha rivisto la luce e ha mostrato a sua bellezza. Seppur in miniatura, ricorda molto da vicino il blasonato Teatro San Carlo di Napoli. Il Teatro Stabile si trova in Piazza Mario Pagano e presenta anche un ridotto, di un centinaio di posti.

Il Museo Archeologico nazionale Dinu Adamesteanu è intitolato al primo sovrintendente della Basilicata, l’archeologo romeno Adamesteanu.
Conserva una collezione importante di ceramiche, oggetti religiosi, gioielli appartenenti all’epoca greca e romana, vasellame e tanto altro, rinvenuti in vari siti della regione. Il museo si trova all’interno del Palazzo Loffredo (XVII secolo), sito alle spalle di via Pretoria.
Il museo si snoda su due piani ed occupa circa 2000 metri di superficie, per un totale di 8 sezioni e 22 sale.
Il Museo archeologico provinciale conserva reperti provenienti dai maggiori siti della provincia. Danneggiato da un incendio all’inizio del XX secolo e dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, il museo è stato riallestito in una nuova sede (l’attuale), nel 1962. Nel 1980 ha subito il devastante terremoto e molti reperti sono stati trasferiti per poi essere nuovamente ospitati in questo spazio, con inaugurazione del 1997. All’interno si trovano molti oggetti e reperti provenienti dalla città greca di Metapontum.
Il Museo Diocesano allestito nella sala a piano terra del seicentesco edificio dell’ex Seminario rappresenta per quanti lo visiteranno, un’importante opportunità per ‘riconoscere’, attraverso le opere, le principali peculiarità che contraddistinguono la cultura artistica della regione e la storia dell’antica diocesi potentina mediate dal racconto della microstoria di ogni singolo bene. Il percorso museale presenta, in questo primo allestimento, arredi e oggetti sacri della cattedrale e di alcune parrocchie della città: opere dal XVI al XX secolo.
La Biblioteca Nazionale di Potenza inizialmente era la sezione staccata della Biblioteca nazionale di Napoli. Dalla fine del 1985 è autonoma.
Dal 1995, per l’inagibilità della vecchia sede, si trova nei locali di Palazzo Giuzio in via Del Gallitello e si estende su una superficie di oltre 6.000 mq. E’ posta su più piani e si snoda in sette sale. Di interesse la sezione lucana che raccoglie libri e scritti della regione.

Porta San Gerardo

4 – Le porte della città

 Potenza aveva originariamente sei porte che permettevano l’ingresso nella città: Portasalza, Porta Trinità, Portamendola, Porta San Gerardo, Porta San Giovanni, Porta San Luca.
Di queste porte sono arrivate a noi solo tre: Porta San Gerardo, Porta San Giovanni e Porta San Luca.
Portasalza sorgeva tra il borgo omonimo e le mura della città ed era posta in direzione Taranto e Napoli.
Anche se non esiste più, a Potenza è molto nota la sua zona che, di fatto, si trova all’inizio di via Pretoria, di fronte all’uscita delle Scale Mobili di Santa Lucia. In quest’area si trova la Chiesa di Santa Lucia.
La Porta San Luca deve il nome al convento delle chiariste di San Luca posto nelle vicinanze. Il monastero fu soppresso con il decreto del 17 febbraio 1861, col quale si sopprimevano nelle provincie napoletane e siciliane gli ordini monastici di ambo i sessi. Attualmente è sede del Comando Provinciale dei Carabinieri.
Intorno al 1925 l’antico monastero fu abbellito dalla costruzione di portici. La caserma dei Carabinieri fu inizialmente dedicata a Mario Pagano e successivamente al tenente dei carabinieri il potentino Orazio Petruccelli, morto a Cefalonia nel 1943. Questa porta
 è una delle tre ancora visibili e si trova tra la piazza Bonaventura e la fine di Via Pretoria dal lato opposto di Portasalza.
La Porta San Gerardo, di epoca normanna, deve il nome al Duomo omonimo che si affaccia sulla piazza. Si trova tra il Palazzo del Vescovado e il Palazzo Scafarelli. Segue le mura medioevali e collega l’area della cattedrale di Potenza con la parallela area della via Due Torri.
Porta San Giovanni è di realizzazione normanna, come la Porta San Gerardo.  Il nome è dovuto all’ospedale omonimo che si trovava fuori dalle mura della città e che oggi non esiste più.
La porta, originariamente affiancata da due torri di avvistamento, è stata ricostruita a causa dei gravi danni riportati a seguito del terremoto del 23 novembre del 1980 ed è oggi inglobata in costruzioni moderne. E’ uno dei punti di accesso a Via Pretoria, arteria pedonale della città lucana.

Il Ponte Musmeci può essere definito una porta della città visto che permette l’accesso al capoluogo, sovrastando il fiume Basento, agli automobilisti provenienti dal raccordo Sicignano-Potenza (uscita Potenza centro). Interessante scultura moderna, opera ingegneristica di pregio, il ponte è stato progettato nel 1969 dagli architetti Musmeci e Dotti.
Le Scale Mobili sono state inaugurate nel 1994 per facilitare gli spostamenti nella città “verticale”.
Sono diversi i punti di accesso delle scale mobili. Il primo è quello di Viale Marconi con scale mobili completamente underground che terminano in un palazzo di Piazza 18 Agosto. Da qui, senza uscire fuori, con l’ausilio di ascensori comunali, si arriva in via del Popolo, parallela di via Pretoria, a due passi da Piazza Mario Pagano.
Le scale mobili della fondovalle (ponte attrezzato), invece, sono più recenti e si presentano con una moderna struttura in vetri e legno lamellare che permette di poter osservare l’esterno, mentre si sale o si scende. L’uscita delle scale mobili, per chi è proveniente dalla fondovalle, è nell’antico borgo di Portasalza (Santa Lucia). Da qui ha inizio via Pretoria. Le altre scale mobili si trovano in via Armellini, nella parte bassa di via Mazzini.