Mar 9, 2025 | Enogastronomia
All’indomani dalla Festa della Donna scopriamo insieme le storie di passione, dedizione e successo al femminile.
Storie intessute con maestria tra i filari e nelle cantine che incarnano la visione e l’abilità di donne determinate a lasciare il proprio segno nel mondo del vino. Ecco sette donne dell’enologia e le loro storie

Francesca Curto
Francesca Curto, la custode dell’eredità vitivinicola della famiglia Curto
Francesca Curto porta sulle spalle l’eredità di una importante famiglia di viticoltori che si dedica alla coltivazione della vite fin dal lontano 1670.
L’azienda Curto, radicata principalmente nel territorio di Ispica, nel suggestivo sud-est della Sicilia, si estende in una zona di straordinaria fertilità, abbracciando le province di Ragusa e Siracusa.
Oggi è Francesca Curto a guidare con passione e dedizione l’azienda, seguendo le orme di suo padre che le ha trasmesso l’amore per la campagna, il rispetto per i suoi prodotti e la passione smisurata per i grandi vini.
Abbandonati gli studi in Giurisprudenza per seguire il richiamo del Nero d’Avola, Francesca ha arricchito la sua esperienza formandosi in Francia, nella rinomata regione del Bordeaux, con stage presso alcune delle più celebri proprietà vitivinicole.
Discendente di una famiglia vinicola di prestigio, Francesca si distingue per la sua determinazione nel condurre l’azienda, affrontando con coraggio le sfide attuali del cambiamento climatico.
La sua visione è estremamente contemporanea, impegnata a gestire i vigneti e le risorse idriche secondo i principi della viticoltura sostenibile, con un occhio sempre attento all’eleganza e all’autenticità del Nero d’Avola in tutte le sue espressioni.
Guidata dalla passione per il suo territorio e la sua eredità, Francesca Curto si conferma non solo come una donna alla guida di un’azienda vinicola, ma come la custode di una tradizione millenaria, pronta a farla evolvere verso il futuro.

Daniela Pinna
Daniela Pinna, la donna del vino sardo
Nel cuore della Sardegna, tra i venti del mare e il granito della Gallura, risiede Daniela Pinna, agronoma e Donna del vino, che porta avanti con passione e dedizione l’eredità familiare presso Tenute Olbios.
Ólbios, il nome che gli antichi Greci diedero a questa terra felice e ricca, riflette il profondo legame di Daniela con il territorio e con il Vermentino, un vitigno coltivato dalla sua famiglia da tre generazioni.
Come presidente del Consorzio di Tutela del Vermentino di Gallura DOCG, Daniela si impegna a tutelare e valorizzare il patrimonio enologico della sua terra, coniugando la tradizione con la modernità.
Guida Tenute Olbios con una visione che mira a produrre vini distintivi e rappresentativi della Sardegna, puntando sull’ecosostenibilità e sulla valorizzazione delle varietà autoctone.
Daniela cura personalmente le vigne, rinnovando parte dei vigneti e valorizzando quelli più antichi, seguendo principi di coltivazione naturale che rispettano l’ambiente e preservano la biodiversità.
L’obiettivo è una vinificazione pura, che trasmetta il legame profondo con la terra d’origine e che permetta al Vermentino di esprimere al meglio le sue caratteristiche, figlie del mare, del granito e del vento della Gallura.
Tenute Olbios, con il suo Lupus in Fabula, rappresenta un’eccellenza nel panorama vitivinicolo, offrendo uno dei migliori esempi di Vermentino di Gallura DOCG. E dietro a questo successo c’è Daniela Pinna, una Donna del vino che, con la sua determinazione e la sua competenza enologica, porta lustro e visibilità alla sua amata terra.

Diletta Tonello
Diletta Tonello, vulcanica presidentessa del vino
Nel cuore dei Monti Lessini, tra Vicenza e Verona, si staglia la figura dinamica e intraprendente di Diletta Tonello, giovane vignaiola alla guida della Cantina Tonello, fondata dal padre Antonio negli anni ’80.
Classe 1991, Diletta incarna la passione e l’energia necessarie per portare avanti con successo l’eredità familiare, imponendosi con maestria nel mondo del vino.
La cantina, situata su suoli di origine vulcanica, è un luogo dove la tradizione vitivinicola si fonde con la modernità, grazie alla visione innovativa di Diletta.
Qui, la Durella e la Garganega trovano la loro massima espressione, grazie alla cura e alla dedizione con cui Diletta lavora le vigne, mettendo in risalto le caratteristiche uniche del territorio dei Monti Lessini.
La passione di Diletta per il suo amato territorio va oltre la produzione vinicola: dopo due mandati come vicepresidente, ha assunto il ruolo di presidente del Consorzio di Tutela Vini del Lessini Durello, diventando così la prima donna a ricoprire questa carica all’interno del consorzio. Un traguardo significativo che testimonia il suo impegno e la sua competenza nel settore.
Cresciuta tra le vigne e formata all’agricoltura, Diletta ha approfondito i suoi studi in enologia a Padova, per poi arricchire la sua esperienza con stagioni di vendemmia in diverse regioni italiane.
Il suo ritorno in cantina nel 2013, questa volta nel ruolo di enologa, ha segnato l’inizio di una nuova fase di crescita e innovazione per la Cantina Tonello.
In azienda non solo lei a rappresentare la femminilità nel vino, ma anche i suoi vini che portano ciascuno il nome di donne della mitologia greca, riflettendo l’essenza e la personalità di ciascuna varietà.
Tra questi, il bianco fermo Io Cloe, che omaggia Demetra, la dea del raccolto, e le versioni frizzanti Teti e Aura, dedicate rispettivamente a uno dei titani legati all’acqua e alla dea del vento che porta nuova vita e prosperità.
Con una visione moderna e audace, Diletta Tonello continua a lasciare il suo segno nel mondo del vino, valorizzando il territorio dei Monti Lessini e dando vita a vini unici e affascinanti.

Giovanna Neri e la figlia Diletta
Giovanna Neri e la figlia Diletta, un Brunello tutto al femminile
Nella suggestiva cornice tra Montalcino e le dolci colline della Val d’Orcia, emerge la figura forte e determinata di Giovanna Neri, donna coraggiosa che ha saputo trasformare le sfide in opportunità, diventando un punto di riferimento nel mondo del vino.
Alla guida della cantina Col Di Lamo, Giovanna porta avanti con passione e impegno la sua visione di produzione vinicola, lasciando un segno indelebile nel panorama toscano.
L’eredità familiare è stata un punto di partenza, ma anche di confronto per Giovanna: nonostante la sua grande passione per il vino, la tradizione favoriva sempre i figli maschi. Con determinazione e coraggio, Giovanna ha affrontato questa sfida, decidendo di cedere la sua quota della cantina di famiglia e di avviare la sua azienda agricola.
Un gesto che ha segnato l’inizio di una nuova avventura, caratterizzata da sacrifici e rinunce, ma anche da grandi soddisfazioni.
Oggi, Col Di Lamo è riconosciuta a livello internazionale per la qualità dei suoi Brunello, frutto della dedizione e dell’esperienza di Giovanna. Situata in un anfiteatro naturale esposto sulla valle dell’Asso, la cantina segue una conduzione a regime biologico certificato, confermando l’attenzione e il rispetto per l’ambiente e il territorio.
Giovanna Neri non è sola nella sua impresa: al suo fianco c’è la figlia Diletta, che porta un nuovo slancio e una fresca prospettiva alla gestione dell’azienda.
Insieme, madre e figlia condividono un entusiasmo contagioso, unito a un impegno costante e a una profonda dedizione al lavoro in vigna e in cantina. Il risultato è una produzione di vini autentici ed esclusivi, che portano con sé l’inconfondibile tocco femminile delle due donne.
La storia di Giovanna Neri e della cantina Col Di Lamo è un esempio di determinazione e resilienza, di come la passione e l’impegno possano trasformare le sfide in opportunità e i sogni in realtà. «Tutto quello che è doloroso all’inizio, in seguito può essere considerato una fortuna», dice Giovanna.
Grazie al suo lavoro instancabile e alla sua visione innovativa, Giovanna continua a lasciare il segno nel mondo del vino, confermandosi come una delle protagoniste indiscusse delle storie di successo al femminile.

Marisa Cuomo
Marisa Cuomo, storie di coraggio e amore
Marisa Cuomo, una donna il cui coraggio e la determinazione hanno trasformato sogni in realtà, dando vita a una delle cantine più rinomate del territorio.
La sua storia inizia in modo fiabesco, con un padre che, durante la guerra, viene salvato da una donna – la sua prima visione al risveglio dai campi di battaglia – di cui si innamora perdutamente.
Questo amore impossibile porta alla sua decisione di portarla con sé in Italia, travestita da soldato, perché potesse essere ammessa con l’inganno a bordo di una nave militare.
Marisa, undicesima di tredici figli, inizia la sua carriera a 12 anni come sarta in una maglieria locale, ma il suo destino prende una svolta quando suo marito le propone di avviare un’attività propria e nel 1980, come dono di nozze, fonda per lei una cantina a suo nome.
Da quel momento, il suo nome diventa sinonimo di eccellenza nel mondo del vino, grazie al successo dei suoi vini, con il Fiorduva in cima alla lista delle sue nove etichette.
La cantina Marisa Cuomo, nata dalla sua passione e dalla sua dedizione, è diventata un simbolo della Costa Amalfitana, celebrando la bellezza e la grandezza del territorio attraverso le sue bottiglie.
Con uno sguardo al futuro e uno attento alle tradizioni del passato, Marisa continua a produrre vini che catturano l’essenza unica della regione.
Premiata con l’Oscar del vino, Marisa è una presenza costante nella sua azienda, sempre la prima ad arrivare e l’ultima ad andarsene. Il suo impegno instancabile e il suo talento innato hanno portato la cantina Marisa Cuomo a un fatturato di 4,3 milioni di euro all’anno, grazie al lavoro instancabile dei suoi “contadini volanti e spericolati” che si arrampicano tra le curve e gli strapiombi dei 40 ettari di vigneti e imprese agricole della zona.
«Solo lei è capace di lavorare e, da sempre, nello stesso tempo, tenere in braccio i bimbi e prendersi cura di tutti», riconosce il marito Andrea Ferraioli, testimone del coraggio e della forza di Marisa, donna straordinaria che ha saputo affrontare ogni sfida con grinta e passione.

Virginie Taittinger
Virginie Taittinger, la Signora della Champagne
Nel mondo dello champagne, poche figure brillano con la stessa luminosità di Virginie Taittinger.
Figlia di Claude Taittinger, presidente della Maison Taittinger per ben 46 anni, e della proprietaria della casa spumantistica Piper-Heidsieck, Catherine de Suarez d’Aulan, Virginie è destinata sin dalla nascita a incarnare l’eleganza e l’eccellenza del mondo dello champagne.
Nel 1986, Virginie fa il suo ingresso nell’azienda di famiglia, dove per oltre due decenni affianca il padre imparando ogni sfumatura della produzione, della lavorazione e della commercializzazione dello champagne.
Nel 2006, Virginie fa una scelta audace: lascia la Maison di famiglia per intraprendere un percorso tutto suo, creando il marchio Virginie T.
Dimostra così che la passione e il talento nel mondo del vino non conoscono limiti di genere. «Ho imparato da mio padre a comprendere e amare con passione lo Champagne e la regione di Champagne. Adesso creo ed elaboro con mio figlio Ferdinand delle Grandi Cuvée di Champagne, per sedurre le nuove generazioni di clienti che amano la modernità», afferma con orgoglio.
Nonostante il suo cognome altisonante, Virginie sceglie con grazia di non sfruttarlo per la sua attività indipendente, la Maison di Champagne Virginie T., situata a Sillery, ai piedi della Montagne de Reims. Qui, nel cuore di uno dei più prestigiosi vigneti della Champagne, lavora con dedizione e passione per creare champagne che incantano e seducono i palati di tutto il mondo.
Virginie Taittinger è molto più di una semplice erede: è la Signora della Champagne, una figura iconica che continua a stupire e a deliziare con la sua straordinaria creatività e la sua innata capacità di produrre Champagne di classe mondiale.

Giulia Di Cosimo
Giulia Di Cosimo di Argillae
Produttrice e vicepresidente del Consorzio Vini di Orvieto, Giulia Di Cosimo è viticoltrice e proprietaria di Argillae, cantina situata a 20 km a nord di Orvieto.
Dopo la laurea in Economia Aziendale e Management all’università Bocconi di Milano e un master presso la SDA, Giulia decide di trasferirsi in Umbria per dare un nuovo impulso all’azienda fondata dal nonno Giuseppe nel 2005.
Con Argillae, Giulia unisce all’amore per il vino un’altra grande passione: quella per l’imprenditoria. Obiettivo ambizioso: fare di Argillae un punto di riferimento nel panorama enologico umbro puntando su qualità, unicità e sostenibilità.
«L’argilla, che è la principale componente dei nostri terreni e ci identifica, tanto che abbiamo deciso di indossarla nel nome aziendale – racconta Giulia Di Cosimo – nutre le viti, donando la forza necessaria per produrre le uve di cui, una volta raccolte e rese mosto, sotto forma di anfora diventa contenitore e custode. Il cerchio, dunque, si chiude: tutto parte dalla terra e ad essa ritorna».
Tutto questo si collega in maniera imprescindibile alla volontà di far crescere, valorizzare e promuovere l’Umbria del vino e il territorio di Orvieto.
Produttrice giovane ma dalle idee molto chiare che sta dando nuovo impulso al territorio, Giulia Di Cosimo guida una tenuta di 120 ettari caratterizzati da vigneti, uliveti e boschi, componente di grande valore per la salvaguardia della biodiversità, elemento fondamentale della filosofia di Argillae.
Attualmente gli ettari vitati produttivi sono 15, coltivati principalmente a Grechetto, Procanico, Drupeggio, Verdello, Grero oltre agli internazionali Chardonnay, Merlot e Cabernet Sauvignon, per una produzione di circa 80.000 bottiglie.
Mar 8, 2025 | Enogastronomia, Territori
L’Italia è famosa per la sua straordinaria varietà di vini, e tra questi spiccano quelli prodotti nelle zone alpine e nelle aree più elevate della penisola.
I vini di montagna sono il frutto di condizioni climatiche e geografiche uniche, caratterizzate da escursioni termiche elevate, terreni difficili da coltivare e vitigni che devono resistere a condizioni estreme. Il risultato sono vini di grande personalità, freschezza e complessità aromatica. Scopriamo insieme alcune delle regioni vinicole di alta quota più importanti e le loro peculiarità.
Valle d’Aosta: il vino tra le vette più alte
La Valle d’Aosta è la regione vinicola più alta d’Italia e ospita alcuni dei vigneti più elevati d’Europa che grazie agli inverni rigidi sono tra i pochi in Italia a essere immuni dalla fillossera, grazie alla natura sabbiosa dei terreni.
I terrazzamenti lungo le pendici delle montagne offrono condizioni ideali per la produzione di vini unici. Fra i vitigni principali che si allevano: Petit Rouge, Fumin, Cornalin, Prié Blanc, mentre i vini più celebri e celebrati sono il Blanc de Morgex et de La Salle ottenuto da Prié Blanc un bianco fresco, minerale e con note agrumate che è uno dei vini più alti d’Europa, con vigneti situati fino a 1.200 metri di altitudine. Fra i rossi segnaliamo Torrette un rosso elegante e fruttato, spesso assemblato con il Petit Rouge.
Alto Adige: l’eccellenza tra le Dolomiti
L’Alto Adige è una delle regioni vinicole più prestigiose d’Italia, grazie alla combinazione di altitudini elevate e influssi climatici alpini e mediterranei e che ha alcune delle cooperative vinicole più antiche d’Italia, dove la tradizione e la modernità si fondono per creare vini di altissimo livello.
Fra i vitigni principali che si allevano in Alto Adige vi è il Gewürztraminer aromatico e speziato molto amato all’ora dell’aperitivo che è uno dei simboli della regione insieme al Lagrein rosso e strutturato con note di frutti di bosco e spezie, la Schiava e il Pinot Nero che fra le Dolomiti raggiunge livelli qualitativi eccellenti, con grande finezza ed eleganza.
Trentino: terra di spumanti e vini di montagna
Il Trentino è noto soprattutto per i suoi spumanti metodo classico e per la qualità dei suoi bianchi e rossi. Il Trento DOC è infatti tra i migliori spumanti metodo classico d’Italia, paragonabile agli Champagne francesi.
Fra i rossi notevole il Teroldego Rotaliano, un rosso intenso e fruttato, chiamato “il principe dei vini trentini” mentre fra i bianchi domina il Müller-Thurgau molto aromatico che viene coltivato nelle zone più elevate, soprattutto nella Valle di Cembra.
Lombardia: le vigne eroiche della Valtellina
La Valtellina, in Lombardia, è famosa per le vacanze bianche e le discese in sci ma è nota anche per i suoi vini rossi eleganti, ottenuti da Nebbiolo (localmente chiamato Chiavennasca), coltivato su ripidi terrazzamenti dove la raccolta delle uve è completamente manuale e molto faticosa, tanto da essere definiti “una viticoltura eroica”.
Oltre al caratteristico rosso da povare e anche lo Sforzato di Valtellina Docg ottenuto da uve appassite, simile all’Amarone, con grande concentrazione e struttura.
Piemonte: le perle vinicole dell’alto Piemonte
L’Alto Piemonte, situato ai piedi delle Alpi, è una zona di grande interesse per la produzione di vini Nebbiolo di montagna tant’è che in passato i vini di questa zona erano più famosi di quelli delle Langhe.
Oggi stanno vivendo una rinascita grazie alla loro qualità e alla loro grande capacità di invecchiamento. Da provare il Ghemme e il Gattinara Docg espressioni eleganti del Nebbiolo, più minerali e fresche rispetto alle versioni di Langhe e Roero.
Mar 7, 2025 | Enogastronomia
Inauguriamo questa nuova rubrica che ci porta “in giro per il mondo” a scoprire le nazioni del mondo attraverso il suo cibo e il suo ambiente, il suo popolo.
Due elementi strettamente legati perché conoscere i prodotti e i piatti di un paese è il primo approccio culturale con un popolo mentre invece conoscere il suo ambiente ci fa comprendere ancora di più le biodiversità e cosa si è perso o conservato.

Brasile
Iniziamo il nostro viaggio con il più grande paese dell’America del Sud con il nome che deriva da un albero di cui erano ricche le sue coste, quel Pau Brasil che veniva tagliato per dare origine al colorante “Rosso brace” il cui commercio spopolò nel XVI secolo al punto che i commercianti iniziarono a chiamare questo paese con questo nome anziché con quello con cui i portoghesi lo avevano battezzato, ovvero Terra di Santa Cruz.
La bandiera è una delle più famose, conosciute e riconoscibili del mondo, forse a causa del calcio, ma pochissimi conoscono il suo significato.
Il verde rappresenta la grande abbondanza di foreste del paese, il rombo giallo la sua ricchezza in minerali mentre il cerchio blu con le stelle rappresenta il cielo sopra a Rio de Janeiro la notte del 15 novembre 1889, data in cui il Brasile è diventato repubblica.
Qui sono sbarcati la maggioranza degli schiavi africani vittime della tratta per lavorare nelle piantagioni come ci ha accennato la nostra amica (che di seguito intervistiamo) e si stima che siano stati oltre quattro milioni; il 45% di tutti i deportati dall’Africa.
Siamo nel Paese dove il sesso è parte integrante del quotidiano e il cambio dello stesso libero; dove si cerca d’imporre la cultura per legge – curioso in particolare che tra i carcerati per ogni libro che viene letto la pena venga abbassata di due mesi – e dove farsi le lampade solari è vietato anche perché in Brasile il sole non manca!

Dramma green dopo il ciclone Bolsonaro
Un paese green dove il 92% delle nuove auto prodotte utilizza l’etanolo come carburante (un prodotto dalla canna da zucchero) dove è la maggiore porzione della foresta amazzonica, polmone verde del pianeta che ospita la più grande varietà di specie animali, di piante, di pesci d’acqua dolce e di uccelli oltre a detenere il record del maggior numero di specie di scimmie al mondo è messo a serio rischio.
Ma com’è davvero la salute del polmone verde del mondo?
Drammatica e non solo dopo il ciclone Bolsonaro che fin dal programma elettorale aveva dichiarato chiaro e tondo di voler mettere la pietra tombale alla tutela della foresta indebolendo il Ministero dell’Ambiente e ponendo il Dipartimento agli Affari Indigeni alla “dipendenza” del Ministro dell’Agricoltura che è per l’80% la causa della deforestazione in conseguenza dei grandi latifondi coltivati a soia e gli immensi allevamenti di bovini per produzione di carne.
Praticamente in mano alle aziende agricole che chiedono spazio infischiandosene di radere al suolo la foresta pluviale, i diritti dei popoli nativi (sanciti peraltro da 2 articoli della Nuova Costituzione Brasiliana del 1988), la loro sopravvivenza, l’integrità del loro habitat e il loro sacrosanto diritto di vivere dei prodotti della foresta lontani dalla civiltà.
Il Brasile è anche da anni vittima dei crimini ambientali causati dall’estrazione mineraria selvaggia.
Mariana nel 2015 e Brumadinho nel 2019 sono due tragedie gemelle. La rottura di due dighe e la conseguente inondazione di fanghi tossici contaminati da piombo, arsenico e mercurio che hanno causato la perdita di vite umane, animali e piante.
Due tragedie che si potevano evitare se l’estrazione di oro, rame, molibdeno, bauxite e diamanti valessero meno della vita dei popoli indigeni che da 500 anni subiscono violenze e massacri solo per voler difendere il loro modo di vivere ancestrale.
Erano 3 milioni quando sono arrivati i Conquistadores e ora sono solo 800 mila divisi a loro volta in 305 diverse etnie.
Fra loro si custodiscono oltre 270 idiomi locali precedenti l’avvento del portoghese e sono stati registrati circa 70 casi di tribù isolate che non sono mai entrate in contatto con l’uomo contemporaneo e che vivono in una condizione simile a quella degli indigeni incontrati dai conquistadores.
Eppure nella corsa ai dollari sporchi di fango tossico e sangue le dighe si rompono senza piani di evacuazione, sirene e barriere. Ma la cosa peggiore è che si sapeva che si sarebbero rotte, che si sapeva che erano il pattume degli scarti minerari, che la magistratura chiude spesso più di un occhio e che le compagnie minerarie sono le principali finanziatrici delle campagne elettorali presidenziali.

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Rio de Janeiro, il sogno di tanti europei
In Brasile è stata per alcuni anni anche la capitale di uno stato europeo: il Portogallo. Un destino curioso capitato a Rio de Janeiro quando nel 1808 a causa delle invasioni napoleoniche la famiglia reale scappo dal paese lusitano per rifugiarsi nella colonia.
A proposito di Rio, sogno di tanti europei – nonostante le oltre mille favelas – deve il suo nome così curioso e romantico (fiume di gennaio, anche se in realtà sono oltre duecento i fiumi della città!) all’esploratore portoghese Gaspar de Lemos che qui vi approdò, credendo che la sua baia fosse invece un fiume nel gennaio del 1502.
E Rio è la città del maestoso Cristo Redentore eletto fra le sette meraviglie del mondo, della baia di Guanabara così grande da toccare quindici città, avere oltre cinquantatré spiagge fra cui la leggendaria Capocabana, oltre cento isole e la foresta urbana più grande del mondo.

Una cucina dall’origine afro-portoghese
Entrando in cucina l’influenza portoghese così come quella africana si fanno sentire molto e rendono quella brasiliana una cucina molto diversa dalle altre dell’America latina.
Alla base tanto pesce mescolato con ciò che in loco si trovava: frutti selvatici, patate e arachidi. Poi arrivarono gli schiavi dall’Africa a lavorare nelle piantagioni di zucchero e caffè e con loro nuove influenze culinarie.
Oggi la cucina brasiliana è suddivisibile in macro aree.
La cucina del nord, con tanti fagioli, riso bianco e manioca; quella della costa sempre a nord, dominata dal pesce abbondantissimo che porta in tavola caranguejo, granchio, gamberetti e nella zona di Salvador de Bahia il moqueca. Tutti piatti poveri ma sostanziosi.
Un discorso a parte lo meritano i pesci amazzonici e l’abbondanza di frutta esotica a noi sconosciuta (açai, cupuaçu, gaviola, bacuri e castagne).
Nel Brasile centrale si mangia oltre al pesce molta carne di maiale cucinata in ricette a base di soia, riso, mais e manioca; ad est abbonda anche l’uso dei formaggi locali mentre al sud forte è l’influenza dei gauchos e della cucina argentina con tanto arrosto fra cui il mitico churrasco.
Da non perdere l’ottima birra locale, le gustose bibite a base di frutta e il sorprendente vino. Ebbene sì, che ci crediate o no il Brasile ha un grande patrimonio vinicolo che lo colloca al sedicesimo posto nella scala vitivinicola mondiale con circa 3,6 milioni di ettolitri prodotti in vino e succhi d’uva.

Il racconto di Sonia
Sonia è una mia vecchia conoscenza di quasi una trentina d’anni. Sempre incrociata e salutata, talvolta di sfuggita per le vie di Firenze, con il suo passo veloce e le sue borse vivaci.
Con un passato da hostess, da impiegata in agenzie di viaggio e oggi tuttora presente con passione all’accoglienza turistica di Firenze, città che ama e che cerca sempre di far brillare agli occhi dei tanti turisti che ogni giorno passano davanti al suo desk.
E’ carioca nell’animo nonostante si senta molto fiorentina e lo è non solo nelle sue borse multicolor ma nel suo accento curiosissimo: giusto mix fra brasilero e fiorentino stretto.
Ci scruta curiosa con quell’aria da eterna bambina che spunta sotto i capelli sempre arruffati e gli occhiali da miope che non riescono a nascondere quegli occhi sempre sorridenti da indios di città.
Volete sapere del mio Brasile? – esordisce sorridendo – Bene, sappiate che ogni brasiliano ha fra i suoi antenati almeno un negro e una puttana!
Eh sì, in Brasile di nativi ce n’erano pochi rispetto ad altri paesi latini e il territorio era immenso così i portoghesi, oltre agli schiavi dall’Africa, decisero di portare nelle terre nuove anche le prostitute lusitane per darle un futuro.
Volete sapere come sono arrivata in Italia?
Sorride. Il mio arrivo è stato avventuroso. Ero una ragazzina un po’ ribelle e sono arrivata perché sono scappata dal Brasile.
Ero venuta in Europa in gita per quindici giorni con la scuola e avevo un appuntamento clandestino con un amore epistolare d’Israele a Parigi, città che era l’ultima tappa di quel viaggio in Europa.
Avevo diciassette anni e a Parigi quell’amore non c’era all’appuntamento.
Quella delusione però durò pochissimo perché nel frattempo mi ero innamorata del continente e di Londra soprattutto.
Così sono scappata e anziché presentarmi all’imbarco per il Brasile ho fatto l’autostop e sono tornata a Londra perché mi volevo specializzare in inglese.
A casa mia è successo un finimondo anche perché per la legge brasiliana ero minorenne. Ma a Londra sono rimasta per due anni e mezzo in cui ho fatto di tutto, in tutti i sensi…
Mi sono specializzata in inglese, ma per potermelo permettere ho fatto anche la cameriera negli alberghi, l’addetta alle pulizie al Parlamento.
Ma mi sono anche divertita vedendo i concerti di Jimi Hendrix e Janis Joplin ed ero pronta anche partire per l’isola di Whight.
Ho vissuto anche in una comune per alcuni mesi ed è lì che mi ha trovato mia madre che si era imbarcata su un aereo nella certezza di riportarmi a casa, ma non ha potuto fare niente perché per la legge inglese ero ormai maggiorenne. Così lei ha deciso di rimanere con me almeno per sei mesi.
Abitavamo in un bed & breakfast dove in cambio dell’alloggio gratuito facevamo entrambe tutti i lavori possibili.
E’ stato incredibile vedere la forza di quella donna che in vita sua non era mai entrata in cucina. Lei di famiglia bene, abituata ad avere servitù in guanti bianchi a servirla che ramazzava pur di stare con me.
A Londra ho vissuto per due anni e mezzo intensissimi e poi, ai miei diciannove, ho scoperto di essere incinta di un ragazzo italiano che avevo conosciuto a Firenze alla discoteca da turisti più famosa in città e che da tempo faceva il pendolare d’amore fra Firenze e Londra.
E così sono arrivata a Firenze, anzi al Galluzzo in una famiglia di contadini.
A malincuore perché amavo Londra e la sua vita e mai avrei sognato di ritrovarmi a fare la mamma.
A Firenze sono sbarcata incinta, impreparata, smarrita e con lunghi capelli colorati come si conveniva ad una vera hippy. Ero un extraterrestre tutti mi guardavano e mi indicavano.
Ero anche sola peraltro, perché il mio compagno era dovuto partire per il militare anche se lasciava a casa una ragazza col pancione che non capiva una parola d’italiano, in una casa di campagna fredda e modesta.
Per me che venivo dal lusso dei brasiliani ricchi e nonostante il vissuto a Londra fu uno choc.
I suoceri che mi osservavano e mi accettavano solo per il nipotino e poi il cibo italiano… Un disastro!
Ero un amante del cibo spazzatura da sempre tant’è che in Brasile alla scuola americana scambiavo sempre la mia merenda “sana” con quelle dei miei compagni yankee che abbondavano di patatine e altre amenità.
A Londra poi ero vissuta solo con questo tipo di alimentazione e ora mi ritrovavo in Italia, all’inizio degli anni Settanta in una famiglia tradizionale di campagna dove sono passata in breve dalle porcherie alla meravigliosa cucina toscana.
Ricordo come oggi il freddo di quelle stanze con le stallattiti e le stallagmiti che colavano d’inverno, ma ricordo anche la grande cucina a legna e il focolare sempre acceso.
Ottima quella cucina. Troppo buona e così ho iniziato a mangiare e mangiare innamorandomi anche del vino che prima non sopportavo.
Ma soprattutto ho scoperto presto che in Italia se non si mangia di cibo se ne parla. Sempre! Al mattino è uno dei primi argomenti e poi, nel corso della giornata spesso, in tanti discorsi.
Se dovessi dire che mi manca la cucina del mio paese blufferei anche perché oggi la cucina etnica è ovunque e permette anche se in maniera edulcorata di assaporare tutto il mondo.
Gli unici sapori che mi mancano, che però mi faccio sempre portare dalle mie cugine quando vengono a trovarmi, sono quelli dell’infanzia: le caramelle di cocco, il paçoca (dolcetto fatto di noccioline) e i bomboloni bassi e tondi pieni di crema.
Sono però una cattiva cultrice di arte culinaria. Forse perché ho un brutto ricordo del cibo da bambina.
Ero anemica e mia mamma per curarmi mi costringeva a mangiare da un grosso barattolo di latta, ricordo come fosse ieri, una sbobba incredibile dove aveva messo a bollire della carne mescolata con un uovo.
Sono anche peraltro abituata a mangiare tutto insieme in un piatto unico (riso, fagioli neri, carne, verdura e abbondante cipolla) e in questo non sono migliorata nemmeno crescendo o stando in Italia!
Ho sempre fatto lavori che mi lasciavano poco tempo per cucinare, ma forse questa è solo una scusa, la verità è che sono abituata a comprare cibo scongelato e riscaldarlo al microonde.
Forse perché, inconsciamente, ho seguito i consigli di mia madre che mi diceva che la cucina è un inferno dove se entri dentro diventi schiava.
Del resto anche se abito qui ormai da molti anni in questo mi sento ancora brasiliana al punto da non comprendere il rito italiano di mangiare insieme, soprattutto la domenica.
Sono una che mangia quando ha fame…
Da noi tutt’al più si sta insieme nei grandi cortili, magari nel periodo del Carnevale quando si mangia il churrasco accompagnato da un sacco di frittini e salamini con annaffiate abbondanti di birra. E si esagera… ballando samba fino a notte fonda.

La ricetta: feijoada
ingredienti:
fagioli neri
salsiccia
costine di maiale
pancetta
alloro
aglio
cipolla
riso
olio extra vergine d’oliva
prezzemolo
sale e pepe
preparazione:
Mettete i fagioli a bagno per una notte intera con molta acqua, l’alloro e altrettanti pezzi di maiale.
L’indomani fate bollire per mezz’ora i pezzi del maiale e dopo averli scolati, metteteli in una pentola con i fagioli e la salsiccia fatta a pezzetti.
Coprite con acqua, aggiustate di sale e pepe e fate cuocere per due ore circa a fuoco lento avendo cura di rigirare di tanto in tanto. Adesso aggiungete anche le costine del maiale.
A parte mettete a soffriggere in olio extra vergine d’oliva la cipolla con l’aglio la pancetta e un po’ di brodo dei fagioli e versate poi insieme nella zuppiera con gli altri ingredienti e lasciate cuocere fino a quando la feijoada non risulterà densa e con le carni ben cotte.
Servite in terrine di coccia con salsa cruda di cipolla, prezzemolo, aglio e pomodorini (se poi volete farla proprio alla carioca sostituite con banana e arancia).
Mar 6, 2025 | Enogastronomia
Da marzo a fine stagione sono tante le opportunità e le attività sulle piste, dall’alba al tramonto, per un finale di stagione eccellente in montagna grazie ad un ottimo innevamento e a giornate che invitano a indugiare sulle terrazze dei rifugi in quota, fra tintarella impeccabile e grandi panorami.
Giornate più lunghe e temperature più miti: a primavera, sciare sulle piste ammirando i paesaggi innevati diventa un piacere unico e imperdibile, dall’alba fino al tramonto.
Le giornate che si allungano regalano più tempo da dedicare allo sci, ma anche per partecipare ai tanti eventi in calendario e per concedersi meritate soste in uno dei numerosi e accoglienti rifugi situati lungo le piste.
Ancora ampia, dunque, la scelta di destinazioni per i privilegiati delle discese sul morbido “firn” – che si forma nella prima parte della giornata non appena il sole inizia a riscaldare la neve – nei due principali comprensori trentini, Dolomiti Superski e Skirama Dolomiti Adamello-Brenta.

Le “terrazze di sole” da godere in primavera
Panorami e tintarella perfetta. Sedersi su comode chaise longue, sorseggiando un calice di TrentoDoc o una cioccolata calda e con una musica soffusa di sottofondo, mentre l’occhio si perde in un vasto panorama di cime innevate. La situazione ideale per chi è in cerca dell’abbronzatura perfetta dopo aver percorso le piste ancora in ottime condizioni di innevamento.
Nei due principali comprensori trentini, Dolomiti Superski e Skirama Dolomiti Adamello-Brenta, gli spazi privilegiati per vivere al meglio queste esperienze sono le terrazze-solarium di locali e rifugi in quota, accessibili anche dai non sciatori, alla ricerca di relax, buona cucina e tintarella. In molte di queste strutture è possibile anche pernottare e per chi sceglie una camera con vista sulle montagne il premio sarà duplice: oltre ad ammirare tramonti e albe sulle vette innevate, anche il privilegio di scivolare pressoché in solitudine nei colori del mattino lungo le piste appena preparate dai gattisti.
Se partiamo dalle skiaree dolomitiche nella rassegna delle “terrazze di sole” – rifugi, ma anche altri locali perfetti per una sosta – non può mancare la “Terrazza delle Dolomiti” del rifugio Maria ai 3000 metri del Sas Pordoi sopra Canazei.
Sempre in zona, siamo nella skiarea Belvedere – Col Rodella, c’è anche l’iconico e rinnovato rifugio Fredarola e il Fienile Monte, ai piedi del Sassolungo, con panorama dolomitico tra i più belli e cucina per veri gourmet. Si incontra percorrendo le piste del famoso Sellaronda.
Sopra Passo San Pellegrino, accanto alla stazione di arrivo della funivia sul Col Margherita, c’è la panoramica terrazza del rifugio-ristorante InAlto Alfio Ghezzi Dolomites, affacciata sulle dolomiti tra Trentino e Veneto. Dopo la sosta si calzano gli sci per affrontare la mitica pista LaVolata, dove si allenano i campioni delle gare veloci. Nella vicina Alpe Lusia, sul versante di Fiemme, si sosta al nuovo Chalet 44 Dolomites Lounge con la sua terrazza di 600 mq di fronte ai profili del Lagorai e delle Pale di San Martino, oppure alla Baita Ciamp de le Strie, completamente ricostruita dopo l’incendio del 2021.
In Val di Fiemme meritano una sosta anche Lo Chalet, sulle piste dell’Alpe Cermis affacciato sulle cime del Lagorai, e il rifugio ristorante Caserina nello Ski Center Latemar: si raggiunge percorrendo la pista Agnello sciando in una vera galleria d’arte, tra le opere del “Parco d‘Arte Respirart”, un parco d’arte tra i più alti al mondo. In questi e altri locali in quota nelle skiarea delle valli di Fiemme e Fassa dal 7 al 16 marzo sono in programma i concerti-live del festival Dolomiti Ski Jazz.
Più a est, nella skiarea di San Martino di Castrozza – Passo Rolle, lo Skitour delle malghe è di per sé un invito ad alternare le discese alle soste (golose) nelle baite lungo le piste. Per accedervi si può salire sulla nuovissima cabinovia Valcigolera, che raggiunge l’omonima malga ristorante nel cuore della skiarea con vista sulle Pale di San Martino.
In Alpe Cimbra si percorre lo Skitour dei Forti, passando accanto alle memorie più visibili della Grande Guerra, per sostare nei rifugi Stella d’Italia sopra Fondo Grande e Baita Tonda sopra Serrada. Poco distante da Luserna, nel cuore della foresta cimbra, ecco Baita Neff costruita con tanto legno accanto alle piste tra la skiarea di Lavarone e l’Alpe di Vezzena; raggiungibile anche a piedi dal cimitero austroungarico di Monte Cucco.

Aperitivi unici a tremila metri
Nelle skiarea del Trentino occidentale, in Val di Sole, sul ghiacciaio Presena, si può provare l’emozione di un aperitivo ai tremila metri del Panorama 3000 Glacier, moderno lounge bar dalle grandi vetrate con affaccio sui ghiacciai del Gruppo dell’’Adamello, delle Lobbie e del Pian di neve. Si respira, invece, la tradizione accomodandosi a malga Valbiolo, sopra Passo Tonale.
Dalla Val di Sole, una veloce puntata in Val di Peio per salire nuovamente a quota 3000 m, nel punto più alto della skiarea, ai piedi delle pareti del Monte Viòz e di Punta Taviela, per scoprire il rifugio Mythe. Una struttura ad altissima efficienza energetica che concentra tecnologie innovative ed ecofriendly, per garantire comfort anche quando la colonnina scende a -28°C.
Ai numerosi rifugi che fiancheggiano le piste della skiarea di Folgarida Marilleva da questa stagione si è aggiunta la nuova struttura in località Malghet Aut sopra Folgarida.
Il nuovo ristorante dispone di un ampio volume vetrato, con vista sulle Dolomiti di Brenta. All’esterno, è stata realizzata una grande terrazza panoramica. Legno, pietra e vetro hanno creato qui un edificio dallo stile contemporaneo ben inserito nel paesaggio e dove c’è spazio anche per un una beauty area.
Raggiunta sci ai piedi la skiarea Madonna di Campiglio – Dolomiti di Brenta, un carosello di 150 km di piste, qui possiamo apprezzare lo stile raffinato che rispecchia il glamour della località, di Chalet Spinale. Percorrendo ampie e facili piste si raggiunge la zona del Grostè, dove si può sostare al rinnovato rifugio Boch, che ha puntato su forme eleganti e materiali quali il legno di abete vecchio, l’acciaio inox brunito e il nero assoluto, un granito che richiama una pietra locale. Le novità si aggiungono anche in questa stagione al rifugio Doss Sabiòn sopra Pinzolo, completamente riqualificato già nella passata stagione insieme al rinnovato impianto con stazioni di partenza e arrivo “ipogee”.

Cenare in rifugio e sciare all’alba
Il ristorante gourmet Attic da questa stagione è stato affiancato da un nuovo lounge bar che garantirà agli ospiti un’esperienza esclusiva, con ampie vetrate e un richiamo forte al territorio che si ritroverà anche nella proposta gastronomica e metterà al centro la valorizzazione dei prodotti locali in chiave non solo tradizionale ma anche contemporanea.
Sull’altro versante delle Dolomiti di Brenta, è dalla cima Paganella che si gode un panorama eccezionale su tutte le montagne trentine e la valle dei laghi fino al Garda e un punto privilegiato è la terrazza del rifugio La Roda.
Cenare in rifugio è un’esperienza che non può mancare in una vacanza in montagna e in Paganella sono ben sette i rifugi che offrono questa possibilità nell’arco della settimana, ancora più emozionante nelle sere di luna piena.
Obbligatoria la prenotazione per concordare l’orario in cui farsi venire a prendere con il gatto delle nevi, ma la salita con le ciaspole o gli sci d’alpinismo trasforma la serata in qualcosa di davvero speciale.
E nei mesi di febbraio e marzo l’iniziativa Trentino SkiSunrise prosegue in una skiarea ogni volta diversa, per provare l’esperienza insolita ed emozionante di ammirare lo spettacolo dell’alba in quota sciando alle prime luci del giorno. Non senza però una ricca e gustosa colazione in rifugio a base di prodotti locali. E poi di nuovo in pista, mentre le cime si tingono di suggestivi arcobaleni di colori.
Qui i prossimi appuntamenti: www.visittrentino.info/it/guida/trentino-ski-sunrise
Mar 5, 2025 | Enogastronomia
Pavia, piccola capitale d’arte e cultura, vanta legami di lunga data in materia di bicicletta: nel maggio del 1869 si tenne a battesimo la prima corsa ciclistica nazionale.
La corsa fu organizzata da velocipedisti milanesi cui un decreto prefettizio aveva vietato di organizzare gare in quel di Milano.

Il celebre ponte coperto di Pavia
Là dove pedalava Albert Einstein
Ci piace anche immaginare che qui, qualche decennio dopo, lungo l’argine del fiume Ticino, abbia pedalato il giovanissimo Albert Einstein.
Aveva sedici anni quando, nella primavera del 1895, la sua famiglia si trasferì per un breve periodo a Pavia dove il padre aveva aperto una fabbrica di elettromeccanica.
Del futuro premio Nobel sappiamo che all’epoca si divertiva, uscendo da Casa Cornazzani dove aveva abitato anche Ugo Foscolo, a fare nuotate nel fiume e camminate verso le colline dell’Oltrepò.
Non abbiamo certezze di scampagnate in velocipede, ma anni dopo, immortalato nella celebre foto in sella per le vie del campus californiano di Pasadena, avrebbe ammesso che le migliori intuizioni gli erano venute proprio pedalando.

Il celebre ponte di barche di Bereguardo
La ciclovia del Ticino
Si parte dal Ponte Coperto di Pavia che collega il centro storico a Borgo Ticino, in direzione di Abbiategrasso. Correte sulla cresta dell’argine, quasi pensile tra fiume e golena, campi e cascine.
Dopo le ampie anse del Ticino, tra rogge che sembrano fiumi in miniatura e garzaie da cui si alzano aironi bianchi e cinerini, la strada lascia la vista del fiume e dopo il bivio del Mulino di Limido, arriva a Zerbolò. Fermatevi a guardare in alto: all’uscita del paese c’è un lampione che da anni ospita un grande nido, abitato, da marzo a settembre, da una coppia di cicogne.
Dopo Zerbolò, sfiorerete il paese di Parasacco per puntare nuovamente verso il Ticino.
Vi aspetta, tra grandi spiagge di ghiaia, il suggestivo ponte delle Barche di Bereguardo. Scricchiolante sotto le ruote della bici, questo è uno degli ultimi esempi di ponte a chiatte in cemento, inizialmente in legno, destinate, galleggiando, a segnalare il livello dell’acqua.
Gli amanti della mountain bike possono percorrere il tratto fino al ponte seguendo un sentiero di circa 20 chilometri, ben tracciato.
Oltre il ponte, si supera l’unico breve e modesto dislivello dell’itinerario e, dopo un lungo rettilineo in falsopiano, fiancheggiato da pioppi monumentali, si arriva a Bereguardo.
Qui lascia alle spalle il Castello Visconteo e imbocca l’alzaia del Naviglio di Bereguardo, 20 chilometri prevalentemente rettilinei che fiancheggiano il canale costruito nel XVI secolo per collegare il Naviglio Grande di Milano al Ticino e quest’ultimo al Po e al mare.
Per quattro secoli importante via d’acqua commerciale per il trasporto delle merci, il Naviglio di Bereguardo si ridusse, dopo la costruzione del Naviglio Pavese, alla funzione di canale irriguo.
La pista ciclabile, ben tenuta, sfiora conche, chiuse con salti d’acqua, arcuati ponticelli in pietra e piccoli pontili.
Superata l’indicazione per Cascina Perdono, una digressione a sinistra conduce nel borgo di Morimondo, con l’Abbazia fondata nel 1136 dai Cistercensi.
Ripresa l’alzaia, in poco più di 4 chilometri si arriva a Castelletto di Abbiategrasso dove il Naviglio di Bereguardo deriva le sue acque dal Naviglio Grande.
Abbiategrasso vi porta alla visita della Basilica di Santa Maria Nuova, il cui vestibolo in facciata, incompiuto, è attribuito al Bramante; ma anche a fare rifornimento di zuccheri: nel centro storico vi aspettano buone pasticcerie.
Informazioni
Si percorre in una giornata
Difficoltà: per tutti
Lunghezza: 41 km
Dislivello: 50 m
Strade: 100% asfaltato
Bici: da turismo con cambio e da corsa
Quando: da marzo a ottobre
Mood: fluido
Mar 4, 2025 | Enogastronomia
Il Deserto di Atacama, situato nel nord del Cile, è uno dei luoghi più estremi e affascinanti del pianeta.
Con paesaggi mozzafiato, geyser, valli surreali e cieli limpidi, è una meta imperdibile per gli amanti dell’avventura e della natura.

Image by Julian Hacker from Pixabay
Un deserto unico al mondo
Il Deserto di Atacama è noto per essere il luogo più arido della Terra, con alcune aree che non vedono pioggia da secoli!
La sua conformazione lo rende un ambiente lunare, tanto che la Nasa lo utilizza per testare le sue attrezzature destinate a Marte. Nonostante il clima estremo, Atacama ospita una straordinaria biodiversità, con piante resistenti, fenicotteri nei laghi salati e volpi andine che si aggirano tra le rocce.

Il segreto colorato
Nel luogo più arido della Terra si nasconde un segreto colorato che si rivela solo in momenti speciali.
Quando le piogge intense, spesso legate al fenomeno di El Niño, bagnano finalmente questa terra arida, accade qualcosa di magico.
Oltre 200 specie di fiori si risvegliano dal loro lungo sonno, trasformando il paesaggio desertico in un mare di colori vivaci. È come se la natura decidesse di dipingere un quadro effimero sulla tela del deserto.
Questo spettacolo, chiamato “desierto florido”, si manifesta principalmente durante la primavera australe, regalando vita non solo ai fiori ma anche alla fauna locale.
Un miracolo che ci ricorda come, anche nei luoghi apparentemente più inospitali, la vita attende pazientemente il momento giusto per mostrarsi in tutta la sua bellezza, nutrendosi di quei rari e preziosi momenti di pioggia.

Curiosità e altre sorprese
Il punto di partenza ideale per esplorare il deserto di Atacama è San Pedro de Atacama un affascinante villaggio che offre strutture turistiche, ristoranti e agenzie per escursioni.
Ma colori straordinari si possono vedere non solo con le rare fioriture ma anche negli specchi d’acqua dei laghi cristallini ad alta quota, come la laguna Miscanti e la laguna Miñiques, dove i colori dell’acqua contrastano con le montagne circostanti.
Anche se oggi è sostanzialmente disabitato il deserto è stato abitato per millenni dagli Atacameños, un popolo indigeno con una profonda conoscenza del territorio.
Il Deserto di Atacama è una destinazione da sogno per chi cerca avventura, paesaggi mozzafiato e un viaggio fuori dal comune.
Tra vulcani, geyser, lagune e cieli stellati, ogni angolo di questo deserto offre emozioni uniche e indimenticabili.