Apr 6, 2016 | Chianti Classico
[:it]
di Nadia Fondelli – La Finocchiona IGP e il Pecorino Toscano DOP si uniranno al brindisi in onore dei 300 anni del Chianti Classico che l’omonimo Consorzio ha organizzato domenica 10 aprile durante il Vinitaly a Verona, coinvolgendo alcune delle maggiori Docg, Dop e Igp della Toscana.
L’appuntamento prenderà il via alle ore 17.16, in riferimento all’anno 1716 che ha segnato la nascita del Chianti Classico, e proporrà una degustazione di alcuni prodotti di qualità ambasciatori della Toscana nel mondo, tra i quali la Finocchiona IGP e il Pecorino Toscano DOP. All’iniziativa saranno presenti i direttori dei due Consorzi di tutela, rispettivamente, Francesco Seghi, per la Finocchiona IGP, e Andrea Righini, per il Pecorino Toscano DOP.
“La Finocchiona IGP – afferma Fabio Viani, presidente del Consorzio di tutela della Finocchiona – parteciperà con molto piacere alla festa per i 300 anni del Chianti Classico, rafforzando la sinergia avviata nei mesi scorsi con i Consorzi di tutela delle maggiori Docg, Doc e Igp della Toscana.
A questo si unisce l’opportunità per la Finocchiona IGP di essere presente a una manifestazione internazionale della portata di Vinitaly, prestigiosa vetrina promozionale a pochi giorni dal primo compleanno della nostra certificazione di qualità. Ringrazio il Consorzio del Chianti Classico per averci coinvolto ancora una volta in questo tipo di iniziative, che puntano a unire le forze per valorizzare il ricco patrimonio agroalimentare di qualità che caratterizza la nostra regione”.
“Il Pecorino Toscano DOP – afferma Andrea Righini, direttore del Consorzio tutela Pecorino Toscano DOP -ha aderito con gioia a questo brindisi organizzato dal Consorzio Chianti Classico per i 300 anni della denominazione. Da tempo portiamo avanti iniziative congiunte con altri Consorzi delle maggiori Docg, Dop e Igp della Toscana per dare maggiore forza alla promozione dei prodotti di qualità più importanti della Toscana: dal vino all’olio, dal formaggio ai salumi. Iniziative come questa, inoltre, permettono di valorizzare gli abbinamenti del nostro formaggio, esaltando, in particolare, la buona unione fra Pecorino Toscano DOP stagionato e vini rossi e strutturati come il Chianti Classico”.[:en]
di redazione – La Finocchiona IGP e il Pecorino Toscano DOP si uniranno al brindisi in onore dei 300 anni del Chianti Classico che l’omonimo Consorzio ha organizzato domenica 10 aprile durante il Vinitaly a Verona, coinvolgendo alcune delle maggiori Docg, Dop e Igp della Toscana.
L’appuntamento prenderà il via alle ore 17.16, in riferimento all’anno 1716 che ha segnato la nascita del Chianti Classico, e proporrà una degustazione di alcuni prodotti di qualità ambasciatori della Toscana nel mondo, tra i quali la Finocchiona IGP e il Pecorino Toscano DOP. All’iniziativa saranno presenti i direttori dei due Consorzi di tutela, rispettivamente, Francesco Seghi, per la Finocchiona IGP, e Andrea Righini, per il Pecorino Toscano DOP.
“La Finocchiona IGP – afferma Fabio Viani, presidente del Consorzio di tutela della Finocchiona – parteciperà con molto piacere alla festa per i 300 anni del Chianti Classico, rafforzando la sinergia avviata nei mesi scorsi con i Consorzi di tutela delle maggiori Docg, Doc e Igp della Toscana.
A questo si unisce l’opportunità per la Finocchiona IGP di essere presente a una manifestazione internazionale della portata di Vinitaly, prestigiosa vetrina promozionale a pochi giorni dal primo compleanno della nostra certificazione di qualità. Ringrazio il Consorzio del Chianti Classico per averci coinvolto ancora una volta in questo tipo di iniziative, che puntano a unire le forze per valorizzare il ricco patrimonio agroalimentare di qualità che caratterizza la nostra regione”.
“Il Pecorino Toscano DOP – afferma Andrea Righini, direttore del Consorzio tutela Pecorino Toscano DOP -ha aderito con gioia a questo brindisi organizzato dal Consorzio Chianti Classico per i 300 anni della denominazione. Da tempo portiamo avanti iniziative congiunte con altri Consorzi delle maggiori Docg, Dop e Igp della Toscana per dare maggiore forza alla promozione dei prodotti di qualità più importanti della Toscana: dal vino all’olio, dal formaggio ai salumi. Iniziative come questa, inoltre, permettono di valorizzare gli abbinamenti del nostro formaggio, esaltando, in particolare, la buona unione fra Pecorino Toscano DOP stagionato e vini rossi e strutturati come il Chianti Classico”.[:]
Apr 1, 2016 | Eventi, Firenze
[:it]
di redazione – Da oggi sarà possibile dirsi “sì” nell’Area Archeologica.
Il Consiglio Comunale di Fiesole ha approvato all’unanimità il regolamento che consentirà di celebrare matrimoni nell’Area Archeologica. Finalmente le coppie potranno celebrare il giorno più bello della loro vita in una cornice d’eccezione.
Una possibilità straordinaria che permetterà al Comune di Fiesole di valorizzare e di trarre anche un beneficio economico dalla più famosa e apprezzata attrazione storico-artistica del territorio.
Il Sindaco di Fiesole Anna Ravoni ha dichiarato: ‘Siamo molto soddisfatti del risultato raggiunto, ci stavamo lavorando da tempo e l’aver realizzato questo regolamento ci riempie di orgoglio.
Le coppie avranno la possibilità di sposarsi in una cornice unica, scegliendo tra il matrimonio nella terrazza antistante il Museo Archeologico a cui potranno partecipare massimo 150 persone e il matrimonio al Teatro Romano in cui sarà possibile invitare 400 ospiti.
Anche Fiesole offrirà così un’opportunità unica per dirsi “sì” immersi nella bellezza e nella storia, che sono le caratteristiche principali del nostro territorio.
Ci tengo anche a sottolineare che i matrimoni non intaccheranno minimamente le visite e l’apertura del Museo né tantomeno l’Estate Fiesolana.’[:en]
di redazione – Da oggi sarà possibile dirsi “sì” nell’Area Archeologica.
Il Consiglio Comunale di Fiesole ha approvato all’unanimità il regolamento che consentirà di celebrare matrimoni nell’Area Archeologica. Finalmente le coppie potranno celebrare il giorno più bello della loro vita in una cornice d’eccezione.
Una possibilità straordinaria che permetterà al Comune di Fiesole di valorizzare e di trarre anche un beneficio economico dalla più famosa e apprezzata attrazione storico-artistica del territorio.
Il Sindaco di Fiesole Anna Ravoni ha dichiarato: ‘Siamo molto soddisfatti del risultato raggiunto, ci stavamo lavorando da tempo e l’aver realizzato questo regolamento ci riempie di orgoglio.
Le coppie avranno la possibilità di sposarsi in una cornice unica, scegliendo tra il matrimonio nella terrazza antistante il Museo Archeologico a cui potranno partecipare massimo 150 persone e il matrimonio al Teatro Romano in cui sarà possibile invitare 400 ospiti.
Anche Fiesole offrirà così un’opportunità unica per dirsi “sì” immersi nella bellezza e nella storia, che sono le caratteristiche principali del nostro territorio.
Ci tengo anche a sottolineare che i matrimoni non intaccheranno minimamente le visite e l’apertura del Museo né tantomeno l’Estate Fiesolana.’[:]
Mar 18, 2016 | Editoriale, Firenze
[:it]
di Nadia Fondelli – Il nuove regolamento comunale per “tutelare” il centro storico vara un’astrusa regola per regolamentare il commercio alimentare, ma prende un abbaglio e confonde tipicità per qualità.
Confesso: appena letta la notizia mi sono messa a ridere. Poi ho guardato il calendario. Non è il 1° di aprile e allora sul viso mi sì è spento il sorriso.
Il comune di Firenze per fermare l’onda dei kebabbari e dei minimarket venditori di alcol ha deciso che nel centro storico, patrimonio Unesco, i negozianti debbano vendere per il 70% da filiera corta o a chilometro zero altrimenti niente licenza.
La prima risata mi è partita all’idea del fantomatico chilometro zero. Neologismo che appartiene al dizionario cibo-moda che fa tanto chic.
Cosa vuol dire chilometro zero? Niente. Ricordo che in un convegno illuminato fu proprio il rappresentante di un ente agricolo a livello nazionale a smontare, mattoncino per mattoncino l’astrusa teoria. “Solo chi viene a comprare direttamente nella mia fattoria acquista a chilometro zero. Se io esco dal cancello e vendo al mercatino, già di chilometri ne ho fatti alcuni!” disse. Come dargli torto. E allora meglio tutt’all più parlare di filiera corta.
La seconda risata mi è venuta poi dal senso stesso del provvedimento. Forse gli amministratori fiorentini non hanno le idee chiare e confondono capre e cavoli. La filiera corta non è sinonimo di qualità e altre sono le cose che andrebbero guardate in un centro storico Unesco.
Cadrei nel qualunquismo a parlare di un centro storico degradato perché la visione è disponibile a tutti fra sporcizia, abusivismo diffuso e tollerato, mendicanti molesti, etc…
Sorprende che si chiuda la stalla solo dopo che i buoi sono scappati mentre i kebbabari sono fioriti in ogni dove e dei minimarket ce ne siamo accorti dopo più ragazzini ricoverati in coma etilico. Del resto la liberalizzazione delle licenze questo ha prodotto.
Da oggi a dettare regole dagli scranni alti di Palazzo Vecchio saranno solo un gruppo di “saggi” (funzionari e dirigenti?) che sicuramente mai si sono trovati a dover distinguere un cannellino da uno zolfino, ma che in nome della tipicità fiorentina cancellano dai banchi: prosciutti di Parma e San Daniele, Grana Padano, etc…
Il bello e il buono del made in Italy già massacrato e non difeso da un’ Europa che importa olio tunisino dalla salubrità dubbia ad ettolitri, che impone di buttar via il latte in favore di polverine magiche e che misura la lunghezza delle banane e la larghezza delle vongole oggi trova il nemico anche in casa.
Come se il problema fosse la distanza chilometrica di produzione e non la qualità. Meglio allora un riso prodotto dai cinesi dell’Osmannoro a un Vialone vercellese?
L’errore è tutto lì. Tipicità non fa rima per forza con qualità.
E allora se lotta al degrado alimentare sia perché non controllare “l’artigianalità” di prodotti fuori stagione o fuori logica (penso al gelato al cocco a gennaio in Italia!); perché non controllare come fa ogni trattoria del centro ad offrire chianina-e-vino-tutto-compreso a 10 Euro!
Aprile è vicino e sperando che fosse stato davvero solo un bel pesce del primo giorno e non il mese in cui partiranno le sanzioni consiglio ai funzionari ed amministratori di leggersi un bignamino di agroalimentare di qualità e tipicità e poi riparliamone nella speranza che non si siano fatti anche lor abbagliare dai consigli preziosi di uno dei tanti esperti di cibo che vanno così di moda alla faccia di:
il cibo è salute ed espressione culturale di ogni popolo.
[:en]
di Nadia Fondelli – Il nuove regolamento comunale per “tutelare” il centro storico vara un’astrusa regola per regolamentare il commercio alimentare, ma prende un abbaglio e confonde tipicità per qualità.
Confesso: appena letta la notizia mi sono messa a ridere. Poi ho guardato il calendario. Non è il 1° di aprile e allora sul viso mi sì è spento il sorriso.
Il comune di Firenze per fermare l’onda dei kebabbari e dei minimarket venditori di alcol ha deciso che nel centro storico, patrimonio Unesco, i negozianti debbano vendere per il 70% da filiera corta o a chilometro zero altrimenti niente licenza.
La prima risata mi è partita all’idea del fantomatico chilometro zero. Neologismo che appartiene al dizionario cibo-moda che fa tanto chic.
Cosa vuol dire chilometro zero? Niente. Ricordo che in un convegno illuminato fu proprio il rappresentante di un ente agricolo a livello nazionale a smontare, mattoncino per mattoncino l’astrusa teoria. “Solo chi viene a comprare direttamente nella mia fattoria acquista a chilometro zero. Se io esco dal cancello e vendo al mercatino, già di chilometri ne ho fatti alcuni!” disse. Come dargli torto. E allora meglio tutt’all più parlare di filiera corta.
La seconda risata mi è venuta poi dal senso stesso del provvedimento. Forse gli amministratori fiorentini non hanno le idee chiare e confondono capre e cavoli. La filiera corta non è sinonimo di qualità e altre sono le cose che andrebbero guardate in un centro storico Unesco.
Cadrei nel qualunquismo a parlare di un centro storico degradato perché la visione è disponibile a tutti fra sporcizia, abusivismo diffuso e tollerato, mendicanti molesti, etc…
Sorprende che si chiuda la stalla solo dopo che i buoi sono scappati mentre i kebbabari sono fioriti in ogni dove e dei minimarket ce ne siamo accorti dopo più ragazzini ricoverati in coma etilico. Del resto la liberalizzazione delle licenze questo ha prodotto.
Da oggi a dettare regole dagli scranni alti di Palazzo Vecchio saranno solo un gruppo di “saggi” (funzionari e dirigenti?) che sicuramente mai si sono trovati a dover distinguere un cannellino da uno zolfino, ma che in nome della tipicità fiorentina cancellano dai banchi: prosciutti di Parma e San Daniele, Grana Padano, etc…
Il bello e il buono del made in Italy già massacrato e non difeso da un’ Europa che importa olio tunisino dalla salubrità dubbia ad ettolitri, che impone di buttar via il latte in favore di polverine magiche e che misura la lunghezza delle banane e la larghezza delle vongole oggi trova il nemico anche in casa.
Come se il problema fosse la distanza chilometrica di produzione e non la qualità. Meglio allora un riso prodotto dai cinesi dell’Osmannoro a un Vialone vercellese?
L’errore è tutto lì. Tipicità non fa rima per forza con qualità.
E allora se lotta al degrado alimentare sia perché non controllare “l’artigianalità” di prodotti fuori stagione o fuori logica (penso al gelato al cocco a gennaio in Italia!); perché non controllare come fa ogni trattoria del centro ad offrire chianina-e-vino-tutto-compreso a 10 Euro!
Aprile è vicino e sperando che fosse stato davvero solo un bel pesce del primo giorno e non il mese in cui partiranno le sanzioni consiglio ai funzionari ed amministratori di leggersi un bignamino di agroalimentare di qualità e tipicità e poi riparliamone nella speranza che non si siano fatti anche lor abbagliare dai consigli preziosi di uno dei tanti esperti di cibo che vanno così di moda alla faccia di:
il cibo è salute ed espressione culturale di ogni popolo.
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Mar 13, 2016 | Da non perdere, Mugello | Val di Sieve
[:it]
di Nadia Fondelli – Esistono luoghi segreti. Non per scelta di esserlo, ma ci sono.
Uno dei tanti che in molti anni di “toscanauta” alla ricerca del bello nascosto della nostra terra l’ho scovato pochi giorni fa.
Il merito non è mio ma dell’amica e collaboratrice di lunga data Donella con cui condivido la passione della scoperta del bello nascosto.
Donella che avrete letto spesso fra queste pagine oltre ad essere un’artigiana sopraffina è anche una ricercatrice appassionata di fiori, piante, leggende e tradizioni toscane.
Storie che spesso si intrecciano.
Sull’onda lunga odorosa siamo arrivate così a Doccia: “il paese sulla collina” come lo definì nella sue cronache scolastiche la maestra Sara Cerrini Melauri che, negli anni’50 del Novecento si fece interprete del movimento di cooperazione educativa insieme ad altri interpreti quali Mario Lodi e Bruno Ciari.
Un insegnamento innovativo che, in epoca in cui le campagne si spopolavano, in controtendenza, insegnava il rispetto, la conoscenza e la valorizzazione del territorio.
Temi questi, sessant’anni dopo di “ritorno” e non credo sia un caso se, a incontrare Mara Fiesolani che con la sua associazione che si chiama proprio “il paese sulla collina” ha fatto rifiorire gli ideali della maestra Sara sia stata proprio Donella, certaldese come Bruno Ciari.
A Doccia, alte colline di Pontassieve con tanto verde e olivi, aria frizzantina e pura che scende giù dal monte Giovi è nato sulla scia dell’insegnamenti anche dell’altro maestro Ilario Filippi a cui è intestato un giardino botanico.
Un piccolo scrigno verde nato dietro la pieve di Sant’Andrea a Doccia “come atto d’amore per la nostra terra” ci racconta Mara Fiesolani quando, con orgoglio e simpatia aprendoci il cancello del giardino ci schiude un mondo odoroso che sa di passione e amore.
Mara e l’altra amica Camilla guardano e accarezzano ogni fiore, annusano ogni pianticella, si emozionano davanti a una gemma e un piccolo fiorellino.
Le colline di Pontassieve hanno la fortuna di avere questa piccola-grande meraviglia che racchiude le tipicità erbacee della zona grazie all’impegno profuso dall’associazione e il supporto scientifico del Museo di storia naturale di Firenze, ma l’amore profondo di Mara, Cammilla e gli altri associati è la marcia in più.
“Promuovere un territorio vuol dire amarlo e conservarlo” racconta Mara e lei e le altre amiche è certo che amano il loro paese sulla collina e il loro piccolo-grande giardino segreto dove per altro è, unico esempio in Toscana, anche l’aiuola di Ildegarda di Binden costruita a spirale come suggerito dalla santa, musicista, artista, naturista, filosofa e consigliera politica niente di meno che di Federico Barbarossa che era certa che l’aiuola a spirale suggerisse un’idea di tensione verso l’alto e verso Dio.
Visitabile tutti i sabato pomeriggio da aprile oppure a richiesta contattando: ilpaesesullacollina@yahoo.it[:en]
di Nadia Fondelli – Esistono luoghi segreti. Non per scelta di esserlo, ma ci sono.
Uno dei tanti che in molti anni di “toscanauta” alla ricerca del bello nascosto della nostra terra l’ho scovato pochi giorni fa.
Il merito non è mio ma dell’amica e collaboratrice di lunga data Donella con cui condivido la passione della scoperta del bello nascosto.
Donella che avrete letto spesso fra queste pagine oltre ad essere un’artigiana sopraffina è anche una ricercatrice appassionata di fiori, piante, leggende e tradizioni toscane.
Storie che spesso si intrecciano.
Sull’onda lunga odorosa siamo arrivate così a Doccia: “il paese sulla collina” come lo definì nella sue cronache scolastiche la maestra Sara Cerrini Melauri che, negli anni’50 del Novecento si fece interprete del movimento di cooperazione educativa insieme ad altri interpreti quali Mario Lodi e Bruno Ciari.
Un insegnamento innovativo che, in epoca in cui le campagne si spopolavano, in controtendenza, insegnava il rispetto, la conoscenza e la valorizzazione del territorio.
Temi questi, sessant’anni dopo di “ritorno” e non credo sia un caso se, a incontrare Mara Fiesolani che con la sua associazione che si chiama proprio “il paese sulla collina” ha fatto rifiorire gli ideali della maestra Sara sia stata proprio Donella, certaldese come Bruno Ciari.
A Doccia, alte colline di Pontassieve con tanto verde e olivi, aria frizzantina e pura che scende giù dal monte Giovi è nato sulla scia dell’insegnamenti anche dell’altro maestro Ilario Filippi a cui è intestato un giardino botanico.
Un piccolo scrigno verde nato dietro la pieve di Sant’Andrea a Doccia “come atto d’amore per la nostra terra” ci racconta Mara Fiesolani quando, con orgoglio e simpatia aprendoci il cancello del giardino ci schiude un mondo odoroso che sa di passione e amore.
Mara e l’altra amica Camilla guardano e accarezzano ogni fiore, annusano ogni pianticella, si emozionano davanti a una gemma e un piccolo fiorellino.
Le colline di Pontassieve hanno la fortuna di avere questa piccola-grande meraviglia che racchiude le tipicità erbacee della zona grazie all’impegno profuso dall’associazione e il supporto scientifico del Museo di storia naturale di Firenze, ma l’amore profondo di Mara, Cammilla e gli altri associati è la marcia in più.
“Promuovere un territorio vuol dire amarlo e conservarlo” racconta Mara e lei e le altre amiche è certo che amano il loro paese sulla collina e il loro piccolo-grande giardino segreto dove per altro è, unico esempio in Toscana, anche l’aiuola di Ildegarda di Binden costruita a spirale come suggerito dalla santa, musicista, artista, naturista, filosofa e consigliera politica niente di meno che di Federico Barbarossa che era certa che l’aiuola a spirale suggerisse un’idea di tensione verso l’alto e verso Dio.
Visitabile tutti i sabato pomeriggio da aprile oppure a richiesta contattando: ilpaesesullacollina@yahoo.it[:]
Mar 11, 2016 | Editoriale, Firenze
[:it]
di Nadia Fondelli – Si e svolto nei giorni scorsi nel magico scenario del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze un workshop importante, passato sottotraccia per i colleghi della stampa. Peccato.
Sarà per la mia anima di volontaria ma credo che parlare di resilienza sia molto importante. E a tutti i livelli.
Mi soffermo un attimo sulla parola resilienza che anche se non ha il fascino di petaloso si può considerare un neologismo in quanto parola poco frequente da molti.
“Resilienza” significa “capacità degli oggetti di resistere a un urto”. Ma in Palazzo Vecchio, la parola è stata applicata agli esseri umani determinando così che resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici come i disastri naturali o gli atti di terrorismo.
Psicologi, sociologi, medici e altri specialisti si sono alternati all’oratoria per parlare di come “Accrescere la resilienza nella popolazione”.
Su tutti, a noi ha dato lo spunto per scrivere questo pezzo l’intervento gagliardo del sindaco di Montelupo Fiorentino Paolo Masetti, non a caso responsabile di protezione civile per l’Anci regionale e già dirigente di protezione civile in provincia.
Masetti ha colto l’occasione per lanciare un grido d’allarme e togliersi dalle scarpe alcuni sassolini. Nemmeno tanto piccoli.
I numeri parlano più di mille parole nella loro semplicità. Dal 1945 al 2015 in Italia per disastri naturali ci sono stati 5455 morti in 2458 comuni e 101 province in tutte le regioni italiane.
Se poi aggiungiamo che il 78% delle frane che colpiscono i 28 paesi della comunità europea sono in Italia non abbiamo certo da che stare rilassati.
Eppure di protezione civile si parla e si fa davvero poco.
Sembra che quei volontari vestiti con abiti sgargianti sbuchino fuori dal niente solo quando c’è qualche disastro.
Masetti ha voluto dire che, invece, di protezione civile serve parlare e farlo sempre.
Eppure anche alcuni sindaci non sono consapevoli della propria responsabilità. Ricordo un collega – dice – che a seguito di una tragedia che aveva colpito il suo comune, intervistato su cosa stesse facendo per far fronte all’emergenza candidamente risposte che per questo si doveva sentire la protezione civile.
Ignorando che, in qualsiasi comune il responsabile massimo di protezione civile è proprio il sindaco!
Ma anche se il sindaco (fortunatamente nella maggioranza dei casi) è ben conscio del ruolo è altrettanto conscio di avere un cerino acceso in mano perché, tornando ai numeri, è quasi scontato che nell’arco del mandato si troverà a fronteggiare almeno un’emergenza più o meno grave che sia.
Il problema è quindi affrontare la situazione facendosi trovare preparati.
Le pubbliche amministrazioni notoriamente hanno le casse vuote, ma il problema non è solo nei danari ma anche nella mancanza di competenze.
In poche parole, per la regola astrusa della rotazione nei ruoli dei dipendenti delle amministrazioni comunali, ci sta che un sindaco si trovi ad occupare la poltrona di responsabile di protezione civile un dipendente senza alcuna competenza specifica che magari fino al giorno prima faceva certificati anagrafici.
Ovvio che finché non succede niente tutto passa sotto traccia ma.
La protezione civile svolge la sua funzione soprattutto se riesce a prevenire. Ma per prevenire serve parlare del tema come di un atto consapevole del quotidiano.
Ogni cittadino deve sapere che il primo esperto di protezione civile è lui stesso.
Il comune poi ci mette del suo. Con un sindaco consapevole e magari una figura professionale ad hoc, come sta chiedendo (e lavorando per farlo) Masetti sia a livello di Anci che presso il Dipartimento a Roma.
Serve qualcosa di nuovo, serve chiarezza.
Serve che ognuno abbia un ruolo e lo sappia svolgere perché se poi il disastro arriva sapere chi fa che cosa determina la differenza fra vivere e morire.
Ma soprattutto Masetti ci ha voluto scuotere ricordandoci di non abbassare la guardia ricordando sempre di parlare di protezione civile. Fosse anche per parlare semplicemente dei piani comunali, delle buone norme in caso di ghiaccio, neve, vento etc…
[:en]
di Nadia Fondelli – Si e svolto nei giorni scorsi nel magico scenario del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze un workshop importante, passato sottotraccia per i colleghi della stampa. Peccato.
Sarà per la mia anima di volontaria ma credo che parlare di resilienza sia molto importante. E a tutti i livelli.
Mi soffermo un attimo sulla parola resilienza che anche se non ha il fascino di petaloso si può considerare un neologismo in quanto parola poco frequente da molti.
“Resilienza” significa “capacità degli oggetti di resistere a un urto”. Ma in Palazzo Vecchio, la parola è stata applicata agli esseri umani determinando così che resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici come i disastri naturali o gli atti di terrorismo.
Psicologi, sociologi, medici e altri specialisti si sono alternati all’oratoria per parlare di come “Accrescere la resilienza nella popolazione”.
Su tutti, a noi ha dato lo spunto per scrivere questo pezzo l’intervento gagliardo del sindaco di Montelupo Fiorentino Paolo Masetti, non a caso responsabile di protezione civile per l’Anci regionale e già dirigente di protezione civile in provincia.
Masetti ha colto l’occasione per lanciare un grido d’allarme e togliersi dalle scarpe alcuni sassolini. Nemmeno tanto piccoli.
I numeri parlano più di mille parole nella loro semplicità. Dal 1945 al 2015 in Italia per disastri naturali ci sono stati 5455 morti in 2458 comuni e 101 province in tutte le regioni italiane.
Se poi aggiungiamo che il 78% delle frane che colpiscono i 28 paesi della comunità europea sono in Italia non abbiamo certo da che stare rilassati.
Eppure di protezione civile si parla e si fa davvero poco.
Sembra che quei volontari vestiti con abiti sgargianti sbuchino fuori dal niente solo quando c’è qualche disastro.
Masetti ha voluto dire che, invece, di protezione civile serve parlare e farlo sempre.
Eppure anche alcuni sindaci non sono consapevoli della propria responsabilità. Ricordo un collega – dice – che a seguito di una tragedia che aveva colpito il suo comune, intervistato su cosa stesse facendo per far fronte all’emergenza candidamente risposte che per questo si doveva sentire la protezione civile.
Ignorando che, in qualsiasi comune il responsabile massimo di protezione civile è proprio il sindaco!
Ma anche se il sindaco (fortunatamente nella maggioranza dei casi) è ben conscio del ruolo è altrettanto conscio di avere un cerino acceso in mano perché, tornando ai numeri, è quasi scontato che nell’arco del mandato si troverà a fronteggiare almeno un’emergenza più o meno grave che sia.
Il problema è quindi affrontare la situazione facendosi trovare preparati.
Le pubbliche amministrazioni notoriamente hanno le casse vuote, ma il problema non è solo nei danari ma anche nella mancanza di competenze.
In poche parole, per la regola astrusa della rotazione nei ruoli dei dipendenti delle amministrazioni comunali, ci sta che un sindaco si trovi ad occupare la poltrona di responsabile di protezione civile un dipendente senza alcuna competenza specifica che magari fino al giorno prima faceva certificati anagrafici.
Ovvio che finché non succede niente tutto passa sotto traccia ma.
La protezione civile svolge la sua funzione soprattutto se riesce a prevenire. Ma per prevenire serve parlare del tema come di un atto consapevole del quotidiano.
Ogni cittadino deve sapere che il primo esperto di protezione civile è lui stesso.
Il comune poi ci mette del suo. Con un sindaco consapevole e magari una figura professionale ad hoc, come sta chiedendo (e lavorando per farlo) Masetti sia a livello di Anci che presso il Dipartimento a Roma.
Serve qualcosa di nuovo, serve chiarezza.
Serve che ognuno abbia un ruolo e lo sappia svolgere perché se poi il disastro arriva sapere chi fa che cosa determina la differenza fra vivere e morire.
Ma soprattutto Masetti ci ha voluto scuotere ricordandoci di non abbassare la guardia ricordando sempre di parlare di protezione civile. Fosse anche per parlare semplicemente dei piani comunali, delle buone norme in caso di ghiaccio, neve, vento etc…
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Mar 3, 2016 | Eventi, Firenze
[:it]
di redazione – Con la voce di Massimo Tarducci accompagnato dal violino di Claudia Mannocci il pubblico si calerà in un preludio di atmosfere fin dentro la scrittura poetica di Prévert.
Stazione di Firenze….un uomo sale sul treno per Grosseto. Una ragazza si siede di fronte a lui. Inizia così il loro viaggio tra le terre toscane. Tra sogno e realtà attraverso la voce e le improvvisazioni musicali lo spettacolo sui versi di J. Prévert ci proietterà nelle strutture dei linguaggi poetici e musicali senza limiti di tempo e di luogo. La Scrittura di Prevert evoca furbescamente in chi ascolta immagini precise, ne impone una su tutte per poi distruggerla proponendone altre secondo gli umori e gli interessi del poeta. Una composizione di visioni e oggetti fuori d’ogni metafora che agiscono nell’occhio dello spettatore con il ritmo di un montaggio cinematografico. Giocando col tempo passeggero, la poesia illuminerà il viaggio fino ed oltre il finale della storia.
Il tutto, cena e spettacolo, allestito nella cornice dello storico edificio che ospita i locali di Miso di Riso bio-bistrò vegetariano, vegano, macrobiotico e crudista che è anche un po’ giardino e un po’ salotto. Un posto insolito, nel cuore del centro storico di Firenze, dove le piante scendono dal soffitto, rivestono le pareti e si allargano al massimo splendore nel cortile interno, con arredi tipici dei giardini di un tempo, in ferro, di diversi stili e colori.
Per Charlotte, ci sarà un menù tutto francese e per informazioni e per partecipare alla serata di domenica 6 e di martedì 8 marzo dalle ore 19.30 in poi, è necessario prenotarsi a Miso di Riso tel.055 2654094 o su: info@misodiriso.it – Borgo degli Albizi, 54r – Firenze.[:en]
di redazione – Con la voce di Massimo Tarducci accompagnato dal violino di Claudia Mannocci il pubblico si calerà in un preludio di atmosfere fin dentro la scrittura poetica di Prévert.
Stazione di Firenze….un uomo sale sul treno per Grosseto. Una ragazza si siede di fronte a lui. Inizia così il loro viaggio tra le terre toscane. Tra sogno e realtà attraverso la voce e le improvvisazioni musicali lo spettacolo sui versi di J. Prévert ci proietterà nelle strutture dei linguaggi poetici e musicali senza limiti di tempo e di luogo. La Scrittura di Prevert evoca furbescamente in chi ascolta immagini precise, ne impone una su tutte per poi distruggerla proponendone altre secondo gli umori e gli interessi del poeta. Una composizione di visioni e oggetti fuori d’ogni metafora che agiscono nell’occhio dello spettatore con il ritmo di un montaggio cinematografico. Giocando col tempo passeggero, la poesia illuminerà il viaggio fino ed oltre il finale della storia.
Il tutto, cena e spettacolo, allestito nella cornice dello storico edificio che ospita i locali di Miso di Riso bio-bistrò vegetariano, vegano, macrobiotico e crudista che è anche un po’ giardino e un po’ salotto. Un posto insolito, nel cuore del centro storico di Firenze, dove le piante scendono dal soffitto, rivestono le pareti e si allargano al massimo splendore nel cortile interno, con arredi tipici dei giardini di un tempo, in ferro, di diversi stili e colori.
Per Charlotte, ci sarà un menù tutto francese e per informazioni e per partecipare alla serata di domenica 6 e di martedì 8 marzo dalle ore 19.30 in poi, è necessario prenotarsi a Miso di Riso tel.055 2654094 o su: info@misodiriso.it – Borgo degli Albizi, 54r – Firenze.[:]