Ott 11, 2026 | Territori
Il paese più green d’Europa è pronto a mostrare il proprio lato più schivo e romantico nella stagione autunnale, quella del primo vino, delle osmizze istriane, delle tradizioni popolari legate a San Martino ma, soprattutto, quella della natura immersa nel foliage.

Ricco autunno sloveno
Autunno – jesen per gli sloveni – è una parola che riempie la bocca e profuma di terra inumidita, di sfrigolio del camino e di giornate che si accorciano, di quel primo sguardo rivolto al cielo in una giornata uggiosa, che fa dire con un pizzico di malinconia che stavolta, l’estate, è davvero finita.
Eppure, c’è chi, per tutti i mesi della cosiddetta bella stagione, non aspetta altro che l’arrivo di questo momento.
Non vede l’ora di assaporare funghi appena raccolti, lanciarsi in ottimistiche cacce al tartufo e di assaporare, dopo la vendemmia, il mosto che diventa vino a San Martino, finalmente.
E di ammirare di una natura che si cambia d’abito in modi sorprendenti, al limite del miracoloso, con toni tanto accesi che di anno in anno dimentichiamo e reimpariamo a conoscere, come daltonici a cui per magia appaiano nuovi colori di cui prima non avevano cognizione.
In Slovenia, l’autunno è il momento dell’anno in cui più nitidamente si avverte il legame tra un popolo e lo scorrere dei tempi della terra, che dona in questo periodo gli ultimi frutti dell’anno e i loro nettari, dall’olio nuovo al vino offerto in mescita sotto le frasche delle osmizze tra manifestazioni di una cultura agricola sofisticata quanto frugale. Ma anche quello in cui le foglie, ormai stanche di mesi di sole, mollano la presa e si riconnettono a quello stesso suolo, origine e fine di tutte le cose, per la gioia di occhi e fotocamere di local e turisti.
Ecco allora i cinque luoghi in cui meglio si può apprezzare questo singolare fenomeno, che di anno in anno richiama in Slovenia sempre più appassionati.

In alta montagna l’autunno arriva con lentezza ma, quando esplode, incendia i boschi. Siamo nei pressi del passo Vršič, famoso tra i ciclisti come l’Alpe d’Huez slovena, dove in questa stagione i larici si fanno d’oro e si specchiano nei laghetti alpini, creando l’illusione di trovarsi dentro un quadro impressionista.
Poco sotto la cima si trova un grande belvedere erboso da cui si possono ammirare le vicine cime di Jalovec, Mojstrovka e Ponce, oltre che tutte le valli circostanti.
Qui non serve molto: un passo, un respiro, e ci si sente parte di una coreografia scritta dalle stagioni.

2 – La collina delle streghe. Monte Slivnica
Non è un caso, che una delle più famose leggende slovene relative alla presenza di insediamenti di streghe si collochi tra le grotte carsiche delle alture che circondano uno dei più grandi laghi intermittenti d’Europa.
Si tratta della strega Uršula e delle sue collaboratrici, che il mito vuole si nascondano proprio sotto la cima del Monte Slivnica, preparando pozioni e causando le infauste condizioni meteorologiche da cui dipende, tra le altre cose, anche la presenza o meno del lago di Cerknica: l’ideale per un trekking di halloween!

3 – Il Carso che brucia di rosso. Slavnik
Nelle giornate limpide, dal ciglione carsico di Slavnik, nell’Istria slovena, lo sguardo spazia fino al mare e, quando il cielo è particolarmente clemente, fino alle alpi Giulie e anche alle Dolomiti.
Ma a colpire davvero, qui, sono i colori: l’arido suolo carsico si accende di un rosso, che si aggiunge a quello dei frutti di sommacco e dell’ultima uva Teran.
Camminare qui è come attraversare un tappeto di fuoco, un promemoria che la natura non ha bisogno di artifici per sorprendere.
Un lago che non ha bisogno di presentazioni, quello di Bled, dominato da un castello arroccato (il più antico della Slovenia, si dice) e da un’isoletta la cui chiesa fa parte dell’immaginario collettivo, la più fotografata e riprodotta su cartoline e calamite riguardanti questo paese.
C’è un punto che non tutti conoscono, tuttavia, su una delle alture che lo circondano, da cui l’autunno regala la visione perfetta, da cui le acque del lago diventano più scure, le cime delle Caravanche si velano di foschia, gli alberi si colorano di tutte le sfumature del rame e dell’ambra.
È la collina Mala Osojnica, la cui vetta è raggiungibile con un percorso piuttosto impegnativo, ma una volta in cima, la fatica di ogni visitatore è ripagata dalla vista del lago di Bled con l’isola e una corona di montagne rosseggianti a fare da scenografia.

5 – Una strada a forma di cuore. Špičnik
Per chi cerca, oltre al foliage, anche un buon calice di vino e un pizzico di romanticismo in più, un luogo imperdibile in Slovenia è la strada a forma di cuore tra i vigneti delle colline Svečinske, nel comune diffuso di Špičnik, dove è di casa un’uva Slatina che ha già conquistato milioni di viaggiatori. In autunno, quando i vigneti si colorano di giallo, arancio e rosso, Špičnik è particolarmente popolare tra i ciclisti, ma è anche possibile raggiungere a piedi questo cuore vitivinicolo della Slovenia,

I bonus
Feste di San Martino nelle destinazioni Slovenia Green
Da Ptuj alla Valle del Vipava, dal Carso a Bela Krajina: l’11 novembre è il momento in cui il mosto diventa vino, ma soprattutto in cui le comunità celebrano insieme il legame profondo con la terra.
Vivete le feste di San Martino nelle destinazioni verdi | I feel Slovenia
Non c’entra con il foliage, ma quanto ci sta bene, d’autunno, il colore di cachi? È un frutto che segna l’autunno istriano diventa il pretesto per una festa popolare dal colore intenso, tra degustazioni e mercatini nel contesto straordinari del litorale sloveno. Appuntamento il 22 e 23 ottobre
Istria: osmizze e vigneti vista mare
“Andar per frasche, andar per osmizze”: un ritornello che suona familiare, restando in tema transfrontaliero, tanto per i triestini, quanto per gli istriani sloveni.
L’etimologia della parola, a dire il vero, è slava, deriva dal numero otto e indica i giorni in cui ai viticoltori e ai contadini era consentito fin da fine Settecento, per decreto imperiale, mescere le eccedenze di vino dell’anno precedente sotto una frasca.
È proprio un percorso fatto di frasche, infatti, a segnalare la presenza di un’osmizza in corso in un’azienda agricola lungo le strade di campagna alle spalle del litorale, dove ancora arriva leggera la Bora a pettinare vigneti e oliveti.
Anche fuori dal periodo delle osmizze, sono molte le fattorie e le cantine che aprono le porte su prenotazione e permettono di gustare i loro prodotti a chi le visita, tra ottimi Malvasia, Moscato e Refosco. Calendrio delle Osmizze nel Carso Sloveno
Ott 10, 2026 | Enogastronomia
Ci sono borghi che si scoprono con gli occhi e altri che conquistano prima di tutto con i suoni e i profumi. Camogli, sulla Riviera ligure di Levante, appartiene a entrambe le categorie: qui il rumore delle onde sui ciottoli si mescola al tintinnio degli alberi delle barche, mentre l’odore della focaccia appena sfornata si confonde con quello della salsedine. Sullo sfondo, le facciate alte e colorate delle case si specchiano nel Golfo Paradiso, componendo uno dei paesaggi più riconoscibili della Liguria.
Conosciuta come la «Città dei mille velieri», Camogli custodisce una storia profondamente legata alla navigazione e al commercio marittimo. Ma fermarsi alla sua immagine da cartolina sarebbe riduttivo. Tra vicoli che salgono verso le colline, chiese affacciate sul mare, sentieri immersi nella macchia mediterranea e calette raggiungibili a piedi o in battello, il borgo invita a rallentare e a esplorare la costa con lo spirito del viaggiatore curioso.
E poi c’è la tavola, dove la tradizione ligure si racconta attraverso il pesce fresco, il pesto, le acciughe e i dolci della pasticceria locale. Ecco cosa vedere a Camogli, quali luoghi scoprire nei dintorni e quali sapori non perdere.

Camogli, dove le case colorate raccontano la storia del mare
La prima cosa che colpisce arrivando a Camogli è il profilo delle sue abitazioni: strette, altissime e dipinte con tonalità che vanno dal giallo senape al rosa, fino al verde salvia. Le case sembrano rincorrersi lungo il litorale, seguendo la conformazione della costa e proteggendo il borgo alle loro spalle.
Un tempo, i colori vivaci delle facciate aiutavano i marinai a riconoscere la propria abitazione anche dal mare. Una tradizione che oggi contribuisce a rendere il paesaggio urbano inconfondibile, insieme alle decorazioni trompe-l’œil che imitano cornici, finestre e dettagli architettonici.
Il cuore della passeggiata è via Garibaldi, la strada pedonale che corre accanto alla spiaggia. Qui si alternano caffè, gelaterie, forni e piccoli ristoranti, mentre poco più in là i caruggi e le scalinate conducono verso angoli meno frequentati e scorci panoramici.
Il consiglio è di non fermarsi soltanto sul lungomare: basta imboccare una delle viuzze che si addentrano nel paese per ritrovare un’atmosfera più raccolta, tra portoni antichi, panni stesi e scorci improvvisi sul blu.

Basilica di Santa Maria Assunta e Castello della Dragonara: il cuore storico del borgo
Su quello che un tempo era uno scoglio separato dalla terraferma sorge la Basilica di Santa Maria Assunta, uno dei simboli di Camogli. Le origini dell’edificio risalgono al XII secolo, mentre l’aspetto attuale è il risultato di successive trasformazioni.
All’esterno, il sagrato in ciottoli bianchi e neri richiama una tradizione decorativa tipicamente ligure. All’interno, marmi, stucchi dorati e decorazioni pittoriche creano un ambiente sorprendentemente ricco, in contrasto con la semplicità delle strade circostanti.
A pochi passi si trova il Castello della Dragonara, conosciuto anche come Castel Dragone. La fortificazione medievale, più volte modificata nel corso dei secoli, domina il porticciolo e offre uno dei punti di osservazione più suggestivi sulle barche ormeggiate e sulle facciate colorate del centro storico.
Il castello viene utilizzato anche per iniziative culturali ed esposizioni. Prima della visita è consigliabile verificare gli orari di apertura, che possono variare in base agli eventi.

San Rocco e il Santuario del Boschetto: Camogli oltre il lungomare
Per scoprire un volto diverso del borgo bisogna allontanarsi dalla spiaggia e salire verso le alture.
La chiesa di San Rocco, nella frazione omonima, è una tappa interessante per chi cerca panorami e percorsi immersi nella natura. Da qui lo sguardo abbraccia il mare aperto e la costa frastagliata del promontorio di Portofino. Nelle giornate limpide, soprattutto quando il sole comincia a scendere, il contrasto tra il blu del mare e i rilievi alle spalle del borgo regala scorci memorabili.
Più raccolto è il Santuario di Nostra Signora del Boschetto, legato alla tradizione religiosa locale e alla devozione delle famiglie di marinai. Circondato dal verde, conserva una dimensione più intima rispetto ai luoghi affacciati direttamente sul mare.
Sono due tappe da considerare se si desidera alternare la passeggiata sul lungomare a un itinerario tra storia, spiritualità e paesaggio.

Museo Marinaro: perché Camogli è la città dei mille velieri
Per comprendere davvero il legame tra Camogli e il mare, vale la pena visitare il Museo Marinaro «Gio Bono Ferrari», dedicato alla storia della navigazione locale.
Modellini di imbarcazioni, documenti, carte nautiche, dipinti e strumenti raccontano l’evoluzione della marineria camogliese, con particolare attenzione all’Ottocento, quando il borgo sviluppò una flotta mercantile di grande rilievo.
Il soprannome di «Città dei mille velieri» nasce proprio da questo passato: le navi rappresentavano una risorsa economica fondamentale e i marinai trascorrevano lunghi periodi lontano da casa, affidando al mare lavoro, speranze e spesso anche la propria vita.
La visita al museo aiuta a leggere con occhi diversi il porticciolo, le abitazioni e le tradizioni del paese. Perché dietro la bellezza delle facciate si nasconde una storia fatta di partenze, commerci e famiglie che hanno costruito la propria identità intorno alla navigazione.

La spiaggia di Camogli: mare, ciottoli e stabilimenti sul Golfo Paradiso
La spiaggia principale si sviluppa proprio davanti al centro storico ed è uno degli elementi che rendono Camogli così riconoscibile. Il litorale è composto prevalentemente da ciottoli e pietrisco, con tratti attrezzati e zone libere.
In estate, il lungomare si anima fin dalle prime ore del giorno: gli ombrelloni si aprono, le barche lasciano lentamente il porto e i tavolini dei locali si riempiono di chi cerca una colazione vista mare o una pausa dopo il bagno.
La spiaggia centrale è comoda per chi vuole alternare il relax alla scoperta del borgo senza utilizzare l’auto. Chi preferisce invece una giornata più appartata può esplorare le insenature del promontorio di Portofino, ricordando che molti accessi richiedono camminate su sentieri e che le condizioni del mare possono rendere alcune zone difficili da raggiungere.
Il consiglio per chi cerca angoli meno affollati è partire al mattino, soprattutto nei mesi estivi, e informarsi prima sulle condizioni dei percorsi e sulla possibilità di raggiungere le calette in battello.
San Fruttuoso, la baia nascosta tra mare e montagna
Tra le escursioni più affascinanti da organizzare partendo da Camogli c’è quella verso San Fruttuoso, una piccola baia incastonata nel promontorio di Portofino.
Qui il paesaggio cambia improvvisamente: la costa si fa più selvaggia, il verde della macchia mediterranea scende verso l’acqua e, al centro dell’insenatura, compare l’Abbazia di San Fruttuoso, complesso storico affacciato su una spiaggia di ciottoli.
L’abbazia, di proprietà del FAI, è raggiungibile via mare oppure attraverso i sentieri del Parco di Portofino. Il percorso a piedi offre scorci spettacolari, ma alcuni tratti sono ripidi e richiedono scarpe adatte, una buona preparazione e attenzione alle condizioni meteorologiche.
La baia è una destinazione ideale per chi vuole abbinare una giornata al mare alla scoperta del patrimonio storico e naturalistico della Liguria. Prima di partire, è opportuno controllare gli orari dei battelli e le condizioni dei sentieri, che possono variare secondo la stagione.

Il Cristo degli Abissi: un incontro sotto il mare
Nelle acque della baia di San Fruttuoso si trova anche il celebre Cristo degli Abissi, la statua bronzea sommersa che con le braccia aperte sembra accogliere chi esplora i fondali.
È una meta conosciuta soprattutto dagli appassionati di immersioni. Per raggiungerla è necessario organizzarsi con operatori subacquei qualificati, valutando esperienza, condizioni del mare e requisiti di sicurezza. Non si tratta infatti di un’attrazione da affrontare senza preparazione.
Anche per chi non pratica immersioni, il luogo conserva un forte fascino: il rapporto tra la statua, la storia marinara e la natura del promontorio racconta una Liguria in cui il mare non è soltanto uno scenario, ma parte integrante della cultura locale.
Trekking nel Parco di Portofino: sentieri panoramici e natura
Camogli è anche una porta d’accesso privilegiata al Parco Naturale Regionale di Portofino, un territorio in cui boschi, macchia mediterranea, antichi insediamenti e panorami costieri si alternano lungo una rete di sentieri.
Uno dei punti di partenza più interessanti è San Rocco, da cui si possono intraprendere itinerari verso il promontorio e le aree panoramiche che si affacciano sul Golfo Paradiso. Altri percorsi conducono verso San Fruttuoso, attraversando tratti boschivi e zone più aperte sul mare.
Non tutti gli itinerari hanno la stessa difficoltà: alcuni richiedono allenamento, passo sicuro e diverse ore di cammino. Prima di partire è quindi importante consultare la cartografia ufficiale del parco, verificare eventuali chiusure e scegliere il percorso in base alla propria preparazione.
Per chi ama il turismo lento, è un’occasione per scoprire una costa diversa da quella delle località più mondane, fatta di sentieri, silenzi e scorci che si conquistano passo dopo passo.
La tonnarella di Camogli: un’antica tradizione ancora viva
Il rapporto con il mare non appartiene soltanto al passato. Al largo della costa, la tradizione della tonnarella di Camogli testimonia la continuità di un’attività di pesca che si tramanda da generazioni.
Si tratta di un impianto tradizionale, legato alla pesca del pesce azzurro e inserito in un sistema di conoscenze che richiede esperienza, attenzione alle correnti e rispetto dei ritmi marini.
In base alla stagione e alle iniziative disponibili, è possibile informarsi sulle esperienze di pescaturismo e sulle eventuali visite organizzate. Le attività non sono sempre garantite e vanno verificate in anticipo presso gli operatori locali.
È un modo diverso di conoscere Camogli, lontano dalla sola dimensione balneare: attraverso il lavoro dei pescatori si scopre una comunità che continua a mantenere vivo il proprio legame con il mare.
Sagra del pesce di Camogli: la padella gigante è una festa di primavera
Se c’è un evento capace di trasformare il borgo in una grande festa collettiva, è la Sagra del Pesce di Camogli, tradizionalmente organizzata la seconda domenica di maggio in occasione delle celebrazioni di San Fortunato.
La protagonista è la celebre padella gigante, utilizzata per friggere grandi quantità di pesce azzurro e diventata negli anni uno dei simboli della manifestazione. Intorno, il centro si anima di visitatori, bancarelle e profumi di frittura, mentre il lungomare si riempie di persone arrivate per assistere alla festa e assaggiare le specialità locali.
La sagra è un’occasione per vivere Camogli in una veste diversa da quella estiva, ma richiama un numero elevato di visitatori. Chi desidera partecipare dovrebbe controllare il programma ufficiale dell’edizione in calendario e organizzare per tempo il viaggio, soprattutto per quanto riguarda treni e parcheggi.
Cosa mangiare a Camogli: focaccia, pesto, pesce fresco e camogliesi
Una visita a Camogli non è completa senza una sosta gastronomica. La cucina locale segue la tradizione ligure, con ingredienti semplici, sapori marini e ricette che valorizzano i prodotti del territorio.
La prima tentazione è spesso la focaccia ligure, da acquistare in un forno e gustare passeggiando sul lungomare. Croccante in superficie, morbida all’interno e profumata d’olio, è una delle specialità più amate della regione.
A tavola trovano spazio le trofie al pesto, i pansotti con salsa di noci e le acciughe, preparate secondo diverse ricette tradizionali. Nei ristoranti affacciati sul porto, il pesce del giorno può diventare protagonista di piatti alla griglia, fritture e preparazioni che seguono la disponibilità del pescato.
Per chi vuole approfondire la cucina ligure, vale la pena cercare anche le torte salate di verdura, le preparazioni con le erbe aromatiche e le ricette che utilizzano l’olio extravergine d’oliva.
I camogliesi, il dolce da assaggiare prima di ripartire
Tra le specialità più caratteristiche del borgo ci sono i camogliesi, piccoli dolci ripieni, conosciuti soprattutto nelle versioni al cioccolato e al rum.
Il guscio racchiude un ripieno morbido e intenso, ideale per accompagnare un caffè o per concludere una passeggiata tra le vie del centro. Si trovano nelle pasticcerie locali e rappresentano un ricordo goloso da portare a casa.
Il suggerimento è semplice: entrare in una pasticceria, chiedere quali siano le specialità del giorno e lasciarsi guidare dai sapori del territorio. Perché anche attraverso un dolce si può scoprire qualcosa della storia e dell’identità di un luogo.
Quando andare a Camogli: primavera e autunno per un viaggio lento
Il periodo migliore per visitare Camogli dipende dal tipo di esperienza che si desidera vivere.
La primavera e l’inizio dell’autunno sono particolarmente indicati per chi ama camminare, visitare musei e chiese e percorrere i sentieri del Parco di Portofino. Le temperature sono spesso favorevoli alle escursioni e il borgo può essere meno affollato rispetto ai mesi centrali dell’estate, pur con differenze legate ai fine settimana e agli eventi.
L’estate è la stagione ideale per chi vuole trascorrere molte ore in spiaggia, fare il bagno e vivere il paese fino a sera. Bisogna però mettere in conto una maggiore presenza di turisti e una disponibilità limitata di parcheggi.
Anche l’inverno ha il suo fascino: la luce radente, il rumore delle onde e il ritmo più tranquillo restituiscono al borgo un’atmosfera raccolta. Alcuni servizi turistici e collegamenti marittimi possono essere ridotti o sospesi, quindi conviene verificare in anticipo le aperture e le possibilità di escursione.
Come arrivare a Camogli: meglio il treno dell’auto
Per raggiungere Camogli, il treno è spesso la soluzione più pratica, soprattutto durante i periodi di maggiore affluenza turistica. La stazione di Camogli-San Fruttuoso si trova a breve distanza dal centro e dalla spiaggia, raggiungibili a piedi in pochi minuti.
La linea ferroviaria collega il borgo con Genova e con diverse località della Riviera ligure di Levante. Prima della partenza è comunque consigliabile verificare gli orari e gli eventuali lavori sulla linea.
Chi viaggia in auto deve considerare la conformazione del paese e la disponibilità limitata di parcheggi, soprattutto in alta stagione. Una volta arrivati, lasciare la macchina e proseguire a piedi permette di godersi il borgo senza preoccuparsi del traffico nelle strade più frequentate.
Per chi arriva in aereo, l’aeroporto di riferimento è quello di Genova, dal quale si può proseguire verso la stazione ferroviaria e raggiungere Camogli in treno, verificando i collegamenti disponibili.
Camogli, molto più di una cartolina della Riviera ligure
Camogli conquista con le sue case colorate, la spiaggia ai piedi del centro storico e il porticciolo che sembra uscito da una fotografia d’altri tempi. Ma il suo fascino più autentico emerge quando si decide di andare oltre gli scorci più celebri.
È nei caruggi che salgono verso le colline, nelle storie custodite dal Museo Marinaro, nei sentieri che attraversano il promontorio e nelle specialità assaggiate senza fretta che il borgo rivela la propria identità.
Qui il mare è stato per secoli una strada verso il mondo, una fonte di lavoro e un elemento capace di plasmare architettura, tradizioni e cucina. Oggi continua a essere il filo che unisce ogni esperienza: una passeggiata sul lungomare, un’escursione verso San Fruttuoso, una giornata di spiaggia o una semplice focaccia mangiata guardando le barche.
Camogli è una destinazione da vivere lentamente, lasciando che siano il paesaggio, i sapori e le storie del mare a dettare il ritmo del viaggio.
Ott 10, 2026 | Enogastronomia, Territori
Una frasca appesa a un palo, una freccia lungo una strada del Carso e una porta che si apre. Dietro potrebbe esserci un’osmiza: il curioso luogo dove da oltre due secoli vino, salumi, formaggi e prodotti della terra si mangiano direttamente a casa del contadino. Ecco la storia di una delle tradizioni più originali del territorio di Trieste.
Se passeggiando sul Carso triestino vi capita di vedere una frasca appesa a un palo, non pensate di esservi persi. Anzi, probabilmente avete trovato quello che cercavate. Quella frasca è un invito.
Seguite la freccia e potreste ritrovarvi davanti a una casa, una cantina, un cortile di pietra dove qualcuno sta versando un bicchiere di vino e affettando un salame. Benvenuti in un’osmiza.
Non chiamatela semplicemente osteria. Non è un ristorante e nemmeno un agriturismo nel senso tradizionale del termine. È qualcosa di più curioso e antico: un luogo dove i contadini possono vendere e offrire direttamente i prodotti della propria terra, secondo una tradizione che affonda le radici nel Settecento e oggi rappresenta uno dei modi più piacevoli per scoprire il Carso, soprattutto in autunno.

Perché si chiamano osmize?
Partiamo dal nome, perché è già un piccolo pezzo di storia. Osmiza deriva dallo sloveno osem, cioè otto. Il riferimento è agli otto giorni di apertura che, nella tradizione originaria, erano concessi ai contadini per vendere direttamente i propri prodotti.
La storia moderna delle osmize viene fatta risalire al 1784, quando l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo emanò un provvedimento che consentiva ai contadini di vendere al pubblico i prodotti della propria produzione. La tradizione voleva anche che la casa o il luogo di vendita fosse segnalato attraverso una frasca, sistema rimasto ancora oggi uno dei simboli più riconoscibili delle osmize. Otto giorni, dunque, ma non aspettatevi di trovare oggi un calendario rigidamente uguale per tutti.
I regolamenti attuali sono più elastici e le aperture vengono stabilite dai singoli produttori. Per questo un’osmiza può aprire per pochi giorni, un’altra per alcune settimane e un’altra ancora ripetere l’apertura più volte durante l’anno.

Dove si trovano le osmize?
Il cuore della tradizione è il Carso triestino, sull’altopiano alle spalle di Trieste, ma il fenomeno interessa anche località del territorio circostante.
Le si possono incontrare, per esempio, a Contovello, Prosecco, Opicina, Monrupino, Rupingrande, Samatorza, Malchina, Ceroglie, Caresana, Longera, San Giuseppe della Chiusa e Bagnoli della Rosandra. Non sono necessariamente locali con un’insegna luminosa ed è proprio questo il bello.
L’osmiza può trovarsi dietro una porta apparentemente anonima, in una corte, in una cantina o in una casa affacciata sui vigneti. La segnalazione tradizionale resta la frasca, spesso accompagnata dalle frecce che indicano la strada.
È quasi una piccola caccia al tesoro gastronomica.

Quando sono aperte le osmize?
Qui bisogna dimenticare la logica del ristorante aperto dal lunedì alla domenica. Non esiste un calendario unico valido per tutte le osmize.
Le aperture sono periodiche e cambiano durante l’anno. Per questo, prima di partire, è sempre opportuno verificare la data di apertura della singola osmiza e, possibilmente, contattarla direttamente.
Il periodo autunnale è particolarmente interessante, anche perché coincide con vendemmia, vino nuovo, colori del Carso e con grandi appuntamenti come la Barcolana.
Proprio in questi giorni alcune osmize sono aperte nel territorio triestino. Il calendario aggiornato segnala, fra le altre, aperture a Contovello, Prosecco, Zolla, Ceroglie, Rupingrande, Bagnoli della Rosandra, Longera e San Giuseppe della Chiusa. Alcune chiudono proprio l’11 ottobre, in concomitanza con la domenica della Barcolana, mentre altre proseguono anche nei giorni successivi.
Insomma: se andate alla Barcolana, guardate oltre Trieste e seguite le frasche. Potrebbe iniziare così una seconda parte del viaggio.

Cosa si mangia in un’osmiza?
Qui arriva la parte più interessante. Non aspettatevi un menu di venti pagine. La filosofia dell’osmiza è esattamente il contrario.
Si mangia ciò che il produttore ha da offrire e ciò che appartiene alla tradizione locale. Il grande protagonista è il vino, accompagnato soprattutto da prodotti semplici e contadini.
In tavola si trovano normalmente salumi e insaccati di maiale, formaggi, uova sode e, a seconda dell’osmiza, olive, verdure, sottoli, sottaceti e altri prodotti locali. Il menu, insomma, non è necessariamente uguale da una casa all’altra ed è proprio questa la sua forza.
Salumi, formaggi e uova sode: la merenda del Carso
Una delle immagini più autentiche dell’osmiza è quella di un tavolo di legno sul quale arrivano prosciutto, pancetta, salame, ossocollo, speck e altri salumi, accompagnati da formaggi e dalle immancabili uova sode.
Alcune osmize arricchiscono l’offerta con sottoli e sottaceti, olive, peperoni, verdure e altre preparazioni della casa.
Non è una cucina costruita per stupire il turista. È una cucina costruita per far stare insieme le persone attorno a un tavolo e forse proprio per questo funziona ancora così bene.
E nel bicchiere?
Nel bicchiere c’è il Carso. Tra i vini più legati alla tradizione troviamo il Terrano, rosso caratteristico del territorio, e i bianchi come Vitovska e Malvasia.
Il bello è assaggiarli proprio nel luogo dove vengono prodotti, magari osservando dalla finestra le vigne o le pietre del Carso.
È un’esperienza molto diversa dalla degustazione in enoteca.
Qui il vino non viene soltanto raccontato. È parte della casa.

Non è un ristorante. E questa è la cosa più bella
Una delle cose da capire prima di entrare in un’osmiza è che non bisogna aspettarsi il servizio di un ristorante. L’atmosfera è informale, familiare e conviviale. La tradizione dell’osmiza nasce infatti dalla vendita diretta dei prodotti agricoli e dalla loro consumazione nello stesso luogo. Persino l’arredamento può essere essenziale: tavoli, panche, bottiglie, fotografie di famiglia, pietra carsica. Niente lusso. Niente formalità e spesso nemmeno bisogno di prenotare con settimane di anticipo. Bisogna semplicemente entrare, sedersi e lasciarsi guidare da quello che c’è.
La frasca: il più antico «cartello» gastronomico
Oggi siamo abituati a Google Maps, insegne luminose e recensioni online. Nel Carso esiste ancora un sistema di comunicazione decisamente più antico. La frasca.
Una fronda appesa davanti alla casa segnala che l’osmiza è aperta. Le frecce aiutano invece il visitatore a raggiungerla. È un sistema semplice, quasi elementare, ma funziona e ha un vantaggio che nessun algoritmo possiede: fa sentire di essere arrivati davvero in un luogo.
Dalla tradizione contadina alla nuova curiosità gastronomica
Le osmize non sono rimaste immobili nel tempo. Pur mantenendo la loro identità, alcune hanno ampliato l’offerta con prodotti locali e proposte più contemporanee.
C’è chi propone aperitivi, chi valorizza particolari produzioni vinicole, chi ha recuperato vecchie cantine e chi ha trasformato gli spazi rurali in luoghi capaci di accogliere anche un pubblico giovane.
Ma la regola non scritta resta la stessa: pochi prodotti, territorio, vino e convivialità.
Alcune realtà conservano inoltre storie familiari che attraversano generazioni. A Trieste, per esempio, l’osmiza oggi gestita dalla famiglia Germani ha origini che risalgono al 1930 ed è arrivata alla quarta generazione.
È qui che l’osmiza smette di essere semplicemente un posto dove mangiare e diventa una piccola pagina di storia locale.

Osmize e Barcolana: la combinazione perfetta
C’è un momento dell’anno in cui andare alla ricerca delle osmize diventa ancora più interessante: i giorni della Barcolana.
Trieste si riempie di visitatori e di vele, ma basta spostarsi verso il Carso per ritrovare un’atmosfera completamente diversa. Dalla folla sulle Rive alle vigne. Dal rumore delle barche al silenzio dell’altopiano. Dal mare alla pietra carsica e poi, davanti a un bicchiere di Terrano e a un tagliere di salumi, si capisce che la Barcolana può essere anche il punto di partenza per conoscere un territorio che va ben oltre la grande regata.
Come vivere un’osmiza senza sembrare turisti
La regola è semplice: non avere fretta. Non andare pensando di dover spuntare dieci piatti dal menu. Non cercare necessariamente il locale più fotografato. Guardare le frasche, seguire le indicazioni, entrare e chiedere cosa c’è e soprattutto parlare con chi gestisce l’osmiza.
Perché spesso la parte più interessante non è soltanto quello che arriva nel piatto, ma la storia della famiglia, del vigneto, della cantina e di quella casa che per qualche giorno torna ad aprirsi ai viaggiatori.

Un viaggio nel Carso che comincia da un bicchiere
Forse il vero fascino delle osmize è tutto qui.
Non sono semplicemente luoghi dove mangiare. Sono porte temporaneamente aperte sulla vita del Carso.
Sono nate quando un editto imperiale consentì ai contadini di vendere direttamente ciò che producevano. Sono sopravvissute ai cambiamenti della storia, hanno conservato la frasca come segnale e oggi continuano a mettere insieme vino, cibo e persone.
Per trovarle non serve necessariamente una guida. A volte basta una strada del Carso, una freccia e una frasca. Poi si entra e il viaggio comincia a tavola.
Ott 9, 2026 | Enogastronomia
Fra gli appuntamenti con le magie multicromatiche del foliage autunnale un appuntamento da non perdere è quello che offre l’Emilia Romagna l’11 ottobre 2025 con una visita guidata che parte ore 09.30 da Bosco di Corniglio (Parma).

Francesco Cavallari, visit Emilia
Un tuffo nel bosco nel mondo dei colori
Un anello escursionistico che ci condurrà ad attraversare il regno dei colori autunnali.
Qualche passo nel castagneto prima di una lunga cavalcata nella faggeta infuocata dai colori dell’autunno tra punti panoramici che regaleranno belle visioni sulla valle e veri e propri tunnel vegetali in cui saremo immersi nel colore fin quasi a respirarlo.
A metà giornata al passaggio al rifugio Lagdei ci sarà il tempo per mangiare qualcosa e ristorarsi (al Rifugio su prenotazione alla guida o al sacco autonomamente) e quindi si inizierà il rientro che avverrà ad anello per un sentiero più rapido, ma che non mancherà però di regalare ancora tante colorate emozioni.
Ritrovo ore 09,30 Castagneto alto di Bosco (ai prenotati verrà data posizione precisa per navigatore).
Dislivello 400 m, percorrenza soste escluse 4 ore, lunghezza 10 km.
Necessario abbigliamento e calzature da escursione, pile e giacca a vento, bastoncini consigliati.
Numero minimo 5, massimo 25 persone.
L’escursione si tiene anche con tempo incerto, perchè spesso è variabile e si apre e si chiude nel corso di poche ore. In condizioni di maltempo la guida annulla con comunicazione ai prenotati.
Info e prenotazioni obbligatorie escursione
Guida A.E. Antonio Rinaldi cell. 328.8116651 antonio.rinaldi.76@gmail.com
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Ott 8, 2026 | Enogastronomia
Dal 14 al 18 ottobre torna in Friuli Venezia Giulia il grande festival internazionale dell’enogastronomia. Oltre novanta chef da tutto il mondo, cene a più mani, grandi protagonisti della cucina italiana e internazionale, pizza d’autore e incontri dedicati al gusto.
Per cinque giorni Udine diventerà un grande palcoscenico internazionale dedicato alla cucina contemporanea.
Dal 14 al 18 ottobre torna infatti Ein Prosit, giunto alla sua XXVII edizione, il festival che da anni porta in Friuli Venezia Giulia alcuni dei più importanti protagonisti della gastronomia mondiale. Un appuntamento che va oltre il semplice racconto del cibo e che trasforma la tavola in un luogo di incontro tra culture, esperienze, tecniche e visioni.
Saranno oltre novanta gli chef chiamati ad alternarsi ai fornelli dei migliori ristoranti della città, dando vita a un programma di cene a più mani destinato a regalare al pubblico menu irripetibili.
Perché è proprio nell’incontro tra chef diversi che nasce la magia di Ein Prosit: cucine, sensibilità e tradizioni lontane si incontrano e talvolta si scontrano, dando origine a piatti che difficilmente potrebbero esistere altrove.

Quando la cucina diventa un viaggio
A Ein Prosit non si va soltanto per mangiare. Si va per viaggiare.
Un viaggio che non richiede valigie né biglietti aerei, ma che attraversa continenti e culture attraverso ingredienti, profumi, tecniche e racconti.
Ogni cena sarà infatti un percorso costruito intorno alla creatività degli chef e alla qualità delle materie prime. Le cucine dei ristoranti udinesi diventeranno così luoghi di sperimentazione e confronto, dove l’alta cucina italiana incontrerà quella internazionale.
Tra i grandi protagonisti dell’edizione 2026 ci saranno due chef tristellati che rappresentano approcci profondamente differenti alla gastronomia: Massimiliano Alajmo, del ristorante Le Calandre di Rubano, in provincia di Padova, e Norbert Niederkofler, dell’Atelier Moessmer di Brunico, in Alto Adige.
Due percorsi diversi, accomunati dalla ricerca, dall’attenzione alla materia prima, dalla sostenibilità e dalla volontà di spingere la cucina oltre i confini conosciuti, ma Ein Prosit non celebra soltanto l’alta ristorazione.

Dalle grandi cucine alle trattorie contemporanee
Una delle caratteristiche più interessanti del festival è proprio la capacità di mettere sullo stesso palcoscenico mondi apparentemente lontani.
Accanto ai grandi nomi dell’alta cucina troveranno spazio gli interpreti di una trattoria contemporanea capace di recuperare memoria, territorio e convivialità attraverso un linguaggio personale.
Ci saranno Diego Rossi di Trippa, a Milano, e Sara Ciccolini di SantoPalato, a Roma, protagonisti di una cucina profondamente italiana, autentica e contemporanea e torneranno anche alcuni dei nomi che hanno contribuito a costruire la storia di Ein Prosit, come Carlo Cracco e Corrado Assenza del Caffè Sicilia di Noto.
Tra i protagonisti ci saranno inoltre Ana Roš di Hiša Franko, a Kobarid, Matias Perdomo di Contraste, a Milano, e Antonia Klugmann de L’Argine a Venco, a Dolegna del Collio.
Un mosaico di personalità e stili diversi che racconta, forse meglio di qualsiasi classifica, la ricchezza della cucina contemporanea.

Da Lima al mondo: la grande cucina internazionale
Il respiro internazionale sarà uno dei tratti distintivi dell’edizione 2026.
Ein Prosit porterà a Udine alcuni dei protagonisti più importanti della scena gastronomica mondiale, con una particolare attenzione alla straordinaria evoluzione della cucina sudamericana.
Dal Perù arriveranno Mitsuharu “Micha” Tsumura di Maido, Virgilio Martínez di Central, Pía León di Kjolle e Luis Martínez di Mérito.
A loro si aggiungerà Mauro Colagreco di Mirazur, in Francia.
La presenza di alcuni degli interpreti legati alla World’s 50 Best Restaurants conferma la vocazione internazionale di un festival che negli anni è riuscito a trasformare Udine in un punto di riferimento per chi vuole osservare da vicino le trasformazioni della gastronomia contemporanea.
Il Perù, in particolare, sarà uno dei grandi protagonisti di questo viaggio nel gusto: una cucina che negli ultimi anni ha conquistato una posizione centrale nel panorama internazionale e che a Udine potrà essere raccontata direttamente dai suoi interpreti più importanti.

La pizza sale in cattedra
Ma se c’è un alimento capace di parlare una lingua universale, quello è la pizza. Anche a questo simbolo della gastronomia italiana sarà dedicato uno spazio importante del festival, con sei protagonisti che rappresentano anime e interpretazioni differenti della pizza contemporanea.
A Udine arriveranno Franco Pepe di Pepe in Grani a Caiazzo, Francesco Martucci de I Masanielli a Caserta, Gabriele Bonci, Simone Padoan de I Tigli a San Bonifacio, i giovani talenti di Confine a Milano e Roberto D’Avanzo di Bob Alchimia a Spicchi, a Montepaone.
Sei nomi che raccontano una trasformazione ormai evidente: la pizza non è più soltanto un piatto popolare, ma è diventata anche terreno di ricerca, tecnica, creatività e sperimentazione.

Il festival esce dai ristoranti
Ein Prosit, però, non vive soltanto nelle cucine dei ristoranti. Il festival porta il cibo anche nelle strade e nei luoghi della città, trasformando Udine in un grande spazio dedicato alla cultura gastronomica.
Torneranno i food truck tematici, con gli chef chiamati a lasciare per qualche ora le cucine dei ristoranti per incontrare direttamente il pubblico e proporre le loro creazioni.
Ci saranno poi degustazioni dedicate ai vini e ai prodotti d’eccellenza e i Laboratori dei Sapori, occasioni di approfondimento pensate per chi vuole andare oltre il semplice assaggio.
Sono momenti nei quali il cibo diventa racconto: si parla di tecniche, ingredienti, territori, produttori e storie. Un modo per avvicinare non soltanto gli appassionati, ma anche chi vuole scoprire più da vicino ciò che si nasconde dietro un piatto.

Udine, cinque giorni al centro del gusto
È questa, in fondo, la vera forza di Ein Prosit.
La capacità di mettere intorno alla stessa tavola tradizione e innovazione, grandi maestri e giovani talenti, trattorie e alta cucina, Italia e mondo.
Per cinque giorni Udine diventerà così un crocevia internazionale del gusto, un luogo dove le diverse identità gastronomiche non vengono semplicemente presentate, ma messe in dialogo e il pubblico potrà assistere a qualcosa di raro: la cucina nel momento stesso in cui si trasforma.
Tra una cena a quattro mani, una degustazione, una pizza, un incontro con uno chef o un piatto assaggiato per strada, Ein Prosit 2026 sarà soprattutto un viaggio attraverso il presente e il futuro della gastronomia.
Un viaggio che parte dal Friuli Venezia Giulia e arriva molto lontano.
Ein Prosit è un progetto curato da Claudio Tognoni, Paolo Vizzari e Manuela Fissore. Il programma completo della manifestazione è disponibile sul sito ufficiale di Ein Prosit.