Dove l’acqua è davvero blu: canyon e orridi per un’estate 2026 lontano dal mare

Dove l’acqua è davvero blu: canyon e orridi per un’estate 2026 lontano dal mare

Dimenticate stabilimenti affollati, file per un ombrellone e spiagge bollenti. L’estate più bella – quella che non ti aspetti – scorre tra rocce, gole profonde e acqua cristallina.
Benvenuto nel lato più fresco (e meno scontato) dell’Europa: canyon e orridi dove il tempo rallenta e il caldo si scioglie nell’acqua gelida.
canyon e orridi non sono solo alternative al mare: sono un altro modo di vivere l’estate. Più lento, più selvaggio, più autentico. Dove l’acqua è davvero fredda, il silenzio è reale e la bellezza non ha bisogno di filtri. E forse è proprio questo il lusso più grande.


Orrido di Bellano: il canyon segreto sul lago di Como

Nel cuore della Bellano, l’Orrido di Bellano è una spaccatura spettacolare scavata nei secoli dall’acqua.
Passerelle sospese, cascate fragorose e un’atmosfera quasi cinematografica: qui il sole filtra appena e l’aria resta fresca anche nei giorni più caldi.
Perfetto per: una pausa rigenerante tra lago e montagna.


Forra del Cellina: wilderness friulana

Nascosta in Friuli-Venezia Giulia, la Forra del Cellina è pura natura.
Un canyon selvaggio, meno turistico, dove l’acqua scava rocce chiare e crea piscine naturali perfette per rinfrescarsi.
Qui non trovi stabilimenti. Solo silenzio.


Orrido di Ponte Alto: il canyon nascosto di Trento

A due passi da Trento, l’Orrido di Ponte Alto è una sorpresa continua.
Cascate scenografiche e passerelle scavate nella roccia rendono questo luogo perfetto anche per chi cerca qualcosa di accessibile ma d’effetto.

Stretti di Giaredo: il canyon segreto della Lunigiana

In Lunigiana, gli Stretti di Giaredo sono un piccolo gioiello ancora poco conosciuto.
Qui si cammina dentro l’acqua, tra pareti di roccia altissime e passaggi strettissimi. L’acqua è limpida, fredda e incredibilmente suggestiva.
Perfetto per: chi cerca avventura soft e zero folla.


Orrido di Botri: la Garfagnana più selvaggia

Nel cuore della Garfagnana, l’Orrido di Botri è uno dei canyon più spettacolari dell’Appennino. Si entra con casco e scarponcini, si cammina nell’acqua e si attraversano gole profonde dove il sole fatica ad arrivare.
Qui l’estate non è calda: è fresca, potente, viva.


Gole dell’Alcantara: lava e acqua ghiacciata

Ai piedi dell’Etna, in Sicilia, le Gole dell’Alcantara sono tra i luoghi più spettacolari d’Italia. Pareti basaltiche nere, acqua gelida e trasparente: un contrasto potente, quasi surreale.
Consiglio: entra lentamente. L’acqua è molto più fredda di quanto immagini.


Gole del Verdon: il “grand canyon” d’Europa

In Provenza, le Gole del Verdon sono uno spettacolo naturale fuori scala.
Acqua color smeraldo, pareti vertiginose e kayak che scivolano silenziosi: qui puoi nuotare, pagaiare o semplicemente restare a guardare.
Spoiler: il mare, dopo, potrebbe sembrarti noioso.


Liechtensteinklamm: la gola spettacolare d’Austria

In Austria, la Liechtensteinklamm è una delle gole più profonde d’Europa. Scale vertiginose, ponti sospesi e acqua impetuosa: qui la natura gioca in grande.


Le forre dell’Isonzo: acqua smeraldo tra le Alpi

Tra Slovenia e Friuli-Venezia Giulia, il fiume Isonzo scorre con uno dei colori più incredibili d’Europa: un verde smeraldo quasi irreale.
Le sue forre sono perfette per chi ama kayak, bagni ghiacciati e paesaggi alpini incontaminati.
Attenzione: l’acqua è spettacolare… ma decisamente fredda.

Le coste più selvagge d’Italia: 5 tratti dove il mare resta puro (e senza folla)

Le coste più selvagge d’Italia: 5 tratti dove il mare resta puro (e senza folla)

Dalla Costa Smeralda al punto più estremo della Sicilia, cinque tratti di costa tra i più belli d’Italia dove il mare è ancora puro e poco accessibile. Niente stabilimenti né folla: solo acqua cristallina, natura intatta e luoghi da raggiungere con lentezza. Le destinazioni perfette per chi cerca un’estate davvero esclusiva.
Arrivare al mare, in Italia, è semplice. Fa parte della geografia quotidiana: strade che scendono verso la costa, accessi segnati, stabilimenti, punti precisi in cui fermarsi. Ma il mare più interessante non è quello che si raggiunge così. Basta uscire di poco da quel tracciato, lasciare l’accesso principale, prendere un sentiero laterale, camminare qualche minuto in più, perché il paesaggio cambi in modo netto. Le presenze si diradano, le infrastrutture scompaiono, la costa torna a essere una sequenza di rocce, vegetazione e acqua senza mediazioni. Anche il Mediterraneo cambia: diventa più profondo nel colore, meno prevedibile.
È in questi passaggi che si definisce una forma di lusso diversa, concreta: non legata a servizi o strutture, ma alla possibilità di accedere a porzioni di costa meno immediate. Un lusso che richiede tempo, orientamento. E che restituisce, in cambio, uno spazio più autentico.


1 – Costa Smeralda

La Costa Smeralda è probabilmente una delle aree più codificate del Mediterraneo, ma il suo vero valore si coglie quando si esce dal tracciato principale.
Tra Grande Pevero, Romazzino e Capriccioli la costa si frammenta in una sequenza di calette laterali. Non sono spiagge segnalate, ma aperture tra le rocce, accessibili solo a chi decide di camminare.
Il modo migliore per esplorare questo tratto è partire da uno dei punti noti e poi deviare, seguendo tracce nella macchia mediterranea: ginepro basso, lentisco, mirto.
Dopo pochi minuti, il contesto cambia: piccole baie naturali protette dal granito, acqua piatta e luce che si riflette con precisione quasi irreale. Il momento ideale? Tra le 7 e le 9 del mattino, quando tutto è immobile.


2 – Monte Argentario

Nell’Argentario occidentale non ci sono ingressi evidenti, né percorsi lineari. Cala del Gesso è uno dei pochi accessi riconoscibili, una discesa di circa venti minuti attraverso la macchia, ma è solo l’inizio.
Qui il paesaggio è essenziale: roccia e acqua, senza infrastrutture. Il mare è più scuro, più profondo, i fondali scendono rapidamente.
Proseguendo lungo la costa — a piedi o meglio via mare — si incontrano calette senza nome, spesso deserte. A
Punta Avoltore la costa si apre completamente sul largo: uno spazio più radicale, dove il tramonto diventa esperienza.


3 – Riviera del Conero

Sul Conero la costa si alza, diventa verticale. Portonovo è l’accesso più semplice, ma è scendendo verso Mezzavalle che si entra davvero nel paesaggio.
Il sentiero richiede attenzione, ma una volta arrivati la spiaggia si apre ampia, senza stabilimenti nella parte centrale. Il mare è sorprendentemente profondo per l’Adriatico, il colore cambia rapidamente.
La vegetazione arriva fino alla riva, creando una continuità rara. Le
Due Sorelle, al largo, sono iconiche — ma è dal mare che si leggono davvero.


4 – Cilento
 

Nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni la costa mantiene una continuità sempre più rara. Baia degli Infreschi è il punto più noto, ma il vero valore è nella sequenza di baie: Lentiscelle, Cala Bianca, Pozzallo.
Luoghi raggiungibili via mare o attraverso sentieri lunghi e poco segnalati.
L’acqua è tra le più limpide del Sud Italia, i fondali misti favoriscono la fauna marina, mentre le grotte creano giochi di luce spettacolari. La vegetazione — lecci, ulivi selvatici, fichi d’India — arriva fino al mare. Nulla è semplificato: ed è proprio questa complessità a renderlo prezioso.


5 – Vendicari
e Isola delle Correnti

La Riserva di Vendicari è uno dei pochi luoghi in Italia dove la costa mantiene una struttura completa: dune, zone umide, spiagge aperte. Calamosche è la più famosa, ma Marianelli ed Eloro restano più selvagge.
Fenicotteri, aironi, uccelli migratori attraversano un ecosistema vivo, che cambia durante la giornata. Procedendo verso sud si arriva a Capo Passero, fino al punto estremo: l’Isola delle Correnti.
Qui si incontrano Mar Ionio e Mar Mediterraneo: correnti visibili, vento costante, nessun riparo. Il paesaggio è aperto, essenziale. Uno dei pochi luoghi in cui si percepisce fisicamente un confine geografico. All’alba o al tramonto, la luce fa il resto.

Bandiere verdi 2026. Le 164 spiagge a misura di bambino

Bandiere verdi 2026. Le 164 spiagge a misura di bambino

Nel 2026 i pediatri italiani hanno assegnato ben 164 bandiere verdi.
Questo riconoscimento premia le spiagge a misura di bambino con sabbia, fondali bassi e acqua cristallina, ampi spazi e servizi di salvataggio.
La Calabria guida la classifica con 22 località, seguita da Sicilia (19) e Sardegna (16).
Le novità dell’anno includono Modica (Sicilia), Sellia Marina (Calabria) e Campomarino (Molise).
Le Bandiere verdi sono state assegnate da 3.238 pediatri per le spiagge a misura di bambino. I vessilli sventoleranno sui litorali scelti per la sabbia pulita, le acque basse e cristalline, ma anche gli spazi adeguati tra gli ombrelloni, i servizi ludici e di ristorazione dedicati ai più piccoli e la presenza degli operatori del salvataggio.

L’iniziativa è organizzata dal 2008 dal professore e pediatra Italo Farnetani, che ha annunciato i vincitori 2026 ieri a Modica in Sicilia. Fonte: MondoBalneare.com


Le bandiere verdi conferme e novità

La Calabria, con 22 vessilli come detto guida la classifica nazionale del mare promosso dai dottori dei bimbi. Fra le novità della lista 2026, il Gambia conquista le prime Bandiere verdi dell’Atlantico.
Tutti riconfermati i vessilli dello scorso anno. In Italia sventolano tre nuove Bandiere verdi a Campomarino (Campobasso), Modica (Ragusa) e Sellia Marina (Catanzaro).
In totale nel nostro Paese sono 153 le Bandiere verdi: dopo la Calabria nella classifica svettano la Sicilia con 19 spiagge premiate dai pediatri e la Sardegna con 16.
Fra le novità anche il fatto che, dopo 14 anni, arriva una nuova Bandiera Verde nel Molise, che così raggiunge Basilicata e Friuli-Venezia Giulia.
Sei province totalizzano il maggior numero di Bandiere dei pediatri: Latina, Ragusa, Reggio Calabria Salerno, Venezia e Teramo. Fonte: MondoBalneare.com

L’esordio dell’Africa

In Africa i pediatri gambiani hanno selezionato tre spiagge con ampio arenile e servizi, dalla ristorazione alle attività sportive e ricreative e la presenza dei bagnini di salvataggio.
Nelle vicinanze anche un ospedale pediatrico, il Bundung Maternal and Child Health Hospital.
Nel 2017 il riconoscimento è stato esteso per la prima volta ai Paesi dell’Unione europea e, dal 2021, anche alle spiagge del continente africano, segnando una progressiva apertura internazionale.
La cerimonia di consegna delle Bandiere Verdi 2026 si terrà a Termoli l’11 luglio. “La prima regola per garantire la sicurezza dei più piccoli al mare è quella di insegnar loro a nuotare. Ma in Italia solo il 30% dei bambini e adolescenti sa farlo davvero, ovvero sa andare sott’acqua con gli occhi aperti, senza problemi rispetto agli schizzi. C’è poi un 30% che sa galleggiare e andare un po’ in avanti, il 10% sa galleggiare solo in piscina e il 30% non sa nuotare affatto. Un problema reale”, dice Farnetani.
“Per stare tranquilli al mare le spiagge devono essere sicure, ma il bambino deve saper nuotare. Ecco perché consiglio sempre di tenerlo in acqua con i braccioli nei primi 4 anni di vita, poi è bene mandarlo a lezione di nuoto, meglio ancora se al mare, con l’assistenza di personale idoneo. Attenzione: si può affogare anche in 20 centimetri d’acqua, ecco perché consiglio alle famiglie di prediligere spiagge dotate di bagnini e salvamento”, aggiunge il pediatra. Quest’anno “le Bandiere Verdi sono state assegnate sulla base delle indicazioni di 3.238 pediatri italiani e stranieri, che hanno partecipato all’iniziativa in modo totalmente volontario, senza compensi, finalità di lucro o interventi di sponsor”, spiega Farnetani.
“I pediatri hanno sempre privilegiato spiagge vive e animate, dove i bambini possano incontrare coetanei e ricevere stimolazioni visive, acustiche e sensoriali utili allo sviluppo psicoaffettivo”.
Ma c’è di più: la vacanza deve essere per tutti. Ecco perché “il mio consiglio ai sindaci è di pedonalizzare il lungomare”, conclude Farnetani.


L’elenco completo delle bandiere verdi 2026

Le 153 spiagge italiane (con l’anno di conferimento)

Abruzzo
Alba Adriatica (Teramo) 2019, Giulianova (Teramo) 2010; Montesilvano (Pescara) 2010; Ortona – Spiaggia dei Saraceni (Chieti) 2019; Pescara 2016; Pineto – Torre Cerrano (Teramo) 2016; Roseto degli Abruzzi (Teramo) 2012; San Salvo -San Salvo Marina (Chieti) 2024; Silvi-Silvi Marina (Teramo) 2012; Tortoreto (Teramo) 2015; Vasto-Vasto Marina (Chieti) 2010

Basilicata
Maratea (Potenza) 2012; Pisticci – Marina di Pisticci (Matera) 2010

Calabria
Bianco (Reggio Calabria) 2018; Bova Marina (Reggio Calabria) 2010; Bovalino (Reggio Calabria) 2010; Caulonia – Caulonia Marina (Reggio Calabria) 2022; Capo Vaticano (Vibo Valentia) 2016; Cariati (Cosenza) 2010; Cirò Marina – Punta Alice (Crotone) 2012; Isola di Capo Rizzuto (Crotone) 2009; Locri (Reggio Calabria) 2016; Melissa – Torre Melissa (Crotone) 2015; Mirto Crosia – Pietrapaola (Cosenza) 2010; Montepaone (Reggio Calabria) 2023; Nicotera (Vibo Valentia) 2008; Palmi (Reggio Calabria) 2016; Paola (Cosenza) 2025; Praia a Mare (Cosenza) 2010; Roccella Jonica (Reggio Calabria) 2012; Santa Caterina dello Ionio Marina (Catanzaro) 2010; Siderno (Reggio Calabria) 2016; Soverato (Catanzaro) 2009; Squillace (Catanzaro) 2018

Campania
Agropoli – Lungomare San Marco, Trentova (Salerno) 2016; Ascea (Salerno) 2016; Cellole – Baia Domizia (Caserta), 2025; Centola – Palinuro (Salerno) 2009; Ischia: Cartaroma Lido San Pietro (Napoli) 2016; Marina di Camerota (Salerno) 2009; Pisciotta (Salerno) 2016; Pollica – Acciaroli, Pioppi (Salerno) 2016; Positano – spiagge: Arienzo, Fornillo, Spiaggia Grande (Salerno) 2015; Santa Maria di Castellabate (Salerno) 2012; Sapri (Salerno) 2012; Sessa Aurunca – Baia Domizia (Caserta) 2025

Emilia Romagna
Bellaria – Igea Marina (Rimini) 2012; Cattolica (Rimini) 2012; Cervia – Milano Marittima-Pinarella (Ravenna) 2010; Cesenatico (Forli Cesena) 2012; Gatteo – Gatteo Mare (Forli – Cesena) 2015; Misano Adriatico (Rimini) 2015; Ravenna – Lidi Ravvenati (Ravenna) 2015; Riccione (Rimini) 2008; Rimini 2016; San Mauro Pascoli – San Mauro mare (Forli – Cesena) 2016

Friuli Venezia Giulia
Grado (Gorizia) 2010; Lignano Sabbiadoro (Udine) 2008.

Lazio
Anzio (Roma) 2016; Formia (Latina) 2009; Gaeta (Latina) 2009; Lido di Latina (Latina) 2010; Montalto di Castro (Viterbo) 2009; Sabaudia (Latina) 2008; San Felice Circeo (Latina) 2012; Sperlonga (Latina) 2009; Terracina (Latina) 2019; Ventotene – Cala Nave (Latina) 2015.

Liguria
Finale Ligure (Savona) 2015; Lavagna (Genova) 2016; Lerici (La Spezia) 2012; Noli (Savona) 2016.

Marche
Civitanova Marche (Macerata) 2012; Cupra Marittima (Ascoli Piceno) 2020; Fano – Nord – Sassonia – Torrette/Marotta (Pesaro – Urbino) 2016; Gabicce mare (Pesaro – Urbino) 2015; Grottamare (Ascoli Piceno) 2016; Mondolfo – Marotta (Pesaro – Urbino) 2016; Numana – Alta – Bassa Marcelli Nord (Ancona) 2015; Pesaro (Pesaro – Urbino) 2016; Porto Recanati (Macerata) 2012; Porto San Giorgio (Fermo) 2010; San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) 2008; Senigallia (Ancona) 2012; Sirolo (Ancona) 2016.

Molise
Campomarino Campobasso) 2026; Termoli (Campobasso) 2012

Puglia
Fasano (Brindisi) 2016; Gallipoli (Lecce) 2009; Ginosa – Marina di Ginosa (Taranto) 2015; Lizzano – Marina di Lizzano (Taranto) 2010; Margherita di Savoia (Barletta-Andria-Trani) 2019; Melendugno (Lecce) 2016; Ostuni (Brindisi) 2008; Otranto (Lecce) 2012; Polignano a Mare – Cala Fetente – Cala Ripagnola – Cala San Giovanni (Bari) 2016; Porto Cesareo (Lecce) 2016; Rodi Garganico (Foggia) 2012; Salve – Marina di Pescoluse (Lecce) 2010; Vieste (Foggia) 2009.

Sardegna
Alghero (Sassari) 2009; Bari Sardo (Ogliastra) 2010; Cala Domestica (Carbonia-Iglesias) 2010; Capo Coda Cavallo (Olbia-Tempio) 2010; Carloforte – Isola di San Pietro: La Caletta – Punta Nera – Girin – Guidi (Carbonia-Iglesias) 2010; Castelsardo-Ampurias (Sassari) 2012; Is Aruttas – Mari Ermi (Oristano) 2010; La Maddalena: Punta Tegge-Spalmatore (Olbia-Tempio) 2012; Marina di Orosei-Berchida-Bidderosa (Nuoro) 2010; Oristano – Torre Grande (Oristano) 2015; Poetto (Cagliari) 2012; Quartu Sant’Elena (Cagliari) 2012; Santa Giusta (Oristano) 2016; San Teodoro (Nuoro) 2008; Santa Teresa di Gallura (Olbia-Tempio) 2012; Tortolì – Lido di Orrì, Lido di Cea (Ogliastra) 2016.

Sicilia
Balestrate (Palermo) 2016; Campobello di Mazara – Tre Fontane – Torretta Granitola (Trapani) 2010; Catania – Playa 2016; Cefalù (Palermo) 2008; Giardini Naxos (Messina) 2016; Ispica – Santa Maria del Focallo (Ragusa) 2012; Lipari – Marina di Lipari-Acquacalda-Canneto (Messina) 2012; Marsala – Signorino (Trapani) 2015; Mazara del Vallo – Tonnarella (Trapani) 2021; Menfi – Porto Palo di Menfi (Agrigento) 2010; Modica- Marina di Modica (Ragusa) 2026; Noto – Vendicari (Siracusa) 2010; Palermo – Mondello 2016; Pozzallo – Pietre Nere – Raganzino (Ragusa) 2015; Ragusa – Marina di Ragusa 2009; Santa Croce Camerina – Casuzze – Punta secca – Caucana (Ragusa) 2010; San Vito Lo Capo (Trapani) 2009; Scicli – Sampieri (Ragusa) 2021; Vittoria – Scoglitti (Ragusa) 2010.

Toscana
Bibbona (Livorno) 2016; Camaiore – Lido Arlecchino-Matteotti (Lucca) 2015; Castiglione della Pescaia (Grosseto) 2012; Follonica (Grosseto) 2012; Forte dei Marmi (Lucca) 2012; Grosseto – Marina di Grosseto, Principina a Mare 2010; Monte Argentario – Cala Piccola – Porto Ercole (Le Viste) – Porto Santo Stefano (Cantoniera – Moletto – Caletta) – Santa Liberata (Bagni Domiziano – Soda -Pozzarello) (Grosseto) 2015; Pietrasanta – Marina di Pietrasanta – Tonfano – Focette (Lucca) 2015; Pisa – Marina di Pisa – Calambrone – Tirrenia (Pisa) 2016; San Vincenzo (Livorno) 2012; Viareggio (Lucca) 2008

Veneto
Caorle (Venezia) 2015; Cavallino Treporti (Venezia) 2010; Chioggia – Sottomarina (Venezia) 2016; Iesolo– Jesolo Pineta (Venezia) 2008; Lido di Venezia (Venezia) 2010; San Michele al Tagliamento – Bibione (Venezia) 2016.

Marettimo – Robyn Hooz on Visualhunt

Le bandiere verdi 2026 fuori dall’Italia

Le cinque spiagge europee
Spagna
Estepona (2022), Malaga (2018), Marbella (2019), Fuengirola (2021).
Romania
Costanza (2020).

Le sei spiagge africane
Gambia
Fajara Beach (2026); Kololi Beach (2026); Kotu Beach (2026) (Kanifing Municipal Council)
Tanzania
Dar es Salaam – Coco beach (2020); Kendwa (2021).
La Marsa (2022). Fonte: MondoBalneare.com

I paesi che il tempo aveva dimenticato: viaggio nella Sardegna degli abbandoni e delle rinascite

I paesi che il tempo aveva dimenticato: viaggio nella Sardegna degli abbandoni e delle rinascite

C’è una Sardegna che non profuma di crema solare e salsedine. Una Sardegna lontana dalle spiagge più fotografate, nascosta tra montagne, vallate e antiche miniere dove il tempo sembra essersi fermato.
Qui le strade finiscono davanti a case senza più abitanti, le finestre guardano il vuoto e il silenzio racconta storie che nessuna guida turistica riesce a contenere. Sono i paesi abbandonati della Sardegna, luoghi che un tempo pulsavano di vita e che oggi sopravvivono come custodi di una memoria preziosa.
Alcuni furono lasciati a causa di frane, smottamenti e calamità naturali che resero impossibile continuare a viverci. Altri seguirono il destino delle miniere che li avevano fatti nascere: quando il lavoro finì, le famiglie partirono e i borghi si svuotarono lentamente, casa dopo casa, strada dopo strada.
Eppure sarebbe un errore considerarli soltanto luoghi perduti. Molti di questi paesi stanno vivendo una seconda vita. Attraverso il turismo lento, il recupero del patrimonio storico e la riscoperta delle tradizioni, stanno tornando a raccontare la propria storia a chi ha voglia di ascoltarla.
Questo è un viaggio nella Sardegna più autentica e sorprendente: tra villaggi fantasma, comunità resilienti e antiche miniere che ancora oggi dominano il paesaggio. Un itinerario dove ogni pietra conserva una memoria e ogni silenzio ha qualcosa da raccontare.

I borghi travolti dalla natura

Dal cuore di Ulassai il ‘sentiero Maria Lai’ sale verso la montagna sino al canyon sa Tappara, le sue pareti sono una incredibile palestra naturale con più di cento vie di free climbing, alcune facili per chi è alle prime armi, altre amate dai climber esperti.
L’uscita del canyon si apre sulla valle del Padru, dai suoi opposti fianchi si guardano due paesi fantasmi, Gairo vecchio e Osini vecchio, travolti dal comune destino dell’abbandono delle case rese fragili da frane e smottamenti, dopo giorni di pioggia incessante.
Poi il lento esodo verso lidi più sicuri, ma la nostalgia spingerà gli abitanti a ritornare tra le vecchie case per prendersi cura degli orti e giardini, da allora è trascorso più di mezzo secolo e ancora rifioriscono gli iris e le calle, le rose rampicanti coprono i muretti a secco, gli alberi continuano a dare frutti a memoria della vita che fu e che forse tornerà.
Nella ‘vecchia’ Osini alcune case sono state rimesse in piedi e la campana della chiesa ristrutturata risuona ogni tanto nella valle.

La vita che se ne va con le miniere

Da un giorno all’altro chiusero le miniere e il silenzio cala nei villaggi minerari sorti come funghi tra le montagne e foreste della Sardegna, spesso a due passi da mari meravigliosi.
Una poetica atmosfera ora li avvolge, sono le voci dei minatori che hanno abitato le umili casette e lottato a costo della vita per dare dignità e un po’ di sicurezza al buio lavoro.
Si arriva comodamente in auto, ma è un’emozione diversa e crescente se le foresterie e le opulente ville liberty dei dirigenti, gli impianti di estrazione e lavaggio dei minerali disseminati nel paesaggio attorno alle gallerie ti venissero incontro poco alla volta, lungo i sentieri percorribili a piedi, a cavallo o in bici.
A volte sono piccoli villaggi, come il Monte Narba vicino a Costa Rei eil Malacalzettaa Iglesias. Altri sono di particolare architettura, come l’Argentiera che si stende dalla montagna sino alla spiaggia argentata e ben si presta oggi ad accogliere installazioni di artisti contemporanei. Altri ancora, come il villaggio di  Ingurtosu nelle montagne di Arbus eil villaggio Rosas a Narcao, ospitavano migliaia di minatori con le famiglie, hanno scuola e chiesa, infermeria e ospedale, ai tempi spesso affollati.

Condannati da antiche maledizioni

Piccoli per sempre, due anatemi li condanneranno a rimanere tali, Rebeccu per la profezia di una principessa ripudiata: “Non avrai mai più di trenta case”, Lollove per la maledizione delle suore del vecchio convento scomunicate per la loro amicizia con i pastori della zona: “Sarai come l’acqua del mare, non mostrerai di crescere mai” .
E rimasero piccoli e fermi nel tempo, destinandoli così all’isolamento e poi all’abbandono. A zonzo tra le casette in pietra sorte attorno alla chiesetta si sente ancora il fascino misterioso delle loro vecchie storie, Lollove ha persino mantenuto l’aurea di un luogo dedicato all’amore, come curiosamente ricorda il suo nome.
La magia di questi villaggi non finisce tra i loro vicoli, continua nelle vicine campagne che custodiscono straordinarie pietre miliari della cultura nuragica. Nella campagne di Orune, a poca distanza da Lollove, si scopre per caso una preziosa area sacra risalente a tremila anni fa, il pozzo de su Tempiesu;a pochi chilometri daRebeccu, nelle campagne di Bonorva, una testimonianza di almeno cinquemila anni fa, è tra le più antiche della civiltà preistorica del Mediterraneo, la bellissima necropoli di sant’Andrea Priu. 

Gairo Vecchio. Foto Sardegna Turismo

Gairo vecchio: travolta da cinque giorni di pioggia

Pare che il nome gairo significhi ‘terra che scorre’. Non a caso le sue tormentate vicende, iniziate a fine XIX secolo, proprio a causa dell’instabilità del suolo su cui sorge ebbero un esito drammatico nell’ottobre del 1951.
Oggi della Gairo ‘vecchia’ vedrai i ruderi degli edifici rimasti tenacemente aggrappati alla roccia del monte Trunconi, che domina sulla valle del rio Pardu, tra viuzze in terra battuta e in selciato collegate da scalette e viottoli inclinati.
Le strade, infatti, delimitavano i terrazzamenti sui quali sorgevano le costruzioni, pertanto sono disposti orizzontalmente, su livelli sfalsati, lungo il pendio.
Le cronache raccontano di cinque giorni di piogge e vento incessanti in Ogliastra che resero il nucleo originario di Gairo, già provato da mezzo secolo di frane e smottamenti, insicuro per persone e animali.
Le vie si trasformarono in impetuosi torrenti facendo ‘scivolare’ drammaticamente il terreno verso valle. Per ovvie ragioni di sicurezza il borgo fu progressivamente abbandonato: gli ultimi suoi abitanti lasciarono le case nel corso del decennio successivo.
Le famiglie gairesi poterono scegliere dove vivere e si divisero tra: la ‘nuova’ Gairo, ossia l’attuale Gairo Sant’Elena, costruita varie decine di metri più a monte; un villaggio a pochi chilometri di distanza immerso nel verde, cioè la frazione di Gairo 
Taquisara; e una borgata molto più a valle che prese il nome di Cardedu, poi divenuto Comune autonomo, nato ex novo nella piana a pochi passi dalle splendide spiagge delle marine della stessa Cardedu e di Gairo.
Vivrai un’atmosfera fuori dal tempo mentre osservi costruzioni realizzate in granito e scisto, legati da fango o malta di calce e sabbia. La calce era prodotta in un forno attivo fino a pochi decenni fa, situato dove poi è sorta la frazione Taquisara.
Alcune palazzine avevano tre o quattro piani, oggi in alcune facciate resistono ancora i balconcini in ferro battuto. Addentrandoti nel borgo a piedi o in bici e sbirciando dalla strada dentro le case, noterai caminetti, scale, finestre e pareti intonacate dipinte d’azzurro. Il pensiero correrà a momenti di intima vita familiare di un passato ormai remoto. La sensazione di abbandono aumenta nell’osservare la vegetazione farsi strada tra le rovine, riappropriandosi di spazi che un tempo le appartenevano. Di tanto in tanto sbucano orti, alcuni apparentemente ancora curati.
Terminata la visita al borgo, potrai proseguire l’escursione nei dintorni: vicino a Gairo Taquisara, un rigoglioso bosco di lecci custodisce is Tostoinus, un’oasi dove trovano spazio tipici cuiles – strutture in pietra e legno usate dai pastori -, sorgenti perenni e i resti di un villaggio nuragico.
Seguendo il ‘sentiero delle aquile’ potrai raggiungere la sommità del ‘tacco’ Perdu Isu, da cui il panorama si allarga a 360 gradi, e visitare il complesso archeologico formato da nuraghe, villaggio e pozzo sacro. In cima a un altro taccu, quello di Osini, si erge l’imponente nuraghe Serbissi, distante dieci chilometri esatti da un altro borgo, Osini vecchio, che condivide con Gairo vecchio lo stesso destino e la stessa struggente atmosfera.

Lollove. Foto Sardegna Turismo

Lollove e la maledizione delle suore narrato dalla Deledda

Una ‘cappa’ di inquietudine e mistero aleggia su Lollove, luogo senza tempo, inserito nel club dei borghi più belli d’Italia.
Ti avvolgerà mentre passeggi tra ripide e strette viuzze in acciottolato e case in pietra grigia inerpicate sul declivio di una collina, da cui godrai del panorama sulla vallata sottostante.
Poche abitazioni sono intatte, molte in rovina: hanno tetti a spioventi, coperti da tegole d’argilla, laddove non sono crollate, finestre con vasi di fiori e porte con architravi. Dentro, immancabili sono camino e forno a legna. L’atmosfera ti porterà a immaginare come dovesse essere il villaggio quando era animato da una vita fuggita altrove, scandita dal ritmo lento di natura e duro lavoro nelle vigne. Ora regna un silenzio surreale che evoca racconti antichi.
Gli anziani rimasti narrano che una o più francescane ‘penitenti’ dell’antico monastero di via Bixio, cui faceva capo la seicentesca l’ex parrocchiale tardo-gotica di Santa Maria Maddalena, furono accusate di rapporti carnali con pastori locali.
Scoperto lo scandalo, le monache, sdegnate per infamia e comportamento delle consorelle, abbandonarono il villaggio scagliandogli contro una maledizione: “Lollove sarai come l’acqua del mare, non crescerai né mostrerai (di crescere) mai!”.
La leggenda è divenuta realtà: il borgo è rimasto sempre piccolo pur resistendo in eterno alla scomparsa, grazie alla tenacia di pochi abitanti dediti ad agricoltura e allevamento. Nel corso del XX secolo, il suo fascino ha ispirato artisti e scrittori: Grazia Deledda ci ambientò ‘La madre’ (1920), romanzo incentrato sulla storia proibita tra un giovane prete e la bella Agnese, a ribadire l’aura peccaminosa e oscura del borgo.
I ‘vecchi’ sostenevano che Loy (nome aragonese del paese fino al XIX secolo) nacque prima e fu più grande di Nuoro. Si riferivano al Medioevo, quando nelle valli dei fiumi Cedrino e Sologo era il maggiore di tanti villaggi. Fu Comune fino a metà XIX secolo, ora è l’unica frazione del capoluogo.
Nel 1950 contava oltre 400 abitanti, oggi 26. Si apre ai visitatori e si anima nelle feste religiose: per l’antica patrona santa Maria Maddalena (a fine luglio), per l’attuale patrono San Biagio (a inizio febbraio), per San Luigi dei Francesi (a fine agosto) e Sant’Eufemia (a metà settembre):
Gli ultimi tre sono santi curatori: i pellegrini vi si recavano in cerca di guarigione. Anche a novembre il borgo si accende, in occasione di 
Vivilollove, tappa di Autunno in Barbagia: in mostra pratiche, un tempo quotidiane, artigianali, di panificazione e preparazione di pietanze. Nel resto dell’anno, solo poche voci in lontananza, capre, cavalli e gatti.
Non c’è medico, né scuole, né ufficio postale. Non esistono negozi e bar. Solo a fine XX secolo è arrivata l’energia elettrica. C’è la piccola parrocchiale di San Biagio, impreziosita da rosone e portale in trachite rosa, ma con un prete, che arriva ogni domenica dal capoluogo. Non è un paese-fantasma semplicemente perché ci vive ancora qualcuno e l’atmosfera è esattamente quella dei villaggi rurali medioevali della Sardegna centrale.

Villaggio minerario di Rosas. Foto Sardegna Turismo

Il villaggio minerario di Rosas e l’epopea estrattiva del Sulcis

Un’accurata e suggestiva esposizione museale di archeologia industriale a cielo aperto.
Laveria, gallerie, impianti estrattivi e alloggi degli operai del villaggio minerario di Rosas, un tempo protagonisti dell’epopea mineraria sulcitana, rivivono oggi in armonia con l’ambiente circostante, tra i rilievi ricoperti di querce, lecci e macchia mediterranea di Terrubia. La localitàdistante meno di sette chilometri da Narcao, piccolo centro vicino a Carbonia, è stata frequentata sin dalla preistoria: le attestazioni più antiche sono di età nuragica, le prime tracce di sfruttamento dei giacimenti di piombo, zinco, ferro e rame, invece, risalgono all’epoca romana e, nel corso del Medioevo, all’avvento dei pisani. Il riconoscimento ufficiale come area mineraria avvenne nel 1849, da qui iniziò una storia lunga 130 anni, le strutture minerarie, infatti, restarono attive sino al 1980.
Con la chiusura definitiva, il borgo fu abbandonato, diventando ‘villaggio fantasma’, fino alla decisione di recuperare e riqualificare a fini museali e ricettivi il complesso di edifici e impianti.
Oggi, associato alla miniera di Sebariu e agli altri siti carboniensi, Rosas fa parte di uno degli otto distretti che compongono il parco geominerario storico e ambientale della Sardegna.
Il complesso è costituito dai ruderi della miniera, dalla galleria santa Barbara, dai musei geo-mineralogico e di archeologia industriale e dalle vecchie casette dei minatori, divenute albergo diffuso, dove è possibile trascorrere soggiorni all’insegna di relax nella natura, della scoperta dell’epopea mineraria e a contatto con le tradizioni culturali ed enogastronomiche sulcitane. La laveria, cuore pulsante del sito, ospita il museo di archeologia industriale, dove vedrai, al pianterreno, i grandi mulini per la lavorazione dei minerali – ancora perfettamente funzionanti – e il maestoso e originale impianto di flottazione. Al piano superiore, le sale multimediali con schermi e ‘pozzetti’ ripercorrono le vicende di Rosas e delle miniere di Narcao raccontata dalla voce dei protagonisti, gli ex minatori.
Un altro spazio espositivo è nel piazzale al centro del villaggio: anche qui, grazie a pannelli illustrativi, documenti e attrezzature da lavoro, si può ripercorrere la storia della miniera, dalla scoperta al declino, e poi la rinascita come compendio museale.
Nella visita alla galleria Santa Barbara, oltre a conoscere le condizioni di lavoro dentro una miniera di piombo e zinco, osserverai varie tipologie di scavo dei pozzi, armature in legno di castagno e modalità di coltivazione, con uso di esplosivi e perforatrici. Tra le vetrine dell’esposizione geo-mineralogica, infine, scoprirai i minerali estratti nei giacimenti di Rosas, tra cui la rosatite, un particolare carbonato di rame e zinco dal colore verde-azzurro, scoperto qui nel 1908.
Oltre che per la miniera, Narcao è nota per il festival Narcao Blues, una delle principali rassegne musicali isolane. Il suo territorio è disseminato da ruderi preistorici e dell’Antichità, tra cui i dolmen e menhir della frazione di Terraseo, il protonuraghe Atzei, del tipo ‘a corridoio’, e i resti di un tempio punico dedicato a Demetra e Kore.

Rebeccu. Foto Sardegna Turismo

Rebeccu e la maledizione delle trenta case

Si erge su un costone roccioso del Meilogu, a dominio della piana di Santa Lucia, a sei chilometri da Bonorva, isolato e popolato soltanto dalle leggende che lo hanno reso celebre.
Rebeccu è un borgo medievale dal prestigioso passato, oggi pressoché disabitato, un tempo capoluogo della curatoria di Costavalle e punto strategico al confine tra i giudicati d’Arborea e Torres.
Poche case in pietra, alcune restaurate, una chiesetta e un cimitero sconsacrato lo rendono al tempo stesso inquieto e suggestivo, soprattutto alla luce dei racconti che lo riguardano.
Il più celebre riguarda il re Beccu, feudatario del villaggio, e la figlia, la principessa Donoria: ritenuta una strega, allontanata dal villaggio mentre la sua dimora veniva distrutta da un rogo.
Nell’abbandonarla, legata a un mulo, lanciò la ‘maledizione delle trenta case’: Rebeccu non avrebbe mai avuto più di trenta abitazioni. Secondo alcune versioni anche il padre lanciò il suo anatema, provocando l’avvelenamento delle numerose fonti d’acqua nei dintorni.
Durante l’età giudicale il centro contava 400 abitanti, poi dal XV secolo iniziò a spopolarsi. Il mito vuole che i superstiti della maledizione fondarono Bonorva, mentre alcuni di essi, i più temerari, provarono a ricostruire il borgo, stando attenti a non superare le trenta case.
La storia dice, invece, che un distaccamento catalano, giunto da Alghero nel 1353, sterminò la popolazione e bruciò il villaggio, al solo scopo di provocare la reazione del giudicato d’Arborea.
Qualche decennio dopo, nella chiesa di Rebeccu fu firmato un trattato di pace tra Eleonora d’Arborea e il re d’Aragona. L’importanza che il centro aveva in epoca medievale ha dato adito anche a un’altra leggenda: qui, in un castello ormai scomparso, si sarebbe celebrato il matrimonio tra la giudicessa e Brancaleone Doria.
Tra le stradine ciottolate e le casette, passeggerai nella quiete più assoluta e respirerai un’atmosfera costantemente evocativa e misteriosa. Non a caso, il borgo è diventato scenografia per film e set fotografici e per decenni ha ospitato una rassegna cinematografica.
A meno di un chilometro troverai la chiesa di San Lorenzo, con stilemi romanici. È stata costruita con conci di calcare bianco e basalto nero, conferendole una caratteristica bicromia. La pianta è a navata unica con abside e copertura (ricostruita) in legno. Al centro della facciata un portale architravato, accanto un campanile a vela.
All’interno fu trovato un sigillo del giudice Barisone II, forse proveniente dal documento di consacrazione della chiesa, che pertanto dovrebbe risalire al secondo XII secolo. I dintorni di Rebeccu custodiscono tesori di millenni prima, tra cui spicca la fonte sacra di 
su Lumarzu. Il monumento nuragico è ben conservato, ed è costituito da atrio, con sedili laterali addossati alle pareti, e celletta in blocchi regolari di basalto che custodisce la vasca alimentata dalla sorgente sacra.

Argentiera. Sardegna Turismo

Argentiera e il suo fascino primordiale

Un insolito paesaggio a metà strada tra Alghero e Stintino: impianti minerari abbandonati e un borgo (quasi) disabitato incorniciati da falesie argentate e lambiti dai riflessi luccicanti del mare.
L’Argentiera conserva il fascino primordiale e misterioso di un luogo fermo nel tempo. Conclusa l’epopea mineraria tra XIX e XX secolo, oggi è uno dei più significativi, nonché suggestivi siti europei di archeologia industriale, parte integrante del parco geominerario della Sardegna e riconosciuto dall’Unesco patrimonio dell’Umanità.
I ruderi convivono con nuovi edifici, intorno pareti rocciose a strapiombo, montagne di scorie estrattive e calette accessibili da sentieri nella natura incontaminata. Uno scenario spettacolare, set nel 1968 della scena iniziale de La scogliera dei desideri, con Betty Taylor e Richard Burton, oggi meta di trekking.
Frazione di Sassari, da cui dista 43 chilometri, l’Argentiera, è stata teatro di rigenerazione ambientale e riqualificazione urbana, divenendo dal 2019 un innovativo museo a cielo aperto. Percorse statale 291 e provinciale 18, ti troverai nella piazza centrale del borgo, che al suo apice contava duemila abitanti. Oggi poche decine ci vivono tutto l’anno. Una località di mare mai affollata, neppure d’estate, dove regnano silenzio e atmosfera magnetica.
ll nome deriva dal minerale estratto e dal colore delle rocce. Insieme alla vicina Canaglia, ha rappresentato il principale distretto metallifero del nord Sardegna, grazie a ricchi giacimenti di piombo e zinco argentifero, noti sin dall’Antichità.
Iniziarono i proconsoli romani a estrarre minerali dalla cala dell’Argentiera, proseguirono i pisani nel Medioevo. A inizio XIX secolo ne furono attratti vari speculatori, tra cui Honorè de Balzac, che nel 1838 vi compì un’avventurosa quanto inutile esplorazione.
Due anni dopo l’apertura ufficiale della miniera, seppure l’attività iniziò nel 1867 e durò un secolo esatto. Una storia costellata di crolli e incidenti, dovuti all’erosione. Alle disgrazie sono legate le leggende: c’è chi afferma di aver visto ombre umane o figure evanescenti e udito suoni metallici giungere dalle profondità, come se le anime dei minatori sepolti vivi si aggirassero nelle gallerie.
La prima concessione fu affidata alla nobile Angela Tola. Nonostante le ampie risorse, i costi di gestione erano insostenibili, fu inevitabile la cessione alla Compagnia generale delle miniere, che apportò un notevole sviluppo. Ci lavoravano 400 operai, le cui casupole a monte sono più antiche dell’abitato sviluppatosi vicino al mare. A fine XIX secolo ulteriore impulso diede la società Correboi del barone Podestà: le gallerie furono prolungate e dotate di binari, sorse un nuovo pontile e fu scavato un pozzo: per la prima volta si estraeva sotto il livello del mare, sino a quota -333 metri. Intanto le condizioni di vita migliorarono, la comunità usufruì di infermeria, asilo, foresteria e spaccio.
A inizio XX secolo, sopra Porto Palmas, sorse Cala Onano, indicato come esemplare villaggio operario dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle miniere di età giolittiana. Poi il passaggio alla società Pertusola: si aggiunsero cinema, dopolavoro, nuova residenza del direttore, chiesa di santa Barbara e la grande laveria in legno pitch-pine, uno dei più singolari monumenti minerari.
Nel secondo Dopoguerra, si raggiunse l’apice di residenti, nacque il quartiere La Plata, ma la produzione iniziò a stentare. Una crisi ventennale portò a cessazione dell’attività nel 1964 e chiusura degli impianti tre anni più tardi.
Di recente pozzo e laveria sono stati bonificati e restaurati, impianti ed edifici messi in sicurezza. Una scalinata scende dalla chiesa lungo terrazzamenti illuminati e punteggiati da oasi di essenze mediterranee. Al termine dei gradoni uno spiazzo ospita ogni anno, a fine luglio, un festival letterario. A proseguire l’opera di riqualificazione è l’Open MAR, primo museo minerario a cielo aperto, con un percorso attraverso case e impianti nel quale potrai ammirare installazioni fruibili in modalità digitale.

Ingurtsu. Foto Sardegna Turismo

Ingurtsu un paesaggio fuori dal tempo

Il nome deriverebbe da gurturgiu, una specie di avvoltoio, o da ‘inghiottitoio’, forse riferito a scavi antichi. In entrambi i casi, definisce in pieno il quadro selvaggio in cui sorge. Incastonato tra aspre montagne, Ingurtosu, frazione di Arbus, da cui dista dieci chilometri, si trova nella valle de Is Animas, che si spinge sino alle dune di Piscinas, gioiello della Costa Verde, dove sono abbandonati vagoni usati per il trasporto di materiale estratto.
È stato per oltre un secolo il centro direzionale di due miniere, quella omonima e Gennamari, che facevano parte del complesso di Montevecchio. Oggi è un villaggio diroccato e deserto.
L’insediamento minerario si estende lungo tutta la valle, immerso in un’atmosfera suggestiva. Attraverserai paesaggi fuori dal tempo: ruderi di case, impianti e pozzi, enormi cumuli di materiali di scarto e carrelli arrugginiti. Un villaggio da far west, quasi cristallizzato.
Lungo la vallata, troverai resti di cantieri, laverie e ben sette borghi, con 900 vani complessivi, che hanno accolto sino a 2500 operai e le loro famiglie.
Le umili dimore dei minatori contrastano con l’imponente palazzo in granito della direzione, detto ‘castello’, costruito (1870) in stile neomedievale e caratterizzato da un’elegante balconata chiusa a vetri. La sua posizione era dominante. Accanto spaccio e negozi, posta ed edicola, scuola elementare e ospedale, altri servizi e persino il cimitero. E poi, la chiesetta di santa Barbara, patrona dei minatori, del 1916. Nella strada da Arbus a
 Ingurtosu, ammirerai la villa Wright e villa Ginestra, dimore, rispettivamente, del vicedirettore e del presidente della Pertusola, compagnia di estrazione inglese che gestiva le miniere.
Dai numerosi giacimenti grazie a macchinari all’avanguardia, dal 1855 al 1968, venivano estratti argento, piombo e zinco. L’apice della produttività fu a cavallo tra XIX e XX secolo, dopo il passaggio alla società inglese: significò sviluppo e innovazione, con grande merito di Lord Thomas Brassey.
Il declino arrivò nel secondo dopo guerra, quando il settore minerario crollò. Nonostante le concessioni nel 1964 passarono alla Monteponi-Montevecchio, gli impianti chiusero definitivamente pochi anni dopo. Gli edifici divennero ruderi e 
Ingurtosu un villaggio fantasma.

Osini. Foto Sardegna Turismo

Osini, il paese vissuto due volte

Un paese vissuto due volte. L’attuale centro abitato di Osini fu ricostruito un chilometro più a nord, dopo una devastante alluvione del 1951.
Nella ‘Osini storica’, nata nel Medioevo, inglobata nei giudicati, prima, di Calari, poi di Gallura e passata sotto dominio aragonese e spagnolo, si conservano case disabitate e la seicentesca chiesa di santa Susanna: un paese fantasma sospeso e immoto, che torna a vivere due giorni all’anno, ad agosto, durante le celebrazioni in onore della santa. Il ‘nuovo’, popolato da 800 abitanti e impreziosito da capolavori degli artisti sardi Maria Lai, Costantino Nivola e Pinuccio Sciola, è inserito in uno scenario montano incontaminato, tra gole, dirupi e falesie ammantate di verde mediterraneo: una foresta di lecci, uliveti, orti e vigneti, da cui si ricava un ottimo cannonau.
Arriverai in cima al Taccu di Osini, altopiano alto quasi mille metri che sovrasta il paese e domina tutta l’Ogliastra, passando per la suggestiva Scala di san Giorgio. La gola è un monumento naturale della Sardegna più aspra e selvaggia: un angusto passaggio fra due alte pareti calcareee e dolomitiche. Proprio nella spaccatura è sorto il santuario in onore del santo patrono, festeggiato tutti gli anni il 24 aprile.
La leggenda dice che san Giorgio vescovo di Suelli recitò una preghiera ai piedi all’altopiano, che avrebbe dovuto aggirare o scalare, e, per miracolo, si aprì un varco nella roccia.
Percorso un breve tratto a piedi, a circa mille metri d’altitudine, troverai in ottimo stato di conservazione, il nuraghe Serbissi, abitato dal Bronzo antico a quello recente (XVII-X secolo a.C.). È un parco archeologico dove storia millenaria e bellezze naturali si incontrano in un connubio perfetto: le architetture, raro esempio di complesso nuragico ad alta quota, torreggiano in una panoramica rocca calcarea dalle ripide pareti, cui si poggiano adattandosi con un’insolita tecnica a terrazzamenti.
La struttura, una delle più importanti che la civiltà nuragica ci ha lasciato in eredità, è composta da nuraghe complesso a quattro torri, villaggio, grotta, due tombe di giganti e, vicino, altri due nuraghi monotorre, 
Sanu e Orrottu.

Malacalzetta. Sardegna Turismo

Malacalzetta il borgo che fu sul cammino di Santa Barbara

Regna il silenzio qui, e tutti gli edifici, i pozzi e la laveria, i forni per la calce e i ‘cameroni’ degli operai sembrano dormire un sonno infinito.
Chiudendo per un attimo gli occhi sarà facile immaginare la vita nel villaggio di Malacalzetta quando era nel pieno della sua vitalità, durante i primi decenni del XX secolo. Duecento minatori, le loro famiglie, impiegati, funzionari e dirigenti animavano vie, piazze, uffici, abitazioni e, soprattutto, gli impianti di estrazione. Il borgo giace nella valle di Oridda, a ridosso del massiccio del Marganai, tra Iglesias e Fluminimaggiore.
La sua origine, comune a tante altre miniere dell’Iglesiente, risale sino alla dominazione pisana nel Medioevo. Le tracce dei numerosi pozzi scavati secoli addietro furono rinvenute nel XVIII secolo, scatenando una vera e propria ‘caccia’ all’argento fino alla prima concessione ‘ufficiale’, nel 1880, alla Società anonima per le miniere di Lanusei.
Tra fine del XIX e inizio XX secolo si costruirono forni, una piccola laveria in pietra e le prime strutture adibite ad alloggi e uffici. Al termine della prima guerra mondiale il destino di 
Malacalzetta si intrecciò con quello del vicino villaggio di Arenas, accomunati dalla stessa gestione e collegati da una ferrovia. La costruzione di un moderno impianto di flottazione diede ulteriore impulso all’attività estrattiva, che raggiunse le 90 mila tonnellate nei primi anni Sessanta. Poi iniziò il declino, comune a tutto il bacino minerario del Sulcis-Iglesiente, con la chiusura definitiva avvenuta nel 1986.
Oggi, aggirandoti per il villaggio fantasma, osserverai un piazzale alberato sul quale sorgono gli uffici della direzione, l’infermeria, la cantina e il circolo ricreativo. In una radura vicina si ergono, distanziati tra loro, i ‘cameroni’, gli alloggi per gli operai scapoli, a pianta longitudinale a uno o due piani, con porte e finestre in asse. Qui, in realtà, qualcuno ancora vi dimora: qualche capretta potrebbe affacciarsi dalle aperture, incuriosita dall’interruzione della loro quiete. In località Baueddu ammirerai invece i resti della laveria, sorretta da ampie ed eleganti arcate, accanto noterai i forni per la calcinazione.
Il primo tratto dell’antica ferrovia che collegava i siti di Malacalzetta e Arenas è immerso in un rigoglioso bosco di lecci. Il tracciato poi si distende a fianco a muretti a secco lungo un versante calcareo, dal quale ammirerai le verdi montagne del Marganai.
La miniera è una delle tappe del Cammino minerario di santa Barbara, patrona dei minatori: è un itinerario ad anello di 500 chilometri da percorrere a tappe a piedi o in mountain bike all’interno di Sulcis-Iglesiente e Guspinese che coniuga miniere, mare, montagne e luoghi di devozione.

 

Sidro: il low alcol per natura che nasce fra i ghiacciai

Sidro: il low alcol per natura che nasce fra i ghiacciai

Dalle vette del Monte Bianco al calice: Maley riscrive il futuro del sidro attraverso il recupero dei meleti storici della Valle d’Aosta e un’eleganza cosmopolita.
In un mondo che riscopre la ricerca della leggerezza e l’autenticità delle materie prime, Maley si pone come il punto d’incontro perfetto tra eredità alpina e stile di vita contemporaneo.
Non una semplice bevanda, ma il risultato di un progetto di agricoltura eroica della mela, che celebra il sidro come l’alternativa naturale, elegante e intrinsecamente low alcol al vino e alle bollicine tradizionali.

Alla riscoperta del sidro

Il sidro non è una novità, ma un ritorno alle origini: storicamente bevanda nobile nelle corti europee e pilastro della cultura contadina montana, con Maley viene oggi declinata con tecniche moderne. Maley è un’azienda pioniera nella produzione di sidro d’alta quota in Europa: unendo sapienza agronomica e spirito artigianale, produce sidri che sono espressione pura del terroir alpino, esportando il fascino delle mele del Monte Bianco in tutto il mondo.


Una storia di confine e di cuore

Il nome stesso, Maley, è un omaggio alla storia: era l’antico nome del Malus (la mela), ma richiama anche “lo greu maley”, un grande frutteto che dal Medioevo sorgeva nel comune di Torgnon, di fronte al Matterhorn-Cervino.
Il progetto nasce dalla visione del responsabile di Ricerca e Selezione di Proposta Vini, Gianluca Telloli, con l’obiettivo di riportare in vita la produzione del sidro in Italia, trattandolo con la stessa dignità e complessità tecnica di un grande spumante. Maley attraversa i confini, unendo idealmente i versanti del Monte Bianco, dalla Valle d’Aosta alla Savoia francese.

Salvaguardia delle mele antiche: biodiversità in ogni sorso

Al centro della filosofia di Maley c’è la tutela del territorio. L’azienda si impegna nel recupero di varietà di mele antiche e rare (Raventze, Barbelune, Rodzetta, Calville, Pomma verte, Croison de Boussy, Groin de Veau) e due di pere (Critchen d’hiveur, Maude), coltivate in meleti storici che raggiungono quote altimetriche straordinarie, fino ad oltre i 1500 metri.
Questi alberi, spesso centenari, rappresentano un patrimonio genetico unico che, senza l’intervento di Maley, rischierebbe di scomparire. Il risultato è un frutto puro, ricco di acidità e tannini naturali, perfetti per la spumantizzazione.

Ogni bottiglia di Maley garantisce la sopravvivenza e la ricerca di nuovi alberi monumentali e la propagazione su franco di cloni rari: anno dopo anno Maley garantisce un futuro a un patrimonio vegetale che rischiava di scomparire dopo il 1950. L’azienda, inoltre, opera con assoluto rispetto della biodiversità, che si traduce in mantenimento dei prati tramite antiche pratiche di irrigazione, pascolo e sfalcio, e nel pieno rispetto della sostenibilità anche sociale.


La rinascita del sidro: dall’antichità alla tavola moderna

Il sidro non è una novità, ma un ritorno alle origini. Storicamente bevanda nobile nelle corti europee e pilastro della cultura contadina montana, il sidro Maley viene oggi declinato con tecniche moderne in cantina, capaci di coordinare conoscenze enologiche del mondo della spumantistica e mela. 
«Il sidro – spiega Telloli – sta diventando una “tentazione” per molti settori, dalla birra al vino e questo è un segnale positivo ma anche negativo perché il vero sidro va fatto con le mele da sidro, non con le mele comuni da tavola oggi sempre più utilizzate per la produzione di questa bevanda ma con risultati di qualità nettamente inferiore. Con il sidro funziona esattamente come il vino: la qualità della mela, come la qualità dell’uva, determina il risultato finale. Maley non scende a compromessi e nel bicchiere si sente tutta la differenza di un prodotto capace di coniugare facile beva, profondità e lunghezza»


Low alcol per natura

In risposta alla crescente domanda di bevande a ridotto contenuto alcolico, il sidro Maley emerge come scelta ideale.
Con una gradazione che oscilla generalmente tra i 3% e i 7% vol., è il low alcol per eccellenza, non un claim di marketing, ma una proprietà biologica e agronomica che lo distingue nettamente dalle bevande dealcolate o dai cocktail leggeri creati artificialmente.

A differenza dell’uva, che può accumulare grandi quantità di zuccheri (che i lieviti trasformeranno in alcol fino a 14-15% vol.), la mela ha un tetto naturale molto più basso.
Una mela di montagna contiene una quantità di zuccheri che, una volta fermentati completamente, produce naturalmente tra i 3% e i 7% di alcol. Per i sidri di Maley, non vengono aggiunti zuccheri esterni né acqua per diluire.
La gradazione che trovi nel calice è esattamente quella che l’albero ha deciso di produrre nel frutteto. Anche l’altitudine dei meleti di Maley (fino a 1500 metri) gioca un ruolo cruciale: le temperature fresche della Valle d’Aosta e della Savoia permettono fermentazioni molto lente e controllate, un processo che preserva gli aromi primari del frutto che andrebbero distrutti in una fermentazione tumultuosa tipica di bevande a più alto grado alcolico. In queste condizioni, la mela mantiene un’acidità folgorante, rendendo il sorso appagante anche con soli 5 gradi alcolici.

Maley Cidre du Saint Bernard

Il Cidre du Saint Bernard di Maley, distribuito oggi in Italia da Proposta Vini, non è un semplice sidro: è un’operazione di archeologia botanica e di eleganza alpina, il prodotto che più di tutti incarna la missione di Gianluca Telloli.
Il Cidre du Saint Bernard si distingue per una lavorazione che prende in prestito il savoir-faire dell’enologia di pregio. Anzitutto, nasce da un mix di mele antiche della Valle d’Aosta e della Savoia (tra cui la Raventre e la Croison de Boussy), raccolte da alberi spesso centenari che crescono a quote che sfidano la viticoltura tradizionale, garantendo una concentrazione aromatica unica. Il nome è un omaggio a Saint Bernard, patrono degli alpinisti, dei montanari e dei viaggiatori, che da più di mille anni custodisce le nostre valli e i meleti tra Valle d’Aosta e Savoia.
Il metodo di produzione è particolare. Nell’arco di 36 ore dalla raccolta, i cassoni di mele vengono assemblati e spediti in frigo in Savoia grazie alla collaborazione con il produttore Philippe Bernot e il supporto di Chantal Lassiaz. Le mele vengono pigiate il giorno successivo all’arrivo in sidreria, i mosti ottenuti, dopo aver riposato, vengono portati alla temperatura idonea di fermentazione senza l’aggiunta di zuccheri in una vasca d’acciaio simile all’autoclave. A raggiungimento della gradazione alcolica attesa, la fermentazione viene bloccata con l’abbassamento di temperatura, quindi si provvede a pastorizzare il sidro con un moderno e delicato sistema di pastorizzazione senza aggiungere solforosa. Una tecnica che si potrebbe definire un ponte tra Metodo Martinotti e Metodo Ancestrale.
Cidre du Saint Bernard nel calice, si presenta con un colore giallo paglierino brillante, con riflessi verdolini che tradiscono la sua giovinezza e vitalità. Al naso emergono fiori bianchi, scorza di cedro e, naturalmente, la polpa della mela croccante, accompagnata da una sottile nota minerale di pietra focaia. Al primo sorso, la sensazione non è quella di una bevanda dolce o “piaciona”, bensì di una carezza gelida e profumata. È un sidro che sa di aria sottile, di prati di montagna appena falciati e di libertà.
Perfetto per l’appassionato di vino stanco dei soliti schemi, a chi cerca il benessere del low-alcol senza rinunciare al rito del calice, e ai sognatori che amano i sapori che sanno di storia. L’abbinamento ideale? Emozionalmente perfetto con un pezzo di Fontina d’alpeggio o una toma stagionata, tecnicamente sorprendente con un sushi di qualità.
Prezzo in enoteca a partire da: 16 €