Dic 27, 2015 | Chianti Classico, Da non perdere, Firenze
[:it]
di Nadia Fondelli – La notizia è di quelle che fanno gonfiare il petto d’orgoglio toscano. La Porta Santa, appena aperta per il Giubileo della Misericordia da Papa Francesco, pochi lo sanno, è stata creata da abili mani artigiane chiantigiane.
Dalle mani sapienti degli artigiani d’arte, scultori e mastri fonditori, della Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli nacque la Porta Santa in Vaticano. Sì, proprio quella aperta da Papa Francesco lo scorso 8 dicembre.
La ‘grande bellezza’ che avvicina Firenze, il Chianti al Vaticano è la Porta realizzata per l’Anno Santo 1950 dai custodi fiorentini di antichi segreti dell’arte del passato.
Ferdinando Marinelli Jr con il repertorio di immagini dell’epoca conservate nell’archivio di famiglia ci svela i segreti di quella realizzazione.
“La Fonderia, fondata nel 1905 da mio nonno – commenta – lega il proprio nome alla riproduzione di monumenti in bronzo dei giganti dell’arte classica e rinascimentale, tra cui Michelangelo, Ghiberti, Tacca, Giambologna, Donatello, Cellini e tanti altri con nostre copie sparse in tutto il mondo; della Porta Santa e della sua realizzazione ho un ricordo nitido grazie al racconto di mio nonno, Ferdinando Senior, che era amico dello scultore senese Vico Consorti, detto anche Vico dell’Uscio, che la realizzò.
Mio nonno fuse la Porta Santa nella fonderia di Rifredi che rimase attiva fino a quindici anni fa, come testimoniano le poche immagini che abbiamo conservato”. Prima della Porta Santa nel 1932 la Fonderia realizzò sempre per il Vaticano i bronzi per la grande rampa monumentale dei Musei Vaticani. Altra opera, realizzata qualche anno prima della Porta Santa, nel 1947, è la Porta di Santa Maria Maggiore a Roma, anch’essa considerata Porta Santa.
La storia della Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli di Firenze è una testimonianza di arte e cultura oltre che di abilità artigiana, che si tramanda intatta nei secoli. Le tecniche utilizzate sono le stesse dell’antichità classica e del Rinascimento. E’ universalmente riconosciuta come una delle eccellenze dell’artigianato italiano e mondiale.
Due i grandi punti di forza della fonderia: la gipsoteca e l’utilizzo della fusione a cera persa, tecnica in uso nel passato, nelle botteghe rinascimentali.
L’iniziatore della Fonderia, Ferdinando Marinelli, dedicò parte della sua attività ad eseguire tali calchi negativi sui capolavori originali. Sono questi infatti che permettono la realizzazione dei celebri bronzi e marmi identici ai capolavori da cui provengono.
La gipsoteca si è costituita nella prima metà del ‘900. Ed ancora oggi il nipote Ferdinando Marinelli continua ad arricchirla quando le autorità competenti ne autorizzano l’esecuzione su opere da sostituire con repliche museali. Gli artigiani d’arte della fonderia, una squadra di giovani e adulti che mette insieme scultori, artigiani e bronzisti, adottano l’antica tecnica della cera persa, avvalendosi dei segreti di una volta e mettendo in atto una sequenza complessa di procedimenti. Tutte le fasi sono manuali e occorrono artigiani esperti e abilissimi per eseguirle.
“L’attività della Fonderia artistica Marinelli è un’eccellenza del nostro tessuto produttivo ed è motivo di vanto per il Comune – commenta il sindaco di Barberino Val d’Elsa Giacomo Trentanovi – oltre all’abilità artigianale dei formatori, degli scultori, dei fonditori, dei bronzisti che lavorano all’interno della Fonderia il grande tesoro, che accredita questa azienda come realtà unica al mondo, è la gipsoteca di proprietà della famiglia Marinelli che accoglie centinaia di calchi sugli originali di opere che vanno dal periodo etrusco, ellenistico a quello rinascimentale. La nostra idea è quella di prevedere un maggiore coinvolgimento sul territorio della Fonderia, farne conoscere le qualità artistiche e artigianali, stiamo infatti lavorando alla realizzazione di una prestigiosa mostra itinerante nel territorio che esporrà realizzazioni note e inedite della grande fucina artistica che rende la Fonderia Marinelli celebre in tutto il mondo”.
Tra le opere più recenti realizzate per il Vaticano la scultura in bronzo ‘tattile’ che riproduce la celebre Madonna di Bruges di Michelangelo. Per la prima volta alcuni visitatori non vedenti hanno potuto ‘sentire’ al tatto le straordinarie forme della scultura michelangiolesca grazie alla donazione che la fonderia Ferdinando Marinelli e l’americano Ronald Welborn e la sua famiglia hanno effettuato in favore dei Musei Vaticani.
L’opera, realizzata presso la fonderia di Barberino Val d’Elsa va ad arricchire il patrimonio artistico dei Musei Vaticani in uno specifico itinerario di visita dedicato alla disabilità ed in particolare ai visitatori non vedenti.[:en]
di Nadia Fondelli – La notizia è di quelle che fanno gonfiare il petto d’orgoglio toscano. La Porta Santa, appena aperta per il Giubileo della Misericordia da Papa Francesco, pochi lo sanno, è stata creata da abili mani artigiane chiantigiane.
Dalle mani sapienti degli artigiani d’arte, scultori e mastri fonditori, della Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli nacque la Porta Santa in Vaticano. Sì, proprio quella aperta da Papa Francesco lo scorso 8 dicembre.
La ‘grande bellezza’ che avvicina Firenze, il Chianti al Vaticano è la Porta realizzata per l’Anno Santo 1950 dai custodi fiorentini di antichi segreti dell’arte del passato.
Ferdinando Marinelli Jr con il repertorio di immagini dell’epoca conservate nell’archivio di famiglia ci svela i segreti di quella realizzazione.
“La Fonderia, fondata nel 1905 da mio nonno – commenta – lega il proprio nome alla riproduzione di monumenti in bronzo dei giganti dell’arte classica e rinascimentale, tra cui Michelangelo, Ghiberti, Tacca, Giambologna, Donatello, Cellini e tanti altri con nostre copie sparse in tutto il mondo; della Porta Santa e della sua realizzazione ho un ricordo nitido grazie al racconto di mio nonno, Ferdinando Senior, che era amico dello scultore senese Vico Consorti, detto anche Vico dell’Uscio, che la realizzò.
Mio nonno fuse la Porta Santa nella fonderia di Rifredi che rimase attiva fino a quindici anni fa, come testimoniano le poche immagini che abbiamo conservato”. Prima della Porta Santa nel 1932 la Fonderia realizzò sempre per il Vaticano i bronzi per la grande rampa monumentale dei Musei Vaticani. Altra opera, realizzata qualche anno prima della Porta Santa, nel 1947, è la Porta di Santa Maria Maggiore a Roma, anch’essa considerata Porta Santa.
La storia della Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli di Firenze è una testimonianza di arte e cultura oltre che di abilità artigiana, che si tramanda intatta nei secoli. Le tecniche utilizzate sono le stesse dell’antichità classica e del Rinascimento. E’ universalmente riconosciuta come una delle eccellenze dell’artigianato italiano e mondiale.
Due i grandi punti di forza della fonderia: la gipsoteca e l’utilizzo della fusione a cera persa, tecnica in uso nel passato, nelle botteghe rinascimentali.
L’iniziatore della Fonderia, Ferdinando Marinelli, dedicò parte della sua attività ad eseguire tali calchi negativi sui capolavori originali. Sono questi infatti che permettono la realizzazione dei celebri bronzi e marmi identici ai capolavori da cui provengono.
La gipsoteca si è costituita nella prima metà del ‘900. Ed ancora oggi il nipote Ferdinando Marinelli continua ad arricchirla quando le autorità competenti ne autorizzano l’esecuzione su opere da sostituire con repliche museali. Gli artigiani d’arte della fonderia, una squadra di giovani e adulti che mette insieme scultori, artigiani e bronzisti, adottano l’antica tecnica della cera persa, avvalendosi dei segreti di una volta e mettendo in atto una sequenza complessa di procedimenti. Tutte le fasi sono manuali e occorrono artigiani esperti e abilissimi per eseguirle.
“L’attività della Fonderia artistica Marinelli è un’eccellenza del nostro tessuto produttivo ed è motivo di vanto per il Comune – commenta il sindaco di Barberino Val d’Elsa Giacomo Trentanovi – oltre all’abilità artigianale dei formatori, degli scultori, dei fonditori, dei bronzisti che lavorano all’interno della Fonderia il grande tesoro, che accredita questa azienda come realtà unica al mondo, è la gipsoteca di proprietà della famiglia Marinelli che accoglie centinaia di calchi sugli originali di opere che vanno dal periodo etrusco, ellenistico a quello rinascimentale. La nostra idea è quella di prevedere un maggiore coinvolgimento sul territorio della Fonderia, farne conoscere le qualità artistiche e artigianali, stiamo infatti lavorando alla realizzazione di una prestigiosa mostra itinerante nel territorio che esporrà realizzazioni note e inedite della grande fucina artistica che rende la Fonderia Marinelli celebre in tutto il mondo”.
Tra le opere più recenti realizzate per il Vaticano la scultura in bronzo ‘tattile’ che riproduce la celebre Madonna di Bruges di Michelangelo. Per la prima volta alcuni visitatori non vedenti hanno potuto ‘sentire’ al tatto le straordinarie forme della scultura michelangiolesca grazie alla donazione che la fonderia Ferdinando Marinelli e l’americano Ronald Welborn e la sua famiglia hanno effettuato in favore dei Musei Vaticani.
L’opera, realizzata presso la fonderia di Barberino Val d’Elsa va ad arricchire il patrimonio artistico dei Musei Vaticani in uno specifico itinerario di visita dedicato alla disabilità ed in particolare ai visitatori non vedenti.[:]
Dic 18, 2015 | Firenze, Shopping
[:it]
di Nadia Fondelli – Si avvicina il Natale e le feste di Capodanno. Inevitabile è farsi travolgere dalle tentazioni dei dolci delle feste.
Panettone, pandori, ricciarelli, torrone. Ma anche cioccolatini e altre leccornie che stuzzicano l’acquolina in bocca e fanno alzare glicemia e girovita.
Nessun pericolo. Ve lo abbiamo detto già lo scorso anno. Lasciatevi tentare basta che poi indossiate le scarpe da running e via! A smaltire…
Una fetta di panettone vale 5 chilometri di corsa e allora se proprio non siete uno sportivo pensateci bene. Che panettone sia, ma buono!
Le vetrine ad alto tasso glicemico traggono in inganno. Non vi fate affascinare da confezioni scintillanti, packaging trendy e men che mai dai prodotti industriali impilati all’inverosimile nei supermercati.
Se volete un dolce di Natale dovete solo andare da un artigiano del gusto.
Il calore delle feste infatti non è fatto solo di baci, abbracci, sorrisi, nonne e tortellini. Il panettone è un classico, ma troppo spesso si tralascia l’ultima portata e così come (quasi sempre) un pessimo caffè rovina un buon pasto un panettone sbagliato toglie la poesia delle feste.
L’ultimo sapore è quello che si stampa nella memoria, quello che si chiude per sempre nei cassettini della memoria. E questo tanti lo scordano….
Ecco che allora, girando e cercando, ho trovato non un panettone ma il panettone. Notoriamente mi lascio affascinare dai nomi di moda che piacciono ad alcuni colleghi ma vado a scovare ed ho scovato il meglio a Firenze, paradossalmente, a due passi da casa.
In via Gioberti alla Pasticceria Serafini ho trovato il top. Non solo panettone, da provare anche il pandolce: gustoso panetto bagnato di rum oppure di rum e cioccolato con glassatura.
Un vero panettone (tre varianti: classico, con solo uvetta e al cioccolato) che nasce da un lievito madre di oltre 70 anni che si sveglia coccolato e viziato da mani sapienti ed abili a fine novembre. Mani che lo plasmano con farine selezionate, lo impastano con materie di primissima qualità e canditi senza anidride solforosa. Solo mani sapienti, pazienza e attesa. Nessun macchinario, nessun mixer al servizio di una procedura artigiana che fa partorire un panettone in tre giorni e tre notti.
Il risultato è stupefacente. L’emozione di sapori antichi, un gusto elegante che persiste avvolgendo senza aggredire.
Poco altro da aggiungere. Una tradizione del gusto che si rinnova da oltre 70 anni grazie a custodi sapienti e voglia di dare ancora oggi il meglio, nonostante altre scelte siano più facili e ruffiane.[:en]
di Nadia Fondelli – Si avvicina il Natale e le feste di Capodanno. Inevitabile è farsi travolgere dalle tentazioni dei dolci delle feste.
Panettone, pandori, ricciarelli, torrone. Ma anche cioccolatini e altre leccornie che stuzzicano l’acquolina in bocca e fanno alzare glicemia e girovita.
Nessun pericolo. Ve lo abbiamo detto già lo scorso anno. Lasciatevi tentare basta che poi indossiate le scarpe da running e via! A smaltire…
Una fetta di panettone vale 5 chilometri di corsa e allora se proprio non siete uno sportivo pensateci bene. Che panettone sia, ma buono!
Le vetrine ad alto tasso glicemico traggono in inganno. Non vi fate affascinare da confezioni scintillanti, packaging trendy e men che mai dai prodotti industriali impilati all’inverosimile nei supermercati.
Se volete un dolce di Natale dovete solo andare da un artigiano del gusto.
Il calore delle feste infatti non è fatto solo di baci, abbracci, sorrisi, nonne e tortellini. Il panettone è un classico, ma troppo spesso si tralascia l’ultima portata e così come (quasi sempre) un pessimo caffè rovina un buon pasto un panettone sbagliato toglie la poesia delle feste.
L’ultimo sapore è quello che si stampa nella memoria, quello che si chiude per sempre nei cassettini della memoria. E questo tanti lo scordano….
Ecco che allora, girando e cercando, ho trovato non un panettone ma il panettone. Notoriamente mi lascio affascinare dai nomi di moda che piacciono ad alcuni colleghi ma vado a scovare ed ho scovato il meglio a Firenze, paradossalmente, a due passi da casa.
In via Gioberti alla Pasticceria Serafini ho trovato il top. Non solo panettone, da provare anche il pandolce: gustoso panetto bagnato di rum oppure di rum e cioccolato con glassatura.
Un vero panettone ( tre varianti: classico, che nasce da un lievito madre di oltre 70 anni che si sveglia coccolato e viziato da mani sapienti ed abili a fine novembre. Mani che lo plasmano con farine selezionate, lo impastano con materie di primissima qualità e canditi senza anidride solforosa. Solo mani sapienti, pazienza e attesa. Nessun macchinario, nessun mixer al servizio di una procedura artigiana che fa partorire un panettone in tre giorni e tre notti.
Il risultato è stupefacente. L’emozione di sapori antichi, un gusto elegante che persiste avvolgendo senza aggredire.
Poco altro da aggiungere. Una tradizione del gusto che si rinnova da oltre 70 anni grazie a custodi sapienti e voglia di dare ancora oggi il meglio, nonostante altre scelte siano più facili e ruffiane.[:]
Dic 2, 2015 | Arte e cultura, Firenze
[:it]
di redazione – Si apre venerdì 4 dicembre nelle prestigiose sale del Gabinetto Vieusseux e prosegue nella giornata di sabato 5 dicembre la settimana conferenza annuale della Florence University of The Art (Fua). Il Mediterraneo sarà il protagonista assoluto.
Smentendo la banalità di uno dei luoghi comuni più consunti si può senz’altro dire che non conosce la crisi del settimo anno l’annuale conferenza della Florence Universiry of the Art, entità accademica della Fondazione Palazzi.
Una conferenza internazionale che rappresenta l’evento culturale più significativo dei percorsi accademici di questa speciale scuola internazionale, conosciuta e apprezzata a tutte le latitudini e che ha al centro del suo successo il particolare taglio accademico di stampo americano.
Una conferenza quest’anno che, mettendo al centro il Mediterraneo, fa idealmente da ponte fra passato e futuro, fra culture e religioni diverse ed attualizza forte, oggi più che mai, che il mare Nostrum da sempre unisce e non divide.
Titolo: De Re Mediterranea e patrocinio di numerose autorevoli istituzioni tra cui il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e l’Unione delle Università del Mediterraneo, l’Università degli Studi di Firenze, la Regione Toscana, il Comune di Firenze a testimoniare l’importanza di questa scuola internazionale fondata e voluta dalla fiorentinissima Gabriella Ganugi.
Studiosi di livello internazionale si confronteranno su temi di carattere storico-politico, socio-antropologico, letterario e artistico, religioso.
La conferenza si articolerà su due giornate: venerdì 4 dicembre e sabato 5 dicembre 2015 con inaugurazione venerdì 4 alle 9,30 nella prestigiosa cornice del Gabinetto Vieusseux, in Palazzo Strozzi alla presenza del Presidente del Consiglio Regionale Eugenio Giani e della Presidente della Commissione Cultura del Comune di Firenze Federica Giuliani. I lavori proseguiranno poi alla sede di Fua, Palazzo Bombicci Guicciardini Strozzi, Corso dei Tintori, 21.
In calendario sono previsti anche due eventi collaterali: giovedì 3 dicembre dalle 16:45, nella biblioteca di Corso Tintori 21 si svolgerà la presentazione del volume della dottoressa Simonetta Ferrini, docente di Contemporary Italian Literature dal titolo Making them visible – An Interdisciplinary Approach to Italo Calvino’s Invisible Cities, risultato del progetto di ricerca interdisciplinare realizzato nel 2010 e sviluppato nei semestri successivi in collaborazione con David Weiss e il suo corso di Digital Photography.
Venerdì 4 dicembre alle 18.00, al termine dei lavori della prima giornata presso il Corridoio Fiorentino di Palazzo Doni si inaugurerà la mostra De Re Mediterranea, allestita da docenti e studenti di DIVA, IDEAS e School of Fine Arts. La mostra presenterà dei lavori, interpretazioni degli studenti in forma di fotografie, video, dipinti, disegni, coreografie e altri media sul tema del Mediterraneo.[:en]
di redazione – Si apre venerdì 4 dicembre nelle prestigiose sale del Gabinetto Vieusseux e prosegue nella giornata di sabato 5 dicembre la settimana conferenza annuale della Florence University of The Art (Fua). Il Mediterraneo sarà il protagonista assoluto.
Smentendo la banalità di uno dei luoghi comuni più consunti si può senz’altro dire che non conosce la crisi del settimo anno l’annuale conferenza della Florence Universiry of the Art, entità accademica della Fondazione Palazzi.
Una conferenza internazionale che rappresenta l’evento culturale più significativo dei percorsi accademici di questa speciale scuola internazionale, conosciuta e apprezzata a tutte le latitudini e che ha al centro del suo successo il particolare taglio accademico di stampo americano.
Una conferenza quest’anno che, mettendo al centro il Mediterraneo, fa idealmente da ponte fra passato e futuro, fra culture e religioni diverse ed attualizza forte, oggi più che mai, che il mare Nostrum da sempre unisce e non divide.
Titolo: De Re Mediterranea e patrocinio di numerose autorevoli istituzioni tra cui il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e l’Unione delle Università del Mediterraneo, l’Università degli Studi di Firenze, la Regione Toscana, il Comune di Firenze a testimoniare l’importanza di questa scuola internazionale fondata e voluta dalla fiorentinissima Gabriella Ganugi.
Studiosi di livello internazionale si confronteranno su temi di carattere storico-politico, socio-antropologico, letterario e artistico, religioso.
La conferenza si articolerà su due giornate: venerdì 4 dicembre e sabato 5 dicembre 2015 con inaugurazione venerdì 4 alle 9,30 nella prestigiosa cornice del Gabinetto Vieusseux, in Palazzo Strozzi alla presenza del Presidente del Consiglio Regionale Eugenio Giani e della Presidente della Commissione Cultura del Comune di Firenze Federica Giuliani. I lavori proseguiranno poi alla sede di Fua, Palazzo Bombicci Guicciardini Strozzi, Corso dei Tintori, 21.
In calendario sono previsti anche due eventi collaterali: giovedì 3 dicembre dalle 16:45, nella biblioteca di Corso Tintori 21 si svolgerà la presentazione del volume della dottoressa Simonetta Ferrini, docente di Contemporary Italian Literature dal titolo Making them visible – An Interdisciplinary Approach to Italo Calvino’s Invisible Cities, risultato del progetto di ricerca interdisciplinare realizzato nel 2010 e sviluppato nei semestri successivi in collaborazione con David Weiss e il suo corso di Digital Photography.
Venerdì 4 dicembre alle 18.00, al termine dei lavori della prima giornata presso il Corridoio Fiorentino di Palazzo Doni si inaugurerà la mostra De Re Mediterranea, allestita da docenti e studenti di DIVA, IDEAS e School of Fine Arts. La mostra presenterà dei lavori, interpretazioni degli studenti in forma di fotografie, video, dipinti, disegni, coreografie e altri media sul tema del Mediterraneo.[:]
Dic 2, 2015 | Eventi
[:it]
di redazione – 12,8 milioni di visitatori e 44,4 milioni di presenze nel 2015. Nel 2016 si prevede il superamento del muro dei 45 milioni di presenze e segno il segno più per Cina, India, Usa, Canada, Brasile, Australia. Anche Europa tutta in positivo. Buone perfomance anche su web e social
Nel 2015 in Toscana si sono registrati 12,8 milioni di visitatori e 44,4 milioni di presenze. Dati in crescita rispetto al 2014. In valori assoluti l’aumento è di 288 mila arrivi e 894 mila pernottamenti, con una permanenza media di 3,5 giorni.
Le stime del Centro Studi turistici di Firenze elaborate per Toscana Promozione vedono un rafforzamento degli arrivi dall’estero.
Sono, infatti, 2,6% in più gli stranieri in arrivo mentre è del +2,3% l’incremento delle presenze.
Gli stranieri passano dal 45,1% del 2007 al 53,8% del 2015, ma è in aumento anche il turismo interno con un bel +1,9%.
Quali i settori che attirano di più i turisti?
I principali attrattori risultano essere la campagna (+3,1%), le città d’arte (+2,7%) e il mare (+2,6%). Bene anche la montagna con +1,6% e unico neo le terme che segnano -0,9%.
Nel 2016 il mercato turistico della Toscana è stimato in crescita di +1,5% e potrebbe spingere le presenze turistiche ufficiali fino al livello record dei 45 milioni di pernottamenti.
Continuerà il recupero del mercato italiano e assisteremo inoltre, ad un ulteriore consolidamento del mercato estero stimato al +1,7% mentre stenterà a decollare la destagionalizzazione.
I flussi dagli Stati Uniti e Canada sono attesi in aumento nel 2016 con valori stimati rispettivamente di +2,1% e al +1%. In leggero calo i flussi dal Giappone che segnano un -0,5%; trend di assestamento dalla Russia è stabilità dal Brasile. Stime di aumento per i flussi dalla Cina (+7%) e dall’India (+11%), mentre il tasso di crescita dall’Australia è del +1,5%.
Sia secondo l’European Travel Commission che per il World Travel & Tourism Council, il settore turismo manterrà il segno più da qui al 2020. Anche per la Toscana continuerà ad essere un settore basilare per l’economia. Al 2020 il Centro Studi Turistici stima una crescita media annua del +0,9%.
I maggiori protagonisti saranno i viaggiatori della generazione Millennials che utilizzano il Mobile come strumento principale. La priorità per andare incontro alle loro esigenze sarà quella di modellare i canali di vendita sulle loro abitudini di consumo, che abbia alla base tecnologia e social network. Tra le prime cinque tipologie di prodotti turistici per le quali è prevista una crescita troviamo cultura, enogastronomia, shopping, lusso accessibile e proposte sportive.
Si confermano buone anche le performance della Toscana online. La nostra regione è tra le più seguite online e anche i principali metamotori piazzano la nostra regione sempre tra i primi posti. La Toscana occupa, infatti, il secondo gradino a livello globale tra le regioni italiane per pagine viste (fonte TripAdvisor) e Firenze è la terza destinazione italiana più gettonata dopo Milano e Roma (fonte Trivago).
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di redazione – 12,8 milioni di visitatori e 44,4 milioni di presenze nel 2015. Nel 2016 si prevede il superamento del muro dei 45 milioni di presenze e segno il segno più per Cina, India, Usa, Canada, Brasile, Australia. Anche Europa tutta in positivo. Buone perfomance anche su web e social
Nel 2015 in Toscana si sono registrati 12,8 milioni di visitatori e 44,4 milioni di presenze. Dati in crescita rispetto al 2014. In valori assoluti l’aumento è di 288 mila arrivi e 894 mila pernottamenti, con una permanenza media di 3,5 giorni.
Le stime del Centro Studi turistici di Firenze elaborate per Toscana Promozione vedono un rafforzamento degli arrivi dall’estero.
Sono, infatti, 2,6% in più gli stranieri in arrivo mentre è del +2,3% l’incremento delle presenze.
Gli stranieri passano dal 45,1% del 2007 al 53,8% del 2015, ma è in aumento anche il turismo interno con un bel +1,9%.
Quali i settori che attirano di più i turisti?
I principali attrattori risultano essere la campagna (+3,1%), le città d’arte (+2,7%) e il mare (+2,6%). Bene anche la montagna con +1,6% e unico neo le terme che segnano -0,9%.
Nel 2016 il mercato turistico della Toscana è stimato in crescita di +1,5% e potrebbe spingere le presenze turistiche ufficiali fino al livello record dei 45 milioni di pernottamenti.
Continuerà il recupero del mercato italiano e assisteremo inoltre, ad un ulteriore consolidamento del mercato estero stimato al +1,7% mentre stenterà a decollare la destagionalizzazione.
I flussi dagli Stati Uniti e Canada sono attesi in aumento nel 2016 con valori stimati rispettivamente di +2,1% e al +1%. In leggero calo i flussi dal Giappone che segnano un -0,5%; trend di assestamento dalla Russia è stabilità dal Brasile. Stime di aumento per i flussi dalla Cina (+7%) e dall’India (+11%), mentre il tasso di crescita dall’Australia è del +1,5%.
Sia secondo l’European Travel Commission che per il World Travel & Tourism Council, il settore turismo manterrà il segno più da qui al 2020. Anche per la Toscana continuerà ad essere un settore basilare per l’economia. Al 2020 il Centro Studi Turistici stima una crescita media annua del +0,9%.
I maggiori protagonisti saranno i viaggiatori della generazione Millennials che utilizzano il Mobile come strumento principale. La priorità per andare incontro alle loro esigenze sarà quella di modellare i canali di vendita sulle loro abitudini di consumo, che abbia alla base tecnologia e social network. Tra le prime cinque tipologie di prodotti turistici per le quali è prevista una crescita troviamo cultura, enogastronomia, shopping, lusso accessibile e proposte sportive.
Si confermano buone anche le performance della Toscana online. La nostra regione è tra le più seguite online e anche i principali metamotori piazzano la nostra regione sempre tra i primi posti. La Toscana occupa, infatti, il secondo gradino a livello globale tra le regioni italiane per pagine viste (fonte TripAdvisor) e Firenze è la terza destinazione italiana più gettonata dopo Milano e Roma (fonte Trivago).
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Nov 26, 2015 | Chianti Classico, Enogastronomia
[:it]
di Nadia Fondelli – E’ passato un po’ di tempo dalla scoperta dell’acqua calda dell’organizzazione mondiale della sanità sulla carne rossa che, se mangiata in abbondanza non fa bene e demonizza insaccati e bovini additandoli come le pallottole del tumore al colon.
A tal proposito hanno pontificato esperti e soloni di ogni disciplina e oggi, a bocce più ferme, scendono in campo gli amministratori e gli artigiani del gusto del Chianti in difesa della carne fresca del territorio.
I chiantigiani che sono notoriamente amanti della bistecca non sarà un caso risultano una delle popolazioni più longeve, nonostante la carne rossa.
E allora di dubbi ne vengono e molti.
In Chianti c’è da sempre una cultura dell’alimentazione e la filiera corta non è una parola di moda ma uno stile di vita.
Contrariamente a quanto la società dei consumi ha imposto per anni la qualità deve sempre dominare sulla quantità e i medici devono dirlo bene e devono dire, altrettanto con chiarezza, che la carne rossa non fa male se mangiata in modiche quantità e da filiera corta.
Amministratori, medici e “beccai” del Chianti si sono coalizzati e sono scesi in città – nello specifico nei modaioli spazi del mercato centrale – per gridare forte che la loro carne se mangiata con moderazione e insieme a uno sano stile di vita non fa male.
“Conosciamo personalmente i nostri animali, andiamo a vedere dove crescono, come sono allevati, come vengono macellati e siamo noi ad alzarci alle sei di mattina per andare in bottega a preparare i salumi.” Morando Morandi, macellaio da 57 anni in quel di Tavarnelle val di Pesa e figlio e nipote di macellai è un fiume in piena: “I consumatori devono sapere la differenza che c’è fra una bestia allevata in natura e una in batteria. Si sono mai chiesti come fanno ad essere belli e perfetti certi salami? Come mai la carne viene confezionata in quelle vaschette bianche e con quelle cartine? Come fa certa carne, anche dopo giorni ad essere sempre bella rossa?”
Beh che ci sia differenza fra un hamburger da un euro tutto compreso e quello del macellaio sotto casa era immaginabile ma poco noto al consumatore che la vaschetta e la carta servono per assorbire acqua e liquidi che una carne sana non deve avere, che certi salumi industriale contengono sì e no 10% di suino e tanta chimica e che la carne oltre i tre giorni è inevitabile che diventi nera.
Serve riscoprire la bontà, recuperare l’onore ed esaltare i pregi della carne di qualità. “Questa task force chiantigiana – dichiarano i sindaci Massimiliano Pescini, David Baroncelli, Paolo Sottani, Giacomo Trentanovi – nasce non solo per esprimere un giudizio diverso da quello dell’Oms nel nome della qualità del prodotto, ma vuole salvaguardare le diversità e opporre una sorta di resistenza-gastronomica ai mercati globalizzati.”
Il Chianti risponde così con forza alla scoperta dell’acqua calda con un bel bicchiere di Sangiovese e una bella bistecca!
[:en]di Nadia Fondelli – E’ passato un po’ di tempo dalla scoperta dell’acqua calda dell’organizzazione mondiale della sanità sulla carne rossa che, se mangiata in abbondanza non fa bene e demonizza insaccati e bovini additandoli come le pallottole del tumore al colon.
A tal proposito hanno pontificato esperti e soloni di ogni disciplina e oggi, a bocce più ferme, scendono in campo gli amministratori e gli artigiani del gusto del Chianti in difesa della carne fresca del territorio.
I chiantigiani che sono notoriamente amanti della bistecca non sarà un caso risultano una delle popolazioni più longeve, nonostante la carne rossa.
E allora di dubbi ne vengono e molti.
In Chianti c’è da sempre una cultura dell’alimentazione e la filiera corta non è una parola di moda ma uno stile di vita.
Contrariamente a quanto la società dei consumi ha imposto per anni la qualità deve sempre dominare sulla quantità e i medici devono dirlo bene e devono dire, altrettanto con chiarezza, che la carne rossa non fa male se mangiata in modiche quantità e da filiera corta.
Amministratori, medici e “beccai” del Chianti si sono coalizzati e sono scesi in città – nello specifico nei modaioli spazi del mercato centrale – per gridare forte che la loro carne se mangiata con moderazione e insieme a uno sano stile di vita non fa male.
“Conosciamo personalmente i nostri animali, andiamo a vedere dove crescono, come sono allevati, come vengono macellati e siamo noi ad alzarci alle sei di mattina per andare in bottega a preparare i salumi.” Morando Morandi, macellaio da 57 anni in quel di Tavarnelle val di Pesa e figlio e nipote di macellai è un fiume in piena: “I consumatori devono sapere la differenza che c’è fra una bestia allevata in natura e una in batteria. Si sono mai chiesti come fanno ad essere belli e perfetti certi salami? Come mai la carne viene confezionata in quelle vaschette bianche e con quelle cartine? Come fa certa carne, anche dopo giorni ad essere sempre bella rossa?”
Beh che ci sia differenza fra un hamburger da un euro tutto compreso e quello del macellaio sotto casa era immaginabile ma poco noto al consumatore che la vaschetta e la carta servono per assorbire acqua e liquidi che una carne sana non deve avere, che certi salumi industriale contengono sì e no 10% di suino e tanta chimica e che la carne oltre i tre giorni è inevitabile che diventi nera.
Serve riscoprire la bontà, recuperare l’onore ed esaltare i pregi della carne di qualità. “Questa task force chiantigiana – dichiarano i sindaci Massimiliano Pescini, David Baroncelli, Paolo Sottani, Giacomo Trentanovi – nasce non solo per esprimere un giudizio diverso da quello dell’Oms nel nome della qualità del prodotto, ma vuole salvaguardare le diversità e opporre una sorta di resistenza-gastronomica ai mercati globalizzati.”
Il Chianti risponde così con forza alla scoperta dell’acqua calda con un bel bicchiere di Sangiovese e una bella bistecca!
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Nov 24, 2015 | Chianti Classico, Enogastronomia
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di Nadia Fondelli – Entra prepotentemente fra le pagine della guida “Vigne e Vignaioli d’Italia” il Gold Label de I Balzini. Il sogno di Antonella d’Isanto divenuto splendida realtà.
E’ passata almeno una decina di anni da quando, per la prima volta mi sono trovata davanti ai cancelli dell’azienda vinicola I Balzini.
Ero geograficamente nel cuore del Chianti Classico con affaccio su una splendida angolazione di paesaggio che apre davanti agli occhi, dall’alba al tramonto, un infinito emozionarsi di luci e colori che si rincorrono fra vigne e uliveti fino lassù, oltre la vallata, dove senza foschia e un po’ di fortuna si può scorgere anche le torri di San Gimignano.
I Balzini mi avevano attratto per la loro attenzione alle pratiche gentili per il pianeta. Ero lì perchè avevo letto che imbottigliavano in bordolesi più leggere di vetro e scorie. Il loro vino però, in contrasto all’ortodossia chiantigiana snob, m’incuriosiva perché trovarsi nel Chianti Classico al cospetto di un azienda che ignora il Sangiovese era quantomeno da indagare.
E così ho conosciuto e mi sono fatta affascinare dai vini de I Balzini ancor prima – a proposito di indagare – dell’investigatore fiorentino Bordelli che il giallista fiorentino Marco Vichi fa approdare proprio in questi 13 ettari nel suo “Fantasmi dal passato”.
Forse anche il celebre scrittore cercava uno spunto fatto sta che, dopo aver varcato quel cancello e conosciuto Antonella D’Isanto tutto cambia.
Inevitabile farsi travolgere dal suo amore per ciò che fa. Inevitabile sedersi ad ascoltarla davanti a un buon bicchiere e scoprire che l’azienda, che festeggia i suoi 35 anni, fu fondata dal marito Vincenzo, commercialista nel 1980.
Lui con le prime diecimila lire guadagnate comprò una bottiglia di vino per festeggiare e fu così che s’innamorò del nettare di Bacco fino a decidere, dopo aver accumulato un po’ di diecimila lire, di acquistare un’azienda. Un azzardo ai tempi in cui il Chianti e la campagna erano solo un desolato ricordo e un inimmaginabile futuro.
Si affidò al più grande conoscitore di Sangiovese, Giulio Gambelli che senza giri di parole disse che fra quel tufo era impensabile far crescere il vitigno di Toscana per eccellenza. Serviva altro, serviva il coraggio e l’azzardo di piantare vitigni internazionali capaci di andare a fondo nel terreno fino ad abbracciare quei fossili di conchiglie e sali minerali di cui quella terra è ricca.
E così hanno fatto Antonella e Vincenzo e nel 1991 è nato il loro primo vino. Oggi le etichette sono sei e tutti vini rossi: White Label, Black Label, Red Label, Green Label, Pink Label e Gold Label.
L’ultimo nato, il figlio cercato e voluto da Antonella, che nel frattempo ha abbandonato un lavoro tranquillo in ufficio per dedicarsi alla cantina, è proprio il Gold Label nato per festeggiare i 35 anni e in poco tempo divenuto un caso di successo dell’enologia italiana.
Gli occhi di Antonella quando ne parlano brillano di una luce speciale e anche se non hai ancora avuto il piacere di berlo non puoi che crederle.
Il suo dorato Merlot in purezza conta di sole 360 bottiglie e 250 magnum e ha fatto innamorare addirittura lo scettico sommelier campione del mondo Luca Gandini che lo ha seguito in ogni sua fase e lo ha voluto nel suo “Vini e Vignaioli d’Italia 2016”.
Il sogno visionario di Antonella D’Isanto si è realizzato col coraggio di decidere la bassissima resa di un chilogrammo per pianta per ottenere, riuscendoci, il meglio. Il sogno visionario di una donna che non a caso lavora fianco a fianco con altre due donne: la figlia Diana e l’enologa Barbara Tamburini.
Il Merlot d’oro de I Balzini entra così, ed è in eccellente compagnia, in questa guida senza voti che racconta attraverso il vino la storia, spesso particolarissima di duecento uomini e donne innamorati del vino.
Storie di giovani contadini 2.0 che tornano alla terra e figli e nipoti di storici e nobili casati. Mondi diversi che s’intrecciano e incrociano fra pagine che scorrono via bene e che magari fanno storcere la bocca ai puristi.
Uno studioso che ha resuscitato un vecchio palmento sull’Etna, i fratelli campioni del Sauvignon friulano, la signora dell’Amarone che vive come un’artigiana del Rinascimento, il grande produttore che abbatte le case per esaltare il paesaggio, l’eretico della Franciacorta protagonista di un racconto giallo, l’enologo che pianta le viti sulle mura di un castello, l’ex studente che cura le piante di alcune isole della laguna veneziana, l’ex manager che ha lanciato la più piccola doc d’Italia.
E’ davvero in buona compagnia Antonella, una delle cinque new entry della Toscana che vorremo solo sia nota ed apprezzata per l’unicità dei suoi prodotti, per la passione che mette nel suo lavoro, per le tante idee che sprigiona dalla sua genialità, per la godibilità della sua compagnia in azienda con affaccio vigne.
Definirla solo come la creatrice del Merlot più caro del mondo è riduttivo e non gli rende giustizia. Il suo Gold Label è tanto e molto di più di quanto si possa pensare.
“Vignaioli e vini d’Italia” di Luciano Ferraro e Luca Gardini è in edicola dal 26 ottobre a 12,90 euro nei principali store in versione ebook a 7,99 euro.
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di Nadia Fondelli – Entra prepotentemente fra le pagine della guida “Vigne e Vignaioli d’Italia” il Gold Label de I Balzini. Il sogno di Antonella d’Isanto divenuto splendida realtà.
E’ passata almeno una decina di anni da quando, per la prima volta mi sono trovata davanti ai cancelli dell’azienda vinicola I Balzini.
Ero geograficamente nel cuore del Chianti Classico con affaccio su una splendida angolazione di paesaggio che apre davanti agli occhi, dall’alba al tramonto, un infinito emozionarsi di luci e colori che si rincorrono fra vigne e uliveti fino lassù, oltre la vallata, dove senza foschia e un po’ di fortuna si può scorgere anche le torri di San Gimignano.
I Balzini mi avevano attratto per la loro attenzione alle pratiche gentili per il pianeta. Ero lì perchè avevo letto che imbottigliavano in bordolesi più leggere di vetro e scorie. Il loro vino però, in contrasto all’ortodossia chiantigiana snob, m’incuriosiva perché trovarsi nel Chianti Classico al cospetto di un azienda che ignora il Sangiovese era quantomeno da indagare.
E così ho conosciuto e mi sono fatta affascinare dai vini de I Balzini ancor prima – a proposito di indagare – dell’investigatore fiorentino Bordelli che il giallista fiorentino Marco Vichi fa approdare proprio in questi 13 ettari nel suo “Fantasmi dal passato”.
Forse anche il celebre scrittore cercava uno spunto fatto sta che, dopo aver varcato quel cancello e conosciuto Antonella D’Isanto tutto cambia.
Inevitabile farsi travolgere dal suo amore per ciò che fa. Inevitabile sedersi ad ascoltarla davanti a un buon bicchiere e scoprire che l’azienda, che festeggia i suoi 35 anni, fu fondata dal marito Vincenzo, commercialista nel 1980.
Lui con le prime diecimila lire guadagnate comprò una bottiglia di vino per festeggiare e fu così che s’innamorò del nettare di Bacco fino a decidere, dopo aver accumulato un po’ di diecimila lire, di acquistare un’azienda. Un azzardo ai tempi in cui il Chianti e la campagna erano solo un desolato ricordo e un inimmaginabile futuro.
Si affidò al più grande conoscitore di Sangiovese, Giulio Gambelli che senza giri di parole disse che fra quel tufo era impensabile far crescere il vitigno di Toscana per eccellenza. Serviva altro, serviva il coraggio e l’azzardo di piantare vitigni internazionali capaci di andare a fondo nel terreno fino ad abbracciare quei fossili di conchiglie e sali minerali di cui quella terra è ricca.
E così hanno fatto Antonella e Vincenzo e nel 1991 è nato il loro primo vino. Oggi le etichette sono sei e tutti vini rossi: White Label, Black Label, Red Label, Green Label, Pink Label e Gold Label.
L’ultimo nato, il figlio cercato e voluto da Antonella, che nel frattempo ha abbandonato un lavoro tranquillo in ufficio per dedicarsi alla cantina, è proprio il Gold Label nato per festeggiare i 35 anni e in poco tempo divenuto un caso di successo dell’enologia italiana.
Gli occhi di Antonella quando ne parlano brillano di una luce speciale e anche se non hai ancora avuto il piacere di berlo non puoi che crederle.
Il suo dorato Merlot in purezza conta di sole 360 bottiglie e 250 magnum e ha fatto innamorare addirittura lo scettico sommelier campione del mondo Luca Gandini che lo ha seguito in ogni sua fase e lo ha voluto nel suo “Vini e Vignaioli d’Italia 2016”.
Il sogno visionario di Antonella D’Isanto si è realizzato col coraggio di decidere la bassissima resa di un chilogrammo per pianta per ottenere, riuscendoci, il meglio. Il sogno visionario di una donna che non a caso lavora fianco a fianco con altre due donne: la figlia Diana e l’enologa Barbara Tamburini.
Il Merlot d’oro de I Balzini entra così, ed è in eccellente compagnia, in questa guida senza voti che racconta attraverso il vino la storia, spesso particolarissima di duecento uomini e donne innamorati del vino.
Storie di giovani contadini 2.0 che tornano alla terra e figli e nipoti di storici e nobili casati. Mondi diversi che s’intrecciano e incrociano fra pagine che scorrono via bene e che magari fanno storcere la bocca ai puristi.
Uno studioso che ha resuscitato un vecchio palmento sull’Etna, i fratelli campioni del Sauvignon friulano, la signora dell’Amarone che vive come un’artigiana del Rinascimento, il grande produttore che abbatte le case per esaltare il paesaggio, l’eretico della Franciacorta protagonista di un racconto giallo, l’enologo che pianta le viti sulle mura di un castello, l’ex studente che cura le piante di alcune isole della laguna veneziana, l’ex manager che ha lanciato la più piccola doc d’Italia.
E’ davvero in buona compagnia Antonella, una delle cinque new entry della Toscana che vorremo solo sia nota ed apprezzata per l’unicità dei suoi prodotti, per la passione che mette nel suo lavoro, per le tante idee che sprigiona dalla sua genialità, per la godibilità della sua compagnia in azienda con affaccio vigne.
Definirla solo come la creatrice del Merlot più caro del mondo è riduttivo e non gli rende giustizia. Il suo Gold Label è tanto e molto di più di quanto si possa pensare.
“Vignaioli e vini d’Italia” di Luciano Ferraro e Luca Gardini è in edicola dal 26 ottobre a 12,90 euro nei principali store in versione ebook a 7,99 euro.
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