Mar 26, 2026 | Enogastronomia
Ha attraversato secoli, mode e confini senza mai perdere il suo fascino: il Vermouth, uno dei simboli della cultura del bere italiano, sta vivendo in questi ultimi tempi una seconda giovinezza, tornando a essere uno dei protagonisti indiscussi dell’aperitivo all’italiana.
Liscio, con ghiaccio e una scorza d’arancia o miscelato, il Vermouth si è ripreso il suo posto d’onore di re della mixology, come certificato dall’analisi del sell-out Horeca elaborata da Data Warehouse del consorzio CDA che vede il Vermouth crescere nel 2025 del +9,39% in termini di valore e del +10,41% in termini di volume.
All’indomani del World Vermouth Day, che si è celebrato in tutto il mondo il 21 marzo, ecco una selezione di vini aromatizzati prodotti nel nostro Paese, e non solo, che ben esprimono la capacità del Vermouth di rinnovarsi e di essere contemporaneo senza perdere il legame con le sue origini e la tradizione artigianale.
Doragrossa. Vermouth di Torino superiore rosso Barolo – Piemonte
Un mosaico di aromi, tra spezie, fiori, frutti, bacche, radici, foglie, legni e semi che donano la propria impronta, irripetibile e mutevole, plasmata dal terroir, dal tempo e dalle stagioni.
Il Vermouth di Torino Superiore Rosso Barolo di Doragrossa (azienda che omaggia l’arte liquoristica della città della Mole) è caratterizzato da un’armonia assoluta di ingredienti che rispetta i principi antichi e semplici, lasciando che la tradizione, la natura e il tempo si esprimano al meglio.
Unendo in un unico respiro il carattere del Nebbiolo e del Barolo e la poesia delle botaniche, Doragrossa ha creato un gioco infinito di profumi, colori e sapori; un insieme aromatico e vinoso, fine ed equilibrato, che evolve continuamente una volta versato nel bicchiere.
La struttura del vino incontra i tratti amaricanti dell’assenzio, della china e della genziana e si impreziosisce di quelli agrumati e freschi dell’arancia e dell’angelica, con note di chiodi di garofano e di frutti a bacca rossa. Nel finale, la setosa astringenza dei tannini e la moderata acidità prolungano il piacere e invitano a godere di un nuovo sorso.
Prezzo: da 40 euro (distribuito da Proposta Spirits)
Glep beverages Vermouth rosso vandalo – Piemonte
Prodotto con botaniche ancora oggi raccolte a mano sulle Alpi Marittime e Occitane (cannella, garofano, china, cardamomo, zenzero, vaniglia, rabarbaro, cacao, assenzio gentile), infuse in vino bianco e unite a spezie, il Vermouth Rosso Vandalo di Glep Beverages, boutique distillery del lago d’Orta, è sfacciato, risoluto e imbattibile nella miscelazione.
Intenso al naso, con sentori esotici, toni vanigliati e cenni di spezie orientali, in bocca è deciso, speziato, vigoroso e piacevole. Diretto e molto gastronomico, è perfetto da abbinare a Gorgonzola, formaggi erborinati e cioccolato.
Prezzo: 25 euro
Seri Pervas Vermut – Friuli Venezia Giulia
Arriva da Trieste il Vermouth firmato Seri Pervas, progetto nato per omaggiare il territorio e il passato commerciale ed imperiale della città.
Materie prime locali e produzione artigianale sono le peculiarità di questa realtà che ritroviamo anche nel Vermouth prodotto con Malvasia istriana, Terrano istriano, assenzio, rabarbaro ed erbe del Carso.
Al naso le note vinose di Malvasia e Terrano sono ben accompagnate da quelle più calde della santoreggia, del rabarbaro e della corteccia di china, equilibrate da quelle più fresche del chinotto e della salvia.
Al palato, l’iniziale impatto dolce viene subito spezzato dalla rotondità del rabarbaro e dalle note amaricanti erbacee dell’assenzio e del tarassaco, unite a quelle più terrose della genziana, mentre nel finale rimangono note calde di fiori di sambuco e note speziate di santoreggia. Ideale dall’aperitivo al fine pasto.
Prezzo: 27,50 euro (distribuito da Proposta Spirits)
Paltrinieri, vermouth verso – Emilia Romagna
Il primo Vermouth di Lambrusco di Sorbara nasce dallo spirito innovativo e sperimentale di Paltrinieri, cantina modenese che ha raggiunto il secolo di storia.
Realizzato a partire da loro Lambrusco rosato Leclisse con l’aggiunta di radici, frutti e aromi naturali di spezie, questo Vermouth spicca per il suo colore rosa brillante e il suo gusto delicato e molto pulito: l’acidità e la nota fruttata del Lambrusco sostengono l’alcolicità e amplificano le sensazioni officinali della parte liquorosa, arrivando al perfetto equilibrio tra freschezza e aromaticità.
Un Vermouth pensato da bere da solo, fresco o con l’aggiunta di ghiaccio, ma ottimo anche per la miscelazione più ricercata.
Prezzo: 34,50 euro (distribuito da Proposta Spirits)
Opificio Numquam vermouth bianco di Prato – Toscana
Il Vermouth Bianco di Prato affonda le sue radici nell’antica tradizione contadina: prodotto dalle massaie con uva bianca non ancora matura ed erbe raccolte nei campi veniva servito come aperitivo o digestivo durante le feste natalizie.
Una lavorazione eseguita rigorosamente a mano, anche oggi, secondo l’antica ricetta del 1750: in un ottimo vino bianco toscano vengono messe a macerare erbe aromatiche, officinali spontanee e spezie come Enula campana, genziana, galanga, cannella, calamo aromatico, chiodi di garofano, centaurea, assenzio pontico e romano, coriandolo, noce moscata, bucce di limone e di arancia dolce e amara.
Il risultato è un Vermouth di colore giallo carico leggermente ambrato, dal sapore dolciastro con una nota di acidulo e un retrogusto piacevolmente amarognolo, accompagnato da un profumo molto intenso speziato e fruttato.
Da bere fresco come aperitivo, come fine pasto insieme alla biscotteria, ma anche con cioccolato o formaggi erborinati non troppo sapidi.
Prezzo: 21,50 euro (distribuito da Proposta Spirits)
Giochi di spiaggia vermouth rosso – Toscana
Creare spiriti capaci di raccontare il territorio senza perdere leggerezza è l’obiettivo con cui è nato il Giochi di Spiaggia, realtà toscana dedita alla produzione liquoristica artigianale.
Tra le sue referenze spicca il Vermouth Rosso, ottenuto da vino toscano, botaniche di macchia mediterranea, spezie e scorze di agrumi. Morbido e balsamico, racconta la macchia mediterranea con equilibrio e grande bevibilità: perfetto da solo con ghiaccio o con una spruzzata di selz, è ideale per un Negroni, un Americano o come dolce dopocena, abbinato magari a una frolla o al tiramisù.
Prezzo: 31,90 euro (distribuito da Proposta Spirits)
Poderi San Lazzaro vermouth di Offida – Marche
Nel cuore del Rosso Piceno Superiore, tra l’Adriatico e gli Appennini, Poderi San Lazzaro produce un Vermouth vinificando in rosato uve Grenache provenienti dai vigneti di Offida.
Di color rosa mattone, si apre al naso con decise note di genziana, rabarbaro e scorze di arancia, mentre in bocca è di grande impatto: caldo e armonico con un perfetto equilibrio tra la parte amaricante e quella più dolce.
La freschezza ne sostiene il sorso, bilanciandolo ottimamente. Un elegante e raffinato dopocena.
Prezzo: 31,90 euro (distribuito da Proposta Spirits)
Etna twist, Etna vermout – Sicilia
Un vintage italiano dal sapore mediterraneo, una delicata miscela di fiori di camomilla e scorza d’arancia: Etna Vermuth è intenso, ricco e complesso, con piacevoli tocchi speziati e delicate note erbacee (camomilla e liquirizia su tutti), perfettamente bilanciati da un retrogusto amaricante.
Vellutato e avvolgente al palato presenta un’intensità e una persistente aromaticità, con una nota amara nel finale, tipica della scorza d’arancia matura, in perfetto equilibrio con la sensazione di dolcezza.
Perfetto per dare un twist ai cocktail più iconici, dall’Americano al Negroni, dal Boulevardier al Martinez.
Prezzo: 24 euro (distribuito da Proposta Spirits)
Ferdinand’s vermouth dry – Germania
Nasce nella regione della Saar, patria di alcuni dei Riesling più rinomati, il Vermouth Dry di Ferdinand’s: l’ampio pendio esposto a sud del Saarburger Rausch, il suo terreno accidentato di scisto devoniano e il clima fresco costituiscono la base perfetta per questo Vermouth.
Dodici le botaniche selezionate, tra cui assenzio, levistico e cipolla di vigna di produzione propria, a cui si aggiunge un Riesling Grand Cru d’annata: il risultato è un prodotto dal carattere floreale e speziato allo stesso tempo, con note di erbe e fiori regionali, che offre un piacere di bere supremo.
Prezzo: 30 euro (distribuito da Proposta Spirits)
Dos Deus, hades red smoked vermouth – Spagna
Un Vermouth affumicato unico sul mercato: Hades Red Smoked Vermouth di Dos Deus, marchio spagnolo nel cuore del Priorat che ha fatto dell’innovazione la sua cifra stilistica, si ispira ai whisky Islay, che utilizzano la torba per affumicare il malto, e al bourbon americano raffinato in botti extra tostate.
Un Vermouth ottenuto da uve Macabeo, Xarello e Parellada, che colpisce con una complessità aromatica senza precedenti: elegantemente intenso e strutturato, vanta un grande equilibrio tra le 17 erbe e spezie che lo caratterizzano (noce moscata, chiodi di garofano, cumino e buccia d’arancia in particolare) e le note floreali di legna e di fumo. Il finale è vibrante e fresco, lungo, molto dolce, erbaceo e piccante.
Prezzo: 28 euro (distribuito da Proposta Spirits)
Mar 25, 2026 | Enogastronomia
Sul Monte Rosa, anche la cucina segue il paesaggio: si trasforma, si mescola, cambia ritmo e identità da una valle all’altra. Ed è proprio questa varietà a renderla così affascinante.
Qui il gusto non è mai uguale a sé stesso, ma nasce dall’incontro tra territori, memorie e culture che convivono ai piedi di uno dei massicci più iconici delle Alpi.
Tra Valle d’Aosta e Piemonte, con la Svizzera appena oltre il profilo delle cime, il Monte Rosa disegna una geografia del sapore fatta di passaggi, contaminazioni e storie sedimentate nel tempo. È una cucina che parla più lingue, che cambia da paese a paese e spesso persino da casa a casa, mantenendo però un filo comune: quello dell’autenticità. Perché se in montagna la varietà gastronomica è spesso la regola, sul Monte Rosa questa ricchezza si amplifica grazie a una natura profondamente di confine. Da un lato le oltre quindici vette che superano i 4.000 metri, dall’altro un mosaico di territori che si apre tra Valle d’Aosta e l’alto Vercellese.
Nasce così una tavola viva, sfaccettata e sincera, capace di raccontare il territorio con più immediatezza di qualsiasi definizione.

Prima che a tavola, la varietà comincia nel parlato
Per chi è nato qui, questa natura transfrontaliera vuol dire, ad esempio, dover addomesticare e masticare, prima ancora del cibo che arriva in tavola, una moltitudine di lingue e varietà dialettali degne di una proverbiale torre di Babele.
L’italiano, naturalmente, ma anche il francese, lingua co-ufficiale e parificata della Valle d’Aosta; il patois franco-provenzale che i valdostani delle Valli d’Ayas e Gressoney parlano principalmente in famiglia, un po’ come il piemontèis (da leggersi piemUntèis!) della Valsesia; e poi ci sono le parlate germaniche dei walser, il popolo proveniente dal Canton Vallese e stabilitosi ai piedi del Rosa a partire dal XII secolo. Ma anche queste cambiano, a seconda delle valli e delle località in cui i walser vennero ad abitare: a Gressoney–Saint–Jean (AO), ad esempio, si parla titsch, ad Alagna Valsesia (VC) si parla titzschu e ancora, a Issime (AO), il töitschu.

Dal parlato al palato: la cucina del Monte Rosa è un coro poliglotta
Oltre che le varietà linguistiche, le diverse voci che caratterizzano un territorio come quello del Monte Rosa si riflettono anche e inevitabilmente su quello che finisce sulle tavole dei locali e degli ospiti. Come altrove – e forse anche più che altrove – in queste valli la cucina, oltre che nutrimento, è anche memoria, accoglienza e racconto.
Tra le pendici del Monte Rosa, ogni piatto nasce infatti da un equilibrio antico tra la vita di montagna, il ritmo delle stagioni e le risorse del territorio. Tra la Valsesia e le valli di Gressoney e d’Ayas i sapori si intrecciano con la storia del popolo walser e delle comunità alpine che da secoli abitano queste montagne.
Qui la cucina è un patrimonio vivo: semplice, genuina e profondamente legata alla terra dal profumo del burro fuso sulla polenta al gusto deciso dei formaggi d’alpeggio.

spezzatino di cervo
Vivere la montagna anche a tavola
Nonostante le differenze, esiste un filo conduttore che lega le tre valli del Monterosa: l’amore per una cucina schietta, sincera e profondamente radicata nella cultura alpina.
Ovunque ci si trovi, ritornano valori comuni: il rispetto per i prodotti della terra, la stagionalità, i gesti tramandati nelle case da generazioni. La polenta concia fumante, i formaggi d’alpeggio, i salumi stagionati e i dolci rustici accompagnano da generazioni la vita di montagna e raccontano un’identità comune, pur declinata con accenti diversi di valle in valle, di villaggio in villaggio, di famiglia in famiglia.
La cucina diventa così una chiave privilegiata per conoscere il territorio: un viaggio nel gusto, nella tradizione e nell’ospitalità autentica delle genti di montagna. Valsesia, Gressoney, Ayas: tre identità gastronomiche diverse, unite dalla stessa anima alpina.

agnello scottato
Alta Valsesia: la tradizione walser
In Alta Valsesia, la tradizione walser ha dato vita a una cucina semplice e ingegnosa, costruita su pochi ingredienti essenziali. È una gastronomia che ha saputo trasformare patate, burro, formaggi e ortaggi di montagna in ricette ricche di gusto, valorizzando prodotti locali e stagionalità. Tra i piatti da non perdere:
– Le miacce valsesiane. Sottili cialde cotte su piastre di ferro, simili a crepes rustiche, preparate con farina, latte e uova. Possono essere dolci o salate, farcite con toma, salumi o miele. Un tempo erano il “pane caldo” dei pastori; oggi rappresentano una delle icone gastronomiche di Alagna.
– I capuneit. Involtini di biete o verze ripieni di pane raffermo, pasta di salame, burro e timo: un piatto saporito e nutriente, perfetto nelle fredde giornate di montagna.
– Le patate masarai. Patate e porri cotti lentamente e amalgamati con latte e burro fino a ottenere una consistenza cremosa: una ricetta semplice, tipica della cucina contadina.
– La torta di Alagna. Preparata con farina bianca, farina di mais, cipolle, salame, burro, toma e mele. In passato veniva cotta lentamente nel camino, coperta di brace: un gesto che racconta la vita quotidiana delle case walser.
– I formaggi d’alpeggio sono tra i protagonisti della tavola: la Toma Valsesiana dal sapore intenso, il burro e la panna freschi, insieme a segale, patate e insaccati come pancette e salami. Ingredienti semplici che danno vita a una cucina di montagna autentica, ancora oggi presente nei rifugi, nelle locande e nelle feste di paese dell’Alta Valsesia.

tagliere di affettati
Gressoney e la Valle del Lys: sapori walser e cucina di montagna
Nella Valle del Lys la tradizione walser incontra la cucina alpina più autentica. I piatti raccontano una vita semplice e genuina, fatta di ingredienti locali, cotture lente e sapori profondamente legati alla storia del territorio. Tra le specialità più rappresentative:
– Spezzatino di montagna. Cotto lentamente con carne di manzo o vitello, vino rosso, cipolla, carote e patate. Le verdure si disfano durante la cottura creando una salsa ricca e profumata, spesso arricchita da ginepro e chiodi di garofano.
– Bugie di Alys. Dolcetti fritti croccanti, simili alle chiacchiere, preparati con farina, burro, uova, zucchero, limone e un goccio di grappa. Tradizionali del Carnevale, oggi sono presenti in molte feste e mercatini.
– Chnéffléne. Piccoli gnocchetti di farina e uova della tradizione walser, spesso serviti con panna, speck o toma locale: un piatto semplice e confortante, perfetto dopo una giornata tra boschi e sentieri.
Come non ricordare, infine, la regina casearia della valle, la toma di Gressoney prodotta da secoli in alpeggi come Loo, Montil, Lavez e Courtlys con la stessa gestualità. In particolare, la toma di Gressoney si produce a partire dal latte vaccino che viene parzialmente scremato con la tecnica dell’affioramento: il latte munto alla sera viene lasciato riposare in recipienti di rame fino al mattino successivo permettendo così alla parte più grassa, la panna, di risalire in superficie ed essere asportata con un largo cucchiaio di legno. Il latte residuo è impiegato per preparare la toma e in questo modo non si butta, davvero, via niente.

celebri formaggi valdostani
Champoluc e la Val d’Ayas: il gusto della cucina valdostana
La cucina della Val d’Ayas rappresenta una delle espressioni più autentiche della tradizione gastronomica valdostana. Protagonista assoluta è la Fontina DOP, il formaggio simbolo della regione, utilizzato in numerosi piatti di montagna. Accanto alla fontina troviamo il Fromadzo DOP, burro fresco, erbe aromatiche dei pascoli e carni locali che raccontano la vita negli alpeggi. Tra le specialità da assaggiare:
– Polenta concia. Regina delle tavole alpine, preparata con farina di mais, burro e toma locale, alternati fino a formare una crosticina dorata in superficie. Un piatto sostanzioso, ideale dopo una giornata all’aria aperta.
– Seupa alla Valdostana. Una zuppa gratinata preparata con pane di segale, fontina, cavolo verza e burro: un piatto ricco e confortante.
– Carbonada valdostana. Spezzatino di carne cotto nel vino rosso con cipolle e spezie, spesso servito con polenta.
– Tegole valdostane. Biscotti sottili e croccanti a base di mandorle, perfetti con un caffè o una cioccolata calda.
Molti ristoranti e rifugi della valle propongono menu basati su prodotti locali provenienti dagli alpeggi circostanti.
Mar 24, 2026 | Enogastronomia
Dal 27 marzo al 10 aprile 2026, in Valle dei Laghi e a Trento, la sedicesima edizione dell’evento dedicato al Vino Nosiola e al Vino Santo. DiVinNosiola è il primo del quattro appuntamenti pensati per raccontare i vini del Trentino.
Dal silenzio delle arèle, carezzate dall’Ora che soffia dal lago di Garda, al tramestio della spremitura.
Divin Nosiola non è un semplice evento dedicato alla Nosiola e al Vino Santo, uno dei pochi vini al mondo ad essere stato riconosciuto come presidio Slow Food. È un rito, che ogni primavera celebra il principale vitigno autoctono a bacca bianca del Trentino.
Questa sedicesima edizione, in Valle dei Laghi e a Trento dal 27 marzo al 10 aprile 2026, presenta un’importante novità: sarà il primo evento della rassegna sui vini identitari del territorio. Quattro appuntamenti, da marzo a ottobre, per raccontare e degustare i vini del Trentino: DivinNosiola, Mostra del Teroldego Rotaliano (22-24 maggio), Rassegna del Müller Thurgau (3-5 luglio), La vigna eccellente (1-4 ottobre).

Nel 2026 DiVinNosiola incontra la Romagna
Quest’anno DiVinNosiola si amplia e ospita i produttori di un altro vino autoctono nazionale: l’Albana di
Romagna. Due gli appuntamenti da segnare in calendario: venerdì 27 marzo, masterclass “Dal Trentino
alla Romagna” alla Cantina Pravis di Lasino dalle 17.00 alle 19.30 (costo 30 euro, iscrizione obbligatoria) e, sempre venerdì 27 marzo, “Sapori&Saperi, una cena dal sapore autoctono”, con abbinamenti tra Romagna e Valle dei Laghi. Ore 20.00, presso la cantina f.lli Pisoni a Pergolese (60 euro, iscrizione obbligatoria).
Anche per l’edizione 2026 torna il “Nosiola Express – Il trenino del Vino Santo”. La partenza è lunedì 6 aprile alle 9.30 dal parcheggio in località Sarche per un percorso in 4 tappe lungo le cantine del Trentino, per degustare la Nosiola e il Vino Santo, accompagnati da piatti della tradizione trentina. Il rientro è previsto per le 18.30 (60 euro, prenotazione obbligatoria).
Per chi ama camminare ci sono le escursioni tra i vigneti: “IN CAMMINO TRA I COLTIVI DI NOSIOLA E
GLI OLIVI SECOLARI”, domenica 29 marzo con partenza alle 9.00 dalla Cantina Gino Pedrotti a Cavedine al Lago (15 euro, prenotazione obbligatoria); “Lungo il sentiero della Nosiola”, sabato 4 aprile con partenza alle 14.00 dalla Casa Caveau del Vino Santo a Padergnone (gratuito);
Sabato 28 marzo la cantina f.lli Pisoni ospita tre appuntamenti: dalle 10.00 alle 10.30 la tavola rotonda “I vini autoctoni motore di sviluppo dell’enoturismo” (ingresso libero); dalle 12.30 alle 14.30 “Gourmet experience”, showcooking con lo chef Giada Miori, titolare del Ristorante La Casina di Drena (30 euro, prenotazione obbligatoria); dalle 14.30 alle 19.00 “Di vino e di sapori, degustazione alla Nosiola” (15 euro, prenotazione consigliata). Domenica 29 marzo è il giorno dedicato al Rito della Spremitura, guidato dalla Confraternita della Vite e del Vino di Trento che nominerà tre nuovi confratelli con la partecipazione del giornalista e scrittore Walter Nicoletti (Cantina Gino Pedrotti a Cavedine al Lago, ingresso libero).
Due gli appuntamenti al Palazzo Roccabruna di Trento: la masterclass “Dalla Nosiola al Vino Santo”, mercoledì 1° aprile alle 18.00 (25 euro, prenotazione obbligatoria) e “Il Trentino è servito”, esperienza riservata agli operatori del settore enogastronomico, lunedì 23 marzo, dalle 15.00 alle 18.00.
Si chiude venerdì 10 aprile alla Cantina Francesco Poli, ore 19.30, con “Una relazione pericolosa”, cena- degustazione con abbinamenti insoliti e originali. (60 euro, prenotazione obbligatoria)
Programma completo, info e prenotazioni: Associazione Vignaioli del Vino Santo Trentino (tel.
3493365446) e APT Garda Trentino.

Il primo appuntamento di Vini di Montagna
DiVinNosiola è il primo degli appuntamenti della rassegna dedicata ai vitigni identitari trentini: Nosiola,
Teroldego Rotaliano, Müller Thurgau e Marzemino. Quattro eventi in luoghi diversi, testimoni della varietà del paesaggio trentino, di cui i vigneti costituiscono una parte essenziale.
Dai campi pianeggianti sul Lago di Garda ai muretti a secco, testimoni dell’agricoltura eroica della Valle di Cembra. Si comincia con DiVinNosiola e poi, dal 22 al 24 maggio, la Piana Rotaliana Königsberg ospita
la “Mostra del Teroldego Rotaliano”. In estate in Valle di Cembra torna la “Rassegna del Müller Thurgau”
(3-5 luglio), mentre l’autunno è dedicato al Marzemino con “La vigna eccellente”, a Isera dall’1 al 4
ottobre.

Dalle arèle alla Spremitura – il rito del Vino Santo Trentino
DiVinNosiola nasce con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio culturale della Valle dei Laghi, profondamente legato alla produzione del Vino Nosiola e del Vino Santo Trentino. Si tratta di due diverse espressioni di vinificazione della Nosiola, l’unico vitigno autoctono a bacca bianca del Trentino.
La produzione del Vino Santo Trentino segue un rituale antico e rigoroso, le cui origini risalgono al XVI secolo e che oggi continua a essere custodito dall’Associazione Vignaioli del Vino Santo. I migliori grappoli di Nosiola, raccolti nel mese di ottobre, vengono posti ad appassire su graticci chiamati arèle, collocati in soffitte arieggiate e riparate. Il lungo processo di appassimento naturale è favorito dalla ventilazione costante garantita dall’Ora, il vento che soffia dal Garda. La fase della Spremitura si svolge tradizionalmente durante la Settimana Santa della primavera successiva alla vendemmia. Segue quindi un periodo di lenta maturazione in botte che può superare i dieci anni. Un processo lento per un vino nobile da bouquet complesso, frutto dell’incontro tra il sapere dei vignaioli e la ricchezza degli elementi naturali. Uno dei pochi vini al mondo ad essere stato riconosciuto come presidio Slow Food.
Mar 21, 2026 | Enogastronomia
Nel primo giorno di primavera, il mondo celebra il famoso dessert italiano.
A Treviso, un convegno con i protagonisti della sua storia, un tour a tema e la vendita del dolce nella sua ricetta originale.
Arriva il 21 marzo, giorno in cui nel mondo si festeggia il dessert italiano più famoso, il Tiramisù. A Treviso, il “World Tiramisù Day” celebra la ricorrenza con una conferenza e un tour a tema e con la vendita dei dolci presso Palazzo dei Trecento.
Treviso in festa
Una giornata speciale dedicata al dolce simbolo di Treviso a cui partecipano, fra gli altri, i rappresentanti dell’Accademia del Tiramisù e del Tiramisù per Maffioli, quelli dell’antico “Dolce Livenza”, della friulana “Coppa Vetturino” di Pieris e del “Tirimi sù” di Tolmezzo. Non mancano, poi, gli eredi di Alba Campeol e di Roberto “Loli” Linguanotto per il ristorante “Le Beccherie”.
A coordinare i presenti, la Tiramisù World Cup (organizzatrice della giornata), l’evento che da oramai dieci anni richiama appassionati e buongustai da ogni angolo del mondo. Dalle 10,30, presso il Salone dei Trecento, all’interno dell’omonimo palazzo di piazza dei Signori, si possono ascoltare aneddoti, retroscena e curiosità con chi ha fatto davvero parte della storia del Tiramisù.
I partecipanti all’evento, conviene prenotarsi, possono scaricare l’ultima versione del Tiramisù Cookbook 2026, il libro digitale che contiene le più gustose ricette in gara nell’ultima edizione della Tiramisù World Cup.

La degustazione e il tiramisù day
Che “World Tiramisù Day” sarebbe se non si potesse anche assaggiare il dolce? Dalle 10 alle 18 di sabato 21 marzo, presso la Loggia dei Trecento, i campioni delle edizioni passate della TWC sono presenti con le loro creazioni e le loro versioni della ricetta originale del dolce.
Dalle ore 14,30, con ritrovo in piazza dei Signori, è possibile prendere parte al Tiramisù Tour, un breve viaggio all’interno di Treviso per scoprire i luoghi che si contendono la paternità del Tiramisù, con i retroscena della storia del dolce e le tante curiosità che si rincorrono quando si parla di questo dessert. Necessaria la prenotazione.

Lo scorso anno la scoperta del suo antenato
«Mi chiamo Sandra Micheletto, per tutti “Ducci”. Sono nata a Sacile (Pordenone) nel 1929.
Questi sono due libri scritti a mano che ho portato dalla casa di famiglia nel giorno del mio matrimonio e in uno è contenuta la ricetta della suocera di mia madre che, fra i dessert che serviva nella sua trattoria di Sacile, aveva il “Dolce Livenza”».
A queste parole, la compianta signora Sandra (mancata nell’agosto del 2024) accompagna la visione di un vecchio testo in cui si legge la ricetta di quello che – a tutti gli effetti – può essere considerato l’antenato del Tiramisù.
Qualche differenza con la versione odierna, certo, ma sono tutte modifiche alla versione originale, proprio come oggi la conosciamo.
Rispetto alla ricetta celebrata in tutto il mondo, quella dell’“antenato” prevede dosi e varianti che ancora possiamo ritrovare nel Tiramisù, esattamente come avviene in ogni creazione dei partecipanti alla TWC (quest’anno a Treviso dal 9 al 12 ottobre) e in ogni famiglia in Italia e nel mondo.
Ecco allora che, al posto del mascarpone, troviamo l’uso della panna montata; al biscotto savoiardo, (ancora poco usato in zona, al tempo) veniva preferito il pan di Spagna.
Si suggeriva, inoltre, di aggiungere rum oppure cognac (oggi taluni usano il Marsala), sebbene nella ricetta originale non sia previsto alcun utilizzo di alcol. Ci sono alcune differenze rispetto a come conosciamo oggi il Tiramisù, dunque, ma sono varianti che ancora si ritrovano nelle abitudini di molti amanti del famoso dessert tricolore.
«Per noi è stata un’autentica sorpresa, emersa attraverso i video di VisitSacile – racconta Francesco Redi, ideatore e organizzatore della Tiramisù World Cup, in questi giorni in tour a New York (Usa) e Toronto (Canada) proprio per celebrare il Tiramisù Day, in collaborazione con il partner Matilde Vicenzi – . Quello che viene mostrato nel video è la prova di un “predecessore” del Tiramisù, inteso come oggi lo conosciamo nei suoi ingredienti originali (uova, zucchero, mascarpone, savoiardi, caffè e cacao)».
«Non solo, è la dimostrazione di come da più parti (in passato) in tutte le cucine delle case si realizzassero ricette con quei pochi ingredienti che si avevano a disposizione, proprio come uova e zucchero, che sono la base del Tiramisù – commenta ancora Redi – . Da lì, le sperimentazioni e le nuove creazioni con le diverse derivazioni e interpretazioni. In fondo, come direbbe lo storico Alberto Grandi (già giudice della TWC), “la tradizione è un’innovazione che ce l’ha fatta”».

Scopriamo insieme il dolce più amato
Il tiramisù è uno dei dolci più amati in Italia, simbolo di semplicità e tradizione. La sua origine è spesso fatta risalire al Veneto, tra le città di Treviso e Venezia, negli anni ’60, anche se esistono versioni e racconti diversi.
Il nome “tiramisù” significa letteralmente “tirami su”, ovvero “dammi energia”, grazie agli ingredienti nutrienti come uova, zucchero e caffè. La ricetta classica prevede savoiardi inzuppati nel caffè, alternati a una crema morbida a base di mascarpone, uova e zucchero, il tutto spolverato con cacao amaro.
Nel tempo, il tiramisù è diventato famoso in tutto il mondo, dando vita a numerose varianti: alla frutta, al pistacchio, al cioccolato e persino in versione senza caffè o senza uova. Nonostante queste reinterpretazioni, la versione tradizionale resta la più amata.
Oggi il tiramisù non è solo un dolce, ma un vero e proprio simbolo della cucina italiana, capace di unire generazioni attorno a un gusto semplice ma indimenticabile.
Mar 20, 2026 | Enogastronomia
Se pensi ai grandi vini italiani, è probabile che la tua mente corra verso Barolo, Brunello o Amarone. Ma c’è un piccolo gioiello, meno celebrato e sorprendentemente affascinante, che merita di entrare nella tua lista dei “must taste”: il Romagna Albana Passito Doc.
Dolce, sì. Ma mai banale.
Continuiamo il nostro viaggio alla scoperta dei vini dolci d’Italia e dopo avervi parlato del moscato di Scanzo
del Recioto della Valpolicella del Nosiola e dello Schiachetrà eccoci all’Albana un vitigno antico, profondamente radicato in Romagna che ha un primato non da poco: è stato il primo vino bianco italiano a ottenere la Docg. Eppure, è nella sua versione passita che riesce davvero a raccontare tutta la sua anima.

Un vino che nasce dal tempo (e dalla pazienza)
Il Romagna Albana Passito doc nasce da un processo tanto semplice quanto affascinante: le uve vengono lasciate appassire dopo la vendemmia, perdendo acqua e concentrando zuccheri, aromi e struttura.
Il risultato è un vino intenso, dorato, avvolgente.
Al naso? Albicocca secca, miele, fichi, a volte note di mandorla e spezie.
Al palato? Dolcezza equilibrata, mai stucchevole, con una freschezza che lo rende sorprendentemente dinamico.
Non solo vino da dessert
Se pensi che un passito sia solo “vino da fine pasto”, è il momento di cambiare idea.
Il Romagna Albana Passito DOC è estremamente versatile: perfetto con crostate e dolci secchi, ideale con formaggi erborinati (provalo con un gorgonzola deciso), sorprendente con foie gras o piatti agrodolci. In altre parole: non è solo un accompagnamento, è un protagonista.

Un vino raro (e per questo ancora più interessante)
Non lo trovi ovunque. E forse è proprio questo il suo bello.
La produzione è limitata, spesso artigianale, legata a piccoli produttori che lavorano con grande attenzione alla qualità. Non è un vino “da grande distribuzione”, ma una scoperta da fare in cantina, in enoteca o — meglio ancora — direttamente sul territorio.
Dove nasce (e perché vale il viaggio)
Il Romagna Albana Passito Doc prende vita tra le colline della Romagna, tra Imola e Forlì, fino a spingersi verso Rimini.
Un territorio spesso sottovalutato, ma perfetto per un weekend enogastronomico grazie alle sue colline dolci e panorami aperti, alle cantine accoglienti fino alla cucina autentica, fatta di cappelletti, piadina e sapori veri. Qui il vino non è solo degustazione, è esperienza.
Perché provarlo adesso
In un momento in cui tutti cercano etichette blasonate o vini “instagrammabili”, il Romagna Albana Passito Doc rappresenta qualcosa di diverso: autenticità.
È il vino perfetto per chi vuole uscire dai soliti schemi, per chi ama scoprire storie prima ancora che bottiglie.
E forse è proprio questo il suo segreto: non cerca di stupire a tutti i costi.
Ma quando lo fa, difficilmente lo dimentichi.
Mar 19, 2026 | Enogastronomia
C’è una città nel cuore del Salento che sorprende al primo sguardo e conquista al secondo.
È Lecce, un piccolo gioiello barocco dove la pietra si accende di luce dorata e ogni angolo sembra uscito da una scenografia teatrale.
Ma ridurla a “Firenze del Sud” sarebbe troppo semplice. Lecce è molto di più: è atmosfera, ritmo lento, profumo di pasticciotti appena sfornati e quella sensazione di essere sempre nel posto giusto, al momento giusto.

Il barocco che ti lascia senza parole
Passeggiare nel centro storico di Lecce è come entrare in un museo a cielo aperto.
Il cuore è piazza del Duomo, una delle piazze più scenografiche d’Italia, chiusa e raccolta come un salotto elegante.
A pochi passi, impossibile non fermarsi davanti alla Basilica di Santa Croce, il simbolo del barocco leccese: una facciata ricchissima, quasi esagerata, piena di dettagli, animali, figure e decorazioni che cambiano volto a seconda della luce del giorno.
E poi c’è l’anima più antica, quella romana, che si scopre tra le rovine dell’anfiteatro in Piazza Sant’Oronzo, il vero punto di incontro della città.

Lecce si vive (non si visita)
Il bello di Lecce è che non devi correre. Qui il viaggio è fatto di pause: un caffè al sole, una chiacchiera in piazza, una passeggiata senza meta tra vicoli color miele.
Entra in una bottega di cartapesta, arte simbolo della città, e guarda come nascono statue e oggetti decorativi: è una tradizione antica che ancora oggi racconta l’identità leccese.
Poi fermati, senza fretta. Perché Lecce è così: ti invita a rallentare.
Cosa mangiare
Un viaggio a Lecce passa inevitabilmente dalla tavola. Il pasticciotto leccese è il re indiscusso della colazione, con crema calda e pasta frolla fragrante. Da provare il rustico leccese: sfoglia ripiena di besciamella, pomodoro e mozzarella, perfetto per uno spuntino veloce.
Imperdibili le orecchiette e cicoria sinonimo di semplicità e sapore e per uno spuntino veloce la puccia salentina: street food locale da farcire a piacere. Il tutto accompagnato da un bicchiere di vino del Salento, magari al tramonto.

Mare vicino, ma non troppo
Lecce non è sul mare, ed è proprio questo il suo segreto. In meno di mezz’ora puoi scegliere: l’Adriatico, più selvaggio e roccioso oppure lo Ionio, con spiagge sabbiose e acqua cristallina, ma poi torni in città, lontano dal caos delle località balneari. E ti godi il meglio di entrambi i mondi.
Perché andarci adesso
Lecce è perfetta tutto l’anno, ma ci sono momenti in cui dà il meglio di sé: primavera e inizio autunno, quando il clima è ideale e la città si vive davvero.
È la meta giusta se cerchi: un weekend culturale ma leggero, una fuga gastronomica oppure un viaggio slow, fatto di bellezza e dettagli.