Ancona capitale della cultura 2028: il richiamo dell’Adriatico tra storia, mare e meraviglia

Ancona capitale della cultura 2028: il richiamo dell’Adriatico tra storia, mare e meraviglia

Non è Venezia. Non è Firenze. Non è Roma e proprio per questo sorprende.
Ancona è appena stata nominata la nuova Capitale italiana della cultura 2028. Una scelta controcorrente, lontana dalle rotte più battute e di tante candidature più modaiole e forse è proprio qui il punto:
Ancona non ha mai avuto bisogno di urlare per farsi notare.
È una città che si scopre piano. E quando succede, resta.

Tutto parte dal mare

Qui il mare non è uno sfondo. È la trama.
Ancona nasce da un gesto geografico preciso: un promontorio a forma di gomito — ankón in greco — che abbraccia il porto. Un dettaglio che nei secoli è diventato destino: approdo, scambio, incontro di culture.
Passeggiando sul porto lo si capisce subito. Il tempo sembra stratificato, non passato.
E poi c’è lui, l’Arco di Traiano: bianco, elegante, sospeso tra terra e acqua. Costruito per celebrare un imperatore, oggi racconta qualcosa di più semplice e potente: da qui si partiva, e da qui si arrivava.

Salire per vedere davvero

Ancona non si concede tutta insieme. Va conquistata. Si sale, lentamente, verso la Cattedrale di San Ciriaco. Le strade si stringono, il respiro cambia. E poi, all’improvviso, lo spazio si apre.
Davanti, il mare. Sotto, il porto. Intorno, il vento.
È uno di quei momenti in cui capisci una città senza bisogno di spiegazioni.
Poi si scende di nuovo, verso il Passetto di Ancona. Una scalinata monumentale che sembra un gesto teatrale verso l’Adriatico. Sotto, le grotte scavate nella roccia, le barche, il rumore dell’acqua. Al tramonto, qui, tutto rallenta.

Il Conero: l’Adriatico che cambia volto

Bastano pochi chilometri e il paesaggio si trasforma.
Il Monte Conero è un’anomalia affascinante: una montagna che si tuffa nel mare, rompendo la linearità della costa adriatica.
Sentieri tra il verde, falesie bianche, calette nascoste. L’acqua diventa più profonda, i colori più intensi. È un angolo di Mediterraneo incastonato nell’Adriatico.
Un luogo da esplorare lentamente. O da contemplare, semplicemente.

Il ritmo giusto

Ancona non è una città da checklist. Non ti chiede di correre. Ti invita a fermarti.
A perderti nei vicoli del centro storico, dove la vita scorre ancora a misura d’uomo. A sederti in un bar senza guardare l’orologio. A osservare il porto, che cambia luce durante il giorno.
Qui il viaggio è fatto di pause. E di dettagli. E alloraperchè non sedersi a un tavolino, scrutarel’orizzonte del mare e assaggiare un bel bicchiere di rosso Conero?


Il gusto del mare

La cucina segue lo stesso principio: pochi fronzoli, molta sostanza.
Il piatto simbolo è il brodetto all’anconetana. Non una semplice zuppa di pesce, ma una ricetta identitaria, fatta di varietà, equilibrio e memoria.
Poi ci sono loro,  i moscioli del Conero, cozze selvatiche dal sapore intenso, e lo stoccafisso, preparato secondo tradizioni che raccontano storie di mare e di commercio.
E quando meno te lo aspetti, arrivano i vincisgrassi: ricchi, profondi, sorprendentemente marchigiani.
Nel calice, il Verdicchio: fresco, minerale, perfetto per accompagnare tutto questo e il rosso di cui vi abbiamo già parlato.


Perché adesso

Il 2028 è un riflettore. Ma la scena è già pronta.
Ancona è in quel momento raro in cui una città è ancora autentica, ma sta per essere scoperta. Non è ancora consumata, non è ancora trasformata. È viva. Ed è proprio ora che vale il viaggio.
Ancona non ti travolge. Non cerca di stupire a tutti i costi. Ti entra dentro piano, con il mare, con la luce, con i suoi silenzi. E quando riparti, succede qualcosa di semplice ma raro: non hai la sensazione di averla “vista”. Hai la sensazione di averla iniziata. E sai già che tornerai a finirla.

A Innsbruck è tempo di “figln”:  un corto circuito adrenalitico tra sport estremo, lifestyle alpino e relax

A Innsbruck è tempo di “figln”: un corto circuito adrenalitico tra sport estremo, lifestyle alpino e relax

Dalle vette della Nordkette al centro storico imperiale, la Capitale delle Alpi inaugura la stagione della neve “morbida” con la pratica del Figln e un’offerta che spazia tra 12 comprensori sciistici.
Un mix unico di freestyle nello Skylinepark, aree baby high-tech, party après-ski a 2.300 metri e il benessere rigenerante delle spa alpine.


In primavera per scoprire il “figln”

Quando le giornate si allungano e il sole trasforma il manto nevoso in “firn”, una neve granulosa, umida e cedevole, a Innsbruck non si ripongono gli sci: si accorciano.
È il momento del Figln – abbreviazione di Firngleiten, ovvero scivolare sul firn – una tradizione goliardica e adrenalinica quasi sconosciuta al di fuori dei confini del Tirolo austriaco.
La pratica consiste nel solcare i pendii più ripidi utilizzando mini-sci in lamiera o alluminio, lunghi appena 50-60 centimetri.
L’invenzione porta la firma di un cittadino di Innsbruck, l’ingegner Emo Johann Heinrich, che nel 1946 brevettò questi “alianti d’abete” per permettere agli alpinisti di scendere rapidamente dai nevai primaverili dopo le scalate.
Oggi il Figln è 
un fenomeno pop: non servono scarponi rigidi, bastano robusti scarponcini da trekking impermeabili.
La tecnica, che ricorda una sorta di 
“surf” sulla neve, impone una posizione arretrata per mantenere le punte sollevate, mentre la frenata avviene sprofondando i talloni nella neve morbida. La Nordkette, raggiungibile in soli venti minuti dal centro città con gli impianti disegnati dall’archistar Zaha Hadid, è la mecca internazionale di questa disciplina con il noleggio ufficiale situato presso la stazione della Seegrube.


12 aree sciistiche tra ghiacciai e record di lunghezza

L’universo tardo-invernale di Innsbruck non si esaurisce con la sua tradizione più curiosa. La regione permette di personalizzare l’esperienza sulla neve in base al proprio stile.
Lo Stubaier Gletscher, il ghiacciaio più grande dell’Austria, garantisce la discesa più lunga della regione: ben 10 chilometri di pista che mettono alla prova la resistenza delle gambe dai 3.210 metri della vetta fino a valle.
Per chi cerca la certezza del manto nevoso, il comprensorio di Kühtai detiene il primato di località sciistica più alta dell’Austria – a 2.020 metri di quota – offrendo condizioni invernali intatte anche quando la stagione bianca è già avanzata, come quello di Axams.
Di contro aree come Mutters o Oberperfuss propongono un clima più mite a quote inferiori, perfette per chi predilige lo sci panoramico immerso nei boschi di abeti. Questa diversità è armonizzata dallo SKI plus CITY Pass: un unico biglietto che, fino al 26 aprile 2026, apre le porte di tutti i 12 comprensori includendo trasporti e attrazioni culturali.


Adrenalina freestyle e il futuro dei piccoli campioni

Innsbruck si conferma tra le capitali mondiali dello snowboard grazie allo Skylinepark sulla Nordkette. Si tratta dell’unico “incity snowpark” al mondo: qui i rider possono eseguire i loro trick avendo come sfondo i palazzi storici della città.
Le linee di salto e gli ostacoli sono progettati per sfruttare le pendenze naturali dell’Hafelekar dove la pendenza raggiunge il 70%, con sfide ad alto contenuto tecnico per professionisti e appassionati.
Sul fronte del divertimento per le famiglie la regione ha investito massicciamente nella tecnologia applicata alla didattica: il Kinderland Grünberg a Obsteig e il Kids Park della Muttereralm sono dotati di tappeti magici coperti, piste di prova dedicate e scuole di sci con oltre quarant’anni di esperienza.

Il rito dell’après-ski e delle spa panoramiche

La giornata sulla neve a Innsbruck termina raramente al tramonto: il “doposci” è una transizione fluida tra l’adrenalina delle vette e il calore dei rifugi.
L’appuntamento per i più vivaci è a 2.340 metri di altitudine presso lo Schirmbar dell’Axamer Lizum, dove party programmati celebrano la primavera con musica e drink in un contesto d’alta quota. Per chi invece predilige il recupero muscolare e la quiete, la regione vanta 15 hotel wellness d’eccellenza dove l’architettura alpina incontra il design moderno.
Le spa tirolesi utilizzano estratti locali come il pino mugo e offrono saune panoramiche che guardano direttamente sulle cime appena solcate con gli sci. Grazie alla straordinaria vicinanza tra piste e città è possibile passare, in meno di mezz’ora, dal freddo dei ghiacciai al calore di una sauna urbana o a una sessione di shopping in Maria-Theresien-Straße, confermando l’unicità di una destinazione in cui lo sport è indissolubilmente legato alla cultura e al benessere metropolitano.

Carnia: viaggio nella montagna più autentica del Friuli tra borghi, arte e tradizioni

Carnia: viaggio nella montagna più autentica del Friuli tra borghi, arte e tradizioni

C’è una parte del Friuli dove le montagne sembrano custodire storie antiche, i borghi mantengono un ritmo lento e le tradizioni sopravvivono con naturalezza.
È la Carnia, un territorio alpino nel cuore del Friuli-Venezia Giulia che affascina chi cerca paesaggi autentici, cultura locale e un turismo lontano dalle rotte più affollate.
Situata tra le Alpi Carniche e le Dolomiti Friulane, la Carnia è una terra di vallate verdi, boschi profondi e piccoli paesi dove il tempo sembra scorrere più lentamente. Qui il viaggio non è fatto solo di panorami spettacolari, ma anche di tradizioni artigianali, arte inattesa e storie di montagna.
Una terra di montagne e borghi sospesi nel tempo. La Carnia comprende una rete di vallate e paesi distribuiti attorno al centro principale, Tolmezzo, considerato la porta d’ingresso della regione.
Questa zona ha sempre avuto una forte identità culturale. Nei secoli gli abitanti hanno sviluppato una società montana molto organizzata, fatta di comunità solidali e tradizioni condivise. Non a caso qui nacquero le antiche “ville” carniche, forme di autogoverno comunitario che regolavano la gestione dei boschi e dei pascoli.
Oggi visitare la Carnia significa attraversare borghi di pietra, chiese affrescate e panorami alpini ancora poco conosciuti dal turismo di massa.


Una destinazione per chi ama l’Italia più autentica

La Carnia è uno di quei luoghi che non puntano sui grandi numeri, ma sull’autenticità. Qui il viaggio è fatto di escursioni tra boschi e malghe, borghi silenziosi, tradizioni artigianali e incontri con le comunità locali..
Chi arriva in queste vallate scopre una montagna diversa da quella delle grandi località sciistiche: più intima, più lenta, ma forse proprio per questo ancora più affascinante.
Abitata da millenni da un popolo che non ha mai perso la sua fierezza, la Carnia conserva tra le sue montagne un patrimonio culturale e religioso peculiare, rappresentato da resti archeologici romani e tipici borghi rurali, piccole pievi e riti celtici.
Dai tracciati più dolci delle colline, alle vette maestose del Parco naturale delle Dolomiti Friulane, il piacere della scoperta non trova mai fine, tra cascate, canyon e laghi d’alta quota.
Trekking, equitazione, sport estremi e tutte le discipline di sport invernali consentono di vivere la natura allo stato puro, mentre architettura spontanea e piccole botteghe artigiane lasciano intuire il rispettoso equilibrio che con la natura ha stabilito, nel tempo, la popolazione.
Le occasioni di visita qui sono tante e si possono facilmente combinare per costruire la tua vacanza perfetta: natura incontaminata, storia, arte, tradizioni e una gastronomia semplice, eppure ricchissima di sapori, sono gli ingredienti fondamentali che si accompagnano a ospitalità e servizi.

Veduta di Tolmezzo

Tolmezzo il cuore della Carnia

Con le radici piantate dentro il cuore della Carnia, Tolmezzo ne rappresenta anche il capoluogo storico.
Sorta intorno all’anno mille dopo essere stata  sotto il controllo dei patriarchi di Aquileia, la città si alleò con la repubblica veneziana prima di diventare italiana nel 1866, dopo la terza guerra d’indipendenza.

Della sua storia restano ancora tracce della fortificazione medievale. In particolare le antiche mura del borgo sono visibili nel Borgàt, che rappresenta il centro storico del paese, con palazzi e le tipiche vie porticate attraverso le quali è possibile raggiungere a piedi Torre Picotta, recentemente ristrutturata, che con la porta i sotto è una testimonianza della Tolmezzo fortificata nel medioevo.
Tra i tesori dell’arte e della storia da non perdere  Tolmezzo offre ai visitatori il settecentesco duomo di San Martino e il museo carnico delle arti e tradizioni popolari costruito sulla base del ricco patrimonio di testimonianze etnografiche raccolte da Michele Campeis.
Il museo espone una ricca collezione di materiale etnografico, artistico e artigianale relativo alla vita e alle tradizioni della Carnia in un arco di tempo che va dal XIV al XIX secolo.

Illegio: il piccolo borgo che ospita grandi mostre d’arte

Tra i borghi più sorprendenti della Carnia c’è Illegio, una piccola frazione di appena poche centinaia di abitanti che negli ultimi anni è diventata famosa per un progetto culturale unico.
Si tratta di un autentico tesoro semi nascosto della Carnia, un borgo montano che davvero vale la pena di visitare.
Un tempo era una leggendaria fortezza di Ibligo e ancora oggi mantiene tutto il suo fascino antico, come un pezzo di un mondo che non c’è più incastrato dentro il presente.
Eppure a Illegio il tempo sembra essersi fermato, come se il medioevo non fosse mai tramontato.
Tra i tesori del borgo c’è sicuramente la pieve di San Floriano gioiello dell’IX secolo arrampicato a 750 metri di quota. Si può raggiungere attraverso un sentiero panoramico ed è visitabile ogni domenica. Da ricordare anche il sito paleocristiano di San Paolo del IV secolo, una fortificazione longobarda, una piccola chiesa carolingia e i resti delle dimore medievali dei castellari.
Ogni estate il paese ospita una delle mostre d’arte più interessanti d’Italia: la Mostra d’arte di Illegio, un’esposizione che porta in questo minuscolo borgo opere provenienti da grandi musei internazionali.
Capolavori di maestri antichi e moderni vengono esposti nel cuore del paese, creando un contrasto affascinante tra arte internazionale e atmosfera alpina.
Passeggiare per Illegio significa attraversare stradine silenziose, case in pietra e scorci che raccontano la storia di una comunità di montagna profondamente legata alla propria identità.

le famose “friulane”

Gli “scarpet”: le pantofole della tradizione carnica amate dalla moda

Tra le tradizioni più curiose della Carnia c’è quella degli scarpet, le tipiche pantofole artigianali della montagna friulana.
Realizzati a mano con tessuti di recupero, lana e velluto, gli scarpet nascono come calzature domestiche delle famiglie carniche, pensate per tenere i piedi caldi durante i lunghi inverni alpini.
Ogni paio veniva cucito a mano, spesso dalle donne del paese, utilizzando materiali disponibili in casa: vecchie coperte, panni di lana e tessuti robusti. Con il tempo queste pantofole sono diventate un vero simbolo dell’artigianato locale.
Oggi alcuni laboratori e associazioni del territorio mantengono viva questa tradizione, trasformando gli scarpet anche in piccoli oggetti di design legati alla cultura alpina.


Curiosità sulla Carnia: non solo la casa dalle cento finestre

Esattamente 107 sono le finestre del Palazzo Micoli Toscano di Mione, frazione del Comune di Ovaro in Carnia.
Attirati dalla grande ricchezza boschiva della Carnia e per scappare dall’epidemia di peste, a partire dalla metà del ‘300 molte famiglie di commercianti provenienti dalla Toscana e dal centro Italia, si trasferirono in queste zone.
Fra queste, divenne molto importante proprio per il commercio del legno, la famiglia Toscano che si imparentò successivamente con i Crosilla e i Micoli. Nel 1836, i fratelli Giovanni Angiolo e Giovanni Francesco Micoli Toscano, fecero costruire la loro nuova abitazione nella quale poi, quasi un secolo più tardi nell’agosto del 1926, alloggiò per una notte il principe ereditario Umberto di Savoia, in visita nei territori di confine.
La casa delle 100 finestre è stata eretta dalla famiglia per dare risalto al proprio ruolo sociale e per avere una perfetta visuale sulla vallata di Ovaro e naturalmente viceversa, ovvero per essere vista da valle.
La Carnia custodisce anche altre curiosità interessanti: è una delle zone d’Italia con la più alta concentrazione di antichi borghi alpini conserva una lingua locale, il carnico, una variante del friulano con influenze germaniche e slave molti abitanti praticavano in passato il “cramars”, il mestiere dei venditori ambulanti che partivano dalle montagne per commerciare in tutta Europa
Queste storie raccontano una montagna aperta al mondo, dove la vita era dura ma anche sorprendentemente dinamica.

I cjarcions

Cjarcions: dalla Carnia il piatto simbolo della cucina friulana

Tra i piatti più identitari del Friuli-Venezia Giulia ce n’è uno che racconta meglio di altri la storia, la creatività e la cultura gastronomica della montagna friulana: i Cjarcions.
Nati nelle valli della Carnia, questi ravioli dal ripieno sorprendente sono diventati nel tempo uno dei simboli più rappresentativi della cucina regionale.
La particolarità dei cjarcions sta nel loro ripieno, che unisce ingredienti dolci e salati in un equilibrio insolito ma perfettamente armonico. A seconda del paese o della famiglia, la farcia può includere ricotta, patate, erbe aromatiche di montagna, uvetta, cacao, cannella, scorza di limone o persino marmellata. Ogni valle e ogni borgo custodisce una propria versione, tramandata di generazione in generazione.
Secondo la tradizione, il piatto nasce dalla cucina povera delle comunità carniche: le donne preparavano questi ravioli utilizzando ciò che avevano a disposizione in casa o negli orti, creando combinazioni di sapori che riflettevano la varietà di ingredienti del territorio.
Una volta cotti, i cjarcions vengono conditi con burro fuso, ricotta affumicata grattugiata e talvolta un pizzico di cannella o zucchero, un contrasto che rende il piatto unico nel panorama della cucina italiana.
Oggi i cjarcions non sono più solo una specialità della Carnia: si trovano nei ristoranti e nelle trattorie di tutta la regione, diventando uno dei piatti più rappresentativi del Friuli. Un piccolo capolavoro gastronomico che racconta, in ogni boccone, la storia e l’identità della montagna friulana.

I vini dei monasteri

I vini dei monasteri

Fra e tantissime visite a tema che possiamo fare nell’Italia del vino vi suggeriamo un itinerario insolito nell’Italia dei monasteri. Non solo liquori corroboranti di cui vi abbiamo parlando nel nostro viaggio nella Toscana dei monasteri ma anche vini straordinari che nascono in cantine secolari da uve prodotte in filari accarezzati dalle mani dei monaci cistercensi.
Abbazie e monasteri dal fascino austero e discreto dove fermarsi anche a degustare i vini prodotti. Vini a cui è stata dedicata in provincia di Latina lo scorso giugno una manifestazione ad hoc.
Ecco quindi

Photo credit: Birnardo on Visualhunt

Abbazia di Vavisciolo

Siamo nel Lazio in provincia di Latina in un abbazia fondata ai piedi del Monte Corvino nel VIII secolo da monaci greci, occupata e restaurata dai Templari nel XIII secolo.
L’Abbazia di Valvisciolo fu edificata intorno all’anno 1100 ed è la chiesa più antica in stile gotico cistercense costruita in pietra calcarea locale.

Lo stile architettonico cistercense segue il monito del “Memento mori”. Per questo motivo evita sfarzi ed inutili fronzoli, perché quello che conta non è la materialità ma la spiritualità.
A Valvisciolo si coltivano vigneti di Malvasia Puntinata e Merlot con tecniche che rispettano l’habitat naturale con poca chimica.

Abbazia Di Busco Liasora

Nel cuore del Veneto, per la precisione a Busco di Ponte di Piave in provincia di Treviso l’Abbazia benedettina di Sant’Andrea di Busco si è caratterizzata sin dal 1200 per un’intensa attività agricola. Oggi dell’abbazia originaria rimangono solo poche tracce, ma dall’attitudine benedettina al lavoro della terra e nelle antiche tecniche di vinificazione la famiglia Zeno da 500 anni opera nelle vigne delle abbazie continuando la tradizione e producendo grandi vini fra cui un ottimo prosecco


Abbazia di Muri Gries

Nel 1845, un gruppo di monaci benedettini proveniente da Muri in Svizzera dove erano stati cacciati, giunse a Gries, alle porte di Bolzano favorendo la rinascita della cultura monastica e della viticoltura d’abbazia già degli agostiniani.
Qui convivono non solo vita monastica e lavoro quotidiano in cantina, ma anche le attività svolte nei 35 ettari di vigneti di proprietà distribuiti nelle migliori zone della conca di Bolzano e dintorni.
Il grande lavoro viene fatto sulle varietà autoctone per dare valore alla tradizione altoatesina come area geografica di produzione del Lagrein.


Abbazia di Praglia

L’Abbazia di Praglia sorge ai piedi dei colli Euganei (Padova) e si fonda sul lavoro manuale dei monaci che hanno investito risorse ed inventiva nella bonifica dell’area e nell’introduzione della vite di varietà quali la garganega, la friularo e il moscato fiordarancio.
I vini prodotti sono di svariate tipologie, bianchi e rossi, spumanti dolci o metodo classico, passiti o frizzanti, una micro vinificazione artigianale molto attenta alla sostenibilità ambientale e al consumatore.


Monastero dei frati bianchi

Siamo nella parte più settentrionale della Toscana ovvero in quella Lunigiana circondata dall’Appennino Tosco-Emiliano, le Alpi Apuane ed il Mar Tirreno.
Un terra aspra e selvaggia, con vallate e colline soleggiate su cui sono antichi borghi di rara bellezza. Uno di questi è sicuramente Monte dei Bianchi che a 400 metri di altitudine domina l’intera Valle del Lucido.
Qui il primo monastero fu edificato nel VII secolo dal figlio di Egenio il Longobardo, Atos, il quale donò parte dei suoi possedimenti a Padre Fratellus incaricandolo di costruirvi un centro di culto.

Nel corso dei secoli il centro divenne noto per la qualità delle sue terre e il fervore delle attività agricole.
Tra i vitigni che si coltivano alcuni internazionali fra cui il Syrah e il Merlot, ma più recentemente si è scelto d’investire nella valorizzazione degli autoctoni come la Barsagliana e la Pollera. 

Cammini della Basilicata: dal Coast to Coast al Cammino Materano, viaggio nella regione più autentica del Sud

Cammini della Basilicata: dal Coast to Coast al Cammino Materano, viaggio nella regione più autentica del Sud

Negli ultimi anni la Basilicata sta diventando una delle mete più interessanti d’Italia per chi ama viaggiare a piedi e in bicicletta.
Una terra ancora autentica, fatta di paesaggi selvaggi, borghi silenziosi e strade antiche che attraversano montagne, boschi e vallate. Non solo la terra dello straordinario peperone crusco.
Il simbolo di questa nuova stagione del turismo lento è il celebre Cammino Materano Coast to Coast, un itinerario che negli ultimi anni ha attirato centinaia di camminatori.
I numeri raccontano bene il fenomeno: circa 350 partecipanti, oltre 2.400 pernottamenti sul territorio e un impatto economico medio di circa 600 euro per camminatore. Un piccolo esercito di viaggiatori lenti che attraversa la regione passo dopo passo, portando nuova linfa ai paesi dell’entroterra.

Una parte del cammino. Apt Basilicata

Il cost to coast: attraversare la Basilicata a piedi

Il Coast to Coast lanciato nell’estate del 2025 è uno dei cammini più affascinanti del Sud Italia perché permette di attraversare la Basilicata da un mare all’altro.
Il percorso collega infatti Maratea, affacciata sul Tirreno, con Policoro, sul Mar Ionio. Nel mezzo c’è tutto il cuore della regione: montagne, calanchi, altipiani e piccoli borghi dove il tempo sembra scorrere più lentamente.
Camminare qui significa immergersi in una dimensione diversa del viaggio. Le tappe attraversano paesaggi ancora poco battuti dal turismo, dove il silenzio dei boschi e l’ospitalità dei paesi diventano parte dell’esperienza.

Matera

Il Cammino Materano: pellegrini verso la città dei Sassi

Accanto al Coast to Coast si è affermato negli ultimi anni un altro itinerario molto amato dai camminatori: il Cammino Materano.
Si tratta di una rete di percorsi che conducono verso Matera, la celebre Città dei Sassi e Capitale Europea della Cultura 2019.
Il cammino attraversa paesaggi rupestri spettacolari, canyon scavati nella roccia e antichi villaggi contadini. Lungo la strada si incontrano chiese rupestri, masserie e sentieri che raccontano una storia millenaria fatta di spiritualità, lavoro e adattamento alla natura.
È un viaggio che unisce cultura, natura e introspezione, capace di attrarre sia pellegrini sia semplici viaggiatori curiosi.

la via Appia

Antiche strade romane e sentieri selvaggi

Il sistema dei cammini lucani non si ferma qui. La Basilicata è attraversata anche da alcune antiche vie storiche che oggi stanno vivendo una nuova stagione grazie al turismo lento.
Tra queste spicca la leggendaria Via Appia, la “regina viarum” costruita dai romani per collegare Roma a Brindisi e che attraversa anche il territorio lucano.
Accanto alla Via Appia si sviluppa anche la Via Herculea, un’antica strada consolare che collegava il Sud Italia attraversando alcune delle aree più suggestive della regione.
Camminare su questi tracciati significa letteralmente seguire le orme della storia.

il parco del Pollino

Dal Pollino ai calanchi: la natura più autentica del Sud

Gran parte dei cammini della Basilicata attraversa paesaggi naturali straordinari.
Tra i più spettacolari ci sono i sentieri del Parco Nazionale del Pollino, la più vasta area protetta d’Italia. Qui dominano montagne selvagge, boschi di faggi e i celebri pini loricati, simbolo del parco.
Non meno suggestivi sono i percorsi che attraversano i calanchi della Val d’Agri, le foreste della Val Sarmento e i tanti piccoli paesi dell’entroterra lucano, dove tradizioni, cucina e ospitalità raccontano una cultura antica e autentica.

il fascino unico di Matera

La Basilicata, nuova destinazione del turismo lento

Il successo dei cammini lucani dimostra che oggi sempre più viaggiatori cercano esperienze autentiche, lontane dai circuiti turistici più affollati.
E la Basilicata, con il suo capoluogo tutto da scoprire, Potenza, i suoi paesaggi ancora intatti, i borghi sospesi nel tempo e una rete crescente di itinerari a piedi, sta diventando una delle destinazioni più affascinanti per chi ama viaggiare lentamente e scoprire l’Italia passo dopo passo.
Perché qui il viaggio non è solo arrivare da qualche parte: è camminare, incontrare, fermarsi e lasciarsi sorprendere.

Chiusdino nuova Città del Miele. Il borgo della Val di Merse è il sesto in Toscana

Chiusdino nuova Città del Miele. Il borgo della Val di Merse è il sesto in Toscana

Si allarga la famiglia delle città del miele italiane con l’ingresso di Chiusdino, piccolo borgo di origine medievale della Toscana.
Con l’ingresso di Chiusdino salgono a sei le Città del Miele in Toscana, insieme a Montalcino, Mulazzo, Pontremoli, Terriciola e Tresana.
La regione conta circa 7.300 apicoltori ed è la terza in Italia per numero di operatori del settore e la quinta per numero di alveari, che raggiungono quota 138.000. La Toscana si conferma inoltre tra le principali regioni italiane per la produzione di miele.

la millefiori della Val di Merse

Chiusdino, la millefiori della Val di Merse

Il borgo medievale di Chiusdino, in provincia di Siena, è entrato a far parte de Le Città del Miele, la rete dei territori che danno origine e identità ai mieli italiani.
Nell’area della cittadina toscana, la produzione di miele rappresenta una piccola ma significativa attività agricola legata alla tradizione locale.
Le colline e i boschi che circondano il borgo, soprattutto nelle aree vicine all’Abbazia di San Galgano, offrono un ambiente ideale per l’apicoltura grazie alla ricca presenza di fiori spontanei e piante aromatiche.
Gli apicoltori della zona producono soprattutto miele millefiori, ma anche varietà legate alla flora locale come castagno, acacia o melata di bosco.
La produzione avviene in modo artigianale, con tecniche tradizionali che rispettano i cicli naturali delle api e valorizzano la biodiversità del territorio.

la celebre abbazia di San Galgano

Scopriamo il borgo e i dintorni

Famoso per il suo centro storico ben conservato, con vicoli in pietra e atmosfere autentiche, Chiusdino vanta nei suoi dintorni una celebre attrazione, la spettacolare Abbazia “senza tetto” di San Galgano, tra i primi e più imponenti esempi dell’architettura romanica e gotico-cistercense in Italia, oggi priva di copertura, e a pochi passi l’Eremo di Montesiepi, una piccola cappella romanica immersa nella natura, al cui interno è custodita la famosa Spada nella Roccia, che ricorda la leggenda di Excalibur.
La leggenda narra che a seguito di un’apparizione dell’arcangelo Gabriele, Galgano, cavaliere di Chiusdino, conficcò la sua spada nella roccia, ricreando il simbolo della Croce.

 


Le “Città del Miele”: viaggio nell’Italia della cultura apistica

Le Città del Miele è la rete dei territori che danno origine e identità ai mieli italiani. Fin dalla sua nascita, nel 2001, collabora, a livello regionale e provinciale con il mondo dell’apicoltura sviluppando un’agenda nazionale di eventi promossi e sostenuti dalle Città associate.
Un impegno che, nell’arco di 25 anni, è stato fondamentale per la conoscenza dei mieli e che ha consentito a più di 5 milioni e mezzo di consumatori di conoscere, degustare e scoprire la qualità e la diversità dei numerosi mieli italiani.
In Italia il miele non è solo un prodotto della natura, ma anche un vero patrimonio culturale legato ai territori. A valorizzarlo è l’associazione Città del Miele, una rete che riunisce decine di comuni impegnati nella tutela dell’apicoltura, della biodiversità e delle tradizioni gastronomiche legate al miele.
Tra le località più attive figurano Montalcino, Montevecchio e Tornareccio, borghi dove il miele è protagonista di festival, degustazioni e laboratori dedicati alla scoperta dei mieli locali.
Il progetto valorizza anche la straordinaria varietà dei mieli italiani, dai più delicati come l’acacia e il millefiori fino a quelli più intensi come castagno, corbezzolo o eucalipto. Ogni territorio racconta così una storia diversa fatta di paesaggi, fioriture e tradizioni agricole.
Visitare una Città del Miele significa quindi scoprire un’Italia autentica e spesso poco conosciuta, dove natura, gastronomia e cultura rurale si incontrano nel segno di uno dei prodotti più antichi e preziosi del Mediterraneo.