Feb 17, 2026 | Enogastronomia
Il Carso è roccioso. Ed è proprio per questo che è così affascinante.
A Štanjel, uno dei borghi più suggestivi del Carso sloveno, la pietra non è solo un materiale da costruzione: è identità, carattere, racconto.
Arroccato su un colle che domina il paesaggio circostante, Štanjel accoglie i visitatori con un’eleganza silenziosa e un’atmosfera senza tempo.
Qui l’uomo ha iniziato a costruire le proprie abitazioni già in epoche antichissime, dando forma a un insediamento che ancora oggi racconta una storia fatta di ingegno, resilienza e bellezza essenziale.

Un po’ di storia: uno dei borghi più antichi del Carso
Costruito a terrazze per adattarsi alla morfologia del colle, Štanjel è considerato uno degli insediamenti più antichi del Carso.
Nel corso dei secoli ha vissuto periodi di sviluppo, trasformazioni e ricostruzioni, mantenendo però sempre un forte legame con la pietra carsica, vera protagonista del borgo.
Questo materiale, duro e luminoso, ha ispirato l’architettura locale e ha plasmato non solo le case, ma anche la cultura e lo stile di vita della comunità.

Quando la pietra diventa arte
Passeggiare per Štanjel significa attraversare un autentico museo a cielo aperto. Il borgo colpisce per il suo eccezionale patrimonio architettonico, perfettamente integrato nel paesaggio.
Il castello medievale, con le sue torri difensive, domina il centro storico.
Poco distante si trova la chiesa di San Daniele, riconoscibile per il suo curioso campanile a forma di limone, uno degli elementi più iconici del borgo. Le strette vie acciottolate conducono alla cosiddetta “casa carsica più antica”, testimonianza preziosa dell’edilizia tradizionale.
A completare questo insieme spettacolare c’è il celebre Giardino Ferrari, un capolavoro di architettura paesaggistica che scende a terrazze lungo il fianco del colle, fondendo natura, geometria e poesia.

MIRO
Maks Fabiani e il volto moderno di Štanjel
Una parte fondamentale dell’identità di Štanjel è legata all’architetto Maks Fabiani, figura chiave dell’architettura mitteleuropea tra Ottocento e Novecento.
Con i suoi interventi e le sue visioni, Fabiani ha saputo valorizzare il borgo senza snaturarlo, donandogli quel valore aggiunto che ancora oggi lo rende unico.
Il Giardino Ferrari è forse l’esempio più noto del suo lavoro, ma l’impronta di Fabiani si ritrova in tutto il tessuto urbano del borgo.
Un centro culturale vivo e creativo
Negli ultimi decenni Štanjel si è trasformato anche in un vivace centro culturale del Carso.
Gallerie d’arte, installazioni museali, spazi espositivi ed eventi culturali animano il borgo durante tutto l’anno, attirando artisti, creativi e viaggiatori curiosi.
Questo mix tra passato e contemporaneità rende Štanjel una meta ideale per chi cerca esperienze autentiche, lontane dal turismo di massa.
Perché visitare Štanjel oggi
Visitare Štanjel non significa solo ammirare splendidi edifici storici. È un’esperienza che invita a rallentare, osservare, lasciarsi ispirare. È un viaggio dentro l’anima del Carso, tra creatività, silenzio e paesaggi scolpiti dal tempo.
Una passeggiata tra le sue terrazze diventa così un’occasione unica per scoprire non solo un borgo straordinario, ma anche lo spirito profondo di questa terra di pietra e vento.
Feb 16, 2026 | Enogastronomia
Altro che metropoli gourmet: la vera patria della pasta italiana si nasconde tra le montagne dell’Abruzzo, in un minuscolo borgo circondato da natura selvaggia e panorami da cartolina.
Si chiama Fara San Martino e, con poco più di mille abitanti, è conosciuto in tutto il mondo per un motivo preciso: qui nasce una delle paste più amate di sempre. Pronti per un viaggio tra curve di montagna, aria pulita e profumo di grano? Andiamo.

Lo spettacolare luogo dove sorge il borgo della pasta
Tra canyon, eremi e… piatti di pasta memorabili
Siamo ai piedi della Majella, tra gole scavate nella roccia, sentieri immersi nel verde ed eremi che sembrano usciti da un film. Un territorio perfetto per chi ama camminare, respirare silenzio e staccare davvero.
Ma diciamolo: qui si viene anche (e soprattutto) per mangiare bene.
Tra salite panoramiche e strade che si arrampicano tra i monti, Fara San Martino ti accoglie con un mix irresistibile di natura, tradizione e gusto. È la meta ideale per un weekend slow, magari d’inverno, quando l’atmosfera diventa ancora più magica.

Le gole
Dai benedettini all’acqua verde
L’acqua del fiume Verde, infatti, non solo era utilizzata come materia prima nella produzione ma permetteva anche di far funzionare le macine per produrre la semola di grano.
Con questi presupposti nell’Ottocento la città ha visto nascere diversi storici pastifici italiani come De Cecco, Delverde e Cocco.
La storia di questa località è stata lungo legato ai monaci benedettini. Fara San Martino, infatti, è stata prima colonizzata e controllata dai benedettini per poi passare sotto la giurisdizione del Vaticano. In seguito, diverse famiglie hanno dominato questo feudo come i Valignani nel XV secolo e i Melchiorre Reviglione nel XVI. Il borgo, inoltre, è così chiamato per la presenza sin dal X secolo dell’Abbazia eretta in onore di San Martino, vescovo di Tours.
Durante la Seconda guerra mondiale Fara San Martino è stata considerevolmente danneggiata anche se sono riusciti a rimanere intatte alcune delle aree più antiche del paese che si trovano presso il borgo di Terra Vecchia.
Attualmente Fara San Martino è una cittadina famosa per la sua storia, per le sue antiche tradizioni ma anche perché sorgendo proprio alle pendici del versante orientale del massiccio della Majella è un’ottima base per partire alla scoperta del famoso Parco abruzzese.
Nei dintorni della città è possibile visitare numerose grotte carsiche e organizzare escursioni a piedi, in bici o a cavallo.
Ma torniamo alla pasta dove tutto inizia come una vera favola italiana nel 1831, quando Nicola De Cecco produceva farina in modo artigianale.
Ma è suo figlio, Filippo Giovanni, ad avere l’intuizione geniale: trasformare quel piccolo mulino in un’azienda moderna, sfruttando l’acqua pura di montagna e il sapere locale. Nasce così De Cecco, oggi uno dei marchi simbolo della pasta nel mondo.
In poco più di un secolo, da bottega di paese a colosso internazionale: una storia tutta italiana, fatta di qualità, costanza e amore per il prodotto.
Un borgo piccolo, un cuore industriale enorme
La cosa sorprendente? Lo stabilimento principale è ancora qui, immerso nel verde, proprio a Fara San Martino.
In un paese di poco più di 1.300 abitanti lavorano oltre 500 persone, che producono non solo pasta, ma anche sughi, olio, farine e specialità da forno. Un vero motore economico che convive in perfetto equilibrio con la vita lenta del borgo.
Qui, mentre passeggi tra case in pietra e scorci montani, stai camminando nel cuore della pasta italiana.

Il borgo
Perché visitare Fara San Martino
Il nucleo più antico della città è sicuramente il borgo fortificato di Terra Vecchia che sorge su uno sperone roccioso. L’accesso al borgo avviene attraverso la Porta del Sole e qui si trovano conservati diversi siti di interesse, palazzi signorili e numerose chiese.
Presso Piazza Municipio, invece, si trova il Museo Didattico Naturalistico dove è possibile acquisire informazioni sulla flora e sulla fauna del parco e dove si trova anche il Centro Visite del Parco Nazionale della Majella.
I resti del Monastero di San Martino in Valle si trovano incastonati nella montagna vicino alle Gole di San Martino. Secondo alcune antiche informazioni il monastero è stato costruito nel luogo in cui in precedenza era presente un insediamento eremitico che era costituito da una cella scavata nella roccia.
Il fatto che sia stato dedicato a San Martino, vescovo di Tour, fa pensare che sia di origine franca. Le prime informazioni riguardo questo complesso, però, risalgono al IX secolo quando risulta registrato tra i possedimenti del monastero di Santo Stefano in Lucania.
Il monastero e la chiesa che ne era parte sono stati più volte distrutti e hanno subito diversi lavori di rimaneggiamento tra il IX e il XVIII. Nonostante sia stato da poco restaurato ora rimangono visibili i resti dell’accesso e un cortile interno che permetteva di accedere ad un portico a tre arcate sorrette da quattro colonne con capitelli a foglia.
La Chiesa della Santissima Annunziata è stata costruita attorno al XIII secolo presso l’antico borgo di Terravecchia. Una scossa di terremoto avvenuta nel XVIII secolo, però, ha gravemente danneggiato l’edificio che è stato ricostruito incorporando anche la costruzione della Porta del Sole.
Quella che possiamo ammirare ora, quindi, è una ricostruzione avvenuta tra Settecento e Ottocento. L’edificio religioso si in stile barocco con pianta centrale, coperta da una cupola ribassata. Esternamente sopra il portale si trova una lunetta che ospita una rappresentazione della Vergine con Sant’Antonio, mentre all’interno si trovano pareti finemente affrescate.
Palazzo di Cecco è un palazzo residenziale che si trova presso il borgo di Terravecchia ed era in origine il palazzo badiale della Chiesa dell’Annunziata.
Esteso su due livelli più il seminterrato, l’edificio ha una facciata esterna con cornici marcapiano e finestre finemente decorate. Il portale d’ingresso, invece, presenta un bellissimo arco a tutto sesto.
Le Gole di Fara San Martino si trovano dietro il borgo di Fara nascoste tra due alte pareti rocciose che secondo una leggenda sono state realizzate da San Martino.
Si dice, infatti, che il Santo abbia creato queste strette gole con la forza delle braccia per consentire alla popolazione di Fara di arrivare più velocemente ai pascoli della Majella. La prima parte del percorso comincia con pareti vicinissime che poi piano piano si allargano e conducono sino ai resti del Monastero di San Martino. Il percorso fino al monastero è lungo circa 3,5 chilometri, ma i più allenati possono continuare l’itinerario fino a raggiungere la vetta del Monte Amaro nel cuore della Majella.
La meta perfetta per un weekend diverso
Fara San Martino è uno di quei posti che non ti aspetti: piccolo, discreto, ma con una storia enorme alle spalle. Un mix perfetto tra natura, cultura industriale e sapori veri.
Se cerchi una destinazione fuori dai soliti circuiti, dove riempire gli occhi… e il piatto, questo borgo abruzzese potrebbe essere la tua prossima meta.
Perché sì: a volte, le capitali più importanti non hanno grattacieli. Hanno montagne, acqua pura e un piatto di pasta fumante davanti.
Feb 15, 2026 | Enogastronomia
In Puglia le piazze non sono solo spazi urbani: sono palcoscenici.
Qui si vive, si discute, si aspetta, si ama. Sono luoghi dove il tempo rallenta e la bellezza non ha bisogno di filtri. Tra pietra chiara, barocco, mare a due passi e serate che sembrano non finire mai, le piazze pugliesi sono il cuore pulsante di un Sud autentico, conviviale, irresistibile.
Ecco un viaggio tra le piazze più belle della Puglia, quelle che raccontano storie, identità e voglia di restare.

Piazza del Duomo, Lecce
1 – Piazza del Duomo, Lecce. Il barocco che sorprende in silenzio
Piazza del Duomo non si attraversa: si scopre.
Arrivi da una strada qualsiasi del centro storico e, all’improvviso, si apre questo spazio scenografico, quasi teatrale, chiuso su tre lati come un salotto monumentale.
Il barocco leccese qui è al massimo della sua eleganza: la Cattedrale, il Campanile, il Palazzo Vescovile. Di giorno abbaglia, di sera diventa intima, dorata, sospesa.
È una delle piazze più raffinate d’Italia, perfetta per capire perché Lecce non è solo “la Firenze del Sud”, ma qualcosa di molto più personale.

Piazza della Libertà, Ostuni
2 – Piazza della Libertà, Ostuni. Il bianco che incontra il cielo
Ostuni è la “città bianca” e Piazza della Libertà è il suo biglietto da visita.
Ampia, luminosa, sempre viva, è il punto in cui la città si ritrova: turisti con il naso all’insù, bambini che corrono, tavolini pieni fino a tardi.
Al centro svetta la colonna di Sant’Oronzo, simbolo di protezione e identità. Intorno, palazzi storici e caffè che sembrano fatti apposta per fermarsi più del previsto.
Qui capisci che in Puglia la bellezza è conviviale: non si osserva soltanto, si vive.

Piazza Mercantile, Bari
3 – Piazza Mercantile, Bari. L’anima vera della città vecchia
Se vuoi capire Bari, devi passare da qui.
Piazza Mercantile è storicamente il centro del potere civile, ma oggi è soprattutto il cuore sociale della città vecchia.
Tra il Palazzo del Sedile, la Colonna della Giustizia e i locali che animano la notte, la piazza è un continuo incrocio di storie: studenti, famiglie, viaggiatori, baresi doc.
È rumorosa, viva, autentica. Non cerca di piacere: semplicemente è.

Piazza Duomo, Trani
4 – Piazza Duomo, Trani. Pietra, mare e luce
Poche piazze al mondo hanno il mare così vicino.
Piazza Duomo a Trani è un capolavoro di equilibrio: la Cattedrale romanica affacciata sull’Adriatico sembra galleggiare tra cielo e acqua.
Qui tutto è luce: la pietra chiara, il riflesso del mare, il vento. È una piazza che non ha bisogno di rumore, perfetta per chi cerca bellezza pura e lineare.
Un luogo che resta impresso, anche dopo essere andati via.

Piazza Plebiscito, Martina Franca
5 – Piazza Plebiscito, Martina Franca. Il barocco che invita a restare
Meno conosciuta al grande pubblico, ma sorprendente.
Piazza Plebiscito è il salotto di Martina Franca: raccolta, armoniosa, dominata dalla Basilica di San Martino.
Qui il barocco diventa accogliente, quasi domestico. È la piazza delle chiacchiere lente, dei festival estivi, dei concerti improvvisati.
Un luogo che conquista senza clamore.
In un’epoca di viaggi veloci e tappe obbligate, le piazze pugliesi offrono un lusso raro: il tempo.
Non chiedono di essere attraversate, ma vissute. Sedersi, guardare, ascoltare.
Sono spazi dove la bellezza non è monumentale soltanto, ma umana.
Ed è forse per questo che, una volta partiti, si ha sempre la sensazione di aver dimenticato qualcosa. O qualcuno.
Feb 12, 2026 | Enogastronomia
Dal 7 al 15 febbraio, le cuoche e i cuochi dell’Alleanza Slow Food in tutta Italia propongono piatti a base di legumi valorizzando varietà locali sempre più a rischio, nonostante siano un’importante fonte proteica e uno strumento di sviluppo sostenibile.
Spesso i gesti più semplici possono generare un impatto positivo, se compiuti da una moltitudine di persone. Anche quest’anno oltre 100 cuoche e cuochi della rete della Chiocciola hanno risposto all’appello di Slow Food Italia: Aggiungi un legume a tavola!
La campagna, nata in occasione della Giornata mondiale dei legumi che ricorre il 10 febbraio, per la quinta edizione torna a sensibilizzare sull’importanza delle leguminose per il benessere del pianeta e della nostra salute. Dal 7 al 15 febbraio, i ristoratori e pizzaioli dell’Alleanza Slow Food aderenti all’iniziativa proporranno nei loro locali almeno un piatto a base di legumi, per far assaggiare tutto il buono della biodiversità leguminosa.

Fagiolo poverello bianco (Calabria). © Vincenzo Alvaro e Francesco Limonti
Più legumi sì, ma attenzione a quali scegliamo
Centinaia di proposte, un unico comune denominatore: valorizzare le varietà locali come quelle tutelate dagli oltre 40 Presìdi Slow Food o segnalate nell’Arca del Gusto.
Perché aumentare le proteine vegetali nella dieta di tutti i giorni è importante, ma ancora di più lo è saper scegliere quali legumi consumare.
«Le varietà locali di legumi sono sempre più a rischio principalmente per due fattori – afferma Marco Del Pistoia, referente della rete Slow Beans –. Il primo è legato agli animali selvatici, che, in particolare nelle zone collinari e montane al confine con i boschi, stanno mettendo a dura prova i coltivatori. Il secondo è la crisi climatica: ormai le alte temperature estive impediscono l’allegagione, cioè la fase di trasformazione del fiore in frutto. Gli ecotipi locali si adattano, ma il cambiamento climatico va più veloce e in alcuni casi, nonostante un lavoro importante di recupero del seme, stanno riemergendo criticità per cui si riesce a malapena a garantire la riproduzione».
Raccontarli attraverso la maestria dei cuochi e non perderne la memoria contadina è fondamentale proprio per consentire alle varietà di trovare la propria forma di adattamento alle nuove condizioni climatiche. La biodiversità è la chiave: colture rustiche e resistenti, adattate negli anni ai territori, consentono di praticare un’agricoltura rispettosa delle risorse, che non ricorre alla chimica di sintesi e segue i principi dell’agroecologia. In questo senso è fondamentale il ruolo dei cuochi che stringono legami di fiducia con i produttori e che ne valorizzano le materie prime raccontando tutto quel che c’è dietro gli ingredienti dei loro piatti.
«In un’epoca in cui il cambiamento climatico e l’insicurezza alimentare sono sfide globali, ribadire il ruolo strategico dei legumi per lo sviluppo sostenibile non è un esercizio retorico, ma una scelta politica responsabile – sottolinea Francesco Sottile, vice presidente di Slow Food Italia –. È necessario incentivare politiche pubbliche che favoriscano le filiere locali, tutelino la biodiversità e migliorino l’accesso ai mercati per i piccoli produttori, affinché il valore nutritivo, economico e ambientale dei legumi si traduca in risultati concreti per le comunità di tutto il mondo. I legumi sono componenti fondamentali di sistemi agroalimentari sani, forniscono proteine di alta qualità e micronutrienti essenziali, contribuiscono alla sicurezza alimentare e migliorano la fertilità dei suoli grazie alla fissazione dell’azoto. La Giornata mondiale dei legumi rappresenta molto più di una celebrazione: è un richiamo culturale concreto all’impegno per un ecosistema fatto di rispetto reciproco».

Fagiolo gialét della Valbelluna (Veneto) © Valerie Ganio Vecchiolino
Diversità di forme, gusti e saperi
Ricchi di proteine, fibre, vitamine e minerali, i legumi meritano un posto centrale nelle diete moderne, sane e sostenibili. Il tema scelto dalla Fao “Pulses of the world: from modesty to excellence” (Legumi del mondo: da cibo umile a eccellenza) evidenzia la necessità di un cambio di prospettiva: un tempo considerati alimento povero, oggi i legumi sono cruciali per lo sviluppo di sistemi alimentari sostenibili, grazie alle loro innumerevoli proprietà e alla versatilità in cucina.
Ne sono esempio concreto le proposte dei cuochi dell’Alleanza, diverse e colorate come lo spirito della rete Slow Beans. C’è chi propone i grandi classici della tradizione gastronomica locale come paste, minestre e zuppe.
Se in Calabria la zuppa tradizionale abbina il fagiolo poverello bianco con la polvere di peperone crusco (Ristorante da Peppe a Rotonda, Potenza), a Trieste la jota è cucinata con il fagiolo di San Quirino (Al cavallino).
A Napoli la Taverna Santa Chiara propone una zuppa di scarole e fagiolo dente di morto di Acerra, mentre in Piemonte (Ristorante La taverna del Gufo, Occhieppo Inferiore, Biella) la si può gustare con i fagioli di Saluggia, un’antichissima varietà del Vercellese segnalata nell’Arca del Gusto.
I legumi sono protagonisti anche delle le paste: si va dalle sagne abruzzesi di grano Solina e ceci di montagna (Ristorante Antichi Sapori, San Valentino in Abruzzo Citeriore, Pescara), ai pisarei e fasò emiliani (Ristorante Le Proposte, Corano di Borgonovo Val Tidone, Piacenza), alle lagane pugliesi (originale il condimento con purea di fava di Carpino e marasciuli proposto dall’Osteria Terra Arsa di Foggia). A Fratte Rosa, piccolo paese tra le colline di Pesaro, i tradizionali tacconi si impastano con una percentuale di farina della locale fava Presidio Slow Food.
E poi largo alla fantasia: hummus, polpette, insalate, creme e tante altre ricette dimostrano la versatilità delle leguminose. Tra le proposte più originali troviamo il cannolo di pasta fillo croccante, vellutata di fagioli del Purgatorio al cardamomo e latte affumicato con insalata di sedano rapa, ravanelli e cipolle marinate ai lamponi del Namo Ristobottega di Tarquinia (Vt); gli spaghetti di riso con semi di soia neri fermentati, verdure e seppie del ristorante Zheng Yang di Torino; i fagioli di Controne al cioccolato con spiedino di ceci fermentati dell’Eden foodlab di Salerno. Fagioli e ceci diventano persino il condimento per la pizza nell’Azienda Agrituristica Vignola a Marsico Nuovo (Potenza), al Mezzometro di Jesi (Ancona) e al Frangipane di Milazzo (Messina).

Piattella Canavesana di Cortereggio. (Piemonte) © Paolo Andrea Montanaro
Il ricettario di Aggiungi un legume a tavola
L’impegno per una dieta ricca di leguminose prosegue anche a casa, grazie al ricettario di Aggiungi un legume a tavola, una raccolta di 20 ricette da tutta Italia realizzate dai cuochi dell’Alleanza.
Le proposte riflettono la versatilità dei legumi in cucina: dagli antipasti ai primi piatti, incluse pizze, polpette, e persino i dolci, accompagnano alla scoperta della cucina slow vegetale attraverso approfondimenti e consigli. Scarica qui il ricettario di Aggiungi un legume a tavola.
Aggiungi un legume a tavola è una delle tante iniziative portate avanti da Slow Food negli anni per dare la giusta importanza ai legumi: scopri tutti i progetti della rete Slow Beans qui.
L’Alleanza Slow Food è una rete internazionale di oltre 1300 cuoche e cuochi che ogni giorno nelle loro cucine impiegano cibi buoni, puliti e giusti di chi produce con passione e rispetto per la biodiversità, la terra e gli animali. I cuochi si impegnano a segnalare i nomi dei produttori dai quali si riforniscono, per dare rilievo e visibilità al loro lavoro.
Feb 10, 2026 | Enogastronomia
La Barbera d’Asti Le Orme 2023 di Michele Chiarlo entra nella storia dei Top 10 Wine Values of 2025 di Wine Spectator, diventando il primo vino piemontese a essere inserito nella Top 10 della prestigiosa classifica annuale dedicata ai migliori rapporti qualità-prezzo sul mercato statunitense. Giunta alla sua quinta edizione, la selezione Top Wine Values individua i vini più interessanti degli ultimi dodici mesi che abbiano ottenuto almeno 90 punti nella scala di valutazione della testata, con un prezzo al pubblico entro i 40 dollari e una disponibilità tale da consentirne un’ampia diffusione sul mercato.

Stefano Chiarlo
Un successo storico
La Barbera d’Asti Le Orme 2023, valutata 90/100 da Bruce Sanderson – senior editor di Wine Spectator per i vini di Borgogna, Piemonte e Toscana – prodotta in circa 30.000 casse, si è distinta per la sua capacità di esprimere con immediatezza e precisione il carattere del vitigno e del territorio, unendo freschezza, equilibrio e bevibilità.
Un vino pensato per essere accessibile, ma rigoroso nello stile, che interpreta in modo contemporaneo uno dei grandi simboli dell’enologia piemontese.
Negli ultimi anni, Michele Chiarlo è stato più volte presente nelle principali classifiche internazionali e competizioni di riferimento con vini da vitigno barbera, a testimonianza di un lavoro coerente e continuativo su questa varietà.
Nel 2018, il Nizza DOCG Cipressi ha ottenuto il titolo di “Wine of the Year” da Wine Enthusiast, un riconoscimento che ha contribuito in modo significativo alla valorizzazione del Nizza come denominazione di riferimento per la barbera. Successivamente, nel 2023, il Nizza DOCG Cipressi 2019 è entrato nella Top 100 Wines of the Year di Wine Spectator, posizionandosi al 54° posto, mentre la Barbera d’Asti Le Orme 2021 ha raggiunto l’11° posto tra i Best Buys secondo Wine Enthusiast. Un impegno riconosciuto anche nel 2025 con il titolo di “European Producer of the Year” ai Sommelier Wine Awards, dove le etichette legate alla Barbera hanno ottenuto risultati di rilievo: medaglia d’oro per Nizza DOCG Riserva La Court 2021 e medaglia d’argento per Nizza DOCG Cipressi 2022.
La famiglia Chiarlo è nella storia
“La famiglia Chiarlo è orgogliosa di essere presente in questa ristretta e prestigiosa classifica, che rappresenta un riconoscimento importante del grande lavoro sulla qualità e sulla diffusione internazionale della Barbera d’Asti, iniziato da nostro padre Michele oltre 50 anni fa. In questo momento storico, successivo al riconoscimento UNESCO, vedere premiato un vino che rappresenta il Piemonte e, in particolare, il Monferrato assume un valore significativo, perché contribuisce a dare visibilità a una denominazione – la Barbera d’Asti – e al lavoro dei numerosi produttori impegnati nella valorizzazione di questo territorio” dichiara Stefano Chiarlo, enologo e titolare insieme al fratello Alberto.
Wine Spectator è la principale testata internazionale dedicata al mondo del vino. La rivista, letta da circa 3 milioni di persone nel mondo, affianca all’edizione cartacea il sito WineSpectator.com, eventi di riferimento e recensioni considerate tra le più autorevoli a livello internazionale.
«Produttori di tutto il mondo stanno realizzando vini di grande qualità a prezzi accessibili. Per questo, per il quinto anno consecutivo, abbiamo chiesto ai nostri editor di selezionare i migliori value wine degli ultimi dodici mesi», ha dichiarato Marvin R. Shanken, editor e publisher di Wine Spectator. «Dalla Rioja al Piemonte, fino all’Oregon e alla California, questa lista dimostra che grandi territori e grandi vini possono essere alla portata di tutti».
La Top 10 Wine Values of 2025 è consultabile su WineSpectator.com e sarà approfondita anche nel numero gennaio/febbraio della rivista, che includerà una sezione speciale Smart Buys con 125 etichette selezionate per il loro eccezionale valore.

La Barbera d’Asti Le Orme 2023
La Barbera d’Asti Le Orme 2023 nasce da una selezione di vigneti del sud astigiano e racconta, in modo immediato e autentico, la capacità della barbera di adattarsi e brillare anche in un’annata complessa come la 2023.
Il clima caldo e siccitoso, riequilibrato dalle piogge di agosto e da una vendemmia anticipata, ha dato origine a un vino di colore intenso, dal bouquet ricco di frutta rossa matura e note dolci e fini. Al palato è pieno e vellutato, con una struttura armonica sostenuta da una freschezza sorprendente e da una piacevole sapidità finale.
Vinificata esclusivamente in acciaio, Le Orme interpreta “lo stile Chiarlo nella sua forma più accessibile: equilibrio, eleganza e bevibilità, senza rinunciare a profondità e carattere territoriale”, racconta Stefano Chiarlo.
Feb 9, 2026 | Enogastronomia
Planato sulle Alpi occidentali insieme ai gelidi venti polari di questo inizio 2026, è tornato uno dei periodi più speciali dell’anno per la Valle d’Aosta: è la stagione del Carnevale o, meglio, dei Carnevali, al plurale: se in tutto il mondo si celebra la fine dell’inverno più buio, le giornate che si allungano a salutare i primi sprazzi di primavera, per la regione più alta d’Italia il sollievo vale doppio. C’è persino un proverbio, in patois, che celebra questo momento di passaggio: “se nèit la demendze grasa, tot l’an la tèra grasa.”, ovvero, “se nevica la domenica di carnevale, tutto l’anno la terra sarà grassa”, nel senso di generosa, fertile e produttiva.
I riti di Carnevale anticipano nei calendari contadini l’inizio della stagione della semina: un momento di grandi aspettative e speranze, da trascorrere in allegria ed abbondanza in un’atmosfera sospesa e licenziosa, dove ogni scherzo vale e per un giorno ci si può concedere qualche cosa in più.
In Valle d’Aosta, tuttavia, il Carnevale non dura un giorno: è possibile partecipare, di settimana in settimana, alle celebrazioni delle diverse località della Regione più alta d’Italia: sono tre, i principali carnevali storici, ma la festa si irradia in diversi altri borghi della Valle, in un’euforia diffusa che dura tutto un inverno.

Il Carnevale di Verrès. Una storia di coraggio femminile
Vive Introd et Madame de Challant: un coro di festa che affonda le radici in una vicenda di quasi 600 anni fa.
Appellandosi alla legge salica, che escludeva le donne dalle linee di successione, i cugini di Francesco di Challant cercarono di impedire alle due figlie Caterina e Margherita di ereditare i feudi del padre.
La coraggiosa Caterina, tuttavia, rifiutò le pressioni dei prìncipi di Challant, difendendo i propri diritti con ogni mezzo, conscia che per conseguire i propri obiettivi era indispensabile poter contare anche sul supporto popolare: fu così che in occasione della festa della Trinità del 1450, insieme al suo coniuge Pierre d’Introd, Caterina uscì in piazza a danzare insieme alla gioventù del paese.
Al suono del piffero e del tamburo si aggiunse, nell’entusiasmo generale, ben presto anche il coro da cui siamo partiti: Vive Introd et Madame de Challant, che riecheggia ancora oggi per tutta la durata del Carnevale.
l Carnevale di Verrès si è aperto, come ogni anno, con la presentazione dei nuovi Catherine di Challant e Pierre d’Introd LXXVII, che hanno interpretato per l’edizione 2026 i due coniugi rinascimentali, seguita dalla Proclamazione dei nuovi cavalieri del Carnasciali Verretiesi Supremus Ordo.

Yat tornà lo Carnaval! Carnevale storico di Verrès
La storia della castellana “amica del popolo” è rivissuta ogni anno dai Verrezziesi, ancor grati del gesto tanto bello quanto inusuale data l’epoca. Si parte il sabato sera con fiaccolata e corteo storico, a cui partecipano ben 250 figuranti in costume, la “Lettura del Proclama” e ricevimento delle ex-Caterine al castello. Il resto è una tre giorni tutta da vivere di atmosfere medievali, allegria e goliardia.

La Coumba Freida. Un Carnevale portato dal vento e da Napoleone
Se gli spifferi gelidi di queste località sono valsi il nome di Coumba Freida, gli abitanti della valle del Gran San Bernardo e della Valpelline sanno certamente come riscaldarsi: un Carnevale che rievoca il passaggio, sul valico, di Napoleone Bonaparte, transitato lungo l’antica via Francigena nel maggio dell’anno 1800.

San Martino, il diavolo e un ponte romano. ll Carnevale di Pont-Saint-Martin
Il celebre ponte romano che dà il nome alla cittadina di Pont-Saint-Martin risale al primo secolo Avanti Cristo, ma nel Medioevo gli abitanti locali ormai non lo ricordavano più: una diffusissima leggenda locale, infatti, fa risalire l’arcata di pietra che sovrasta il torrente Lys all’epoca di Martino di Tours che, diretto a Roma, rese possibile la costruzione del ponte in una sola notte, ingannando il diavolo. Sono proprio San Martino e Belzebù i due personaggi fondamentali dello storico Carnevale di Pont-Saint-Martin, giunto alla 116ima edizione, oltre alla Ninfa del torrente Lys e alcune figure folkloriche legate all’antica Roma, come Consoli, Tribuni della Plebe, Milites e, dall’altra parte, i loro grandi nemici: i Salassi, introdotti nella manifestazione ormai 50 anni fa.
Giovedì 12 febbraio si parte con il Mini Carnevale Storico a cura delle scuole dell’Infanzia del territorio, culminando nella cerimonia del Mini Rogo del Diavolo.
Il vero clou della manifestazione è a ridosso del Martedì Grasso, con la tradizionale Corsa delle Bighe di lunedì 16 e la sfilata dei carri allegorici di martedì 17.

Fiaccolate sugli sci in maschera
Fiaccole accese, sci ai piedi, maschere sul volto: anche la neve, in Valle d’Aosta, sa travestirsi. Le fiaccolate di Carnevale chiudono la stagione come un ultimo brindisi sotto le stelle, tra musica, risate e discese illuminate.
Fiaccolata in maschera per grandi e piccini, con i maestri di sci e animazione con musica e DJ.La Fiaccolata in maschera più divertente della stagione, sulle nevi di Pila.