Pan di Sorc: il pane contadino che profuma di storia e di Friuli

Pan di Sorc: il pane contadino che profuma di storia e di Friuli

In Carnia, tra le vallate friulane che profumano di bosco e di pietra, il tempo sembra scorrere più lentamente. È qui, dove i monti incontrano il cielo, che nasce uno dei pani più identitari e sorprendenti del Friuli: il Pan di Sorc, oggi Presidio Slow Food.
Un nome curioso — sorc in friulano significa “mais” — per un pane che racchiude la storia di un popolo, la fame, la creatività e la rinascita.


Un pane povero che è diventato simbolo di ricchezza culturale

Il Pan di Sorc è un pane di montagna, nato in un tempo in cui niente andava sprecato. I contadini mescolavano le farine di mais, segale e frumento per ottenere un impasto rustico, dolce e profumato, cotto lentamente nel forno a legna.
Non era solo cibo, ma un modo per sopravvivere alle carestie e, insieme, per celebrare la terra.
Oggi, grazie all’impegno dei produttori locali e di Slow Food, questo pane antico è stato riscoperto, tutelato e riportato sulle tavole con orgoglio. Crosta dorata, mollica compatta e leggermente dolce, il Pan di Sorc è un piccolo miracolo che racconta la resilienza e la creatività friulana.


Tra storia e tradizione

Nato tra i monti della Carnia, il Pan di Sorc accompagnava la vita contadina: si impastava ogni settimana, si conservava per giorni e si condivideva durante le feste.
Ogni famiglia custodiva la propria ricetta, ma il segreto era uno solo: il lievito naturale di mele grattugiate e farina, che donava al pane un profumo unico e inconfondibile.
Nel tempo, questo “pane dei poveri” è diventato un simbolo di identità, testimone di un sapere antico e di una cultura che oggi torna a essere protagonista del turismo gastronomico.
Il Pan di Sorc è un compagno perfetto per salumi affumicati, formaggi stagionati e un bicchiere di rosso friulano. Ma chi ama sperimentare può provarlo anche con miele, fichi secchi o marmellate di montagna, proprio come facevano un tempo le famiglie friulane.


Lo sapevi che…? Il Pan di Sorc è più di un pane

Dolce o salato?
In alcune valli della Carnia, il Pan di Sorc veniva addolcito con miele o fichi secchi e servito come dolce povero durante le feste contadine.
Lievito di mele, non di birra!
Un lievito naturale ottenuto dalla fermentazione di mele e farina rendeva il pane profumato e leggermente fruttato.
Un pane che racconta la fame e la rinascita
Nato per “allungare” la farina di grano con quella di mais e segale, oggi è un simbolo di resilienza contadina.
Il nome “sorc”

In friulano significa “mais”: un termine semplice ma pieno di affetto per la propria terra.


Come e dove scoprirlo

Il Pan di Sorc si può degustare nei forni artigianali e nelle osterie della Carnia, tra Tolmezzo, Sutrio e Paularo.
Molti agriturismi organizzano anche laboratori di panificazione tradizionale, per riscoprire i gesti lenti e antichi della panificazione contadina.
Chi visita il Friuli in autunno può approfittare delle fiere dei prodotti tipici di montagna, dove il Pan di Sorc è protagonista insieme al formaggio di malga e al miele di castagno.


Un morso di autenticità

Il Pan di Sorc non è solo un pane: è un viaggio nella memoria. Un morso di autenticità che profuma di fumo, mele e montagne.
E forse è proprio questo il suo segreto: ricordarci che la vera innovazione, a volte, è semplicemente non dimenticare da dove veniamo.


Tre luoghi dove assaggiare il vero Pan di Sorc in Friuli

Socchieve, nel cuore della tradizione
Qui, tra i monti della Carnia, alcuni forni artigianali continuano a impastare il Pan di Sorc secondo la ricetta storica.
Il profumo del pane appena sfornato invade le vie del paese, e nelle sagre autunnali è impossibile non trovarlo servito accanto al frico e a un bicchiere di rosso friulano.

Gemona del Friuli, il forno del Presidio Slow Food
A Gemona si trova uno dei laboratori che aderiscono ufficialmente al progetto Slow Food.
Oltre ad assaggiare il Pan di Sorc originale, puoi scoprire le varietà di mais locali che lo compongono e acquistare farine macinate a pietra per riprodurlo a casa.

Tolmezzo, l’osteria del sapore autentico
Nelle trattorie e osterie del centro storico, il Pan di Sorc accompagna piatti montani come il cjarsons (ravioli ripieni dolci e salati) e le carni affumicate.
Un’esperienza gastronomica che riassume in un morso tutto il Friuli più autentico.


Vuoi provarlo a casa? Ecco la versione “da viaggio” del Pan di Sorc

Per chi vuole cimentarsi nella preparazione casalinga:
300 g di farina di mais “cinquantino”
100 g di farina di segale
100 g di farina di grano tenero
150 g di patate lesse schiacciate
1 cucchiaio di miele
Lievito madre (o un lievito di mele, se vuoi seguire la tradizione)
Sale, acqua tiepida e tanta pazienza
Impasta tutto fino a ottenere una consistenza morbida, lascia lievitare lentamente e cuoci in forno a legna (o statico, se non hai un forno rurale!) a 200°C per circa 45 minuti. Il risultato sarà un pane profumato, dal sapore rustico e leggermente dolce — un piccolo pezzo di Friuli nella tua cucina.

 

Ritorna sulla scena uno dei vini più iconici della storia enologica italiana: la Solaria Jonica Vendemmia 1959

Ritorna sulla scena uno dei vini più iconici della storia enologica italiana: la Solaria Jonica Vendemmia 1959

Dopo anni di silenzio, ritorna sulla scena uno dei vini più iconici della storia enologica italiana: la Solaria Jonica Vendemmia 1959, capolavoro di Antonio Ferrari (1913–2003), presentato in degustazione esclusiva allo Special Tasting del Merano Wine Festival 2025, il prossimo 8 novembre alle ore 16,30 (max 30 posti) presso l’Hotel Terme di Merano.


La storia di un mito

È la prima uscita ufficiale dopo la scomparsa (oltre 10 anni fa) di GianAngela Ferrari, figlia di Antonio, e rappresenta un omaggio alla memoria e alla tenacia di una famiglia che ha fatto della pazienza una vera arte.
Negli anni ’50, Antonio Ferrari – produttore a Galliate, in provincia di Novara – era noto per acquistare uve al Sud (non voleva vigne, voleva “il meglio”, ogni anno), vinificarle e venderle al Nord. Proprio nel 1959 (ritenuta la miglior annata del secolo scorso) selezionò uve surmature di Primitivo dalle vigne centenarie del Barone Bardoscia, a Torricella, nel Salento (Puglia).
Le trasportò per due giorni lungo la SS16 fino a Galliate, dove vinificò e affinò il vino, prima due anni in botti di legno, per poi decidere di lasciarlo riposare ancora in vasche di cemento, ma senza una data precisa di imbottigliamento.

La passione di Veronelli

Un atto di fede nel tempo, ammirato perfino da Gino Veronelli, che (dopo 3 decenni!) lo esortò invano a imbottigliare la Solaria.
Venne il tempo, secondo Antonio alla fine degli ai ’90, dopo 40 anni di riposo: imbottigliò quindi il vino e iniziò a raccogliere subito i consensi entusiastici di operatori e collezionisti, con recensioni, premi e riconoscimenti nazionali e internazionali.
Purtroppo, Antonio scomparve poco dopo, nel 2003, e fu GianAngela, la primogenita, a raccoglierne l’eredità commerciale (insieme al marito Sauro) che si impegnarono a fondo per far conoscere questo vino extra-straordinario nel mondo: la Solaria venne così esportata (in piccoli lotti, ovviamente) in diversi Paesi, comparendo persino nella carta del Le Louis XV, il ristorante 3 stelle Michelin di Alain Ducasse a Montecarlo. Con la loro scomparsa, però, (nel 2015/2016) il vino cadde progressivamente nel “dimenticatoio”.


La rinascita dopo 65 anni

Quando ormai si riteneva che la Solaria fosse terminata e definitivamente scomparsa, nel 2025, una scoperta fortuita riporta alla luce, nella vetusta e abbandonata cantina di Galliate, un’ultima vasca di Solaria Jonica 1959, da sempre erroneamente creduta vuota.
Grazie a Umberto Ferrari, secondo figlio di Antonio, e a Maurizio Pandolfi (fondatore di Sensi in Movimento), nascono così 953 bottiglie nuove, numerate e firmate da Umberto, imbottigliate direttamente dalla vasca originale, per la prima volta, dopo 6 decenni di riposo!
Un vino quindi di 65 anni, sorprendentemente vivo e fragrante, integro, intenso, ricchissimo, emozionante, un vero e proprio “Highlander” dell’enologia e che, peraltro, rappresenta il più “antico” in degustazione al Merano Wine Festival 2025, ultimo testimone liquido della grande visione di Antonio Ferrari, in quel lontano e caldissimo autunno del 1959.
Scrisse Luigi Veronelli sulla “Guida Oro dei Vini di Veronelli 2003, recensendo la Solaria Jonica 1959: “Dietro la mia scrivania, ho una bottiglia di questo arcano Solaria, senza data ma aperto anni fa. L’accosto al naso, di quando in quando. Mi rasserena.”

 

L’uvetta e le sue sorprendenti proprietà per la salute degli occhi. 10 motivi per cui assumerla

L’uvetta e le sue sorprendenti proprietà per la salute degli occhi. 10 motivi per cui assumerla

L’uvetta, nota anche come uva passa, è da sempre apprezzata come un alimento ricco di proprietà e benefici per la salute, oltre che per il suo gusto dolciastro e gradevole che la rende facilmente utilizzabile in tante ricette in cucina.
Tradizionalmente viene considerata utile per migliorare la memoria, ma, secondo gli esperti di www.clinicabaviera.it, una delle più importanti aziende oftalmiche in Europa, uno degli aspetti meno conosciuti di questo piccolo frutto è il suo impatto positivo sul buon funzionamento degli occhi, grazie ai suoi antiossidanti e ai suoi nutrienti che aiutano a prevenire diverse malattie visive.

Un toccasana per tutti

Nonostante le sue piccole dimensioni, l’uvetta è ricca di sostanze nutritive essenziali che la rendono un’ottima scelta per completare una dieta equilibrata. Il suo consumo si è diffuso in tutto il mondo, soprattutto negli ultimi anni in cui c’è più attenzione al benessere a tavola, sia come snack naturale tra un pasto e l’altro, spesso consigliata anche per gli sportivi o gli studenti, sia come ingrediente di piatti dolci o salati.
Questo alimento naturale è ottenuto attraverso un processo d’essiccazione che concentra gli zuccheri e le sostanze nutritive presenti nelle uve. E proprio grazie a questa lavorazione, l’uvetta è ricca di fibre, antiossidanti, vitamine A e B, carotenoidi, ferro, potassio e composti fenolici, tutti componenti che apportano diversi benefici all’organismo, che vanno dal miglioramento della digestione alla prevenzione dell’invecchiamento precoce delle cellule.
Molti anche i benefici che riguardano la salute degli occhi e della vista e gli esperti di Clinica Baviera spiegano quali sono, per suggerire a tutti di inserire abitualmente l’uvetta nella propria dieta, naturalmente con il giusto equilibrio e moderazione. 

1 – Protegge contro la degenerazione maculare

La degenerazione maculare è una delle principali cause della perdita della vista negli anziani.
L’uvetta contiene antiossidanti come la luteina e la zeaxantina, che aiutano a filtrare la dannosa luce blu e proteggono le cellule della retina dai danni ossidativi.
Inoltre, questi antiossidanti fungono da barriera naturale che ritarda l’insorgenza di questa malattia. Consumare uvetta regolarmente può contribuire a mantenere la macula lutea, la parte centrale della retina, in buone condizioni, prolungando l’acuità visiva con il passare degli anni. 

2 – Riduce il rischio di cataratta

La cataratta compare quando il cristallino dell’occhio diventa opaco a causa dell’ossidazione e dell’invecchiamento.
L’uvetta, grazie al suo contenuto di vitamina C e antiossidanti, aiuta a mantenere la trasparenza del cristallino.
Questi nutrienti frenano infatti i processi di degradazione cellulare che provocano la torbidità dell’occhio. Così, il consumo di uvetta può essere una strategia naturale e preventiva per mantenere una visione chiara più a lungo.

3 – Previene il danno ossidativo oculare 

I radicali liberi causano danni cellulari in tutto il corpo, compresi gli occhi.
L’uvetta è ricca di polifenoli e altri composti antiossidanti che neutralizzano questi radicali liberi e riducono lo stress ossidativo oculare.
Questo effetto antiossidante protegge i tessuti oculari sensibili, come il cristallino e la retina, aiutando a prevenire malattie come cataratta o retinopatie. Includendo l’uvetta nella dieta, si rafforza la difesa naturale del corpo contro queste patologie.


4 – Migliora la circolazione sanguigna negli occhi

Una buona circolazione è essenziale per mantenere gli occhi ossigenati e nutriti.
Nell’uvetta ci sono ferro e potassio, minerali che favoriscono un buon flusso sanguigno e prevengono la formazione di coaguli o blocchi nei vasi oculari.
Una circolazione efficiente permette alle cellule dell’occhio di ricevere i nutrienti necessari per funzionare correttamente e rigenerarsi. In questo modo, il consumo regolare di uvetta può contribuire a una migliore salute vascolare oculare.
Gli antiossidanti e i minerali contenuti nell’uvetta aiutano a rafforzare i capillari e i vasi sanguigni dell’occhio, riducendo il rischio di microemorragie oculari.

5 – Riduce il rischio di infezioni oculari

Le proprietà antimicrobiche naturali dell’uvetta aiutano a rafforzare il sistema immunitario, cosa utile quindi per prevenire infezioni oculari come la congiuntivite.
Inoltre, gli antiossidanti presenti nell’uvetta rafforzano la barriera immunitaria nella mucosa oculare, proteggendo gli occhi da agenti esterni come batteri, polvere e altre particelle.
In generale, una dieta particolarmente ricca di alimenti con proprietà antimicrobiche può essere utile nelle stagioni delle allergie o dell’esposizione maggiore agli agenti contaminanti.

6 – Previene l’affaticamento degli occhi

L’uvetta, contenendo zuccheri naturali, fornisce energia in modo rapido e efficace, cosa che può aiutare a combattere la stanchezza degli occhi, specialmente nelle persone che trascorrono molte ore davanti agli schermi del computer.
Inoltre, il suo contenuto di antiossidanti protegge gli occhi dallo stress generato dalla luce artificiale, che è utile quando si sta a lungo in ambienti di lavoro.

7 – Idrata e previene la secchezza oculare

L’uvetta contiene piccole quantità di acqua e acidi grassi che possono aiutare a mantenere gli occhi idratati, soprattutto se assunta all’interno di una dieta ricca di liquidi e frutta.
La secchezza oculare, comune nelle persone che lavorano molte ore davanti agli schermi, può essere alleviata grazie all’effetto nutriente e leggermente idratante dell’uvetta, migliorando la sensazione di comfort oculare.
La vitamina A e gli acidi organici presenti nell’uvetta aiutano inoltre a mantenere le mucose oculari umide e protette.
Questo è particolarmente utile per le persone che soffrono di secchezza oculare, poiché una buona idratazione previene irritazioni, affaticamento degli occhi e sensazione di sabbiolina all’interno.
Il contenuto di potassio e l’azione delle fibre nell’uvetta contribuiscono inoltre a garantire l’equilibrio dei liquidi in tutto il corpo, compresi gli occhi.
Una corretta idratazione è vitale per la produzione di lacrime e il mantenimento del film lacrimale che protegge la superficie oculare.

8 – Rinforza la retina

La retina è un tessuto sensibile alla luce che ha bisogno di nutrienti specifici per rimanere in salute.
L’uvetta contiene zinco, flavonoidi e vitamina B6, tutti fondamentali per il suo corretto funzionamento.
Questi nutrienti promuovono la rigenerazione cellulare e proteggono le cellule fotorecettrici, contribuendo a mantenere una buona percezione del colore e dei dettagli visivi.
E questo è particolarmente utile per le persone con una storia familiare di malattie della retina.

9 – Ha effetto antinfiammatorio

Gli antiossidanti come i flavonoidi hanno proprietà antinfiammatorie che possono ridurre il gonfiore o l’infiammazione degli occhi causata da allergie o affaticamento della vista.
Ridurre l’infiammazione degli occhi aiuta a migliorare il comfort visivo e a prevenire danni alle strutture sensibili come la cornea o la retina.


10 – Riduce la sensibilità alla luce

Gli antiossidanti e la luteina aiutano a ridurre la fotosensibilità oculare, proteggendo gli occhi dalla luce intensa o fastidiosa.
Questo migliora il comfort visivo e previene mal di testa o disturbi oculari causati dall’esposizione prolungata al sole o agli schermi.

 

Il Dott. Sergio Ares, Medico Chirurgo Oculista e Country Manager di Clinica Baviera Italia, spiega: “L’uvetta è una ricca fonte di antiossidanti, in particolare di polifenoli come la luteina e la zeaxantina, che sono essenziali per la salute degli occhi.
Questi composti aiutano a proteggere gli occhi dai danni ossidativi causati dai radicali liberi e possono ridurre il rischio di malattie come la degenerazione maculare associata all’età e la cataratta. Inoltre, l’uvetta contiene vitamina A e beta-carotene, nutrienti che favoriscono una buona visione notturna e il buon mantenimento delle cellule della retina.
Noi di Clinica Baviera incoraggiamo a includere l’uvetta all’interno di una dieta equilibrata perché può essere davvero un modo naturale e comunque gustoso di prendersi cura della salute visiva a lungo termine”.
Un vino dalla storia millenaria: il Recioto della Valpolicella è Presidio Slow Food

Un vino dalla storia millenaria: il Recioto della Valpolicella è Presidio Slow Food

Il Recioto è il vino simbolo della Valpolicella, padre di quell’Amarone, chiamato inizialmente Recioto Amaro, che ha reso questa regione vitivinicola celebre nel mondo. E’ anche un nuovo Presidio Slow Food del Veneto.
La sua storia è millenaria, proprio come lo è l’appassimento, tecnica antichissima utilizzata nelle terre veronesi per conservare la frutta nei lunghi mesi invernali. Il primo a citare il vino acinaticum, ottenuto dalla spremitura di queste uve disidratate, è Plinio il Vecchio nel I secolo d.C. Successivamente Cassiodoro, storico e letterato del IV secolo d.C. al servizio di Teodorico, descrive questo succo denso e così ricco di zuccheri che i lieviti faticano a trasformare del tutto in alcol mosto invernale, freddo sangue delle uve”.

foto Giampaolo Mascalzoni

Il padre dell’Amarone

Il nome deriva da rècie (orecchie, nel dialetto locale) ovvero le ali dei grappoli attraverso i quali l’uva era appesa ai tralicci per il laborioso processo di appassimento. Il Recioto si ottiene da grappoli accuratamente selezionati di vitigni locali: Corvina, Corvinone, Rondinella ma anche, sebbene in misura minore, da altre varietà autoctone a bacca rossa come Molinara, Oseleta, Pelara, Dindarella, Spigamonti, Turchetta.
«Abbiamo deciso di avviare un Presidio sul Recioto – afferma Roberto Covallero, presidente di Slow Food Veneto e referente del Presidio – ben consapevoli di quanto fosse complesso questo progetto, perché questo vino così identitario per la Valpolicella, negli ultimi 20 anni è in continuo calo. Sul totale delle bottiglie prodotte in Valpolicella solo lo 0,6% è Recioto».
Il successo internazionale dell’Amarone ha spinto negli anni i produttori a destinare gran parte delle uve appassite a quel vino, e anche la contrazione generale dei consumi di vini dolci ha fatto la sua parte. Il Recioto è stato troppo spesso relegato dalla ristorazione a sfizio da fine pasto, al momento del dessert, anziché accompagnarlo al cibo salato, come era tradizione nella cucina locale.
«Il nostro obiettivo è strapparlo all’oblio – continua Covallero – iniziando dai primi sette produttori che condividono questo progetto, le Cantine Mizzon, Venturini, Roccolo Grassi, Corte Merci, La Dama, Giovanni Ederle e Novaia, per aggregare in futuro altri produttori. Si stanno avvicinando in particolare piccole cantine, quelle più legate al territorio e alla tradizione, che già producono in modo sostenibile e nel pieno rispetto dell’ambiente e della biodiversità».
Il regolamento del Presidio del Recioto è molto rigoroso e ispirato ai principi della Slow Wine Coalition, più restrittivo rispetto al disciplinare della Docg. «Ci auguriamo di poter contribuire, nel nostro piccolo, al rilancio già in corso per tutto il settore vitivinicolo veronese».
Il regolamento non prevede il diserbo chimico, richiede la selezione di uve da vigne di almeno 15 anni allevate in conduzione diretta, l’appassimento in fruttaio per almeno 100 giorni senza forzature, livelli molto bassi di solforosa, la messa in commercio non prima di 5 anni a partire da quello successivo alla vendemmia, con almeno un anno in bottiglia, l’impegno a conservare terrazzamenti e in generale il paesaggio rurale storico della Valpolicella.   


Focus: una storia che profuma di tempo

Dalle colline della Valpolicella un sorso antico che racconta il Veneto più autentico. Dolce, complesso e moderno, il Recioto è il padre nobile dell’Amarone e il simbolo della lentezza felice.
Prima che l’Amarone diventasse un’icona del vino italiano, nelle cantine veronesi si produceva già da secoli un nettare dolce e concentrato: il Recioto della Valpolicella.
Il suo nome deriva dal dialetto veneto “recia”, cioè “orecchia” — la parte superiore del grappolo, più esposta al sole e quindi più zuccherina.
È da questi acini preziosi che nasce il Recioto, un vino passito prodotto con uve Corvina, Rondinella e Molinara, lasciate ad appassire lentamente nei fruttai ventilati per mesi, fino a trasformare ogni chicco in un piccolo scrigno di dolcezza e intensità.

foto Silvano Rucci

Un errore diventato leggenda

La leggenda narra che il celebre Amarone sia nato proprio da un errore: un Recioto lasciato fermentare troppo a lungo, fino a perdere la sua dolcezza naturale e diventare secco.
Ma se l’Amarone ha conquistato il mondo con la sua forza e austerità, il Recioto è rimasto il custode dell’anima più antica e dolce della Valpolicella.
Un vino da meditazione, ma anche da condivisione, che parla di lentezza, di legno e di pazienza.
Negli ultimi anni il Recioto sta vivendo una riscoperta sorprendente e l’entrata fra i presidi Slow Food lo conferma.
I giovani winemaker della Valpolicella lo reinterpretano con un linguaggio contemporaneo: meno zucchero residuo, maggiore eleganza, un equilibrio perfetto tra dolcezza e acidità.
Non più solo vino da dessert, ma compagno raffinato per formaggi erborinati, piatti speziati o cioccolato fondente.
Un piccolo lusso da assaporare lentamente, magari al tramonto, con vista sui vigneti che si tingono d’oro.Tradizione e rituale
Il Recioto è un vino che scandisce il tempo.
Si raccoglie a mano a settembre, si appassisce fino a febbraio e solo allora viene pigiato.
Le botti riposano silenziose, come custodi di una magia che da secoli si ripete uguale.
A Negrar, cuore della Valpolicella classica, ogni anno la Sagra del Recioto e dell’Amarone celebra questo legame profondo tra vino, comunità e territorio.
Un rito collettivo che profuma di cantine, di mosto e di pane appena sfornato.


Mini–guida slow: dove e come vivere il Recioto

Dove andare
Il cuore pulsante del Recioto è la Valpolicella, una manciata di colline tra Verona e il Lago di Garda, punteggiate da borghi antichi e vigneti disegnati come ricami sulla pietra.
Da non perdere: Negrar, Fumane e Marano di Valpolicella, dove molte cantine aprono le porte per degustazioni e visite guidate ai fruttai d’appassimento.
Quando andare
Il periodo più affascinante è l’autunno, quando l’aria profuma di vendemmia e i grappoli vengono distesi sui graticci.
Ma anche a Pasqua, durante la storica Sagra del Recioto, quando il vino nuovo viene finalmente svelato.
Come vivere l’esperienza
Scegli un agriturismo o una wine boutique nel cuore della valle: il modo migliore per entrare in contatto con chi questo vino lo vive ogni giorno.
Molte aziende propongono degustazioni guidate, cene in vigna o laboratori sull’appassimento delle uve.
Abbinamenti e curiosità
Servito a 14–16°C, il Recioto è perfetto con dessert al cioccolato o dolci secchi, ma sorprende anche con formaggi erborinati o foie gras.
Chi ama sperimentare, provi l’abbinamento con cucina orientale o speziata: dolcezza e piccante creano un dialogo inaspettato.
Come arrivare
La Valpolicella dista solo 20 minuti da Verona e 40 dal Lago di Garda.
Per un’esperienza più autentica, esplorala in bicicletta elettrica o Vespa d’epoca, tra pievi romaniche, cantine e panorami che sanno di vino e poesia.
In sintesi, il Recioto non è solo un vino dolce: è una lezione di lentezza, un racconto liquido del Veneto più autentico.
È il profumo di un tempo che non ha fretta, e che – come il vino migliore – sa che la bellezza si conquista aspettando.

 

 

Autunno in cantina: i 14 vini della nostra selezione per la stagione

Autunno in cantina: i 14 vini della nostra selezione per la stagione

L’autunno è arrivato. Le giornate si fanno più corte, l’estate è ormai un ricordo che si sta sbiadendo nella memoria e la voglia è di stare insieme, magari al caldo di un focolare a meditare e gustare insieme ai migliori amici i vini da degustazione.
Abbiamo quindi fatto per voi una selezione dei migliori vini da degustare in autunno.

1 – Nazzareno pola dirupo Valdobbiadene Docg Rive di Santo Stefano extra dry, Andreola (Veneto)

L’Etichetta del Fondatore Nazzareno Pola è la massima espressione del territorio di Valdobbiadene firmata Andreola.
Nato da un’attenta selezione delle migliori uve Glera delle Rive di Santo Stefano, questo spumante Extra Dry si distingue per l’eleganza del perlage e i profumi di fiori bianchi, pera e pesca. Al palato è cremoso, armonioso e persistente, con un finale piacevolmente sapido.
Perfetto come calice d’apertura o in abbinamento ad antipasti delicati, crudi di pesce e crostacei, è ideale per momenti di festa o brindisi importanti. Questa cuvée nasce come omaggio al fondatore Nazzareno Pola, che ogni anno seleziona personalmente le uve migliori per creare un vino simbolo di passione, eleganza e autenticità delle colline di Valdobbiadene.
Euro 28


2 – Contrada monte serra Etna Doc rosso 2022, Benanti (Sicilia)

L’Etna Rosso Contrada Monte Serra di Benanti nasce sulle pendici sud-orientali del vulcano, in un territorio unico dove il mare e la montagna si incontrano.
È un vino che racconta la forza e l’eleganza del Nerello Mascalese, la varietà simbolo dell’Etna.
Nel calice si presenta con un colore rubino luminoso e profumi che richiamano la frutta rossa e le spezie.
Al palato è armonico, pieno e persistente, con una struttura fine che esprime perfettamente il carattere del suo territorio vulcanico.
È un rosso versatile e raffinato, ideale per accompagnare piatti di carne, selvaggina e formaggi stagionati, ma anche per essere gustato da solo, come espressione autentica dell’enologia etnea. 

Euro 45

3 – Barolo Monfalletto, Cordero di Montezemolo (Piemonte)

Il Barolo Monfalletto è un vino biologico prodotto con uve Nebbiolo 100%, provenienti dai vigneti storici della tenuta di La Morra. Matura per circa 22 mesi in legno e riposa un anno in bottiglia prima della vendita.
Si presenta con un colore granato brillante e offre profumi intensi di ciliegia sotto spirito, tabacco, cacao, rosa e violetta.
Al gusto è pieno, elegante e tannico, con grande capacità di invecchiamento: può evolvere per decenni nelle migliori annate. 

Euro 52

 


4 – Molmenti Valtenesi 2019, Costaripa (Lombardia)

Il Molmenti Valtènesi 2019 è un rosé d’autore che incarna l’eleganza e la raffinatezza del Lago di Garda.
Nato da una vendemmia manuale all’alba e da una vinificazione delicata “a lacrima”, questo vino esprime un’anima luminosa e cristallina.
Al naso regala un bouquet ampio e complesso, con profumi floreali, fruttati e speziati che si evolvono nel tempo.
Al palato è avvolgente, sapido e persistente, con una freschezza croccante che ne esalta la longevità.
Un vino di grande classe, perfetto per accompagnare piatti mediterranei e creazioni gourmet.
Euro 39

5 – Nero di Rosso, Diesel farm (Veneto)

Il Nero di Rosso è un Pinot Nero elegante e raffinato, espressione autentica del clima prealpino e della viticoltura biologica.
Si presenta con un colore rosso rubino chiaro e brillante, profumi delicati di fiori e spezie e un gusto morbido, armonico e avvolgente.
È un vino che unisce finezza e carattere, capace di accompagnare con naturalezza piatti semplici ma creativi, mantenendo sempre un’eleganza discreta e setosa.
Un’espressione sincera e pura di Pinot Nero veneto, prodotta in quantità limitate con grande attenzione artigianale.
Euro 55.

6 – Fosélios Valdobbiadene prosecco superiore millesimato Docg brut (Veneto)

l Fosélios Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut è un vino giovane e brillante, capace di racchiudere in sé tutta la freschezza delle colline di Valdobbiadene.
Dal colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, sprigiona profumi di mela verde, pera e delicati fiori bianchi. Al palato è vivace, sapido e armonioso.
Perfetto come aperitivo o per accompagnare antipasti leggeri e piatti di pesce, è uno spumante elegante e irresistibile, simbolo dello stile Follador.

Euro 15,20

7 – Teroldego rotaliano Doc,  Gaierhof (Trentino Alto Adige)

Il Teroldego Rotaliano DOC nasce nel Campo Rotaliano, su terreni alluvionali coltivati con pergola doppia trentina.
Dopo la fermentazione, affina in acciaio con un breve passaggio in botti di rovere. Si presenta con un colore rosso rubino intenso e riflessi violacei.
Al naso è fruttato e floreale, con sentori di lampone, marasca, melagrana, mora e viola. Al gusto è asciutto, strutturato e sapido, con tannini equilibrati.
Va gustato preferibilmente nei primi due anni, e si abbina bene a carni rosse, bolliti, formaggi stagionati, oltre a piatti tipici come “carne salada” e risotto al Teroldego.
Euro 10,10.

8 – Collio riserva, Gradis’ciutta (Friuli Venezia Giulia)

Il Collio Riserva è un vino bianco elegante e complesso, espressione autentica del territorio collinare del Collio.
Frutto di un’attenta selezione di uve autoctone, questo vino si distingue per il suo profilo aromatico ricco e avvolgente, dove si intrecciano note floreali, fruttate e speziate.
Al palato è rotondo e armonioso, con una piacevole sapidità che ne esalta la freschezza e la mineralità.
Un vino da meditazione, capace di raccontare la storia e la passione di chi lo produce. 

Euro 25.

9 – Vadobbiadene prosecco superiore Docg, Rive di Farra di Soligo (Veneto)

Il Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Rive di Farra di Soligo Millesimato Extra Brut – La Farra nasce da uve Glera coltivate nell’alta collina di Collagù.
Elegante e raffinato, si distingue per un perlage finissimo e profumi di mela e albicocca.
Al palato è fresco, minerale e armonico. Prodotto con metodo Charmat lungo, è ideale con risotti, antipasti, pesce e carni bianche.
Da gustare giovane per apprezzarne al meglio la vivacità.   

Euro 11.50

10 – Gravello Calabria rosso Igt, Librandi (Calabria)

Il Gravello nasce nella Tenuta Arcidiaconato, a Strongoli, dall’unione tra Gaglioppo e Cabernet Sauvignon.
Matura per 12 mesi in barrique e affina in bottiglia, offrendo un profilo elegante e persistente. È pronto dopo due anni dalla vendemmia e può evolvere per oltre dieci anni.
Si abbina perfettamente a carni rosse, selvaggina, formaggi stagionati e piatti speziati.

Euro 34.


11 – Pinot grigio Friuli grave 2024, Pighin (Friuli Venezia Giulia)

Questo Pinot Grigio è un vino fresco e piacevole, dal colore giallo paglierino con lievi riflessi ambrati.
Al naso si presenta con profumi fruttati e floreali, che ricordano la banana, l’ananas e i fiori di glicine.
Al palato è equilibrato, armonico e di buona persistenza. È un bianco versatile, ideale per accompagnare piatti di pesce, risotti, minestre di verdure e carni bianche leggere.
Si apprezza giovane, ma può evolvere bene per alcuni anni mantenendo la sua personalità. 

Euro 8,80.

12 – Barolo Docg Perno, Saffiro (Piemonte)

Il Barolo Perno è un vino rosso di grande eleganza e profondità, espressione autentica delle colline di Monforte d’Alba.
Prodotto da uve Nebbiolo in purezza, si distingue per la sua struttura importante e il carattere deciso.
Al naso e al palato rivela un profilo complesso e armonico, ideale per accompagnare piatti robusti come brasati, selvaggina e formaggi stagionati.
Un vino che incarna la tradizione e la nobiltà delle Langhe, capace di evolvere magnificamente nel tempo. 

Euro 65.

13 – Soave classico, Suavia (Veneto)

Fresco, fruttato e dalla grande bevibilità, il Soave Classico è un 100% Garganega coltivato su suoli vulcanici a 300 metri di altitudine.
Al naso rivela note di frutti e fiori bianchi, con sfumature vegetali e minerali; al palato è equilibrato, sapido e morbido.
Perfetto come aperitivo, si abbina a verdure, pesce, carni bianche e formaggi freschi. 


14 – Filai lunghi Nobile di Montepulciano, Talosa (Toscana)

Il Filai Lunghi è un Vino Nobile di Montepulciano elegante e strutturato, ottenuto da uve Sangiovese selezionate a mano.
Affinato per due anni in legno e acciaio, ha un grande potenziale di invecchiamento e una personalità decisa.
Proviene dai vigneti esposti a sud-ovest, a 400 metri di altitudine. Dal 2024 è certificato biologico e ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. 

Euro 55.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Castagna e marroni, i frutti dell’autunno

Castagna e marroni, i frutti dell’autunno

Le castagne e i marroni sono frutti dell’albero di castagno (Castanea sativa) e sono tra i simboli più riconoscibili dell’autunno italiano.
Per secoli, sono stati una fonte preziosa di nutrimento, in alcuni casi l’unico sostentamento, particolarmente nelle zone montane e collinari, dove questi frutti venivano chiamati “il pane dei poveri” grazie alla loro ricchezza nutritiva e alla loro versatilità in cucina.
In questo articolo, nel mese in cui a questo frutto straordinario si dedicano feste in tutta Italia esploreremo la storia, le curiosità, i valori nutrizionali, i principali usi culinari, vi regaleremo una ricetta tradizionale e le elencheremo le sagre e le feste più importanti dedicate alle castagne in Italia.

Foto di Federico Maderno da Pixabay

Facciamo chiarezza fra castagne e marroni

La differenza tra castagna e marrone è spesso confusa, ma si tratta di due varianti del frutto del castagno (Castanea sativa), che si distinguono principalmente per caratteristiche botaniche, estetiche e commerciali.
Le principali differenze sono nel colore e nell’aspetto. La c
astagna è di solito più piccola e ha una forma più irregolare, leggermente piatta da un lato e arrotondata dall’altro. Il pericarpo (la buccia esterna) è più scuro e più difficile da rimuovere. I marroni sono di conseguenza generalmente più grandi, con una forma più tondeggiante e simmetrica con buccia più chiara, liscia e uniforme che presenta spesso delle striature.
Un’altra differenza importante e nel numero dei frutti all’interno del riccio. Nella castagna si trovano solitamente tre o più frutti di dimensioni più piccole mentre il
riccio di un marrone contiene di solito uno o due frutti che hanno quindi più spazio per svilupparsi, risultando più grandi e meglio formati.
Analizzando l’interno del frutto risulta che
la castagna ha una pellicina più aderente alla polpa cosa che rende difficile la sbucciatura; nei marroni invece la pellicina è meno aderente alla polpa, il che rende più facile sbucciarli, specialmente dopo la cottura.
Venendo al gusto si può affermare che la polpa della castagna è generalmente meno dolce e farinosa rispetto al marrone che risulta di conseguenza più dolce
con una consistenza più farinosa; cosa che li rende particolarmente apprezzati in cucina e nella produzione di dolci.
Quanto all’uso la castagna viene più utilizzata nelle
preparazioni rustiche come ad esempio le caldarroste, le castagne bollite o per fare farina di castagne. Vengono inoltre spesso vendute fresche nei mercati e utilizzate per zuppe o polente. I marroni invece grazie alla loro dimensione, alla dolcezza e facilità di sbucciatura, sono preferiti per le preparazioni più raffinate, come i marron glacé e altri dolci. Sono anche usati in ricette che richiedono una maggiore delicatezza del sapore.
Quanto all’origine e alla coltivazione i castagneti sono generalmente
 selvatici o non selezionati e il frutto cresce naturalmente sui castagni senza particolari interventi di selezione varietale. Il marrone di contrappasso deriva invece da varietà selezionate di castagni coltivati per ottenere i frutti più pregiati. Una coltivazione vera e propria che vede di conseguenza alberi curati proprio per garantire la qualità del frutto, ed è per questo che i marroni hanno un valore commerciale più elevato essendo un frutto di qualità superiore molto ricercato dall’industria dolciaria che gli fa avere sul mercato un prezzo più elevato delle comuni castagne.
In sintesi, la castagna è un frutto “naturale” più rustico e diffuso, mentre il marrone è una varietà pregiata.

Foto di congerdesign da Pixabay

Una storia millenaria

La sua storiai inizia con il castagno europeo (Castanea sativa), una pianta originaria dell’area mediterranea e asiatica, che si è diffusa in tutta Europa, in particolare nelle regioni montane. Il castagno era già conosciuto in epoca preistorica, come dimostrano ritrovamenti fossili, e veniva coltivato dai Greci e dai Romani. I Romani furono tra i primi a diffondere la coltivazione del castagno riconoscendo il valore alimentare dato che il frutto divenne un’importante fonte di nutrimento, soprattutto nelle zone collinari e montane. Tuttavia, fu durante il Medioevo con l’espansione dei castagneti in Italia, Francia e Spagna che la sua selezione e il miglioramento delle varietà portarono alla nascita poi del marrone, la variante più grande, più dolce e di qualità superiore rispetto alle castagne selvatiche. A partire dal XV secolo, la coltivazione dei marroni divenne particolarmente sviluppata in Italia, dove si formò una tradizione secolare di cura dei castagneti; le regioni che più si specializzarono nella produzione di marroni furono Toscana, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto e Campania. Il marrone del Mugello ad esempio, divenne famoso in tutta Italia per la sua qualità e lo stesso accadde per i marroni di San Zeno di montagna in Veneto e i marroni di Marradi in Toscana.
Durante il periodo medievale e successivo i castagneti e la produzione di marroni furono fondamentali per l’economia rurale, specialmente nelle zone montuose dove la coltivazione di cereali era difficile.
I marroni, insieme alle castagne, costituivano una risorsa preziosa; non solo erano consumati freschi o secchi ma venivano anche trasformati in farina di marroni, che era utilizzata per preparare polente, pani e dolci.
La farina di marroni divenne un alimento base in molte aree d’Italia fino all’inizio del XX secolo, tanto che il castagno veniva spesso chiamato “albero del pane” proprio per l’importanza che aveva nell’alimentazione quotidiana delle comunità rurali.
Nel corso dei secoli, i marroni mantennero la loro importanza e, con l’inizio della commercializzazione più estesa dei prodotti agricoli, iniziarono a essere considerati un prodotto di pregio. Già dal XVII secolo, i marroni erano utilizzati per produrre il famoso marron glacé, una delle preparazioni più sofisticate che valorizzavano la dolcezza naturale di questo frutto.
Con l’arrivo della modernità, la produzione di marroni si concentrò sempre più sulla qualità, e le zone di produzione si affinarono ulteriormente. A

Foto di Ylanite Koppens da Pixabay

Le principali varietà di marroni italiani

Per dare valore al prodotto i marroni più pregiati sono stati tutelati e riconosciuti con le certificazioni di qualità come la Dop (Denominazione di Origine Protetta) e la Igp (Indicazione Geografica Protetta), proteggendo così la loro unicità e il legame con il territorio.
I più famosi in Italia sono il marrone del Mugello IGP (Toscana) particolarmente apprezzato per la sua polpa soda e dolce; vene coltivato da secoli nei boschi toscani che confinano con la Romagna del Mugello e sono apprezzati per la qualità. Il marrone di San Zeno DOP (Veneto) proveniente dalle pendici del Monte Baldo, vicino a Verona ed è famoso per la sua dolcezza e per la facilità di sbucciatura. Tornando in Toscan sempre in alto Mugello ma con IGP tutta sua è il marrone di Marradi IGP (Toscana) che è un’altra pregiata varietà di marrone che ha radici antiche e che è strettamente legata al comune montano di Marradi, noto per la sua storica Sagra delle Castagne. Di là dell’Appennino è il marrone di Castel del Rio IGP (Emilia-Romagna), varietà emiliana è conosciuta per la sua qualità e la sua tradizione secolare e infine tornando al Veneto ecco il marrone di Combai IGP (Veneto) che cresce nelle colline di Combai, un’area nota per la lunga tradizione di coltivazione del castagno e per le sagre che lo celebrano.

Foto di Marc Pascual da Pixabay

Le principali sagre in Italia

In molte regioni italiane, l’arrivo dell’autunno è segnato da feste popolari dedicate alle castagne e al marrone, dove è possibile gustare il frutto in tutte le sue forme e partecipare a eventi folkloristici.
Sagra del marrone a Villar Focchiardo (Piemonte): Il 19 e 20 ottobre 2024, nel cuore della Valle di Susa, questa sagra celebra il pregiato Marrone della Valle di Susa IGP. La manifestazione, giunta alla 62ª edizione, include una gara in cui si premiano i marroni di maggiore pezzatura e la mostra mercato locale
Sagra della marrone di Cuneo (Piemonte). Dal 18 al 20 ottobre la provincia di Cuneo è rinomata per la produzione di castagne e marroni. Durante la sagra, vengono organizzati mercatini, degustazioni e spettacoli folkloristici.
Sagra della castagna di San Zeno di Montagna (Veneto):19 e 20, 26 e 27 ottobre 2024. In questa località veronese, la sagra è famosa per il suo marrone di San Zeno DOP, considerato uno dei migliori marroni d’Italia
Sagra della castagna e del marron buono di Marradi (Toscana):
Una delle più celebri in Italia, si svolge a Marradi, nel cuore del Mugello e nella patria di uno dei migliori marroni nazionali. Qui si possono degustare i famosi marroni del Mugello, insieme a piatti tipici locali e prodotti artigianali.
Festa della castagna di Vallerano (Lazio).
Si è svolta nel solo week end del 12 al 13 ottobre 2024, nel borgo di Vallerano (Viterbo). Qui, oltre alle castagne DOP, la festa offre pranzi nelle cantine tufacee e diverse attività culturali.
Sagra della castagna di Soriano nel Cimino (Lazio).
Ad ottobre tutti i fine settimana. Questo evento offre rievocazioni medievali, spettacoli e, naturalmente, tante caldarroste e prodotti tipici​
Sagra della castagna di Montemonaco (Marche).
Ultimo weekend di ottobre, con stand gastronomici, musica e mercatini.
Sagra della castagna di Trecchina (Basilicata).
Si tiene dal 12 al 27 ottobre 2024, nei weekend. Qui, le tradizioni e i sapori locali si incontrano in un borgo incantevole dell’entroterra lucano​.

Foto di falco da Pixabay

Tutte le cose curiose da sapere

Simbolo di abbondanza: In alcune culture, la castagna è associata a prosperità e abbondanza.
Antiche tradizioni popolari vedevano la raccolta delle castagne come un segno di buona fortuna per l’inverno
Un’altra specie botanica, l’ippocastano, produce i cosiddetti “marroni” o “castagne matte”, che assomigliano a quelle vere però non sono commestibili. Venivano una volta usati per scopi medicinali e per nutrire gli animali, ma non devono essere confusi con le castagne dolci.
Le piante di castagni sono molto longeve e possono vivere centinaia di anni. Uno degli esempi più famosi in tal senso è il Castagno dei Cento Cavalli, un albero plurisecolare situato sull’Etna, considerato uno dei più antichi al mondo.

Foto di Isa KARAKUS da Pixabay

Il frutto che sfamava i popoli di montagna 

Il frutto considerato come “pane” in passato per tanti popoli di montagna è un alimento molto nutriente e sano ed è diverso dagli altri tipi di frutta secca come noci e mandorle perché sono più ricco di carboidrati e con un contenuto di grassi molto più basso. Fonte eccellente di energia e particolarmente indicato per chi ha bisogno di un alimento che fornisca calorie in maniera bilanciata; inoltre essendo naturalmente privo di glutine è ideali per chi soffre di celiachia.
Per tutti questi preziosi motivi e per la versatilità ampio e il suo uso in cucina dove diventa protagonista sia di piatti dolci che salati.
La classica e più conosciuta modalità di consumo e la “caldarrosta” ovvero quando il frutto viene rrostito sulla brace o sul fornello, un simbolo delle passeggiate autunnali. Ottime anche  le castagne bollite, dette anche “ballotte” che vengono cotte in acqua salata con foglie di alloro e a volte un pizzico di finocchio.
La farina di castagne è invece molto utilizzata nelle ricette tradizionali, soprattutto in Toscana e in Liguria per preparare piatti come il famoso castagnaccio, un dolce semplice e rustico arricchito con pinoli, uvetta e rosmarino. Ottime anche consumate in aggiunte a zuppe o minestre per dare consistenza e un tocco dolce, come nella zuppa di castagne e ceci.
Capitolo a parte per il marron glacé, una delle preparazioni più raffinate e ricercate. Trattasi di una castagna candita cotta in uno sciroppo di zucchero, tipica delle festività natalizie.

Photo credit: Fraenzi. on VisualHunt.com

Una ricetta: il castagnaccio

Il castagnaccio è un dolce tipico della tradizione toscana, fatto con pochi e semplici ingredienti, che esalta il sapore della farina di castagne. Ecco come prepararlo.

Ingredienti

300 g di farina di castagne
500 ml di acqua
50 g di uvetta
30 g di pinoli
1 rametto di rosmarino
3 cucchiai di olio extravergine d’oliva
Sale q.b.

Preparazione

Metti l’uvetta in ammollo in acqua tiepida per circa 10 minuti. Setaccia la farina di castagne in una ciotola grande e aggiungi poco alla volta l’acqua, mescolando con una frusta per evitare la formazione di grumi. Aggiungi un pizzico di sale e 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva. Amalgama bene fino a ottenere un composto liscio e omogeneo. Aggiungi l’uvetta strizzata e i pinoli al composto. Versa il composto in una teglia unta con olio e livellalo con una spatola. Distribuisci sopra il rosmarino e un altro cucchiaio di olio. Cuoci in forno preriscaldato a 180°C per circa 30-40 minuti, fino a quando la superficie non risulterà ben dorata. Lascia raffreddare e servi il castagnaccio, semplice o accompagnato da ricotta fresca o miele.

Le principali Sagre della Castagna in Italia

In molte regioni italiane, l’arrivo dell’autunno è segnato da feste popolari dedicate alle castagne, dove è possibile gustare il frutto in tutte le sue forme e partecipare a eventi folkloristici.

  1. Sagra della Castagna di Marradi (Toscana): Una delle più celebri sagre italiane, si svolge a Marradi, nel cuore del Mugello. Qui si possono degustare i famosi marroni del Mugello, insieme a piatti tipici locali e prodotti artigianali.
  2. Sagra della Castagna di Cuneo (Piemonte): La provincia di Cuneo è rinomata per la produzione di castagne e marroni. Durante la sagra, vengono organizzati mercatini, degustazioni e spettacoli folkloristici.
  3. Festa della Castagna di Vallerano (Lazio): Nel cuore della Tuscia, questa sagra celebra la castagna di Vallerano DOP con eventi enogastronomici e visite guidate ai castagneti.
  4. Sagra della Castagna di San Zeno di Montagna (Veneto): In questa località veronese, la sagra è famosa per il marrone di San Zeno DOP, considerato uno dei migliori marroni d’Italia.
  5. Sagra della Castagna di Arpaise (Campania): Un piccolo comune del beneventano che organizza una festa dove è possibile gustare non solo caldarroste e dolci di castagne, ma anche piatti tipici della tradizione contadina.

Conclusione

Le castagne sono molto più che un semplice frutto autunnale: rappresentano una parte fondamentale della tradizione gastronomica e culturale italiana. Ricche di storia, curiosità e sapore, le castagne continuano a essere apprezzate e celebrate in tutto il paese, dalle tavole di casa alle sagre popolari.