Apr 9, 2023 | Territori
Siamo saliti in montagna per raccontare un esempio virtuoso di rinascita che mai come di questi tempi serve a riscaldare il cuore e le prospettive di un 2021 di ripartenza.
Per l’esattezza siamo andati a esplorare da vicino le meraviglie naturalistiche del Cadore fermandoci ad Auronzo, cuore del territorio.
E’ qui che grazie alla cooperativa agricola locale nasce il futuro della montagna.
Auronzo, il paese delle Tre Cime di Lavaredo
Siamo nell’estremo nord del Veneto, a pochi passi dalla modaiola Cortina e accanto al Comelico e alla Val Pusteria. Auronzo di Cadore è la capitale delle Dolomiti bellunesi e si trova a pochi passi dal confine austriaco.
Il paese è la base di partenza ideale per scoprire un territorio ampio e boscoso fra cui spiccano le Tre Cime di Lavaredo, simbolo delle Dolomiti.
Da non perdere in paese la passeggiata intorno al lago di Santa Caterina in cui si specchia il centro storico. Otto chilometri in pianura da vivere a pieni polmoni in ogni stagione inebriandosi del profumo degli abeti.
Poco fuori dal paese c’è invece il polo di monte Agudo dove in breve, con gli impianti di risalita, si arriva alla vetta ammirando dall’alto il paese e di fronte lo splendido scenario dei monti Cadini e si può discendere d’inverno per venti chilometri di piste da sci mai sovraffollate e d’estate a bordo dell’adrenalitico fun bob più lungo d’Europa.

Trincee sul monte Piana
Abbracciando le Tre Cime
Maestose e affascinanti, le Tre Cime di Lavaredo sono il simbolo stesso non solo delle Dolomiti che proprio al loro cospetto dieci anni fa sono state elette patrimonio dell’umanità, ma dell’intera catena alpina.
Sfruttatissime nel marketing che le riproduce in ogni stagione e in mille sfumature è imperdibile viverle da vicino, fin quasi ad avere la sensazione di toccarle.
Vi consigliamo di salire in auto al rifugio Auronzo a quota 2333 metri e qui lasciare l’auto per proseguire a piedi, oltre la cappellina, sul sentiero che consente in alcune ore di fare il periplo delle Tre Cime. Dopo appena mezzora di sali scendi adatto a tutti si raggiunge la forcella Lavaredo a 2454 metri. Da qui nel silenzio assordante rotto solo dal brusio del vento che muove i fili d’erba e dal battito delle ali degli uccelli che attraversano la gola, è come trovarsi ai piedi della cima Piccola (2857 m.), la cima Grande (2999 m.) e la cima Ovest (2973 m.). E’ facile perdersi davanti all’energia di cotanta maestosità ma vale la pena muoversi in direzione del rifugio Lavaredo poco distante per avere la perfetta visione dello Spigolo Giallo, la palestra di sesto grado dei più grandi scalatori del mondo.
Pare davvero di abbracciarle le Tre Cime da questa posizione privilegiata e in realtà c’è chi le ha abbracciate davvero.

“dentro” le Tre Cime di Lavaredo
La catena umana che ha fatto il giro del mondo
Le Tre Cime di Lavaredo sono state protagoniste nel 2009 e nel 2015 di un abbraccio di oltre seimila persone.
La prima catena umana, che ha avuto la benedizione anche di Bob Geldof padre della più grande reunion musicale della storia, si è svolta quando a l’Aquila erano riuniti i grandi della terra. “Le Dolomiti abbracciano l’Africa” fu il nome del grande abbraccio che chiedeva di rispettare gli impegni presi dall’Europa nei confronti dei paesi del sud del mondo.
L’Associazione “Insieme si può” conscia del grande potere mediatico di quest’abbraccio simbolico fra cielo e nuvole ha ripetuto l’evento nel 2015 con un urlo silenzioso contro ingiustizia, ignoranza e per ricordare i diritti umani; non a caso in un luogo simbolico dove cento anni fa gli uomini si combatterono senza pietà.
Basta sedersi su una roccia per sentire l’eco di quegli abbracci che torneranno appena possibile per una terza edizione per mandare ancora un messaggio forte lì a un passo dal cielo come ci ha raccontato l’ideatrice di questi due eventi mondiali e l’ex sindaco di Auronzo di Cadore, Tatiana Pais Becher.

Lagi di Misurina d’inverno
Misurina, lo specchio di smeraldo dall’aria speciale
La frazione di Auronzo di Cadore più celebre è senza ombra di dubbio Misurina, celebre in tutto il mondo per il suo lago incastonato fra le vette più belle delle Dolomiti: Tre Cime di Lavaredo, i Cadini, il Sorapìss, il Cristallo.
Un luogo fiabesco da vivere in ogni stagione dell’anno. D’inverno per le lunghe passeggiate anche con le ciaspole al cospetto delle vette innevate e d’estate per passeggiate o biciclettate annusando gli odori dei millefiori di montagna.
Misurina è però famosa in tutto il mondo per una particolarità che la natura gli ha regalato.
La sua aria infatti particolarmente balsamica grazie agli abeti e al pino mugo è curativa per gli asmatici e per chi soffre di malattie respiratorie in generale e non a caso, proprio nelle acque gelide del lago di Misurina si specchia possente la sagoma del centro riabilitativo Pio XXII che dai tempi della Mitteleuropa ospita i bimbi e gli adolescenti di mezza Europa per guarire. Purtroppo questo centro ha dovuto chiudere perché oggi i pediatri preferiscono prescrivere qualche prodotto farmaceutiche anziché l’aria salubre delle Dolomiti.

Mala Maraia
Le malghe 2.0
Malga Maraia e Malga Popena sono due perle risorte fra le vallate e le cime delle Dolomiti bellunesi. L’esempio virtuoso di come sia possibile costruire il futuro dell’economia di montagna per evitare spopolamento, invecchiamento e abbandono.
Con grande coraggio la cooperativa agricola Auronzo-Val d’Ansei ha deciso di osare e investire ristrutturando prima il vecchio edificio in pietra a quota 1696 metri di Malga Maraia e poi ripetere la stessa operazione a Malga Popena. Un investimento non solo negli edifici che risaltano la pietra strizzando l’occhio a uno stile minimal – ambientale, ma soprattutto umano.
Sono infatti una trentina i nuovi posti di lavoro creati grazie a queste malghe per le attività di silvocoltura, pascolo, agricoltura, frutticultura, agriturismo e ristorazione.
I giovani ad Auronzo possono decidere di rimanere in montagna recuperare dal passato il loro futuro e proteggere ambiente e natura.
Nascono così le malghe 2.0 con un progetto d’innovazione montanara e sviluppo sostenibile della montagna

Cucina gourmet d’alta quota
Qui è possibile gustare anche la migliore gastronomia del Cadore degustando i prodotti coltivati nelle malghe ammirando il paesaggio delle Marmarole.
Imperdibile il tagliere di salumi e formaggi locali serviti con crostini aromatizzati e confettura di cipolla. Fra i primi da assaggiare la specialità locale ovvero gli gnocchi di patate all’auronzana serviti con burro di malga fuso e una spruzzata di ricotta leggermente aromatica. Fra i secondi piatti la scelta è difficile: fra i corroboranti padellino con formaggio, patate, speck e uova e il piatto del malgaro con salsiccia, formaggio alla piastra, polenta e funghi.
Per finire un affaccio fuori dalla finestra ad ammirare le vette che cambiano colore rincorrendosi con le nuvole basse e accompagnare un ottimo strudel di mele con un’amabile grappa aromatizzata ai frutti di bosco di produzione malgara.
Apr 7, 2023 | Territori
Arrivo a Dresda in piena notte..Una città che profuma di pulito ma che cancella se stessa. Dresden per noi semplicemente Dresda è chiamata la Firenze sull’Elba e con questo soprannome i sudditi di Frau Angela ci marciano parecchio. Nei negozietti di souvenir, tutti uguali e dove si trova in tutti le stesse cose troviamo una sorpresa. Dresda città d’antichissima storia perde la sua anima e diventa davvero sulle patacche ricordo “la Firenze sull’Elba”.
Cartoline e magneti la raffigurano con dietro il fiume Elba il profilo stilizzato della cupola del Brunelleschi!

Il bombardamento di Dresda
Quella nebbiolina fresca della notte e quella periferia anonima che ci ricorda l’ex Germania dell’Est mentre guardiamo dal finestrino del treno ci rimanda indietro nel tempo.
Impossibile iniziare a raccontare Dresda senza partire da quei due giorni drammatici di metà febbraio del 1945. Il bombardamento di Dresda è passato, tristemente, alla storia. Nel tentativo di piegare per sempre il Reich e Hitler gli alleati fra il 13 e il 15 febbraio sganciarono sulla capitale della Sassonia qualcosa come 1500 tonnellate di bombe esplosive e 1200 incendiarie. Otre all’enorme perdita di vite umane (più di 135.00 vittime) la città fu rasa al suolo per il 75% e si persero più che per le bombe che per gli incendi conseguenti tutti i monumenti.

Cosa vedere a Dresda
Mandiamo via la malinconia e guardiamo fuori. Bella lo è davvero Dresda! Specie nel suo centro storico. Elegante, raffinata e austera con quel barocco delle costruzioni a cercare di addolcirne il clima. Siamo nel cuore della Germania e lo si capisce dal treno di pendolari che mi ha portato in centro città che odora di pulito!
Siamo a pochi passi dal confine con la Repubblica Ceca al punto che siamo più vicini a Praga che non a Berlino.
La Fraunenkirchen, l’elegante Alterplatz, il lungo Elba coi suoi palazzi, il castello di Pillnitz e i tanti musei sono intorno a noi.
La capitale del fu regno i Sassonia, immortalata nei quadri di Canaletto fa bella mostra di se nelle magnifiche costruzioni del centro.

Zwinger: la Versailles di Dresda
Su tutti lo Zwinger che stava a Dresda come Versailles stava a Parigi tanto che i suoi splendidi giardini proprio alla reggia francese sono ispirati fra fontane, putti e sculture. Simbolo dell’Altstadt e costruito ai primi del Settecento è uno dei capolavori dell’arte barocca.

La Fraunekirchen, simbolo del bombardamento
Snella pur nella sua fierezza, semplice pur essendo barocca. La Frauenkirchen che svetta al centro di una bella piazza che diventa sempre più piccola per far spazio alle anonime gallerie commerciali è simbolo di quel bombardamento.
Resistette alle bombe ma il suo interno fatto in legno nulla poté agli incendi devastanti. La pietra arenaria arrivò a 1000 gradi e quando si raffreddò l’intera cattedrale crollò.
Quelle macerie rimasero lì per 45 anni. La Germania Democratica decise di lasciarle sul posto a perpetua memoria della follia della guerra. Solo dopo la riunificazione e un colletta popolare che ha coinvolto il mondo la Frauenkirchen è rinata nel 2005.
Entro in silenzio lasciandomi trascinare dal brusio delle guide che erudiscono i turisti e mi fermo al centro. Guardo in alto, penso a quel 1945 e sento i brividi.
Una Pinacoteca che ricorda gli Uffizi
La Pinacoteca di Dresda è paragonata non a caso agli Uffizi. Da qui deriva la similitudine con Firenze, Da questa immensa Pinacoteca che sala dopo sala svela una delle collezioni private più preziose d’Europa. Andrea mantegna, Tintoretto, Dürer, Andrea del Sarto, Correggio, Giorgione, Parmigianino, Tiziano, Raffaello, Rembrabdt, Van Dyck, van Eyck, Rubens, Vermeer sono solo i principali maestri dell’arte del Cinquecento e Seicento qui raccolti da Augusto il Forte Elettore di Sassonia e dal suo successore Federico Augusto II.

Un mosaico da 23.600 piastrelle
Maestoso ed elegante il Palazzo Reale su cui evidenti sono i segni delle bombe incendiarie. Il tempo passa ma il nero e la fuliggine dalle pietre no. Mentre passeggi nell’Altstadt (città vecchia) è impossibile non essere colpiti dall’immenso mosaico che adorna una parete esterna del Palazzo. Sono ben 24.600 le piastrelle di porcellana servite per illustrare l’intera proessione dei sovrani, principi elettori e duchi di Sassonia della casata Wettin.

L’acustica perfetta dell’Opera
Affacciato sulle rive dell’ampio e placido Elba è il bellissimo teatro dell’Opera. Uno dei palazzi più belli della città, costruito tra il 1838 ed il 1841 in stile neorinascimentale e neobarocco. Un teatro sfortunato però che subì un devastante incendio solo venti anni dopo la sua costruzione e che poi subì anch’esso lo stesso destino degli altri monumenti della città durante il tragico bombardamento del 1945.
Fu ricostruito fra il 1977 e il 1985 sul disegno originale. Oggi è uno dei teatri più celebri e celebrati del mondo grazie alla straordinaria l’acustica della sua sala .
che adorna una parete esterna del Palazzo. Sono ben 24.600 le piastrelle di porcellana servite per illustrare l’intera proessione dei sovrani, principi elettori e duchi di Sassonia della casata Wettin.
Affacciato sulle rive dell’ampio e placido Elba è il bellissimo teatro dell’Opera. Uno dei palazzi più belli della città, costruito tra il 1838 ed il 1841 in stile neorinascimentale e neobarocco. Un teatro sfortunato però che subì un devastante incendio solo venti anni dopo la sua costruzione e che poi subì anch’esso lo stesso destino degli altri monumenti della città durante il tragico bombardamento del 1945.
Fu ricostruito fra il 1977 e il 1985 sul disegno originale. Oggi è uno dei teatri più celebri e celebrati del mondo grazie alla straordinaria l’acustica della sua sala .

Dresda a tavola
La Sassonia vanta una sua precisa tradizione culinaria che probabilmente però si conserva fuori dal Ring del centro storico e dintorni.
Come tante città turistiche Dresda fra la Frauenkirchen, la Alterplatz, il fiume Elba, il castello di Pillnitz e i famosi musei è un pullulare di giro del mondo a tavola.
Difficile trovare l’anima gastronomica in una città che cerca di cancellare anche il suo passato più recente. Anzi, cerca di dimenticarlo in fretta, troppa fretta con arditi progetti edilizi. Si tira su con blocchi di prefabbricato ed efficienza teutonica una città anonima e senza calore, che annulla odori e sapori. Rimane solo il pulito. Come sul treno.
La cucina della Sassonia
La cucina della Sassonia fatta di carni e zuppe come la Sachsischer Sauerbrate e la Sachsischer Kartoffelsuppe e dolci come la Dresden Christstollen va davvero cercata. Se siete fortunati potrete anche trovarla, magari nella periferia anonima fra gli immensi parchi di pioppi e vecchi palazzoni di gusto sovietico che si stanno rifacendo il trucco come signore agè.
Ma siccome a Dresda ero solo di passaggio ho voluto calarmi nei panni di uno dei (tanti) turisti che qui arrivano sempre più numerosi.
Scegliere dove mangiare
Scartata l’ipotesi, per colpa del meteo, di salire a bordo di una delle pittoresche barche-ristorante che navigano sull’Elba al calar della sera offrendo due orette di full immersion nella Sassonia più classica, la scelta è di orientarsi fra vicoli e piazze del centro.
Il selciato medievale è lindo come il treno ma l’odore che sale è un pourtpourri di giro del mondo in cucina in pochi metri quadrati. Le insegne e le lavagnette colorate che richiamano il palato propongono di tutto.
Scartate le offerte delle catene junk food che comunque sono ben piazzate nelle posizioni più strategiche mi oriento facendo il periplo della Frauenkirchen e mi allungo verso il fiume con la sua arietta fresca. Vedo di tutto.
Dresda e tutte le cucine del mondo. Ma la sua dov’è?
Cucina canadese, italiana, australiana, spagnola, turca, cinese, giapponese, francese, svizzera, ceca. Ma di cucina tradizionale sassone o quantomeno tedesca se si esclude la sempiterna birreria Augustiner con panche in legno e coperte di pelo poco rimane davvero.
Scartando anche la tristissima opzione che se Germania deve essere sia solo brazen, kartoffen im hofen e wurster in varianti di Norimberga o Vienna opto per andare in qualche parte del mondo che non sia dove sono.
E’ strano ma così è. Come se a Parigi mangiassi hamburger e patatine o a Madrid ragù alla bolognese.
La carne, in mille versioni fa la parte del gigante in ogni proposta. Più rossa che bianca. Quanto di produzione locale non è dato sapere, ma certo è che viene da pensare che il ristorante Ontario che propone cucina canadese e l’Ayers Rock che la propone australiana per le materie prime non si riforniscano a chilometro diecimila!
Meglio allora orientarsi su qualche nazione geograficamente più vicina dove almeno le materie prime possano giungere a stretto giro di corriere.
Alla ricerca della Dredsa perduta ci si trova in…Svizzera!
E’ così che mi siedo all’Ederweiss attratta dalla musichetta di Odler in sottofondo e dal sorriso del ragazzone in costume tirolese che mi accoglie.
Menù ricchissimo, anche troppo, e le offerte della casa. Ovvero svizzere.
I prezzi? Anche lì basta capire e saper leggere. Ovvio che una zuppa di verdura costi poco e un bel piatto di selezionatissimi formaggi elvetici in fondue con accompagnamento di Ratatuille sfiori i 50 euro.
Scelgo di provare carne svizzera e di farlo nella maniera più autentica possibile. Opto per un piatto di manzo grigliato nel suo bacon affumicato di fattoria passato nel vino rosso e accompagnato da un contorno di piccole patate, carote, funghi ed erbe di montagne.
La presentazione non è il massimo, e del resto a queste latitudini poco interessa la forma, ma nella terrina scura i sapori sono ben bilanciati.
Manzo con frollatura e cottura giusti che sorprende in contrasto con la croccantezza del bacon e un finale deciso dato dalla salsa vinosa e le erbette di montagna dal finale dolcemente amaro. Ottimo il misto di verdure freschissime e anche qui il tocco speciale delle erbette di montagna è sorprendente.
Da non sottovalutare poi che il piatto è fatto al momento e la lunga attesa lo conferma.
Sono andata a Dresda per parlare della cucina svizzera. Strano davvero, ma l’impronta local all’ombra della Frauenkirchen non c’è.
Capita in una città che profuma di pulito ma che cancella se stessa.
Apr 7, 2023 | Territori
Esistono luoghi di cui spesso abbiamo un’immagine ideale frutto della nostra fantasia e di uno spicciolo nozionismo di viaggio.
Immagini edulcorate, semplificate e talvolta persino banalizzate perché narrate con la conoscenza del turista e non del viaggiatore.
Ogni città nuova che s’incontra, ogni strada che si percorre, ogni collina che attraversiamo deve essere vissuta con tutti i sensi; va sentita propria. Va persino odorata.
Quando per la prima volta ho vissuto Porto ho capito tutto questo.
Sopra e sotto
Nell’immaginario comune e dalle foto patinate che occhieggiano da siti e riviste, Porto oppure Oporto, viene semplificata come la capitale del nord del Portogallo e città del vino omonimo.
Ma solo vivendo sulla pelle questa città affacciata sulla foce del Douro, al sottofondo sempre presente della malinconica musica del fado, puoi respirarne davvero l’anima.
Lo si può fare affacciandosi dall’ardito ponte Luis costruito nel 1830 dal migliore allievo di Eiffel. Una vista spettacolare specie sul far del tramonto quando il sole si tuffa nell’oceano.
Oppure godendosi le ardite linee curve in ferro del ponte dal sotto. Ammirandone l’unico arco che lo forma mentre dalle rive del Douro un gruppo di ragazzini si sfidano in tuffi rinfrescanti.
Con la brezza mai salmastra di questo scorcio di oceano annacquato, annusando l’aria, si scopre Porto.
La si scopre sotto e sopra ma anche a destra e a sinistra dato che la foce del fiume è come se volesse tenere separate da un lato del fiume la Ribeira, lo storico quartiere marinaro oggi patrimonio Unesco e dall’altro Villa Nova de Gaia la zona delle cantine storiche del vino fortificato che ha dato nome e fama alla città lusitana.

Avenida Aliados
Su e giù
Tralasciando di battere i percorsi del turismo mordi e fuggi scegliamo di vivere Porto nei dintorni dell’elegante Avenida dos Aliados che della città è l’ombelico.
Un viale ampio ed elegante dove sono i palazzi più eleganti e signorili della città con le cupole e le guglie in granito e i lucernai decorati del liberty.
Qui hanno sede le grandi banche, gli alberghi più alla moda. Vale la pena però usare la grande avenida come punto di partenza per vivere Oporto su e giù facendosi attrarre dall’azzurro delle maioliche, dalle casette colorate addossate l’una all’altra che si arrampicano in salite ardite spezza fiato.
Qui si vive la città autentica; quella dei panni stesi, delle insegne in ferro battuto, dei vecchi barbieri con le grandi poltrone e la luce fuori la porta; delle botteghine minuscole piene fino a strabordare di mille oggetti; degli uomini con gli occhi neri malinconici e le donne che si salutano dai terrazzini, quasi sfiorandosi.

Il tipico tram lusitano e placa Aliados
Attaccati al tram
Fra le stradine ripide della città è facile sentire lo sferragliare dell’eletcrico. Una parola portoghese che dice poco, ma appena ci giriamo e lo vediamo salire, quasi sbuffando non possiamo che rimanere meravigliati.
Tagliano in due le vie antiche della città e completano il quadro d’insieme di elegante decadenza. Sono i caratteristici tram che in qualsiasi altra parte del mondo (esclusa Lisbona) farebbero bella mostra di se solo nei musei. Eleganti e lucidi tutti in legno dentro e fuori e con manopole e pomelli d’ottone.
Indubbiamente i tram sono una delle principali attrazioni della città ma non sono uno show su rotaia per turisti ma linee vere a tutti gli effetti tant’è che in alcuni orari è impossibile salirci sopra per l’affollamento.
Tre quelle in servizio: la 1, la 18 e la 22. La prima è indubbiamente quella più scenografica dato che corre lungo la riva del Douro, ma se volete fare una visione d’insieme della città evitando le fatiche del sali e scendi suggeriamo la 22 che in una mezz’oretta vi farà fare una completa circolare.

Il porto di Porto
Porto o Oporto?
Cerchiamo di fare chiarezza sul nome della capitale del nord del Portogallo. La città si chiama Porto o Oporto?
È un po’ come dire Aquila o L’Aquila e Spezia e La Spezia. La differenza la fa l’articolo.
Porto (lo stesso nome dell’omonima squadra di calcio e del famoso vino) quando viene pronunciata con l’articolo O lusitano, usato anche nella forma inglese, assume la pronuncia di Oporto che possiamo considerare, scomodando anche la Treccani, una forma arcaica.
La usava non a caso nell’Ottocento anche Carducci che in un verso della sua “Piemonte” la nomina raccontando dell’esilio di Carlo Alberto di Savoia re di Sardegna “…e ai tristi errori meta ultima Oporto…”

la francesinha, piatto tipico
Porto sì, nel bicchiere
Impossibile parlare di Porto senza parlare di porto. Il gioco di parole introduce all’assaggio del nettare che ha reso popolare la cittadina nell’isola di Albione e nel mondo intero: il suo vino fortificato.
Un vino liquoroso che al pari dello Scherry e del Marsala è nato dall’esigenza degli inglesi di degustare in patria vini che dovevano navigare per molto tempo nei mari prima di giungere in Inghilterra.
L’aggiunta di alcol ne permetteva la conservazione, ma la storia del Porto è davvero antica. Dall’epoca romana al 1200 questo vino iniziò ad essere esportato in Inghilterra per “rafforzare” i leggeri vini francesi.
La svolta avvenne nel Seicento quando, con l’ennesima guerra fra francesi e inglesi e il blocco delle importazioni del vini di Bordeaux, i commercianti isolani spostarono le loro attenzioni sulla penisola lusitana.
Fu Lord Methuen il primo ad accordarsi col Portogallo per importare i vini della valle del fiume Douro. Per affrontare però il lungo viaggio in nave si decise così, dato che il viaggio era molto più lungo che da Bordeaux, di fortificarlo con il brandy per bloccare ogni residua attività dei lieviti e conservare il residuo zuccherino naturale.
Fu un grande successo e così dopo Methuen sulle rive del Douro si trasferirono in pianta stabile anche altri commercianti inglesi.
Non a caso ancora oggi i maggiori produttori di Porto hanno cognomi di chiara origine anglosassone: Cockburn, Graham, Osborne, Taylor e Sandeman.
La nostra prova d’assaggio
Noi abbiamo degustato il nostro Porto nel cafè Guarany, sull’elegante Avenida des Aliados in un ottima posizione angolare dove all’interno dell’antico cafè liberty recentemente restaurato e dove spiccano i lucidi mosaici e le sedute Bahaus abbiamo provato un Tawny di Graham’s.
Il Porto per i neofiti è un rompicapo di etichette suddiviso com’è in base ad annate, invecchiamento e qualità con una classificazione complessa stabilita dall’Istituto Nacional Do Vino Porto.
C’è il Bianco (Branco, Dourado o White) di facile beva che può essere secco, semi secco e dolce.
Il Rosato nato di recente sull’onda della moda dei pink che spopola soprattutto in Inghilterra.
Il Ruby che è il base; giovane, brillante e dai profumi netti e vinosi e il Reserva che è la sua versione di qualità.
C’è poi quello che ho assaggiato per voi ovvero il Tawny. Colore granato, mediamente dolce, guto intenso e profumi complessi. Nel mio bicchiere esplodeva la liquirizia e la cioccolata fondente. Ho scelto di degustare questo Porto perché si pone a metà della “scala” ovvero un vino con mix di annate diverse invecchiate dai 10 a i 30 anni.
Vi è poi il Singlas Quintas da meditazione e con uva che proviene da unico vigneto. Il Vintage di unica annata giudicata eccezionale dall’Istituto Nacional Do Vino Porto invecchiato dai 3 ai 30 anni; il Late Bottle Vintage di singola annata non Vintage invecchiato dai 4 ai 6 anni; i Crusted mescolati ad arte dalla cantina per ottenere intensità e carattere e infine il Colheita prodotto in stile Tawny con uve di una sola annata e invecchiamento di 7 anni.
Mar 6, 2023 | Arte e cultura, Territori
Il PAFF! diventa International Museum of Comic Art: il 10 marzo 2023 è in programma il taglio del nastro dell’esposizione permanente ospitata nell’innovativo contenitore culturale che ha sede a Pordenone.
Sostenuto da Regione Friuli Venezia Giulia e da Comune di Pordenone, il PAFF! organizza, promuove e ospita inoltre mostre temporanee di importanza nazionale e internazionale dei grandi maestri del fumetto mondiale. La struttura sarà arricchita da una bibliomediateca ed entro la fine dell’anno di un archivio con deposito climatizzato. Il Centro va così a completare la sua già corposa offerta che dal 2018 coniuga cultura, formazione, educazione, didattica, ricerca e intrattenimento attraverso lo strumento divulgativo del fumetto.
Sotto la direzione artistica del suo fondatore, Giulio De Vita, il PAFF! International Museum of Comic Art è una realtà unica in Italia che trova analogie, per concept e dimensioni, solo nelle capitali europee (Parigi, Bruxelles).

Un mondo fantastico
L’esposizione permanente, la cui curatela è stata affidata a Luca Raffaelli (esperto e storico del fumetto), offre attraverso un allestimento multimediale e interattivo l’opportunità di ammirare circa 200 tavole originali dei più famosi fumettisti di tutti i tempi e oltre 500 fra schizzi, fogli di sceneggiatura, pubblicazioni storiche e rare, costumi di scena utilizzati in film tratti da fumetti, scenografie e filmati provenienti da tutto il mondo tramite acquisti, prestiti e donazioni.
All’interno dei 2.200 metri quadrati di spazi espositivi del PAFF!, la collezione permanente si estende su uno dei piani del museo, è suddivisa in 9 differenti sezioni e comprende tavole originali di numerosissimi maestri e disegnatori straordinari come Andrea Pazienza, Art Spiegelman, Benito Jacovitti, Carl Barks, Charles M. Schulz, Chester Gould, Floyd Gottfredson, George McManus, Giorgio Cavazzano, Hugo Pratt, Magnus, Milo Manara, Milton Caniff, Alex Raymond, Will Eisner.
luca Raffaelli ha dato una chiave di lettura originale alla narrazione del percorso espositivo: quella dei diversi formati con cui il fumetto – nei suoi oltre cento anni di vita – è stato letto, conosciuto e amato in ogni angolo del pianeta, a seconda delle culture, delle condizioni economiche e delle abitudini sociali dei lettori. È così che in America sono nate prima le tavole domenicali nei supplementi a colori dei quotidiani statunitensi, poi le strisce e i comic book. In Italia troviamo invece il formato giornale (quello del primo “Corriere dei Piccoli”) e le strisce di “Tex”, poi portate al successo dal formato che porta il suo nome; in Francia i volumi chiamati “albùm” in Giappone i tankobon, libretti dove vengono pubblicati i manga di successo. Il PAFF! si connota dunque come l’unico Museo al mondo dedicato al fumetto che ponga al centro dell’attenzione il raffronto tra le tavole originali e le riproduzioni, i giornali, gli albi, i libri su cui i fumetti vivono.

Il direttore del museo
Opere uniche tutte da scoprire
Numerose e davvero uniche le opere presenti, di cui si segnalano una tavola originale di Vittorio Giardino (una rarità poterla ammirare in una mostra) e un’opera di Maus (il premiatissimo fumetto di Art Spiegelman) che poi non è stata inserita nella pubblicazione finale, nonchè tavole e strisce storiche e preziosissime: per la prima volta tutti questi originali vengono accompagnati nell’esposizione e “scoperti” dal visitatore nelle varie riproduzioni proposte nel corso del tempo. Alcuni esempi: di una tavola di Felix the Cat di Otto Messmer (datata 1933) è presente la pagina del quotidiano statunitense a colori e la pagina che nel 1937 ha riproposto il Corriere dei Piccoli (emendata dai balloon, come si faceva un tempo), dell’Eternauta (il fumetto di fantascienza del desaparecido argentino Hèctor G. Oesterheld degli anni Cinquanta) è presente il formato orizzontale, anticipato dall’adattamento che ne ha fatto in verticale Ruggero Giovannini per Lanciostory negli anni Settanta, una tavola di Carl Barks, l’inventore di Zio Paperone è pubblicata in formati diversi a seconda delle necessità.
Il PAFF! International Museum of Comic Art espone in tre teche principali le opere realizzate da altrettanti grandi artiste: una tavola molto intensa da “La gabbia“, prestata da Silvia Ziche, un originale dell’artista underground Bambi Kramer e un’opera originale di Persepolis, celeberrimo romanzo a fumetti di Marjane Satrapi.

Foto @ginonardo
Una realtà unica fra meraviglie e multimediale
Sul piano della tutela e delle particolarità dell’allestimento, il museo rappresenta una novità assoluta nel mondo del fumetto: le tavole sono custodite in mobili che preservano i materiali proteggendoli dai danni della luce. L’effetto è quello di una wunderkammer (stanza delle meraviglie, scrigno degli oggetti preziosi, raccolta di curiosità), ma anche di un archivio accessibile al pubblico, che invita all’interazione e alla scoperta.
Per quanto riguarda la parte multimediale, in stretta connessione con le opere presenti nel percorso museale, è interessante sottolineare la presenza di contributi “storici” provenienti dalla Cineteca di Bologna, dall’Istituto Luce, dalle Teche Rai, dalla RSI (Radio Televisione Svizzera Italiana) e dalla RTS (Radio Televisione Svizzera), materiali d’archivio e frammenti filmici di ultima uscita come quello tratto da “Hugo in Argentina” del regista Stefano Knuchel (presentato al Festival di Locarno nel 2022), opere underground come “Tuono” di Dario Marani (un ritratto divertente e sincero del fumettista Andrea Paggiaro in arte Tuono Pettinato, scomparso prematuramente nel 2021), le “pillole di approfondimento” sulle diverse sezioni presentate dal curatore della mostra permanente Luca Raffaelli, le interviste sul “Futuro del fumetto” (60 secondi per riflettere sulle sorti della nona arte) con gli interventi di Alberto Abruzzese, Licia Troisi, Andrea Bernardelli, Alpraz, Andrea Fontana, Davide Di Giorgio, Fabiano Ambu e Vorticerosa/Rosa Puglisi e quelli della “Filiera del fumetto” che raccontano le fasi della sua realizzazione (sono intervenuti Giovanni Barbieri, Vittorio Giardino, Laura Scarpa, Francesco Artibani, Valerio. Bindi, Maurizio Clausi, Enrico Pierpaoli e Giuseppe Palumbo).
Tra i maggiori prestatori, si segnala Giancarlo Soldi (regista e sceneggiatore) che ha messo a disposizione una selezione dei suoi documentari dedicati al mondo del fumetto (Nuvole parlanti, Graphic Reporter, Letteratura disegnata, Come Tex Nessuno mai, Nessuno Siamo Perfetti) e le irresistibili pillole di “Little Nemo, realizzato per la rivista Fumettologica.
Presenti 3 Exhibit, finestre interdisciplinari realizzate in collaborazione con Michela Zalunardo, che approfondiscono, presentando in maniera originale, il rapporto con le altre arti.
Non solo fumetti
Non solo fumetti: la mostra permanente espone una statua di Joker di Adrian Tranquilli, alcuni oggetti che testimoniano il successo del fumetto e dei suoi personaggi, un Diabolik rimontato perché il piccolo albo potesse diventare una grande strenna natalizia, una rappresentazione del protofumetto realizzata da Davide Toffolo (storie illustrate, che ornano la Colonna Traiana o che erano pubblicate a disegni sui periodici dell’Ottocento, e che anticipano la nascita dell’industria e del successo del fumetto).
Per agevolare e accompagnare il visitatore verso una migliore fruizione dell’innovativo museo, il PAFF! ha introdotto nel proprio staff la figura del mediatore museale: una decina di operatori affiancano il pubblico per assistere e suggerire il miglior modo per assaporare ogni aspetto del sorprendente allestimento.
Entro la fine del 2023, l’International Museum of Comic Art si arricchirà anche di un archivio con deposito climatizzato per la conservazione delle tavole, dei disegni e delle pubblicazioni facenti parte della collezione del Museo. Il deposito sarà caratterizzato da un impianto di precisione ad alta efficienza energetica per mantenere gli ambienti a una temperatura costante di 18 gradi e a un’umidità relativa non superiore al 45 per cento
Gen 25, 2023 | Territori
Doppio compleanno nel 2023 per il Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale, che sabato 21 gennaio, ha celebrato i 25 anni della IGP, mentre il prossimo 11 febbraio ricorrono i 20 anni dal riconoscimento ufficiale del Consorzio di tutela.
I due anniversari accompagneranno per tutto l’anno le attività del Consorzio, con eventi e iniziative dedicate alla conoscenza e alla promozione del primo marchio di qualità per le carni bovine fresche approvato dall’Unione Europea per l’Italia.
Un anno di festeggiamenti
“Il 2023 – afferma Andrea Petrini, direttore del Consorzio di tutela ‘Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale IGP’ – sarà un anno speciale durante il quale celebreremo la grande intuizione avuta dai nostri allevatori oltre 30 anni fa, quando chiesero alla UE il riconoscimento di una certificazione di qualità sulla carne delle razze bovine tipiche del centro Italia – Chianina, Marchigiana e Romagnola – ritenendolo l’unico modo per difendere e valorizzare l’intero settore bovino dei nostri territori. Il tempo ha dato loro ragione. Solo grazie alla certificazione ‘Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale IGP’, in questi 25 anni la carne delle tre razze nate e allevate nel nostro territorio ha visto e continua a vedere un aumento di richiesta dal mercato, con un progressivo incremento dei capi allevati, degli allevamenti e delle macellerie controllati dal sistema di certificazione. Le iniziative di quest’anno – aggiunge Petrini – coinvolgeranno tutti i protagonisti della filiera, dagli allevatori ai macellai, dagli chef agli altri operatori del settore che ogni giorno lavorano con passione e professionalità per offrire al consumatore una carne di qualità certificata. Dal 2003 il Consorzio si fa carico di raccontare questa ‘storia d’amore da condividere ogni giorno” riprendendo lo slogan della nostra campagna istituzionale, e continueremo a farlo per valorizzare il primo marchio di qualità per le carni bovine fresche approvato dall’Unione Europea per l’Italia e garantire ai consumatori e a tutta la filiera il rispetto del disciplinare di produzione”.
Il Vitellone dell’Appennino centrale oggi
La filiera del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale IGP conta 3.218 allevatori in 8 regioni del Centro Italia (Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Molise, Abruzzo e Campania); 77 mattatoi; 77 operatori commerciali; 123 laboratori di sezionamento e 997 macellerie iscritti al controllo, distribuiti in tutta Italia. Tutti i soggetti della filiera del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale sono tenuti al rispetto rigoroso dei requisiti stabiliti dal Disciplinare di produzione, per far sì che la carne prodotta possa essere certificata con il marchio IGP sotto il diretto controllo di un Organismo terzo autorizzato dal Ministero.
La qualità tracciata in tempo reale
Per contrastare frodi e contraffazioni della carne, il Consorzio di tutela del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale IGP consente, attraverso una mappa presente sul proprio sito, www.vitellonebianco.it, di conoscere in tempo reale l’origine e il percorso della carne certificata su tutta la filiera, dall’allevamento alla tavola, con i ristoranti iscritti al circuito ‘Ristorante Amico’ del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale.
Dic 7, 2022 | Garfagnana, Lucca, Territori, Territori
Grande successo a Bagni di Lucca per la Coppa Italia di rafting che si è svolta sul torrente Lima: come previsto dal calendario della Federazione Nazionale Rafting, nel fine settimana appena trascorso del 3 e 4 dicembre nelle specialità Slalom e Discesa.
La manifestazione ha visto la partecipazione di 60 equipaggi con più di 100 atleti provenienti da tutta Italia, da nord a sud.
I team presenti si sono sfidati in un’avvincente competizione lungo le acque cristalline del torrente Lima luogo vocto dell’Appennino per gli appassionati di questo sport.
L’organizzazione ed il Campo Slalom sono stati allestiti in località Cevoli e al termine della due giorni, presso la Sala Rosa di piazza dei Forestieri a Bagni di Lucca, sono stati assegnati i titoli di Campioni d’Italia delle diverse categorie in gara: giovanili, senior e master.
L’evento, che ha fatto registrare un grande successo di partecipazione e di contenuti in termini sportivi e di sostenibilità, è stato possibile grazie alla collaborazione tra Comune di Bagni di Lucca, Federazione Italiana Rafting, Enel Green Power, associazioni sportive di rafting presenti in Val di Lima affiliate e aggregate alla Federazione.
Durante le due giornate Enel Green Power ha gestito gli impianti di Lima e Sperando in modo da garantire la portata di acqua utile allo svolgimento delle gare nel tratto del torrente Lima interessato, consentendo ai partecipanti di svolgere l’attività nelle condizioni ideali nel rispetto dell’ecosistema fluviale favorendo così la riuscita della Coppa Italia di Rafting.
All’iniziativa erano presenti il vicesindaco di Bagni di Lucca Sebastiano Pacini, i consiglieri comunali delegati Silvano Salotti e Maria Barsellotti, i rappresentanti della Federazione Italiana Rafting e delle Associazioni sportive locali, i responsabili Hydro Enel Green Power.
creare valore condiviso in collaborazione con le Istituzioni. Un’attività che fa parte del più ampio contesto internazionale e italiano, che anche in Toscana vede Enel tra i leader della transizione energetica in chiave di sostenibilità e di economia circolare.