L’estate sta per arrivare e nel cercare alternative alla solita vacanza di mare o provare ad uscire dai sentieri battuti dai più ecco un suggerimento di viaggio alla scoperta delle isole italiane.
Quelle dimenticate però, quelle meno note e di massa che sanno di selvaggio.
Nel nostro paese il blu del mare ci circonda e sono davvero molte le isole e isolotti da poter esplorare per una vacanza diversa.
L’Italia vanta quasi 800 isole (si comprendono anche isolotti, scogli e faraglioni) e di questi solo 80 sono abitate e quelle visitate dal turismo si contano su due mani.
Isole da vivere per chi ama la natura dominante. Isole dove non esistono agi, aperitivi e movida ma solo percorsi trekking spesso appena accennati, spiagge isolate raggiungibili talvolta solo via mare con piccole imbarcazioni dei pescatori locali, acque cristalline, fondali meravigliosi e una natura selvaggia e dominante da respirare a pieni polmoni.
Sfatato il mito che occorrono ore di aereo e longitudini tropicali per trovare tutto ciò ecco le isole italiane da scoprire e vivere anche nei mesi estivi.
Linosa – Fraintesa.it on VisualHunt
Linosa
L’isola si trova al centro del mar Mediterraneo, tra Sicilia e Tunisia. Insieme a Lampedusa e Lampione forma l’arcipelago delle Pelagie (dal greco Pelaghià, isole d’alto mare).
Linosa è decisamente selvaggia nel suo aspetto dove domina la nera roccia lavica che forma una costa alta e ricca di insenature irraggiungibili via terra formate dai vulcani spenti dell’isola.
E’ sicuramente anche per questo suo aspetto una delle isole meno note e turistiche d’Italia. Di forma quasi circolare ha al suo centro il cono del vulcano spento da oltre 2000 anni le cui falde però si tuffano nel mare per quasi 100 metri di profondità. Il cratere principale, la cosiddetta Fossa del Cappellano è sovrastato da altri tre coni: il Monte Vulcano (195 m), il Monte Rosso (186 m), il Monte Nero (107 m) e alle pendici di questo, un più piccolo cratere di 50 m. Il nero e grigio della pietra lavica si alterna con le acacie i fichi d’india e i capperi ed è perfetto per gli amanti del trekking. L’unico piccolo centro abitato di Linosa è fatto da caratteristiche casette color pastello che si raccolgono intorno al piccolo porto, da cui partono le escursioni a piedi alla conquista delle vette o in barca. Per gli amanti del mare, i fondali rocciosi sono molto frequentati dai subacquei per la ricchezza della fauna ittica. Per chi vuole semplicemente rilassarsi in spiaggia, Linosa alterna spiagge di sabbia vulcanica a costoni di roccia molto suggestivi, lambiti da acque turchesi e trasparenti.
Cala Pozzolana di Ponente è una bellissima spiaggia, meta spesso delle tartarughe Caretta Caretta che qui depongono le uova. Da non perdere Punta Beppe Tuccio un piccolo promontorio che insieme ad isolotti minori crea una piccola laguna e ancora, Grotta del Greco sul versante orientale dell’isola, Cala Pozzolana di Levante e Punta Calcarella sul versante meridionale.
Per chi ama le isole selvagge Linosa è una buona alternativa, tra le isole Pelagie, alla più celebre Lampedusa che richiama folle di turisti per la sua favolosa Spiaggia dei Conigli.
Alicudi – foto candido33 on Visualhunt.com
Alicudi
La più occidentale, selvaggia e isolata dell’arcipelago delle isole Eolie è Alicudi: un paradiso terrestre. Dalla forma quasi perfettamente conica, incontaminata, aspra e solitaria offre gli scenari tipici mediterranei tra terrazzamenti con muri a secco e scorci di blu. L’isola molto piccola ha un centinaio di abitanti e nessuna automobile. Ad Alicudi ci si sposta a piedi o al massimo a dorso di mulo.
Vicino al piccolo porto è il centro abitato che ospita solo qualche negozietto di alimentari, l’ufficio postale e qualche bottega di prima necessità. Prima di sbarcare sull’isola quindi consigliamo di far rifornimento di tutto ciò che vi potrà servire sull’isola. Il fascino di Alicudi consiste proprio nel vivere dell’essenziale e in perfetta sintonia con la natura. A dominare l’isola è il Monte Filo dell’Arpa che raggiunge i 675 metri sul livello del mare. Un cono di vulcano spento che si inabissa per oltre 1500 metri nelle profondità del Mar Tirreno. La cima del vulcano spento che forma l’isola è attraversato da numerose mulattiere che partono dal porto e conducono fino alla vallata dove un tempo colava la lava prima di riversarsi in mare. Sono sentieri panoramici ideali per gli amanti del trekking.
Inaccessibile e inospitale la parte occidentale dell’isola che si può vedere solo facendo un giro in barca poiché le coste qui sono alte, scoscese e costellate da grotte vulcaniche. Sola una la spiaggia vera di Alicudi raggiungibile a piedi, cioè quella di ciottoli grigi del porto a cui si aggiungono diverse piccole calette selvagge, quasi tutte sul versante orientale vicino all’unico centro abitato, accessibili solo in barca. L’unica altra spiaggia degna di tale nome è quella di ciottoli di Bazzina, situata anch’essa non lontano dal porto. L’approdo di Palomba invece è consigliato sia ai sub che agli escursionisti. Le minuscole spiagge di ciottoli sono ideali sia per lo snorkeling che per chi vuole rilassarsi intere giornate al sole.
Non lasciate Alicudi senza aver visitato Contrada Tonna dove si può ammirare l’architettura tipica delle Eolie e dove potrete visitare la chiesa di San Bartolo, patrono delle isole Eolie.
Filicudi – foto Candido33 on Visualhunt.com
Filicudi
Leggermente più grande di Alicudi, Filicudi fa parte dell’arco occidentale dell’arcipelago delle isole Eolie e geologicamente è la più antica delle sette isole. Aspra e selvaggia è costituita anch’essa dal cono emerso di un vulcano spento e ricoperto da ginestre, erica, fichi d’india e felci. Chi ama camminare potrà sbizzarrirsi nella salita al punto più alto dell’isola, Fossa Felci che si trova a 774 metri sul livello del mare.
Tutta l’isola è caratterizzata da versanti scoscesi e coste rocciose intarsiate da profonde grotte impreziosite da magnifici faraglioni con costoni a strapiombo sul mare.
La Canna è lo scoglio più famoso dell’isola, mentre tra le grotte la più amata è quella del Bue Marino e di Maccatore.
Le spiagge di Filicudi, tutte di origine vulcanica, sono fatte di grandi ciottoli scuri ad eccezione della spiaggia di Pecorini che ha alcuni tratti di sabbia. La spiaggia più ricercata è però Le Punte, che si può raggiunge a piedi dal molo.
Un giro il barca è quindi fondamentale per scoprire l’isola e poterne ammirare la bellezza selvaggia e perché no fare un bagno nel blu. Da non scordare la visita di Capo Graziano, una fortezza naturale dove sono visibili i resti di un villaggio preistorico.
Anche se più tranquilla di Lipari e Panarea, Filicudi con i suoi 250 abitanti offre comunque una vivace vita notturna grazie a diversi locali e una discoteca. Un giusto compromesso per chi cerca il relax nella natura incontaminata e un minimo di mondanità.
Marettimo – Robyn Hooz on Visualhunt
Marettimo
Meno turistica di Favignana, Marettimo è l’isola più selvaggia e incontaminata delle isole Egadi, oltre che la più lontana dalla Sicilia e quindi la più difficile da raggiungere.
Facciomo quindi un balzo su un alltro arcipelago siciliano nell’isola che deve il suo nome al greco Hierà Nésos cioè “isola sacra”. Quello con cui la conosciamo oggi però deriva dal latino Maritima, probabilmente per l’abbondante presenza sull’isola del timo selvatico.
L’isola è dominata dal Monte Falcone alto 686 metri sul livello del mare. Per chi ama il trekking percorso d’obbligo arrivarci in cima per godere del paesaggio dell’isola dall’alto oppure percorrere sentieri immersi nella macchia mediterranea, come il sentiero di Punta Troia che in circa un’ora e mezza di cammino lungo la costa conduce a un promontorio su cui sorge un castello normanno del XVII secolo.
Nei pressi del centro abitato composto da casette bianche che si specchiano nel porticciolo e dove vivono molti dei 680 abitanti dell’isola, si trovano sulla costa est due spiagge cittadine raggiungibili a piedi, Scalo Vecchio e Scalo Nuovo, situate in corrispondenza del porto vecchio a nord e del porto nuovo a sud.
Ma le spiagge più belle sono Cala Bianca, con sabbia bianca e coste altissime che scendono a strapiombo verso il mare, e Praia dei Nacchi con ciottoli e acque trasparenti.
Per chi è disposto a camminare un po’ per andare alla ricerca di spiagge più selvagge tappa d’obbligo a Zotta Muletti raggiungibile in un’ora e mezza di cammino all’ombra della pineta; la spiaggia del Cretazzo per cui ci servono quasi due ore di cammino e Cala Nera, situata sotto il faro di Punta Libeccio, raggiungibile soltanto a nuoto tuffandosi dagli scogli. Inevitabile concedersi un giro in barca per ammirare le numerosissime grotte emerse e sommerse che si dice siano più di 400, scavate dalle onde e dai fenomeni carsici che frastagliano la costa dell’isola.
Tra le più belle la Grotta del Cammello, la Grotta Perciata, la Grotta del Tuono, la Grotta Presepe e la Grotta della Bombarda. Marettimo è l’isola ideale, tra le Egadi, per chi cerca una vacanza tranquilla lontana dalla folla di Favignana.
Giannutri – Guido & Family on VisualHunt.com
Giannutri
Lasciamo la Sicilia we raggiungiamo l’Arcipelago toscano dove in cerca di bellezza selvaggia è necessario fermarci a Giannutri, da sempre considerata sacra alla dea Artemide per la sua curiosa forma a mezzaluna. A pochi chilometri dalla costa mondana dell’Argentario e dall’isola del Giglio quest’isola grande solo 500 metri in larghezza e 5 chilometri in lunghezza che fa parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano preserva il peculiare ambiente naturale e straordinari fondali.
È l’isola del silenzio e della natura incontaminata che sorprende per il paesaggio selvaggio fatto di morbide insenature bagnate da un mare cristallino, di ripide scogliere che precipitano nel blu più profondo, di grotte marine, di spiaggette, di boschi impenetrabili, di una variegata macchia mediterranea dalla quale emergono le rovine del glorioso passato romano.
Sull’isola infatti, si possono vedere i resti di una sontuosa villa romana appartenuta alla famiglia dei Domizi Enobarbi e risalente al II sec. d. C. che la caratterizza. Le spiagge vere e proprie sono due e sono anche gli unici due punti di approdo, Cala Maestra e Cala Spalmatoio. Sono spiagge di ghiaia senza stabilimenti balneari. L’isola è un paradiso in terra soprattutto per gli amanti della subacquea e dello snorkeling che possono ammirare la bellezza dei fondali ricchi di biodiversità. Per gli appassionati del trekking invece c’è la possibilità di esplorare i percorsi che attraversano la fitta macchia mediterranea fino a raggiungere Monte Mario e Poggio di Capel Rosso, che è il punto più alto dell’isola (88 metri sul livello del mare) da cui si gode un panorama mozzafiato. Giannutri è raggiungibile in traghetto o con i taxi boat e è auto free in quanto area protetta. Nessun hotel sull’isola ma solo ospitalità in appartamenti e b&b per vivere in armonia con la ventina di abitanti dell’isola.
Pianosa – Antonio Cinotti – antoncino on Visualhunt.com
Pianosa
Come Giannutri fa parte del parco dell’arcipelago toscano e anche qui sono banditi navigazione e pesca. Il nome deriva dalla sua conformazione totalmente pianeggiante. L’isola abitata fin dal Paleolitico conserva le rovine di una villa romana e un sistema di catacombe.
Famosa per aver ospitato per oltre 140 anni un carcere di massima sicurezza che la rendeva di fatto inaccessibile è riuscita però grazie a ciò a mantenersi inalterata. Fu il Granduca di Toscana nel 1856 a istituire la colonia penale agricola che durante il fascismo divenne luogo di detenzione per prigionieri politici tra cui anche il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Negli anni ’70 del Novecento è diventata isola sede di carcere di massima sicurezza in cui sono stati confinati terroristi e mafiosi, tanto che la popolazione fu fatta evacuare e l’isola fu chiusa al turismo. Pianosa ha ricominciato ad accogliere visitatori solo dal 2011, quando il carcere è stato definitivamente chiuso per essere trasformato nell’unico hotel dell’isola gestito peraltro da una cooperativa di ex detenuti. Da sempre crocevia di rotte commerciali, Pianosa custodisce sui suoi fondali preziosi reperti archeologici troppo spesso depredati. Chi vuole rilassarsi in spiaggia dovrà andare a Cala Giovanna, l’unica dove è consentita la balneazione. Sull’isola ci sarebbero anche altre spiagge incontaminate come Cala di Biagio e Cala del Bruciato, ma è proibito anche solo avvicinarsi. Da qualche anno è possibile anche fare immersioni al largo di Pianosa per esplorare i suoi ricchissimi fondali, ma solo dopo aver ottenuto il permesso dall’ente del parco.
Per tutelare il suo patrimonio naturalistico l’isola è accessibile solo con escursioni guidate che prevedono un numero limitato di persone, non più di 250 al giorno.
Palmaria – Spettacolopuro on VisualHunt
Palmaria
Salendo in Liguria ecco Palmaria piccolo e incontaminato gioiello situato nel golfo di La Spezia.Trattasi di un ex area militare trasformata a sede internazionale del turismo green in seguito all’accordo firmato tra la Marina Militare e il Comune di Portovenere.
L’isola, patrimonio dell’Unesco, ha una costa prevalentemente alta e rocciosa, le spiagge dunque non sono facilmente accessibili. Tra queste da segnalare la spiaggia del Pozzale, quella meno affollata e più selvaggia. Per chi preferisce maggiori comodità può scegliere lo stabilimento balneare Il Gabbiano oppure la spiaggia libera di Punta Secco, di fronte a Portovenere. Per chi ama il trekking Palmaria offre una buona rete di sentieri che attraversano l’intera isola e regalano bellissimi scorci sul mare, tra cui il Sentiero dei Condannati. Caratteristica Terrizzo il centro abitato dove vivono il maggior numero dei 50 abitanti di Palmaria composto da casette colorate che si affacciano sul mare.
Palmarola – Lynnepet on VisualHunt
Palmarola
Palmarola è la più selvaggia delle isole Pontine Siamo nel Lazio è quest’isola lunga quasi tre chilometri e larga solo 300 metri e la sorellina di Ponza.
Deve il suo nome alla palma nana, unica palma originaria dell’Europa che cresce selvatica sulla sua superficie. Come le altre isole Pontine, Palmarola è di origine vulcanica e ha una meravigliosa costa rocciosa piena di grotte, anfratti e calette che si nascondono tra le scogliere bianche a picco sul mare.
Una zona che vale la pena visitare è la Cattedrale, scolpita da grotte che formano incredibili archi a sesto acuto. Ma in un giro dell’isola in barca potrete ammirare anche il Faraglione di Mezzogiorno, la Forcina, la Grotta del Gatto e Le Galere. A Palmarola non ci sono spiagge di sabbia. Le uniche sono la Cala del Porto o Spiaggia della Maga Circe, anche detta la spiaggia de O’Francese perché qui sorge l’unico ristorante dell’isola, O’ Francese, e Cala Brigantina, così chiamata perché ancora nel ‘700 offriva riparo alle barche dei pirati.
Chi ama camminare può percorrere il sentiero Faraglione di San Silverio che porta in cima a uno sperone roccioso dove si trova un’edicola dedicata a San Silverio, patrono di Ponza.
E’ cinquina a Firenze per Ditta Artigianale che dalle ceneri di quello che è stato uno dei locali di aggregazione degli anni Novanta e primi Duemila esce dal centro storico e cerca di reinventarsi nei rioni.
Oddio, piazza Ferrucci proprio periferia non è perché siamo ai piedi delle vie che conducono al piazzale e questi marciapiedi sono pur sempre calpestati da molti turisti ma la zona è popolare e popolana perché lungo le ultime mura che da San Niccolò conducono ai viali per fortuna c’è ancora tanta residenza e non solo i b&b di una città turistica. Non solo caffè al caffè
Una sfida nuova per il brand fondato nel 2013 da Francesco Sanapo e Patrick Hoffer che con il quinto locale fiorentino cerca di entrare nel cuore dei fiorentini e per farlo sceglie di essere non solo un caffè moderno dove poter sostare dalla colazione all’aperitivo ma un luogo di quartiere dove si può anche comprare il quotidiano e il pane appena sfornato.
Il locale si ripropone con ambizione anche di riportare in auge il concetto di caffè letterario, e per farlo ha in ponte l’organizzazione di appuntamenti con la cultura che coinvolgeranno personalità della città, del mondo istituzionale, delle arti, della cultura e dello sport.
Cinque locali in dieci anni, il segreto del successo
Dieci anni fa in via dei Neri aprì a Firenze il primo locale di Ditta Artigianale con l’ambizione di cambiare nei fiorentini la cultura del caffè. Fu un successo.
Poi vennero le aperture in via dello Sprone, via Carducci, lungarno Soderini e addirittura lo sbarco oltreoceano in Canada.
Ne ha fatta di strada uno dei maggiori “nasi” del caffè mondiale. Francesco Sanapo ha creduto nella sua idea, in se stesso e oggi il successo lo ripaga. Partì con un solo dipendente e oggi la sua azienda da lavoro a 105 persone. Solo per la caffetteria di piazza Ferruzzi sono 18 le nuove persone assunte, anche se, e ci tiene a sottolinearlo “è difficilissimo trovare personale.!”
Ecco una visita da non perdere. Poco meno di un mese per ammirare da vicino le mille sfumature, di forma e colore, delle tante tipologie di iris presenti nel giardino dedicato. Un’occasione speciale solo per chi visita Firenze fra aprile e maggio.
Nel cuore turistico di Firenze, con ingresso dal monumentale terrazzo naturale di Piazzale Michelangelo, c’è un giardino panoramico da non perdere. Costruito sul versante della collina che affaccia sulla città e sull’Arno e interamente dedicato al fiore cittadino e alle sue varie ibridazioni.
La stagionale apertura del giardino dell’iris.
Il giardino è aperto solo nel periodo di massimo splendore del fiore che i fiorentini chiamanogiaggiolo. Quest’anno i cancelli si apriranno il 28 aprile 2019 per richiudersi il 25 maggio a fioritura conclusa, ma è questo il momento di organizzarsi per la visita e segnarla in agenda. L’ingresso è gratuito con offerta libera e il consiglio per gli appassionati è di armarsi di macchina fotografica. Migliaia le sfumature, i colori e la forma delle tante ibridazioni, alcune rarissime, da ammirare nel pieno della fioritura.
Fior di giaggiolo: il simbolo di Firenze
Come mai però questo fiore e Firenze sono così legati? L’iris è da sempre simbolo della città. Una sua rappresentazione stilizzata appare nei soldi d’argento della repubblica fiorentina del XII secolo e, successivamente, nel fiorino d’oro. Il “giglio” che appare nel gonfalone della città fin dal 1250, è in realtà un’iris bianca della varietà alba florentina – che cresceva spontaneamente nella valle dell’Arno. Nel 1266, dopo la cacciata dei Ghibellini, i Guelfi invertirono i colori dello stemma cittadino, creando l’insegna che è rimasta fino ad oggi: un’iris rossa – mai esistita in natura – su sfondo bianco.
Premio all’iris più bello
Ogni anno si premia l’iris più bello in un apposito concorso Il fiore in Toscana è chiamato giaggiolo (dal latino gladius = spada) per la struttura spadiforme delle foglie. Firenze è “la sua capitale” ed è in questa città che, dal 1954, esiste un Concorso Internazionale . Si premiano le migliori varietà di iris conservandone una traccia storica nel giardino del Podere dei Bastioni, sul lato est del Piazzale Michelangelo.
Il concorso, richiama ogni anno in città gli ibridatori di tutto il mondo, che propongono varietà nuove nei colori e nelle forme. Sono almeno 150 i concorrenti a stagione e i “nuovi” fiori proposti sono più o meno 300. Una giuria internazionale conferisce, alla varietà più bella, il “Fiorino d’oro”. L’amministrazione comunale, invece, assegna il premio “Città di Firenze” all’iris il cui colore si avvicina maggiormente al rosso del gonfalone. Negli annali è rimasta storica la vittoria, nel 1973, dell’americano George Specht con “Rosso Fiorentino” la prima Iris ibridata in Italia ad aggiudicarsi entrambi i premi.
Piero Bargellini e l’Iris
Il giardino è nato dopo il Concorso. Tutto è nato dall’idea di dare ospitalità alle migliori varietà del fiore. Una figura importante come Piero Bargellini, il sindaco dell’alluvione capì ne l’importanza internazionale. Alle signore Flaminia Specht e Nina Stross Radicati, membre della Società Italiana Amici dei Fiori nonché appassionate ibridatrici, fu assegnato il Podere dei bastioni.
Il giardino, progettato dall’architetto Giuliano Zetti, fu inaugurato nel maggio 1957. Arricchito di donazioni fatte da molti coltivatori, botanici e appassionati italiani e stranieri, fra cui si segnala la collezione di iris storiche del Memorial Garden di Montclair, Usa. Attualmente, dopo la costruzione nel 1967 del laghetto creato per ospitare le specie acquitrinose, come quelle le giapponesi e la Louisiana, il giardino si spande per due ettari in mezzo ad uno straordinario uliveto.
Armati di macchina fotografica o cavalletto
Perdersi fra i vialetti, le piazzole, le scalette e le scalinate che sinuosamente si snodano in sali scendi, è emozione unica. I profumi avvolgenti delle ibridazioni quasi stordiscono insieme alla bellezza della natura che si esprime in forme e sfumature cromatiche in alcuni casi davvero incredibili. Ogni aiuola è un esplosione di colori e il soggetto è perfetto per scatti fotografici indimenticabili. Il consiglio, dato il tempo ristretto di apertura del giardino e la conseguente grande affluenza è di armarsi di pazienza. Suggeriamo di visitarlo in giornate feriali o in orario di pranzo nei festivi per evitare i maggiori afflussi. Lo spettacolo della natura sarà assicurato!
Orari e consigli
Ingresso gratuito. Orario d’apertura tutti i giorni festivi compresi (dal 28 aprile al 25 maggio): dal lunedì al venerdì dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.30. Sabato e domenica dalle 10.00 alle 19.30. Ultimo ingresso mezz’ora prima dell’orario di chiusura. Il giardino può essere visitato anche durante il resto dell’anno previo appuntamento con la possibilità di prenotare anche visite guidate. Vietato l’ingresso ai cani (con eccezione dei cani guida) e parzialmente accessibile ai diversamente abili. Con i mezzi pubblici è possibile arrivarci con le linee 12 e 13 dalla stazione di Campo di Marte e Santa Maria Novella.
Anche quest’anno, e ormai va avanti da più di 250 anni, il piccolo comune di Los Realejos, a Tenerife, ai piedi de La Orotava e del Parco nazionale del Teide, si prepara a mettere in scena il 3 maggio una vecchia rivalità tra due strade che produce il più grande spettacolo pirotecnico che si possa vedere in Europa.
Esplosioni, colori e un prodigio di luci
Tonnellate di polvere da sparo e tecnologie sofisticate danno vita a un prodigio di luci e suoni che emoziona e commuove. Quasi due ore di esplosioni, colori brillanti, fuochi d’artificio, botti e lampi che illuminano e fanno vibrare le strade e i quartieri di El Sol ed El Medio, in un raro omaggio alla Santa Croce che sfila per le sue vie ma viene fermata tra un fuoco e l’altro per far contemplare anche a lei questo spettacolo unico ed esclusivo che parte dai campi isolati ma anche dai tetti di molte case.
Vulcani, fontane, razzi, candele, bengala, petardi, mortaretti, tuoni, batterie in sequenza creano una moltitudine di effetti visivi, combinando colori, scintille, lampi, incroci di direzioni e anche toni sonori sotto forma di sibili, fischi ed esplosioni. Tutto questo è il risultato di diverse combinazioni di salnitro, zolfo, carbone, solfato di rame, canfora, destrina, antimonio e dell’abilità di artigiani dediti al raro mestiere di creare capolavori che però finiscono in un attimo.
Ai piedi del Teide una magia lunga 250 anni
Questi fuochi si trasformano in una sorta di magia che dura pochi secondi, ma che riempie di entusiasmo e ammirazione chi la contempla. Ciò che conta è la celebrazione stessa e la pacifica “sfida” tra le due strade che risale a più di 250 anni fa e che non ha mai visto un vincitore o un vinto, perché in realtà non è né una gara né una sfida. In ogni caso, l’unica a vincere è la Santa Croce, la vera protagonista della festa, a cui tutti gli alentejani di una strada o dell’altra sono devoti. È una tradizione che si rafforza ogni anno, con le nuove generazioni che ereditano lusanza dai padri. Questa celebrazione è stata riconosciuta come Festival di interesse turistico nazionale dal 2015 e aspira a diventare di interesse turistico internazionale nel futuro prossimo. “In questa nuova edizione delle tradizionali Feste di Maggio di Los Realejos, la città più festosa della Spagna, sono previste più di 70 attività culturali, religiose, sportive, solidali e devozionali – afferma il sindaco Adolfo González – con l’esaltazione della gastronomia, della musica e dei costumi delle nostre isole come focus di queste celebrazioni che, ancora una volta, invaderanno le strade del comune, un luogo unico la cui personalità e carattere sono stati forgiati sulla base delle esperienze, delle usanze e delle eredità tramandate nella sua storia”.
Un’apparizione meravigliosa
Come spesso accade, i simboli religiosi – vergini, santi, croci, ecc. – nascono in modo miracoloso a metà strada tra storia e tradizione.
La storia della Croce di Los Realejos racconta che nel 1666 un cavaliere stava attraversando il burrone di Pago de la Higa quando il suo cavallo si fermò bruscamente e si rifiutò di seguirlo. Il padrone, infastidito, lo esortò a proseguire e il cavallo finì per disarcionarlo. Quando il cavaliere si riprese dalla caduta, scoprì che l’animale stava scavando nella terra.
Il proprietario del terreno, commosso dall’evento, ordinò in quel posto la costruzione di una cappella, il Montículo de la Suerte, che sarebbe poi diventata la chiesa dell’Apostolo San Giacomo (in ricordo della festa in cui i soldati castigliani conclusero la conquista di Tenerife). Di quella croce rimangono solo alcuni pezzi di legno, che ora si trovano all’interno di una croce in filigrana d’argento (1677), che è quella che viene fatta sfilare per le strade il 2 e il 3 maggio di ogni anno.
300 croci a Los Realejos
Ed è anche la croce – in realtà le croci, perché ce ne sono più di 300 esposte nel comune – un’altra delle rivalità che riguarda tutta la città e tutte le sue strade.
Cappelle, portoni, finestre, vetrine, interni di case, cortili, persino semplici muri sono decorati con delle croci e, fuori dalla città, si ritrovano anche su scogliere, scogli in mare, strade e burroni in montagna. Centinaia di croci e milioni di fiori raccolti in deliziosi bouquet che formano un insieme delle varietà più belle e profumate. Orchidee, anthurium, rose giganti, tulipani, garofani, margherite, calle e, naturalmente, la Strelitzia reginae, meglio conosciuta come uccello del paradiso, la pianta più tipica delle Isole Canarie.
Ma insieme alle croci, ciò che rende unica questa festa sono i fuochi. Tutto iniziò come una rivalità tra due quartieri, addirittura due strade dello stesso comune, le vie El Sol ed El Medio; ma anche, si dice, tra due classi sociali molto diverse: i proprietari dei terreni attraverso i quali correva Calle El Medio, conosciuta anche come Calle de los Marqueses, e i mediatori e i piccoli agricoltori di Calle El Sol. Nacque così el pique, la rivalità che risale al 1770, anche se questi forti contrasti economici ora sono scomparsi.
Due quartieri e una disfida
Ma perché i due quartieri si sono scontrati? E da dove è nata questa rivalità? Storicamente, si trattava di una giornata di conflitto simulato tra marchesi e contadini. “El pique” consisteva nell’accendere in ogni strada falò, produrre fumo colorato e fare molto rumore al passaggio della croce in processione, in modo che vincesse chi aveva i falò più grandi, le colonne di fumo più alte o faceva maggior rumore.
Ma con l’arrivo dei fuochi d’artificio, quei semplici fuochi accesi dai fedeli sui marciapiedi e negli androni delle case si sono trasformati in vere e proprie battaglie campali con petardi e mortaretti che volavano orizzontalmente nel cielo alla ricerca della strada “nemica”. Si racconta che un anno gli abitanti di Calle del Sol portarono un cannone autentico dal Fortín de San Fernando sulla costa del Real, lo riempirono di polvere da sparo e lo diressero verso i tetti di Calle del Medio, un tempo separati da un burrone – ora trasformato in strada – a soli 40 metri l’uno dall’altro. Non sono stati segnalati danni alle persone, ma c’è stato un attimo di esultanza in Calle del Sol e di panico in Calle del Medio. Si è trattato di qualcosa di più di una semplice “pique”.
Autofinanziamento popolare
Una singolarità di questa festa e dei suoi fuochi d’artificio è che sono finanziati dai contributi dei residenti; quella che viene chiamata la “perra de la Cruz” è una tradizione e una necessità che porta a chiedere porta a porta il denaro che verrà poi investito nelle feste, con tutti i vicini e i simpatizzanti che collaborano con una quota mensile che viene aumentata negli ultimi giorni quando si fa l’ultima raccolta. Oltre a questo finanziamento, durante l’anno vengono realizzate diverse attività per incrementare i fondi, come escursioni, pasti, viaggi, ecc. e le tradizionali lotterie e fiere natalizie. Contribuiscono al fondo anche le donazioni che molte persone inviano da fuori del comune e quelle raccolte in ogni cappella della Croce. Inoltre, in passato, venivano stese tovaglie e si allevavano maialini e c’è stato anche un periodo in cui si curavano i puledri per poi venderli. Vale la pena menzionare lo sforzo compiuto dagli abitanti del villaggio, sia dal punto di vista morale che economico, per realizzare queste Festa della Croce, dato che non ricevono sovvenzioni o aiuti ufficiali di alcun tipo, cosa che conferisce a queste feste un carattere unico.
Oggi la vecchia “guerra” è un motivo di festa che trasforma Los Realejos, a Tenerife, il 2 e 3 maggio in uno dei villaggi più decorati e belli della Spagna. Ma ciò che non è cambiato è l’essenza che ha sempre caratterizzato queste celebrazioni e cioè la venerazione della Croce, accogliendo a braccia aperte tutti coloro che ogni anno vengono ad ammirare la devozione e la dedizione che i residenti di entrambe le strade mettono nella realizzazione di una festa unica e incomparabile.
Esistono luoghi magici. Luoghi che pensi che solo nella tua fantasia possano esistere. Poi scopri esistono davvero. Ecco allora un itinerario magico e speciale che conduce sull’isola d’Elba alla scoperta del “Santuario delle farfalle”.
Un paradiso sotto il Monte Capanne
Alle pendici del Monte Capanne – il picco dell’isola – è fra il Monte Perone e il Monte Maolo in uno scenario mozzafiato fra monte e mare c’è questo luogo magico. Due chilometri di passeggiata fra aria di pino marittimo e salmastro dove si possono osservare nel loro habitat un numero pressocché infinito di farfalle. Lungo il percorso sono 50 cartelli che illustrano e guidano il visitatore alla scoperta di quasi tutte le specie di farfalle che si possono incontrare sul cammino. Illustrate le loro principali caratteristiche ambientali e biogeografiche che rendono questo luogo così importante per questi animali delicati e speciali.
Foto Stocchi
Il Santuario delle farfalle
Inaugurato nel maggio del 2009 il Santuario delle Farfalle è dedicato alla memoria di Ornella Casnati scomparsa prematuramente, che ha lavorato al Parco e che ci ha regalato foto bellissime. Un mondo di farfalle da non perdere. C’è la Lycaeides villai, la Manola jurtina, oppure la Melitaea athalia. Un ambiente speciale quello dell’Isola d’Elba che favorisce la presenza delle farfalle;. Forse non è noto, ma l’ambiente elbano è addirittura migliore di quello delle Canarie, della Corsica e di altre grandi isole nel mondo.
La “cappella sistina” della natura
Nel Santuario elbano confluiscono più farfalle che in Sardegna, giungendo anche dalla Toscana. E’ una “cappella Sistina” della natura, quasi un luogo sacro di incontro di questi fragili lepidotteri e imenotteri. Forse anche per questo è stato chiamato… santuario. Un ambiente montano a circa 700 metri d’altitudine con vista mare noto per panorami infiniti. Da qui è possibile scorgere a nord l’isola di Capraia e Gorgona, a sud quella di Montecristo ed a ovest l’isola di Pianosa e la non lontana Corsica. Un luogo magico che esiste, da visitare, magari dedustando un buon bicchiere di Aleatico dell’Elba
In Friuli, nei pressi della città di Gorizia dove si respira l’aria della Mitteleuropa c’è una terra ricca e generosa di grandi vini. Una terra baciata dalla fortuna situata com’è vicino al corso delfiume Isonzo, protetta dalle Alpi Giulie e riscaldata dalle acque dell’Adriatico. Una terra fertile e rigogliosa che da sempre dona vini superbi che si producono da tempi antichi. Una terra dall’allure internazionale dove per anni era, a pochi chilometri una frontiera che rappresentava una ferita nel cuore dell’Europa.
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L’idea dei grandi vecchi
Proprio qui, a Cormòns nel 1983 nacque un’idea rivoluzionaria. Un pacifismo enoico che spinse gli allora soci delle Cantine Produttori di Cormòns a mettere nero su bianco un’idea visionaria e affascinante. Il “manifesto” su cui hanno vergato la loro idea è ancora lì, nel grande salone di degustazione della cantina sociale. Colpisce l’età di quei soci, quasi tutti anziani che avevano vissuto anche sulla pelle le ferite di due guerre mondiali e che vollero mettere a loro modo fine alle divisioni d’Europa in un’epoca in cui c’era ancora il muro di Berlino. Non esisteva un progetto tanto grande come idea e simbolo. Un sogno mai realizzato prima e reso possibile dall’unione di quegli illuminati vignaioli friulani guidati da Adriano Drius e dal Maestro di Cantina Luigi Soini.
Vigneti
La più grande collezione di vitigni e di bottiglie del mondo
In quel 1983 iniziarono a piantare, nei due ettari intorno alle cantine sociali, la Vigna del Mondo. Centinaia di varietali provenienti da ogni parte del mondo a cui, anno dopo anno se ne sono aggiunti altri. Oggi quella di Cormòns è senza ombra di dubbio la più grande collezione di vitigni del mondo con le sue oltre 850 varietà provenienti da oltre 60 paesi, ma ciò che è straordinario è che da questa vigna dal 1985 è nato un vino unico: il Vino della Pace
Il vino della pace
Un vino nato come simbolo, che viene commercializzato in bottiglie da collezione disegnate in edizione limitata da grandi artisti. Arnaldo Pomodoro, Enrico Bay e Zoran Music furono gli autori delle prime tre etichette. Nel corso degli anni si sono succeduti nella realizzazione i più grandi nomi dell’arte mondiale. Da Luciano Minguzzi a Salvatore Fiume da Giacomo Manzù ad Alìgi Sassu da Ernesto Treccani a Yoko Ono, da Emilio Tadini a Dario Fo, da Fernando Botero a tanti altri ancora. Fin dall’origine le tre bottigile che ogni anno compongono la “collezione” vengono inviate ai capi di stato civili e religiosi del mondo. Bottiglie ricercatissime per quelle etichette uniche ma com’è il vino?
Un vino davvero unico
Spesso l’espressione vino unico è abusata ma mai come in questo caso è azzeccata. I vino prodotto dalle Cantine Produttori di Cormòns e ottenuto da oltre 550 specie di vitigni non può essere che speciale. Ogni anno se ne produce, a seconda delle annate, dalle 5 alle 15 mila bottiglie. Una vinificazione in bianco diversa ogni anno anche perché l’elenco dei vitigni che arricchiscono la collezione di Cormòns aumenta ogni anno. In quelle bottiglie ci sono tutte le “razze” enoiche: Yuvarl Cakird, Tsirah, Tulilah, Shurrebe, Pedral, Maizy, Zinfandel, Terrano, Merlot Bianco, Gamay, Ucelut, tanto per elencarne solo alcuni di quelli che convivono nel vigneto più cosmopolita del mondo.
Anche la vendemmia è speciale
All’inizio dell’autunno anche il rito della vendemmia si fa speciale. In quest’abbraccio simbolico di unione e fratellanza le mani che raccolgono i grappoli sono quelli delle 500 persone e 70 ragazzi del Collegio del Mondo Unito di Duino (Trieste) che rappresentano le 60 nazioni del mondo. Sono loro fin dalla prima vendemmia del 1985 a chiudere questo cerchio magico di simbologia di pace.
La prova d’assaggio
Noi l’abbiamo degustato all’interno della bellissima sede sociale dove camminare fra le botti, anch’essi decorati come “memoria” della varie annate speciali è vera emozione. Un vino che fermenta nei grandi botti per un mese e che in bottiglia ogni anno non era mai uguale a se stesso. Tutto ciò dimostrava il suo carattere di profonda internazionalità interrazziale ma lo rendeva appetibile solo per il mercato del collezionismo e così dopo qualche anno di ripensamento e assenza di produzione nel 2017 la svolta. Solo varietà autoctone per garantire una buona beva pur mantenendo inalterata la simbologia. Colore giallo oro, luminoso e intenso. C’è tutto il Friuli cola sua malvasia, ribolla e friulano lì dentro a cui si aggiunge la nota internazionale col pinot bianco e lo chardonnay. Al naso la scorza d’arancio, il cedro, la pesca e l’ananas su tutto. Fresco, sapido con la giusta acidità è una struttura completa persiste in bocca con le note di frutta tropicale.