Tellaro, la poesia scritta sull’acqua

Tellaro, la poesia scritta sull’acqua

C’è un punto della Liguria dove il Mediterraneo sembra riposare, finalmente quieto, come se avesse trovato un rifugio.
È Tellaro, un pugno di case rosate abbarbicate sugli scogli del Golfo dei Poeti, un borgo così elegante e silenzioso da sembrare quasi irreale, dipinto più che costruito.

Chi arriva qui ha spesso l’impressione di aver varcato la soglia di un racconto antico, uno di quelli che profumano di salsedine, di leggende e di sere lente illuminate da lanterne.

Un labirinto che profuma di mare

Tellaro non si attraversa: si scopre.
Si entra nei suoi vicoli come in un piccolo labirinto mediterraneo, dove il vento si infila tra le persiane e il mare è una presenza costante, quasi un narratore invisibile.
Le stradine si arrotolano una sull’altra, le scale si incastrano come fili di un tessuto antico, e ogni svolta apre un nuovo squarcio sul blu del golfo.
Le case, color cipria e corallo, custodiscono la luce come vecchie fotografie. E poi ci sono le porte: verdi, azzurre, sbilenche, spesso decorate da fiori arrampicati. In certi momenti della giornata il borgo sembra sospeso, come se il tempo avesse deciso di rallentare per permettere ai viaggiatori di assaporare ogni istante.


La leggenda del polpo salvatore

Tellaro non sarebbe Tellaro senza la sua leggenda più celebre: quella del polpo gigante che, si dice, salvò il paese da un’improvvisa incursione dei pirati.
Una notte, con il borgo immerso nel silenzio, il polpo sarebbe salito fino alla chiesa di San Giorgio e avrebbe suonato le campane per dare l’allarme.
Una storia fantastica, certamente, ma così radicata nel cuore dei tellaresi da diventare parte del loro modo di raccontarsi al mondo.


La chiesa sul mare, guardiana del Golfo

La Chiesa di San Giorgio è forse il punto più iconico del borgo: sorge su una scogliera a picco sul mare, come il ponte di prua di una nave di pietra.
Il suo rosso tenue si scalda al tramonto, quando il sole si tuffa nel mare e regala alla facciata riflessi dorati.
Da qui si sente forte il respiro delle onde, e capita spesso di vedere pescatori che rientrano verso il porticciolo mentre il cielo si sfuma di arancio e viola.


Un borgo per chi ama viaggiare lento

Tellaro è un luogo che sembra destinato a chi ha voglia di rallentare. Non offre piazze affollate o lungomari rumorosi: offre silenzio.
Offre la possibilità di sedersi su un muretto a guardare la luce che cambia, di perdersi in un vicolo senza una meta, di riconoscere il profumo del mare prima ancora di vederlo.
Qui la Liguria si mostra nel suo volto più autentico e gentile: quello delle piccole botteghe, delle tavole apparecchiate semplicemente, dei piatti che sanno di basilico e mare.


Il Natale subaqueo

Tellaro merita un viaggio perché è uno di quei posti che ti restano dentro. Perché è un borgo che si ascolta prima che si osservi. Perché qui il mare parla e la terra risponde, in un dialogo antico che merita di essere visto almeno una volta nella vita.
Il borgo marinaio ligure è noto per la sua particolarità del Natale subacqueo. Il 24 dicembre, è una festa di particolare suggestione: per celebrare la nascita di Gesù, ogni anno la statuina del Bambino emerge dalle acque trasportata da un gruppo di subacquei. Segue la processione verso la Chiesa Stella Maris.
Questo tradizionale appuntamento celebra la Natività in una cornice di migliaia di fiaccole ad illuminare il borgo di Tellaro e la scogliera circostante. 

Il fascino del Golfo dei Poeti

Tellaro è l’ultimo gioiello del Golfo dei Poeti, così chiamato perché ha sedotto scrittori e pittori di ogni epoca: Byron, Shelley, Lawrence, Montale.
Qui la luce è diversa, più morbida, più incline alla poesia.
Una luce che si posa sulle acque tranquille e che invita naturalmente alla contemplazione.
Chi cerca mare, scogli, calette nascoste e passeggiate vista mare trova a Tellaro il suo paradiso.

Lerici

Nei dintorni: Lerici, Fiascherino e Montemarcello, tre meraviglie a due passi 

Visitare Tellaro significa aprire la porta su uno dei tratti più affascinanti della Liguria di Levante, un territorio dove ogni insenatura, ogni sentiero, ogni paese porta con sé una sfumatura diversa di mare e poesia.
Pochi chilometri più in là, Lerici accoglie il viaggiatore con il suo castello che veglia sul golfo come un faro medievale.
Le sue stradine brulicanti, le piazzette inaspettate e il lungomare illuminato la sera fanno di Lerici un piccolo mondo a sé: vivace, elegante, perfetto per una passeggiata al tramonto con un gelato in mano o per salpare verso le calette più nascoste.
A metà strada tra Lerici e Tellaro, Fiascherino è una parentesi di bellezza quasi segreta. Qui il mare assume tonalità cangianti — turchese, smeraldo, cobalto — e le scogliere disegnano piccole baie da scoprire a nuoto o in kayak.
È un luogo che invita alla lentezza, ideale per chi ama tuffarsi in acque limpide o sdraiarsi a guardare il cielo tra pini marittimi e profumo di salsedine.
Per chi ama i panorami ampi e l’energia dei sentieri, c’è poi Montemarcello, uno dei borghi più suggestivi d’Italia, arroccato su un promontorio che domina dall’alto tutto il Golfo dei Poeti. Le sue strade ordinate, le case in tinte pastello e la quiete assoluta evocano un senso di pace immediato.
Da qui partono percorsi escursionistici che conducono a spiagge selvagge come la Punta Corvo, una distesa di sabbia scura che pare uscita da un romanzo d’avventura.
Esplorare i dintorni di Tellaro significa costruire un mosaico di esperienze diverse: la vivacità gentile di Lerici, i riflessi marini di Fiascherino e l’orizzonte infinito di Montemarcello. Ogni tappa aggiunge un tassello al racconto del Golfo dei Poeti, rendendo il viaggio ancora più ricco e indimenticabile.

Il polpo e Tellaro, un connubio indissolubile

Nel mese di agosto, ricordiamo la tradizionale Sagra del Polpo Tellarese. La notte romantica nei Borghi più Belli d’Italia (giugno) è divenuta per Tellaro uno degli appuntamenti più attesi della stagione, che apre l’estate e dà il via ad una serie di appuntamenti estivi, tra i quali spiccano le inziative culturali che si svolgono nella piazzetta dell’Oratorio di Santa Maria ‘n Selàa: mostre, concerti e in particolar modo la rassegna letteraria dal nome dialettale “Libi’n Selàa” (luglio)
Il polpo alla tellarese, lessato con le patate e condito con l’olio del posto, olive snoccilolate e un trito di aglio, prezzemolo, sale e succo di limone.
Trae ispirazione da un’antica leggenda, quella del Polpo Campanaro, che si dice svegliò gli abitanti del borgo suonando le campane della chiesa con i suoi lunghi tentacoli e salvandoli così da un’incursione saracena.

Golferenzo, il borgo dei gatti: il paese silenzioso dell’Oltrepò che incanta viaggiatori e felini

Golferenzo, il borgo dei gatti: il paese silenzioso dell’Oltrepò che incanta viaggiatori e felini

C’è un punto dell’Oltrepò Pavese dove il silenzio ha il passo leggero dei gatti e il tempo scorre come un respiro lento. È Golferenzo, un borgo che sembra vivere in una parentesi sospesa, dove ogni vicolo racconta storie antiche e ogni curva regala un frammento di poesia rurale.


La Lombardia che sorprende

Ci sono borghi che ti sorprendono per la loro storia, altri per i panorami.
Golferenzo, invece, ti conquista per la sua dolcezza inattesa. Un piccolo paese in cima alle colline dell’Oltrepò Pavese, avvolto da filari di vite e da quell’aria un po’ sospesa che solo i luoghi rimasti autentici sanno conservare.
Qui, tra pietra e silenzio, i veri custodi del borgo sono i gatti: discreti, eleganti, padroni gentili di stradine e muretti assolati.
Non è un caso che Golferenzo sia chiamato “il borgo dei Gatti”. Una tradizione locale narra che i felini vivano qui da sempre, a volte quasi invisibili, a volte in posa davanti a una porta in legno come statue del quotidiano.
A loro è dedicata anche la caratteristica
via dei Gatti, un vicolo che celebra questa presenza silenziosa e un po’ magica.
È impossibile passeggiare a Golferenzo senza incontrarne almeno uno: ti osservano curiosi, si avvicinano se hai un tono gentile, conquistano i bambini e rendono ogni foto più vera, più vissuta.


Fascino, vicoli e silenzio

Il cuore architettonico del paese è la Chiesa di San Nicola, che racconta secoli di storia attraverso la sua facciata neoclassica e gli interni barocchi impreziositi da tele seicentesche.
Poco distante si erge il Palazzo Belcredi-Belloni, elegante e austero, con finestre affacciate su un panorama che sembra dipinto. I resti dell’antico castello medievale e la torre completano un patrimonio che, pur piccolo, custodisce un fascino intatto.
Ma la vera essenza di Golferenzo non è racchiusa nei suoi monumenti: è nei vicoli acciottolati, nelle case in sasso, nei belvederi che si aprono all’improvviso come quinte teatrali sulla vastità dell’Oltrepò.
Qui camminare diventa un rito lento. I rumori svaniscono, le colline respirano, e i tramonti diventano una carezza dorata sulle schiene dei gatti che si stiracchiano sui davanzali.
Golferenzo non è solo una tappa: è un luogo che si vive. Perfetto per chi cerca una parentesi di quiete, un’Italia intima lontana dai circuiti più battuti, un borgo che ti rimane addosso come un profumo buono, semplice e indimenticabile.


Curiosità: altri borghi e luoghi “dei gatti” in Italia e nel mondo

Golferenzo non è l’unico angolo del pianeta dove i gatti sono diventati parte dell’identità locale. Ecco alcuni luoghi affascinanti per chi ama i felini e le storie che si intrecciano ai loro passi leggeri.

Procida (Campania)

L’isola è popolata da colonie di gatti che scorrono tra i colori vividi delle case. Alcuni diventano veri “personaggi” del porto.

Su Pallosu (Sardegna)

Una delle colonie feline più celebri d’Italia: gatti che vivono liberi su una spiaggia protetta, in perfetta armonia con l’ambiente marino.

Aoshima e Tashirojima, le “isole dei gatti”, Giappone

Due isole dove i felini superano di numero gli abitanti. Considerati portafortuna, vengono nutriti e rispettati come veri spiriti del luogo.

Istanbul, Turchia

Non è un borgo ma un’intera città che considera i gatti come cittadini a tutti gli effetti. Ciotole d’acqua, cucce improvvisate e affetto spontaneo li rendono indicatori dell’anima accogliente della metropoli.

Santorini e Syros, Grecia

I gatti che riposano sulle scalinate bianche a picco sul mare sono parte integrante dell’immaginario cicladico.

Chefchaouen, Marocco

Nel “villaggio blu”, i gatti, spesso dagli occhi intensissimi, si muovono come custodi silenziosi tra viuzze tinte di azzurro.

Questi luoghi dimostrano che il rapporto tra borghi e gatti è spesso un segno di armonia: dove i felini vivono bene, anche l’uomo sa abitare con delicatezza.

Autunno in Toscana tra castagne, tartufi e olio nuovo

Autunno in Toscana tra castagne, tartufi e olio nuovo

C’è un tempo dell’anno in cui la Toscana si ascolta, si assaggia e si attraversa con tutti i sensi.
È l’autunno, stagione che rivela il legame più diretto tra paesaggio e cultura, tra natura e sapienza agricola.
Quando le foglie cambiano colore, anche le differenti aree della regione si trasformano, regalando esperienze intense e radicate nella tradizione.

L’olivo di Seggiano

La triade dell’eccellenza

In questo periodo, la Toscana si anima con appuntamenti legati alla raccolta e alla celebrazione di prodotti d’eccellenza come le castagne, il tartufo bianco e le olive, con l’olio appena franto. Occasioni che mescolano gusto e scoperta, cultura materiale e genius loci, in un calendario che si snoda tra borghi, colline, mercati e fiere.
Non si tratta solo di eventi: sono inviti ad abitare il territorio con curiosità e rispetto, a costruire un viaggio fatto di incontri autentici e sapori che raccontano di legami con il passato, ma con il desiderio di farli prosperare a lungo nel futuro. E se novembre resta un mese centrale per molte raccolte, dicembre regala ancora esperienze vive e coinvolgenti, con manifestazioni pensate per valorizzare ciò che la terra dona, ma anche per accogliere chi vuole conoscerla meglio.


Quando la castagna si fa museo

In Toscana, parlare di castagne significa raccontare una storia collettiva fatta di boschi, lavoro, sostenibilità e sapori delicati. Il castagno, ancora oggi definito “albero del pane”, ha rappresentato per secoli una risorsa vitale per le comunità montane.
Oggi, le sue produzioni certificate raccontano un patrimonio che si rinnova, unendo qualità, identità territoriale e filiere resilienti, con la possibilità di visitare poetici luoghi della memoria quali l’Ecomuseo della castagna di Ortignano Raggiolo, inserito nell’itinerario del bosco dell’Ecomuseo del Casentino, Il Museo del Castagno a Colognora, frazione di Pescaglia, incentrato sul ruolo che ha avuto il castagno, come materia prima ma anche dal punto di vista alimentare, nella vita e nel lavoro dell’entroterra lucchese, o il Centro di Studio e Documentazione sul Castagno a Marradi che raccoglie molto materiale per  la divulgazione delle conoscenze scientifiche e la valorizzazione della Castanicoltura italiana, dal punto di vista sociale, economico, storico e culturale.

La vagliaitura delle castagne

A Firenze debutta “Castanea”

Dal 12 al 14 dicembre 2025, alla Fortezza da Basso di Firenze, debutterà Castanea, evento unico in tutto il panorama italiano interamente dedicato al castagno e ai suoi derivati.
Una tre giorni che metterà in dialogo produttori, trasformatori, artigiani e appassionati attraverso degustazioni tecniche, laboratori, convegni, showcooking, percorsi tematici e spazi esperienziali.
In primo piano, alcune delle eccellenze toscane più riconosciute: il Marrone del Mugello IGP, la Castagna del Monte Amiata IGP, il Marrone di Caprese Michelangelo DOP, la Farina di Neccio della Garfagnana DOP, la Farina di Castagne della Lunigiana DOP. Prodotti conosciuti su scala internazionale per il loro gusto delicato, che saranno protagonisti di un evento pensato per valorizzare il castagno non solo da un punto di vista alimentare, ma anche culturale, ambientale e artigianale, con un focus su sostenibilità ambientale e sociale.

Le lasagne bastarde

La ricetta: lasagne “bastarde” della Lunigiana, tutto il sapore della farina di castagne

Ingredienti
Farina di castagne della Lunigiana DOP 100 g, farina di grano duro 200 g, uova medie 3, burro 40 g, salvia un mazzetto, sale e pepe q.b., parmigiano reggiano q.b.
Preparazione
Prendere le due farine, setacciarle e mescolarle in una ciotola, poi versarle sulla spianatoia unendo le uova al centro con un pizzico di sale. Impastare fino a ottenere una pagnotta soda, omogenea ed elastica, quindi riporre in frigorifero per almeno mezz’ora.
Una volta pronto l’impasto, spianare con il mattarello o con la macchina sfogliatrice fino alla penultima tacca di spessore, adagiare le strisce di pasta su un piano infarinato e tagliare nella forma preferita: losanghe rettangolari, pappardelle o tagliatelle.
Portare l’acqua a ebollizione con un po’ di sale, versare le lasagne e lasciare cuocere per un paio di minuti.
Scolare e passare in padella con burro e salvia già sciolti e profumati, poi condire a piacere con olio e parmigiano, oppure con un sugo di funghi o salsiccia.


Il tartufo bianco: un’ eccellenza diffusa

L’autunno toscano è anche stagione del tartufo bianco, uno dei prodotti più nobili della cucina italiana e l’intera Toscana offre percorsi ed eventi legati a questo regalo del bosco, costruendo un’offerta che va oltre il prodotto e diventa esperienza e conoscenza enogastronomica. Diffuso in molte aree della regione — tra le colline senesi, il Casentino, la Val di Chiana, il Mugello — il Tuber Magnatum Pico trova a San Miniato uno dei suoi luoghi simbolo, anche in ricordo del ritrovamento, nel 1954, del tartufo bianco più grande del mondo, celebrato con un monumento dedicato al tartufaio Arturo Gallerini e al suo cane Parigi, e con Il Museo del Tartufo delle Colline Samminiatesi (MuTart), nel cuore di San Miniato.
Per saperne di più sul tartufo toscano, un altro luogo da mettere in agenda è il Museo del Tartufo di San Giovanni d’Asso (primo in Italia), nei suggestivi sotterranei del trecentesco castello di San Giovanni, che propone coinvolgenti esperienze sensoriali come “odorama”, divertente giostra olfattiva.

San Miniato, monumento al tartufo più grande del mondo

L’appuntamento con la mostra nazionale del tartufo bianco

Tra gli eventi più interessanti della stagione, l’appuntamento con la Mostra Nazionale del Tartufo Bianco, che concluderà il suo iter nel weekend del 29-30 novembre.
Una manifestazione storica che trasforma il borgo in un laboratorio del gusto a cielo aperto, con mercatini, degustazioni, showcooking, menu a tema e cacce al tartufo. Un’opportunità per incontrare i produttori, assaporare ricette della tradizione, acquistare specialità locali e immergersi in un’atmosfera che fonde gastronomia e identità territoriale.

La ricetta: stracciatella in brodo al tartufo bianco di San Miniato, balsamo autunnale

Ingredienti
Brodo di carne 1,5 litri, uova 2 più 1 tuorlo, pangrattato 2 cucchiai, farina 1 cucchiaio, formaggio grattugiato 50–150 g (parmigiano reggiano e/o pecorino), tartufo bianco fresco 20–30 g, sale.
Preprazione
Mettere il brodo di carne sul fuoco e portarlo a bollore. In una ciotola sbattere le uova con il tuorlo, unire pangrattato, farina e formaggio fino a ottenere una crema morbida e densa; aggiungere sale e, a piacere, un pizzico di pepe o di noce moscata.
Versare il composto nel brodo bollente mescolando con una frusta per evitare che si attacchi.
Togliere dal fuoco al primo accenno di bollore, distribuire nelle fondine e completare con sottili lamelle di tartufo bianco.
Servire con crostini di pane leggermente abbrustoliti.

Vigneti e oliveti nei pressi di Montepulciano

Olio nuovo: il colore della qualità che profuma di buono

Tra ottobre e dicembre, la campagna toscana vive un altro rituale legato allo stato di grazia del suo terroir: il rito della raccolta delle olive, che porta nei frantoi un’attività antica e un sapere tramandato. Il risultato è un olio extravergine giovane, profumato, vibrante, che racconta specificità, varietà e stili produttivi.
Diverse sono, infatti, le denominazioni che arricchiscono il panorama toscano perché ogni zona ha il suo carattere e ogni olio lo regala alla bocca e lo trasmette ai piatti.
Chi ha la curiosità di scoprire differenze e affinità può disegnare una propria mappa per identificarle con tappe nei differenti territori vocati o seguire i suggerimenti delle Strade del vino, dell’olio e dei sapori della Toscana. Una buona fonte di ispirazione possono essere le diverse DOP: Chianti Classico DOP, dal gusto intenso e fruttato; il Terre di Siena DOP, armonico e versatile; il Seggiano DOP, ottenuto da olivastra autoctona, morbido e persistente; il Lucca DOP, elegante e delicato.

Appuntamenti diffusi

Immancabili gli eventi e le feste accompagnano questa stagione con appuntamenti che uniscono scoperta, degustazione e convivialità.
Tra questi, ÒLEA Giuncarico (29-30 novembre 2025), nel borgo maremmano di Giuncarico, con mercatini, convegni sull’agricoltura sostenibile, artisti di strada e trekking tra gli oliveti.
A dicembre, dal 5 all’8, San Quirico d’Orcia ospiterà la XXXII Festa dell’Olio EVO, occasione per esplorare il paesaggio iconico della Val d’Orcia attraverso l’olio nuovo, i produttori locali, le visite guidate, la musica e le degustazioni nei frantoi.

zuppa frantoiana CreditQ. Fucl

La ricetta: zuppa alla frantoiana

Ingredienti
Fagioli secchi 1 kg, erbette di monte a piacere (cicerbita, borragine, erba cipollina), prezzemolo 100 g, porri 2, zucca 200 g, patate 3, cavoli bianchi 2, braschetta o cavolo nero 3 mazzi, pepolino 3 mazzetti, carote 3, coste di sedano 5, cipolla rossa 1, aglio 3 spicchi, peperoncini 2, olio extravergine d’oliva 3 bicchieri, semi di finocchio a piacere, pane raffermo a dadi, sale e pepe.
Preparazione
Mettere tutte le verdure e le erbe aromatiche tagliate grossolanamente in un tegame e aggiungere l’olio, lasciandole appassire lentamente. Unire i fagioli già cotti, aggiungere l’acqua nella quantità necessaria alla densità desiderata e portare il tutto a cottura. Versare la zuppa in una terrina sul pane raffermo tagliato a grossi dadi e lasciarlo ammorbidire assorbendo il brodo. Servire ben calda con un filo di olio extravergine d’oliva e pepe, ricordando che la frantoiana è ottima anche fredda.

Valle d’Aosta, una valle sotto il vischio

Valle d’Aosta, una valle sotto il vischio

Soffiarsi nelle mani, sfregarle in cerca di calore. Un gesto automatico e senza tempo che, di questa stagione, basta uno sguardo fuori dalla finestra a innescare.
Intirizziti appaiono, un po’ ovunque, gli alberi ormai spogli tra i cui rami scorgiamo, appannate di condensa, le finestre ben serrate delle case. Più su, le tegole rosso mattone, all’ombra dei camini fumanti, attendono pazienti prima la pioggia, poi il nevischio, infine la neve. Del resto, in Valle d’Aosta anche i tetti a spiovente sono abituati alla neve.
Già a novembre i valdostani si preparano ad accogliere la carezza innevata dell’inverno, ed escogitano già addobbi e giochi di luci con cui fronteggiare i giorni più bui dell’anno. Ma anche quelli in cui è più bello ritrovarsi come comunità, celebrando insieme le Feste, in attesa del nuovo anno e di poter affermare “oh, ecco che le giornate cominciano ad allungarsi, finalmente”.
Un fitto calendario, scandito dalle ricorrenze religiose ma anche da usanze che scavano ancora più a fondo tra le mille anime che compongono la Valle d’Aosta, da quella celtica a quella franco-provenzale, passando per le località walser e per le suggestioni del mondo globalizzato, accompagnerà la regione più Alta d’Italia verso il Natale e il 2026.
Il vischio, ad esempio: un’usanza tornata molto di moda in tutto il mondo, negli ultimi decenni, ma che affonda le sue radici nella cultura celtica, che considerava questa pianta un simbolo di vita, fertilità e buon auspicio.
Una persona speciale, un bacio, e via: il Natale in Valle d’Aosta è una promessa di eternità.


Ritorna il mercatino più amato: Marché Vert Noël accende Aosta

Aosta, Piazza Chanoux | 22 novembre 2025 – 06 gennaio 2026.
Tornio, pialla, sgorbia, morsetto, mazzuolo, tassello, trucioli. La musica di parole che sanno di mestieri antichi, decisi, ostinati, come il legno della Valle protagonista assoluto del Marché Vert Noël, l’amatissimo mercatino di Natale che anima ogni anno il centro di Aosta
Non è solo il legno delle casette e dei banchi, che ricostruiscono in Piazza Chanoux l’atmosfera di un villaggio alpino, ma anche quello dei numerosi artigiani che portano nel Capoluogo, da ogni angolo della Valle, la loro arte.
Da Michel Favre, che continua tra carboni ardenti e scintille una tradizione familiare di 150 anni nella lavorazione del ferro a Fabio Cornaz, che michelangiolescamente libera i suoi lavori in legno a partire da grossi tronchi; dall’anima della montagna immortalata da Osvaldo Figerod ai trucioli di legno che si librano nell’aria sotto il tornio di Sergio Ferrol. E ancora il tempo di musica, che scandisce il ritmo del lavoro di Michel Pelliccioni, maniscalco.
Ci sarà spazio anche per i piccoli aiutanti di Babbo Natale: con un pizzico di manualità e creatività, sotto la guida attenta dei maestri del legno, i bambini tra i 3 e i 12 anni potranno creare, come dei veri artigiani, le loro piccole decorazioni in legno per l’albero di Natale (attività gratuita)
Ma il Marché Vert Noël è anche, naturalmente, l’occasione giusta per un po’ di shopping natalizio: ogni giorno, i visitatori possono curiosare alla ricerca di idee regalo inconsuete tra specialità del territorio, vini, arti manuali, oggetti d’antan, ispirazioni nordiche… lussi piccoli e abbordabili per respirare insieme aria di festa.


Il vischio e la tradizione celtica

Saint-Denis | 7 dicembre 2025
Il vischio costituiva un elemento importante della tradizione celtica, all’origine di molti riti e leggende: è infatti una delle poche piante a fiorire d’inverno.
Per questo, le antiche culture che popolavano la Valle d’Aosta l’avevano adottato come simbolo di fertilità e resurrezione. La festa si svolge a Saint-Denis, intorno al mercatino del vischio, dove si possono trovare anche prodotti tipici della gastronomia locale.
Celebrandone la raccolta, che tradizionalmente precede le festività natalizie, la festa è resa ancor più suggestiva da musiche e danze della tradizione francoprovenzale, occitana e celtica che culminano, dopo la premiazione dei vischi più belli, in una fiaccolata e nell’ accensione del fuoco druidico.

St. Kloas: un “Babbo Natale” Walser

Gressoney-La-Trinité | 5 dicembre 2025
La festa di Sankt Kloas, ispirata alla tradizione germanica, è un’usanza walser ancora molto sentita dai bambini che aspettano con trepidazione l‘arrivo di San Nicola.
Alla sera della vigilia, vanno di casa in casa a portare un bigliettino da loro disegnato con su scritto il proprio nome, chiedendo: “Passerà San Nicola”?
Alla risposta: “Sì, certamente”, i bigliettini vengono ritirati dalla padrona di casa e messi sotto un piatto: durante la notte il Santo passerà e metterà i suoi doni! Nel pomeriggio, prima di passare di casa in casa, Sankt Kloas si fermerà in piazza a distribuire a tutti i bambini caramelle e dolcetti.

La micòoula

La micòoula, un pane “un po’ piccolo e un po’ speciale”

Hône / 5-8 dicembre
La festa della Micòoula è la sagra che il borgo di Hône, nella bassa Valle d’Aosta, dedica al pane dolce locale.
La micòoula è un pane di segale che si differenzia dal comune pane nero per la presenza di castagne, noci, fichi secchi, uva passa, e, talvolta, anche scaglie di cioccolato.
In patois (il dialetto franco-provenzale della Valle d’Aosta) micòoula significa infatti “pane un po’ più piccolo e un po’ speciale”.

 

 

La grande festa americana: il giorno del ringraziamento

La grande festa americana: il giorno del ringraziamento

Il Giorno del Ringraziamento (Thanksgiving Day) è una delle festività più iconiche e sentite negli Stati Uniti e in Canada. Un’occasione per riunirsi con famiglia e amici, condividere un pasto speciale e riflettere su ciò per cui si è grati.
La celebrazione è ricca di storia, tradizioni e curiosità che la rendono unica.

Una storia di fratellanza

Il primo Giorno del Ringraziamento risale al 1621, quando i Padri Pellegrini (i Pilgrim Fathers) si riunirono con i nativi americani per celebrare il raccolto abbondante nella colonia di Plymouth, Massachusetts.
I Pellegrini, giunti nel Nuovo Mondo a bordo della Mayflower, erano sopravvissuti a un inverno rigido grazie all’aiuto dei nativi della tribù Wampanoag, che insegnarono loro a coltivare il mais e a pescare.
Nel 1863, durante la Guerra Civile Americana, il presidente Abraham Lincoln rese ufficiale il Thanksgiving come festa nazionale, da celebrarsi l’ultimo giovedì di novembre.

Tutte le tradizioni di un giorno speciale

Tante sono le tradizioni legate a questa festa. Da quelle culinarie a quelle folkloristiche.
Iniziamo dal simbolo di questa festa: il tacchino ripieno (Stuffed Turkey); si stima che negli Stati Uniti si consumino oltre 45 milioni di tacchini ogni anno per questa festività Lo si consuma con contorno di p
urè di patate, salsa di mirtilli, zucca, pannocchie e fagiolini; come dessert si consuma la torta di zucca (pumpkin pie) che è il dolce tradizionale, ma anche le torte di mele (apple pie) e noci pecan (pecan pie) sono molto popolari.
Prima di iniziare il pasto, è tradizione che i commensali si prendano un momento per esprimere ciò per cui sono grati.
Fra il folklore c’è poi la parata di Macy’s organizzata dall’omonimo grande magazzino che si svolge a New York dal 1924. Una parata che attira milioni di spettatori dal vivo e in televisione fatta di carri allegorici, palloni giganti e performance musicali che la rendono un evento imperdibile.
Anche le partite del football americano sono una parte importante del Thanksgiving, con leghe come la NFL che organizzano incontri speciali per la giornata; infine c’è il celebre Black Friday sdoganato ormai in tutto il mondo ma che in realtà si svolge la giornata successiva al Thanksgiving e segna l’inizio ufficiale dello shopping natalizio.


Forse non sapete che…

Molte anche le curiosità legate a questo giorno speciale. Segnaliamo prima di tutto il rito che si celebra ogni anno ovvero quando il Presidente degli Stati Uniti “grazia” simbolicamente un tacchino, che viene poi mandato a vivere in una fattoria. Una tradizione questa nata nel 1947.
Anche nel Canada si celebra il Thanksgiving, ma in un pperiodo diverso ovvero il secondo lunedì di ottobre, in coincidenza con il raccolto autunnale.
Infine basta un numero per confermare quanto questa sia seguitia ed è 95%. Questo il numero degli americani che celebra il Thanksgiving, rendendola una delle festività più partecipate del Paese.

Foto di Jill Wellington da Pixabay

Forse non sapete che…

Per il giorno del ringraziamento si usa una cornucopia di vimini (simbolo di abbondanza) e la si riempie di frutta e verdura. Viene spesso usata anche come decorazione.
I bambini americani decorano spesso i loro disegni di tacchini con piume colorate per rappresentare i valori del Thanksgiving, come l’amicizia, la gratitudine e la solidarietà.
I Wampanoag, protagonisti della prima festa, hanno una lunga tradizione orale che tramanda storie di gratitudine e rispetto per la natura.

La festa del ringraziamento oggi

Film e serie Tv spesso dedicano episodi speciali al Thanksgiving, come i famosi episodi di Friends o The Simpsons. Questa festa, sebbene abbia radici cristiane è oggi una festa laica, celebrata da persone di tutte le religioni e culture negli Stati Uniti.
Oltre alla famiglia, il Ringraziamento è anche un momento di solidarietà.
Molti americani partecipano a eventi di beneficenza, come donazioni di cibo per i bisognosi o volontariato nelle mense per senzatetto.

La Noce del Bleggio: il gioiello rurale del Trentino che profuma di storia, gusto e tradizione

La Noce del Bleggio: il gioiello rurale del Trentino che profuma di storia, gusto e tradizione

Tra le pieghe verdi delle Giudicarie Esteriori, in quel Trentino che profuma di fieno dolce, pietra antica e campanili silenziosi, esiste un piccolo scrigno gastronomico che pochi conoscono davvero: la Noce del Bleggio.
Una noce speciale, dalla forma lunga e sottile, dal guscio fragile e dal sapore sorprendentemente intenso, capace di raccontare secoli di cultura contadina e di sedurre viaggiatori in cerca di autenticità.
Non è una semplice varietà: è un monumento gastronomico, un frutto identitario che ha resistito allo scorrere del tempo e che oggi, grazie alle comunità locali, vive una nuova stagione di valorizzazione.


Un territorio che nutre: il Bleggio e i suoi paesaggi

Il Bleggio è una terra sospesa tra prati inclinati e boschi profondi, tra piccole frazioni custodi di antiche pievi romaniche e le Terme di Comano, gioiello naturalistico e termale.
È qui che, da generazioni, crescono i celebri nociari, alberi alti e gentili che disegnano il paesaggio e che hanno fatto della noce una firma gastronomica del territorio.
I terreni calcarei, il clima dolce delle valli e l’esposizione soleggiata creano un microhabitat perfetto: la Noce del Bleggio diventa così un esempio luminoso di come il legame tra natura e cultura possa produrre eccellenza.


Una noce unica: piccola, profumata, memorabile

La Noce del Bleggio non assomiglia alle sorelle più famose. È più piccola, allungata, con un guscio sottile che si apre facilmente. Ma è soprattutto il sapore a renderla inconfondibile: profumo intenso, quasi aromatico, nota dolce naturale, mai stucchevole, retrogusto leggermente speziato, croccantezza elegante, mai troppo dura.
Una noce “di carattere”, perfetta da gustare al naturale, nelle torte rustiche trentine, con il miele di montagna o in accompagnamento ai formaggi d’alpeggio.


Storie, riti, leggende

La Noce del Bleggio affonda le radici nella cultura popolare. Un tempo era simbolo di fertilità e ricchezza, si regalava alle giovani spose e veniva usata nelle celebrazioni di fine raccolto.
Ogni famiglia custodiva un “suo” albero, spesso più antico della casa stessa.
I vecchi raccontano che i noci “ascoltano” e crescono meglio vicino alle abitazioni, quasi a far parte della famiglia.
Un viaggio alla scoperta della Noce del Bleggio può trasformarsi in un weekend sorprendente. Ecco alcune esperienze imperdibili: passeggiate lente tra campi e filari, con vista sulle Dolomiti di Brenta. L’autunno è il momento perfetto: i nociari dipingono la valle di oro e rame.
La noce bleggiana negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso era venduta a commercianti di Napoli che, dopo averla spaccata e recuperato il gheriglio, lo confezionavano in sacchetti e lo spedivano negli Stati Uniti.
All’epoca la noce si raccoglieva già libera dal mallo, bella pulita e bianca. Questa noce era molto richiesta per la facilità di rottura del guscio legnoso che permetteva l’estrazione integra della parte commestibile della noce.
Oggi la coltivazione della noce bleggiana sta vivendo una nuova primavera dopo anni bui di abbandono delle coltivazioni a causa della bassa redditività delle piccole coltivazioni montane da frutto. La nascita della “Confraternita della noce del Bleggio” testimonia la valorizzazione di questo prodotto che può arricchire anche l’offerta turistica enogastronomica di questo territorio.

Curiosa è la storia della guerra del noce, di cui la testimonianza don Lorenzo Guetti in alcuni dei suoi scritti. Questa si fa risalire al 1579, quando i contadini delle Giudicarie Esteriori si ribellarono a degli accordi che ledevano alcuni dei loro diritti: un giorno si trovarono dunque sopra il paese di Dasindo sotto il grande noce della famiglia Aloisi per organizzare la rivolta, che fu soppressa dalle truppe tedesche dell’Arciduca d’Austria, conte del Tirolo.