Ciak, si gira a corte! Le residenze sabaude nel cinema

Ciak, si gira a corte! Le residenze sabaude nel cinema

Un viaggio nei territori delle Residenze Reali Sabaude del Piemonte, ammirate attraverso il grande e il piccolo schermo.
Un itinerario trasversale, che svela il lato più cinematico dell’Italian Royal Experience, tra colpi di scena e scene che, forse, non ricordavate fossero state girate qui.


Torino e il cinema, una storia lunghissima

Quella di Torino, come una delle capitali del Cinema, quello d’autore, quello di qualità, è una storia che risale agli esordi della cinematografia nel nostro Paese.
La prima proiezione mai avvenuta in Italia, infatti, si svolse proprio nella città sabauda nel 1896, a opera dei fratelli Lumière in persona. Poco più di dieci anni dopo, nel 1907, aprirono all’ombra della Mole i primi studios dello Stivale dove, nel 1914, fu girato Cabiria, pioniere del genere Kolossal.

La nascita di Cinecittà, tra le due Guerre, non ha spento a Torino la passione e la propensione nei confronti della settima arte. Fioccano in città, grazie anche al lavoro della Film Commission Torino Piemonte, nuove produzioni cinematografiche da tutto il mondo, grandi e piccole, da quelle con budget a otto zeri agli home movies.
Il capoluogo piemontese fa da sfondo a innumerevoli pellicole, insospettabilmente anche a quelle ambientate altrove. Molte di queste coinvolgono l’universo delle Residenze Reali Sabaude del Piemonte, gioielli architettonici riconosciuti dall’UNESCO nella lista dei Patrimoni dell’Umanità sin dal 1997. Tutt’altro che realtà museali cristallizzate, le Residenze Sabaude sono motori propulsori di cultura, anche visiva, che da decenni si ripropongono a un pubblico variegato come palcoscenico d’eccellenza per le ambientazioni cinematografiche, portando sul grande e sul piccolo schermo l’Italian Royal Experience.
Ecco alcune pellicole, che (forse) non ricordavate!

The King’s Man – Le Origini, Venaria Reale


Ciak si gira… a casa Savoia

Guerra e Pace (King Vidor, 1956)
Un intramontabile Kolossal hollywoodiano, interpretato dall’incantevole Audrey Hepburn nei panni di Nataša e da Vittorio Gassmann in quelli di Kuragin, per il quale è stata “ricostruita” l’Europa orientale intorno al Castello del Valentino e alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, ambientazioni ideali per i balli imperiali e feste di corte, i cui interni barocchi diventano i saloni dell’aristocrazia russa.

The Italian Job – Un colpo all’Italiana (Peter Collinson, 1969)
Villa della Regina come quartier generale dove una banda senza scrupoli pianifica il colpo della vita, ai danni di un convoglio che trasporta i ricavi della Fiat dall’Aeroporto alla città: hackerando il sofisticato (un unicum, per l’epoca) sistema di gestione computerizzato dei semafori cittadini, riusciranno nell’impresa di seminare la polizia a bordo di tre Mini (una blu, una rossa e una bianca), con scene iconiche come quella dell’inseguimento sulla Pista del Lingotto.
Una curiosità: il film viene apertamente citato dalla stessa FIAT nello spot televisivo della Grande Punto (2007), dove tre esemplari sfrecciano per le strade di Torino richiamando l’illustre precedente, ma questa volta in verde, bianco e rosso.

The King’s Man: Le origini (Mattew Vaughn, 2021)
Un’ambiziosa produzione Anglo-Statunitense sceglie le Residenze Sabaude per il prequel di un titolo di grande successo come The King’s Man, con Ralph Fiennes protagonista.
È infatti tra le sale del Castello di Racconigi che si muove l’Arciduca Francesco Ferdinando, prima che in una Sarajevo belle epoque ambientata su Lungo Po Diaz venisse versata la proverbiale goccia che fece traboccare il vaso dello scoppio della Grande Guerra.

Nella sala da ballo del Palazzo Reale, invece, l’imponente mole di Rasputin, accolto da sovrano, troneggia durante la festa di Natale e, a fare da contraltare, nella Galleria Grande e nella Cappella di Sant’Uberto di una Venaria che sa di San Pietroburgo, l’abdicazione di Nicola II.

Elisa di Rivombrosa (Cinzia TH Torrini, 2003-2005)
Tra le fiction italiane più seguite a metà degli anni Duemila, Elisa di Rivombrosa ha portato nelle case degli italiani, puntata dopo puntata, gli spazi del Castello di Aglié, con picchi di share del 41%. Le prospettive geometriche dei giardini del castello, dove in segreto Elisa (Vittoria Puccini) incontrava il conte Fabrizio (Alessandro Preziosi), sono ancora oggi quasi una meta di pellegrinaggio, insieme alla scalinata monumentale del castello.

Elisa di Rivombrosa al castello di Agliè

Il Divo (Paolo Sorrentino, 2008)
La mascalzonata di Sorrentino, come ebbe a descrivere “Il Divo” il personaggio a cui la pellicola si ispira, Giulio Andreotti, ricostruisce alcuni dei luoghi del potere della Prima Repubblica all’interno delle Residenze Sabaude: è infatti girata nella sala da ballo di Palazzo Reale a Torino, la scena in cui egli riceve da Cossiga il suo settimo mandato da Premier.
Sempre a Torino, l’abitazione di Andreotti nello splendido Palazzo Saluzzo di Paesana, quella in cui viene arrestato Ciarrapico in Palazzo Birago di Borgaro e la bouvette di Montecitorio, al Circolo dei Lettori.

Benvenuto Presidente! (Riccardo Milani, 2013)
Claudio Bisio, Presidente della Repubblica: l’attore alessandrino, nei panni del bibliotecario Giuseppe “Peppino” Garibaldi, omonimo dell’Eroe dei Due Mondi, viene nominato per errore Capo dello Stato.
Ancora in abiti da pesca viene condotto in un Quirinale ambientato tra le sale della Reggia di Venaria. Nel corso del film riconosciamo altri luoghi sabaudi torinesi, come Palazzo Reale, gli Archivi di Stato, l’Accademia delle Scienze e Palazzo Carignano.

“Le Déluge“ – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta (Gianluca Jodice, 2024)
Recentemente premiata ai David di Donatello, la produzione italo-francese di Le Déluge ripercorre le ultime drammatiche settimane della vita di Maria Antonietta (Mélanie Laurent, l’indimenticabile Shoshanna di Bastardi Senza Gloria) e Luigi XVI (Guillaume Canet), imprigionati in attesa della sentenza alla Tour du Temple insieme alla loro famiglia.
Questo setting parigino è stato ricollocato, per sette settimane di riprese, nelle Residenze Sabaude, tra le quali riconosciamo il Castello Ducale di Agliè, la Reggia di Venaria, la Palazzina di Caccia e il parco di Stupinigi.

Cosa mangiare in Italia: il Grand Tour dei 10 piatti Iconici da assaggiare una volta nella vita

Cosa mangiare in Italia: il Grand Tour dei 10 piatti Iconici da assaggiare una volta nella vita

Un viaggio nelle regioni, dove ogni piatto è un paesaggio e ogni sapore è un ricordo Ci sono strade che si percorrono con i piedi, e altre che si percorrono con la memoria del palato.
L’Italia è una di quelle terre dove un piatto, prima ancora di arrivare in tavola, racconta già una storia: di mani che impastano, di nonne che insegnano, di colline che crescono grano e vigneti, di porti che odorano di mare e basilico, di montagne che profumano di fumo, legna e burro fuso.
Per questo viaggio non servono biglietti, solo appetito e curiosità.
Partiamo da Nord e scendiamo fino al cuore del Mediterraneo, seguendo un itinerario regionale dove i sapori cambiano come cambia il paesaggio fuori dal finestrino.
L’Italia è un mosaico di paesaggi, dialetti e tradizioni che cambiano ogni volta che si supera un confine regionale.
Una ricchezza che si ritrova soprattutto a tavola, dove ogni ricetta non è solo un piatto, ma il risultato di storia, geografia e identità locale. È per questo che raccontare l’Italia attraverso dieci piatti iconici significa costruire un vero itinerario culturale, un viaggio che attraversa montagne maestose, pianure operose, borghi medievali, coste frastagliate e città millenarie. Un viaggio dove i sapori sono mappe e le tradizioni diventano lente per osservare la società.
L’itinerario che segue non è una classifica, ma una guida ragionata ai piatti che ogni viaggiatore gourmet dovrebbe provare almeno una volta nella vita per comprendere davvero cosa significhi “mangiare italiano”. Un percorso che parte dalle cime dell’Alto Adige e arriva fino alle spiagge assolate della Sicilia, passando per le grandi città d’arte e i piccoli borghi dove le tradizioni resistono più che altrove.


1 – Canederli, Alto Adige

Il sapore dell’arco alpino, fra cultura tirolese e identità italiana. I canederli sono tra i piatti più rappresentativi delle terre di confine del Nord-Est.
Nati come ricetta di recupero, trasformano il pane raffermo in polpette morbide arricchite da speck, formaggio o spinaci.
Un piatto che racconta il clima rigido delle vallate alpine, le stube in legno profumate di fumo e la doppia anima culturale – italiana e tirolese – che caratterizza il Sudtirolo.


2 – Tiramisù, Veneto

Il dessert italiano più imitato al mondo. Pochi ingredienti, ma perfetti: caffè, cacao, mascarpone e savoiardi.
La sua origine contesa fra Veneto e Friuli è un racconto che testimonia quanto un dolce semplice possa diventare patrimonio collettivo.


3 – Risotto alla milanese, Lombardia

L’oro di Milano, tra modernità e tradizione. Lo zafferano dà al risotto un colore che richiama la luce filtrata dai marmi del Duomo, e non è un caso che una celebre leggenda leghi la nascita del piatto proprio alla cattedrale.
Simbolo della Milano laboriosa e sofisticata, il risotto alla milanese rappresenta la cucina del Nord: elegante, essenziale, ricca senza ostentazione.


4 – Trofie al pesto, Liguria

La cucina del mare che sa di terra. Il basilico ligure è un patrimonio culturale quanto i paesaggi delle Cinque Terre.
Il pesto, preparato rigorosamente al mortaio, raccoglie in sé profumi intensi e tecniche tramandate per generazioni.
Servito con le trofie, racconta una Liguria sospesa tra mare e colline, dove ogni ricetta nasce dalla difficoltà del territorio e dalla creatività dei suoi abitanti.


5 – Ribollita, Toscana

La cucina contadina che resiste al tempo. La ribollita è un piatto di identità: cavolo nero, pane raffermo, fagioli, verdure.
È il simbolo della cucina toscana povera, quella fatta di stagionalità e pazienza.
Si chiama “ribollita” perché si mangia dopo essere stata scaldata più volte: il tempo, qui, è ingrediente fondamentale.


6 – Tortellini in brodo, Emilia Romagna

La capitale della pasta fresca e del gusto profondo. I tortellini, ripieni di carni pregiate e chiusi a mano uno a uno, rappresentano Bologna come la torre degli Asinelli.
La tradizione vuole che la loro forma sia ispirata all’ombelico di Venere.
Il brodo di cappone è un rituale, spesso preparato solo nelle occasioni importanti.


7 – Carbonara, Lazio

Il piatto che Roma difende come un monumento. La carbonara è identitaria: non si discute, si rispetta. Niente panna, niente creme, niente aglio.
Solo uova, pecorino, guanciale e pepe. È una ricetta di popolo, nata nel dopoguerra, diventata oggi simbolo globale di una romanità schietta e verace.


8 – Orecchiette alle cime di rapa, Puglia

Una cucina che parla dialetto. Le orecchiette, lavorate a mano con il pollice, sono un gesto identitario che attraversa generazioni.
La pasta ruvida e le cime di rapa amare rappresentano la Puglia essenziale, concreta, agricola e insieme aperta alla contaminazione mediterranea.


9 – Pizza napoletana, Campania

Patrimonio UNESCO e rito collettivo. Non è solo cibo, è un simbolo di appartenenza.
L’impasto soffice, il bordo alto, la cottura violenta a 485 gradi: la pizza napoletana è tecnica e anima, tradizione e invenzione.
Mangiarla a Napoli significa vedere un’intera città raccontarsi in un boccone.

10 – Arancino/arancina, Sicilia

L’isola divisa e unita dal suo cibo più amato. A oriente è “arancino”, a occidente “arancina”.
Identico solo nella forma sferica (o conica), cambia nei ripieni, nei condimenti, nell’orgoglio locale. La Sicilia è una terra complessa e magnifica, e questo street food ne rappresenta perfettamente la potenza culturale.

In un’epoca di fusion, contaminazioni e cucina globale, i piatti tradizionali italiani restano punti fermi: custodiscono identità territoriali, raccontano la storia del Paese meglio di molti musei e sono un archivio vivente fatto di ricette tramandate, prodotti tipici, dialetti e saperi artigianali.
Visitare l’Italia significa attraversare secoli di cultura, ma soprattutto sedersi a tavola e comprendere che ciò che ci rende unici non è soltanto ciò che vediamo: è ciò che mangiamo.

Sette italiani su dieci faranno un viaggio durante le vacanze di Natale 2025

Sette italiani su dieci faranno un viaggio durante le vacanze di Natale 2025

Anche quest’anno ci stiamo avvicinando alle vacanze di Natale 2025, un momento in cui milioni di italiani colgono l’occasione per viaggiare, infatti secondo un recente studio del potente motore di ricerca di voli www.jetcost.itil 73% degli italiani ha intenzione di partire durante le vacanze di Natale.
novembre è un ottimo mese per effettuare le prenotazioni, con prezzi fino al 25% più bassi rispetto a quelli che si possono trovare all’ultimo minuto.

Gli italiani e le vacanze di Natale 2025

Jetcost.it ha condotto uno sondaggio con l’obiettivo di conoscere le prospettive di viaggio degli italiani durante le vacanze di Natale 2025.
Dallo studio, la prima cosa emersa è stata che, nonostante l’aumento dei prezzi e la situazione economica difficile nel Paese, la maggior parte degli italiani (73%) ha già prenotato un viaggio di qualche giorno per dicembre, mentre il 7% sta aspettando l’ultimo minuto per decidere, a seconda, fondamentalmente, del budget a disposizione per lo shopping natalizio. Tuttavia, quasi due su dieci (20%) non andranno da nessuna parte.
Per quanto riguarda la durata del viaggio, il 47% prevede di viaggiare per un massimo di 3 giorni; il 24% tra 3 e 5 giorni, il 15% per una settimana e il 11% tra gli 8 e i 15 giorni. In termini di spesa, quella media a persona stimata è di 794 euro. 

In relazione al mezzo di trasporto, l’auto privata (50%) è l’opzione preferita secondo lo studio di Jetcost.it. Seguono l’aereo (28%), l’autobus (10%), il treno (9%) e la nave (3%).
La vacanza in famiglia è l’opzione scelta da quasi la metà degli italiani (45%), davanti al viaggio in coppia (28%), a quello con gli amici (20%) o da soli (7%).
In termini di destinazioni, le mete nazionali sembrano essere le preferite da sei italiani su dieci (60%), più di quelle internazionali (33%), mentre il 7% combina entrambe. Napoli è la destinazione nazionale più ambita, seguita nella top 5 da Milano, Roma, Catania e Palermo.


Le mete nazionali preferite dagli italiani per le vacanze di Natale 2025

1. Napoli
2. Milano
3. Roma
4. Catania
5. Palermo
6. Torino
7. Bari
8. Verona
9. Venezia
10. Bologna
11. Cagliari
12. Pisa
13. Bolzano
14. Lamezia Terme
15. Firenze
16. Brindisi
17. Genova
18. Trieste
19. Olbia
20. Perugia

Le destinazioni europee preferite dagli italiani per le vacanze di Natale 2025

1. Parigi
2. Vienna
3. Londra
4. Praga
5. Amsterdam
6. Budapest 
7. Barcellona
8. Strasburgo
9. Madrid
10. Tenerife
11. Lisbona
12. Edimburgo
13. Seville
14. Bucarest
15. Las Palmas de Gran Canaria


Le mete lungo raggio preferite dagli italiani per le vacanze di Natale 2025

1. New York 
2. Sharm El Sheikh
3. Istanbul
4. Dubai 
5. Maldive
6. Marrakech
7. Zanzibar
8. Miami
9. Tokyo
10. Bangkok
A Roccamontepiano (Chieti) un Presidio Slow Food per salvare la tradizionale cotta del mosto d’uva

A Roccamontepiano (Chieti) un Presidio Slow Food per salvare la tradizionale cotta del mosto d’uva

A Roccamontepiano, millecinquecento anime in provincia di Chieti, il vino cotto è una faccenda seria.
Al punto che la tradizione vuole che, quando nasce un figlio, si prepari e si metta in cantina una botte di vino cotto da conservare nel tempo, magari da aprire il giorno in cui quel ragazzo o quella ragazza si sposerà.
Ben più di una bevanda, il vino cotto rappresenta un motivo di orgoglio per ogni famiglia che lo produce.
«C’è persino un po’ di sano campanilismo familiare, nel senso che ciascuno conserva una propria ricetta che tramanda di generazione in generazione» spiega Adamo Carulli, presidente dell’associazione Produttori vino cotto d’Abruzzo e referente dei produttori del nuovo Presidio Slow Food della cotta di Roccamontepiano. «E quando si ha un ospite importante a casa è consuetudine aprire una bottiglia molto antica. Io stesso, qualche anno fa, ne ho assaggiato uno del 1924»

foto Marco Del Comune

Un Presidio a tutela del metodo di produzione

Il vino cotto non è prodotto esclusivamente a Roccamontepiano: è diffuso in diverse parti dell’Abruzzo, nelle Marche e in altre aree dell’Italia centrale, e si ottiene dalla cottura del mosto di vino.
Ma il processo produttivo della cotta di Roccamontepiano avviene grazie a una tecnica particolare e soprattutto è un processo partecipato che si svolge in un centro messo a disposizione della comunità grazie a un finanziamento del locale Gal Majella Verde.
Ed è stata proprio la dimensione collettiva della produzione della cotta ad aver catturato l’attenzione di Slow Food, che l’ha valorizzata istituendo un Presidio Slow Food su questa tecnica di produzione locale.
Il progetto prevede che il mosto tipicamente di uve di Montepulciano d’Abruzzo sia cotto per più di sette ore, fino a ridurne la massa di circa due terzi, più di quanto si fa in altre zone d’Italia per preparare bevande simili.
A quel punto si procede con la rabboccatura, cioè con l’aggiunta di mosto fresco in proporzioni uguali alla massa ridotta dal calore.
«Ipotizziamo una disponibilità iniziale di  cento litri di mosto: se alla fine della cottura ne rimangono trenta, se ne aggiungono altri settanta di fresco – prosegue Carulli –. Poi si lascia fermentare in maniera naturale e, dopo che è trascorso almeno un anno, la cotta è pronta. Più si lascia invecchiare, meglio è».
La maggior parte del mosto cotto ottenuto con il processo produttivo valorizzato dal Presidio è utilizzato per farne vino cotto, ma può anche essere ingrediente di dolci tradizionali.

Marco Del Comune

Una società cooperativa per proteggere il gioiello

I produttori che aderiscono al Presidio sono riuniti nella Società cooperativa Vino cotto, nata una quindicina di anni fa, dove i conferitori portano le uve provenienti dai vigneti della zona e dove ha sede il centro di cottura consortile.
Qui ciascuno cuoce il mosto e produce il proprio vino cotto, che poi può portare a casa per l’autoconsumo oppure etichettare e mettere in commercio come cooperativa. I quantitativi sono limitati: mille, millecinquecento bottiglie, all’incirca dieci quintali di vino cotto all’anno.
«Ma senza il centro di cottura il prodotto sarebbe gravemente a rischio di scomparsa – sostiene la referente Slow Food del Presidio, Enca Polidoro –. La produzione domestica del vino cotto non è più praticabile come un tempo: le condizioni abitative e le abitudini di vita sono cambiate e nelle cucine moderne mancano gli spazi e le attrezzature che un tempo rendevano possibile questa antica lavorazione. Il centro di cottura invece tiene viva la tradizione, così come contribuisce a farlo la festa del vino cotto che quest’anno si celebra l’8 e il 9 novembre». 

Marco Del Comune

Lo sguardo rivolto al futuro

Un tempo il mosto si cuoceva in un grande paiolo di rame, lu callare, all’interno del quale si collocavano anche un pezzo di ferro, come anodo per attrarre il rame, e un piatto rotto, per regolare l’ebollizione tramite la porosità della terracotta.
Oggi nel centro di cottura di Roccamontepiano si usano calderoni di acciaio con sistemi che consentono di controllare la
temperatura e far sì che il mosto non bruci: ma un vecchio paiolo in rame è ancora presente a ricordo di come si lavorava un tempo.
La cotta di Roccamontepiano non rappresenta però soltanto la testimonianza di un passato che sarebbe un peccato perdere, né soltanto un momento di convivialità: secondo Polidoro, la nascita del Presidio Slow Food può rappresentare «la spinta che serve a questo territorio per rilanciarsi, uno strumento di promozione e divulgazione, oltre che un modo per coinvolgere le generazioni più giovani.
Le sensazioni sono buone: ho visto molto entusiasmo da parte dei soci e dei conferitori della cooperativa e la volontà della gente del posto di portare avanti questo progetto è forte».

Il Perù conquista la scena globale: eccellenza gastronomica e riconoscimenti internazionali

Il Perù conquista la scena globale: eccellenza gastronomica e riconoscimenti internazionali

Il mese di ottobre 2025 ha segnato un momento di grande prestigio per il Perù, protagonista di due importanti riconoscimenti che ne consolidano il ruolo di riferimento mondiale nel settore gastronomico e turistico.

Trekking a Choquequirao Cusco. Foto Juan Vallejo

La conquista del world culinary awards 2025

A coronare un mese di successi, il Perù è stato insignito del titolo di Best Culinary Destination in Latin America 2025 ai prestigiosi World Culinary Awards, confermando la sua posizione di riferimento nel panorama gastronomico regionale.
Questo riconoscimento celebra l’eccezionale varietà e qualità della cucina peruviana, frutto di una fusione unica tra tradizioni millenarie, influenze internazionali e innovazione contemporanea.
Lima, capitale vibrante e cosmopolita, ha ricevuto il premio come Best Culinary City Destination in Latin America 2025, rafforzando il suo ruolo di epicentro gastronomico del continente.
Con una scena culinaria dinamica e in continua evoluzione, Lima offre esperienze gastronomiche che spaziano dai mercati tradizionali ai ristoranti d’avanguardia, attirando food lovers da tutto il mondo e consolidando il prestigio internazionale della città.

Preparazione de la causa, uno dei piatti tipici del Perù. Foto Adrián Portugal

Vittoria anche nel the best chef awards

Alla nona edizione dei The Best Chef Awards, tenutasi a Milano, il Perù ha confermato la propria leadership culinaria con la presenza di nove chef tra i 783 partecipanti provenienti da 69 Paesi. Quattro chef hanno ricevuto il massimo riconoscimento dei tre coltelli, assegnato a chi raggiunge almeno l’80% del punteggio massimo: Juan Luis Martínez (Mérito), Mitsuharu Tsumura (Maido), Pía León (Kjolle) e Virgilio Martínez (Central). Nella categoria dei due coltelli, sono stati premiati Jaime Pesaque (Mayta), Luis Valderrama Silva e Virgilio Martínez per il ristorante Mil, situato a Moray, Cusco. Infine, con un coltello, sono stati premiati Anthony Vásquez (La Mar) e Rafael Osterling (Rafael), completando una rappresentanza di altissimo livello.
La gastronomia peruviana si conferma tra le più apprezzate al mondo, grazie alla sua capacità di coniugare tradizione, innovazione e una profonda identità culturale. Ogni piatto racconta una storia di territorio, memoria e creatività, rendendo il Perù una destinazione imperdibile per gli appassionati di cucina.

Malecón de Miraflores, Lima, Foto Shakedown team

Per Lonely Planet  il Perù è the best in travel 2026

A rafforzare ulteriormente il posizionamento internazionale del Paese, arriva il riconoscimento della guida Lonely Planet – Best in Travel 2026, che inserisce il Perù tra le destinazioni top da visitare nel prossimo anno. La guida evidenzia il patrimonio culturale, la varietà paesaggistica e l’eccellenza gastronomica come elementi distintivi dell’offerta turistica peruviana.
Tra siti archeologici sorprendenti e città moderne, tradizioni profonde e avanguardie gastronomiche – il Perù corre verso il futuro ritagliandosi lo spazio per onorare un passato illustre.
Dalle città dinamiche come 
Lima e Arequipa, il Perù offre un perfetto equilibrio tra autenticità e modernità. Sempre più visitatori scelgono attrazioni turistiche meno battute come Choquequirao o tratti del Qhapaq Ñan, il sistema stradale andino in pietra che univa Cusco all’immenso impero. I nuovi sviluppi infrastrutturali, tra cui l’apertura di aeroporti a Lima e Áncash, contribuiranno a rendere il Paese ancora più accessibile e attrattivo.
Con esperienze immersive tra le Ande e l’Amazzonia peruviana, incontri con comunità locali e una cucina celebrata a livello globale, il Perù si conferma una destinazione strategica per il turismo culturale, naturale, di avventura e gastronomico, capace di offrire esperienze autentiche, sostenibili e memorabili.

Alta Badia e Stelvio DOP: i formaggi che raccontano l’Alto Adige

Alta Badia e Stelvio DOP: i formaggi che raccontano l’Alto Adige

Ci sono formaggi che si limitano a piacere e altri che raccontano una terra.
In Alto Adige, tra le Dolomiti ladine e le valli verdi del Passirio, la cultura del latte è una lingua antica, parlata ogni giorno nei masi, nelle malghe e nelle latterie sociali.
Qui, dove le mucche pascolano libere a oltre 1.500 metri e l’aria profuma di fieno e resina, nascono due autentiche eccellenze alpine: il Formaggio Alta Badia e lo Stelvio DOP (Stilfser).
Due anime diverse dello stesso territorio: una gentile, armoniosa, l’altra intensa e speziata.
L’Alta badia si conferma quindi destinazione d’eccellenza inverno e in estate ma anche per il gusto, non a caso porta il suo nome anche il formaggio.

Alta Badia, il gusto gentile delle Dolomiti

Prodotto nel cuore della Val Badia, l’Alta Badia nasce da latte vaccino intero pastorizzato, lavorato entro 24 ore dalla mungitura.
Le forme, di circa 8-10 kg, vengono stagionate dai tre ai sei mesi in cantine fresche dove i casari le girano ogni giorno, con una cura quasi rituale.
La pasta è semidura, color paglierino, e sprigiona profumi di latte cotto e burro di montagna. In bocca è equilibrato, morbido, con delicate note di nocciola.
È il formaggio ideale per chi ama sapori autentici ma non invadenti: perfetto con pane di segale, miele di rododendro e un calice di Müller-Thurgau dell’Alto Adige.
Per chi usa immergersi nelle tradizioni autentiche ricordiamp che durante l’estate, nelle malghe della Val Badia, si può gustare la “Merenda ladina”: speck, pane nero e Alta Badia appena affettato, accompagnato da un bicchiere di vino o di succo di mela artigianale.

Stelvio DOP, la forza della montagna

Più intenso, più complesso e più deciso: lo Stelvio DOP (in tedesco Stilfser) è l’unico formaggio dell’Alto Adige a Denominazione d’Origine Protetta, riconosciuto nel 2007.
La sua storia nasce nei monasteri benedettini dell’Alta Venosta, dove già nel Medioevo i monaci affinavano forme lavate in salamoia per aumentarne la conservazione.
Il latte — solo altoatesino, da stalle certificate — viene lavorato intero, cagliato e poi stagionato per almeno 60 giorni.
Durante la maturazione, le forme vengono regolarmente spazzolate e lavate con salamoia, un gesto che regala loro la tipica crosta arancio-ocra e l’aroma intenso che lo distingue.
Il gusto è deciso, con sfumature di erbe di montagna e un finale leggermente piccante.
È il formaggio ideale per i palati forti, da abbinare a un Lagrein o a una birra ambrata di montagna.
Il disciplinare DOP impone che ogni fase — mungitura, trasformazione, stagionatura — avvenga interamente in provincia di Bolzano.
Oggi è prodotto principalmente dalla Latteria di Vipiteno (Sterzing) e da alcune cooperative venostane.

Mila

La ricetta: canederli ripieni di zucca e formaggio Stelvio Dop

Tempo di preparazione: 35 minuti
Difficoltà: media
Ingredienti per 4 persone.

Per l’impasto
100 g farina di frumento
100 g semola rimacinata di grano duro
2 uova
1 cucchiaino olio d’oliva
sale
1 cucchiaio porcini secchi, macinati

inoltre
200 ml panna
150 g formaggio “Alta Badia”
sale
pepe
granella di nocciole tostate
prezzemolo

Preparazione:
Unire alla farina la semola rimacinata, i porcini secchi macinati e mescolare. Aggiungere 2 uova e impastare bene. Lasciare riposare per 20 minuti nella pellicola. Stendere la pasta e ricavarne delle tagliatelle. Grattugiare il formaggio “Alta Badia”, inserirlo in un pentolino antiaderente insieme alla panna, il pepe e una noce di burro. Scaldare sul fuoco dolcemente fino a quando sarà il formaggio sarà completamente sciolto.
Cuocere le tagliatelle in abbondante acqua salata per alcuni minuti. Scolarle e servirle nel piatto su un letto di fonduta. Spolverare infine le tagliatelle con della granella di nocciole e del prezzemolo tritato.


Viaggio tra malghe e sapori

Scoprire questi formaggi significa attraversare un paesaggio che è anche cultura.
Le malghe sono piccole cattedrali del gusto: in estate si aprono ai viaggiatori per mostrare la mungitura, la lavorazione del latte e la lenta stagionatura delle forme.
A Campo Tures, ogni settembre, il Südtirol Cheese Festival celebra i formaggi d’alta quota, mentre a Stelvio, a luglio, la Festa del Formaggio Stilfser porta in piazza produttori e visitatori con degustazioni, laboratori e musica tirolese.
Chi ama i percorsi slow può seguire la Via dei Formaggi dell’Alto Adige, un itinerario che collega le valli Venosta, Isarco e Pusteria, tra pascoli, masi e caseifici visitabili.