Napoli 2500 anni: viaggio tra storia, mito e angoli segreti della città

Napoli 2500 anni: viaggio tra storia, mito e angoli segreti della città

Napoli, un luogo dove il tempo si piega tra storia e leggenda, celebra quest’anno i suoi 2500 anni con un fascino immutato e una vivacità travolgente.
Fondata dai Greci intorno al 475 a.C. con il nome di Neapolis, la “città nuova”, Napoli ha visto passare dominazioni e culture che ne hanno plasmato il carattere e l’anima.

La sirena che non riuscì ad ammaliare Ulisse

Napoli non è solo una città, è un mito. Il suo nome si intreccia con le onde del mare, con le stelle e con una leggenda che affonda le radici nella notte dei tempi.
La sua origine è avvolta nel mistero e nel fascino di una storia che parla di mare, sirene e destini intrecciati.
Tutto ha inizio con Partenope, una delle tre sirene incantatrici della mitologia greca, insieme alle sue sorelle Leucosia e Ligeia.
Le sirene erano creature dal doppio volto: affascinanti e pericolose, con il potere di stregare i naviganti grazie al loro canto melodioso.
La leggenda narra che abitassero sugli scogli tra Capri e la Penisola Sorrentina, attirando i marinai con la loro voce ammaliante per farli naufragare contro le rocce.
Ma un giorno, il loro potere venne messo alla prova dal più astuto dei naviganti: Ulisse.
Durante il suo viaggio narrato nell’
Odissea, l’eroe si trovò a solcare le acque insidiose vicino alle sirene. Sapendo del loro pericoloso incanto, si fece legare all’albero della nave dai suoi compagni, che invece si turarono le orecchie con la cera per non sentire il canto.
Ulisse resistette, la sua nave passò indenne e le sirene, sconfitte, furono sopraffatte dalla disperazione. Secondo la profezia, se un uomo avesse resistito al loro richiamo, loro sarebbero state destinate a morire. Partenope, distrutta dal dolore per il fallimento, si lasciò trasportare dalle onde e il suo corpo venne sospinto dal mare fino alle coste del Golfo di Napoli.
Il suo corpo esanime approdò sull’isolotto di Megaride, dove oggi sorge il maestoso Castel dell’Ovo, simbolo della città. Qui, secondo la leggenda, gli dei commossi decisero di darle una nuova vita: la sirena Partenope si fuse con la terra e diede origine alla città che avrebbe portato il suo nome.
Nel tempo, questa prima città prese il nome di Partenope e, solo successivamente, con l’arrivo dei Greci nel VIII secolo a.C., venne rifondata come Neapolis, la “città nuova”, che sarebbe poi diventata la Napoli che conosciamo oggi.
Il mito di Partenope è ancora vivo nel cuore dei napoletani. Il legame tra la città e la sirena è indissolubile, e la sua figura riecheggia nell’arte, nella musica e nelle tradizioni popolari.
Napoli è una città che non si limita a esistere, ma si racconta attraverso i secoli, mescolando realtà e leggenda. Il mito di Partenope non è solo una storia antica, ma un’energia che vibra nelle strade della città, nel suo mare, nelle sue melodie e nella sua anima ribelle e appassionata.
Quando cammini tra le sue vie, quando senti il suono delle onde a Castel dell’Ovo o osservi il tramonto sul Golfo, ricorda che ogni angolo di Napoli conserva il segreto di una sirena che, con il suo canto immortale, continua ad ammaliare chiunque vi metta piede.
Napoli non è solo una città da visitare. È un luogo da ascoltare, proprio come il canto di Partenope.

Scoprire la Napoli meno nota

Napoli non è solo Spaccanapoli, il Cristo Velato, il Vesuvio o il lungomare di via Caracciolo. Per un viaggiatore curioso, la città nasconde tesori meno battuti ma altrettanto straordinari che andremo a svelarvi se anche voi siete viaggiatori e non turisti.
Otto luoghi da visitare emozionandosi.

Uno scorcio del rione Sanità

1 – Il rione Sanità

E’ uno dei quartieri più autentici e affascinanti di Napoli, un luogo dove storia, cultura e tradizione si mescolano in un’atmosfera vibrante e popolare.
Situato ai piedi della collina di Capodimonte, è famoso per le sue catacombe, i suoi palazzi storici, la street art e il forte senso di comunità che lo anima.
Il quartiere nacque nel XVI secolo come zona di sepoltura per i nobili e per il clero, grazie alla presenza di catacombe paleocristiane come quelle di San Gennaro e San Gaudioso. Tuttavia, a partire dal XVIII secolo, la Sanità divenne un’area densamente popolata, abitata soprattutto dalle classi popolari.
Nel corso del tempo, il quartiere ha vissuto periodi di degrado e isolamento, soprattutto dopo la costruzione del Ponte della Sanità agli inizi del XX secolo, che lo ha di fatto separato dal resto della città. E’ il quartiere natale di Totò, il grande attore comico Antonio de Curtis che qui nacque nel 1890 e a cui sono dedicati alcuni murales, non a caso nei suoi anni (anni’ 50 e ’60) fu la Hollywood di Napoli dato che molte produzioni cinematografiche sceglievano il rione come set per i loro film, grazie alla sua atmosfera unica.
Negli ultimi anni, però ha vissuto una grande
rinascita culturale e turistica, grazie anche all’impegno delle associazioni locali trasformandosi anche in un museo a cielo aperto grazie a numerosi murales realizzati da artisti internazionali. Tra le opere più famose troviamo il gigantesco volto di San Gennaro realizzato da Jorit, uno degli street artist più noti in Italia.

il cimitero delle Fontanelle

2 – Il cimitero delle Fontanelle

Situato nel cuore del Rione Sanità, il Cimitero delle Fontanelle è un antico ossario scavato nel tufo, che ospita i resti di migliaia di persone, molte delle quali vittime della peste e del colera.
La sua particolarità risiede nel culto delle “anime pezzentelle”, un’usanza popolare che consiste nell’adottare un teschio anonimo (detto “capuzzella”), prendersene cura e pregare affinché l’anima possa trovare pace, nella speranza di ricevere protezione e fortuna in cambio.
Il luogo è avvolto da un’atmosfera mistica e surreale, rendendolo uno dei luoghi più affascinanti di Napoli.

L’ipogeo dei Cristallini.. Wikipedia

3 – L’ipogeo dei Cristallini

Tra i vicoli del Rione Sanità è riemerso un autentico gioiello archeologico: l’Ipogeo dei Cristallini. Questo incredibile complesso funerario di epoca ellenistica, risalente al IV-III secolo a.C., è stato recentemente riaperto al pubblico dopo anni di studio e restauro, offrendo una nuova e straordinaria finestra sulla Napoli antica.
E’ uno dei più affascinanti ritrovamenti archeologici della città, testimonianza diretta dell’influenza greca a Neapolis. Si tratta di un complesso sotterraneo formato da quattro camere sepolcrali scavate nel tufo giallo napoletano, la pietra vulcanica tipica del sottosuolo partenopeo.
Le tombe appartenevano a famiglie aristocratiche greche, che scelsero di essere sepolte in ambienti riccamente decorati. L’ipogeo è stato perfettamente conservato, grazie alla sua posizione sotto il livello stradale, che ha protetto gli affreschi e le decorazioni dai danni del tempo.
Scoperto casualmente nell’800 durante alcuni lavori edilizi, l’ipogeo è rimasto a lungo chiuso al pubblico, ma grazie a un lungo lavoro di restauro oggi è visitabile, offrendo un’esperienza unica nel sottosuolo napoletano.
L’elemento più straordinario dell’Ipogeo dei Cristallini è lo stato di conservazione degli affreschi e delle decorazioni pittoriche, un vero e proprio tesoro della pittura ellenistica fatte di colonne, portici e fregi che danno l’illusione di trovarsi in ambienti monumentali, quando in realtà siamo sottoterra, i pigmenti originali sono rimasti sorprendentemente intatti, con tonalità di rosso, blu e giallo ancora vibranti. Tra le decorazioni si possono ammirare scene mitologiche, animali, fiori e simboli legati alla vita e alla morte, in un perfetto connubio tra l’arte greca e il contesto funerario.
Dal 2022, l’Ipogeo è aperto al pubblico con visite guidate su prenotazione.

il palazzo dello Spagnolo

4 –  Palazzo dello Spagnolo

Situato anch’esso nel Rione Sanità, questo palazzo del XVIII secolo è famoso per la sua straordinaria scala a doppia rampa, progettata dall’architetto Ferdinando Sanfelice.
La sua struttura elegante e scenografica è stata spesso usata come set cinematografico.
Il nome “Palazzo dello Spagnolo” deriva da un suo ex proprietario, lo spagnolo Tommaso Atienza. Oggi è ancora abitato e visitabile solo in parte, ma vale la pena ammirarlo anche solo dall’esterno.

Photo credit: Averain on Visualhunt

5 – Napoli Sotterranea

A 40 metri sotto il livello stradale, si nasconde una seconda Napoli: un labirinto di cunicoli, cisterne e antichi acquedotti greco-romani.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, questi spazi furono usati come rifugi antiaerei, testimoniando la resilienza della città.
La visita guidata permette di esplorare passaggi stretti illuminati solo da candele, e persino di vedere un anfiteatro romano sepolto sotto un palazzo moderno!

facebook

6 – La farmacia degli Incurabili

All’interno del Complesso degli Incurabili si trova una delle farmacie storiche più belle d’Italia, risalente al XVIII secolo.
Un vero gioiello dell’epoca borbonica, con arredi in legno intarsiato, vasi in ceramica decorati e affreschi che richiamano l’alchimia e la medicina del passato.
Qui si può ammirare anche un antico laboratorio farmaceutico con strumenti e formule che sembrano uscite da un libro di Harry Potter!

parco sommerso di Gaiola. Photo credit: Fiore S. Barbato on VisualHuntCopy

7 – Parco sommerso di Gaiola

Napoli non è solo terra, ma anche mare e mistero.
A pochi passi dal centro, il Parco Sommerso di Gaiola è un’area marina protetta che custodisce rovine di ville romane sommerse dal mare.
Qui si può fare snorkeling e immersioni per ammirare colonne, mosaici e reperti storici a pochi metri dalla superficie. Il luogo è avvolto da un’aura di mistero per via della leggenda della “Maledizione della Gaiola”, secondo cui i proprietari della vicina villa hanno tutti subito eventi sfortunati.

Vico Scassacocchi, facebook

8 – Vico Scassacocchi e i vicoli segreti 

Napoli è fatta di vicoli stretti, pieni di storia e di vita.
Vico Scassacocchi è uno dei più caratteristici: il suo nome curioso deriva dal fatto che, un tempo, il terreno dissestato faceva inciampare chi lo percorreva.
Camminare tra questi stretti passaggi significa immergersi nell’anima più autentica della città, tra edicole votive, panni stesi e il suono della vita quotidiana.

Musei delle torture

9 – Il museo delle Torture: un lato oscuro della storia

Per gli appassionati di storia e curiosità macabre, il Museo delle Torture offre un viaggio nel lato più oscuro del passato.
Situato nel centro storico, raccoglie strumenti di tortura utilizzati dall’Inquisizione e nei secoli bui d’Europa. È un museo piccolo ma impressionante, che racconta la crudeltà umana e l’evoluzione della giustizia nel tempo.

le rampe del Pteraio

10 – Le rampe del Petraio

Le Rampe del Petraio sono un angolo inaspettato che collega la collina del Vomero con il centro storico, tra panorami mozzafiato e murales nascosti.
Sono una
delle tante scale storiche di Napoli, un tempo utilizzate come via di comunicazione tra la zona collinare e il centro.
Questo percorso pedonale, che si snoda tra palazzi liberty e scorci panoramici, è oggi un itinerario perfetto per chi vuole scoprire un lato autentico e poco turistico di Napoli.
Il nome “Petraio” deriva dalla parola “pietra”, in riferimento al terreno pietroso e scosceso della collina del Vomero su cui si sviluppano le rampe. Queste scalinate sono state fondamentali nel passato per collegare la parte alta di Napoli con il centro storico prima della costruzione delle strade moderne e della funicolare. Il percorso è costeggiato da eleganti edifici in stile liberty, molti dei quali con facciate decorate e dettagli artistici; ogni curva e ogni gradino regala un panorama mozzafiato sulla città, con scorci inediti e perfetti per gli amanti della fotografia. Rispetto al caos del centro, le Rampe del Petraio sono un angolo tranquillo, immerso tra giardini nascosti e ville storiche lungo circa un km e, con la sua discesa graduale, rappresenta un’alternativa pittoresca alla funicolare, perfetta per chi ama camminare e scoprire Napoli in modo diverso.

Napoli è una città che non si visita, si vive. Qui ogni vicolo racconta una storia, ogni piazza custodisce un segreto, e il tempo sembra seguire ritmi propri.
In questo anniversario speciale, vale la pena lasciarsi sorprendere da una Napoli più autentica, lontana dai luoghi comuni e sempre pronta a incantare.
Che sia un viaggio tra le sue leggende, i suoi misteri o le sue meraviglie nascoste, una cosa è certa: Napoli non smetterà mai di stupire.

 

Il fiume nascosto delle Filippine

Il fiume nascosto delle Filippine

Le Filippine sono famose per le loro spiagge mozzafiato, le acque cristalline e la natura incontaminata. Ma c’è un luogo che regala un’esperienza straordinaria e misteriosa: il fiume sotterraneo di Puerto Princesa, una meraviglia naturale incastonata nel Parco Nazionale della Subterranea scoperto solo nel XX secolo.

Le barche all’ingresso di Puerto Princesa. Depositphotos

Una delle 7 meraviglie del mondo, il fiume segreto

Sotto le montagne delle Filippine si nasconde un incredibile segreto: un fiume che scorre nell’oscurità per oltre 8 chilometri, creando uno dei più affascinanti spettacoli naturali al mondo. Un fiume che è una delle meraviglie naturali più incredibili al mondo, riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità Unesco e inserito tra le Nuove Sette Meraviglie della Natura.
Il suo nome è Puerto Princesa, è uno dei fiumi navigabili più grandi del mondo che si trova nel Parco Nazionale della Subterranea. Serpeggia attraverso le antiche montagne calcaree della catena di St. Paul, creando un labirinto naturale di gallerie e grotte.
Come una metropolitana naturale, questo corso d’acqua ha scavato il suo percorso attraverso la roccia nel corso di millenni. prima di sfociare nel Mare Cinese Meridionale

Un tesoro nascosto che non è solo un fiume, ma un intero ecosistema sotterraneo. Le sue acque cristalline riflettono le straordinarie formazioni calcaree – stalattiti e stalagmiti – creando giochi di luce che sembrano danzare nell’oscurità.
La natura continua a custodire i suoi segreti più belli, e questo fiume, con la sua straordinaria biodiversità, ne è la prova vivente.

Una laguna delle Filippine. Depositphotos

Cosa vedere e cosa fare

Questo fiume sotterraneo di Puerto Princesa è una destinazione perfetta per chi cerca un’esperienza autentica e immersiva nella natura.
Un viaggio nel cuore della terra, tra storia, avventura e meraviglie naturali che lasciano senza fiato.
Sarà incredibile navigare tra stalattiti e stalagmiti impressionanti; osservare formazioni rocciose uniche, molte delle quali assomigliano a figure umane e animali; scoprire la fauna unica che abita la grotta fra cui la straordinaria colona di pipistrelli e le rondini; esplorare il parco ricco di biodiversità, con specie rare di piante e animali endemici e avvistare varani giganti, scimmie e uccelli colorati.

L’ingresso al fiume segreto. Depositphotos

Come raggiungere il fiume segreto

Il fiume sotterraneo di Puerto Princesa è una destinazione perfetta per chi cerca un’esperienza autentica e immersiva nella natura.
Un viaggio nel cuore della terra, tra storia, avventura e meraviglie naturali che lasciano senza fiato. Se sei pronto a scoprire questo angolo nascosto delle Filippine dalla capitale Manila devi prendere un volo fino all’aeroporto di Puerto Princesa e da qui in bus o van condiviso con circa tre ore di viaggio potrete raggiungere Sabang all’ingresso del fiume dove potrete contrattare con i barcaioli che con una barca a motore vi condurranno, per un breve tratto, fino all’ingresso della grotta.

 

Malta tra sapori e stelle: Le esperienze food da non perdere

Malta tra sapori e stelle: Le esperienze food da non perdere

Dallo street food ai ristoranti di fine dining, ecco una carrellata di prelibate opportunità gastronomiche che può offrire Malta.
Malta (10 cose da sapere prima di vistarla), posizionata strategicamente al centro del Mediterraneo, nel corso dei secoli ha sviluppato una tradizione gastronomica unica che riflette la sua complessa storia di dominazioni e scambi commerciali.
Anche la storia più recente racconta di un trend che vede Malta (possibile da visitare anche in un solo fine settimana) come un luogo dal dinamismo contemporaneo e in grado di accogliere anche i palati alla ricerca di esperienze più raffinate. Negli ultimi anni, Malta, nota anche come isola del miele, ha vissuto infatti una vera e propria rinascita culinaria, che permette oggi di poter fare esperienze gastronomiche di rilievo internazionale.


Una cucina tradizionale crogiolo di culture

La cucina tradizionale maltese affonda le sue radici nelle usanze di contadini e pescatori – semplice, sostanziosa e basata su ingredienti locali – ma i secoli di dominazione araba, siciliana, spagnola e britannica hanno lasciato un’impronta indelebile nelle ricette.
Questa stratificazione culturale si riflette nell’uso di ingredienti come il coniglio (introdotto dai normanni), le spezie nordafricane, i pomodori secchi, i capperi e numerosi pesci del Mediterraneo.
Il clima arido dell’arcipelago ha favorito lo sviluppo di tecniche di conservazione degli alimenti, come l’essiccazione del pesce (specialmente il lampuki, o lampuga) e la produzione di formaggi locali come il ġbejna, un piccolo formaggio di capra o pecora che può essere consumato fresco, stagionato, al pepe o sott’olio. Passeggiando per Victoria, il capoluogo di Gozo, è anche possibile scovare le botteghe dove assistere alla preparazione di questo semplice, ma goloso formaggio.

I pastizzi maltesi. Depositphotos

Nello street food il cuore dell’isola

Lo street food rappresenta uno dei modi più accessibili per esplorare i sapori autentici di Malta.
Nei mercati e nelle strade delle città maltesi si possono facilmente trovare ed assaggiare i pastizzi, forse il cibo di strada più iconico di Malta, ovvero fagottini di pasta sfoglia ripieni di ricotta o piselli, croccanti all’esterno e morbidi all’interno.
Questi deliziosi snack sono disponibili in ogni angolo dell’isola, specialmente nelle “pastizzeriji” tradizionali. Nei bar o ai chioschi, anche nei luoghi più turistici, è facile acquistare lo hobż biż-żejt, un panino solitamente preparato con la ftira, un pane rustico a ciambella, tagliato in quarti e superbamente farcito con tonno, patate, pomodori, cipolla, capperi, olive e talvolta ġbejna, incarnando perfettamente la semplicità della cucina mediterranea. La ftira maltese, inoltre, è così rappresentativa della cultura locale da essere entrata nell’elenco dei beni patrimonio immateriale Unesco. Da non confondersi con la ftira gozitana, che è una pizza dal particolare impasto, che potrete comprare nei forni dell’isola e poi consumare all’aperto, in qualche luogo panoramico o in riva al mare come nell’incantevole fiordo di Mgarr Ix Xini.
Consumare street food a Malta è un’occasione per entrare in contatto con i local, sempre ben disposti a scambiare due chiacchiere con i visitatori. Passeggiando tra i vicoli di ogni villaggio prestate attenzione ai Band Club, i circoli delle bande musicali di paese e luogo di aggregazione della comunità. È qui che si trova il bar in cui si incontrano i concittadini per sorseggiare caffè e per organizzare le sgargianti feste patronali, anche queste un momento eccellente per assaggiare altre prelibatezze di strada come gli imqaret, dolcetti di pasta frolla di forma romboidale e ripieni di frutta secca sempre presenti alla feste di paese.
Un aspetto fondamentale della cultura di Malta è il periodo trascorso sotto il potere britannico.
Oltre ad aver lasciato in eredità la lingua inglese, una delle esperienze gastronomiche legate alla cultura 
British che potrete vivere a Malta è sicuramente il rito dell’Afternoon Tea, da consumarsi in sontuose sale di hotel 5 stelle o nelle sale da tè riccamente adornate, dove infusi pregiati vengono serviti in raffinata  porcellana e accompagnati da alzatine decorate e ricolme di pasticcini, scone e piccoli, ma golosi tramezzini.


Ristoranti tradizionali che raccontano la storia

Sulle tavole dei ristoranti tradizionali è possibile scoprire piatti che raccontano secoli di storia. Il più celebre di tutti è la fenkata (stufato di coniglio), considerato il piatto nazionale maltese. Il coniglio viene marinato in vino e aglio, poi stufato lentamente con erbe aromatiche. Tradizionalmente, la fenkata è servita in due portate: prima la pasta condita con il sugo di cottura del coniglio, poi la carne stessa accompagnata da patate arrosto. I bragioli (involtini di manzo ripieni) sono un esempio dell’influenza della cucina italiana (in particolare siciliana), mentre la torta tal-lampuki (torta salata farcita di lampuga) è un perfetto esempio di contaminazione che celebra uno dei pesci più amati dell’arcipelago, unendolo a sapori arabi (menta, uvetta, buccia di limone), il gusto italiano di pomodori, olive e capperi, presentati nella forma di un tradizionale pasticcio all’inglese.
Sappiate che il pesce più fresco è servito nei ristoranti del villaggio di Marsaxlokk, nel cui porticciolo si trovano attraccate decine di coloratissimi luzzu, i tradizionali pescherecci maltesi, e dove è facile osservare pescatori intenti nella manutenzione della propria barca o delle reti.

La Valletta Malta.

Malta stellata

Negli ultimi vent’anni, Malta ha vissuto una significativa evoluzione e questo si rispecchia anche nella gastronomia.
Da una proposta principalmente orientata al turismo di massa, l’isola ha sviluppato un’offerta turistica sofisticata che attira una clientela appassionata di gastronomia di alto livello.
Questo cambiamento è stato supportato dalla nuova generazione di chef maltesi, formati all’estero e tornati in patria con tecniche e visioni innovative, iniziando a reinterpretare i piatti tradizionali con un approccio contemporaneo, così come dall’apertura di ristoranti gestiti da chef internazionali che, riconoscendo le possibilità dell’arcipelago, hanno portato nuove influenze e alzato gli standard riscoprendo e valorizzando gli ingredienti locali. Molti esempi di cucina fusion, simbolo del mix di culture che caratterizza Malta, sono disponibili soprattutto nelle località più vivaci come St. Julian’s, la cittadina simbolo del lifestyle più contemporaneo dell’isola:  qui la concentrazione di ristoranti è altissima e pregevole, con una selezione di proposte davvero interessanti.
La consacrazione di Malta come destinazione gastronomica è avvenuta con l’arrivo delle prime stelle Michelin nel 2020. Attualmente, Malta, nonostante le dimensioni relativamente ridotte, vanta 7 ristoranti stellati di cui uno a due stelle, lo Ion Harbour di Valletta, aperto tra le mura del lussuoso hotel Iniala e dove concedersi un’esperienza indimenticabile per celebrare un’occasione importante.
Protagonisti di molte ricette presenti anche nei menù dei ristoranti più prestigiosi sono gli ingredienti locali: ad esempio l’olio d’oliva maltese, prodotto da varietà autoctone come la Bidnija, o il miele selvatico, risultato del lavoro delle api che si nutrono della vegetazione spontanea delle isole, e considerato uno dei migliori al mondo per il suo aroma intenso e le proprietà benefiche.
Particolarmente apprezzato anche il sale raccolto ancora a mano dalle antiche saline. È inoltre possibile unirsi ai cosiddetti ecotour: piccoli gruppi organizzati guidati attraverso le campagne di Malta e Gozo durante i quali si può approfondire la conoscenza dei prodotti locali attraverso i racconti dei piccoli produttori.

Fra vino e birra: una scelta difficile

Infine, qualsiasi sia la pietanza prescelta, l’accompagnamento perfetto potrebbe essere uno dei vini prodotti da vitigni autoctoni come il Ġellewża (rosso) e il Girgentina (bianco).
La qualità di queste bottiglie continua a crescere, ma la quantità resta sempre ridotta tanto che non ne esiste esportazione ed un viaggio a Malta è l’unica opportunità per poterne degustare un calice!
Se preferite la birra, provate la Cisk, lager di produzione locale, leggera e “beverina”, perfetta da bere ghiacciata. Lo stesso produttore della Cisk propone anche il Kinnie, un delizioso soft drink rinfrescante dal colore ambrato e il retrogusto amarognolo, a base di arancia e aromi: dal 1952 la bibita preferita dai maltesi e dai turisti assetati.

Sapori artigianali in Val Ridanna: birre, distillati, caffè e formaggi da scoprire

Sapori artigianali in Val Ridanna: birre, distillati, caffè e formaggi da scoprire

In Val Ridanna, i fratelli Volgger hanno dato vita alla Genusshaus Mount Becher, luogo dove la passione per l’autoproduzione artigianale prende vita, trasformando materie prime selezionate in autentiche eccellenze gastronomiche: birre artigianali, distillati pregiati, caffè tostato in loco e formaggi.
Autenticità e sperimentazione si incontrano dando vita a un viaggio unico nei sapori della Val Ridanna. Ogni prodotto è fatto in casa, con cura e dedizione, per offrire ai visitatori un’autentica immersione nel gusto e nella qualità.

La passione per la qualità e l’autoproduzione ha portato Stefan e Manfred Volgger ad ampliare l’esperienza del Gassenhof, hotel 4* S nel cuore della Val Ridanna, con la nascita della Genusshaus Mount Becher, un luogo dove maestria e ricerca si fondono in un esclusivo viaggio tra i sapori autentici dell’Alto Adige. Qui, tutto è prodotto in casa: dalla birra artigianale alla grappa pluri-premiata, dal gin raffinato al caffè acquistato da realtà equo-solidali del Sud America che viene lavorato nella torrefazione della Genusshaus. Un progetto nato dalla spontaneità e dal desiderio di sperimentare dei fratelli Volgger, che oggi è diventato un punto di riferimento per gli amanti del gusto.


La filosofia della Genusshaus: un mondo di sapori autentici

Nel 2012, Manfred Volgger avvia un’autoproduzione artigianale di grappa, trasformando una passione personale in una vera e propria eccellenza: da allora, infatti, la sua produzione artigianale di distillati non ha mai smesso di evolversi, allargandosi nel corso degli anni anche al mondo del gin e della birra artigianale, che viene realizzata a partire dal malto coltivato in Alto Adige e l’acqua pura della Val Ridanna, senza additivi. L’innovazione è proseguita con l’avvio, quasi un anno fa, della torrefazione del caffè: chicchi selezionati e provenienti da coltivazioni eque e solidali da Guatemala, Perù, Ruanda e Brasile, vengono tostati con cura da Fabian Plattner, dando vita a caffè di alta qualità, servito all’hotel Gassenhof e disponibile per l’acquisto in negozio.
La grappa e i distillati contano oltre 25 tipologie, tra cui liquori a base di erbe e frutti della regione, come la grappa alle mele Roter Grat che racchiude tutta la freschezza delle mele dell’Alto Adige, regalando un sorso fruttato e speziato, ideale per gli amanti dei distillati dal carattere deciso. Oppure la grappa di abete rosso Wilder Pfaff realizzata con i giovani germogli di abete rosso delle foreste altoatesine, dalle note fresche e mentolate, ideale come digestivo o dopo una lunga escursione in montagna.
Di recente, i fratelli Volgger hanno avviato anche una produzione di formaggi, con diverse varietà tra stagionati e freschi, ottenuti esclusivamente da latte di fieno altoatesino. Inoltre, alla Genusshaus è possibile trovare marmellate, miele, aceto, speck e verdure da produttori locali della zona di Mareta e masi selezionati, con un’attenzione costante alla qualità e alla filiera corta per un’esperienza sensoriale completa nel mondo del gusto.


L’omaggio alla storia e ai luoghi della Val Ridanna

La Genusshaus Mount Becher non è solo un’esperienza di gusto, ma anche un omaggio alla storia e alla natura della Val Ridanna.
Ogni prodotto porta con sé un pezzo di questa terra: i caffè Schwarzwand e Rochol prendono il nome dalle cime locali, così come le birre artigianali Becherfels e Erzader. La vodka “1253” celebra l’anno della prima documentazione storica esistente della Val Ridanna, mentre il gin “ArGINtum” si rifà al termine latino “Argentum”, un tributo alle storiche miniere d’argento della zona. Lo stesso nome dato alla Genusshaus, “Mount Becher”, è un omaggio al Rifugio Biasi al Bicchiere, il più alto dell’Alto Adige, che dal 1911 ospita la cappella di Santa Maria della Neve.
Un luogo suggestivo a cui i fratelli Volgger sono molto legati, tanto da renderlo parte di un loro progetto speciale: è qui, a 3.195 metri di altitudine, che hanno portato tre delle loro botti di legno, per affinare in alta quota ben 127 bottiglie di whisky in occasione del 127° anniversario del Rifugio Bicchiere. Questo gesto simbolico ha dato vita a una produzione esclusiva consolidando il legame tra il nome Mount Becher e la “casa del gusto” della Val Ridanna.

Esperienze da vivere e degustare

La Genusshaus, oltre ad essere un luogo di produzione, è anche un punto di incontro per gli amanti del buon cibo e delle tradizioni artigianali.
Gli ospiti possono partecipare a visite guidate, scoprire i segreti della distillazione e della birrificazione, e concludere il tour con una degustazione di prodotti unici in compagnia di Manfred Volgger.
Che si tratti di un semplice assaggio o di un evento speciale, la Genusshaus offre un’atmosfera autentica e conviviale, ideale anche per eventi privati.
La Genusshaus Mount Becher è aperta dal martedì al giovedì, dalle 10:00 alle 17:00, venerdì e sabato dalle 10:00 alle 19:00 e la domenica dalle 9:00 alle 17:00. Per prenotazioni e informazioni, è possibile contattare il numero 379 1515020 o scrivere a info@mountbecher.com.

Alla scoperta della Calabria greca: un viaggio fra borghi, tradizioni e sapori

Alla scoperta della Calabria greca: un viaggio fra borghi, tradizioni e sapori

La Calabria è una terra ricca di storia, cultura e tradizioni millenarie. Tra le sue perle più affascinanti vi è la Calabria Greca, un’area che conserva ancora oggi l’eredità della Magna Grecia.
Incastonata tra le montagne dell’Aspromonte e il Mar Ionio, questa regione è un vero tesoro per i viaggiatori curiosi in cerca di autenticità.


I borghi della Calabria greca

La Calabria Greca è costellata da piccoli borghi dove il tempo sembra essersi fermato. Alcuni dei più suggestivi sono: Bova considerata la capitale della Calabria greca. Un borgo medievale che conserva tradizioni, lingua e architettura dell’antica cultura greca; Gallicianò uno dei pochi villaggi in cui il greco-calabro è ancora parlato quotidianamente, immerso in un paesaggio mozzafiato; Roghudi Vecchio borgo fantasma abbandonato negli anni ’70, avvolto in un’aura di mistero e leggenda; Condofuri dove sono alcune delle più autentiche espressioni della cultura grecanica, come le danze tradizionali e l’artigianato locale e Pentedattilo borgo dal fascino unico, arroccato su una montagna che ricorda una mano con cinque dita.

Gallicianò

Gallicianò, dove si parla il greco-calabro

Uno degli aspetti più affascinanti della Calabria Greca è la lingua.
A Gallicanò situato su uno dei costoni rocciosi che degradano verso la fiumara dell’Aspromonte a oltre 600 metri d’altitudine è un piccolo borgo grecofono oggi frazione del comune di Condofuri dove si palra ancora il greco-calabro, un dialetto di origine ellenica che rappresenta un patrimonio linguistico unico in Italia. Una lingua che è tramandata oralmente che sopravvive grazie all’impegno di associazioni e abitanti del luogo.
Una lingua sopravvissuta grazie all’isolamento di questo borgo aspromontano che fino a tempi piuttosto recenti era raggiungibile
esclusivamente a piedi camminando per ore lungo i sentieri che si snodavano tra i selvaggi crinali risalendo la fiumara, le storiche mulattiere che attraversavano le campagne o dalle vie che scendevano da Monte Scafi, la cui sommità, con i suoi 1138 metri sul livello del mare si pone a protezione dell’abitato definito l’acropoli della area greca aspromontana.
Qui, come negli altri centri dell’intera isola ellenofona, le condizioni di isolamento e la tardiva “contaminazione” con il mondo esterno, hanno permesso la sopravvivenza di un patrimonio materiale e, soprattutto, immateriale di inestimabile valore.
Cultura e sincretismi affondano le radici nella Magna Grecia e sono stati tramandati di generazione in generazione fino ai giorni nostri attraverso segni, parole, musica.
Gallicianò è uno scrigno. La grecità di questi luoghi la si respira nelle iscrizione in greko che danno il benvenuto a ogni visitatore, nell’accoglienza dei suoi abitanti, nell’ascoltare il suono di questa meravigliosa e antica lingua, oggi riconosciuta come minoranza linguistica.
Sulla piazza principale del paese, Platia Alimos, si affaccia la chiesa di San Giovanni, santo patrono di Gallicianò la cui festa si celebra il 29 agosto, mentre nella parte alta del paese sorge la suggestiva chiesa ortodossa dedicata alla Madonna di Grecia (Panaghia tis Elladas) con le sue icone di ispirazione bizantina e gli ornamenti caratteristici della tradizione greco-ortodossa. Imperdibile una visita al piccolo museo etnografico dedicato ad Anzel Bogasàri-Merianoù, filologa greca giunta a Gallicianò negli anni ’60 per approfondire gli studi sui borghi grecanici della Vallata dell’Amendolea, alla fontana dell’amore (Cannalo Tis Agapi) e al piccolo teatro dedicato a Bartolomeno I, patriarca di Costantinopoli, da cui ammirare dall’alto il borgo e un magnifico paesaggio sull’intera bovesìa.
Un luogo fermo nel tempo Gallicianò con i suoi quaranta abitanti uniti in un grappolo di case sulle rocce dove fra gli stretti vicoli si sente parlare in grecanico e anche le vie del paese sono scritte sia in italiano che in greco di Calabria.

Condofuri

Condofuri e la tarantella grecanica

Tarantella, lingua grecanica e bergamotto. Sono questi i tre elementi che fanno di Condofuri uno dei centri più caratteristici della Calabria Greca.
Condofùri (“Condochùri”) dall’originario Koundouroi è citato per la prima volta in un documento catastale bizantino della metà dell’XI secolo. Il nome del centro, derivante dal greco significherebbe “paese basso” o “vicino al paese”, in riferimento a Bova o a Gallicianò.
Secondo la tradizione Condofuri sarebbe stata fondata dagli abitanti di Gallicianò e a conferma di questa tesi, una relazione di Monsignor Morabito, vescovo del luogo, risalente al 1754, narra che la chiesa di Condofuri non aveva un parroco perché, essendo una “non antica colonia” di Gallicianò, il villaggio ne era alle dipendenze anche per la cura delle questioni spirituali. Appollaiato a 300 metri dal mare, il piccolo comune vanta una entroterra praticamente intatto, dominato dall’imponete fiumara Amendolea: l’antica autostrada verso l’Aspromonte, ancora oggi percorribile a piedi fino alle suggestive cascate Maesano.
Nel borgo, abitato ancora da pochi anziani, era maestosa, la grande chiesa di San Domenico, ricca di importanti sculture lignee databili dal Sei al Novecento.
Il centro di Condofuri è davvero caratteristico, con case e strade disposte a gradinate che alternano terrazze a balconi ricchi di fiori.
Da vedere la Parrocchiale, di antica fondazione, che conserva al suo interno numerose opere di artisti locali, il castello di Amendolea, visibile già dalla strada provinciale, che conserva i muraglioni merlati e i resti di un torrione e che secondo la leggenda era unito da una galleria segreta alla frazione di San Carlo di Condofuri.
Oggi l’asse di Condofùri è orientato soprattutto sulla marina (Condofùri Marina) con le
sue spiagge che si popolano d’estate di una buona presenza di turisti dato che l’area grecanica è la meta ideale per chi ama il mare e la montagna. Entrambi infatti sono raggiungibili con pochi chilometri.
Condofuri è la patria della tarantella grecanica il cui fulcro sta nel tamburello, protagonista assoluto, non solo strumento di accompagnamento. Questa danza tradizionale fa parte del patrimonio grecanico e offre uno spettacolo le cui radici affondano nell’antichità.
Fra le altre tradizioni della Calabria Greca, fortemente legate alla religione e alla cultura contadina sono la pasqua ortodossa celebrata con antichi riti di origine bizantina, il paleariza festival evento che celebra la cultura grecanica con musiche, danze e incontro culturali e i canti polifonici di antiche melodie tramandate da generazioni e tipiche delle comunità grecaniche.

Bova. Foto Enzo Galluccio

Bova, la capitale della Calabria greca

Bova è il centro dell’ellenofonia, non a caso si parla di Bovesìa per indicare l’Area Grecanica. Abitata ininterrottamente dal Neolitico, la rocca di Bova fu probabilmente una fortezza magno greca posta sul confine delle poleis di Reggio e Locri.
Grazie alla sua posizione strategica, il sito fu molto verosimilmente scelto come rifugio dagli abitanti della costa, dopo che alla fine del VI sec. d.C. orde barbariche, probabilmente longobarde, incendiarono la statioromana di Scyle, identificata in contrada
Il borgo oggi ospita il Museo della Lingua Grecanica dedicato a Gerhard Rohlfs, noto linguista tedesco che rese nota al mondo intero le antiche origini di questo idioma.
Bova è uno dei pochi paesi nel quale ancora permangono antichissimi usi e costumi. L’artigianato ha radici davvero lontane e qui una delle sue massime espressioni è la tessitura popolare. Lana, lino, cotone e ginestra fornivano alle tessitrici gli elementi ricavati in maniera naturale, che poi venivano lavorati con il telaio a mano per produrre tessuti che, cuciti a gruppi di tre, formavano le coperte vutane. I disegni più comuni risalgono proprio all’epoca bizantina: il “mattunarico”, il “telizio”, la “greca”, il “greco”, le “muddare”.
L’altro versante artigianale storico del luogo è quello della lavorazione del legno. Originariamente gli oggetti in legno finemente intarsiati erano frutto del lavoro dei pastori: telai, stampi per dolci (plumia), cucchiai (mistre) e soprattutto le musulupare, stampi per l’antico formaggio aspromontano “musulupu”.


La gastronomia della Calabria Greca

La cucina della Calabria Greca è un mix di sapori mediterranei e influenze greche. Caratterizzata dagli elementi della tradizione agro-pastorale ha alla sua base latte di capra, pomodoro, olio di oliva, che costituiscono gli ingredienti di prelibatezze come i maccarruni cu sucu da crapa, i cordeddi al sugo, i tagghiarini con i ceci, i ricchi di previti con il pomodoro, la carne di capra alla vutana. Molto ricercati da queste parti i salumi (salsiccia, capocollo, soppressata), i formaggi, tra cui le ricotte e i musulupi (un formaggio fresco che si consuma nel periodo pasquale) e i dolci della festività, come i pretali della tradizione natalizia, le ‘nghute della tradizione pasquale, le scaddateddi, ciambelle con il buco e semi di cumino. Da gustare anche la lestopitta, una frittella di farina e acqua, fritta nell’olio da mangiare calda molto diffusa nella comunità grecanica.
La Calabria Greca è un luogo che incanta con la sua storia, le sue tradizioni e la sua autenticità. Per i viaggiatori curiosi in cerca di esperienze uniche, questo angolo nascosto d’Italia offre un viaggio nel tempo e nella cultura, tra borghi arroccati, sapori antichi e un patrimonio linguistico raro. Un’esperienza da vivere almeno una volta nella vita.

20 marzo giornata mondiale della felicità. Ecco i 5 cibi che rendono felici

20 marzo giornata mondiale della felicità. Ecco i 5 cibi che rendono felici

Anche se la ricetta perfetta per la felicità non esiste, ci sono alcuni alimenti che ci vanno molto vicino perché quando li mangiamo ci rendono di buon umore.
Ma siamo sicuri di sapere quali sono?
Il 20 marzo si celebra in tutto il mondo la Giornata della Felicità, ed ecco che Daniele Basta biologo nutrizionista e collabor4atore di un noto brand di cibo salutista indica alcuni cibi e superfood che con le loro proprietà possono favorire e contribuire alla nostra serenità.
“Sfatiamo innanzitutto il mito che seguire un regime alimentare studiato dal nutrizionista porti alla negazione del piacere del cibo, la privazione infatti ha effetti negativi a lungo termine” dichiara. “E’ possibile inserire alimenti palatabili ovvero appetitosi, come la pizza, in un contesto alimentare sano, vario ed equilibrato nelle giuste quantità e con la giusta moderazione. A questi possiamo inoltre affiancare alcuni cibi con specifiche caratteristiche nutrizionali capaci di migliorare i nostri livelli di serotonina”.


1 – Legumi

Ceci, lenticchie, fagioli e soia sono cibi molto ricchi di vitamina B6 e triptofano, l’amminoacido coinvolto nella sintesi della serotonina, “l’ormone del buonumore”.
Sono, inoltre, ricchi di fibre che nutrono la microflora intestinale svolgendo un ruolo antinfiammatorio.
Il consumo di questi cibi influisce positivamente sulla regolazione del senso di appetito e può contribuire ad una maggiore produzione di serotonina.
Possiamo quindi inserire regolarmente nella nostra dieta un cous cous di lenticchie rosse e ceci, dagli effetti positivi sul nostro intestino, considerato il Secondo Cervello.


2 – Frutta

I frutti arancioni e rossi grazie alla vitamina C, sono ottimi contro i radicali liberi e ci danno una sferzata di vitalità, ma sono da preferire soprattutto le banane per la presenza combinata di triptofano e carboidrati.
Infatti, tutti i cibi ricchi in carboidrati stimolano il rilascio di serotonina: l’insulina secreta in seguito al consumo aiuta a veicolare più velocemente il triptofano a livello cerebrale, dando un senso di piacere e benessere immediato. 


3 – Cereali integrali

Non possono assolutamente mancare nella dieta di coloro che vogliono aumentare la percentuale di triptofano nell’organismo.
Da preferire sono avena, grano saraceno, farro e orzo, oppure riso integrale: tutte fonti importanti di vitamina B6 e carboidrati a lento rilascio che favoriscono la sintesi della serotonina.
L’ideale è iniziare la giornata con il muesli alla frutta secca, che unisce la morbidezza dei fiocchi di avena e di segale con la croccantezza di cornflakes integrali.


4 – Noci e semi oleosi

Un ottimo snack spezza fame è la frutta secca: mandorle, nocciole, noci e semi di zucca solo per citarne alcuni. Tutti ricchi di vitamina B1, acido folico e zinco, utili per alzare il tono dell’umore, che insieme ai nutrienti Omega 3, anch’essi presenti, riducono i livelli di infiammazione cerebrale e il rischio di depressione. 


5 – Cioccolato fondente

Dulcis in fundo, il comfort food per eccellenza in quanto ricco di polifenoli, dall’effetto antinfiammatorio e antiossidante, e triptofano, che stimola le endorfine e fa aumentare la produzione di serotonina, alimentando quindi il senso del piacere. Attenzione però alla quantità di zuccheri e latte contenuti, infatti, maggiore è la percentuale di cacao maggiori saranno i benefici nutrizionali.
“Zuccheri aggiunti, grassi saturi e sodio sono fattori che contribuiscono alla iper-palatabilità dei prodotti ultra-processati, veicolando risposte del piacere alterate a livello cerebrale, spingendoci a desiderarne sempre di più e a non riuscire a dire basta. Ma oggi c’è un consumo eccessivo e incontrollato di questi alimenti ultra-processati, il piacere diventa dipendenza con effetti metabolici e psicologici negativi. La giusta soluzione da adottare è la moderazione insieme alla varietà dei cibi” conclude Daniele Basta.