Wine&Siena. Il fascino inossidabile del Made in Italy

Wine&Siena. Il fascino inossidabile del Made in Italy

di Barbara Tedde – Il fascino di Siena in una giornata di sole già di per sé è un nutrimento dell’anima. Una passeggiata di prima mattina, con i negozi ancora chiusi, costringe a camminare con il naso all’insù, con gli occhi volti ad ammirare scorci di palazzi e finestre dai vetri antichi.
Il Wine&Siena è la meta da
raggiungere, nel prestigioso complesso museale di Santa Maria della Scala, proprio di fronte al Duomo.

Un appuntamento che giunge alla nona edizione, firmato The WineHunter Helmut Kocher, che ha accuratamente selezionato per questa edizione 2024 100 aziende enogastronomiche italiane.
Tre giorni all’insegna del made in Italy, ricca di eventi e soprattutto di
masterclass, tanto che in una giornata non è stato possibile soddisfare tutte le dovute curiosità.
Ma ci sono scelte da fare – come nella vita, del resto – soprattutto quando si ha poco tempo a disposizione. Quest’anno le Master Class – che si sono svolte presso il meraviglioso palazzo storico del Grand Hotel Continental a circa 600 metri da Santa Maria della Scala– hanno avuto la meglio rispetto ai banchi di assaggio.
Partecipare solo a due è stato davvero un peccato perché tutte
erano una ghiottoneria per ogni appassionato e, sebbene l’acustica in sala fosse un po’ invalidante, l’attenzione del pubblico è stata encomiabile.

La prima masterclass su San Martino della Battaglia non si scorda mai

“C’era una volta il Tocai… il vino che cambia nome ma non perde la sua identità”. Il tocai è un vitigno dalle peculiarità incredibili, i vini prodotti spesso sono eleganti, delicati, quasi sussurrati e non meritavano certo una guerra sul nome, così dibattuta e finita in maniera non troppo felice per la parte italiana.
Pensare di cambiar nome non è stata una scelta facile, 

soprattutto per chi in Veneto ed in Friuli ci è nato e lo ha sempre chiamato Tocai.
Ma le sentenze
parlano chiaro, l’Ungheria è l’unico paese al mondo a detenere il nome e dal 2007, dopo anni di pratiche forensi, l’Italia perde la causa, ed ogni regione produttrice si è trovata a produrre tocai sotto mentite spoglie.
In Friuli si è convertito in Friulano – nome probabilmente non dotato di un
sufficiente appeal, tanto da portare ad un calo di vendite del 70% – mentre in Veneto è stato chiamato Tai.
Pochi sanno che anche in Lombardia – in provincia di Brescia – esiste il vitigno da
epoche remote, anch’esso terra dell’Impero Austro Ungarico che fu.
Il Tocai – che in Ungherese significa “qui” – fu proprio impiantato durante la Monarchia asburgica, il cui confine arrivava fino alla provincia di Brescia.
Ce lo spiega bene Luca Formentini dell’azienda
Podere Selva Capuzza a San Martino della Battaglia.
I produttori della zona Doc San Martino
della Battaglia dal 2007, dovendo abbandonare il nome Tocai, si sono trovati un gran punto interrogativo, chiamandolo fra di loro in dialetto, il Tuchì – tocco leggero – oggi diventato ufficialmente il nome anche nel disciplinare.
San Martino della Battaglia Doc è una dominazione con piccolo raggio di azione, una nicchia che nell’Ottocento ebbe massimi splendori. Negli anni Ottanta del Novecento la crisi enologica investe il Paese, un crollo della denominazione che vede la rinascita solo nel 2003 con il coraggio di Podere
Selva Capuzza che, per mano di Luca Formentini, reimpianta Tuchì e Lugana.
La verticale di San
Martino della Battaglia DOC è stata sorprendente, dalla 2018 alla 2003 Campo del Soglio del Podere Seva Capuzza hanno reso l’idea di cosa significhi un bianco longevo.
La 2018 si è
caratterizzata per sentori agrumati e camomilla, morbidezza di sorso con finale sapido e coup de nez di erbe aromatiche. La 2015 per mineralità – sbuffi sulfurei -, morbidezza e finale speziato e sapido. Il Campo del Soglio 2013 dal colore dorato ha regalato al naso miele di acacia, rivelandosi morbido e avvolgente anche nel sorso. La 2006 – ultimo anno in cui si può usare il nome Tocai – ha il profumo di frutta secca, miele e pesca matura. La bocca è piena e appagata e termina con freschezza e sapidità.
La 2003 accenna un po’ di ossidazione, un’annata calda che ha mantenuto
fin troppo fino ad oggi la sua speziatura e freschezza di bocca.
A sorpresa di tutti ogni vino dell’azienda è nato e vissuto solo in acciaio.


Seconda ed ultima masterclass della giornata

La masterclass “Arte in Anfora: segreti e meraviglie del vino nella storia verso il futuro” vede la conduzione di Halmuth Kocher, patron di The Winehunter.
Poche chiacchiere ma concrete, una
degustazione con troppi assaggi per soffermarsi ad analisi gustolfattive che, in qualche caso, non necessitavano di molte parole.

Una breve premessa sull’anfora

Dal 2011 la ricerca per il vino naturale porta anche all’uso dell’anfora.
Una crescita esponenziale,
seguita dalla parola sostenibilità, dove Gravner, virtuoso produttore di Oslavia, ne è stato il precursore, attraverso l’uso di antiche tecniche georgiane.
Negli ultimi 4/5 anni l’evoluzione del
vino in anfora è salita alle stelle. Mentre in Georgia il regolamento sulla vinificazione in anfora è molto chiaro, in Italia la cultura su questo pregiato contenitore è un riferimento piuttosto generico, che andrebbe maggiormente specificato soprattutto per la grande differenza tra loro.
Vista la diversità dei contenitori – dette impropriamente anfore – potrebbe essere utile al consumatore avere maggiori dettagli in etichetta sulla tipologia usata (contenitori in terracotta, in cocciopesto, rivestiti in vetro oppure in cera), elementi importanti anche al fine di una giusta valutazione.
La Toscana è stata definita la zona migliore per la terra cotta a livello mondiale, soprattutto per qualità altamente pregiata. Le giare, prodotte da grandi aziende toscane, hanno richieste altissime in tutto il mondo. Un vero boom dopo i bui periodi in cui il mercato non richiedeva più manufatti in terra cotta.

La degustazione

Sono stati ben undici gli assaggi, di seguito quelli che più mi hanno colpito.
Blancjat 2020, L.E.A. bianco IGT Friuli Venezia Giulia. Una ribolla gialla del Friuli con fermentazione in anfora di 150 litri per un periodo di 6 mesi. Fermentazione sulle bucce, intensità di aromi ed eleganza, grande complessità, 13 gradi con spiccata nota alcolica, ma resta fresco ed elegante.
Radix 2018- Casale del giglio – IGT Lazio 100% bellone. Nonostante la semplicità del vitigno è un vino che sprigiona una bella energia, gradevole e fiero sebbene porti sulle spalle già sei anni.
Anfora – Castelvej – Langhe DOC – 100% Viognier – che nella zona del Roero esistesse il Viognier lo ignoravo, ma il produttore ha trovato nel vitigno elementi che potessero ben svilupparsi nell’anfora, contrariamente all’arneis che è un vitigno con minor corpo e struttura. Il sorso è ricco di frutta come la pesca gialla e mango, oltre che ananas matura. Bel corpo e tanta godibilità.
Backtosilence 2022 Ottella – 100% Lugana: penalizzato dalla temperatura di servizio elevata ha palesato comunque un sorso sapido e appetitoso. Sorso che invita a ripetersi.
Troccolone 2022 Marco Capitoni – Orcia Sangiovese Doc. Un lavoro iniziato da Capitoni nel 2010, usando Anfore dell’Impruneta, le più pregiate. Il Troccolone è un vino sincero e godibile, una pagina di storia della Val d’Orcia che si sviluppa nel calice. Fruttato e un po’ rude, i varietali sono vivi, un vino senza fronzoli e pertanto piacevolissimo. Del resto i suoi 8 mesi in anfora hanno sprigionato tutto il carattere del sangiovese della zona.

Festival di Sanremo da bere

Festival di Sanremo da bere

di Barbara Tedde – Comunque vada sarà un successo, al di là delle polemiche e delle critiche che ogni anno spuntano inesorabilmente, il Festival di Sanremo 2024 ha uno share impressionante.
Se ne son viste e sentite di tutti i colori (ma a John Travolta – giusto per curiosità – hanno pignorato la casa per caso?).

Sebbene ancora manchi la grande serata finale, un’idea ce la siamo pur fatta, poi chissà, il ribaltone come accade spesso, potrebbe stravolgere o confermare l’attuale situazione – Borghese Ale docet! –
Faccio la mia, la redazione mi chiede di fare una classifica tutta al femminile ed abbinare un vino
evocativo ad ogni cantante.
Ma disobbedisco e includo anche gli uomini – uno in verità – tra tutto il sentito ed il già canticchiato sotto la doccia fino ad oggi. E allora, non so se leggerete queste righe, se verranno tagliate, modificate o ridotte. Ma io vado… vado eh|


5 posto – Big Mama

Al quinto posto Big Mama con “La rabbia non ti basta” abbatte ogni pregiudizio sociale, ma soprattutto scenico.
Ricorda Madonna negli anni Ottanta, la bellissima canzone di Big Mama è
orecchiabile e cantabile, ha un testo che mi porta ad un calice di Syrah di Cortona, possibilmente biodinamico, scuro e profondo, che ha sfidato persino la Cote Rotie e l’Hermitage tanto gli somiglia.
Colore rouge-noir, introverso all’inizio e che si apre con frutti scuri in confettura e tanto
pepe.
Lascia in bocca pienezza appagante e avvolgente.


4 posto – Angelina Mango

Al quarto posto metto Angelina Mango con “La noia”.
La Mango manifesta un atteggiamento
passionale che non trova pace tra le note ritmate di un ballo gitano. Orecchiabile e ballabile, un testo accattivante. E chi non ha avuto periodi di noia nella vita scagli la prima pietra…
Bevo un
Catarratto, sono in Sicilia vicino a Trapani.
Fresco e dal profumo di zagara, mi regala l’emozione
col finale che ha il gusto di mandorla fresca.


3 posto – Fiorella Mannoia

Il terzo posto lo dedico a Fiorella Mannoia con “Mariposa”. Per un attimo ho pensato che il tempo si è fermato.
La Mannoia è In forma smagliante e scalza, come Sandie Shaw negli anni
Sessanta. Chi dice “io proprio le donne non le capisco” dovrebbe ascoltare questa canzone almeno una volta al giorno. Stupenda.
Bevo uno Chateaunef-du-Pap con 13 vitigni: Grenache – ciliegia,
fragola e cannella, Syrah – pepe nero e liquirizia, Mourvedre – frutti neri e cuoio. E poi Cinsault, Roussanne, Cournoise, Clairette, Bourbulenc, ecc…
Un vino ricco e complesso, prezioso e longevo,
prima che invecchi ce ne vuole…


2 posto – Loredana Bertè

Al secondo posto la mitica Loredana Bertè con “Pazza”.
Loredana ha le gambe ancora bellissim
e le mostra con abiti di Valentino, perfetti per lei ed suoi capelli azzurri.
Una canzone con un testo
che ha già spopolato, in fondo rappresenta tutti, proprio tutti, chi prima o chi dopo ci odiamo – reduci da amori sgranati, esperienze deludenti e fallimenti – per poi amarci più di prima, che Dio voglia.
Un successo garantito come uno Chardonnay della Borgogna: un Montrachet Grand Cru Bienvenues Batard.
Agrume, menta, frutti a pasta gialla è quello che offre al naso con un’eleganza
che non mi fa trovar parole. In bocca è immenso, morbido e succoso, una spalla acida incommensurabile e gradevolissima.


1° posto – Mammouhd

Non ho resistito al suo fascino, lo confesso. E’ Mammouhd con “tuta gold” che vince l’oro.
Lui è
bellissimo, vestito poi da Lisa Jarvis è assolutamente splendido.
Un testo che include vita di
periferia e spacciatori, Il suo passato che torna ricorrente nelle sue canzoni. L’armonia a tratti arabeggiante, il flusso musicale che invita a ballare, ci berrei un su un Brunello di Montalcino Riserva, possibilmente 2014, annata demonizzata e che oggi è quasi introvabile vista la
meravigliosa evoluzione avuta. Il brutto anatroccolo è diventato cigno.

Il Consorzio dei Colli Fiorentini presenta vinum fiorentinum 2022 sotto il segno del Sagittario

Il Consorzio dei Colli Fiorentini presenta vinum fiorentinum 2022 sotto il segno del Sagittario

Testo e foto di Barbara Tedde – L’anteprima de Il Vinum Fiorentinum – Il Vino di Firenze – ha visto la sua entrata in scena per il secondo anno consecutivo in una cornice davvero suggestiva.
L’evento,
svoltosi lo scorso primo dicembre in collaborazione con Vetrina Toscana ed i comuni appartenenti alla denominazione del Chianti Colli Fiorentini, ha visto il suo palco in uno splendido scenario rinascimentale, il Salone Brunelleschi, corpo di fabbrica dello Spedale degli Innocenti in Piazza Santissima Annunziata a Firenze, progettato dall’omonimo architetto nel XV secolo.


Sotto il segno del Sagittario

Una giornata sotto il segno del Sagittario, la figura mitologica dello zodiaco rappresentata da metà uomo e metà cavallo, calzante a pennello con l’identità del vitigno principe chiantigiano, il Sangiovese, il cui vino si presenta in duplice identità: rude e un po’ snob.
Un vitigno dalle origini
contese tra Toscana e Romagna, il Sangiovese è il vitigno più diffuso in Italia, palesando le sue massime espressioni in Toscana, in Romagna ed in Umbria.
L’etimologia del nome pare derivi da Giove. Giove è il più grande dei nostri pianeti e governa il Sagittario, segno della giustizia, ed è proprio da Giove che deriva il nome Sangiovese, ovvero il Sangue di Giove (Sanguis Jovis).
Il sangiovese è il principe del Chianti, areale vasto e difforme per morfologia e clima.
Il Chianti Colli fiorentini è insignito dal titolo Vino di Firenze dal 2022, a ricordare che un tempo le vigne si trovavano a ridosso del centro storico.
Oggi all’interno della
città di Firenze, i produttori si contano sulle dita di una mano – “Villa Le Piazzole”, a
soli tre chilometri da Ponte Vecchio e “Vigna Michelangelo” ai piedi dell’omonimo Piazzale, proprietà acquisita da Donne Fittipaldi nel 2021 e che entrerà in produzione nel 2025.
Cambiano le cose nei dintorni della città, dove nei comuni
limitrofi aumentano gli ettari vitati ed il numero di produttori, un processo nella produzione vinicola che in Toscana sembra non fermarsi.
Sono circa 610 gli ettari
vitati nel Chianti Colli Fiorentini, in un’areale dalla morfologia e dal clima simili tra loro ed un’altitudine che varia dai 50 ai 350 m slm. L’esigenza di una suddivisione in sottozone del Chianti nasce già nel 1932, quando la Commissione Dalmasso – agronomo di fama internazionale nato alla fine dell’Ottocento – decreta il Chianti Colli Fiorentini territorio identitario e distintivo, sorte che ebbe anche il Chianti Classico con il medesimo decreto del 31 luglio 1932 che ne vide il suffisso Classico alla genericità del nome Chianti.


Il vino di Firenze

Il consorzio Chianti Colli Fiorentini è nato nel 1994 e a tutt’oggi è composto da 27 soci ed in sala Brunelleschi, in occasione dell’evento, erano presenti 13 aziende: Fattoria di Fiano di Certaldo, Fattorie Giannozzi di Barberino Tavarnelle, Poggio al Chiuso – Tavarnelle in Val di Pesa, Cantina Sociale Colli Fiorentini – Montespertoli, Castello di Poppiano Guicciardini – Montespertoli, Marzocco di PoppianoMontespertoli, Tenuta San Vito Montelupo Fiorentino – Fattoria San Michele a Torri – Scandicci, Castelvecchio – San Casciano in Val di Pesa, Azienda Agricola LanciolaImpruneta, Azienda Agricola La Querce – Impruneta, Azienda Agricola MalenchiniGrassina, Torre a Cona – Rignano sull’Arno.
Il territorio del Chianti Colli Fiorentini
coinvolge i comuni che abbracciano la città di Firenze da sud-ovest a sud-est da Montelupo Fiorentino fino a Fiesole passando per Lastra a Signa, Scandicci, Impruneta, Bagno a Ripoli, Rignano sull’Arno e Pontassieve, con tre propaggini che scendono verso sud e che comprendono rispettivamente ad ovest i comuni di Montespertoli, San Casciano in Val di Pesa, Tavarnelle Val di Pesa fino a Certaldo e Barberino Val d’Elsa; più ad est, Incisa e Figline Val d’Arno e all’estremo est una
stretta fascia di territorio da Pelago a Reggello.

La prova d’assaggio

In degustazione seduta con servizio dei sommelier FISAR, i 45 assaggi di vini rossi e 9 di Vinsanto hanno espresso come il Chianti Colli Fiorentini si stia ben muovendo nel mare magnum dell’areale del Chianti. L’annata 2022 ha generalmente soddisfatto con accenti tipici del vitigno: freschezza e tannini – talvolta un po’ irruenti – ed una complessità snella e piacevole.
Le annate precedenti – dalla 2016 alla 2019 – hanno
avuto momenti altalenanti: alcuni assaggi un po’ in fase discendente, altri ancora in buona vigorìa.
Presso i banchi di assaggio hanno spiccato il Canaiolo in purezza e gli
IGT che hanno innescato belle curiosità, facendosi notare per originalità e grande piacevolezza.
Il pubblico di appassionati e curiosi si è divertito davanti ai produttori
che non si sono tirati indietro nelle appassionate descrizioni dei vini e della propria azienda.
L’atmosfera si è arricchita con prodotti tipici e piatti della gastronomia
toscana, terminando con il tipico castagnaccio, il dolce di farina di castagne.
L’organizzazione a cura di Vetrina Toscana è stata, come sempre, impeccabile. E allora, buona vita al Vino di Firenze, l’oroscopo per il Sagittario vedrà bei cambiamenti per l’anno prossimo, in primis una grande franchezza, volta non solo alla produzione dei vini ma anche ad uno spirito di gruppo più intenso, nonostante il DNA toscano sembra da sempre esserne carente.

“Generazione vigneti”. Un progetto che cresce in tutta Italia

“Generazione vigneti”. Un progetto che cresce in tutta Italia

di Barbara Tedde – La quinta generazione di una famiglia storica toscana che porta il vino sulle tavole ormai da più di un secolo non è certo l’argomento più originale del mondo, ma di fatto è una vicenda che determina la storia enologica italiana, quella delle grandi famiglie che hanno la fortuna di avere sempre una prole che ripercorra le orme dei padri o delle madri accarezzando idee innovative, pur mantenendo la tradizione.
Un continuo passaggio di Testimone che Eduardo De Filippo, in riferimento alla nascita dei figli, avrebbe definito con: E adesso “nun moro cchiù”.

Una grande storia di famiglia

Il gruppo Piccini 1882 nasce con Angiolo Piccini in soli sette ettari di vigneti in quel di Valiano a Castelnuovo Berardenga, versante meridionale della zona del Chianti Classico ed undicesima UGA a fianco di Vagliagli.
Per chi non masticasse ancora bene il Chianti Classico, le UGA sono le Unità Geografiche Aggiuntive che dall’anno scorso sono entrate in scena per suddividere il territorio del Gallo Nero in varie sottozone.
Ad oggi la fattoria di Valiano, la casa di famiglia, si stende su 230 ettari di terreno dei quali 75 coltivati a vigneti.
Negli anni Sessanta la fattoria fu proprietà del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e nel 1995 Mario Piccini ne acquisisce la proprietà con in tasca il sogno di produrre vini destinati a tutto il mondo: ad oggi sono 230 mila le bottiglie che escono dalla cantina di Valiano, cantina inserita nel progetto Generazione Vigneti, ed il suo Chianti Classico Valiano 2020 porta a casa un tre bicchieri nella guida del Gambero Rosso 2023.

Michelangelo Piccini

Quando i Piccini crescono

“Generazione Vigneti” nasce nel 2023; una ventata di freschezza e di rinnovo con l’ambizioso progetto del gruppo Piccini 1882, che segna un passaggio di consegne significativo all’interno dell’azienda, con il pieno coinvolgimento dei tre figli di Mario Piccini, patron del gruppo: Michelangelo Piccini al timone delle tenute toscane di Fattoria di Valiano e Tenuta Moraia, insieme alle sorelle, Benedetta e Ginevra Piccini, a capo della tenuta siciliana di Torre Mora, alle pendici dell’Etna.
Una quinta generazione che persegue l’obiettivo di raccontare e valorizzare i terroir più preziosi del mondo del vino italiano.
La filosofia produttiva che ispira il lavoro in tutte le cinque tenute dell’azienda è quella di creare vini che riflettano il territorio d’origine rispettando l’espressività delle uve attraverso pratiche enologiche non invasive. In ogni tenuta lo scopo enologico è diverso e al contempo uguale, ovvero produrre vini identitari e di qualità, abbattendo così elementi pregiudizievoli da parte del consumatore che, sovente, associa l’etichetta Piccini alla grande distribuzione.

Ginevra Piccini

Il teorema del cinque

Del progetto “Generazione vigneti”, seguito dalla quinta generazione Piccini fanno parte cinque aziende.
Il “teorema del cinque” coinvolge oltre alla Fattoria di Valiano, le seguenti aziende: Tenuta Moraia che si trova in Maremma, a pochi chilometri da Gavorrano,160 ettari totali dei quali 60 vitati e coltivati prevalentemente a Vermentino e Sangiovese, oltre che Alicante, Syrah, Cabernet, Merlot e Chardonnay; Villa al Cortile, posta nel versante sud di Montalcino, si stende su 12 ettari di terreno, suddivisi in due aree distinte: 8 ettari situati a Montorsoli, la parte nord di Montalcino, e 4 ettari situati a Lavacchio, sulle pendici sud-occidentali
di Montalcino; Regio Cantina, situata alle falde del Monte Vulture – vulcano ormai spento – che si trova in Basilicata, precisamente a Venosa, in provincia di Potenza, dove sono coltivati 15 ettari di Aglianico per un totale di produzione di 70.000 bottiglie all’anno; infine, Torre Mora, ai piedi dell’Etna: tre vigneti situati rispettivamente nella Contrada Dafara Galluzzo a Rovittello, nella Contrada Alboretto – Chiuse del Signore nel comune di Linguaglossa e nella Contrada Moscamento, sempre a Rovittello. I vigneti, iscritti fra i beni Unesco, sono di: Nerello Mascalese, vitigno principe delle pendici del vulcano, Nerello Cappuccio che ne completa l’uvaggio nella produzione di Etna Doc, e il Carricante.

Benedetta Piccini

Gli assaggi

Vermentino Brut Tenuta Moraia – Maremma Toscana
Un metodo Charmat per niente scontato nella sua semplicità: profuma di frutti gialli come la pesca e la susina, è dolce l’olfatto ed il gusto è agrumato e sapido.

Ottimo per aperitivi e piatti di pesce; ha in sé la spensieratezza dell’estate con i suoi 12 gradi alcolici.

Tenuta Moraia – Albus maremma toscana bianco 2021 Riserva da uve vermentino
Chi dice Maremma dice vermentino, vitigno principe di una splendida terra. 13,5% gradi alcolici e non sentirli.
Gradevoli profumi agrumati, pesca bianca, erbe aromatiche e discreta sapidità, tutte caratteristiche tipiche del vitigno. E’ avvolgente ed equilibrato e mantiene una bella vibrazione acida anche post sorso.

Tenuta Moraia – Apricaia 2019
Da uve Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot, ed ecco che compare il taglio bordolese.

Elegante e pregiato fin da subito, confettura ai frutti di bosco, arancia in scorza, balsamicità da eucalipto ed elicriso. Buona la struttura in bocca, ricco e morbido in entrata, avvolgente ma non altezzoso, ottimo l’equilibrio di tannino e acidità. Bello ed elegante.

Della Fattoria di Valiano a Castelnuovo Berardenga: Vigna San Lazzaro Gran Selezione 2019 – Chianti Classico
Sangiovese in purezza da uve di un Cru. Profumi di ciliegia e marasca, sottobosco e pepe nero. Il sorso è complesso e ricco, lievemente ferroso e con tannini grintosi, frutti croccanti e rimandi boisé. Intrigante.

Torre Mora Metodo Classico Etna Rosé DOC 2018 – dosaggio zero
Stella nascente al Vinitaly 2023, dove ha fatto già strage di cuori. Appena 3 mila bottiglie prodotte, questo nerello mascalese in purezza da vendemmia 2018 sosta 48 mesi sui lieviti.

Un sorso che racchiude tutto il fascino della Sicilia da bere, quella dei salotti eleganti. Il colore accattivante rosa ramato, il profumo minerale e di pane fresco, rosa canina e fragolina affascinano fin da subito. Il gusto è vibrante e sapido, la bollicina è cremosa e solletica la beva. Il vulcano ed il mare che si congiungono creano un quadro dai tratti perfetti. Gustoso, energico ed elegante.

Torre Mora Scalunera – Etna Rosato 2022
Nerello mascalese in purezza, racchiude fragranti note di melograno e fragolina.

Il sorso è saporito e croccante ed il suo colore salmone affascina la vista. Ottimo compagno di viaggi enogastronomici sia di terra – carni bianche cotte in aromi, salumi, formaggi mediamente stagionati – che di mare. Goloso.

Consorzio tutela vini Friuli Colli Orientali e Ramandolo. La spada di Cividale del Friuli si immerge nel calice

Consorzio tutela vini Friuli Colli Orientali e Ramandolo. La spada di Cividale del Friuli si immerge nel calice

di Barbara Tedde – Presso l’Abbazia di Rosazzo – meraviglioso luogo di culto in essere dal 1100 d.C. – si respira aria di festa; sono presenti dal Presidente del Consorzio alle maggiori Cariche Istituzioni locali, e nessuno si esime dal lasciarsi andare a toni piacevolmente amichevoli.

La festa di compleanno del Consorzio all’abbazia di Rosazzo

Complici anche gli assaggi desueti che hanno destato lo stupore di palati meno moderni, dal Picolit, al Verdicchio e al Ramandolo che hanno aperto le danze inaspettatamente – no, nessuna bollicina per iniziare, qui si parte col dolce botto! – ed un sottofondo di disco-music anni Novanta.
Un teatro di unica bellezza, dalla terrazza
tergale si gode di un panorama unico al mondo. L’Abbazzia è circondata da un gran numero di roseti piantati nel 1998: qui sono presenti tutte le più importanti famiglie di rose antiche (gallica, alba, damascena, centifoglia, noisette, bourbon, cinese, whicuraiana ecc) oltre a diversi rosai moderni.


Le nubi gonfie e plumbee rendono l’atmosfera ancora più bella, le colline sottostanti alla terrazza,
dove risaltano lunghissimi tavoli già apparecchiati, appaiono come una moquette verde smeraldo. La cena eseguita da quattro mani stellate ha regalato momenti unici, piatti attraverso i quali viene raccontato un territorio, spaziando dall’entroterra al mare. Mani preziose di Emanuele Scarello del “Agli Amici di Udine” e di Matteo Metullio dell’ “Harry’s Piccolo” hanno sottolineato il carattere Friulano, caparbio e perfezionista che neanche una tempesta improvvisa ha saputo interrompere.
Si inizia con una seppia, il suo nero ed una salsa verde, un delizioso toast di scampi e
faraona, maionese al wasabi e misticanza asiatica. Il temporale cade proprio col risotto cotto in gazpacho, caviale, caprino e lime, ma il via vai per ripararsi non ostacola la perfezione del piatto – soprattutto la cottura del riso! -. Ne segue il capretto dei Colli Orientali del Friuli con albicocca e melanzana, concludendo con le complessità parallele preparate con cioccolato, piccoli frutti e olivello spinoso – pianta di origine asiatiche ricca di vitamina C – . Delizia e gioia al palato, oltre che punto di equilibrio nel piatto, tanto da sembrare una scultura moderna. Una cena memorabile che non passerà inosservata, le candeline spente sul cinquantesimo dei Colli Orientali rimarranno sicuramente nella storia.


In degustazione innumerevoli etichette, molte delle quali assaggiate durante la cena. Eccone solo
alcune: Ramandolo di CaFelice, Nojar Rosazzo di Colutta, Schioppettino di Prepotto ed il Rosso Riserva 2020 di Sergio Pitticco, il Conte d’Attimis-Maniago con il Pignolo, La Chiusa con il Rosso del Torrione, Myò di Annalisa Zorzetting con il Pignolo, Refosco dal Peduncolo rosso di Rodaro, il Suvignon di Comelli, Roberto Scubla con il suo Rosso Scuro, il Refosco di Faedis, Valerio Marinig con lo Schioppettino di Prepotto ed il suo Biel Cur, il Picolit di Valentino Butussi, il Refosco di Faedis De Luca, il Friulano Scarbolo di Sergio Scarbolo, il Refosco dal Peduncolo rosso di Giovanni Dri, la linea di Valle San Blas con la ribolla gialla di Rosazzo, La Viarte con lo Schioppettino di Prepotto riserva 2013, il Gramogliano 2020 di Canus, Pizzulin Denis ed il suo Schioppettino di Prepotto, Bastianich con il sauvignon, Tunella con Biancosesto, Fedele con il Sauvignon, Stroppolatini con il Bianco Colle di Giano, La Sclusa con il Sauvignon, Perusini con il Pinot Grigio, Grilloiole con il Sauvignon blanc, Ca’ Lovisotto con la ribolla gialla, Marina Danieli con il Pinot Grigio, Rocca Bernarda con il Pinot Grigio, Alturis edil suo Friulano, Marina Danieli con lo schioppettino e la ribolla gialla, Felluga – pioniere di Rosazzo e conosciuto in tutto il mondo – con la sua ribolla gialla e Abbazia di Rosazzo, Gigante con il Pinot grigio.
Ed ancora una passerella infinita di Picolit e di Ramandolo: Sarebbero stati necessari più nasi e più bocche in una sola testa per poter arrivare in fondo alla grande lista di vini; perciò, prendersi sempre più tempo per gli assaggi di quello previsto è il consiglio che mi sento di dare.

Una lingua per tutti – La tasting academy

Il vino ed i suoi accenti, ed ogni uva parla in modo diverso a seconda delle zone. Così come gli uomini, ogni vino è espressione unica, una goccia divina che è importante cogliere in ogni calice.
La Testing Academy finalizza gli assaggi ad una visione che va oltre, un po’ come gli ultrasuoni, impercettibili all’orecchio umano ma che penetrano nella pelle apportando benefici.
Le
degustazioni organizzate dalla Testing Academy sono Indirizzate a tutti, agli operatori di settore ma anche agli appassionati. I profani sono sempre ammessi, basta che siano pronti ad assaggiare, assaggiare ed ancora assaggiare. Un modo ed un mondo affascinante e diverso di approcciarsi al vino, tenendo a mente che l’aspetto evolutivo, soprattutto quando si tratta di bianchi, può portare a sorprese di ogni tipo.


La Testing Academy nasce nel 2019 e si avvale di studi e monitoraggi che vengono effettuati da
vent’anni sul territorio. Una montagna di dati utili al fine di raccontare i vini.
“Il vino è il tramite di quello che possiamo raccontare della terra, il vino è il collante che mette insieme le persone, un’esperienza unica, un luogo dove scoprire la soggettività dell’assaggio che deve rimanere sacrosanto”. – Matteo Bellotto –
Ed è qui, presso il Consorzio a Corno di Rosazzo che si svolgono questi incontri: una sala all’interno della Villa settecentesca Nachini – Cabassi con un grande schermo e postazioni che arrivano ad ospitare 30 persone. In degustazione 32 vini per capire gli accenti dei vini, capaci di raccontare la terra dove affondano le radici della pianta.
Un’ esperienza destinata a tutti coloro che vogliono approfondire il linguaggio del vino – per gli operatori di settore è gratuito, mentre per gli appassionati il costo è di 1 euro ad assaggio -. La sede è aperta tutti i giorni su prenotazione, facilmente effettuabile attraverso il sito del Consorzio Friuli Colli Orientali e Ramandolo.


Calici in alto sul ponte del diavolo

E’ Cividale del Friuli la capitale della denominazione dei Colli Orientali, tant’è che il logo del Consorzio in nuova veste rappresenta la spada – simbolo cividalese – la cui lama affonda in un bel calice.
Nel paese non potevano mancare i festeggiamenti con un gremito pubblico che si è
riversato sul Ponte del Diavolo, accolto da sommelier che non si peritavano a riempire ogni calice.
Il Ponte del Diavolo unisce le due sponde di Cividale e la sua storia è accompagnata da una leggenda – in Italia ci sono diversi Ponti del Diavolo accompagnati da egual storia, frutto di ardite fantasie medievali – .
Cividale del Friuli fu fondata da Giulio Cesare con il nome di Forum Iulii, da cui viene il nome Friuli, nel 568 d.C. Cividale divenne sede del primo ducato longobardo in Italia e in seguito, per alcuni secoli, residenza dei Patriarchi di Aquileia. Questo patrimonio storico e artistico è stato riconosciuto dall’UNESCO.
ll ponte del Diavolo è uno dei simboli di Cividale del Friuli. Le due sponde erano unite,
almeno dal Duecento, da un passaggio in legno, sostituito dopo diversi tentativi inconcludenti dal manufatto in pietra progettato da lacopo Dugaro da Bissone, che ne iniziò la costruzione l’anno 1442. I lavori, lenti e contrastati da avversità di varia natura, proseguirono cinque anni dopo sotto la guida di Erardo (o Everardo) da Villaco, già collaboratore del Dugaro, che forse era morto di peste o, secondo altre versioni, si era defilato senza onorare interamente i suoi obblighi contrattuali. Deceduto il capomastro Erardo, era Bartolomeo delle Cisterne a ultimare l’agognato ponte, che in base ad un atto notarile sappiamo essere stato lastricato nel 1501 ed ancora nel 1558. Le sue estremità erano difese da torri, abbattute verso la seconda metà del secolo scorso.
Lavori di restauro si sono succeduti nel tempo per mantenere in piena efficienza ‘indispensabile passaggio, che doveva sopportare le piene impetuose del fiume. Nel 1843, durante i lavori di rinforzo del pilastro centrale, vennero rinvenuti due importanti cippi di epoca romana, ora in Museo. (Testi tratti dalla guida Storico Artistica di Claudio Mattaloni ) 
A Cividale, proprio sul fiume Natisone, si possono fare percorsi con la canoa ed approfittarne per un tuffo nelle acque cristalline durante le giornate più afose; altrimenti, per i più pigri, non mancano le panchine dove sostare e godere del paesaggio. I luoghi di ristoro sono vari e tutti di alto livello, menù che spaziano da piatti tipici come il frico con patate, gli gnocchi di susine, il goulash, la polenta sempre in accompagno e per finire gli strucchi e la gubana, dolci tipici ghiotti da inzuppare nella grappa a discrezione, fino a menù dal sapore più mediterraneo, a base di verdure e formaggi freschi.


Villa Romano – Il pranzo a casa Rodaro: wines love

“Il verde che circonda la mia vita è merito di mio marito. chi avrebbe mai pensato di incontrare, in quel giorno del 2012, un uomo così autentico, un uomo, che incuriosito, potesse bussare allo sportello della mia auto ed invitarmi a bere un caffè?” – E’ l’inizio della storia d’amore tra Lara Boldarino e Paolo Rodaro, lei esplosiva, capelli rosso ramato, occhi azzurri, bellissima ed innamorata. Lui ha un carattere deciso, ama la vita e ha gi occhi vivaci, la sua introversa esuberanza – ossimoro ma è così – rappresenta la sesta generazione della sua famiglia, vignaioli di Spessa.

Aprono le porte della casa dove vivono, una splendida Villa del XVI secolo dominante su una delle
più belle colline della località di Spessa. Paolo produce vino solo con le sue uve, lo fa con un’attenzione maniacale: vuole sperimentare sempre e lo fa con tutte le sue forze, da buon friulano. Il pranzo da Rodaro è così bello e conviviale che sembra di vivere una scena de “il pranzo di Babette”: le sale sono affrescate per mano di Jacun Pitor, pittore e burattinaio viandante che nel 1911 barattò la sua arte in cambio di vitto e alloggio da parte del Conte Romano, all’epoca proprietario della Villa. Le immagini ritraggono scenari tra il sacro ed il profano ed è proprio sotto gli occhi dei volti naif che si condividono vini e piatti tipici. La tavola è imbandita di Polenta, pane e grissini, ciotoline con il Pestat di Fagagna – lardo macinato con spezie da spalmare sul pane o polenta, i nervetti conditi, le polpettine di carne, formaggi e salumi locali, la trota iridea affumicata, la frittata con erbe selvatiche, il frico con patate, la pasta fresca alle erbe condita con burro e ricotta affumicata – i Cjarsons. E poi non poteva mancare la Gubana, dolce tipico da accompagnare con la Sligowitz – acquavite di prugna. In accompagno i vini dei produttori presenti, più di dodici e con etichette diverse. Da ricordare: il refosco dal peduncolo rosso Rodaro, la ribolla gialla Rodaro, il M.C. Pas Dosé Rodaro, Il Friulano del Castello Sant’Anna, lo Schioppettino di Faibani.


Valdichiarò – Un sabato con il pranzo della domenica

Non è domenica ma ne ha tutta l’aria. L’Azienda Valchiarò apre le porte insieme ai colleghi nella zona di Torreano a pochi minuti di auto da Cividale. L’ospitalità è fatta di sguardi, sì, ma non è possibile distogliere la vista dal meraviglioso ed immenso braciere sopra il quale poggiano carni succulente di ogni tipo. Al lato un grande tavolo con frico e polenta già ordinati e tagliati, ed i volontari del Consorzio a preparare e servire il tutto. Sembra di essere in osteria, tanti gli assaggi dei vini posati sopra un carretto all’interno della cantina Valchiarò, con immensi sguardi dei produttori che si prodigano a soddisfare i palati di ogni avventore. Come in una festa della domenica ognuno fa assaggiare i propri prodotti, come fossimo i parenti lontani, quelli che si vedono solo per le feste.
Valchiarò apre le porte della sua cantina con botti e barrique, facendo assaggiare le etichette di Refosco dal peduncolo rosso, il Nexus Friulano 2021 oltre che il Pinot Grigio. Presenti anche il M.C. Ribolla Gialla dell’azienda Guerra Albano Giuliet ed il suo inedito Pinot Nero, il Pinot bianco 2022 di Jacùss, l’Esplosivo di Tralci di Vite, giovani produttori dalle idee enologiche già ben chiare. E poi la convivialità del momento, tutti in sala degustazione con davanti ad un piatto di carni alla brace e polenta, trasformano un sabato qualunque in una domenica come in famiglia.

I Colli Orientali sono un luogo di cultura e di benessere per il corpo e per lo spirito, e per chi ha voglia di sperimentarsi viticultore non mancano le aziende pronte all’accoglienza per il periodo della vendemmia. Tutte le informazioni a riguardo sono consultabili sul sito del Consorzio Friuli Colli Orientali e Ramandolo.
Per poter godere appieno di ogni azienda, è consigliabile prendersi del tempo e non avere fretta. Si possono gustare vini e specialità gastronomiche togliendo l’orologio, senza correre. I Colli Orientali, oltre ad essere famosi per i vini bianchi, hanno da raccontare molto, molto di più.