Mag 3, 2025 | Enogastronomia
Il 2024 è stato l’anno della consacrazione del turismo geotermico, una forma di viaggio che unisce natura, benessere e sostenibilità.
Dalle terme naturali immerse nei boschi alle piscine vulcaniche affacciate sul mare, sempre più viaggiatori hanno scelto mete legate alle fonti geotermiche, attratti da un’esperienza che rigenera corpo e mente, a contatto diretto con la terra che respira.

Fumarole
Cos’è il turismo geotermico?
Il turismo geotermico si basa sulla fruizione turistica di luoghi in cui il calore del sottosuolo dà vita a sorgenti termali, geyser, fanghi e vapori naturali.
Non si tratta solo di benessere termale, ma di un viaggio esperienziale in ambienti unici, spesso ancora poco battuti dal turismo di massa.
Il successo del turismo geotermico nel 2024 si spiega con diversi fattori: è un’esperienza autentica e immersiva nella natura; promuove la sostenibilità ambientale dato che molte strutture sono a impatto zero; alta instagrammabilità per i paesaggi mozzafiato e le location esclusive; ottimo per la destagionalizzazione dato che è meta ideale anche in autunno e inverno

fumarole
Le mete più gettonate nel 2024 nel mondo
Il turismo geotermico si conferma una realtà consolidata ed anzi in continua crescita. Ecco alcune delle destinazioni geotermiche più richieste nel 2024:
Islanda, il regno del vapore
L’Islanda si conferma al top per chi cerca esperienze termali in contesti paesaggistici mozzafiato.
La Blue Lagoon, con le sue acque lattiginose ricche di silice, è una delle spa naturali più fotografate al mondo.
Altre gemme da scoprire sono le hot springs di Reykjadalur, dove si cammina tra fumarole per immergersi in fiumi termali, e l’area geotermica di Hverir, tra fango bollente e paesaggi lunari.
Azzorre, benessere nell’Atlantico
L’arcipelago portoghese delle Azzorre è la nuova meta top per il turismo slow.
A Furnas, sull’isola di São Miguel, è possibile immergersi in laghi termali, assaporare la cucina geotermica (come il cozido cotto nel vapore del terreno) e dormire in lodge immersi nel verde tra fonti sulfuree e geyser.
Giappone, onsen experience
Il Giappone ha fatto del turismo geotermico una vera arte.
Gli onsen, bagni termali pubblici o privati, si trovano in ogni angolo del paese. Nel 2024, le località più visitate sono state Beppu, famosa per i suoi “inferni” termali colorati, e Kusatsu, immersa tra le Alpi giapponesi, dove l’acqua termale scorre tra i villaggi di legno.
Nuova Zelanda, geotermia e cultura Maori
La città di Rotorua, nell’Isola del Nord, è un concentrato di attività geotermiche.
Qui si trovano geyser attivi, pozze termali multicolore, fanghi bollenti e centri termali che integrano trattamenti con riti Maori. Un’esperienza che fonde spiritualità, benessere e natura selvaggia.
Stati Uniti d’America, esperienze geotermiche in chiave outdoor
Anche negli Stati Uniti il 2024 ha visto una riscoperta delle terme naturali, soprattutto nel West.
Le Hot Springs dell’Arkansas, i bagni termali in mezzo al deserto del Nevada e le pozze naturali del Colorado sono diventate tappe imperdibili per chi cerca relax fuori dagli schemi, spesso in modalità wild.
Albania, il segreto delle terme di Benjë
Nel sud dell’Albania, vicino a Përmet, le terme di Benjë stanno diventando un piccolo culto tra gli amanti dei viaggi alternativi. Vasche naturali d’acqua calda sorgono accanto a un ponte ottomano in pietra, immerse in un canyon scenografico. L’accesso è gratuito, il panorama è da favola e il turismo è ancora autentico.
Turchia, oltre Pamukkale
Oltre alla famosa terrazza di travertino di Pamukkale, la Turchia offre vere gemme geotermiche poco note come Akyaka e Kızıldere, dove l’acqua calda affiora dal suolo tra paesaggi rurali.
Qui le terme si uniscono alla cucina mediterranea e all’ospitalità turca, per un’esperienza rilassante e accessibile.
Georgia, Tbilisi tra sorgenti calde e cultura antica
La capitale della Georgia, Tbilisi, è celebre per i suoi bagni sulfurei nel quartiere di Abanotubani.
Le cupole di mattoni nascondono stanze antiche con piscine calde naturali, frequentate fin dall’epoca persiana.
Oggi sono il cuore pulsante di una città che fonde Oriente e Occidente, tra relax, design e vino locale.

paesaggio geotermico
Le mete più gettonate nel 2024 in Italia
In Italia il turismo geotermico è anche storia e cultura.
Un discorso a parte a seguire lo merita la Toscana con la zona tra Saturnia, Bagni San Filippo e il Parco delle Biancane che offre cascate calde a cielo aperto, vasche di travertino e vapori sulfurei tra i boschi.
In Campania famosi i Campi Flegrei, Pozzuoli e l’isola di Ischia che offrono un mix unico tra terme naturali, fumarole marine e trattamenti termali con vista.
Spostandosi in Sicilia ecco le terme di Vulcano e i fanghi caldi di Sciacca ad offrire esperienze uniche tra paesaggi vulcanici e acque marine.
In Sardegna, a Fordongianus sono invece le antiche terme romane che si fondono con strutture moderne, valorizzando le fonti sulfuree locali.

fumarole
La Toscana, regina mondiale della geotermia
I dati di Enel Green Power per quello che riguarda la Toscana registrano oltre 60mila accessi ai territori geotermici, la cui peculiarità sta diventando sempre di più un’attrazione turistica e culturale per scuole, gruppi, turisti e visitatori provenienti dall’Italia e da molte parti del mondo.
Il Museo della Geotermia di Larderello e il pozzo dimostrativo ha infatti sfiora le 30mila visite annue, mentre il Parco delle Biancane e il Museo MuBia nel territorio comunale di Monterotondo Marittimo hanno registrato più di 16mila accessi.
Circa 6mila gli accessi al Parco delle Fumarole di Sasso Pisano, nel comune di Castelnuovo Val di Cecina, alle manifestazioni naturali di San Federigo e altre diffuse nelle terre geotermiche tra le province di Pisa, Grosseto e Siena, nonché al percorso del trekking geotermico che collega le Fumarole alle Biancane.
A queste si aggiungono le circa 1.500 visite guidate alla centrale di Valle Secolo, la più grande centrale geotermica d’Europa con i suoi 120 MW di potenza installata, e le 6.500 presenze al percorso turistico degli impianti di Bagnore 3 e Bagnore 4 in Amiata, oltre ad alcune migliaia di partecipanti agli eventi dei 120 anni della geotermia promossi da Enel Green Power, istituzioni e associazioni, tra cui il Festival delle Colline Geotermiche e il Parco nazionale delle Colline Metallifere – Tuscan Mining Unesco Global Geopark, nelle aree geotermiche di Toscana, per un totale che supera ampiamente le 60mila presenze.

Quelle cinque lampadine del 1904
Il 4 luglio 2024 la geotermia toscana ha celebrato una vicenda passata che però non è il passato, perché questa storia di talento e di innovazione prosegue ancora oggi – con un processo tecnologico e ambientale di innovazione continua che vede 916 MW di potenza installata e quasi 6 miliardi di KWh prodotti annualmente in Toscana –, esattamente 120 anni dopo dal giorno in cui, il 4 luglio 1904, il Principe Ginori Conti accese le prime cinque lampadine grazie al vapore contenuto nel cuore della Terra. La ricorrenza è stata celebrata con molte importanti iniziative importanti nel corso dell’anno passato.
Del resto, quel 4 luglio 1904 in cui il Principe Ginori Conti, con un semplice generatore costituito da una dinamo alimentata dal calore geotermico, riuscì ad accendere le prime cinque lampadine producendo elettricità dal calore della terra per la prima volta nella storia dell’umanità, è la tappa di una grande storia toscana che affonda le proprie radici negli usi termali degli etruschi e dei romani, prosegue nel corso dei secoli con l’inizio dell’attività industriale nel corso dell’800 per gli usi chimici, ad opera del Conte De Larderel, e trova il suo compimento con l’avventura elettrica nel Novecento fino al presente in cui il know how di Enel Green Power sviluppato in Toscana fa scuola in Italia e nel mondo per la coltivazione geotermica e lo sviluppo sostenibile di questa energia rinnovabile dal grande fascino, con un’attenzione specifica agli standard ambientali e all’innovazione tecnologica. Il Museo della Geotermia di Larderello, nelle sue sale interattive al piano terra, custodisce copia del prototipo della macchina con cui il Principe Ginori Conti accese le prime lampadine e, nell’ala monumentale del primo piano, dove si trova la ricostruzione dell’antica abitazione del Conte De Larderel e poi dei suoi eredi, è conservato anche il bastone con cui si narra che il Principe misurasse la potenza dei pozzi, in base a quanto il getto di vapore uscente dalla nuova perforazione sollevasse il bastone stesso. Per l’occasione, ieri, Enel Green Power ha esposto sulla facciata del Palazzo del Museo della Geotermia la grande effigie dell’esperimento del Principe Ginori Conti del 4 luglio 1904.

Re Carlo III parla di geotermia al Parlamento italiano
Il 4 luglio 2024 la geotermia toscana ha celebrato una vicenda passata che però non è il passato, p
Una realtà storica di successo e di eccellenza, in continua fase creativa, che anche Re Carlo III, nella sua visita di Stato in Italia con la regina Camilla, ha citato nel suo intervento al Parlamento italiano: “è profondamente incoraggiante vedere i nostri due Paesi lavorare insieme per contrastare la perdita di biodiversità e ridurre le emissioni. Non posso che plaudire agli imprenditori italiani per i loro successi pionieristici, dalla prima centrale geotermica al mondo alla prima installazione di contatori intelligenti a livello nazionale” ha detto il Sovrano britannico tra gli applausi dei parlamentari.
Mag 2, 2025 | Enogastronomia
Giunta alla 12esima edizione, Slow Fish 2025 approda al Porto Antico di Genova dall’8 all’11 maggio per celebrare il ventennale dalla prima edizione.
Organizzata da Slow Food Italia, la manifestazione della Chiocciola dedicata agli ecosistemi acquatici è un punto di riferimento immancabile per la diffusione della cultura marinara e delle tradizioni gastronomiche delle comunità della piccola pesca.
A Slow Fish si impara, si conosce, si scopre, si assaggia, grazie all’incontro con pescatori di tutta Italia, ma anche con produttori di olio extravergine e di vino, con cuochi ed esperti, che permettono di saperne di più sulle specie ittiche, sull’agricoltura e la cucina delle coste, e di fare esperienze gastronomiche uniche. Immancabili le attività ludiche pensate per i più piccoli e le famiglie, in collaborazione con l’Acquario di Genova e l’Acquario di Livorno, per esplorare il misterioso mondo delle specie acquatiche e l’affascinante relazione che lega il mare alle comunità costiere.

I temi di Slow Fish 2025
Tra i temi di questa edizione, il futuro del mestiere del pescatore e il ruolo dei giovani, gli unici in grado di reinventare questa professione e di renderla più sostenibile e competitiva, portando idee nuove, innovazioni tecnologiche e una maggiore attenzione all’ambiente.
Un focus importante sarà sulla mitilicoltura, una forma di acquacoltura amica dell’ambiente, ma messa a dura prova dalla crisi climatica e dal riscaldamento delle acque.
Centrale anche la testimonianza di chi, tra le comunità di pescatori, trasformatori e cuochi, sta cercando di reinventare una filiera intorno alle specie aliene che hanno cambiato la costellazione dei pesci autoctoni.
Torna sulle tavole di Slow Fish il tonno rosso – ma solo quello proveniente dalla penisola del Sulcis, in Sardegna, dove si pratica una pesca selettiva e controllata. Dall’isola sarda arriva anche il nuovo Presidio della bottarga di Cabras, che nasce ufficialmente proprio a Slow Fish. E ancora, uno sguardo alle tradizioni di pesca e gastronomiche che hanno per protagoniste specie di acqua dolce e salmastra, dal lago Maggiore al Delta del Po fino al Lago di Nemi, in Lazio, e tanti altri…
Slow Fish sarà anche occasione di riflessione sulla rigenerazione delle città costiere attraverso politiche del cibo innovative, e su forme di turismo slow, attente al territorio e sostenibili.

Quattro giorni all’insegna del gusto
In calendario un ricco programma di showcooking, incontri, Laboratori del Gusto e Appuntamenti a Tavola, che coinvolgono pescatori della rete e produttori di olio, insieme ai cuochi dell’Alleanza Slow Food.
Torna l’area dedicata a Food Truck e birre artigianali, per assaggiare le tante proposte dello street food all’italiana.
Come da tradizione, a Genova, la banchina del Porto Antico è animata dagli stand istituzionali e dei partner, dove incontrare, degustare e approfondire: dallo spazio del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste a Casa Slow Food, fino agli stand delle Regioni, a partire dalla Liguria, per concludere con i main partner che aprono le loro porte al pubblico.

Il mercato
Pesci, conserve, sali, spezie e oli extravergini e poi ancora erbe officinali e aromatiche, riso, frutta e ortaggi, vini e oli costieri: il Mercato di Slow Fish, quest’anno ospitato in Piazza delle Feste, con le sue bancarelle e gli stand di moltissime Regioni, espone il meglio dei prodotti della pesca e dell’agricoltura costiera.
Un’occasione unica per incontrare produttori straordinari provenienti da tutta Italia, assaggiare e acquistare i loro prodotti e imparare a conoscerne caratteristiche e storia. Protagonisti i Presìdi Slow Food che tutelano la ricchezza di biodiversità dell’ecosistema costiero, dai prodotti ittici e le tecniche di pesca al patrimonio viticolo e olivicolo.

Il piatto di Slow Fish
A partire dalla fine di aprile sono decine i locali dell’Alleanza Slow Food dei cuochi e i ristoranti segnalati nella guida alle Osterie d’Italia di Slow Food Editore in tutta la Liguria che propongono Il piatto di Slow Fish per promuovere la conoscenza della cultura gastronomica marinara e il consumo consapevole delle risorse ittiche.
Apr 30, 2025 | Enogastronomia
In un’epoca in cui le madrine degli eventi sono spesso volti noti dello spettacolo o dei social, Pertosa, comune in provincia di Salerno, sorprende tutti scegliendo come testimonial della 28esima edizione della “Sagra del Carciofo Bianco” una figura autentica e profondamente radicata nel territorio: nonna
Clementina Caggiano, 101 anni e mezzo, esempio di longevità e memoria collettiva.

La signora Clementina
Una madrina centenaria
Sarà proprio lei, con il suo passo lento ma sicuro, a tagliare il nastro dell’atteso evento enogastronomico, che animerà i fine settimana dal 2 al 4 e dal 9 all’11 maggio.
Un gesto semplice, ma carico di significati: omaggio a una donna che incarna l’identità più genuina di Pertosa, e insieme celebrazione di un prodotto che di quella stessa identità è simbolo: il carciofo bianco.
La scelta di nonna Clementina non è casuale. Nata il 5 novembre 1923, la sua storia si intreccia con quella del paese: ha cresciuto figli e nipoti, ha lavorato nei campi, ha tramandato ricette e tradizioni. La sua longevità, si potrebbe dire, è figlia dello stesso terreno fertile che dà vita al carciofo: aria buona, cucina sana, senso di comunità.
“Clementina è la forza e la memoria dell’identità della nostra comunità” – dichiara il sindaco di Pertosa, Domenico Barba – Oggi, quella memoria cammina ancora tra le vie di Pertosa, sorridente e fiera, pronta a inaugurare una festa che non è solo gastronomia, ma racconto collettivo, radici, orgoglio locale.
Con lei, la sagra si fa ancora più vera: non vetrina, ma specchio del paese. Non marketing, ma cultura viva. E forse proprio in questa autenticità, nella scelta di una madrina che è madre, nonna e simbolo, sta il segreto della longevità di una manifestazione che, come nonna Clementina, ha ancora tanto da dire.

Petrosa, il Carso del sud
Pertosa è un paese con poco più di 600 abitanti, 70 chilometri a sud di Salerno nota per le sue grotte: straordinarie cavità naturali nate in seguito a fenomeni carsici, risalenti a oltre trentacinque milioni di anni fa.
Abitate fin dall’età della pietra, le grotte di Pertosa si sviluppano per oltre 2.500 metri con caverne e gallerie imponenti attraversate da corsi d’acqua navigabili tra stalattiti e stalagmiti: sicuramente uno dei luoghi più suggestivi del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano.
Ma Pertosa – con i comuni limitrofi di Auletta, Caggiano e Salvitelle – custodisce un altro unicum di biodiversità.
Qui si coltiva una varietà di carciofi fra le più insolite della penisola: il carciofo bianco di Pertosa o del basso Tanagro, il fiume che attraversa tutta la zona di coltivazione, posta fra i 300 e i 700 metri sul livello del mare.

Il carciofo bianco. Foto robertacanu per depositphotos
Bianco e senza spine
Questa varietà pregiata, priva di spine e coltivata in piccoli appezzamenti familiari, è frutto di un’agricoltura lenta e sapiente, lontana dalle logiche dell’industria.
Lavorato rigorosamente a mano, il carciofo bianco di Pertosa rappresenta un’eccellenza del parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano, Alburni e della valle del fiume Tanagro, oggi più che mai al centro di un percorso di riscoperta e valorizzazione.
Il nome stesso esprime la sua caratteristica più evidente: è un carciofo di colore chiarissimo, verde tenue, bianco argenteo. Le infiorescenze sono grandi, rotonde, globose, senza spine, con un caratteristico foro alla sommità.
Le particolarità del Bianco di Pertosa sono numerose, ma su tutte vanno segnalate la resistenza alle basse temperature, la colorazione tenue (un verdolino chiaro, quasi bianco), la dolcezza e la straordinaria delicatezza delle brattee interne. Caratteristiche che lo rendono un ottimo carciofo da mangiare crudo, magari in pinzimonio con l’olio extravergine di oliva della zona. Ideale matrimonio gastronomico che unisce anche le due principali vocazioni agricole dell’area: i minuscoli campi di carciofi (quasi sempre di poche centinaia di metri quadri), infatti, tradizionalmente si alternano agli olivi.
Ad oggi pochi ettari sono destinati al carciofo bianco, divisi fra contadini che coltivano perlopiù per il consumo familiare in piccoli appezzamenti ai bordi dei campi.
Una realtà produttiva marginale quindi, eppure le potenzialità di questo prodotto sono straordinarie. Le rare qualità organolettiche, unite alla sua salubrità (la coltivazione, se pure priva di certificazione, è assolutamente naturale, non prevedendo né trattamenti, né concimi chimici), fanno del carciofo Bianco un possibile traino per tutta l’economia agricola della zona.
L’obiettivo è di ritrovare un mercato per questo prodotto, coinvolgendo innanzitutto la ristorazione locale e la sagra è il primo passo per farla conoscere fuori dalla zona.
Dato che questo carciofo è eccellente sott’olio, a Pertosa alcuni produttori hanno avviato la trasformazione dei carciofini in olio extravergine di oliva Dop Colline Salernitane.
Apr 30, 2025 | Enogastronomia
Il Primo Maggio cade di giovedì quest’anno. Ciò significa che aggiungendo un solo giorno di ferie o magari anche due, è possibile avere un piacevole weekend lungo per visitare luoghi vecchi e nuovi: ma quali sono quelli più gettonati quest’anno?
Holidu, portale di prenotazione di case e appartamenti vacanza tra i più rilevanti d’Europa, ha realizzato la classifica delle top 30 destinazioni più amate dagli italiani per il ponte del primo maggio, indicando, inoltre, anche il prezzo medio delle case vacanze per ciascuna località.
Le top ten destinazioni degli italiani
1 Roma, Lazio
2 Barcellona, Spagna
3 Napoli, Campania
4 Parigi, Francia
5 Bari, Puglia
6 Nizza, Francia
7 Castiglione della Pescaia, Toscana
8 Copenaghen
9 Londra
10 Porto San Giorgio

Città del Vaticano, al centro del mondo. Città del Vaticano – credits Jae Park via Unsplash
Italia batte estero
Anche per il primo maggio 2025 si conferma la preferenza degli italiani per le mete nostrane: 20 località italiane contro 10 estere compongono la top 30 delle destinazioni più ambite.
A differenza dello scorso anno (dove al primo posto di trovava Barcellona), è Roma a conquistare il primo posto con un prezzo medio di 249 euro a notte per persona.
La Città Eterna, in questi giorni attraversata da un’atmosfera intensa e raccolta per la scomparsa di Papa Francesco, e attualmente in atmosfera pre-conclave (il quale avrà inizio il 7 maggio), si conferma centro nevralgico non solo spirituale ma anche turistico.
Seguono Barcellona e Napoli, completando un podio a forte presenza italiana. Parigi e Bari occupano rispettivamente la quarta e quinta posizione.
Completano la top 10 Nizza (6ª), Castiglione della Pescaia (7ª), Copenaghen (8ª), Londra (9ª) e Porto San Giorgio, nelle Marche, al decimo posto.
Nella prima metà della classifica troviamo anche Torino, undicesima, e Arezzo, dodicesima, entrambe località italiane molto apprezzate.
Vienna si colloca in tredicesima posizione, seguita da Varazze e Levanto, rispettivamente quattordicesima e quindicesima, entrambe in Liguria.

Napoli. credits Danilo D-agostino via Unsplash
Toscana regina delle regioni, segue la Liguria
La Toscana domina la classifica con quattro località presenti nella top 30: Castiglione della Pescaia (7ª), Arezzo (12ª), Marina di Campo (16ª) e Firenze (17ª).
La Liguria segue con tre presenze: Varazze (14ª), Levanto (15ª) e La Spezia (22ª).
Con due località ciascuna troviamo il Trentino-Alto Adige, rappresentato da Brunico (21ª) e Arco
(26ª); il Veneto, con Peschiera del Garda (24ª) e Garda (29ª); e le Marche, con Porto
San Giorgio (10ª) e Porto Recanati (23ª).
Le regioni con una sola località in classifica sono il Lazio, con Roma al primo posto; la Campania, con Napoli al terzo; la Puglia, con Bari in quinta posizione; il Piemonte, con Torino all’undicesimo posto; la Sardegna, rappresentata da Villasimius in ventesima posizione; l’Umbria, con Assisi (27ª); e la Sicilia, con Palermo al trentesimo posto.

Barcellona, credits Amal Bourkhis via Unsplash
Francia e Spagna dominano tra le località oltreconfine
Tra le destinazioni estere presenti nella top 30, spiccano Francia e Spagna, entrambe con tre località ciascuna.
La Francia è rappresentata da Parigi (4ª), Nizza (6ª) e Ramatuelle (18ª), quest’ultima anche la meta più costosa in assoluto dell’intera classifica.
La Spagna si conferma molto amata con Barcellona (2ª), Palma di Maiorca (19ª) e Valencia (28ª), a dimostrazione del fascino costante delle sue città e località balneari.
Completano il panorama internazionale Vienna (Austria, 13ª), Marrakech (Marocco, 25ª) — la più economica tra le mete estere — insieme a Copenaghen (Danimarca, 8ª) e Londra (Regno Unito, 9ª). Un mix eterogeneo che riflette l’interesse degli italiani per capitali europee intramontabili e mete esotiche a portata di volo.

Costa Azzurra, depositphotos
Le città più costose? Costa Azzurra e Barcellona in primis
Anche quest’anno spiccano alcune mete per i prezzi medi particolarmente elevati.
La località più costosa è Ramatuelle, in Francia non lontano da Saint-Tropez in Costa
Azzurra, con una media di 379 euro a notte per persona.
Seguono Parigi con 335 euro, Londra con 319 euro e Barcellona con 316 euro. È interessante notare che tutte queste quattro destinazioni, le uniche a superare la soglia dei 300 euro, sono città estere.
Seguono Vienna con 172 euro, Copenaghen con 294 euro e Palma di Maiorca con 288 euro, a conferma che le grandi città europee restano mete ambite ma impegnative dal punto di vista economico.
All’estremo opposto della classifica, le località più accessibili sono Palermo, la più economica tra le trenta selezionate, con un prezzo medio di 121 euro a notte, seguita da Porto San Giorgio e Marrakesh (entrambe a 129 euro), Assisi (130 euro), Bari (135 euro) e Napoli (142 euro). Da notare come la convenienza economica non escluda l’attrattiva turistica: molte di queste destinazioni sono infatti tra le preferite dagli italiani, segno che qualità e prezzo possono andare di pari passo.
Apr 28, 2025 | Enogastronomia, Protagonisti
C’è un profumo nell’aria che segna l’inizio della bella stagione: quello dolce e inconfondibile delle fragole, il frutto del periodo.
Rosse, succose e irresistibili, le fragole non sono solo un frutto: sono un vero e proprio simbolo di rinascita, di giornate più lunghe e di piccoli piaceri da gustare lentamente.
Nate nei campi, celebrate nei mercatini, protagoniste di sagre e feste di paese, le fragole sono oggi un must della primavera italiana.
Dalle varietà più classiche a quelle gourmet, ogni zona custodisce il suo tesoro: basta pensare alle famose fragole di Nemi nel Lazio, alle dolcissime fragole di Maletto in Sicilia o alle profumate coltivazioni della Basilicata.

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Concentrato di freschezza e bontà
Il vivace rosso brillante che le caratterizza è indicativo della presenza di antociani, potenti antiossidanti naturali noti per fare bene alla salute.
Dal profumo dolce, intenso e fruttato e il sapore bilanciato tra dolcezza e una leggera nota acidula e la polpa tenera ma succosa contiene solo 30 kcal per 100 grammi.
Come accennato le fragole non sono solo buone, fanno anche benissimo alla salute.
Ricchissime di vitamina C: una porzione di fragole copre quasi il 100% del fabbisogno giornaliero, aiutano a rafforzare il sistema immunitario. Tanti anche gli antiossidanti che contrastano i radicali liberi e rallentano l’invecchiamento cellulare. Fonte di fibre favoriscono la digestione e aiutano a mantenere sotto controllo il colesterolo e di acido folico importante soprattutto in gravidanza.
Inoltre hanno proprietà antinfiammatoria e depurativa che le rende ottime per la salute della pelle e per la circolazione sanguigna. In breve le fragole sono una coccola di benessere naturale.

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Fragole nel mondo: un universo di sapori
Esistono oltre 600 varietà di fragole, ognuna con caratteristiche uniche di forma, colore e sapore.
Tra le più note a livello internazionale: la fragaria × ananassa che è la fragola comune che troviamo al mercato, nata da un incrocio in Francia nel XVIII secolo. C’è poi la pineberry: la fragola bianca che profuma d’ananas, amatissima dagli chef gourmet; la fragola Mara des Bois (Francia) dolcissima, intensamente profumata che ricorda il sapore delle fragoline di bosco; la fragola Albion (USA) molto zuccherina, resistente e perfetta anche per i climi caldi; la fragola Royal Sovereign (UK) varietà storica dal sapore aromatico, considerata tra le più pregiate.
E in Italia? Nostre sono alcune delle fragole più buone e riconosciute: la fragola di Nemi (Lazio) piccola, profumatissima, protagonista della famosa sagra ai Castelli Romani; la fragola di Maletto (Sicilia) una delle più dolci d’Italia, coltivata alle pendici dell’Etna; la fragola Candonga (Basilicata): varietà pregiata dal gusto intenso e dalla polpa compatta, molto apprezzata anche all’estero; la fragola Sabrosa (Puglia) varietà molto diffusa nel Sud Italia, dolce, croccante e di grande resa produttiva; la fragola Favetta di Terracina (Lazio) una varietà antica, caratterizzata da frutti piccoli, succosi e profumatissimi e la fragola Pegaso (Emilia-Romagna) una varietà recente, dal sapore dolce e resistente al trasporto, ideale per le esportazioni.

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Dove andare per vivere la magia delle fragole
Detto delle località italiane più famose ecco quali vistare. Nemi (Lazio) , il borgo dei Castelli Romani celebra ogni anno la “Sagra delle Fragole”, una festa coloratissima tra mercatini, musica e degustazioni.
Maletto dove sulle pendici dell’Etna e grazie alla sua varietà unica di fragole dolcissime diventa protagonista di un’intera estate di eventi.
Da consigliare anche un viaggetto a Cesena (Emilia-Romagna), una delle capitali italiane della fragolicoltura, dove è possibile raccogliere direttamente nei campi e assaporare il frutto appena colto.

Autore AntonMatyukha, depositphotos
Lo sapevi che…?
La fragola non è un vero e proprio frutto: botanicamente è un “falso frutto”. I veri frutti in realtà sono i piccoli semini gialli sulla superficie.
Esistono nel globo come accennato oltre 600 varietà di fragole nel mondo e tutte con sfumature di sapore e colore diverse.
Una leggenda vuole che regalare fragole fosse, nell’antichità, un gesto per dichiarare amore eterno.
La fragola bianca o “pineberry” ha un sapore sorprendente che ricorda l’ananas ed è una rarità gourmet sempre più amata.
Ma la fragola non è solo tradizione: oggi è anche creatività gastronomica. Dai dessert stellati alle insalate gourmet, fino ai cocktail freschissimi come il mojito alla fragola o i smoothie vitaminici, questo frutto si reinventa ogni giorno in cucina, portando colore e leggerezza in ogni piatto.
Chi ama il turismo lento e autentico, può seguire gli eventi dedicati: sagre, raccolte direttamente nei campi, tour enogastronomici a tema fragola che uniscono natura, sapori locali e convivialità.
Perché, in fondo, la fragola non è solo da mangiare: è da vivere. Meglio ancora, con il sole in faccia e un cestino pieno tra le mani.

Autore AntonMatyukha, depositphotos
Ricetta veloce: Insalata di fragole, feta e rucola
Una ricetta facile, fresca e super trendy, perfetta per l’estate!
Ingredienti (per 2 persone):
150 g di fragole mature
100 g di feta greca
1 manciata di rucola
qualche fogliolina di menta fresca
1 cucchiaio di aceto balsamico (o glassa)
2 cucchiai di olio extravergine d’oliva
Sale e pepe q.b.
Preparazione:
Lava delicatamente le fragole e tagliale a metà.
In una ciotola, unisci le fragole, la rucola e la feta sbriciolata grossolanamente.
Aggiungi qualche fogliolina di menta per un tocco di freschezza.
Condisci con olio, sale, pepe e un filo di aceto balsamico.
Mescola delicatamente e servi subito.
Apr 27, 2025 | Enogastronomia, Protagonisti, Territori
E’ uno dei paesi più antichi dell’Europa, visto che il suo regno apostolico risale all’anno 1000 anche se è grande solo come tutto il Nord Italia.
Siamo nel cuore dell’Europa e, se vogliamo essere ancora più puntigliosi, il vero Cuore dell’Europa è proprio nel territorio magiaro, esattamente nella montagna Bűkk.

Budapest. Image by Zsolt Tóth from Pixabay
Ungheria, un paese di natura e colori
Il verde delle sue montagne (mai altissime dato che il Monte Matra punta del paese sfiora solo i 1014 metri) e di colline dove sono ben 27 i territori vinicoli: dal vino dei re, al re dei vini bianchi di Tokaj e dell’eccellente Tokaji Aszu fino al rosso corposo di Egri Bikaver e ai vini di Villany, Etyek, Sopron e tanti altri e dov’è nel bel mezzo del Parco nazionale di Hortobágy la più grande prateria rimasta in Europa centrale grande 800 km. quadrati.
Di blu come il fiume mito della Mitteleuropa, quel Danubio che ha ispirato poeti e musicisti e fatto battere il cuore a tanti innamorati e il Lago Balaton, il più grande del centro Europa chiamato anche “mare magiaro”; di giallo come le distese di spighe di grano e girasoli e come il rosso infine dei fiori del papavero, ingrediente di tanti dolci eccellenti.
L’Ungheria è anche la terra dei bagni termali: solo a Budapest si contano 125 sorgenti termali (da non perdere i bagni Termali Szechenyi,i più grandi d’Europa) e fuori dalla capitale sono altre 400 le sorgenti che fanno dell’Ungheria un vero paradiso del wellness e dove troverete ad Heviz il secondo lago di acqua naturale calda più grande del mondo.
Quella strana lingua di origini finniche
Qui si parla una lingua strana che non assomiglia ne alle latine ne alle angolfone dato che il magiaro è di misteriosa origine finnica, ma dove più che parlare si scrive molto grazie all’inventore della biro, cioè della penna a sfera tale László József Biró, da cui ha preso il nome. Nella località di Kocsi sono nate intorno al XIII – XIV secolo le carrozze e all’interno del Parlamento di Pest nel 1880 l’aria condizionata. Ma anche il famoso cubo che ha fatto impazzire più di una generazione è figlio di un ungherese: l’architetto Erno Rubik.
Se poi vi siete sempre domandati come mai tutte le campane delle chiese cristiane suonano ogni giorno a mezzogiorno sappiate che questa usanza celebra la grande vittoria degli ungheresi capitanati da Janos Hunyadi sul territorio dell’attuale Belgrado sui turchi nel 1456, anche se, ironia della storia a Budapest è anche la Sinagoga in funzione più grande d’Europa.

Szombathely. Foto r3dsnake per Depositphotos
Un paese di molti record
Paese antico l’Ungheria è stata fondata dai Romani nel 43 d.C a Szombathely città nota ai tempi col nome di Colonia Claudia Savariensum che si trova a 10 km dal confine austriaco ed è stata fiorente fino al V secolo quando arrivò Attila con i suoi Unni.
E’ a proposito di cose antiche la metropolitana di Budapest è la più antica dell’Europa continentale ed ha la seconda linea più vecchia del mondo: la linea gialla (MI), 4,4 km di storia al punto che una delle sue carrozze originali è conservata in un museo dei trasporti nel Maine, negli Stati Uniti.
Anche il Giardino Zoologico della capitale detiene lo stesso record, anzi, pare sia addirittura uno dei più antichi del mondo. Bellissimo nei suoi caratteristici edifici Liberty costruiti tra il 1909 e il 1912.
Ma i mezzi su rotaia sono nelle corde degli ungheresi dato che anche il parco Ferroviario Füsti è unico nel suo genere perché non è un museo statico ma un luogo dove i visitatori possono guidare le locomotive esposte e dove sono ospitati anche i vagoni originali dell’Orient Express.

Una tradizione culinaria di origini ottomane
La tradizione culinaria ha subito influenze ottomane a causa del lungo dominio turco e dei paesi vicini e si caratterizza per i suoi sapori intensi figli dell’abbondante uso di spezie: pepe e paprika sopratutto.
ll piatto più famoso in assoluto è senza dubbio il gulasch (in ungherese gulyás, o più precisamente Gulyás-leves, ovvero zuppa del mandriano) ma l’Ungheria a tavola è anche particolari e deliziosi dolci con accostamenti di ingredienti mai banali.
Da non perdere il Székelygulyás gustoso spezzatino di maiale con panna acida, paprika, accompagnato da cipolla e crauti e la mitica Torta Dobos inventata nel 1884 dall’omonimo pasticcere che consiste in sei strati di pan di spagna con in mezzo a ognuno di questi una crema di cioccolato e burro, mentre sulla parte superiore viene versato un sottile strato di caramello.
Sapori speciali poi per la frutta da mangiare con la polvere di paprika e non solo…

Szeged. depositphotos
Il racconto di Erzsebet
E’ Elisabetta per gli amici perché in realtà si dovrebbe dire Erzsebet a farci scoprire il mondo magiaro così amato dall’imperatrice Sissi.
Molto difficile da pronunciare il suo nome, anche solo da leggersi dato che la lingua ungherese è celebre per l’uso di tante consonanti.
Noi non siamo abituati a leggerla come non siamo abituati a perderci nell’incredibile sfumatura verde-azzurra dei suoi occhi.
Un colore che ricorda le infinite pianure e la linea di confine del lago Balaton, ma che insieme al bianco della pelle ce la fa sembrare quasi una meravigliosa matrioska di ceramica: sempre elegante, discreta, posata e delicata.
Difficile – racconta . per me oggi parlare della mia Ungheria. Appartengo a una generazione che ha vissuto due Ungherie: quella prima e quella dopo la caduta della Cortina di Ferro.
Sono nata e vissuta a Szeged, città grande più o meno come Firenze, vicina al confine jugoslavo e romeno.
Ero una privilegiata a vivere lì vicino al confine con due paesi. Anche se erano anche loro sotto la sfera d’influenza sovietica avevo l’opportunità essendo residente vicino ai due confini di andare a visitarli.
Possedevo uno speciale mini passaporto, grigio lo ricordo ancora, con cui potevo andare prendendo il bus nella più vicina città rumena che distava 60 chilometri o jugoslava a soli 30 chilometri.
Ne approfittavo ogni sabato pomeriggio. Con le mie amiche andavamo alla stazione degli autobus e saltavamo felici su quel bus destinazione Jugoslavia.
Era incredibile poter andare lì, al mercato di quella città dove, con un po’ di fortuna potevamo trovare anche qualche bel paio di jeans e qualche disco a 33 giri o musicassetta occidentale!
In Italia sono arrivata nel 1982, quando nel mio paese c’era ancora il regime e ci sono arrivata per amore seguendo il mio fresco sposo conosciuto e sposato l’anno precedente.
Del resto se non mi sposavo e soprattutto se non lo facevo in Ungheria in maniera laica non avrei mai potuto seguire mio marito in Italia ma non solo…
Avrei messo in difficoltà la mia famiglia come succedeva purtroppo a tutti coloro che si erano “ribellati” ed erano andati in Occidente a sposarsi e poi a vivere là.
Ho conosciuto mio marito quando lui, con un gruppo di amici cacciatori era venuto in Ungheria per un viaggio di caccia.
Io ero una giovane studentessa universitaria che per tirare su un po’ di soldini faceva da interprete e guida a questi gruppi.
Studiavo le lingue russa e italiana e così, come ogni volta che c’era in arrivo un gruppo di turisti italiani toccava a me.
Ogni volta dovevo andare a Budapest a prendere il programma dettagliato del viaggio; la lista dei loro nomi e dove gli avrei dovuto condurre giorno per giorno e ora per ora.
Quando lo vidi fu amore a prima vista.
Lui dopo quel soggiorno ungherese volle portarmi subito in Italia con un visto turistico perché voleva dimostrarmi che non era ricco dato che per fra gli occidentali era diffusa la credenza che le ragazze dell’est si fidanzassero con gli occidentali e si facessero sposare per scappare dal comunismo reale; ma a me non interessava la sua ricchezza interessava lui e peraltro non ero fra quelle ragazze convinte che l’Italia potesse essere il paese del mulino della pubblicità.
Mio padre la prese male quella mia decisione di sposare un italiano e partire con lui: “chissà cosa diranno i vicini” mi ripeteva.
Lui, uomo tutto d’un pezzo, tessera del partito in tasca, ruolo di rilievo nelle ferrovie e orgoglioso di quelle medaglie con la stella rossa che ogni anno il governo gli riconosceva per la sua fedeltà era stravolto dalla mia decisione.
A dire il vero aveva ragione a temere la curiosità dei vicini dato che un bel giorno, in quell’anno di fidanzamento in cui il mio futuro marito veniva ogni mese a trovarmi in auto, mi ritrovai denunciata e con una convocazione in commissariato.
Il capo della polizia locale peraltro conosceva bene mio padre e tutta la nostra famiglia e quasi scusandosi mi fece presente che ero stata denunciata da un vicino per quella presenza sospetta di un auto italiana che spesso era parcheggiata fuori casa mia: “So che è del tuo fidanzato, ma mi raccomando dimmi solo se ti sta convincendo a diventare una spia?” mi disse…
Quella era l’Ungheria di qualche decennio fa. Quella dove sono nata e cresciuta e che poi, dopo il matrimonio civile (non ero battezzata perché non era possibile esserlo) lasciai per venire a vivere con mio marito in Italia.
Ero spaesata i primi tempi.
Ero molto giovane piena di speranze e una certezze sopratutto. La certezza di trovare presto un lavoro: conoscevo il russo, il tedesco e l’ungherese e doveva essere inevitabile.
Ma facevo bene a non pensare che l’Italia fosse il paese dei mulini.
Il lavoro lo trovai, precario, dopo oltre due anni di ricerca e migliaia di curriculum.
Pazzesco a pensarlo per me. Al di là della cortina mancava la libertà ma il lavoro lo trovavi entro tre mesi al massimo al punto che, dopo quella data, se eri sempre a spasso lo stato ti chiamava e ti domandava perché eri sempre a spasso.
Altro che bamboccioni…
La vostra cucina però non mi deluse, anzi mi piacque subito.
Molto buona, pulita, senza troppi fronzoli, da cucinare velocemente e ricca di verdure.
Un impatto così entusiasmante che sono subito ingrassata!
Poi ho capito perché. Voi abitualmente vi mettete ogni sera a tavola insieme e così si mangia di più…
La cucina ungherese è molto più complessa e lunga nelle preparazioni è anche più grassa.
Mangiamo molto maiale sia d’estate che d’inverno e anzi, seguiamo alla lettera la vecchia storia che del maiale non si butta via nulla dato che ne congeliamo anche il grasso da usare poi come condimento insieme anche al grasso d’oca.
L’olio extra vergine d’oliva da noi non esisteva, è arrivato un po’ adesso, ma ancora deve entrare del tutto nelle cucine ungheresi. Come olio usiamo quello di girasole, di semi e per le insalate l’aceto e la panna acida che chiamiamo fiordilatte.
Uno degli ingredienti che non può mancare nella cucina ungherese è però il cavolo verza con cui facciamo un sacco di piatti, anche dolci.
Lo mettiamo a macerare in contenitori di legno con i semi del cumino almeno per una notte prima dell’utilizzo.
Il famoso gulash poi va detto che lo facciamo in due modi che voi confondete.
Il gulash vero è proprio è molto liquido, quasi una minestra che usavano i mandriani, mentre nell’altra versione lo cuciniamo con la carne e le patate ed è un piatto completo, ma come carni usiamo anche molto agnello e fegato d’oca.
Fra i dolci oltre al celebre rotolo vorrei segnalare le strepitose minestre di frutta fatte con frutta e il loro succo, zucchero, farina e panna acida. Anzi a pensarci bene è questo l’unico sapore che davvero mi manca della mia terra.
Se invece devo scegliere fra i piatti della cucina italiana avrei delle difficoltà.
Non saprei cosa scegliere. Forse la pizza, ma mi pare banale.
Opto decisamente le lasagne. Le amo in tutte le varianti: classiche, di pesce e vegetariane.
Quanto alle usanze del convivio e della tavola fra i nostri paesi ci sono molte differenze.
Innanzitutto come accennavo da noi non esiste proprio l’abitudine di mettersi a sera a cena a tavola tutti insieme.
Ognuno si arrangia per conto suo e quando ha finito le sue attività torna a casa e mangia quello che vuole.
Insieme ci ritroviamo solo la domenica con i piatti più ricchi e il sottofondo della radio nazionale che trasmette un programma molto popolare dove le famiglie si fanno gli auguri della domenica via etere.
In linea più generale pranziamo e ceniamo molto prima di voi. Il pranzo, molto frugale, lo consumiamo anche nelle mense (ce ne sono tantissime oggi e si spende davvero poco per mangiare bene più portate: 2 o 3 euro per un pranzo completo).
Usciamo dal lavoro alle 16,30 / 17.00 e la cena è alle 18.30 / 19.00 al massimo.
Poi se è estate e c’è bel tempo usciamo insieme tutti insieme.
Ah, una curiosità: anche la mattina le attività iniziano molto presto, alle 6.00 si va dall’estetista e dal parrucchiere e così siamo perfetti per tutto il giorno!
Quanto alle bevande beviamo i nostri ottimi vini anche se nel quotidiano si beve molto più birra. Il problema è che si beve troppo, grappa soprattutto.
L’alcolismo è una piaga molto diffusa anche se devo dire che i giovani hanno più cultura del bere consapevole che in Italia dato che è normale che quando escono in gruppo uno a turno decide di non bere per portare a casa sani gli altri.

Hungarian goulash
La ricetta: gulyas
ingredienti
500 g di carne di vitellone o di manzo
1 peperone verde
2 patate
2 cipolle bianche
1 pomodoro
1 carota
100 ml passata di pomodoro
1 cucchiaino di semi di cumino
Preparazione:
Tagliare le cipolle a fettine a farle appassire in una pentola alta, grande e antiaderente nel burro per una ventina di minuti facendo in modo che non si brucino. Aggiungere alle cipolle l’aglio schiacciato, la carota a dadini e il cumino.
Dopo averla tagliata a cubi versare nella pentola anche la carne di vitello e lasciar rosolare mescolando di continuo in modo tale che la carne rilasci il suo liquido permettendo alle cipolle di non bruciarsi.
Aggiungere la paprika, il sale a piacere e una volta mescolato coprire con un coperchio e lasciar cuocere a fuoco basso, mescolando ogni tanto, per almeno 1 ora aggiungendo solo e soltanto se necessario 1 cucchiaio di brodo nel caso in cui la carne si stia bruciando.
Sbucciare e tagliare le patate a cubetti, tagliare anche il pomodoro a cubi dopo aver tolto i semi e allo stesso modo tagliare anche i peperoni, sempre senza semi. Trascorsa l’ora di cottura aggiungere pomodoro e peperoni alla carne e coprire con il brodo lasciando cuocere per un’ora quindi aggiungere anche le patate e il restante brodo lasciando cuocere per altri 45 minuti.
Assaggiare, salare se necessario e servire caldissimo facendo in modo che sia denso e cremoso.