Ago 19, 2023 | Enogastronomia, Territori
di Barbara Tedde – Presso l’Abbazia di Rosazzo – meraviglioso luogo di culto in essere dal 1100 d.C. – si respira aria di festa; sono presenti dal Presidente del Consorzio alle maggiori Cariche Istituzioni locali, e nessuno si esime dal lasciarsi andare a toni piacevolmente amichevoli.
La festa di compleanno del Consorzio all’abbazia di Rosazzo
Complici anche gli assaggi desueti che hanno destato lo stupore di palati meno moderni, dal Picolit, al Verdicchio e al Ramandolo che hanno aperto le danze inaspettatamente – no, nessuna bollicina per iniziare, qui si parte col dolce botto! – ed un sottofondo di disco-music anni Novanta.
Un teatro di unica bellezza, dalla terrazza tergale si gode di un panorama unico al mondo. L’Abbazzia è circondata da un gran numero di roseti piantati nel 1998: qui sono presenti tutte le più importanti famiglie di rose antiche (gallica, alba, damascena, centifoglia, noisette, bourbon, cinese, whicuraiana ecc) oltre a diversi rosai moderni.

Le nubi gonfie e plumbee rendono l’atmosfera ancora più bella, le colline sottostanti alla terrazza, dove risaltano lunghissimi tavoli già apparecchiati, appaiono come una moquette verde smeraldo. La cena eseguita da quattro mani stellate ha regalato momenti unici, piatti attraverso i quali viene raccontato un territorio, spaziando dall’entroterra al mare. Mani preziose di Emanuele Scarello del “Agli Amici di Udine” e di Matteo Metullio dell’ “Harry’s Piccolo” hanno sottolineato il carattere Friulano, caparbio e perfezionista che neanche una tempesta improvvisa ha saputo interrompere.
Si inizia con una seppia, il suo nero ed una salsa verde, un delizioso toast di scampi e faraona, maionese al wasabi e misticanza asiatica. Il temporale cade proprio col risotto cotto in gazpacho, caviale, caprino e lime, ma il via vai per ripararsi non ostacola la perfezione del piatto – soprattutto la cottura del riso! -. Ne segue il capretto dei Colli Orientali del Friuli con albicocca e melanzana, concludendo con le complessità parallele preparate con cioccolato, piccoli frutti e olivello spinoso – pianta di origine asiatiche ricca di vitamina C – . Delizia e gioia al palato, oltre che punto di equilibrio nel piatto, tanto da sembrare una scultura moderna. Una cena memorabile che non passerà inosservata, le candeline spente sul cinquantesimo dei Colli Orientali rimarranno sicuramente nella storia.

In degustazione innumerevoli etichette, molte delle quali assaggiate durante la cena. Eccone solo alcune: Ramandolo di CaFelice, Nojar Rosazzo di Colutta, Schioppettino di Prepotto ed il Rosso Riserva 2020 di Sergio Pitticco, il Conte d’Attimis-Maniago con il Pignolo, La Chiusa con il Rosso del Torrione, Myò di Annalisa Zorzetting con il Pignolo, Refosco dal Peduncolo rosso di Rodaro, il Suvignon di Comelli, Roberto Scubla con il suo Rosso Scuro, il Refosco di Faedis, Valerio Marinig con lo Schioppettino di Prepotto ed il suo Biel Cur, il Picolit di Valentino Butussi, il Refosco di Faedis De Luca, il Friulano Scarbolo di Sergio Scarbolo, il Refosco dal Peduncolo rosso di Giovanni Dri, la linea di Valle San Blas con la ribolla gialla di Rosazzo, La Viarte con lo Schioppettino di Prepotto riserva 2013, il Gramogliano 2020 di Canus, Pizzulin Denis ed il suo Schioppettino di Prepotto, Bastianich con il sauvignon, Tunella con Biancosesto, Fedele con il Sauvignon, Stroppolatini con il Bianco Colle di Giano, La Sclusa con il Sauvignon, Perusini con il Pinot Grigio, Grilloiole con il Sauvignon blanc, Ca’ Lovisotto con la ribolla gialla, Marina Danieli con il Pinot Grigio, Rocca Bernarda con il Pinot Grigio, Alturis edil suo Friulano, Marina Danieli con lo schioppettino e la ribolla gialla, Felluga – pioniere di Rosazzo e conosciuto in tutto il mondo – con la sua ribolla gialla e Abbazia di Rosazzo, Gigante con il Pinot grigio.
Ed ancora una passerella infinita di Picolit e di Ramandolo: Sarebbero stati necessari più nasi e più bocche in una sola testa per poter arrivare in fondo alla grande lista di vini; perciò, prendersi sempre più tempo per gli assaggi di quello previsto è il consiglio che mi sento di dare.
Una lingua per tutti – La tasting academy
Il vino ed i suoi accenti, ed ogni uva parla in modo diverso a seconda delle zone. Così come gli uomini, ogni vino è espressione unica, una goccia divina che è importante cogliere in ogni calice.
La Testing Academy finalizza gli assaggi ad una visione che va oltre, un po’ come gli ultrasuoni, impercettibili all’orecchio umano ma che penetrano nella pelle apportando benefici.
Le degustazioni organizzate dalla Testing Academy sono Indirizzate a tutti, agli operatori di settore ma anche agli appassionati. I profani sono sempre ammessi, basta che siano pronti ad assaggiare, assaggiare ed ancora assaggiare. Un modo ed un mondo affascinante e diverso di approcciarsi al vino, tenendo a mente che l’aspetto evolutivo, soprattutto quando si tratta di bianchi, può portare a sorprese di ogni tipo.

La Testing Academy nasce nel 2019 e si avvale di studi e monitoraggi che vengono effettuati da vent’anni sul territorio. Una montagna di dati utili al fine di raccontare i vini.
“Il vino è il tramite di quello che possiamo raccontare della terra, il vino è il collante che mette insieme le persone, un’esperienza unica, un luogo dove scoprire la soggettività dell’assaggio che deve rimanere sacrosanto”. – Matteo Bellotto –
Ed è qui, presso il Consorzio a Corno di Rosazzo che si svolgono questi incontri: una sala all’interno della Villa settecentesca Nachini – Cabassi con un grande schermo e postazioni che arrivano ad ospitare 30 persone. In degustazione 32 vini per capire gli accenti dei vini, capaci di raccontare la terra dove affondano le radici della pianta.
Un’ esperienza destinata a tutti coloro che vogliono approfondire il linguaggio del vino – per gli operatori di settore è gratuito, mentre per gli appassionati il costo è di 1 euro ad assaggio -. La sede è aperta tutti i giorni su prenotazione, facilmente effettuabile attraverso il sito del Consorzio Friuli Colli Orientali e Ramandolo.

Calici in alto sul ponte del diavolo
E’ Cividale del Friuli la capitale della denominazione dei Colli Orientali, tant’è che il logo del Consorzio in nuova veste rappresenta la spada – simbolo cividalese – la cui lama affonda in un bel calice.
Nel paese non potevano mancare i festeggiamenti con un gremito pubblico che si è riversato sul Ponte del Diavolo, accolto da sommelier che non si peritavano a riempire ogni calice.
Il Ponte del Diavolo unisce le due sponde di Cividale e la sua storia è accompagnata da una leggenda – in Italia ci sono diversi Ponti del Diavolo accompagnati da egual storia, frutto di ardite fantasie medievali – .
Cividale del Friuli fu fondata da Giulio Cesare con il nome di Forum Iulii, da cui viene il nome Friuli, nel 568 d.C. Cividale divenne sede del primo ducato longobardo in Italia e in seguito, per alcuni secoli, residenza dei Patriarchi di Aquileia. Questo patrimonio storico e artistico è stato riconosciuto dall’UNESCO.
ll ponte del Diavolo è uno dei simboli di Cividale del Friuli. Le due sponde erano unite, almeno dal Duecento, da un passaggio in legno, sostituito dopo diversi tentativi inconcludenti dal manufatto in pietra progettato da lacopo Dugaro da Bissone, che ne iniziò la costruzione l’anno 1442. I lavori, lenti e contrastati da avversità di varia natura, proseguirono cinque anni dopo sotto la guida di Erardo (o Everardo) da Villaco, già collaboratore del Dugaro, che forse era morto di peste o, secondo altre versioni, si era defilato senza onorare interamente i suoi obblighi contrattuali. Deceduto il capomastro Erardo, era Bartolomeo delle Cisterne a ultimare l’agognato ponte, che in base ad un atto notarile sappiamo essere stato lastricato nel 1501 ed ancora nel 1558. Le sue estremità erano difese da torri, abbattute verso la seconda metà del secolo scorso.
Lavori di restauro si sono succeduti nel tempo per mantenere in piena efficienza ‘indispensabile passaggio, che doveva sopportare le piene impetuose del fiume. Nel 1843, durante i lavori di rinforzo del pilastro centrale, vennero rinvenuti due importanti cippi di epoca romana, ora in Museo. (Testi tratti dalla guida Storico Artistica di Claudio Mattaloni )
A Cividale, proprio sul fiume Natisone, si possono fare percorsi con la canoa ed approfittarne per un tuffo nelle acque cristalline durante le giornate più afose; altrimenti, per i più pigri, non mancano le panchine dove sostare e godere del paesaggio. I luoghi di ristoro sono vari e tutti di alto livello, menù che spaziano da piatti tipici come il frico con patate, gli gnocchi di susine, il goulash, la polenta sempre in accompagno e per finire gli strucchi e la gubana, dolci tipici ghiotti da inzuppare nella grappa a discrezione, fino a menù dal sapore più mediterraneo, a base di verdure e formaggi freschi.

Villa Romano – Il pranzo a casa Rodaro: wines love
“Il verde che circonda la mia vita è merito di mio marito. chi avrebbe mai pensato di incontrare, in quel giorno del 2012, un uomo così autentico, un uomo, che incuriosito, potesse bussare allo sportello della mia auto ed invitarmi a bere un caffè?” – E’ l’inizio della storia d’amore tra Lara Boldarino e Paolo Rodaro, lei esplosiva, capelli rosso ramato, occhi azzurri, bellissima ed innamorata. Lui ha un carattere deciso, ama la vita e ha gi occhi vivaci, la sua introversa esuberanza – ossimoro ma è così – rappresenta la sesta generazione della sua famiglia, vignaioli di Spessa.

Aprono le porte della casa dove vivono, una splendida Villa del XVI secolo dominante su una delle più belle colline della località di Spessa. Paolo produce vino solo con le sue uve, lo fa con un’attenzione maniacale: vuole sperimentare sempre e lo fa con tutte le sue forze, da buon friulano. Il pranzo da Rodaro è così bello e conviviale che sembra di vivere una scena de “il pranzo di Babette”: le sale sono affrescate per mano di Jacun Pitor, pittore e burattinaio viandante che nel 1911 barattò la sua arte in cambio di vitto e alloggio da parte del Conte Romano, all’epoca proprietario della Villa. Le immagini ritraggono scenari tra il sacro ed il profano ed è proprio sotto gli occhi dei volti naif che si condividono vini e piatti tipici. La tavola è imbandita di Polenta, pane e grissini, ciotoline con il Pestat di Fagagna – lardo macinato con spezie da spalmare sul pane o polenta, i nervetti conditi, le polpettine di carne, formaggi e salumi locali, la trota iridea affumicata, la frittata con erbe selvatiche, il frico con patate, la pasta fresca alle erbe condita con burro e ricotta affumicata – i Cjarsons. E poi non poteva mancare la Gubana, dolce tipico da accompagnare con la Sligowitz – acquavite di prugna. In accompagno i vini dei produttori presenti, più di dodici e con etichette diverse. Da ricordare: il refosco dal peduncolo rosso Rodaro, la ribolla gialla Rodaro, il M.C. Pas Dosé Rodaro, Il Friulano del Castello Sant’Anna, lo Schioppettino di Faibani.

Valdichiarò – Un sabato con il pranzo della domenica
Non è domenica ma ne ha tutta l’aria. L’Azienda Valchiarò apre le porte insieme ai colleghi nella zona di Torreano a pochi minuti di auto da Cividale. L’ospitalità è fatta di sguardi, sì, ma non è possibile distogliere la vista dal meraviglioso ed immenso braciere sopra il quale poggiano carni succulente di ogni tipo. Al lato un grande tavolo con frico e polenta già ordinati e tagliati, ed i volontari del Consorzio a preparare e servire il tutto. Sembra di essere in osteria, tanti gli assaggi dei vini posati sopra un carretto all’interno della cantina Valchiarò, con immensi sguardi dei produttori che si prodigano a soddisfare i palati di ogni avventore. Come in una festa della domenica ognuno fa assaggiare i propri prodotti, come fossimo i parenti lontani, quelli che si vedono solo per le feste.
Valchiarò apre le porte della sua cantina con botti e barrique, facendo assaggiare le etichette di Refosco dal peduncolo rosso, il Nexus Friulano 2021 oltre che il Pinot Grigio. Presenti anche il M.C. Ribolla Gialla dell’azienda Guerra Albano Giuliet ed il suo inedito Pinot Nero, il Pinot bianco 2022 di Jacùss, l’Esplosivo di Tralci di Vite, giovani produttori dalle idee enologiche già ben chiare. E poi la convivialità del momento, tutti in sala degustazione con davanti ad un piatto di carni alla brace e polenta, trasformano un sabato qualunque in una domenica come in famiglia.
I Colli Orientali sono un luogo di cultura e di benessere per il corpo e per lo spirito, e per chi ha voglia di sperimentarsi viticultore non mancano le aziende pronte all’accoglienza per il periodo della vendemmia. Tutte le informazioni a riguardo sono consultabili sul sito del Consorzio Friuli Colli Orientali e Ramandolo.
Per poter godere appieno di ogni azienda, è consigliabile prendersi del tempo e non avere fretta. Si possono gustare vini e specialità gastronomiche togliendo l’orologio, senza correre. I Colli Orientali, oltre ad essere famosi per i vini bianchi, hanno da raccontare molto, molto di più.
Ago 18, 2023 | Enogastronomia, Territori
di Barbara Tedde – Un Consorzio dinamico e frizzante, quello del Friuli Colli Orientali e Ramandolo; cinquant’anni
compiuti ufficialmente nel 2020 e che per motivi pandemici è scivolato allo scorso luglio 2023.
Un’occasione per conoscere un territorio che si presenta armonico e ordinato, con paesaggi
collinari dolci e ricamati da filari, villette senza muri di recinsione né griglie alle finestre, circondate
da giardini pettinati e adornati di piante in fiore.
Un compleanno speciale
Colli Orientali è un areale del Friuli Venezia Giulia – siamo nella provincia di Udine – baciato dalla fortuna, un po’ perché il Mar Adriatico lo accarezza a due passi di distanza, un po’ per la protezione garantita dalle Alpi Giulie, che ostacolano i soffi freddi della Bora. Un terreno unico al mondo, dove affondano le radici della vite, qui coltivata in abbondanza e presente da più di mille anni.
Un Consorzio, quello del Friuli Colli Orientali e Ramandolo, come se ne vedono pochi: 200 i consociati, uniti e coesi come raramente se ne vedono. Durante le degustazioni hanno fatto gruppo senza alcuna prevaricazione, ognuno ha presentato il proprio prodotto invitando ad assaggiare anche il vino dei colleghi produttori, all’unisono con il solido obiettivo di farsi conoscere come Consorzio e non come singola Azienda.
Ed è così che il gruppo fa la forza, capitanato dal presidente Paolo Valle dell’Azienda Valle di Buttrio che sottolinea l’importanza della comunicazione, non intesa come strategia di marketing, bensì di divulgazione di un territorio che non ha eguali in tutto il Pianeta, con la peculiarità di distanziarsi dalla massificazione di un turismo mordi e fuggi. Qui, in questo angolo di una regione di confine, la storia si intreccia con gli abitanti, con i vini e con i prodotti gastronomici, rendendola una mèta affascinante e tutta da scoprire, soprattutto per le antiche tradizioni contaminate da diverse varietà di popoli.
“Non siete qui per assaggiare i vini più buoni del mondo, ma per assaggiare vini unici al mondo”, così esordisce Matteo Bellotto – Ambasciatore del Consorzio, nonché fondatore della Tasting Academy – prima delle degustazioni. Matteo scrive di vita friulana attraverso i suoi libri e parla della sua terra con una passione fuori dal comune.

Le Docg e le sottozone della Doc Friuli Colli Orientali
La DOC Friuli Colli Orientali comprende i comuni di Attimis, Buttrio, Cividale del Friuli, Corno di Rosazzo, Faedis, Manzano, Nimis, Pavoletto, Premariacco, Prepotto, Reala del Rojale, San Giovanni al Natisone, Tarcento, Torreano e Tricesimo.
E’ l’unica DOC in Italia che ha al suo interno tre DOCG. Le DOCG sono Rosazzo, Colli Orientali del Friuli Picolit e la DOCG Ramandolo.
Le sottozone sono cinque: Schioppettino di Pepotto, Cialla, Refosco di Faedis e le due sottozone di Rosazzo, una per la ribolla gialla ed una per il pignolo. A breve arriverà anche la sesta sottozona con il Savorgnano bianco che prevederà almeno un 70% di friulano con picolit variabile dal 15 al 30%.
Il Consorzio Tutela Vini Friuli Colli Orientali e Ramandolo e la sua produttività
Giusto un accenno su alcuni dati aggiornati al 2021 in Friuli: sono 28.826,9 gli ettari vitati, suddivisi in 66 varietà – nella prima metà dell’800 erano contate più di 300 varietà che a causa di oidio, peronospera e fillossera sono andati a scomparire – . Le varietà sono state divise, oltre che per zona, anche per età dell’impianto dal 1850 ad oggi. Un lavoro capillare da parte del Consorzio Friuli Colli Orientali e Ramandolo, finalizzato a capire anche l’età di ciascuna pianta. Il pinot grigio, la glera e la ribolla gialla ricoprono la maggior parte della produzione totale.
L’area dei Colli Orientali ricopre il 13% di tutta la regione, ovvero 1956 ettari, ed i vigneti hanno in media più di trent’anni.
Da parte del Consorzio, inoltre, è stato eseguito un lavoro certosino con la mappatura di 5.400 vigne ed una raccolta di dati sull’andamento stagionale e sul terroir degli ultimi 25 anni. Un lavoro, questo, per dare l’opportunità a ciascun produttore, di conoscere il contesto nel quale opera, allo scopo di dimostrare al pubblico l’unicità dei vini prodotti attraverso dati importanti.
L’uva come protagonista rappresenta, anch’essa, una forma per comunicare il vino ed il suo territorio, quasi antropomorfizzata, con le 5400 vigne mappate, che, varietà per varietà, sono state tutte passate al setaccio; dalla quantità di zuccheri alle acidità contenute nelle uve, così da produrre informazioni utili anche da un punto di vista economico, ovvero essere in grado di offrire un prodotto per ogni esigenza.
Tra l’olistico, il filosofico ed il matematico, Matteo Bellotto invita agli assaggi presso la sede del Consorzio, proponendo diverse etichette di vecchie annate da assaggiare in maniera anarchica, ognuno servendosi di ciò che più lo intriga.
Le annate sono tutte diverse, alcuni bianchi manifestano cadute, altri freschezza e acidità vive come alcuni sauvignon, friulano e ribolla gialla, ma è il Picolit che svetta con profumi meravigliosi e freschezza in equilibrio con le parti gliceriche, tanto da farmi tornare in mente alcuni Sauternes.

A casa di Roberto Scubla ad Ittris
L’Azienda di Roberto Scubla si trova ad Ittris di Premariacco, a pochi km da Buttrio dove è situato l’Hotel Le Fucine, un quattro stelle superior nuovissimo, dai prezzi davvero invitanti (ai quali siamo poco abituati). Una struttura lussuosa ma sobria, attrezzata di SPA e piscina – attiva dal prossimo anno – vede un grande punto di forza, oltre che nei servizi di alto livello, nella posizione strategica per visitare le cantine ed i paesi circostanti. Vicino anche alla costa – in mezz’ora si può arrivare ad i lidi – ha un’ ottima posizione persino per chi arriva in aereo da Venezia, ed ancor più da Trieste.
L’azienda di Scubla gode di un panorama meraviglioso: la casa ha un impatto gentile con il paesaggio che la circonda, così come il padrone di casa, produttore accogliente e saggio come i vini da lui prodotti.
Le vigne, da queste parti, sembrano non avere età, così rigogliose e floride pur non avendo meno di vent’anni – alcune ne hanno addirittura settanta – . La media dell’età degli impianti è di trent’anni, ma se non fosse stato per la fillossera probabilmente avremmo bevuto vini prodotti da piante di oltre 100 anni. Qui le vigne stanno bene, il microclima è eccellente, la ponca, in tutte le sue declinazioni, è un grembo perfetto per affondare le radici. Vicine al mare e alla montagna godono di ogni comfort stagionale, la bora ostruita dalle Alpi Giulie si trasforma in un vento essenziale ad asciugare ogni umidità. E poi c’è l’uomo, che ben pensa a fare il resto, sussidiato anche da strumenti importanti forniti dal Consorzio per poter tracciare il futuro del proprio vino.
Nella sala degustazioni di casa Scubla si respira aria di casa, ma non saranno solo i suoi vini ad essere assaggiati.

L’azienda Tunella è la prima ad aprirci il naso ed il palato con la sua Valmasia 2021, un gioco di parole per la malvasia istriana in purezza profumata e dal sorso sapido – alla quale segue un sauvignon, il Collmatisse 2021 che rispecchia l’impronta territoriale della ponca: è spiccata la sapidità, un trionfo di erbe aromatiche e poi fragranze agrumate ed una grande avvolgenza.
La Tunella è un’azienda famigliare, terza generazione della grande famiglia Zorzetting che dal 1960 coltivava vigneti. Nel 1986 Massimo e Marco Zorzetting fondano la propria azienda sulla strada verso Cormons. Nel 2002 cambia nome in Tunella, diminutivo di Antonella. Sono 70 gli ettari distribuiti nella zona di Cividale, Spessa e Rosazzo.
Si procede con l’Azienda Ermacora per voce di Nicola, giovane appassionato e grande narratore riguardo alla storia della sua famiglia. Ermacora – dal nome del Santo patrono del Friuli Venezia Giulia – inizia negli anni Settanta del Novecento con quattro ettari e dal 1990 produce vini con la propria etichetta, abbandonando quell’arte contadina di un tempo – “i vini si facevano in bland e vinificavano in botte” –. Oggi l’acciaio ha preso il posto del legno ed il vino è prodotto in monovitigno. Il pinot bianco – che nella regione conta 472 ettari totali – cresce in Friuli dal 1870, ed è proprio qui, ad Ipplis, che ha trovato il suo agio per una vita ideale. Assaggiamo il 2021, una delle annate migliori: al naso è burroso ed allo stesso tempo agrumato, elegante e fragrante, porta alla bocca una morbidezza snella; è deciso nella sua mineralità e rilascia lunghezza di frutti in fiore, di zagara e bergamotto. Il Sauvignon Ermacora 2021 esplode in bocca più che al naso, non eccede nelle aromaticità standard del vitigno – come, del resto, tutti i sauvignon dei Colli Orientali – è materico e fresco, racchiude polpa e grande piacevolezza.

E’ la volta di Paolo Cernetig, dell’omonima azienda, il quale, con poche parole, esprime il carattere friulano, quello vero: azienda piccola quella di Cernetig – c’è un paese vicino alla Slovenia che porta questo nome -. Il nonno ha fatto la prima vendemmia nel 1924, ma Paolo, nonostante la lunga esperienza, sperimenta continuamente, convinto di non aver raggiunto ancora la sua idea di perfezione enologica. Una bassa produzione, 5 ettari di vigneto curati come figli. Paolo si considera un hobbista – ah! L’umiltà Friulana –, ma lavora sodo e non ha dimestichezza con il pubblico. Le sue vigne sono “anziane”, i filari di merlot – mi raccomando, merlot si pronuncia come si scrive, da queste parti – portano cinquant’anni sulle spalle; egli vinifica con sistemi suoi, non si affida totalmente agli enologi e deve toccare con mano la sua vigna ogni giorno. Il carattere friulano esce con la malvasia istriana 2020 (pensare che la malvasia più vecchia ancora produttiva si trova nel comune di Gorizia e risale al 1850), un vino di sorprendente dinamicità, di quelli che si ricordano. Il naso è dolce, spazia dai frutti tropicali all’uvetta ed in bocca non si ferma, grazie alla mineralità e alla freschezza in perfetto equilibrio tra loro. Il Pinot Bianco 2021 è morbido e sapido; anch’esso si muove ogni secondo, ha una parte aromatica distratta ed intrigante, mi rammenta che i grandi vini sono i più introversi e si confidano solo con chi può ascoltarli. Lo ascolto ma lo vorrei in solitaria, per goderne appieno ogni sentore che profuma di questa terra. Il sorso è elegante, vorrei berlo tutto e raccontarlo di più. Avrò altra occasione…
Rocca Bernarda, rappresentata da Enrico Pimazzoni che si occupa della parte commerciale, racconta la storia di questa grande azienda che produce vino dal 1559, ed è la seconda azienda più antica del Friuli.
Il Sauvignon 2021, preciso al naso come in bocca, ha note iodate che primeggiano sul frutto, un vago ricordo che mi porta alla Vernaccia di San Gimignano. Il gusto è gastronomico, sapido e di bella struttura. Un terroir quello di Rocca Bernarda ad alta vocazione per la produzione vinicola, 40 ettari vitati con autoctone ribolla gialla e friulano ed altri vitigni alloctoni. Il Picolit è il vino bandiera dell’azienda, con una bottiglia ancora in essere che risale al 1880.
Ma Rocca Bernarda è famosa anche per il suo pinot grigio ramato, e per il Pignolo, un vitigno autoctono che era stato dimenticato. Una piccola produzione per questo vitigno dalla buccia spessa e dagli acini piccoli e compressi – proprio come una pigna – . Una produzione di nicchia con 70 ettari in tutta la regione per 66 produttori; un vino prodotto solo nei Colli Orientali.
“Il problema dei friulani è che sono innamorati del proprio prodotto e gli innamorati non ragionano e sono deboli”. Le parole riportate da Matteo Bellotto, peraltro citazione di un rinomato produttore, ci fanno prendere ulteriore coscienza del carattere dei friulani – ad ogni buon conto, credo che ogni produttore di vino in ogni angolo di mondo sia innamorato della propria terra – . Indefessi nel lavoro, perfezionisti e di poche parole, sono gelosi di ciò che gli appartiene, tanto da faticare anche a raccontarla, come se le parole non fossero mai giuste per descrivere divini sentimenti.
Si parla di omogeneità nelle varietà, ma non esiste omologazione negli assaggi, tutti i vini sono frutto dell’interpretazione di chi lo ha fatto, ogni produttore, del resto, porta sempre il suo alter ego dentro ciascuna bottiglia.

Il padrone di casa, Roberto Scubla, presenta il suo il Pinot bianco 2022 Scubla, polposo e croccante, ed il Bianco Pomédes, un bland di Pinot bianco 60%, 30% Tocai friulano, 10% Riesling Renano che fa tornare subito ai magnifici terpeni. “Per i vini da imbottigliare bisogna tendere alla massima maturità ottenuta attraverso la selezione delle uve più mature, dove si perde un po’ di acidità. La vite, alla fine, attraverso l’apparato radicale assume sali minerali e trasforma gli zuccheri, ma l’uva deve essere sana. L’uva sana deriva dalla ventilazione che si ottiene orientando i vigneti verso la presa d’aria migliore, dove il vento che attraversa le valli del Natisone soffi fresco e secco per asciugare il grappolo. Questo permette di far arrivare i chicchi alla maturazione perfettamente sani, ed è così che si ottiene l’aromaticità”. Queste le parole di Scubla, per il quale l’uva più sana conferisce maggiore aromaticità e lo sviluppo dei terpeni deve raggiungere la perfezione, prerogative, queste, per un vino che debba essere ricordato.
Il Bianco Pomedes è frutto di un bland delle viti più vecchie, alcune raggiungono 70 anni, la cui fermentazione avviene in legno per poi andare in acciaio a maturare per 10 mesi. Un vino forgiato di premi dalle migliori testate di settore e che resta davvero nella memoria. All’olfatto si pone con note di burro fuso e frutti a pasta gialla, è speziato e la morbidezza con la quale si presenta in bocca è ammaliante. La sapidità sul finale invita nuovamente al sorso, elegante e memorabile, un bland che è la firma dell’azienda Scubla.
Ago 14, 2023 | Territori
Vivere l’emozione e le atmosfere delle carrozze anni ’30, le cosiddette “Centoporte”, con i salottini
in legno lucido e le tendine al finestrino, munite di bagagliaio e cappelliere e traniate da locomotive a vapore, elettriche o diesel.
In tutta Italia questo nuovo modo di viaggiare conquista sempre più appassionati (articolo qui) e
viaggiare a bordo di un treno storico per raggiungere un evento o una località è davvero “un’esperienza nell’esperienza”, che sarà possibile testare anche per visitare il Friuli Venezia Giulia dal 5 agosto al 17 dicembre.

Interno carrozza, foto Francesco Valerio
Viaggio a bordo dei treni storici per scoprire il Friuli Venezia Giulia
Dai siti Unesco ai Borghi più belli di Italia, dagli itinerari lungo le storie di confine alle rievocazioni storiche, le sagre, le manifestazioni enogastronomiche e ancora i grandi eventi sportivi come Barcolana: tante le occasioni per scoprire un territorio ricco di proposte all’insegna di storia, bellezze naturali, tradizione ed enogastronomia viaggiando in un modo originale ma anche più sostenibile e nel segno del “turismo lento”.
Dopo il grande successo riscontrato nel 2018 e 2019, l’iniziativa è stata riproposta quest’anno grazie ad una rinnovata collaborazione tra la Regione Friuli Venezia Giulia e Fondazione FS e con il supporto tecnico operativo di PromoTurismoFVG, con il duplice obiettivo di promuovere il territorio ma anche di incentivare il trasporto ferroviario a favore di un modello di turismo più lento e sostenibile, grazie ad un’offerta ampia e di qualità, ad una tariffa speciale e alla possibilità di portare con sé la bicicletta.

Gemona del Friuli
Un agosto fra rievocazioni storiche, artigianato, storie di confine e natura

Lago di Comino
Ha inaugurato il mese il Tempus Express, treno storico che il 5 agosto pomeriggio ha raggiunto da Trieste la stazione di Gemona del Friuli per la rievocazione medievale Tempus est Jocundum. Ogni anno ad agosto la città friulana fa un tuffo nel passato e si ripopola di figure e ambienti medioevali come quella dei cavalieri e splendide dame, ma anche mangiafuoco, artigiani nei
loro mercati e taverne e di numerosi spettacoli di danza e di teatro in tutte le piazze.
La scorsa domenica 6 agosto il treno storico Treno Natura è partito da Sacile per arrivare alla stazione di Cornino, località sulle sponde dell’omonimo lago caratterizzato da acque trasparenti e di colore verde-azzurro, da cui, tramite un servizio bus, è stato possibile raggiungere gli 800 metri d’altezza e l’altopiano di Monte Prât dove ad attendere i partecipanti erano alcune guide specializzate che hanno accompagnato il gruppo lungo un percorso a piedi ricco di bellezze naturalistiche e caratterizzato da diversi sentieri con suggestivi scorci sul fiume alpino Tagliamento ed il torrente Arzino, mentre nel pomeriggio si è svolta la visita guidata alla Riserva Naturale del lago di Cornino, uno degli ambienti più interessanti dell’intero arco alpino per il birdwatching e per l’osservazione dei rapaci, in particolare dei grifoni.

Gradisca d’Isonzo
Domenica 20 agosto sarà invece il giorno del Treno del confine, trainato da locomotiva elettrica, che collegherà Trieste a Palmanova, città-fortezza realizzata dalla Repubblica di Venezia e conosciuta per la sua pianta a forma di stella a nove punte, poi a Gradisca d’Isonzo fino ad arrivare a Redipuglia, lungo un itinerario sul filo della storia legato alle città simbolo che hanno segnato il confine:
Palmanova, conservata in condizioni straordinarie, modello di città ideale rinascimentale e di architettura militare e oggi sito Unesco, sarà la prima tappa in cui i passeggeri potranno partecipare gratuitamente ad una visita guidata dedicata al tema della resistenza di confine,
Il viaggio prosegue per Sagrado e da lì con navette fino a Gradisca d’Isonzo, annoverata tra i borghi più belli d’Italia, per una visita del Museo documentario e del suo castello ripercorrendo i
camminamenti delle ronde lungo le mura quattro-cinquecentesche; infine si giunge a Redipuglia nel cuore del Carso e dei territori dove si sono scritte le pagine più intense del primo conflitto mondiale e in cui sarà organizzata una visita guidata al museo della Grande Guerra e al Sacrario.
Sarà invece legato alla manifestazione “Coltello in festa” il Treno delle lame, che domenica 27 agosto da Treviso porterà i passeggeri a Maniago, città famosa in tutto il mondo per i suoi fabbri e la produzione di coltelli e arnesi, in occasione del grande evento annuale dedicato alla miglior arte fabbrile e della coltelleria con la possibilità di visitare botteghe e bancarelle, degustare specialità tipiche e godere di tanti momenti di intrattenimento e spettacolo.

Polcenigo
Da settembre a dicembre tante date tra enogastronomia, borghi, cultura e grandi eventi
A settembre saranno cinque le date per viaggiare su un treno storico in Friuli Venezia Giulia.
Si comincia domenica 3 settembre con il Treno dei borghi più belli d’Italia, con locomotiva a vapore e partenza da Gemona del Friuli verso le stazioni di Sacile-Budoia e di Meduno alla scoperta di due tra i borghi più belli d’Italia: Polcenigo, con il sito Unesco palafitticolo di Palù di Livenza e la sua storica “Sagra dei cesti”, e Toppo, nel comune di Travesio, borgo rurale che conserva i resti del suo castello medioevale.

Bellissima carrozza
A vapore saranno anche la locomotiva del treno storico per Friuli Doc che il 10 settembre collegherà Trieste a Udine per immergersi nel grande festival annuale dedicato all’enogastronomia e scoprire gli aspetti più autentici e i sapori della cultura del Friuli Venezia Giulia.
Così come quella del Treno tra abbazie, vigneti e colline, che domenica 17 settembre porterà i passeggeri da Trieste alla Festa dell’Uva di Cormons e a Rosazzo per una visita all’Abbazia; il 24 settembre sarà la volta del Treno Gusti di Frontiera, un “Centoporte” diesel che collegherà il capoluogo regionale alla città di Gorizia dove si svolge ogni anno la manifestazione enogastronomica più grande del triveneto, “Gusti di Frontiera”, con più di 100 stand culinari
provenienti da tutto il mondo e un ricco palinsesto di iniziative culturali e di intrattenimento.
Il 30 settembre invece entrerà in funzione il Treno dei fumetti, da Gorizia a Pordenone e da Treviso a Pordenone, occasione per visitare il “Paff! Museo internazionale del fumetto” dove saranno organizzati tour guidati gratuiti per i passeggeri del treno storico.

Il mese di ottobre si apre con un doppio appuntamento legato ad eventi agroalimentari: il 1° ottobre il Treno tra valli alpine e abbazie partirà da Trieste per arrivare a Carnia da dove i passeggeri raggiungeranno in navetta Moggio Udinese per una visita guidata all’abbazia e poi proseguire verso Resiutta, per immergersi nella Festa dell’agricoltura.
Sempre il 1° ottobre il Treno sapori d’autunno collegherà Treviso a Cavasso Nuovo per la Festa della Cipolla Rossa di Cavasso Nuovo.
Domenica 8 ottobre sarà attivo il treno storico Treno Barcolana express con il collegamento Udine- Trieste in occasione della regata, mentre sabato 14 ottobre il Treno “Art and Food” partirà da Nova Gorica e Gorizia, così come da Treviso per raggiungere l’evento “Art and Food” di Pordenone.
Domenica 15 ottobre il Treno delle mele antiche darà il benvenuto a bordo ai passeggeri in partenza da Treviso alla volta di Frisanco, con fermata a Maniago, per la Festa delle Mele Antiche, mentre il 22 ottobre sarà possibile raggiungere la Festa della Zucca di Venzone partendo da Trieste a bordo di un Centoporte a locomotiva elettrica.
Chiude il mese il Treno autunno in “Pedemontana del Friuli” che domenica 29 ottobre ripercorrerà da Sacile a Meduno i binari della ferrovia Pedemontana, trainato da una storica locomotiva a vapore attraverso paesaggi suggestivi.

A novembre saranno ben due gli appuntamenti dedicati alle Grande Guerra, il primo sabato 4 novembre con il collegamento da Trieste a Redipuglia, per celebrare la Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate, mentre domenica 5 novembre il Treno Grande Guerra, trainato da locomotiva a vapore, partirà da Udine in direzione Forgaria nel Friuli con fermata alla stazione di Cornino e Pinzano al Tagliamento toccando i luoghi interessati dal primo conflitto mondiale. Domenica 12 novembre chiude il mese il Treno del Formaggio da Sacile a Gemona, dove avrà luogo la storica kermesse enogastronomica dedicata ai prodotti lattiero-caseari e alle tradizioni agricole.
Le ultime due date a dicembre saranno dedicate alle tradizioni prenatalizie: martedì 5 dicembre il Treno dei Krampus partirà da Trieste con direzione Tarvisio in occasione della festa di San Nicola e della tradizionale uscita in maschera dei Krampus per le vie della città, mentre il 17 dicembre il Treno dei presepi e dei mercatini di Natale collegherà Gemona del Friuli a Poffabro per una visita dei presepi, proseguirà fino a Polcenigo – con fermata a Maniago – e poi a Sacile – stazione di Budoia- per un itinerario focalizzato sulla scoperta dei borghi con visita ai presepi tipici e ai mercatini di Natale.
Aggiornamenti sui prossimi appuntamenti nella sezione treni storici al sito di PromoTurismoFVG
https://www.turismofvg.it/it/treni-storici
Tutte le informazioni
L’iniziativa è proposta ad un prezzo promozionale e a tariffa fissa, indipendentemente dalla lunghezza della tratta percorsa.
Il prezzo del biglietto di andata e ritorno sui treni a locomotiva elettrica o diesel è per gli adulti di 10 euro, i bambini dai 4 ai 12 anni non compiuti pagano 5 euro, mentre quelli con età inferiore ai 4 anni viaggiano gratis.
È possibile acquistare anche solo l’andata o solo il ritorno al prezzo di 5 euro per gli adulti e a 2,50 euro per i bambini dai 4 ai 12 anni non compiuti.
Per i treni con locomotiva a vapore il prezzo a/r per adulti è 15 euro e di 7,50 euro per i bambini dai 4 ai 12 anni non compiuti.
Non è possibile prenotare il posto a sedere.
I biglietti sono in vendita attraverso tutti i canali Trenitalia: online sul sito www.trenitalia.com, nelle biglietterie e ai selfservice nelle stazioni ferroviarie e nelle agenzie di viaggio abilitate.
È prevista un’assistenza da parte di Trenitalia ai clienti Fondazione FS relativa alla mail trenistorici@fondazionefs.it e al nr. di telefono +39 335 6854091
Lug 15, 2023 | Territori
Il Puanina tour è l’immersione totale in uno spazio fortemente identitario, di storie e tradizioni che parlano di multicultura. Una montagna poco nota dove il vivere lento non è soltanto un bello slogan pubblicitario.
Un viaggio per chi vuole scoprire l’autenticità della montagna italiana. Una montagna fatta di storie e culture diverse che affondano le origini nel Medioevo è consigliabile visitare la Valcanale.
Siamo in Friuli Venezia Giulia, all’estremo nord est del confine nazionale, a due passi da Austria e Slvoenia.
A pochi chilometri c’è Tarvisio, graziosa cittadina di confine crocevia (una volta blindato) fra est e ovest. Famosa per la sua foresta millenaria (LEGGI) , le sue tante piste da sci, la sua scuola di sleddog, il santuario del Monte Lussari (LEGGI), il vicino altopiano del Montasio (LEGGI) e il suo celebre mercato.

Ugovizza e l’anello nel bosco
Ugovizza (Ukve in sloveno, Uggowitz in tedesco e Ugovize in friulano) è una piccola cittadina di montagna da cui si parte alla scoperta delle Puanine delle Alpi Giulie.
Dal suo delizio centro storico, minuscolo ma curatissimo fra ponticelli in legno e tanti fiori alle finestre delle casette basse coi tetti spioventi, parte, ben segnalato il percorso trekking recentemente istituito chiamato “Puanine Tour”.

Cosa sono le puanine
Cosa sono le Puanine vi domanderete? L’equivalente locale delle malghe. Siamo del resto, come avete intuito dal nome stesso della cittadina che si declina in quattro lingue diverse in una zona unica d’Italia per una particolarità.
Qui convivono pacificamente, unico esempio in Europa, popolazioni di ceppi diversi: neolatino, slavo e germanico e ognuna di esse mantiene oltre alle sue caratteristiche e le sue tradizioni le sue lingue. La situazione linguistica di Ugovizza è rarissima ed è l’espressione alla massima potenza del plurilinguismo.

La dove si parlano 7 lingue
Qui oltre a parlarsi le tre lingue dei tre ceppi (italiano, tedesco e slavo) si parla comunemente anche la lingua friulana, un dialetto sloveno, uno tedesco carinziano, e dialetti italiani di altre regioni.
In poche parole ogni abitante di Ugovizza parla correttamente da un minimo di due lingue (esempio italiano e un idioma locale) a un massimo di sette (dialetto sloveno, dialetto tedesco, friulano, italiano, dialetti italiani di altre regioni, sloveno standard, tedesco standard) e anche nelle scuole materne ed elementari si insegna: italiano, tedesco e sloveno.
Il Puanina Tour è un percorso ad anello che esalta questi caratteri unici di antiche tradizioni, vita contadina e rapporti secolari con la foresta.
Il sentiero tematico conduce sull’Alpe di Ugovizza passando per foreste verdissime e pascoli dove il bestiame è allevato nel rispetto della natura e del passato.
Lungo tutto il percorso la cartellonista ben segnalata vi condurrà alla scoperta di rifugi e agriturismo sparsi sull’Alpe.
Non solo un trekking di montagna ma un percorso che conduce alla scoperta di un angolo magico d’Italia dove si vive nella natura, si pascola cantando stornelli in lingue diverse, si scopre gusti di piatti antichi e dimenticati.

Tutto a base d’erbe
Da provare le torte salate con le erbe delle radure e del bosco; il formaggio latteria declinato nelle varie stagionature e le torte, sempre freschissime, con i frutti del bosco e del sottobosco.

Dormire sull’albero
Per chi vuole ancora di più e ama le emozioni il consiglio è, in località Malga Priù, di trascorrere almeno una notte in una casetta a forma di pigna che si trova nel bosco a dieci metri di altezza. Un’opera unica nel genere dal nome evocativo di Tree Houses creata dall’architetto Claudio Beltrame che è esempio autentico di turismo sostenibile e valorizzazione del territorio. Due casette realizzate tutte in legno locale per valorizzare la selvicoltura naturalistica ed accendere i riflettori su una corretta tutela del bosco.
La Val Canale e l’Alpe di Ugovizza possono anche essere mete per chi ama la storia che, a queste latitudini si è sempre fatta sentire molto viva.
Il suo essere passaggio naturale fra le Alpi l’ha resa spesso zona di incontro e scontro e strategicamente fondamentale sulla via dell’Europa. Qui la storia segreta, scavata e nascosta nelle viscere della terra è stata viva fino al 1992 quando, dopo la caduta del muro di Berlino si è chiuso per sempre le porte di quelle opere bunker (disseminate per chilometri in tutta questa zona di confine fra tre paesi) usate durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda.

Il forte Besiner. Foto: Anita Pinagli
Alla scoperta della storia segreta del Novecento
Il Forte Beisiner che si trova nelle viscere di Ugovizza, situato sul semisconosciuto Vallo Alpino (costruito dal fascismo nel 1938 e che corre nelle viscere della terra da Ventimiglia a Fiume) è una grande caserma bunker sotterranea che sta, grazie all’opera di un gruppo di appassionati tornando alla luce e alla possibilità di visita.
Più noto come Opera 4 di Ugovizza si dispiega attraverso 1000 metri di corridoi nel ventre di roccia del Monte Palla (Monte Kugel), ai margini della piana di Valbruna.
Costruito dopo l’annessione dell’Austria alla Germania di Hitler (1938), faceva parte del complesso di fortificazioni che doveva rendere sicure le frontiere italiane.
Dopo il 1949 fu impiegato in funzione antisovietica. Fu manutenuto fino al 1990 e dismesso due anni dopo.
Per maggiori informazioni:
Ufficio IAT di Malborghetto
Via Bamberga 52,
33010 Malborghetto-Valbruna (UD)
Tel. +39 0428 64970
info@visitvalcanale.it
Lug 7, 2023 | Enogastronomia
Il Montasio è uno dei formaggi più apprezzati d’Italia ma è anche uno dei meno conosciuti. A lui si associano le splendide Alpi Giulie che fanno da confine fra Italia, Austria e Slovenia. Siamo in Friuli Venezia Giulia i confini più ad est d’Italia.
Il Montasio Dop vive sull’altopiano, nasce vicino a Tarvisio e dentro la sua millenaria foresta (LEGGI). E proprio da queste montagne prende il nome. Il Jof Montasio è dopo il Tricorno (Triglav) che oggi si trova in Slovenia, la montagna più alta delle Alpi Giulie con i suoi quasi 2800 metri di altitudine.

Che tipo di formaggio è il Montasio
Il formaggio Montasio Dop dell’altopiano è un formaggio di montagna con un origine millenaria. La storia racconta che la sua produzione sia iniziata alla metà del XXIII secolo grazie a un monaco dell’abbazia di Moggio Udinese. Un espediente per poter conservare il latte delle malghe del massiccio del Montasio che erano sotto la giurisdizione dell’abbazia. Una storia comune a quella di molti altri formaggi di montagna nati dall’esigenza di conservare il latte per la scarsa produzione invernale.
Una tecnica di produzione e conservazione che si diffuse poi anche nelle pianure friulane e venete. Grazie alla posizione in cui si trova il Jof Montasio posto fra le valli di Resia e Canale del ferro.
Due vallate che fin dall’epoca romana erano le vie di comunicazioni e scambio fra i due versanti delle Alpi.

La scuola dei casari
I primi documenti che citano il Montasio sono datati 1775. Si tratta dei “prezziari” della città di San Daniele (quella famosa per il prosciutto). Documenti mercantili che assegnano al Montasio un alto valore di scambio. Un valore molto superiore in tutte le piazze che testimoniano il pregio e il valore di questo formaggio.
Alla fine dell’Ottocento il Montasio scese in pianura come si legge nell’opera letteraria di Guglielmo Ghinetti che parla della diffusione di questo formaggio. Un successo favorito anche dalla nascita delle prime latterie sociali grazie a Eugenio Caneva di Collina che promosse la prima. Un formaggio sempre più famoso e ricercato che vide nel 1925 aprirsi a San Vito al Tagliamento la prima scuola per casari. Una scuola molto importante a livello nazionale da cui sono uscite generazioni di tecnici che hanno diffuso quest’arte in molte province.

DOP dal 1996
Il formaggio Montasio dell’altopiano ha ottenuto la denominazione di origine protetta nel 1996. Oggi si produce in tutto il Friuli Venezia Giulia, in Veneto nelle province di Belluno, Treviso e in parte di Padova e Venezia.
La sua fama negli ultimi anni è cresciuta tantissimo fra gli amanti del gusto. Fra i formaggi italiani il suo posto è di tutto rilievo, ma la sua fama ha superato i confini italiani grazie a Master Chef. Il cuoco friulano Luca Manfè vinse l’edizione americana 2013 portando in finale il frico: piatto simbolo della tradizione friulana a base di patate e Montasio.

Com’è il Montasio?
Forma cilindrica e diametro di circa 30, 35 cm. Alto al massimo 8 centimetri a pasta dura o semidura. Questo l’identikit dell’autentico formaggio Montasio Dop.
Quello riconosciuto dal Consorzio Montasio lo si riconosce per la crosta sottile, liscia e gialla chiara nel prodotto fresco che diviene più scura e dura con la stagionatura. In bocca la pasta è compatta ed elastica. Il colore è bianco per la tipologia fresco e tende sempre più al paglierino con la stagionatura. L’occhiatura è fine e distribuita regolarmente nel prodotto fresco mentre nello stagionato è più rado.
L’etichettatura e lo stampo sulla forma sono le cose più importante da guardare per riconoscere Montasio il formaggio Dop dell’altopiano.
La scritta col nome è in diagonale sulla forma e in alcune zone dalla crosta ci possono essere la data e il casello di produzione. L’etichetta è di facile lettura. Deve riportare il simbolo originale della denominazione del prodotto, il marchio Dop, il nome dell’azienda produttrice e i dati identificativi rilasciati dal Consorzio.
Il disciplinare stabilisce che il Montasio si trova in commercio in quattro versioni: fresco minimo 60 giorni, semi stagionato minimo 4 mesi, stagionato minimo 10 mesi, stravecchio minimo 19 mesi.

Il formaggio senza lattosio
L’intolleranza al lattosio è sempre più diffusa. Studi scientifici confermano che soffre di questo disturbo circa il 30% della popolazione italiana. Necessario ricordare che l’intolleranza al lattosio non va confusa con l’allergia. Chi è intollerante al lattosio semplicemente ha difficoltà a digerire i prodotti che contengono questa sostanza. Deve quindi consumare formaggi e altri prodotti con lattosio con moderazione in base al suo grado di intolleranza.
I formaggi italiani privi di lattosio non sono moltissimi: gruviera, gorgonzola, grana padano, pecorino molto stagionato, provola e appunto, Montasio il formaggio Dop dell’altopiano

Naturalmente senza lattosio
La peculiarità che rende unico il formaggio Montasio è però che è naturalmente privo di lattosio. In alcuni formaggi infatti l’eliminazione del lattosio avviene durante il progetto di lavorazione quando vengono aggiunti alcuni batteri che eliminano il lattosio. Il Montasio invece ne è naturalmente privo anche nella versione fresca.
Non è questa l’unica grande dote che rende il Montasio un formaggio straordinario anche dal punto di vista nutrizionale. Ha alto valore nutritivo, è equilibrato, digeribile e ricco di proteine, calcio, fosforo, ferro e vitamine.
Si consiglia di mangiarlo a tavola nella versione fresco e semi stagionato mentre quello stagionato e stravecchio è perfetto per essere grattugiato su pasta e minestre.